Viaggio in Uganda e Rwanda: gorilla e non solo

in viaggio con danibi in Uganda , Rwanda

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Viaggio in Uganda e Rwanda: gorilla e non solo

Paesi tristemente famosi per sanguinose dittature ed atroci massacri, che hanno riempito pagine di storia, fatti innegabili e piuttosto recenti che è bene non dimenticare mai affinché non si ripetano.
La domanda di parenti, amici e conoscenti messi a conoscenza della nostra intenzione di visitare questi due Paesi è stata ricorrente: “perché proprio lì? non sarà pericoloso?”
Sandro ed io non amiamo le sfide estreme e non abbiamo scelto con leggerezza la meta del nostro ennesimo viaggio nel continente africano, dopo esserci scrupolosamente informati sulla situazione politica e sociale dei due Paesi ci siamo buttati a capofitto e senza dubbio alcuno nella progettazione di quello che si è poi rivelato un viaggio straordinario, sicuro, molto intenso sia fisicamente che emotivamente.
Uganda: Paese bellissimo, ricco di laghi, fiumi, foreste, ampie savane, montagne altissime e molto altro ancora, poco conosciuto e poco battuto dai flussi turistici che invece interessano i vicini Kenya e Tanzania, è un Paese che, tuttavia, grazie ad un’organizzazione turistica efficiente è in grado di offrire proposte diversificate e adatte a tutte le esigenze ed a tutte le tasche, in grado di accontentare il viaggiatore esigente che non vuole rinunciare alla comodità di un lodge esclusivo e di chi, al contrario, ama il campeggio o alloggi più semplici.
Rwanda: rappresentava nei ns. pensieri il luogo più interessante ed adatto per la visita ai gorilla di montagna, siamo infatti ancora increduli di essere riusciti a portare felicemente a termine la durissima escursione nel Parc National des Volcans, dove decenni fa Dian Fossey (suo il libro “Gorilla nella nebbia”) ha condotto ricerche e studi sui gorilla che rischiavano e purtroppo rischiano tuttora l’estinzione.
In Uganda le feroci dittature hanno notevolmente decimato anche la popolazione animale: alcune specie, come il rinoceronte, sono ora inesistenti, non bisogna intraprendere un viaggio in questo Paese con l’unico scopo di avvistare animali perché si potrebbe restarne delusi.
Se si parte consapevoli di ciò e si aprono gli occhi su tutto il resto che il Paese ha da offrire, il viaggio si rivelerà molto ricco ed interessante.
Il nostro viaggio, programmato dal 13 al 28 febbraio, prevedeva principalmente un itinerario tra i Parchi ugandesi, per concludersi con una visita ai gorilla in Rwanda, prevedeva anche una breve “sconfinata” in Congo per la navigazione del bellissimo Lago Kivu e per una seconda visita ai gorilla del Parco Khauzi-Biega.
Non siamo, purtroppo, riusciti a completare l’itinerario per la parte finale, relativa al Congo.
Fatte queste premesse provo a descrivere quanto visto e fatto in corso di viaggio, con la speranza di convincere i lettori di questo resoconto che sia Uganda che Rwanda sono Paesi sicuri, di notevole bellezza che meritano sicuramente una visita.Una memorabile avventura sulle tracce di Dian FosseyLunedì 13 febbraio 2006
Lunghissima giornata, iniziata prestissimo, la sveglia suona alle 3, partiamo da Malpensa raggiungendo in volo Bruxelles, da lì parte il volo intercontinentale per Entebbe dove atterriamo alle 23 ora locale (+2 ore rispetto all’Italia).
In aeroporto ci attende Tom (titolare della piccola agenzia locale da noi contattata che ha provveduto all’organizzazione di ogni servizio) dopo mesi di corrispondenza per e-mail finalmente ci si conosce, da domani si partirà insieme alla scoperta del suo bellissimo Paese.
A pochi km dall’aeroporto, sulle rive del Lago Vittoria, c’è un piccolo modesto Motel dove passiamo la notte, appena toccato il letto ci addormentiamo di schianto.

Martedì 14 febbraio
Dopo una rapida colazione si parte per Kampala, dove abbiamo appuntamento con un funzionario dell’Ambasciata Italiana, che, al corrente dei nostri spostamenti, deve informaci sugli eventuali pericoli che potremmo incontrare attraversando la frontiera tra Rwanda e Congo.
Il colloquio risulta piuttosto fastidioso, si tratta di una formalità alla quale non abbiamo potuto sottrarci. Per nulla spaventati dalla “ramanzina” diplomatica siamo comunque determinati a portare a compimento il nostro itinerario come da programma, la nostra sicurezza è basata sulle testimonianze di chi ha già compiuto lo stesso viaggio - senza alcun problema - solo poco tempo prima e, soprattutto, dalle garanzie forniteci da chi si è occupato di organizzare con scrupolo quella parte di itinerario.
Lasciata l’Ambasciata possiamo finalmente cominciare il viaggio verso Nord-Ovest, faremo una prima tappa a Masindi, “cittadina” raggiungibile su strada prevalentemente asfaltata, solo gli ultimi 40 km sono su pista sterrata, rossa, una lunga striscia di terra che attraversa la vegetazione verdissima, ecco finalmente i colori dell’Uganda: rosso e verde, che ci accompagneranno per l’intero viaggio.
La pista è spesso occupata da mandrie di buoi con possenti e bellissime corna.
Arriviamo a Masindi verso le 15: l’hotel Masindi, dove alloggiamo, è un edificio coloniale, edificato nel 1923, ora completamente ristrutturato, con un lungo porticato sul quale si affacciano le stanze, dove stiamo volentieri seduti ad osservare la vita locale ed a fare amicizia con alcuni bimbi che hanno da poco terminato le lezioni scolastiche e stanno tornando alle proprie modeste abitazioni.
Prima di cena facciamo quattro passi sull’unica strada (sterrata) che attraversa la cittadina, è tutto polveroso e ricoperto da una patina rossa, quanto ci mancava l’odore della terra africana; da queste parti non vedono molti turisti, tutti ci notano e ci salutano festosamente, assistiamo alla fine di una partita di calcio in un piccolo campo, beviamo un succo di frutta fresca in un baretto, torniamo poi in hotel per cena ed una bella dormita.

Mercoledì 15 febbraio
Lasciamo Masindi, la pista è sterrata, procediamo piuttosto lentamente, troviamo ad un certo punto un ostacolo che ci costringe ad una deviazione, ci sono infatti due camion rovesciati che impediscono il passaggio di qualunque mezzo; non riusciamo a capire come su una pista per nulla trafficata si siano potuti scontrare due mezzi così grossi, ci diciamo che probabilmente è successo durante la notte e che forse i veicoli non avevano i fari funzionanti.
Che grosso disastro! chissà quanto tempo occorrerà per liberare la pista?
Giungiamo, poco dopo, all’ingresso della Budongo Forest, dove con un Ranger intraprendiamo un trekking, della durata di tre ore, alla ricerca degli scimpanzè: purtroppo non siamo molto fortunati, ne vediamo uno solo, nascosto tra i rami più alti di un albero; la foresta è comunque molto bella, è costituita da altissimi alberi di mogano, la consideriamo in ogni caso una piacevole camminata.
Riprendiamo la jeep, ci fermiamo per pranzo in un lodge (Sambiya River Lodge) lungo la strada, è impressionante, il lodge è carino, ma completamente vuoto; ci stiamo rendendo sempre più conto che qui il turismo è quasi nullo, ci riteniamo privilegiati per poter godere di tanta natura e bellezza in totale solitudine.
Dopo la sosta pranzo proseguiamo alla volta di Murchinson Falls National Park, ci aspetta una breve, ma faticosa per via del caldo, camminata fino a Top of the Falls, la sommità delle cascate; il Fiume Nilo, per la precisione il ramo Vittoria, chiamato anche Nilo Bianco, scorre in questo luogo, potente e tumultuoso, le sue acque confluiscono poco più avanti in uno strettissimo passaggio tra le rocce, compiono un salto di una quarantina di metri formando una stupenda cascata.
Costeggiamo dapprima il fiume con le sue ribollenti rapide, su un comodo sentiero raggiungiamo la sommità della cascata, dove il rumore è assordante e dove nubi di acqua nebulizzata ci avvolgono, sostiamo a lungo ad ammirare la forza tumultuosa della cascata ed a godere del fresco degli spruzzi.
Le ore trascorrono veloci, dobbiamo lasciare questo luogo stupendo e dirigerci verso il Nile Safari Camp, dove ci fermeremo per due notti.
Lungo la pista sterrata che attraversa tratti di savana vediamo i primi Uganda Kob (piccola antilope), alcuni facoceri, waterbuck (altra specie di antilope dalle dimensioni più grandi) e, in un piccolo corso d’acqua, un coccodrillino.
Arriviamo poco prima del tramonto in un posto idilliaco, ci accolgono con un fresco succo di frutta e piccoli asciugamani umidi, ma non è questo ciò che ci colpisce, è la vista mozzafiato sul fiume Nilo che ci lascia senza parole: ci troviamo su un’ampia terrazza in legno affacciata su un tratto molto largo del fiume, al cui interno ci sono diversi isolotti, lo spettacolo è straordinario, sulla riva opposta ci sono decine e decine di elefanti che si abbeverano, nell’acqua galleggiano numerosi ippopotami dei quali si ode distintamente il caratteristico verso, sugli isolotti si vedono ancora elefanti e ippopotami intenti a brucare la tenera e verde erbetta.
I bungalow non sono da meno della zona comune, sono una decina in tutto, ognuno è interamente costruito in legno ed ha una terrazza privata con vista fiume, dalla quale si può osservare in assoluta intimità lo spettacolo di numerosi animali.
Attendiamo il tramonto, ceniamo e poi a nanna nella “casetta di legno”, senza vetri alle finestre, solo zanzariere, dove nel buio totale (ad un certa ora spengono il generatore di corrente) ascoltiamo i mille suoni della natura.

Giovedì 16 febbraio
Sveglia prestissimo, è ancora buio, facciamo una rapida colazione e via di corsa, si attraversa il fiume con un ferry, ci troviamo all’interno del Parco pronti per un primo safari.
I panorami sono molto belli, si attraversano ampie distese di savana con numerosi alberi, tra cui acacie, alberi salsiccia e palme.
Questo è l’unico Parco ugandese dove si possono vedere le giraffe, siamo fortunati, ne vediamo subito un piccolo gruppetto di tre, un altro gruppo più numeroso, ma lontano ed infine prima di lasciare il Parco ne scorgiamo un terzo gruppo.
In Uganda ci sono poche specie animali, ma non ci possiamo lamentare, vediamo diversi tipi di antilopi in quantità considerevole, parecchi bufali, quattro elefanti adulti con tre piccoli e tre leoni molto vicini, uno dei quali ci offre un magnifico spettacolo: si arrampica sui rami di un albero e poco dopo si affaccia tra la vegetazione “per essere fotografato” in tutto il suo splendore, non mancano diversi facoceri e tantissimi uccelli.
Davvero niente male questo primo safari!
Torniamo al lodge soddisfatti ed affamati, ci aspetta un pasticcio di maccheroni al formaggio da leccarsi i baffi e mentre mangiamo possiamo osservare ciò che succede sulla riva del Nilo sempre popolatissima di elefanti ed ippopotami.
Si parte, subito dopo, per una crociera sul fiume che durerà circa 3 ore; il caldo è tremendo, ci sono anche parecchi insetti, ma presto ci facciamo prendere dallo spettacolo di numerosi ippopotami, coccodrilli pigramente addormentati sulle rive sabbiose, elefanti ed uccelli. Non mancano neppure intrepidi pescatori.
Ad un certo punto notiamo che sulla superficie dell’acqua galleggiano grossi blocchi di schiuma bianca, fenomeno che subito non riusciamo a spiegare.
Arriviamo all’ultimo tratto navigabile, un isolotto segnala il limite, da quel punto in poi la corrente è fortissima, l’acqua e le rapide vorticose annunciano la vicinanza della cascata; ci troviamo ora alla sua base, lo spettacolo è bellissimo anche da questo punto di vista e finalmente ecco spiegata la schiuma; il ribollire dell’acqua prima, durante e dopo il salto è tale da formare una schiuma densa e compatta che si divide in tanti frammenti, i quali galleggiano per un lungo tratto per poi sciogliersi.
Sostiamo per un po’ di tempo ad ammirare la cascata, facciamo poi ritorno al punto di partenza continuando ad osservare la vita che si svolge lungo il fiume.
Al lodge ci aspetta una sorpresa, questa sera barbecue in zona piscina, il cibo è ottimo, l’ambiente molto suggestivo, candele sul tavolo e fiaccole tutto intorno.

Venerdì 17 febbraio
Fantastico! La colazione questa mattina è accompagnata, oltre che dal solito spettacolo offerto dal Nilo, da numerose allegre scimmiette.
Lasciamo definitivamente il Nile Safari Camp e la zona di Murchinson Falls N.P.; la pista rossa e strerrata attraversa verdi campi coltivati e minuscoli villaggi. Ci fermiamo in prossimità di una piccola scuola, il maestro ed i bimbi improvvisano in nostro onore un allegro spettacolino canoro: tanta spontaneità ed accoglienza mi commuovono, ho gli occhi lucidi ed un nodo che mi stringe la gola, una volta risalita in macchina non riesco a trattenere le lacrime, i canti di quel gruppo di bambini resteranno per sempre un dolcissimo ricordo.
La pista continua rossa e sterrata, attraversa bananeti, campi di cotone, manioca e altre coltivazioni, lungo la strada si vedono biciclette stracariche di banane, donne che, sulla testa, trasportano taniche d’acqua o caschi di banane e numerosi studenti con le divise colorate; è curioso osservare come ogni ragazzino porti con sé cibo o acqua o legna o qualsiasi altra cosa che servirà per la preparazione del pranzo collettivo.
Le scuole sono costruzioni basse, dipinte di bianco, con i muri esterni decorati da murales raffiguranti il corpo umano, carte geografiche e tutte le lettere dell’alfabeto con relativo disegno, che meraviglia, la scuola qui sembra decisamente più allegra.
Le lezioni si svolgono all’aperto, è bellissimo l’effetto cromatico, ogni classe è composta da moltissimi ragazzini, ogni gruppo di ragazzi ha bluse di colore diverso (giallo, rosa, verde, viola, etc.); con il nostro passaggio, pur senza fermarci, creiamo inevitabilmente scompiglio, i ragazzini si sbracciano a salutarci, pensiamo che comunque non capiti molto spesso che passino turisti e con questo mettiamo a tacere il nostro senso di colpa.
Procediamo ancora a lungo attraversando campi e villaggi costituiti da gruppi di capanne di fango con tetti di paglia, non c’è un solo rifiuto, le donne spazzano con rudimentali scopini i cortili in terra battuta, dappertutto l’ordine e la pulizia sono impeccabili.
Facciamo una breve sosta presso un mercatino locale dove c’è uno sfoggio di colori vivaci e persone sorridenti, scattiamo qualche foto e compriamo un paccone di quaderni che insieme alle penne pensiamo di regalare da qui in avanti.
La pista si inerpica sulla falesia del Rift, da lontano si scorge il Lago Alberto, attraversa poi una regione agricola molto fertile, prosegue sinuosa tra bellissime piantagioni di tè; dopo aver superato villaggi e cittadine, nel pomeriggio arriviamo a Fort Portal, pernottiamo presso una piccola guest house con un bel giardinetto, dal quale teoricamente si dovrebbero vedere i Monti del Rwenzori, in pratica le nuvole nascondono le montagne, vabbè almeno sappiamo dove stanno!

Sabato 18 febbraio
Lasciamo di buon mattino Fort Portal, scendiamo verso il Semliki National Park, la pista è sterrata, curve e tornanti si susseguono fino in fondo alla vallata (Rift Valley): i panorami sono spettacolari, si attraversano immensi bananeti che crescono rigogliosi su colline e montagne, incontriamo tantissimi bimbi impegnati a custodire mandrie di buoi, attraversiamo anche alcuni villaggi.
Raggiungiamo la sede del Parco, ingaggiamo un Ranger e guidati dallo stesso attraversiamo, a piedi, una fitta e bellissima foresta di palme sino a raggiungere la zona di sorgenti termali chiamata Sempaya Hot Springs.
Usciti dalla foresta, attraversiamo su una passerella di legno una zona paludosa dove l’erba è alta e verdissima; raggiungiamo una pozza d’acqua sulfurea e bollente, molto suggestivi i vapori che si sollevano dall’acqua, il Ranger ci spiega che la sorgente è “maschio”.
Torniamo nella foresta per riuscirne in un punto diverso dove ci sono altre pozze d’acqua bollente con soffioni tipo geyser, queste sono “femmina”.
Nell’acqua bollente mettiamo a cuocere uova e matoke (banane verdi) che gusteremo poco dopo all’ombra di una tettoia di rami di palma.
Curiosità: i matoke hanno lo stesso sapore e consistenza delle patate.
In questa zona il caldo è opprimente, i soffioni d’acqua superano la temperatura di 100°.
Dopo lo spuntino, con una camminata di un’oretta nella foresta concludiamo il giro e facciamo ritorno alla stazione dei Rangers.
Risaliamo, con la jeep, la pista a tornanti percorsa in mattinata, scendiamo poi verso la Semliki Valley Wildlife Riserve, dove il fiume Semliki segna il naturale confine tra Uganda e Congo; raggiungiamo uno stupendo lodge (l’unico nel raggio di diverse centinaia di km), si tratta di un campo tendato, ogni “tenda” (parola diminutiva) molto ampia e spaziosa è collocata su una piattaforma di legno con vista sulla foresta, il bagno è interno alla tenda ed è un locale interamente costruito in legno, l’arredamento è semplice, lineare, ma molto ben curato, sarà bellissimo trascorrere la notte qui, nel buio totale, tra i mille suoni della natura.
E’ abbastanza presto, prima del safari delle 18 possiamo fare un tuffo in piscina.
Alle 18, con una guida locale, partiamo per un safari della durata di un paio d’ore, vedremo moltissimi Uganda Kob, babbuini e qualche elefante. In una piccola gola scorre un fiumiciattolo dove vediamo due kob che si stanno abbeverando, purtroppo la nostra presenza, anche se silenziosa, li spaventa ed è con grande dispiacere che li vediamo risalire, agitatissimi, la ripida parete della gola e poi scappare lontano.
Si torna al lodge per cena, subito dopo partiamo con una jeep scoperta e con due guide munite di una potente torcia, per il safari notturno, con la speranza di avvistare il leopardo o almeno qualche leone.
Il safari notturno sarà molto deludente, il nostro “bottino” ammonta a qualche mangusta ed un paio di genette, niente altro, non nascondo di essermi perfino addormentata.
Il peso dell’intensa giornata si fa sentire, crolliamo addormentati tre secondi dopo aver toccato il letto.

Domenica 19 febbraio
Ripercorriamo la strada fino a Fort Portal, per proseguire poi in direzione del Queen Elizabeth National Park; la strada attualmente è in costruzione, procediamo per lunghi tratti fuori pista, attraversiamo l’Equatore, scattiamo una foto ricordo sulla linea immaginaria che divide il nostro bel Mondo in due emisferi, poco dopo sostiamo per il pranzo pic-nic ai margini della strada, è molto carino, siamo circondati da kob e antilopi.
Dopo oltre 5 ore di viaggio raggiungiamo una zona del Parco chiamata Maramagambo Forest, ingaggiamo un Ranger armato, a piedi attraversiamo la foresta e arriviamo alla Bat Cave, una grotta naturale con milioni di pipistrelli; già da lontano si sente la puzza terribile dei loro escrementi, avvicinandosi all’ingresso della grotta aumenta la puzza ed aumenta anche la mia paura, non tanto dei pipistrelli quanto dei serpenti che dimorano nella grotta.
Ho troppa paura, non posso farcela, decido di non entrare, ma sono ancora più terrorizzata ad aspettare fuori da sola, quindi con gambe tremanti ed appiccicata al Ranger come una ventosa entro; l’ingresso - per fortuna - è largo, non mi preoccupano i pipistrelli appesi a grappoli a testa in giù e neppure quelli che svolazzano freneticamente, ho paura di ciò che striscia, i massi sui quali si cammina sono scivolosi e ci sono buchi ed anfratti dappertutto; il Ranger illumina con una torcia un buco posto sotto i nostri piedi, dentro ci sono due enormi pitoni che - meno male - dormono, non so come, trovo il coraggio di guardare, però mi aggrappo ancor più saldamente al mio “angelo custode”, del primo pitone si distingue benissimo la testa, il secondo è un ammasso attorcigliato, dopo qualche minuto ne abbiamo abbastanza di pipistrelli e pitoni usciamo dalla grotta.
Mi dico: però! che “carini” ‘sti pitoni!
Subito dopo nella mia testa prende forma un pensiero terribile: m'immagino di notte, col buio pesto, abbandonata in quella grotta… respiro profondamente e scaccio il pensiero, non oso immaginare il seguito!
Proseguiamo la “gita” nella foresta, poco dopo aver lasciato la grotta dei pitoni, il Ranger indica un punto davanti a noi e dice: “guardate, quello è un cobra!”. Questo proprio non riesco a farlo, giro di scatto la testa dalla parte opposta, attendo che il cobra si infratti sotto una roccia, praticamente non l’ho visto, ma passare lì vicino è stata dura, il terrore ha accelerato il mio battito cardiaco e povere le mie gambe non smettevano più di “agitarsi”, dopo l’incontro ravvicinato con il cobra per me il giro nella foresta poteva concludersi anche subito.
La vista di un piccolo laghetto blu ha contribuito a calmarmi un pochino, ma ho provato autentico sollievo solo al termine dell’escursione.
Sugli alberi del boschetto dove ha sede la stazione dei Rangers ci sono moltissime scimmiette nere e bianche dalla lunga coda anch’essa nera e bianca, le più curiose scendono a terra dimostrando di non essere per nulla spaventate dalla nostra presenza.
Raggiunta la nostra jeep, ci troviamo appollaiato un babbuino vanitoso che si sta rimirando in uno degli specchietti laterali.
Caro babbuino siamo spiacenti di “rompere”, ma dovremmo proseguire il viaggio.
Bravo babbuino, si allontana senza fare troppe storie, possiamo così salire in auto e proseguire; dopo non molto arriviamo al Jacana Lodge, carinissimo, molto romantico, immerso nella foresta, con bungalow affacciati su un laghetto vulcanico perfettamente circolare, il lago è malinconico perché il clima caldo/umido rende il cielo un po’ grigio, di conseguenza anche il colore dell’acqua è spento, peccato! Perché il luogo è veramente carino.

Lunedì 20 febbraio
Sveglia alle 6,30 per un safari in una zona del Parco dove si dice ci siano i leoni, nella savana, che presenta purtroppo estese zone bruciate; vediamo kob e waterbuck, facoceri e pochi altri animali, scorgiamo al termine del nostro giro solo due leoni piuttosto lontani e nascosti nell’erba alta.
Torniamo al lodge per pranzo, ci spostiamo poi nella zona del Parco chiamata Mweya Sector per una gita in barca sul canale Kazinga che unisce il Lago Edward al Lago George.
La navigazione risulta piacevolissima, due ore di full immersion in un documentario straordinario, sulle rive del canale ci sono branchi con numerosi bufali, moltissimi elefanti e centinaia di ippopotami con parecchi piccoli, spesso gli animali sono mescolati disordinatamente tra loro, lo spettacolo è suggestivo, si costeggiano penisole sabbiose popolate da migliaia di uccelli diversi, riconosciamo pellicani, aironi, aquile pescatrici, ibis, egrette, cormorani, ci sono uccelli di ogni forma e colore che purtroppo non conosciamo, l’insieme è incredibilmente bello, spettacolare vedere vari stormi sollevarsi in volo.
In disparte, lontano dai “grandi”, vediamo anche timidi gruppi di kob.
Il canale chiama ad abbeverarsi proprio tutti.
Proseguendo vediamo alcuni villaggi di pescatori, che stanno tranquillamente in acqua, noi siamo comunque impressionati perché a poca distanza dagli uomini abbiamo visto gli ippopotami.
Due ore passano velocissime, ci spiace “uscire” dal documentario, lasciare il canale e tutta la sua vita.
Prima di tornare al lodge facciamo un safari in questa zona del Parco, che paesaggisticamente è bellissima, anziché le classiche acacie qui troviamo stupende euforbie a candelabro, le vedute sul canale sono magnifiche.
Mentre avanziamo sulla pista un branco di una ventina di elefanti attraversa la strada proprio a pochi metri dalla nostra jeep; ci arrestiamo di colpo ed in totale silenzio ammiriamo gli enormi pachidermi che avanzano proteggendo i piccoli al seguito.
Purtroppo sopraggiunge un pulmino stracarico di turisti vocianti che interrompe l’attraversamento degli elefanti, i turisti fanno così tanto rumore che il più grosso degli elefanti si irrita e inscena una carica, i cretini anziché scorgere il pericolo sono ancora più “eccitati”.
Complimenti “signori” avete rischiato la carica di un elefante e ci avete rovinato uno spettacolo straordinario.
Togliamo tutti il disturbo e lasciamo che il gruppo di elefanti si ricomponga.
Proseguiamo vedendo diversi waterbuck ed una famigliola di maiali di foresta, abbastanza simili ai nostri cinghiali.
Usciamo dal gate di Mweya Sector per far ritorno al Jacana Lodge; sulla strada asfaltata c’è un cospicuo gruppo di babbuini, alcuni hanno i piccoli aggrappati alla pancia, una femmina sta allattando il proprio piccolo, ci divertiamo a dar loro alcune banane.
L’ultimo tratto di pista che conduce al lodge è una sinuosa striscia di terra che attraversa la savana dall’erba alta e verde punteggiata da spighe bianche, l’effetto è straordinario, sembra un paesaggio montano, non mancano numerosi kob, davvero molto bello questo percorso.
Gli ultimi raggi di sole illuminano il canale Kazinga che serpeggia in lontananza facendolo sembrare un nastro argentato, sullo sfondo si sfumano su vari strati i profili di colline e montagne con colori che vanno dall’azzurro, al blu, al viola.
Cala la notte e con nella mente le ultime bellissime immagini della giornata ci addormentiamo tra i suoni della foresta, al sicuro nella “casetta” di legno affacciata sul piccolo lago vulcanico.

Martedì 21 febbraio
Durante il trasferimento da Jacana Lodge a Mweya Lodge un branco di oltre 30 elefanti attraversa la pista, questa volta non ci sono scocciatori, possiamo goderceli in tutta tranquillità, ci sono grandi e piccoli, procedono in fila e la cosa che ci meraviglia è che nonostante il numero e le dimensioni degli adulti sono assolutamente silenziosi, il passo degli elefanti, contrariamente a quel che si può pensare, è molto leggero e silenzioso.
Andiamo ad esplorare la spettacolare zona dei crateri, si attraversano dapprima distese di savana punteggiate da bellissime acacie, gli animali qui sono pochi, ma i panorami sono straordinari; facciamo il giro di diversi crateri sino ad arrivare a Baboon Cliffs, picco dove la pista termina e non è più possibile procedere in macchina, da dove si può godere di una vista mozzafiato sul più grande e profondo dei crateri; i colori sono bellissimi, il silenzio è totale, stiamo parecchio tempo in contemplazione di tale immenso spettacolo.
L’escursione termina ad un ultimo cratere pieno d’acqua, il risultato è un bellissimo laghetto azzurro dove si specchiano bianche nuvolette.
Facciamo una sosta per il pic-nic sotto un padiglione, ora decadente, che fu costruito nel 1954 per ospitare la Regina Elisabetta.
Sua Maestà che “noia” dev’essere stato per Lei il viaggio in terra d’Uganda all’epoca popolatissima di tutte le specie animali e chissà quali prelibatezze le sono state offerte sotto questo stesso padiglione, altro che le nostre scatole piene di “schifezze” varie.
E’ solo una battuta ironica, in realtà ci sentiamo altrettanto fortunati.
Dopo pranzo, con calma, ci spostiamo al lodge, con bungalow costruiti su un promontorio che sta tra il Lago Edward ed il Canale Kazinga; la vista è superba, ci prendiamo una “pausa meditativa”, ne approfittiamo per un po’ di relax osservando buffi facoceri che “pascolano” proprio davanti alla nostra veranda e coloratissimi uccellini che si avvicinano senza timore, prima di un nuovo safari nel Parco riusciamo anche a fare una nuotata in piscina.
Il safari ci regalerà un altro branco di circa 20 elefanti, i “soliti” facoceri, waterbuck, maiali di foresta e bufali; verso il tramonto, tornando al lodge, notiamo un gran trambusto, in lontananza sono stati avvistati tre leoni, ci fermiamo a dare un’occhiata, ma anche con il binocolo più che vederli li intuiamo.
Anche oggi è stata una giornata intensa e ricca, ceniamo e andiamo a dormire pienamente soddisfatti.

Mercoledì 22 febbraio
Sveglia alle 6, una veloce tazza di tè, si parte al buio e sotto una pioggia battente per un safari che non sarà molto fruttuoso; si comincia a vedere qualche animale solo quando schiarisce, le prime sono due iene che con il tipico aspetto sinistro ed il pelo bagnato sono ancora più brutte, stanno bevendo da una pozzanghera, poi qualche elefante, antilopi varie, facoceri e bufali.
Ci spostiamo in una diversa zona del Parco con la speranza di vedere qualche leone; incontreremo un gruppo di 5 iene, poco distanti altre 2 e cosa inaspettata un lungo pitone (almeno tre metri) ormai con questo rettile ho preso "confidenza", scendo dalla jeep per fotografarlo e osservarlo fino a che si imbosca in un cespuglio (a debita distanza sia chiaro!)
D’ora in poi una cosa è certa, non mi nasconderò mai più dietro un cespuglio per la pipì.
Il safari prosegue attraverso una zona bruciata del Parco dove non c’è nulla, non ci spieghiamo perché Tom abbia lasciato un tratto di savana piena di kob in favore di quest’area secca e bruciata.
La nostra impressione è che Tom non abbia una grande esperienza ed un grande “occhio” in fatto di animali, è anche capitato che scambiasse un termitaio lontano per un leone accovacciato, resta comunque un caro ragazzo, sicuramente con l'esperienza aumenteranno anche le sue conoscenze.
Si è fatta, nel frattempo, ora di pranzo, torniamo al lodge e, mentre aspettiamo sulla terrazza che il ristorante apra, vedo tra i rampicanti un serpentello lungo e sottilissimo, che furbacchione si mimetizza perfettamente, ne individuo la testolina ed un occhietto vispo, lo fotografo e lo tengo costantemente d’occhio, certo che d’ora in poi avrò dei problemi anche ad appoggiarmi alla balaustra con i rampicanti.
Nel primo pomeriggio partiamo alla volta della Gola di Kyambura, canyon scavato nella savana, sul fondo del quale scorre un fiume, le pareti rocciose sono ricoperte da una fitta foresta di altissimi alberi.
Scendiamo sul fondo della gola per un ripidissimo sentiero; fatti pochi passi, tra i rami di un albero c’è una famigliola composta da due scimpanzè adulti e tre piccoli, ci divertiamo ad osservare le loro evoluzioni, sono attivissimi, soprattutto i piccoli, buffissimi con la codina chiara e quei musetti che viene voglia di stropicciare.
Lasciamo gli scimpanzè e proseguiamo lungo il fiume fino ad un “ponte” (un tronco messo di traverso sull’acqua) che Paola, mia guida “spirituale” nell’organizzazione di questo viaggio, ha avuto il coraggio di attraversare, noi codardi invece facciamo dietrofront, torniamo a salutare gli scimpanzè, risaliamo il sentiero che sembra ancora più ripido, salutiamo il Ranger che ci ha accompagnato e facciamo ritorno al lodge.
Stiamo cenando quando si avverte una grande agitazione; andiamo a vedere cosa succede e sorpresa… un hippo è salito dal lago fin quassù e sta “potando” le siepi del giardino.
Si è formata una gran folla, tutti osservano l’impavido animale che indifferente del pubblico e di un faro che lo illumina continua a mangiare.
Il Mweya lodge non finisce mai di sorprenderci, è incredibile la quantità di animali che vi circola liberamente.

Giovedì 23 febbraio
Oggi si conclude il nostro giro in Uganda, in serata dovremmo entrare in Rwanda.
Prima di uscire definitivamente dal Queen Elizabeth N.P. vediamo per l’ultima volta gli animali, che questa mattina, con il bel tempo, sono più numerosi, sembra che i cuccioli di ogni specie si siano dati appuntamento proprio ora per salutarci.
Il percorso odierno si alterna su strade asfaltate e piste sterrate, i panorami sono di struggente bellezza, si attraversano fitti boschi di eucalipti, colline coltivate a tè, immensi bananeti, zone di papiri, pascoli verdissimi dove si nutrono belle muccone dalle corna enormi.
A metà mattina comincia a piovere a dirotto, i colori si smorzano ed il paesaggio è avvolto da nebbiolina.
Il viaggio prosegue attraverso foreste di bambù e fazzoletti di terra coltivati, le colline con le più svariate sfumature di verde e rosso sembrano enormi patchwork.
Smette di piovere, l’odore della terra bagnata rievoca lontani ricordi, la pista sale e scende su colline e alture, spesso nei punti più elevati attraversiamo le nuvole.
Facciamo una breve sosta per fotografare tre splendide gru coronate, animale simbolo di questo Paese.
Dall’alto di un passo la vista sulla catena dei vulcani è spettacolare.
Arriviamo al confine con il Rwanda, per i funzionari ugandesi è tutto regolare, compiliamo i moduli, ci timbrano i passaporti, ma ci avvisano che dalla parte rwandese è tutto chiuso.
Increduli, attraversiamo a piedi i 100 metri terra di nessuno, purtroppo ci confermano che non si passa, il Governo del Rwanda ha dato ordine di bloccare le entrate e le uscite per via delle elezioni che, proprio oggi, si stanno svolgendo in tutta l’Uganda.
Forse domani tutto tornerà alla normalità.
Abbiamo prenotato i permessi per i gorilla per domani, chissà se passeremo davvero il confine e chissà se arriveremo in tempo?
Scoraggiati per la “sorpresa” non ci resta che pernottare in zona, troviamo alloggio in una piccola e semplice guest house a Kisoro.
Ricomincia a piovere e proseguirà per buona parte della notte.
Annotazione: in tutta l’Uganda il giorno 23 febbraio 2006 si è votato.
Abbiamo visto lungo la strada i seggi, aree squadrate, in prevalenza prati verdi, delimitate da nastri bianchi, scatole di plastica trasparente quali urne, ovunque file ordinate di persone vestite a festa in paziente attesa del proprio turno di voto.
L’impressione che abbiamo avuto è molto positiva, massiccia la partecipazione e soprattutto vissuta come momento di festa.
Risultato delle elezioni comunicato ufficialmente qualche giorno dopo: rieletto a grande maggioranza il Presidente uscente Museveni.

Venerdì 24 febbraio
Sveglia alle 5,15, si parte prestissimo per il confine, ma la frontiera rwandese e ancora chiusa.
Dovremo attendere tre ore, nella più totale incertezza, prima di veder alzare la sbarra che ci separa dal Rwanda.
Tempo fa avevamo visto al cinema il film “La sposa Siriana”, è esattamente in quella condizione che ci sentiamo.
Le formalità da sbrigare vanno un po’ per le lunghe, ma finalmente alle 9,30 passiamo.
Il Paese si presenta da subito affollatissimo, ci sono fiumi di persone lungo la strada, nei campi, dappertutto, moltissimi i bambini.
Tutto appare in ordine e pulito, le persone, che qui vedono pochissimi turisti, sono ancora più festose dei vicini ugandesi, i loro sorrisi sono spontanei, i bimbi sbucano da ogni angolo ed accorrono solo per salutarci, ci sono decine e decine di manine sventolanti, nessuna richiesta di denaro o altro come invece succede in altri Paesi.
Solo qualche bimbo chiede bottiglie di plastica vuote, non sappiamo se servono per la raccolta dell’acqua o per giocare o chissà che altro, purtroppo non ne abbiamo neppure una, ci si stringe il cuore pensando a quante ne abbiamo vuotate nel corso di questo viaggio, se si sapessero in anticipo tante cose, non costerebbe davvero nulla esaudire piccole richieste come quest’ultima.
Tutto è normale, non c'è traccia di quel che è accaduto, ma nel guardare gli adulti provo un senso di angoscia, non riesco a non pensare a quanto è accaduto nel 1994, in ogni volto cerco risposte che non trovo, mi domando:
Tu da che parte stavi? sei uno dei pochi sopravvissuti? oppure imbracciavi il machete? sei hutu o tutsi?
Vittime in ogni caso, strumenti dell’arroganza di potenti e corrotti che hanno indotto all’odio ed al massacro un popolo che tutto sommato conviveva più o meno pacificamente.
Rabbia, orrore, dolore, vergogna per rappresentare anche se indirettamente ed involontariamente la parte sbagliata (Europa ed Occidente hanno gravi responsabilità per quanto successo e soprattutto per non aver fatto nulla per bloccare la tragedia) e molti altri sentimenti si accavallano nei miei pensieri, ho letto molti libri sul Genocidio, pensavo di essere sufficientemente preparata, invece…
Dal finestrino dell’auto vedo scorrere immagini di persone e panorami, non riesco tuttavia a memorizzare nulla, le casupole con la scritta “Memorial Genocide” non contribuiscono a cambiare i miei pensieri.
Verso le 11 raggiungiamo la cittadina di Kinigi, ci troviamo nei pressi del Parc National des Volcans; ci presentiamo presso gli uffici del Parco (ORPTN), purtroppo siamo in forte ritardo, per oggi non è più possibile partire per il gorilla tracking.
Ci accordiamo per domani.
Slittano anche i programmi successivi, nel senso che dovevamo entrare in Congo questa sera.
Facciamo quattro conti, se rinunciamo alla visita della Nyungwe Forest, ultima tappa del viaggio, la navigazione sullo splendido Lago Kivu ed una seconda visita ai gorilla del Parco Khauzi-Biega sono ancora possibili.
Prendiamo accordi, per le modifiche, con Daniel, congolese, che gestisce l’organizzazione di questa parte di viaggio che si sviluppa in Congo.
Tutto sommato le “perdite” sono accettabili.
Ci sistemiamo al Mountain Gorilla Nest lodge, costituito da semplici bungalow disposti a semicerchio, tutto attorno una corona di altissimi eucalipti; nel giardino ci sono bellissime gru coronate, stiamo un po’ di tempo sulla veranda guardandoci intorno, arrivano, pochi per volta, i turisti che hanno appena terminato il gorilla tracking, siamo impressionati dallo stato dei loro scarponi che sono ridotti a zolle di fango.
Ci troviamo a circa 2.500 metri d’altezza, fa freddo, siamo un po’ sottosopra per i fatti accaduti durante la giornata e per i pensieri che continuano ad affollare la nostra mente, decidiamo di ritirarci e di infilarci sotto i caldi piumini che ricoprono i due letti gemelli, inevitabilmente ci addormentiamo.
Poco male, domani sarà una giornata piuttosto dura, ben venga qualche ora di riposo.
Ci svegliamo che è quasi buio, dopo una bella doccia calda recuperiamo dal borsone i pile che pensavamo di non usare più fino al ritorno in Italia, aspettiamo l’ora di cena e poi di nuovo a nanna, domani mattina sveglia prestissimo.
Gorilla fatevi belli che tra poco ci si vede!

Sabato 25 febbraio
Alle 7 precise siamo negli uffici del Parc National des Volcans, esibiamo i permessi prenotati e pagati 7 mesi fa, ci assegnano una guida e attendiamo che vengano formati i gruppi.
Ci siamo! Siamo 8 persone, il gruppo di gorilla di montagna che andremo a visitare è il più numeroso, si tratta del gruppo Susa, composto da 35 individui, con ben 4 maschi dominanti (silverback). Il vulcano Karisimbi, dove si trovano i “nostri” bestioni è il più lontano.
La guida elenca le rigide regole alle quali dobbiamo sottostare, ci mostra le foto di tutti i gorilla appartenenti al gruppo, dopo le ultime istruzioni siamo pronti, si può finalmente partire.
Con le jeep percorriamo una pista sterrata molto sconnessa, in circa due ore raggiungiamo il “nostro” vulcano (ogni gruppo di turisti visiterà i gorilla in un luogo diverso) posteggiamo, alle 9,30 comincia quella che sarà una lunghissima ed inimmaginabile avventura.
Attraversiamo dapprima campi coltivati, entriamo in un fitto bosco di bambù ed infine nel folto della foresta.
Non c’è sentiero, davanti a noi i battitori aprono, a colpi di machete, in un intrico di vegetazione alta e spinosa, un passaggio. Si sale ripidamente, il percorso è molto faticoso, siamo stremati dal caldo, dalle punture delle spine, dal prurito delle ortiche che ci torturano nonostante abbiamo braccia e gambe coperte da indumenti di tessuto spesso, come se non bastasse ci sono le zanzare più grosse del Mondo, non sono portatrici di malaria, ma sono piuttosto inquietanti, spesso si scivola e si cade.
Camminiamo ormai da oltre tre ore, la guida è in costante contatto radio con i tracker che sono vicini ai gorilla, ma noi siamo ancora lontani.
Durante le brevi soste per riprendere fiato, la guida ci mostra orchidee, lobelie e altri tipi di piante, ma nessuno ha energie da spendere anche solo per scattare una foto, siamo indifferenti a tutto ciò che la natura offre con grande generosità.
Dopo l’ultima segnalazione la guida comunica che smetteremo di salire, ora si procede in orizzontale in un tratto di foresta ancora più fitta ed impenetrabile fino a quando davanti a noi la “strada” finisce e ci affacciamo su una valletta piuttosto profonda.
Siamo smarriti quando la guida ci comunica che dobbiamo scendere in quel barato per poi risalire sull’altro versante.
Ci vorrebbe un bel ponte (come direbbero a Zelig: ho fatto la battuta!)
La guida dice: “non preoccupatevi, vi aiuteremo!”
Non siamo molto tranquillizzati da queste parole, ma non abbiamo scelta.
L’impresa si rivela ancor più difficile e, se possibile, ancora più faticosa di quanto potessimo immaginare, richiederà ancora 1,30 ore di cammino (parola grossa!); procediamo molto lentamente perché la vegetazione è fittissima, il terreno umido e scivoloso, spesso lo strato di foglie e di rami secchi nasconde buche dove si sprofonda fin oltre il ginocchio, procediamo in silenzio con grande sforzo, aiutati nei tratti più difficili dal personale che ci scorta, che prima apre un varco nella vegetazione e poi ci sorregge saldamente - uno ad uno - nei punti più ripidi sia in discesa che in salita; in un tratto particolarmente ripido e senza appigli naturali siamo costretti a sederci per terra e a lasciarci scivolare in quella che sembra una discesa senza fine, non senza timore delle spine, che fortunatamente solo lì hanno avuto pietà di noi e soprattutto dei nostri fondoschiena.
Ci sono momenti in cui, sopraffatta dalla fatica, penso di rinunciare (pensiero che a fine giornata ognuno di noi confesserà di aver avuto), mi dico: “ma che m’importa dei gorilla!” vado in ogni caso avanti, i volti dei miei compagni sono contratti dalla fatica e dalla sofferenza, ci troviamo oltretutto ad un’altezza di 3.500 m.
La guida è sempre in contatto radio con i tracker, ma sembra che il momento dell’incontro non arrivi mai, stiamo ormai arrancando da 4,30 ore quando sento pronunciare una frase alla quale fatico a credere: “Ci siamo! Ancora due minuti!”.
Sentiamo altre voci umane, sono la prima della fila, quindi la prima a raggiungere una persona dal volto sorridente che allunga una mano e mi tira su per l’ultimo ripido gradino, dice qualche cosa che non capisco, sono distrutta e confusa, ho la testa che mi scoppia, seguo con lo sguardo la direzione indicata dalla sua mano, vedo un cespuglio, poco sopra… la testa e le spalle di un primo gorilla, non ho reazioni, poi intravedo tra la vegetazione una grossa macchia nera, è il faccione enorme di un silverback, la dimensione di quella testa è impressionante, ho visto i gorilla in fotografia, ma non avrei mai immaginato che fossero tanto enormi, sono stupefatta, mi scuoto e realizzo, è proprio finita, sono davanti ai gorilla, l’emozione finalmente si fa largo.
Arrivano anche gli altri, vedo occhi lucidi dalla commozione, sento commenti di stupore, di meraviglia e di sollievo per la fine delle fatiche e dei tormenti, è un momento intenso per tutti, a quel punto passa tutto, non sento più la fatica e tutto il resto, mi isolo, non sento e non vedo più nessuno, ora ho occhi e sensi solo per i gorilla.
Aggiriamo il cespuglio che li nasconde, ed eccoli - subito dopo - vicinissimi proprio davanti a noi, ora vedo il silverback per intero, è enorme, poi qualche adolescente e diversi cuccioli, il maschio dominante è tranquillo, prima sta seduto strappando rami e mangiando le foglie, poi si sdraia pigramente a pancia all’aria, un piccolo si batte i pugni sul petto, non potevo credere che facessero davvero quel gesto, invece l’ho appena visto! altri giocano, si rincorrono, fingono di azzuffarsi in un groviglio confuso, finiscono poi con l’abbracciarsi teneramente, altri due si avvicinano a meno di due metri, sono attimi veramente intensi, devo riconoscere che i racconti di altri viaggiatori, letti in precedenza, non sono per nulla esagerati, si può capire l’esatta intensità dell’emozione solo nel momento in cui la si prova di persona.
Dopo aver osservato e strafotografato questo primo gruppetto familiare, ci spostiamo di pochi passi, in una radura tanto bella da sembrare quasi un set cinematografico c’è un altro gruppo di gorilla con due silverback, uno impegnato a mangiare foglie servendosi di due bellissime manone, fatte proprio come le nostre, ma un “pochino” più grosse e nere, l’altro indeciso tra il guardarsi intorno o dormicchiare, finirà col scegliere di fare una pennichella dopo aver sonoramente svuotato la pancia dall’aria che evidentemente lo tormentava.
Grosso l’animale, adeguato il boato!
Tra i cespugli, i tracker aprono con il machete una “finestra”, dietro c’è una femmina con in braccio l’ultimo nato, una palla di pelo arruffato di circa 6 mesi, tutto ritto e con due occhioni vispi e spalancati, una vera bellezza, non sbaglio nel dire che è la “star” più ammirata e fotografata.
Una femmina adulta si avvicina ad uno dei silverback, si mette spalla a spalla con il bestione, appoggiando infine la testa a quella del compagno, che tenerezza, se non fosse che sono enormi e pelosi sembrerebbero umani, mi fanno pensare ad una coppia di vecchietti innamorati.
I gorilla sono parecchi, non voglio perderne neppure uno, giro lo sguardo ovunque e vedo scene tenerissime come quella di due cuccioli che si rincorrono sui rami di un albero o quella comica di un gorilla troppo pesante per il ramo scelto, costretto ad aggrapparsi in extremis per non cadere, infine l’enorme silverback che, terminato il pasto, seduto su un letto di foglie tiene d’occhio tutta la discendenza.
L’ora a disposizione sta per scadere, la guida annuncia che mancano 5 minuti, ci prepariamo a salutare i gorilla, scattiamo le ultime foto e diligenti ci avviamo per il ritorno.
Ciao gorilla di montagna, potervi osservare è stato un privilegio ed una emozione grandissima.
Grazie mille a voi e soprattutto a tutto il personale del Parco.
Ci aspettano altre tre ore di cammino. E’ stata una faticaccia, ma l’ora trascorsa con i gorilla vale sicuramente il sacrificio.
Due ore di macchina per tornare in albergo, siamo così stanchi che non avremmo neppure voglia di cenare, ma, avendo saltato il pranzo, ci imponiamo di farlo, subito dopo a nanna con i muscoli indolenziti e numerose escoriazioni provocate dalle spine, ma con il ricordo dei faccioni, degli sguardi saggi dei gorilla e del pelo arruffato del più piccolo.

Domenica 26 febbraio
E’ di ieri sera la notizia di un problema con il volo di ritorno (programmato per il giorno 28 alle ore 20,40 con partenza da Kigali, scalo a Nairobi e successiva prosecuzione per Bruxelles e Milano Malpensa) ma eravamo troppo sconvolti per pensarci, era più urgente fare una dormita e soprattutto non volevamo offuscare con nessuna “nube” il bellissimo ricordo dei gorilla.
Questa mattina però occorre affrontare il problema, non ci resta altra scelta che recarci a Kigali.
Da qualche parte, purtroppo, stava scritto che in Congo non saremmo mai arrivati!
Della strada da Kinigi a Kigali ho un ricordo vago, l’unico dettaglio ben impresso nella mia mente è un bellissimo lungo fiume rosso che serpeggia tra il verde dei campi, attraversato in più punti da ponticelli di legno, sono molte le immagini di quel fiume che avrei voluto fissare, ma niente soste, fotografare attraverso il finestrino dell’auto in corsa è cosa che non mi piace, risultato di quel fiume non ho alcuna foto. Lo ricorderò solo mentalmente.
Dovevamo andare a pranzo, l’ultimo giorno, presso l’hotel Des Mille Collines, invece ci resteremo “parcheggiati” per quasi due giorni in attesa dell’apertura degli uffici SN Brussels Airlines (si trovano proprio all’interno dell’hotel) e di capire cosa ne è stato del nostro volo.
Stare in questo hotel, tristemente famoso (ricordo il film “Hotel Rwanda” ed il libro “Una domenica in piscina a Kigali”) è angosciante, il complesso è lussuoso, il giardino curatissimo e la piscina perfetta, ma conoscere i fatti accaduti proprio qui e solo 12 anni fa ci riempie di tristezza, non riusciamo a gradire il soggiorno in questa struttura, tanto meno ne apprezziamo la piscina, teatro di vicende drammatiche.

Lunedì 27 febbraio
L’ufficio della compagnia aerea apre alle 8, a quell’ora siamo già in molti in coda, tutti per lo stesso problema.
La tratta del volo Kigali-Nairobi è stata annullata e - fatto grave - la compagnia aerea non ha previsto alcuna riprotezione o soluzione.
Per far ritorno a casa dobbiamo raggiungere Nairobi (da dove il volo per Bruxelles parte regolarmente alle 23,59) autonomamente e a nostre spese prenotandoci sull’unico volo della giornata operato da Rwandair Express alle ore 14,00.
Inutili le proteste, la compagnia aerea belga è un muro di gomma, non ci resta che acquistare i biglietti per quell’unico volo di collegamento con Nairobi ad una cifra esorbitante, 353 USD cadauno, durata del volo un’ora e 20 minuti.
Fatto l’ “acquisto” non ci rimane altro da fare che attendere domani, passeremo la nostra ultima giornata di vacanza preparando i bagagli, leggendo e scrivendo appunti di viaggio, purtroppo anche oggi l’hotel Des Mille Collines non ci fa sentire meglio.

Martedì 28 febbraio
Alle 11 Tom ci accompagna in aeroporto, dove riesco a consegnargli un “regalo” portato dall’Italia che lo commuove moltissimo, ci salutiamo infine con la promessa di restare in contatto.
Comincia il “calvario” del ritorno che tra estenuanti lunghissime attese in transito nei vari aeroporti, ritardi e voli effettivi terminerà a Malpensa dopo oltre 24 ore.
Di tutto ciò “ringraziamo” la compagnia aerea belga.
Per noi il viaggio, quello vero, ricco di emozioni da ricordare per sempre termina con le immagini dei gorilla, i fatti sgradevoli avvenuti in seguito non trovano posto nei nostri ricordi, il tempo ci aiuterà a rimuoverli definitivamente.

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