Il Gujarat, una delle mille facce dell’India

in viaggio con SANDAP in India

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Il Gujarat, una delle mille facce dell’India

Durante l’estate decidiamo di tornare in India; ci siamo già stati altre cinque volte visitando sia le regioni del nord che quelle del sud, nonostante questo ne abbiamo ancora tanta da vedere, scegliamo quindi di visitare la regione del Gujarat compresa fra il Pakistan ad est e confinante ad ovest con il Rajasthan al nord di Mumbai (Bombay).
Mi metto in contatto con il mio amico Yasin che insieme al padre dirige la sua agenzia di viaggi a New Delhi, del resto m’inviava spesso i loro programmi, gli chiedo di programmarmi un viaggio di circa 20 gg che partendo da Mumbai comprenda i principali punti d’interesse di questa regione che ancora non è troppo visitata dal turismo di massa. Gli chiedo un programma personalizzato per noi due, auto con autista per tutto il circuito e pernottamenti in alberghi di media – alta categoria, escludendo i pasti dove invece c’è la necessità di pensione completa. La sua risposta è quasi immediata, mi manda un programma di massima a cui posso fare alcune modifiche o richieste, mi prenota pure i voli in combinazione Lufthansa – Swiss in partenza da Roma. Gli faccio notare che se anche la tariffa è molto conveniente (circa 600 Euro A/R) essere a Roma per partire da Fiumicino alle 10:00 significa per avere un margine di sicurezza garantito arrivare la sera prima quindi pernottamento e cena vicino all’aeroporto, senza considerare che solamente il treno da Firenze a Fiumicino costa già la bellezza di 58 Euro, quindi la convenienza va a farsi benedire, quindi mi sposta la partenza da Firenze Peretola con un supplemento di soli 100 Euro. Il volo viene quindi a costare 710 a persona: Firenze/Francoforte/Mumbai (andata) Delhi/Zurigo/Roma (ritorno).
Nella mia richiesta preciso che gradirei che tutto fosse programmato in modo tale da fermarsi a Pushkar durante lo svolgimento della fiera ed al tempo stesso d’effettuare un’ulteriore sosta a Jaipur durante l’avvicinamento di ritorno a New Delhi. Basta chiedere ed ecco che dopo ancora qualche giorno arriva il programma definitivo Arrivo a Mumbai, visita della città, volo interno per Ahmedabhad, tour completo del Gujarat in auto con autista, pernottamenti con trattamento B&B tranne dove invece abbiamo trattamento di pensione completa (tre volte) sosta a Pushkar e Jaipur come richiesto, totale 1800 Euro. C’incontriamo al GTT di Rimini mi danno voucher e biglietti elettronici.
Per il resto il prezzo del visto rivolgendomi ad un’agenzia di Firenze mi viene a costare altri 100 Euro, per quanto riguarda poi le spese durante tutto il viaggio: pasti, ingressi a parchi, musei,e monumenti vari, mance, souvenir e regalini abbiamo speso meno di 250 Euro a testa!Fra templi, palazzi fastosi, villaggi, natura e l’incredibile fiera dei cammelli di Pushkar29 Ottobre 2010 Venerdì Mumbai
Atterriamo a Mumbai alle 0.45 circa, addirittura con qualche minuto d’anticipo. Le pratiche di dogana ed immigrazione sono praticamente inesistenti, ma aspettiamo quasi mezz’ora per ritirare i bagagli. Ci portiamo verso l’uscita, l’aeroporto è stato recentemente rinnovato,e quindi con un aspetto decisamente migliorato dalla volta precedente anche se sono passati dieci anni dall’ultima volta. Usciamo e notiamo subito il cartello con il nostro nome mostrato dalla persona che ci sta aspettando, è un incaricato che c’è venuto a prendere con il pulmino dell’albergo dove passeremo la notte. Siamo stanchi ma non stanchissimi, il volo da Francoforte e di poco più di sette ore ed essendo in Italia ancora in vigore l’ora legale il jet lag si riduce a solo tre ore e mezzo, quindi quando arriviamo in albergo secondo il nostro orologio biologico non è ancora mezzanotte.Comunque andiamo subito a dormire, ci viene detto che abbiamo appuntamento con una guida per la visita della città intorno alle 9.
Riposiamo abbastanza bene e dopo una prima colazione già in stile indiano siamo pronti per cominciare.Solo al mattino ci rendiamo conto che l’albergo Ramee Guestline è nel quartiere periferico di Juhu anche se può essere comodo per l’aeroporto.Infatti puntualmente arriva un autista con una macchina, per fortuna non si tratta di una vecchia Ambassador ma è un modello non importato in Italia della Suzuki. Il traffico è semplicemente caotico, ci sono i classici e caratteristici tuk-tuk ricavati dai furgoncini Ape della Piaggio in numero incalcolabile che s’infilano in ogni spazio libero disponibile, tantissimi vecchi taxi 1100 Fiat gialli e neri, con il tassametro esterno posizionato sul parafango sinistro,auto private normali,vecchi autobus, camion, motorini con almeno tre persone sul sellino, biciclette e pedoni tutti in mezzo di strada senza seguire apparentemente nessuna regola scritta, ad aggravare ancora di più è il suono dei clacson che vengono suonati anche se non ce n’è nessun bisogno. La precedenza sembra appartenere o al più grosso o a chi s’immette per primo ad un incrocio. Attraversiamo all’inizio un quartiere abbastanza povero, subito appare il volto tipico dell’India dove un’estrema indigenza contrasta con le insegne pubblicitarie di grosse Compagnie multinazionali, impieghiamo quasi due ore per arrivare verso la zona centrale e sul lungomare. Chiedo di farmi arrivare ad una banca per cambiare i soldi, mi accompagna da un cambia valute all’internodi un negozio cambio 100 euro a 60:1.
Facciamo la prima sosta al Mani Bhavan l’edificio dove Ghandi passò molti anni della sua vita dal 1917 al 1934 e fu il quartier generale dove organizzò e condusse il suo movimento che avrebbe condotto all’Indipendenza del Paese bsandosi sempre su principi d’eguaglianza e non violenza.Adesso questo palazzo è trasformato in un museo dove sono raccolti numerosi cimeli rappresentati da fotografie, riproduzioni e ritagli originali di giornali con articoli su le importanti personaggi incontrati in quegli anni, i primi problemi avuti con l’amministrazione coloniale inglese, la sua biblioteca, la sua spartana camera da letto è rimasta com’era con la ruota della “ Charka “che imparò a filare. In questi locali fu arrestato per la prima volta all’alba del 4 gennaio 1932. Durante la nostra visita non manca la classica scolaresca, che stranamente si presenta ordinata e composta.
Ci fermiamo poi per una breve visita ad un primo tempio di Walkeshwar in gran parte in marmo, ci sono alcuni pellegrini, vi passiamo una mezz’ora per poi proseguire nel nostro giro. Ci fermiamo davanti alla stazione centrale, Victoria Terminus, sembra quasi una cattedrale l’edificio finito di costruire nel 1887 merita veramente una foto, continuiamo poi nel nostro giro sempre in mezzo al traffico allucinante della città. Ci facciamo portare, visto che senza accorgersene siamo arrivati all’ora di pranzo in un ristorante, ci raccomandiamo che sia un locale non turistico, ci accomodiamo in un ristorante dove gustiamo un menù vegetariano rappresentato da una zuppa di pomodoro,varie verdure e salsine roti e nan.Continuiamo poi per la Marine Drive con eleganti giardini, da una prospiciente altura vediamo il panorama di Chowpatty Beach, io scherzo dicendo che sembra Copacabana, purtroppo tutto è velato da una foschia dovuta ad un elevato grado d’inquinamento. Immancabile la sosta al Gate of India un arco di trionfo costruito in stile indiano Moghul per accogliere re Giorgio V nel 1911.Per noi rappresenta il ricordo del nostro fidanzamento che avvenne proprio a Mumbai nel gennaio del 2001. Di fronte c’è il famosissimo Taj Mahal Hotel, c’è un imponente servizio d’ordine in previsione dell’imminente arrivo di Barak Obama, ma questo non c’impedisce di muoversi liberamente.
Rinunciamo all’Isola d’Elephanta, ci siamo già stati altre due volte poi sono quasi le quattro del pomeriggio, considerando che ci vorrà almeno un’ora e mezzo per tornare all’albergo, preferiamo rientrare. Prima di cena facciamo un breve giro nei pressi, intorno ci sono tantissimi negozietti che vendono un po’ di tutto da articoli casalinghi, frutta verdura, piccole apparecchiature, vestiti, ceniamo a buffet la stanchezza ormai si fa veramente sentire, a nanna !

30 ottobre sabato Ahmedabad
L’autista c’accompagna all’aeroporto, il nostro volo Jet Line ha un’ora di ritardo, ci concediamo un ottimo caffè espresso, cosa quasi impensabile fino a pochi anni prima, purtroppo rimarrà l’unico di tutto il viaggio.
Il Gujarat ha una superficie di quasi 200.000 Kmq con oltre 50 milioni d’abitanti è una delle regioni dell’India meno frequentate dal turismo di massa, questo fa si che il tutto si traduca in un contatto più genuino e sincero con la popolazione locale e sia ancora possibile vedere ed apprezzare certi aspetti che altrimenti potrebbero andare perduti. A sua volta si divide in tre province: Jujarat orientale, Saurashtra e Kutch.
Siamo accolti fuori da Singh che sarà il nostro autista per tutto il viaggio nel Gujarat. Andiamo subito in albergo il Cama Hotel, giusto il tempo per mangiare qualcosa poi usciamo per iniziare il nostro giro della città.
Ahmedabad non è la capitale dello Stato ma ne è la città più importante quale centro industriale è stata anche una delle città più belle dell’India fra il XVII e il XVIII secolo, dopo un periodo di declino all’inizio del ‘900 con lo sviluppo dell’attività tessile tornò ad essere una città di primo piano. E’ attraversata dal fiume Sabarmati, anche questa appare decisamente caotica con il solito traffico privo d’ogni regola. Percorriamo un breve tratto a piedi attraverso un piccolo bazar visitiamo per prima la moschea di Sidi Sayad costruita nel 1572 inserita praticamente nella vecchia cinta muraria ha delle finestre filigranate che riproducono complicati intrecci d’albero che sono state poi prese a modello per riproduzioni in legno esposte poi al museo d’arte moderna di New York. Proseguendo sempre a piedi raggiungiamo la Jama Masijid (la mosche principale) costruita nel 1473. All’interno ci sono 260 colonne che sostengono 15 cupole di diversa altezza, l’ ampio cortile interno pare possa accogliere fino a 10.000 fedeli. Alcuni danni dovuti al forte terremoto del 2001 sono ancora evidenti; è l’ora della preghiera all’interno vi sono alcuni fedeli, solo uomini, ma possiamo entrare e muoverci liberamente. Camminiamo ancora in strette viuzze dove tuk tuk e motociclette fanno fatica a passare suonando anche qui clacson a distesa. Intorno ci sono negozietti e ristorantini all’aperto dove aromi di cibo e spezie si mescolano ad odori meno gradevoli. Tornati alla macchina ci dirigiamo al Sabarthami Asharam, fu il punto di partenza di Ghandi per organizzare il suo movimento e la marcia di protesta passata alla storia come “Marcia del sale” per protestare contro le inique tasse applicate dal governo britannico. Questo edificio è inserito in un elegante e ben tenuto giardino lungo le sponde del fiume,dove è posta una sua statua che è costantemente adornata con fiori freschi anche qui sono raccolte numerose immagini e cimeli del Mahatma. Ci dirigiamo poi ad un piccolo complesso di due templi jainisti: Hateesingh e Swaminaryan costruiti in marmo nella seconda metà del XIX secolo dedicati ad una delle tante figure che fanno parte dell’intricato Pantheon della religione Jain.Ovviamente bisogna rispettare la regola d’entrare scalzi, ma a parte questo possiamo girare liberamente.Alcuni padiglioni interni sono riccamente decorati con intagli nel marmo che raffigurano animali, persone, o probabilmente figure ispirate alla loro religione.
Intorno alle 17 torniamo in albergo ma è ancora presto quindi ci muoviamo nei pressi per passare ancora un’oretta prima che diventi buio. Abbiamo un po’ di fame in una bakery prendiamo una specie di grosso panzarotto che ci viene servito caldo in un piattino di carta. Ci inoltriamo in un vicoletto dove vive una piccola comunità di persone,così credo d’aver capito, in piccole e povere case c’è un’enorme pentolone sul fuoco dove alcune donne stanno preparando un’invitante zuppa di verdura, altre donne sono intente in altre faccende o stanno dietro ai bambini più piccoli, gli uomini sono lì senza far niente o chiacchierando fra di loro. Ci accolgono cordialmente ed accettano volentieri per posare per qualche foto, non ci pare di creare in loro alcun imbarazzo.
Ceniamo in albergo sempre a buffet, veniamo a questo punto a sapere che in tutta la regione prevale una cucina vegetariana proprio per esigenze religiose, anche se negli alberghi, e non sempre, è possibile reperire alcuni piatti di carne che sono o di pollo o agnello. Le bevande alcoliche invece non sono in alcun modo vendute e quindi ci dobbiamo accontentare o di soft drink o acqua minerale.

31 ottobre domenica Lothal – Bhavanagar (200 Km, circa)
Partiamo abbastanza presto dopo una sana colazione,attraversiamo un’ampia pianura coltivata prevalentemente a riso,frumento ed altri cereali, ma nel complesso non offre grossi spunti paesaggistici. Proseguendo ed avvicinandosi verso il mare notiamo alcune saline.
Circa a metà strada ci fermiamo a Lothal per visitare il suo sito archeologico, scoperto come al solito quasi casualmente nel 1954. La cittadella che sorgeva in questo luogo risale a quasi 4500 anni fa ed ebbe importanti contatti con le varie civiltà della valle dell’Indo, con la Persia e successivamente con la Grecia e con Roma, diventando un importante punto di riferimento e di scambi commerciali Il fiume Sabarmati che adesso è stato deviato, a quei tempi la collegava direttamente con il mare nel vicino golfo di Cambay. Pare quasi impossibile che una cittadina così piccola possa aver avuto una tale importanza. E’ uno straordinario esempio di edilizia urbanistica del tempo, è possibile ancora vedere la pavimentazione delle stanze delle varie abitazioni ed un efficiente sistema idrico con il quale veniva fatta arrivare acqua dal vicino fiume Sabarmati ed al tempo stesso un sistema di scarico fognario. Quello che rimane ovviamente è molto poco ed è limitato solamente ai basamenti delle mura esterne delle abitazioni ed un punto rialzato fortificato.
L’ingresso al sito è gratuito mentre si paga l’ingresso al museo dove sono raccolti tutti i principali reperti provenienti dagli scavi; in particolar modo sono abbastanza sorprendenti alcuni pesi ed aste di misura che si rifanno in parte ad un sistema decimale. Non mancano ovviamente utensili da cucina in terracotta e metallo, oltre ancora armi e pugnali. All’interno è rigorosamente vietato fotografare è possibile solamente riprendere un dipinto sul quale è stato riprodotta l’ipotetica pianta della città.
Ancora un paio d’ore ed arriviamo a Bhavnagar intorno a mezzogiorno. Andiamo subito in albergo Nilambag Palace leggermente decentrato ma ricavato da un vecchio palazzo della seconda metà del XIX secolo residenza di un maharajà del tempo. E’ abbastanza ben tenuto con un arredo del periodo fra cui alcuni dipinti ed un’ imponente libreria .Ci facciamo preparare un rapido snack per poi affrontare la visita della città.
Tutto sommato la città è abbastanza insignificante saliamo ad un piccolo tempio jain Takheshwar Temple, sulla sommità di una collina da dove si potrebbe ammirare il panorama fino al golfo di Cambay ma una leggera foschia ne impedisce la visuale. Molto più interessante ed attraente è la città vecchia che giriamo a piedi guidati da Singh, numerosi sono i vecchi palazzi, alcuni in legno altri in muratura, anche se sono ormai ridotti ad uno stato completamente fatiscente ci si può rendere conto come potevano essere in origine, ci sono intorno tantissimi negozi e botteghe d’artigiani: sarti,falegnami, barbieri, venditori ambulanti di frutta ed altri generi alimentari, alcuni hanno solo un piccolo carretto e vendono solamente un solo tipo di frutta o banane o mele, non manca certamente l’occasione per ritrarre donne e bambini che sono sempre state le mie “ prede” preferite. Per strada ci sono numerose mucche che se ne stanno tranquille e beate in mezzo al solito traffico pazzesco e disordinato.
Rientriamo in albergo comunque soddisfatti di avere d’aver passato un’altra bella giornata. Nel cortile notiamo come stiano preparando una specie di spettacolo, chiedo ad un cameriere di cosa si tratti, mi dice che una banca locale ha organizzato quella serata, non riesco a saperne di più anche perché tutti i manifesti esposti sono scritti in Hindi senza una parola d’inglese. Ceniamo alla carta nel giardino dell’albergo, con due portate a mezzo di agnello e pollo conditi con le loro salse, giustamente piccanti e saporite. Ci sono anche alcuni altri clienti indiani. Quando finiamo di cenare ci portiamo verso il cortile dove sono in corso i festeggiamenti organizzati dalla banca, ci saranno almeno un centinaio di persone, siamo preoccupati dall’alto volume della musica anche perché la finestra della camera è quasi sul cortile, stiamo un po’ a guardare lo spettacolo con una cantante che si alterna ad alcuni discorsi del management di questa banca. Alla fine intorno alle 22 decidiamo d’andare a dormire, per fortuna poco dopo finisce tutto e possiamo dormire tranquillamente anche perché all’indomani dobbiamo partire molto presto.

1 novembre lunedì Palitana - Diu (238 km)
Sveglia ore 5 e partenza alle 6, mi ero già accordato la sera precedente per avere il breakfast a quell’ora, la risposta ovviamente era stata “no problem”. Per arrivare a Palitana sono solo poco più di 50 Km ci vuole oltre un’ora considerando lo stato precario della strada. Dobbiamo anche arrivare presto per sfruttare al meglio le prime ore del giorno ed evitare la calura del giorno. Faccio il biglietto per il permesso per la macchina fotografica (100 Rs), ci attendono “solo” 3572 con un percorso d’oltre 2 Km ed un dislivello di quasi 600 mt. Ci sarebbe la possibilità di farsi trasportare su delle portantine dette dholi sorrette da due o quattro uomini ad un prezzo da concordare ma sicuramente non inferiore a 500 Rs, decidiamo di salire anche se Ivana sarebbe molto tentata a farsi portare.
Palitana rappresenta già un clou del viaggio. E’ uno dei principali centri di culto Jainista, innumerevoli sono i pellegrini presenti ed altrettanti turisti locali. Nel complesso ci sono oltre 850 templi fra grandi e piccoli dislocati lungo la scalinata, alcuni risalgono al XI secolo ma risentono dei danni inferti da incursioni mussulmane del XV secolo, quindi i meglio conservati sono quelli del XVI secolo in poi. La salita si fa subito sentire, per fortuna quanto riportato dalla Lonely Planet che era vietato anche il consumo di acqua all’interno del complesso non risulta vero. Ogni tanto ci sono dei punti di sosta e viene riportato con dei cartelli quanti scalini sono stati fatti e quanti ne mancano ancora. Ci fermiamo abbastanza spesso sia per riprendere fiato,sia per fare qualche foto, alla fine dall’ora e mezza prevista ne diventano due. Quando vedo che ne mancano solo 100 mi sento quasi riavere, le gambe mi fanno già male, considerando che risentivo già di una contrattura muscolare prima di partire.
Il complesso centrale è semplicemente fantastico, ci sono tantissimi tempietti dedicati alle loro divinità, di cui ovviamente non possiamo conoscerne il loro significato, ma sono tutti riccamente lavorati e scolpiti nei minimi particolari, il principale è dedicato a Shri Adishwara, uno dei tirthankar jainisti, altri riportano i nomi dei ricchi signori che ne finanziarono la loro costruzione ed il mantenimento. Ci passiamo quasi un’ora affascinati da questa architettura che decisamente meriterebbe un maggiore approfondimento.
Alle 11.30 iniziamo la discesa che si dimostra più dura del previsto, ma alla fine ce la facciamo. Singh c’aspetta al parcheggio, andiamo subito a mangiare, la fame si fa sentire, in un ristorantino frequentato da gente del posto. Ci facciamo portare un gustosissimo thali il tipico piatto vegetariano della regione rappresentato da svariate verdure condite con le loro salse, una scodella di zuppa di dhal di lenticchie, sempre molto buona, riso, nan a volontà, tutto servito su delle coppette e vassoi in acciaio.
Ripartiamo diretti verso Diu la strada è abbastanza sconnessa, quindi non si può procedere molto velocemente, intorno ci sono numerose piantagioni di cotone, canna da zucchero e banani, facciamo una breve sosta per espletare le normali esigenze fisiologiche e bere qualcosa di fresco.
Diu insieme alla vicina Daman e Goa sono state delle enclave portoghesi anche dopo l’indipendenza dell’India fino al 1961. In particolar modo adesso sono distretti autonomi anche se ricadono sotto l’amministrazione di Delhi. Il distretto di Diu comprende anche alcuni territori sulla terra ferma ma principalmente un’isoletta di circa 30 Kmq collegata alla terra ferma da un ponte Questa autonomia consente la libera vendita, mescita e produzione di bevande alcoliche. Tutto si basa sul turismo che è ancora in fase d’espansione, che proprio per questa specie di duty free richiama numerosi gruppi di turisti sia nazionali che stranieri, in effetti i prezzi sono abbastanza bassi, anche se le spiagge, quelle che abbiamo visto, non sembrano essere particolarmente attraenti, viene riferito comunque che la balneazione è sicura e l’acqua decisamente pulita. Arriviamo al Radhika Beach Resort quasi al tramonto. Presa la camera esco subito per un rapido giro di perlustrazione e per vedere se ci fosse qualche ristorantino “furbo “ per la cena, ce ne sono un paio proprio in riva al mare in uno lascio detto che torneremo intorno alle 20. Acquisto una Kingfisher per sole 60 Rs e la porto in camera e riferisco ad Ivana su le mie ricerche. Facciamo due passi poi andiamo al ristorante Sangadar che avevo scelto, ma tutto si risolve purtroppo in una delusione, mangiamo piuttosto male, anche se l’aspetto esteriore lasciava sperare in qualcosa di più.
Facciamo ancora quattro passi il resort è lontano dal centro cittadino, intorno è tutto molto calmo, non si può certamente dire che sia una località da un’animata movida notturna.

2 novembre martedì Diu
Usciamo alle 9 andiamo subito al mercato del pesce, lungo la zona d’attracco dei pescherecci ce ne sono grosse quantità di vario tipo, anche qualche cesta di crostacei, ma il modo con cui sono ammassati sul molo ed il modo con cui vengono smistati verso chi sa quale destinazione fa passare la voglia di consumarli. I pescherecci sono veramente tipici, riccamente decorati con bandiere multicolori e vari ornamenti. In un piccolo padiglione vicino si svolge la vera e propria vendita. Passiamo poi alla visita della cittadina, mi aspettavo un aspetto più decisamente coloniale, in effetti non è proprio appariscente, anche se ci sono alcuni vecchi palazzi intonacati con tinte pastello che purtroppo anche questi versano in un precario stato di conservazione.
Visitiamo subito la St.Paul Church costruita dai gesuiti agli inizi del 1600, l’interno è abbastanza spoglio prevale un grosso altare ed un pulpito in legno scuro. Il tutto è molto trascurato, evidentemente l’esigua minoranza cattolica non può provvedere al suo mantenimento. Arriviamo poi all’antico forte portoghese che invece versa in condizioni decisamente migliori, i bastioni ed i camminamenti sono ancora ben tenuti, ci sono alcuni cannoni rivolti verso il mare, l’interno è stato trasformato in giardino dove sono ancora presenti piccoli edifici che erano polveriere, magazzini o piccole cappelle.
A poche centinaia di metri dalla riva c’è un piccolo isolotto con una fortezza, era la vecchia prigione, in pratica una piccola Alcatraz! Passiamo poi a visitare la città vecchia passando attraverso una porta inserita in un arco dipinto di rosso delle mura originarie. Qui troviamo ancora numerose botteghe, una piccola scuola, ed un coloratissimo mercato. Le donne in questa zona ed in quelle che vedremo in seguito indossano coloratissimi abiti ma quello che ci lascia maggiormente impressionati sono i pesanti orecchini in oro massiccio che hanno completamente deformato il lobo dell’orecchio, oltre anche ad altri ornamenti rappresentati da collane e piercing in oro nel naso.
Ci fermiamo per un rapido e leggero lunch con della verdura fritta con una pastella di farina di ceci i loro pakora fatta al momento. Finiamo il nostro giro ad un piccolo tempietto dedicato a Shiva in una grotta in riva al mare. Quindi rientriamo in albergo. E’ ancora presto per la cena facciamo una piccola merenda nell’altro ristorante vicino all’albergo, il pranzo è stato molto leggero, poi ancora quattro passi alla fine quando diventa buio torniamo indietro. Ceniamo a buffet in albergo anche perché ci sembra la scelta migliore.

3 novembre mercoledì Somnath riserva di Sasangir (150 km)
Partiamo alle 7,30 ci sono 60 km circa per arrivare a Somnath, la strada non è buona, ai lati ci sono ancora molte altre piantagioni di cotone. Il tempio di Somnath vanta una lunga storia secondo le varie leggende pare sia stato costruito la prima volta in oro, poi legno ed argento, poi ancora in pietra. Ha subito nel corso della sua storia devastanti distruzioni e successive ricostruzioni fino al 1706, dopo di che rimase in rovina fino al 1950 quando fu riportato all’aspetto attuale. Ulteriori danni sono stati portati dal terremoto del 2001. Per entrare al suo interno bisogna lasciare in un deposito borse e macchine fotografiche e poi porsi ad un sommario controllo. Al suo interno è custodito un santuario dedicato a Shiva ed è possibile ancora vedere i basamenti originari in marmo, tutto comunque è molto ben decorato da bassorilievi e varie raffigurazioni.
Dopo aver effettuato la nostra visita torniamo all’auto e continuiamo per la nostra strada. Arriviamo quindi al campo tendato Forest Lion Camp. Definirlo un campo tendato è un po’ troppo diminutivo, le tende in effetti ci sono ma sono montate su una base in muratura, ampie e spaziose e con bagno WC migliori di una camera d’albergo con biancheria di prim’ ordine all’interno. Qui abbiamo trattamento di pensione completa, il lunch è per le 13,30 a buffet fra l’altro buono vario ed abbondante.
Nel pomeriggio abbiamo l’escursione safari nel Sasangir Wildlife Sanctuary. Mi chiedono la bellezza di 1550 Rs a testa per l’ingresso, resto un po’ interdetto non mi danno nemmeno nessuna ricevuta, mi sembra un prezzo astronomico, verrò poi a sapere qualche giorno dopo incontrando una coppia d’italiani che anche loro avevano pagato la stessa cifra. A questo va aggiunto pure il permesso per la macchina fotografica che sono altre 500Rs. Il parco ha un’estensione di circa 1400 Kmq ed è l’unica zona di tutto il subcontinente indiano ad ospitare il leone asiatico che con un efficace programma di protezione e ripopolamento ha visto quasi raddoppiare il numero di esemplari presenti. Oltre ai leoni sono presenti cervi, daini, iene e volpi, come pure un imprecisato numero di leopardi. Montiamo su una piccola jeep accompagnati da un ranger che si dimostra prodigo di spiegazioni ed al tempo stesso si raccomanda di non provocare rumori molesti. Vediamo quasi subito un imponente esemplare di cervo e numerosi bambi che pascolano liberamente nel parco, ovviamente non mancano le solite scimmie, incrociamo un’altra jeep il cui autista ci dice è sicuro che incontreremo alcuni leoni, infatti poco dopo avvistiamo quattro esemplari femmina, un maschio pare che ci sia ma non riusciamo ad avvistarlo.
Tutto il giro alla fine dura quasi tre ore, quando torniamo notiamo come stiano predisponendo delle luci colorate su gli alberi. Mi viene spiegato che è in corso il periodo della festività del Diwali (la festa delle luci) che è molto sentita dalla religione hindu e jainista ed è l’occasione per ritrovarsi e celebrare in famiglia e con amici questo periodo che dura quasi una settimana. Quando arriviamo il ranger che c’ha accompagnato ci dice che c’aspetta all’indomani di prima mattina per un rapido bird watching lungo il fiume.

4 novembre giovedì Jungadh – Porbandar (170 Km)
Al mattino come convenuto, accompagnati dal ranger facciamo questa breve passeggiata lungo le sponde del fiume, avvistiamo numerose specie d’uccelli, alcuni vicini, altri più lontani appollaiati su le cime degli alberi, altri in acqua. Mi dice il nome di tutti ma non li comprendo, l’unico che riesco a capire è un Black Ibis, avvistiamo pure un coccodrillo in mezzo al fiume.
Dopo colazione partiamo, la prima sosta è ad una vicina riserva di coccodrilli che vengono cresciuti separati dalla riserva anche per preservarne la specie. Proseguiamo per Junagadh. Anche questa è un’animata cittadina caratterizzata da un vivace mercato e vecchi edifici. Il monumento più importante è in cima al Girnar Hill dove è edificato un tempio janista ed altri piccoli tempietti hindu. C’è però un piccolo problema, per arrivare in cima c’è da affrontare un numero imprecisato di scalini, si dice che siano 10.000 ma sicuramente sono molti meno, fa già abbastanza caldo si potrebbe salire su con l’aiuto dei portatori e del dholi, qui sono ancora più furbi la tariffa varia in base al peso del passeggero, per me non sarebbe certamente troppo conveniente! Proviamo a salire un po’ ma alla fine rinunciamo, senza sapere se abbiamo fatto bene o male, in effetti non c’è molto afflusso decisamente molto inferiore a quello di Palitana. Chiedo informazioni ad un paio di ragazze che stanno scendendo mi dicono che alla fine non è poi troppo interessante.
Continuiamo il nostro giro fermandosi al palazzo dove sono conservati gli editti di Ashoka, questo imperatore fece incidere su un enorme masso i suoi editti con i quali si pronunciava su principi di carattere morale per il rispetto dei più deboli, delle donne e degli animali. Purtroppo ci chiedono la bella cifra di 100 Rs a testa, una cifra folle considerando che non si sta dentro più di due minuti e non si può nemmeno fotografare! Molto più interessanti sono i resti del vecchio Uperkort Fort e della sconsacrata moschea al suo interno. Ci fermiamo poi all’imponente mausoleo di Mahabat Maqbara fatto costruire nel 1892 da uno dei tanti potenti signori del tempo in una caratteristica architettura indo islamica.
Pranziamo ancora con un tipico thali in uno dei tanti ristorantini lungo la strada. Ripartiamo diretti a Porbandar, per fortuna c’è una superstrada a quattro corsie arriviamo intorno alle 14,30. La città è famosa per aver dato i natali a Gandhi il 2 ottobre 1869. Visitiamo la sua casa natale dove è stato realizzato un piccolo museo, poco lontano c’è un suo monumento in mezzo ad una piazza, giriamo a piedi nella città vecchia, i soliti vecchi palazzi purtroppo anche questi in uno stato fatiscente, anche qui non si può camminare tranquillamente siamo sempre in mezzo agli immancabili tuk tuk, motorini, auto, non mancano però le occasioni per scattare fotografie a raffica.
Arriviamo all’Hotel Kaveri, l’esterno lascia molto a desiderare è al II piano di un edificio in fase di ristrutturazione, ma le camere sono ampie spaziose e di recente realizzazione e tenute molto bene. Il ristorante non è ancora in funzione però possiamo ordinare quello che vogliamo da una lista abbastanza ampia, la cena ci verrà servita in camera. Non so cosa prendere scelgo a caso da una lista anche abbastanza ampia fra le altre cose mi viene portato una specie di piatto caldo di verdura mista e frutta secca in una salsa di besciamella.

5 novembre venerdì trasferimento Dwarka (75 Km)
Partiamo comodamente dopo le 8, la strada da fare non è tanta, attraversiamo una vasta pianura, scarsamente coltivata dove però sono state installate a dir poco centinaia di pale eoliche, la vicinanza del mare e quindi probabili forti venti hanno indotto ad attuare questa scelta. Non ne avevo mai viste così tante tutte insieme.
La città di Dwarka rappresenta uno dei principali centri di pellegrinaggio per i fedeli hindu. Posiamo i bagagli in albergo Damji per poi andare subito a visitare il principale tempio Dwarrkanath dedicato a Krisnha. Lungo la strada ci sono numerosi Sadu seduti per terra, si fanno ritrarre molto volentieri, ma alla fine un loro capo pretende una buona mancia. Siamo nel pieno delle festività del Diwali, quindi ci sono molti più pellegrini e fedeli rispetto ad altri periodi, inoltre ci sono anche numerosi turisti indiani con le famiglie che probabilmente stanno usufruendo di un periodo di ferie, mi viene detto che queste festività potrebbero essere paragonate per importanza al nostro Natale.
Il tempio anche questo prevalentemente costruito in marmo bianco spicca per la cupola sorretta da 60 colonne, al suo interno non si può fotografare, vi sono le solite immagini e rappresentazioni della loro religione sotto varie forme, fuori lungo i lati del giardino ci sono alcuni locali adibiti a refettorio ed apparentemente anche a foresterie e zone di meditazione, segno evidente come questa zona sia molto frequentata appunto da numerosi fedeli; pranziamo con il solito thali in un ristorante vicino all’albergo e poi proseguiamo nel nostro giro. Andiamo a visitare un piccolo tempio ma ci risulta praticamente insignificante; di rilievo c’è un’enorme statua bianca di Shiva. L’autista vorrebbe condurci a visitare l’isola di Bet ma rinunciamo, si preferisce vedere ancora qualcos’altro; ci dirigiamo allora verso il Rukmini temple, dedicato alla moglie di Krisnha anche se pare essere abbastanza importante per la loro religione ci lascia lo stesso quasi indifferenti. Lasciamo libero l’autista e ce ne andiamo a fare due passi nelle vicinanze dell’albergo, sulla strada vi sono tanti negozi, Ivana sta cercando un vestito tipico indiano ma non trova niente di suo gradimento, alla fine compriamo solamente un sacchetto di patatine ed una bottiglia d’acqua fresca. Cerchiamo anche la possibilità di trovare un ristorantino che ci ispiri fiducia ma non ne troviamo, ceneremo quindi in albergo ancora con un menù vegetariano, anche se sempre molto variato alla fine però diventa un po’ stancante.
Durante la sera si svolge un piccolo spettacolo pirotecnico che possiamo vedere però solo in parte affacciati alla finestra della camera.

6 novembre sabato trasferimento Jamnagar (144 Km )
Il trasferimento non offre in pratica niente di particolare, la strada è scorrevole arriviamo prima di mezzogiorno. La città ospita l’unica università ayurvedica di tutta l’India. E’ una città abbastanza grande posizionata sulle sponde del Ranmal Lake anche questa frenetica con il solito traffico incontrollato di veicoli, posati i bagagli e dopo un solito veloce pranzo facciamo un giro a piedi nella città vecchia.
Andiamo al Bala Hunaman Temple è molto semplice, qui sotto un ampio gazebo, si riuniscono continuamente gruppi di fedeli intonando canti rivolti a Krishna questo evento è stato inserito nel Guinness dei primati perché pare che cantino interrottamente giorno e notte dal 1 agosto 1964. Entriamo in un mercato all’interno di una vecchia struttura circolare, il resto della città offre i soliti aspetti a cui ormai siamo abituati: palazzi cadenti e rovinati dall’incuria che comunque mantengono sempre un loro fascino.
Ceniamo alla carta in albergo e possiamo questa volta mangiare un piatto di carne di montone condito con la saporita salsa masala. Incontriamo una coppia d’italiani che stanno facendo più o meno il nostro giro però movendosi autonomamente con i mezzi pubblici.

7 novembre domenica Bhuj (265 Km)
Il trasferimento è lungo ma per fortuna la strada è in gran parte in buone condizioni. Poco dopo essere partiti ci fermiamo davanti ad un vecchio palazzo in gran parte lesionato dal terremoto, costruito nel classico stile indiano con finestre haveli e balconcini sulla facciata doveva essere un edificio abbastanza importante o la residenza di qualche maharaja. Percorriamo pure alcuni tratti su una specie di autostrada a quattro corsie a pedaggio, di cui però non ne capisco il significato: ai lati è senza alcuna protezione, è intersecata da altre strade, vi possono circolare liberamente biciclette, greggi e mandrie con i loro pastori, addirittura qualcuno in auto o moto la percorre contromano in quella che dovrebbe essere una corsia d’emergenza. Ai lati della strada i campi coltivati lasciano il posto a grandi saline, con cumuli e montagnole di sale alti anche una decina di metri che risplendono al sole.
Ci fermiamo per il pranzo in quella che noi potremmo definire area di servizio, in effetti non manca nulla, si mangia il solito piatto vegetariano ma il dhal è sicuramente il migliore che abbiamo mangiato fino a quel momento e tale resterà. Quando arriviamo a Bhuj facciamo una prima sosta in una casa dove ci viene mostrata la tecnica di tintura dei tessuti e la decorazione di questi che avviene con dei particolari stampi imbevuti di colore. Ci viene detto che questi sono indelebili e che resistono a qualsiasi lavaggio. La qualità però dei tessuti non è delle migliori. L’autista ci accompagna poi da un antiquario che vende vecchi drappeggi che sono o che erano utilizzati per arricchire l’arredamento interno delle abitazioni od anche sotto un’altra forma per adornare i cammelli durante i giorni di festa. In effetti sarebbero molto belli, cuciti a mano, variopinti con gli specchietti inseriti nel ricamo tipici di questa zona e del Rajastan. Ce ne vengono mostrati parecchi, ci dicono che sono vecchi almeno di 60 - 70 anni ma sono stati conservati piuttosto male, sono sudici ed alcuni pure strappati in parte. Costano anche abbastanza non meno di 2000-2500Rs, ovviamente non prendiamo niente.
Arriviamo all’albergo Hotel Prince, l’hall è ampia e spaziosa ma le camere sono abbastanza semplici anche se pulite. Concordiamo l’ora di partenza per l’indomani ed usciamo per fare due passi. Intorno non c’è praticamente niente d’interessante, quasi tutti i negozi sono chiusi, compriamo dei dolcetti in una pasticceria, tanto per fermare l’appetito, rientriamo per riposarci e farci la doccia, quando scendiamo per la cena come ci vedono arrivare ci aprono la porta del ristorante, è pieno di clienti ma servono solamente il thali, pensavo di poter mangiare qualcosa di diverso. Solamente dopo veniamo a sapere che c’era un’altra sala ristorante dove si può ordinare anche portate non vegetariane. Usciamo poi per fumare una sigaretta, incontriamo due ragazzi italiani che sono lì per lavoro, sono per fare un corso d’istruzione ad un reparto dell’esercito indiano sull’impiego di alcuni mezzi anfibi.

8 novembre lunedì Bhuj – Mandvi – dintorni (120 Km)
Prima di partire mi reco in una vicina banca a cambiare ancora 100 Euro al tasso di 61:1, decisamente molto buono. Lungo la strada ci fermiamo al tempio Jain Bhadreshawar anche questo molto bello interamente costruito quasi tutto in marmo quasi 2500 anni fa è stato parecchie volte ristrutturato, anche questo ha risentito dei danni del terremoto che sono stati prontamente ripristinati. Pure questo è frequentato da un elevato numero di pellegrini ma anche qui è vietato fotografare il suo interno Arriviamo alla cittadina di Mandvi, distante circa 55 Km in riva al mare.
Questa località è famosa per i suoi cantieri navali dove vengono costruite grosse imbarcazioni in legno praticamente tutte a mano senza l’impiego di particolari macchinari. Proseguiamo per il Vijay Vilas Palace, una sontuosa residenza del XIX secolo, conservata molto bene, all’interno ci sono ampi salotti, nei corridoi ci sono trofei di caccia fra cui una tigre ed un leopardo imbalsamati, anche qui non mancano numerosi turisti locali, il che fa avvalorare ancora la mia ipotesi che sia un periodo abbastanza utilizzato per le ferie dal lavoro, si comincia pure ad incontrare i primi turisti occidentali.
Rientriamo a Bhuj, pranziamo in un ristorante davanti all’albergo, stanco del solito thali, prendo una porzione di paneer, una specie di formaggio non fermentato servito in piccoli pezzetti con una salsa di spinaci frullati. Dopo pranzo arriviamo al Katchach Museum,è considerato il più importante di tutto il Gujarat , ma un prolungato black out ne impedisce l’ingresso. Dopo aver atteso per una ventina di minuti decidiamo di lasciar perdere.
Passiamo vicino ad un vecchio cimitero dove vi sono alcuni cenotafi, che sono però in cattivo stato di conservazione. Arriviamo al Sarad Bagh Palace, la facciata esterna costruita secondo uno stile europeo assomiglia più ad una cattedrale, che ad un vecchio palazzo indiano, mentre le altre parti del palazzo rispecchiano decisamente uno stile più tradizionale. Per visitare l’interno del palazzo chiedono agli stranieri ben 300 Rs a testa, rinunciamo. Andiamo all’ufficio di polizia per ottenere i permessi per andare a visitare i vicini villaggi, questo perché si trovano abbastanza vicino al confine con il Pakistan, basta presentare una fotocopia del passaporto e riempire un formulario, questa regola vale anche per l’autista.
Rientriamo in albergo per la cena, questa volta ci dirigiamo al ristorante vero e proprio dell’albergo dove ci viene riferito è l’unico della città ad offrire anche cibo non vegetariano, ci sarebbe anche del pesce ma non ci fidiamo, ripieghiamo ormai su piatti che già conosciamo, ma sinceramente ci aspettavamo qualcosa in più.

9 novembre martedì Bhuj – giro dei villaggi (100 km circa)
I villaggi nella zona sono innumerevoli, ognuno caratterizzato da un loro etnia, alcuni sono di religione mussulmana, altri invece induista. Le donne vestono con sari coloratissimi e portano sempre pesanti ornamenti in oro od argento.
Dopo aver lasciato la città percorriamo una lunga strada diritta in un territorio sabbioso e desertico, in certi momenti ci sembra d’essere tornati nell’outback australiano. Visitiamo solamente tre villaggi; Ludjia, Hodka, Gada. Siamo accolti senza nessun problema, si dimostrano molto gentili nei nostri confronti, ci mostrano le loro abitazioni, chiamate bhungas sono molto semplici, alcune sono rotonde in muratura o fango con il tetto in paglia l’esterno e l’interno sono arricchito con i caratteristici specchietti che creano un particolare effetto di luce.
In un primo villaggio ci mostrano alcuni tessuti ma sinceramente sono conservati molto male e non sono nemmeno troppo belli, in un altro entriamo in una bottega di un fabbro artigiano il quale partendo da una lastra di rame riesce solo con sapienti colpi di martello e cesoie a creare dei caratteristici campanelli di varie dimensioni, sono molto caratteristici, ne acquistiamo una piccola serie da mettere sulla porta come segno di benvenuto e portafortuna. Proseguiamo nel giro del villaggio poco distante ci sono alcune donne che stanno preparando del cibo e sempre i classici chapati, vicino ci sono degli uomini che stanno rivestendo dei piccoli matterelli già torniti con delle fibre colorate, sono molto caratteristici ne acquistiamo uno. Si alza anche il vento che fa alzare molta polvere compro due cartocci di verdura fritta come pranzo per la modica cifra 40 Rs e ci avviamo verso un altro villaggio. Anche qui si ripete la solita storia, dobbiamo sorbirci l’esposizione della loro mercanzia, sono sempre stoffe ricamate e lavorate ma sono anche queste di scarsa fattura. Abitano in piccole capanne in muratura con il tetto ricoperto a tegole e le pareti esterne sono riccamente decorate.
Continuiamo sulla strada, la sabbia gradatamente si presenta sempre più ricoperta da incrostazioni di sale, c’avviciniamo verso il confine con il Pakistan, poco dopo ci troviamo nel mezzo ad un vero e proprio salares il bianco del sale riverbera alla luce del sole in modo quasi accecante, comunque ci fermiamo per farci delle foto. Siamo praticamente quasi in una terra di nessuno, alcuni militari controllano i permessi poi ci fanno passare. A questo però non ci rimane altro da fare che rientrare, una volta arrivati cerchiamo di rincorrere una donna di una particolare etnia che rifiuta nel modo più assoluto di farsi fotografare, la caratteristica è quella di portare un enorme e pesante anello al naso. Purtroppo non riusciamo nel nostro intento, ne avevamo già vista una il giorno prima ed ero riuscito a fare un solo scatto frettolosamente con il teleobiettivo, foto che però alla fine si è dimostrata leggermente sfocata.

10 novembre mercoledì trasferimento Zainabad (260 km )
Partiamo abbastanza presto, è un tragitto abbastanza lungo inizialmente su una tratta abbastanza malridotta e successivamente su una scorrevole autostrada, dove anche qui non mancano i soliti greggi di capre condotte dai loro pastori come se niente fosse. Incontriamo pure un gruppo familiare che si sta spostando a piedi conducendo dei cammelli carichi di masserizie. Arriviamo al Desert Camp, ma in pratica non si tratta di un vero accampamento sono dei bungalow che riprende lo stile delle abitazioni che abbiamo visto nei villaggi. Sono ampi spaziosi e decisamente puliti e ben tenuti. Anche qui abbiamo un servizio di pensione completa, è compreso pure il consumo dell’acqua minerale, però di birra neanche a parlarne. La zona pranzo comune è sotto una grande tettoia in legno e paglia tanto da farla assomigliare più ad un lodge africano. E’ una struttura veramente ben tenuta, non manco di fare i miei complimenti al manager.
Pranziamo molto bene a buffet, ci sono anche alcuni turisti francesi e tedeschi noi ci fermiamo solo una notte ma mi viene detto che altre persone si fermano più a lungo o per riposarsi semplicemente o per fare altre escursioni nelle vicinanze. Non abbiamo modo di vedere la città che viene considerata solamente punto di transito nella zona del Little Rann. Nel pomeriggio abbiamo un veloce safari nel vicino parco distante una decina di Km, dove vivono gli ultimi esemplari di Khur una particolare razza d’asino selvatico asiatico. Ne vediamo alcuni esemplari in questo territorio riarso dal sole e salmastro oltre ad un paio di una razza di antilopi. E’ abbastanza sorprendente come questi animali possano sopravvivere in questa area quasi priva di vegetazione. Ci viene detto che durante la stagione dei monsoni tutta la zona rimane allagata e diventa praticamente impraticabile, ci fermiamo ad osservare come viene estratto il salgemma pompando acqua dal sottosuolo e facendola poi evaporare al sole. Poco distante c’è un altro piccolo villaggio, qui sono molto più abituati a vedere turisti sono già pronti ad esporre il loro artigianato rappresentato da semplici monili in una lega d’argento, compriamo un paio d’orecchini.
Rientriamo per la cena.

11 novembre giovedì Patan - Modhere – Udaipur (350 km)
Partiamo di buon’ora sono parecchi chilometri e sono previste alcune soste. Ci fermiamo infatti poco dopo in un piccolo tempio ma molto frequentato dai pellegrini. Ci portiamo verso Modhera dove la visita al Sun Temple è impedibile. Fu costruito intorno all’ anno 1000, secondo gli stessi criteri dell’omonimo tempio di Kornak in Orissa in modo tale che il sole all’equinozio entrasse attraverso una finestra ad illuminare l’immagine del Surya, ovvero il dio del sole, le colonne del porticato interno ed i basamenti del tempio sono decorate con figure scolpite raffiguranti scene del Rmayana; nonostante alcuni danni subiti nel corso dei secoli da invasioni e lotte è molto ben conservato e curato. In questo tempio durante il mese di gennaio si svolgono dei festeggiamenti religiosi con danze e suoni.
Arriviamo successivamente a Patan, cittadina adesso decisamente anonima ma che ha avuto un glorioso passato e fu pure capitale del distretto. La cittadina adesso è famosa per la produzione di sari in seta patola con un lungo procedimento che viene detto tie dye cioè con una tintura previa annodatura, il motivo viene creato prima della tessitura a telaio con la classica tecnica della trame ed dell’ordito. La produzione avviene solo dietro un preciso ordine del cliente e consegnato direttamente, è quindi impossibile trovarne in vendita nei negozi o mercati. Visitiamo una piccola fabbrica artigianale dove ci viene mostrato il procedimento.
Il monumento più importane è un antico pozzo il Rani ki Vav, costruito nel 1050 conservato molto bene, le pareti accompagnate da ampi gradoni sono tutte lavorate con straordinarie raffigurazioni.
Arriviamo quindi ad Udaipur all’albergo Shikarbadi, è ricavato da un palazzo dei primi ‘900 immerso in un ampio giardino. Era stata la residenza di uno degli ultimi Maraja del posto, c’è pure un maneggio ed un piccolo vecchio aeroporto privato. Purtroppo il nostro giro in Gujarat con Singh è finito ci congediamo da lui quasi con rimpianto, Ivana si commuove leggermente, abbiamo passato dodici giorni stupendi.

12 novembre venerdì Trasferimento Pushkar (300 km circa)
Alle 8 arriva il nuovo autista, si chiama Rajhi. Parla inglese abbastanza bene senza particolari inflessioni, ma si dimostra almeno all’inizio poco loquace. Lasciamo Udaipur sotto una pioggerella, pensavo ormai di farcela a fare tutto il viaggio senza prendere una goccia d’acqua. Chiedo all’autista se sia almeno possibile fare un rapido giro della città anche senza fermarsi ma capisco che si perderebbe abbastanza tempo, sono previste almeno sei ore di viaggio se non c’è troppo traffico, siamo già in direzione della strada da prendere, poi nel frattempo la pioggia è aumentata d’intensità. Sarebbe meglio arrivare nel primo pomeriggio.
Lungo la strada ci sono tantissimi laboratori e depositi di marmo, il Rajastan è infatti una regione dell’India dove viene estratto in grosse quantità, ecco uno dei motivi per il quale tutti i principali templi sono stati costruiti con grande abbondanza di questo materiale. La campagna circostante non offre grandi attrattive, direi particolarmente anonima, in lontananza si intravedono alcune montagne.
Ci fermiamo per un rapido pranzo in un ristorantino lungo la strada dopo una sosta precedente in un altro locale dove si fermano solo turisti accompagnati, sarà stato pure pulito, ben tenuto, gli autisti e guide ci ricaveranno la loro provvigione ma si spende meno allo Sheraton! Facciamo quindi capire all’autista che non ci formalizziamo troppo e che fino ad allora abbiamo sempre pranzato in ristoranti lungo la strada, probabilmente anche lui sarà abituato a trattare ed accompagnare clientela chic che molto difficilmente s’adatterebbe a pranzare in quei locali. Arriviamo a Pushkar intorno alle 16, dopo essere transitati attraverso Ajmer.
Pushkar è rinomata per ospitare l’annuale fiera dei cammelli che si tiene nella settimana di plenilunio di novembre dura in tutto dieci giorni dal giovedì alla domenica della settimana successiva; è pure anche una ricorrenza religiosa sentita e praticata da numerosi pellegrini. La fiera richiama almeno 200.000 persone che convengono da ogni parte della regione per esporre, vendere e comprare il proprio bestiame, quindi oltre che ai cammelli vanno aggiunti anche numerosi capi di cavalli, muli e bovini. Tutto si svolge in un ampio spazio poco fuori della città, dove vengono montati semplici accampamenti e cucine da campo e recinti per il bestiame. Uomini e donne sembrano intenti nei loro affari, anche se molti sembrano essere già stati fatti nei giorni precedenti l’inizio della fiera vera e propria. E’ stato allestito anche un semplice luna park con tanto di giostre e ruote panoramiche questo, penso, non tanto per fare divertire i numerosi turisti,quanto proprio per la clientela locale. Ovviamente nel corso degli anni il numero dei turisti richiamati da questo evento è sempre andato ad aumentare ma non mi è sembrato che questo abbia alterato troppo l’aspetto genuino della manifestazione. Era da quando avevo visitato il Rajasthan nell’agosto del 1990 che desideravo arrivarci.
Arriviamo al campo tendato Royal Desert Camp, è semplicemente un allestimento faraonico! Sono ben trecento tende più quelle destinate agli spazi comuni come i ristoranti, reception e ufficio informazioni, tutto in uno stile vagamente arabeggiante! Le tende sono ampie anche queste con proprio bagno privato. Quando arriviamo ci siamo solo noi ed un gruppo di una decina di altri turisti.
Posati i bagagli c’invitano ad usufruire del servizio gratuito offerto per raggiungere la zona della fiera con un calesse ovviamente trainato da un cammello. L’ora del tardo pomeriggio è forse ottimale, c’è una bella luce e non fa eccessivamente troppo caldo. Giriamo tranquillamente, stando attenti solamente a dove si mettono i piedi, ma non ci sono assolutamente problemi a scattare numerose foto. S’incontra qualche turista che come noi si muove saltellando nel campo fra una cacca e l’altra! Quando comincia a fare buio rientriamo all’accampamento per la cena c’è un ottimo buffet.

13 Novembre sabato Pushkar- Jamer
Partiamo poco dopo le 8 ma c’è una densa foschia che avvolge tutta la zona e limita notevolmente la visuale per visitare la città. Rimandiamo la salita sulla collina al Savitri Temple a più tardi perché non si potrebbe godere dall’alto del panorama con quelle condizioni. Ci portiamo allora verso il Brahma Temple, gremito da centinaia di fedeli. E’ uno dei pochi dedicato a questa divinità in tutta l’India edificato in riva al lago. Anche qui dobbiamo lasciare borse e macchina fotografica in deposito, è un vero peccato non poter ritrarre la moltitudine di gente che affolla il tempio. Dopo poco che siamo entrati veniamo avvicinati da uno che si presenta come giovane bramino. Ci illustra i vari padiglioni poi ci porta fuori verso i ghat in riva al lago dove ci affida separati ad una specie di santone che comincia a recitare una lunga serie di litanie, che in parte dobbiamo ripetere, alla fine ci dà la sua benedizione. Mi accompagna poi ad una cassa dove siamo praticamente costretti a lasciare una donazione, io gli offro 100 Rs, lui quasi sdegnato mi dice che sono poche, provo a contrattare ma come straniero la devo dare in valuta, per fortuna ho qualche banconota di piccolo taglio a portata di mano, gli consegno 10 € mi rilascia pure una ricevuta.
Torniamo verso la macchina per dirigerci verso il tempio sulla collina. Dopo un breve tratto con gradini in muratura inizia un faticoso tratto con gradoni irregolari in pietra che stroncano subito le gambe. Alla fine quando arriviamo in cima dopo quasi un’ora possiamo godere di un bellissimo panorama sulla città, sul lago e la zona della fiera. Il tempietto è molto piccolo dedicato a Savitri una delle mogli di Brama.
Tornati giù, ci fermiamo nel bazar per curiosare e trovare qualcosa di caratteristico. Alla fine entriamo in un negozio statale, la qualità è decisamente migliore rispetto a quella di altri negozi, compro un vestitino camicione e pantaloni per Ivana con disegni particolari ed una camicia bianca decorata per me, prezzi fissi ma sono solamente in tutto 2400 Rs. Rientriamo al campo per il pranzo.
Nel pomeriggio andiamo a fare la visita di Jamer, l’autista ci voleva consigliare tornare alla fiera e di rimandare la visita al giorno dopo prima di partire alla volta di Jaipur, gli faccio capire che facendo così avremo più tempo al mattino successivo ed abbiamo fatto bene anche perché la visita di Jamer forse richiederebbe ancora più tempo. Anche questa città sorge su un lago l’Ana Sagar, artificiale, ottenuto sbarrando e deviando il corso del fiume Luni River. E’ forse il principale centro di pellegrinaggio della zona per la religione mussulmana. Il principale monumento è il daragh, la tomba di un predicatore o sufi che giunto dalla Persia vi rimase fino al 1233. Alla sua morte fu iniziata la costruzione della moschea che fu poi continuamente arricchita anche nei secoli successivi. Per arrivarci dobbiamo percorrere una strada a piedi sempre in mezzo a pedoni, motociclette, tuk tuk e mucche accovacciate per terra, per di più comincia anche a piovere. Per entrare oltre che a piedi nudi, dobbiamo coprirci il capo, acquistiamo due fazzoletti da metterci in testa, qui almeno possiamo fotografare, ma all’interno del cortile c’è talmente tanta folla che riusciamo a muoverci a mala pena. Non ho capito bene ma penso che si tratti di una particolare setta, le donne sono vestite normalmente con i classici abiti indiani,quindi a viso scoperto e riccamente ingioiellate quindi non si dovrebbe trattare di una corrente integralista, ma dimostrano un fanatismo incontrollato verso questo sufi. Ci portiamo verso la tomba vera e propria sormontata da una piattaforma in argento che è posta all’interno di un piccolo padiglione dove c’è una lunga e disordinata fila, chi esce si fa largo con spintoni a quelli che entrano, riusciamo a guadagnare qualche posizione, ma la ressa incontrollata mi fa saltare i nervi, quindi me ne torno indietro con la disapprovazione d’Ivana.
Torniamo verso la macchina per il nostro giro, ci fermiamo in riva al lago ma è nuvolo e continua a piovigginare, quindi veniamo via quasi subito. Visitiamo il Nasiyan Temple o Red Temple, è in pratica un palazzo dipinto appunto in rosso ma al suo interno c’è un fantastico plastico interamente rivestito in oro ed argento che rappresenta la concezione jainista del mondo. Un custode che ha vissuto qualche tempo in Italia e che ha un fratello a Venezia, parla qualche parola mi da alcune indicazioni, è veramente una cosa unica al mondo. Purtroppo è quasi l’ora di chiusura, torniamo verso Pushkar. Quando arriviamo è già praticamente buio non possiamo fermarci ancora nella zona della fiera. Quando arriviamo al campo scambio qualche parola con il manager, mi spiega che tutto viene montato solo per la fiera, certamente non è cosa da poco trasportare, montare, smontare tutto il materiale solo per dieci giorni, nel frattempo sono arrivati due pullman di turisti, mi dice che praticamente sarà tutto sold out!

14 novembre domenica Jaipur (85 km )
Jaipur è la capitale dello stato del Rajastan, è detta la città rosa perché in occasione della visita nel 1876 del principe del Galles (futuro re Eduardo VII) il mahraja Ram Singh fece dipingere tutti gli edifici di un colore rosa in segno d’ospitalità e benvenuto e questa tradizione è stata conservata. Questa città nel bene e nel male è diventata la zona con la più alta concentrazione turistica e di questo ce ne accorgiamo appena vi arriviamo. L’autista ci dice che la città è molto estesa e che ci sono grossi problemi di traffico, quindi prima di cominciare bisogna pianificare con criterio l’itinerario della visita, mi rimetto ai suoi consigli e alla sua conoscenza. Per primo ci fermiamo davanti al Hawa Mahal, meglio conosciuto come palazzo dei venti, immagine simbolo della città, mentre sto scattando un paio di foto alla sua facciata vengo assalito da venditori, imbonitori che mi invitano ovviamente ad entrare nei loro negozi.
Passiamo poi alla visita del City Palace costituito da un insieme di padiglioni cortili interni oltre ad alcune zone private chiuse al pubblico perché ancora residenza privata di un mahrajia. L’architettura è un misto fra arte moghul, rajasthano con qualche tocco europeo. In una sala che era delle udienze ci sono due grossi contenitori in argento alti quasi un metro e mezzo che servivano ad un signore fedele e rigoroso induista del tempo per trasportare e contenere acqua del Gange Sono raccolti ancora vecchi fucili e spade oltre ad altri vecchi arredi.
Abbiamo solo questa giornata a disposizione e quindi non possiamo intrattenerci troppo a lungo, per questo motivo lasciamo perdere il Jantar Mantar, un osservatorio astronomico da dove era già possibile dopo la sua costruzione nel XVII secolo effettuare precisi calcoli su eclissi e movimenti di altri pianeti. Arriviamo all’Amber Fort costruito nel 1592 quando la cittadina di Amber era la capitale dello stato, distante circa 11 km dal centro della città di Jaipur. Arriviamo direttamente all’ingresso con l’auto, al pomeriggio non effettuano la salita a dorso d’elefante che fra l’altro costa non poco, farsela a piedi non se ne parla nemmeno. E’ una struttura imponente che ricopre gran parte della collina, visitiamo ovviamente anche il suo interno con ampi padiglioni interni, le pareti sono riccamente decorate con affreschi vi passiamo circa un’ora.
Passiamo poi al vicino Jaigarh un’altra fortificazione più o meno dello stesso periodo distante pochi Km dove viene conservato il più grosso cannone in bronzo su ruote capace di sparare dei proiettili ad oltre 15 km di distanza. E’ possibile anche visitare la fonderia dove è stato costruito. Sempre nelle vicinanze c’è il Madahavendara Palace, lo stile della costruzioni è praticamente lo stesso, le mura sono colorate di rosso, dobbiamo purtroppo fare alla svelta, è quasi l’ora di chiusura.
Siamo all’ hotel Sheraton veramente ottimo come pure il buffet, i prezzi sono veramente accessibili il prezzo del buffet è di soli 500Rs + tasse a testa.

15 novembre lunedì Jaipur – New Delhi
Durante la notte ha piovuto e quando ci svegliamo cade ancora qualche goccia. Finiamo la visita della città ci dirigiamo al Lakshimin Narayan Temple dedicato ad una divinità Hindu Narayan vicina all’immagine di Visnu, troviamo anche qui abbastanza gente all’interno sempre molto decorato non si può fotografare ma molti lo fanno aspettando un momento di disattenzione del guardiano, anch’io riesco a rubare un paio d’immagini. Un’ultima sosta davanti al Lake Palace e non ci rimane altro che intraprendere la strada per New Delhi. Comunque ci fermiamo ancora poco dopo presso un laboratorio e vendita e produzione di tappeti e tessuti si cerca un copri divano ma non lo troviamo delle dimensioni giuste, compriamo alla fine solamente un foulard.
La strada è lunga in alcuni punti il traffico è molto sostenuto in particolar modo rappresentato da camion che si sorpassano fra di loro sia da destra che da sinistra. Arriviamo alla periferia di Delhi nei pressi dell’albergo abbastanza vicino all’aeroporto. Abbiamo l’uso di una camera per lavarsi e cambiarsi. Alle 20 ci viene incontro Yasin andiamo a cena in un ristorante vicino, passiamo con lui le nostre ultime ore in India. A questo punto tornati carichiamo il bagaglio in macchina e ci avviamo verso l’aeroporto, ma fatti pochi metri si buca una gomma, ma l’autista in pochi minuti la sostituisce è abilissimo. Salutiamo l’autista gli lascio una buona mancia, anche lui s’è comportato bene con noi, un abbraccio ad Yasin con la promessa di rivedersi prima possibile.

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