Viet Nam 1: Good morning, Viet Nam!

in viaggio con leander in Viet Nam

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Viet Nam 1: Good morning, Viet Nam!

“E cosa ci andate a fare?” Questa è stata la reazione più ricorrente al progetto mio, di Walter e Mario di recarci per una ventina di giorni alla scoperta del Vietnam; per rafforzare il senso di stupore qualcuno aggiungeva anche, tra “cosa” e “ci”, una parola di cinque lettere che inizia per “c”, finisce per “o” e ha nel centro una consonante doppia.
Non si capisce la lingua, cosa ci sarà mai da vedere, è un posto così lontano, chissà quanta fame vi toccherà, ci sono mille pericoli, è gente sempre in guerra, c’è da prendersi delle malattie, si crepa dal caldo, ci sono i monsoni, bestie, zanzare, serpenti…: ecco un piccolo campionario dei commenti che ci è toccato ascoltare nei mesi precedenti la partenza. Pareva che tutti ci fossero già stati…
Naturalmente non ci smuovemmo di un millimetro e ora che siamo tornati possiamo dire, con una frase scontatissima ma vera, che gli assenti hanno avuto ampiamente torto.

IMPRESSIONI SUL VIETNAM E SUI VIETNAMITI
Il contatto con la gente, specie nell’ambito della vita quotidiana, è uno dei più bei ricordi che ho riportato da questa esperienza. A differenza di mete di viaggio in cui si privilegiano le attrattive paesaggistiche, ambientali, urbane o artistiche, il calore umano è l’aspetto che più colpisce chi attraversa città, paesi, villaggi, campagne e strade di ogni parte del Vietnam.
Ma è opportuno inserire prima un inciso: tutte le persone che, in maniera diretta o trasversalmente, hanno contatti con il mondo del turismo, tendono, com’è comprensibile, a conseguire un tornaconto economico e il rapporto con esse ne risulta inevitabilmente condizionato. I prezzi di tutto, dagli alberghi ai taxi, dal giro in cyclo alle noci di cocco vendute per strada, dai souvenirs offerti dovunque alle escursioni in jeep, moto o battello, possono e devono essere trattati, secondo una norma non scritta tipica delle civiltà orientali: da parte di chi vende, si parte quindi da cifre elevate, in certi casi spropositate. Lo stipendio medio mensile di un lavoratore vietnamita si aggira sui 60 dollari ed è naturale che il turista sia classificato immediatamente come fonte di guadagno facile. Bastano però pochi giorni, un po’ di senso di osservazione e magari qualche conversazione con altri viaggiatori per capire quale possa essere il valore equo di una prestazione e distinguere chi vuol contrattare da chi ci vuole derubare: far capire subito all’interlocutore con fermezza che si è a conoscenza dei giusti prezzi di mercato è una buona base su cui impostare una trattativa seria. Nel corso del diario che segue approfondirò il tema con i casi che di volta in volta si presenteranno, ma intanto anticipo che una delle risposte più frequenti al vostro “quanto costa?” da parte dei venditori ambulanti sarà il “tormentone” dell’“one dollar”, sia che si tratti dei fischietti in terracotta, del ricordino da due soldi, del mazzetto di cartoline o di una noce di cocco: in questi casi il prezzo corretto è fino a quattro-cinque volte inferiore.
Conviene anche avere sempre a portata di mano un taccuino e una matita e, al minimo dubbio, far scrivere il prezzo sulla carta: l’inglese dei vietnamiti non è esattamente oxfordiano (neanche il nostro…), ma capita anche che qualcuno faccia il furbo giocando sull’equivoco di assonanze quali fourteen-forty, sixteen-sixty e così via.
Contrattando un servizio, dall’affitto di una macchina con autista a un pacchetto di viaggio più articolato, bisogna chiarire sempre, meglio per iscritto, tutte le possibili voci: se ad esempio siano compresi la benzina dell’automezzo (costa circa € 0,30 il litro, parecchio in rapporto al tenore di vita locale), i pasti e i pernottamenti di autista e guida, tickets per traghetti o barriere stradali, eventuali tasse, se il prezzo si intenda complessivo o a persona e quant’altro venga in mente, ad esempio concordare di fare sosta per guardare il panorama, scattare foto o fare uno spuntino ad ogni richiesta e non solo nei luoghi dove la guida ha magari la percentuale su eventuali vendite.
Una volta concluso un servizio, se si ritiene che questo sia stato svolto come pattuito, è corretto pagare il prezzo stipulato senza insistere per ulteriori sconti. Di contro, è anche vero che di solito non si aspettano la mancia.
Mi sono dilungato, come mi sembrava opportuno, sul meccanismo prezzi-turismo, ma ero partito per esprimere le mie sensazioni positive sul popolo vietnamita. Dicevo di avere accumulato un bel po’ di ricordi piacevoli dal rapporto con la gente che, senza nulla togliere alle bellezze delle città e dei paesaggi, sono stati la nota saliente di questo viaggio.
La semplicità, il sorriso, la curiosità, la schiettezza, la cordialità sono gli aspetti che immediatamente colpiscono, con tanta più evidenza quanto più ci si allontana dalle aree urbane grosse o piccole.
Spostandosi lungo le strade del Paese, si nota che praticamente tutti lavorano sodo, spesso con attrezzature e ritmi primordiali: i contadini che arano le risaie, le donne che trapiantano le piantine, bambini di cinque-sei anni che portano a pascolare i bufali, vecchi che sgranano le pannocchie, mettono a seccare le alghe o intrecciano reti da pesca, uomini e donne indifferentemente che nelle cave spaccano pietre con mazze da cinque chili, gente che percorre lunghe distanze per andare ai mercati con biciclette o motorette cariche fino all’inverosimile o con in spalla la caratteristica stanga di bambù con le ceste di mercanzie appese alle estremità.
Proprio i contatti con questo mondo di semplice quotidianità, impostati inevitabilmente su gesti, parole non comprese, sorrisi o segni tracciati sul terreno con un bastoncino, ci hanno riservato i momenti più preziosi del viaggio. Ed è stato bello rendersi conto che spesso la fotografia, più che lo scopo di una sosta, finiva per diventare il corollario finale di una conoscenza tra persone appartenenti a mondi diversi, spesso sollecitato proprio da coloro che mai vedranno quelle immagini.
Curiosità, ho anche detto. Riguardo ai cinque giorni passati tra le minoranze etniche del nord-ovest farò un discorso a parte in quella parte del diario, ma la curiosità nei confronti di noi occidentali è una costante in tutto il Paese: d’altra parte guardando le locandine delle pubblicità, i posters in vendita nei mercati, l’abbigliamento e le acconciature dei divi locali della musica, del cinema e della televisione, i tratti somatici e le parrucche bionde dei manichini nei negozi di abbigliamento, si comprende quanto sia diffusa la “voglia di Occidente”.
I Vietnamiti, con poche eccezioni, sono in stragrande maggioranza magri e agili, hanno capelli fitti e neri, viso quasi glabro. Capita quindi, da parte dei bambini ma non solo, di essere avvicinati e sentirsi tirare i peli delle braccia, mentre chi ha la pancia si aspetti che gli sia toccata, quale gesto beneaugurante; suscitano curiosità anche i calvi. Finisce così che talvolta le parti si invertano e ci si trovi a nostra volta dalla parte dell’obiettivo e non da quella del mirino, soli o in gruppo con i locali: situazioni spesso simpatiche che si concludono con una genuina risata generale.

CONSIDERAZIONI SULLA VALUTA E SUL “GIUSTO PREZZO”
La valuta nazionale, ovviamente non negoziabile fuori dai confini, è il dong, in banconote tra i 200 e i 100.000; non esistono monete metalliche. Ce ne vogliono circa 15.300 per fare un dollaro. In altri termini, dividendo un prezzo in dong circa per 8, si ottiene quello in vecchie lire. Come ho già detto, contrattare sempre, sempre e sempre il prezzo di qualunque bene, oggetto o servizio. Consiglio di tenere a portata di mano una calcolatrice per valutare di volta in volta se sia più conveniente pagare in dong o in dollari, visto che nelle trattative “alla buona” vengono spesso applicati cambi un po’ fantasiosi. Il dollaro americano è accettato dovunque ed è bene avere sempre in tasca banconote da 1, 2, 5 o 10, per non rischiare di ottenere per resto cataste di dong. Le carte di credito sono di difficile utilizzo nei piccoli centri, mentre sui traveller’s cheques vengono applicate commissioni talvolta esorbitanti.
Mi sembra utile riportare alcune voci di un prontuario, tratto dall’opuscolo “Window on Viet Nam” distribuito sui voli Air France per/da Hà Nôi e Hô Chí Minh, relativo al giusto prezzo (in dong) di alcuni beni o prestazioni:
- Una scodella di phở (minestra): 5.000
- Una baguette di pane: 1.000
- Una banana: 200
- Una noce di cocco: 2.000
- Un poncho antipioggia: da 2.000 (leggero) a 10.000 (pesante)
- Un taglio di capelli da un barbiere di strada: 10.000 (più altrettanto per lo shampoo)
- Lavanderia: 2.500 per capo
- Lucidatura scarpe: 2.000 al paio
- Corsa in motorbike-taxi: 1.000/kmDal fascino caotico della capitale alle meraviglie della Baia di Ha LongEssendo il territorio del Vietnam molto allungato in senso nord-sud (tra il 23° e gli 8° di latitudine nord, in piena fascia tropicale), la situazione climatica è alquanto complessa. Ci troviamo nella zona monsonica: tra novembre e marzo il nord è piuttosto freddo e umido mentre il sud è caldo e secco; tra aprile e ottobre il caldo umido si diffonde un po’ in tutto il Paese. In mezzo ci sono però cento sfumature, anche alla luce degli squilibri stagionali che negli ultimi decenni hanno caratterizzato un po’ tutto il pianeta.
Per quanto ci riguarda, avendo effettuato il viaggio tra il 15 gennaio e il 4 febbraio, ci siamo imbattuti nelle condizioni che ci aspettavamo: ad Hà Nôi e Ha Long temperature sui 15°-20°, al nord-ovest mattinate fredde e umide ma senza precipitazioni con temperature in aumento nella giornata, al centro condizioni primaverili con l’unico episodio di pioggia, al sud (Hô Chí Minh e delta del Mekong) decisamente caldo.Innanzitutto, quale valigia? In viaggi come questo, che non prevedono l’affitto di una vettura autonoma ma il ricorso a diversi tipi di mezzi locali con frequenti spostamenti a piedi tra alberghi, stazioni, terminal di autocorriere, attracchi di imbarcazioni e quant’altro, da anni trovo insostuibile lo zaino-valigia, capientissimo anche nella misura “bagaglio a mano”. Col tempo abbiamo anche imparato a limitarne il contenuto lasciando a casa tutto ciò che è superfluo in un viaggio itinerante e del tutto informale. Partendo dall’inverno europeo, abbiamo indossato per il viaggio praticamente tutti i capi pesanti: camicia di jeans con tasche, pile, giacchetta a vento leggera, calzoni con tasconi laterali, scarponcini da trekking. Un pantalone e una camicia di ricambio sono sufficienti, mentre ho prelevato dall’armadio magliette, calze e mutande tra le più vecchie, così da poterle di volta in volta gettare via; capi nuovi si possono acquistare in loco a prezzi irrisori. Immancabile una mantellina impermeabile, che è comunque offerta a ogni passo in grande varietà di colori, modelli e materiali.Dalla consultazione di guide (Touring, con molte foto ma limitata quanto a notizie pratiche, e Lonely Planet, che ha invece proprio nelle innumerevoli informazioni la carta vincente), materiale illustrativo prelevato alle passate B.I.T. e siti Internet, abbiamo individuato cinque aree ritenute di particolare interesse, due nel nord del Paese, due nel centro e una nel sud, che abbiamo visitato nel seguente ordine:
- Hà Nôi e la Baia di Ha Long: cinque giorni;
- le province nordoccidentali, abitate da numerose minoranze etniche: sei giorni;
- Hué e le tombe imperiali nei dintorni: due giorni
- Hôi An e il sito archeologico di My Son con i resti della civiltà Champa: due giorni
- Hô Chí Minh (Saigon), con le gallerie di guerra e il Delta del Mekong: cinque giorni.Martedì 14 gennaio 2003
Partiamo da Genova per Parigi intorno alle 13, sostiamo per circa cinque ore nello scalo della capitale francese per dirigere infine su Hà Nôi con il volo delle 19.30. Lo scalo a Bangkok, anche se non riportato nell’operativo di volo, non lo scampiamo nemmeno questa volta.

Mercoledì 15 gennaio: HÀ NÔI
Sfalsati di sei ore di fuso orario, tocchiamo il suolo di Hà Nôi alle 15.55, le 9.55 italiane. Forniti solo del bagaglio a mano, raggiungiamo in breve il varco del controllo passaporti, dove ci aspetta il primo assaggio dell’approssimazione in ci imbatteremo in parecchie occasioni: non ci si crederebbe, ma il visto applicato dall’Ambasciata vietnamita di Roma non più di una decina di giorni fa non risulta valido, trattandosi di un form adesivo non più in uso da quattro anni! Conseguenza: occorre pagare $ 25 per uno nuovo, aspettando una buona mezz’ora mentre otto agenti doganali stipati in un bugigattolo, che sembrano fare a gara a chi esibisce più stelle e fregi sulla divisa, si palleggiano di mano in mano con flemma irritante i nostri passaporti. Ci viene assicurato che, grazie alla ricevuta rilasciataci, potremo ottenere il rimborso al nostro ritorno in Italia, ma la cosa ha comunque del grottesco; d’altra parte ci troviamo in un Paese che si è da poco aperto al turismo e nel quale la centralità dello Stato è ancora ben radicata in burocrazie talvolta esasperanti.
Il pullmino dell’Hotel Prince, presso il quale abbiamo fissato via e-mail i primi due pernottamenti al prezzo di $ 30 l’uno per una camera a tre letti + 10 per il prelievo all’aeroporto, è per fortuna ad attenderci davanti all’uscita e, dopo avere caricato anche una coppia di francesi, parte alla volta della città.
I 45 km. che in circa un’ora portano al Quartiere Vecchio di Hà Nôi ci riservano una prima istruttiva presa di contatto con la realtà vietnamita. Subito dopo lo svincolo dell’aeroporto ampie risaie sono tagliate da una sorta di trafficatissima superstrada dalla quale capiamo immediatamente che, anche se fosse possibile, non sarebbe proprio il caso di noleggiare (e guidare!) una macchina in mezzo a un caos pazzesco di auto, scassatissime corriere, biciclette e una muraglia inenarrabile di moto e motorini che, in totale inosservanza di semafori e di linee continue, si incastrano, sorpassano e incrociano indifferentemente nei due sensi in un ininterrotto, assordante e globale coro di clacson.
Una delle prime scene indimenticabili, per una splendida fotografia non fatta, è quella di un contadino che blocca il traffico (e ce ne vuole!) per attraversare la strada con il suo branco di animali. Perché indimenticabile? Perché gli animali sono alcune centinaia di anatre, compatte come i soldati di un esercito!
Man mano che si entra nella periferia e poi nell’agglomerato urbano vero e proprio, la concentrazione di gente, abitazioni e mezzi di locomozione cresce progressivamente ed è incredibile apprendere dall’autista che non siamo ancora nel Quartiere Vecchio; e in effetti, quando raggiungiamo la Pho Luong Ngoc Quyen (Pho sta per Via) e l’ingresso dell’Hotel Prince 1 (ci sono anche il 2 e il 3), la densità di persone e cose è difficilmente descrivibile.
Non vediamo l’ora di prendere possesso della camera che abbiamo prenotato, ma sbagliamo a pensare che tutto sia semplice: dopo tre rampe di ripidissime scale, ci viene aperta la porta di un vano nel quale troneggia un unico letto matrimoniale. Nonostante un fitto scambio di e-mails nel quale avevamo richiesto con chiarezza tre letti separati in quanto tre maschi, Mr. Ngodzung sembra non afferrare il problema: si arrabatta facendo portare una traballante brandina pieghevole da spiaggia, poi provando ad affiancarne due a sostegno di un materasso in lattice, finché decidiamo di mostrare i denti, cosa sempre antipatica ma a volte necessaria, minacciando di andarcene. Viene così suddiviso il matrimoniale e salta anche fuori un terzo letto, che due inservienti trasportano da una stanza al piano superiore con manovre da brividi.
Siamo in Vietnam da due ore e già ci sono toccate due battaglie: niente male come inizio! La camera è comunque grande e confortevole e una buona doccia ci rimette in forma per il primo contatto con Hà Nôi.
Si sono fatte ormai le 19, così decidiamo di limitare le attività della serata a un giro per le vie adiacenti l’hotel, prendendo qualche punto di riferimento in quel dedalo di strade, stradine e vicoli che è la Old Town: è difficile trovare subito il verso di una città nella quale si è appena arrivati, in particolare di sera, con indicazioni carenti e in una realtà profondamente diversa a quella cui siamo abituati.
Per la cena, siamo attratti dagli spuntini cucinati all’aperto nelle vie più popolari, con la gente ammassata sui marciapiedi accosciata o seduta su sgabelli alti venti centimetri davanti a tavolini alti trenta; ma è pur vero che ogni norma igienica è totalmente ignota, i fornelli sono posati sul marciapiedi a un palmo dagli scappamenti delle innumerevoli motorette e da cataste di rifiuti, mentre le stoviglie vengono lavate in tinozze in cui l’acqua (e quale acqua?) pare non sia mai stata cambiata dal mattino. Nel prosieguo del viaggio finiremo per sperimentare esperienze analoghe, ma francamente il rischio un malanno intestinale il primo giorno preferiamo evitarlo, anche se stiamo facendo la profilassi antimalarica.
Ci orientiamo così su un ristorantino senza nome a breve distanza dal nostro hotel; la cucina non si vede, ma almeno sedie e tavoli sono a misura di occidentali. Per tre zuppe di noodles con pollo, carni miste alla griglia con riso più tre birre spendiamo 133.000 dong totali, meno di nove dollari.
Nella passeggiata del dopo cena, ci imbattiamo nelle numerose agenzie di turismo, concentrate lungo la Pho Ma May e vie adiacenti: tutte tengono aperto fino a tardi e ci rendiamo conto che già da qui è possibile organizzare ogni tipo di tour non solo alla Baia di Ha Long e al nord ma praticamente in tutto il Vietnam. La cosa è del resto fattibile tramite molti bar e le receptions di ogni hotel: in sostanza si può dire che in questo Paese, per quanto riguarda il turismo, direttamente o con intermediari tutti sono in grado di fare tutto (se bene o male è la stimolante scoperta che aspetta ogni viaggiatore).
Tornati in albergo, ci facciamo predisporre per domani una visita delle principali attrazioni della città: avremo a nostra disposizione un’auto con autista e guida dalle 8 alle 16, il tutto per $ 20 a testa comprensivi del pranzo e di tutti i biglietti d’ingresso. Al termine, ci rimarrà il tempo per programmare le prossime giornate.

Giovedì 16 gennaio: HÀ NÔI
La giornata comincia con la prima delle colazioni “essenziali” che, con rare eccezioni, saranno una costante di tutto il viaggio. Oltre a una bevanda calda e al pane (in formato unificato, tipo una piccola baguette, ma molto buono), ci tocca una scheggia di burro e una razione omeopatica di marmellata a testa; stando al menù teorico si possono anche ottenere delle uova, ma ci dicono che bisogna aspettare una ventina di minuti, forse il tempo che la gallina le deponga. Lasciamo perdere, anche perché il pullmino si presenta puntuale alle otto, così, facendoci largo nello sciame di conduttori di cyclo, lustrascarpe, venditori e procacciatori di servizi vari che sono l’eterna scorta di ogni turista, possiamo partire per il giro della città su un confortevole pullmino con autista sotto la guida di Lân, un giovane che parla un buon inglese.
Comincio con una puntualizzazione riguardo due termini architettonici, pagoda e tempio, che ricorrono spesso nella descrizione di un viaggio in Vietnam: molto semplicemente la pagoda è il luogo del culto, in cui ci si reca per pregare, mentre il tempio è un edificio, non religioso, costruito in onore di uno o più personaggi eminenti.
La prima meta è il Mausoleo di Hô Chí Minh, per tutti i Vietnamiti familiarmente “zio Hô”, autentico “padre della patria” e primo presidente della repubblica indipendente del Vietnam nel 1945. In uno spiazzo sterminato reso spettrale dalla nebbiolina del mattino che rende lucido di umidità il selciato, code interminabili di turisti, locali e scolaresche entrano ordinatamente in un enorme edificio squadrato in marmo grigio, all’interno del quale una teca di vetro conserva il corpo imbalsamato del grande statista. Il corteo dei visitatori gli passa intorno ad alcuni metri di distanza, sotto l’occhio delle guardie che controllano che nessuno faccia rumore, scatti foto, chiacchieri, metta le mani in tasca, tenga atteggiamenti non rispettosi o si scosti appena dal percorso tracciato sul pavimento. Un’atmosfera ancora più spettrale di quella esterna, ma è difficile sfuggire all’emozione trasmessa dalla marzialità del luogo.
Il contesto all’esterno del Mausoleo è peraltro piacevole, inserito com’è in un parco con laghetti, prati e alberi di alto fusto. Totalmente immersa nel verde è la casa in cui Hô Chí Minh visse dal 1958 fino alla morte avvenuta nel 1969: sopraelevata su travi davanti a uno specchio d’acqua ed edificata completamente in legno, se ne può vedere l’interno, arredato semplicemente, solo da un ballatoio esterno. In prossimità, spicca la cosiddetta Pagoda dell’Unica Colonna, strutturata in legno su un unico pilone centrale di pietra, a simulare un fiore di loto; costruita nel 1049 come voto di un imperatore per la nascita di un erede maschio, fu semidistrutta dai Francesi nel 1954 e restaurata l’anno dopo.
La visita del complesso si conclude con l’interessantissimo Museo di Hô Chí Minh, incentrato ovviamente sulla storia recente del Vietnam e sulla vita di “zio Hô”, con suoi abiti, cimeli, lettere, pagine di giornali e una grande quantità di fotografie d’epoca.
Ci rechiamo ora al Museo Etnografico, meta raccomandabile come preparazione per chi, come noi, abbia intenzione di trascorrere qualche giorno tra le minoranze etniche delle province nord-occidentali. All’interno, diverse sezioni sono dedicate alla storia antica del Paese, ai costumi e alle usanze delle differenti etnie, mentre nel vasto cortile esterno sono state ricostruite fedelmente le strutture abitative tipiche delle varie regioni.
Il complesso più ben conservato di Hà Nôi e meritevole di una visita accurata è il Tempio della Letteratura. Si tratta di un vasto insieme di edifici affacciati su cinque cortili interni, collegati da passaggi, ciascuno dei quali riservato un tempo all’imperatore, ai cortei regali, alle classi amministrative o ai militari. Il Tempio fu costruito nel 1070 (in piena dominazione cinese) come centro di cultura sotto l’impero di Ly Thanh Tong e divenne ben presto la prima università vietnamita, rivolta all’istruzione dei figli dei mandarini. Oggi è uno dei luoghi più piacevoli in cui trascorrere qualche ora e scoprire autentici tesori all’esterno e all’interno dei vari corpi architettonici: porte monumentali, colonnati, decorazioni, altari, statue e soprattutto le stupende 82 stele, erette su basi in pietra a foma di tartaruga, sulle quali erano trascritti i nomi dei candidati dei vari corsi di studio. Nella Casa delle Cerimonie abbiamo occasione di assistere a una breve esibizione di musiche con strumenti tradizionali ad opera di un gruppo femminile di cinque elementi.
Quanto sopra, per ciò che riguarda la parte architettonica e monumentale della città. Ma un soggiorno ad Hà Nôi non può non prevedere una immersione totale del fascino caotico del Quartiere Vecchio. Si può cominciare prendendo fiato in uno dei luoghi più frequentati da turisti e residenti, vale a dire il Lago di Hoan Kiem; su un’isoletta collegata alla terraferma da un pittoresco ponte in legno dipinto di rosso, che è una delle più classiche “cartoline” non solo del Vietnam ma dell’intero Oriente, sorge il Tempio del Monte di Giada (Ngoc Son), dedicato all’eroe nazionale Tran Hung Dao che arrestò nel XIII secolo l’avanzata dei Mongoli. Il colonnato antistante, circondato da bella vegetazione, è un luogo di ritrovo dei giocatori di dama cinese.
Lasciata questa oasi di tranquillità, ci si può sprofondare nel mondo, diametralmente opposto ma di grande coinvolgimento, del Quartiere Vecchio per percorrere a piedi quello che è noto anche come “itinerario delle 36 strade”. Ciò che subito colpisce è l’enorme concentrazione di persone e cose che riempie le vie: la sede stradale è un ammassarsi ininterrotto e anarchico di auto sempre strombazzanti, cyclo ma soprattutto motorette, biciclette, carrettini stracarichi, uomini e donne con la tipica stanga di bambù sulle spalle a sostegno delle mercanzie più svariate. Inevitabilmente vi si devono muovere anche i pedoni, visto che il marciapiedi esiste ma è occupato sulla parte esterna da una muraglia di moto e bici posteggiate, mentre la fascia interna è la sede della vita quotidiana di tutta la popolazione: qui si svolgono tutte le attività, familiari, sociali e commerciali, su uno spazio che è l’ideale prolungamento dell’abitazione che vi si affaccia. Si tratta delle cosiddette “case a tubo” o “a galleria” tutte affiancate, strette sul frontale (per via di un decreto che un tempo le tassava in relazione alla larghezza) e sviluppate in profondità: il vano più interno, che spesso è però un tutt’uno con il magazzino/bottega che dà sulla strada, ospita il letto e pochi mobili, visto che si vive in prevalenza all’aperto; ciò che non manca mai, anche nelle case più umili, sono il televisore e l’impianto stereo, di infima qualità e perennemente accesi ad alto volume.
Ogni casa ha pure un angolo dedicato all’altarino di famiglia, davanti al quale sono sempre accesi incensi profumati: il culto degli antenati è una componente importante della religiosità dei vietnamiti, che ha la base nel buddismo mahayana, integrato in parte dalle teorie del confucianesimo, del taoismo e delle antiche dottrine animistiche.
Le strade conservano tutt’ora il nome riferito alla tipologia delle merci vendute (è sempre presente il termine “hang” che sta appunto per merce), anche se la caratterizzazione non è più rigorosa come un tempo. Capita però ancor oggi di muoversi lungo sfilate di negozi di fiori, sartorie, empori di ferramenta, medicamenti erboristici, bigiotteria, abbigliamento, calzature, artigianato in legno o paglia, vasi in ceramica, utensili da cucina, dolciumi tradizionali, decorazioni in carta colorata, copricapi, strumenti musicali, incensi profumati, bare e lapidi funerarie, articoli in cuoio, legno, porcellana, incredibili caraffe di acquavite contenenti gechi, serpenti e ogni varietà di rettili. Il tutto si alterna in un coivolgente caos a tutto quanto di commestibile si può immaginare e che sarà una costante dei mille mercati in cui ci imbatteremo nel corso dell’intero viaggio: ortaggi e frutta più o meno esotica, legumi freschi e secchi, uova in grande varietà, pesce fresco ed essiccato, pollame vivo che comprende galline, anatre e oche stipate all’inverosimile in ceste di vimini.
Ma non mancano anche negozi di elettrodomestici e radiotelevisione (marche cinesi, giapponesi, russe ma anche italiane), nonché di videocassette e compact-discs, invariabilmente “taroccati”. Nel prosieguo del viaggio noteremo, del resto, come in questo Paese (spesso tramite la vicina Cina) “tarocchino” tutto, dagli orologi e occhiali di marca ai capi di abbigliamento firmati, dai DVD alle Lonely Planet (fotocopiate e rilegate abilmente, tanto da renderle molto simili alle originali).
Ci addentriamo in questo mondo sbalorditivo verso le 16, dopo avere congedato l’autista e la guida che ci hanno accompagnato, cominciando nel contempo a guardarci intorno per individuare il modo migliore di organizzare le nostre attività nei prossimi giorni. Ho già detto che le agenzie di viaggio sono concentrate lungo la Pho Ma May e le vie circostanti: già da un primo contatto ci rendiamo conto dell’enorme confusione che caratterizza il settore, evidenziata da grosse differenze di prezzo per pacchetti turistici sostanzialmente simili. Ci è sembrato di capire che l’intero business sia nelle mani di un oligopolio, di cui fanno parte la catena dei Sinh Café, la Handspan e poche altre organizzazioni: a queste, magari per vie tortuose, finiscono per fare capo anche la miriade di piccoli operatori e le receptions degli hotels.
Nell’immediato, a noi interessa l’escursione di tre giorni alla Baia di Ha Long e all’isola di Cát Bà, pacchetto “all inclusive” che ci viene proposto a un ventaglio di prezzi che va dai 25 ai 53 dollari. Le motivazioni addotte per differenze così marcate vanno dall’albergo più confortevole ai pranzi a buffet, dall’imbarcazione più comoda al gruppo più limitato, dalla visita di grotte più belle alla crociera del ritorno su un percorso diverso dall’andata.
L’esperienza, come spiegherò, ci dirà che è in buona parte aria fritta, essendo i battelli tutti simili, così come gli itinerari, gli hotel di Cát Bà, i ristoranti, i luoghi di visita; tutt’al più, alcuni offrono lo sbarco su una spiaggia per fare il bagno o su una delle isole grosse per salire a un punto panoramico. Il consiglio è quindi di orientarsi senza rimpianti sulle combinazioni più a buon mercato, sulle quali, come vedremo, c’è ancora un ulteriore margine di trattativa. Solo disponendo di parecchio tempo ci si può differenziare, ad esempio fermarsi una settimana a Cát Bà e, frequentando i posti di ritrovo entrando così in familiarità con qualcuno, accordarsi magari per farsi portare su qualche isoletta defilata condividendo per qualche giorno la vita quotidiana dei pescatori; ma nel viaggio-tipo di quindici-venti giorni è difficile prescindere dagli itinerari cosiddetti “classici”.
Frastornati dalla giungla di prezzi nella quale ci siamo dibattuti, preferiamo tirare le somme seduti al tavolo di un buon ristorante quale si rivela il “Little Hanoi”, sulla Pho Ta Hien, giustamente citato dalla Lonely Planet come economico e accogliente: mangiamo meglio e più variato di ieri sera spendendo meno, 124.000 dong in tre, cioè 8 dollari. Una citazione di merito va ai tranci di tonno alla griglia aromatizzati con rametti di aneto.
Per quanto riguarda domani, stabiliamo di recarci ad Ha Long City e organizzarci là: a tale scopo, acquistiamo tramite la reception dell’albergo il passaggio su uno dei tanti minibus delle agenzie per $ 4 a testa. È sempre preferibile saltare gli intermediari e puntare al contatto diretto con gli operatori sul luogo stesso di partenza delle escursioni: l’abbiamo fatto in occasione di altri viaggi e continuiamo a ritenerlo la soluzione migliore. Come vedremo, anche questa volta non mancheranno le sorprese.

Venerdì 17 gennaio: HÀ NÔI – CÁT BÀ
Alle sette in punto viene a prelevarci una giovane incaricata di accompagnarci al minibus. Lasciamo l’Hotel Prince 1 senza rimpianti, visto che non ci è stata data la sveglia concordata e che la colazione, espressamente richiesta per le 6,45, ci è servita con sgarbo dal portiere di notte, che evidentemente vuole farci scontare il fatto di essersi dovuto alzare per noi.
La partenza dell’automezzo, nel quale ci aggreghiamo a un gruppo “tutto compreso” della “Vietnam Open Tour”, deve fare i conti con l’ingorgo dovuto al passaggio di un funerale: il carro funebre è seguito da diversi pullmini coperti di fiori bianchi che trasportano i parenti del defunto, tutti con una fascia bianca intorno al capo.
Il viaggio da Hà Nôi ad Ha Long City richiede circa quattro ore per coprire 160 km. La comitiva, composta di una ventina di persone di varie provenienze europee, è guidata da Thom, un simpatico ed efficiente ventottenne che ci fornisce parecchie informazioni nonostante noi siamo in qualche modo “intrusi”. Lasciato il traffico parossistico di Hà Nôi dopo avere scavalcato il ponte Chuong Duong sul Fiume Rosso (Sông Hông), ci inoltriamo in un paesaggio aperto, tra piccoli centri abitati e un susseguirsi di scene di vita quotidiana: risaie dove sono all’opera i contadini con gli aratri trainati da bufali, stagni di anatre, casette con le pannocchie appese a seccare, piccoli cimiteri con le tombe a forma di pagoda in miniatura.
Alle 11,30 giungiamo ad Ha Long City, dove ci congediamo da Thom davanti al ristorante in cui è previsto il pranzo del suo gruppo. La cittadina si rivela subito il postaccio che le guide descrivono, punto di partenza inevitabile per le crociere nella Baia, in via di trasformarsi in covo di prostituzione e malavita mafiosa; e, ahimè!, risulta assolutamente esatto quanto riferisce la Lonely Planet riguardo alle difficoltà di svincolarsi dal trust del turismo organizzato. Sul piazzale prospiciente il molo si è subito circondati da procacciatori di servizi a dir poco dubbi che sparano prezzi esorbitanti; è presente anche il chiosco di una sedicente autorità turistica, sulla cui insegna spicca una citazione “Unesco” altrettanto dubbia, intorno al quale si aggirano personaggi che furbescamente si spacciano per operatori dell’agenzia. In più, il tentativo di accedere alla banchina per trattare direttamente con i barcaioli è vanificato dall’obbligo di esibire al varco un biglietto che viene fornito solo alle guide dei gruppi.
La faccio breve: la scelta più sensata è tornare al ristorante per trattare con Thom l’inserimento nel suo gruppo. Il prezzo del pacchetto di tre giorni è di $ 27 a testa, dai quali il ragazzo sottrae correttamente i 4 pagati per il passaggio sul minibus: da 23 a 20 il passo è breve e concludiamo così per $ 60 totali, tutto compreso con esclusione delle bevande.
Volevamo provare a organizzarci un tour un po’ “fuori dal coro” ed eccoci invece, con il contorno di un bel po’ di scocciature, a fare esattamente quello che fanno tutti i gruppi organizzati. Ma fa parte anche questo dell’esperienza del viaggio e ci torna presto il buonumore non appena ci immergiamo nel meraviglioso scenario della Baia.
La Baia di Ha Long, dichiarata “Patrimonio dell’umanità” nella “World Heritage List” dell’Unesco e meta di un turismo in continuo aumento, costituisce la parte occidentale del Golfo del Tonchino. Estesa per circa 1500 kmq., è caratterizzata da oltre tremila isole, isolotti, scogli e faraglioni calcarei che emergono dalle acque, alcuni più vasti, arrotondati e ricoperti da vegetazione, altri più piccoli, brulli e aspri, altri ancora ridotti a torrioni, esili obelischi o pinnacoli modellati dall’erosione in forme bizzarre: un vero paradiso per fotografi, pittori e semplici esteti. Il paesaggio è spesso, come oggi, immerso in una nebbiolina sottile che richiama le stampe cinesi, il che contribuisce a una suggestione ancora maggiore; è sempre più raro scorgere le giunche e i sampan dalle vele colorate, soppiantati ormai dai battelli dei turisti, che hanno peraltro mantenuto un’estetica piacevole, grazie alla forma agile e all’uso esclusivo del legno. Anche il nostro ricalca questo modello e le venti persone che ospita trovano agevolmente posto nelle panche della cabina o nelle sdraio del ponte superiore.
Un’altra attrattiva della Baia sta nelle numerose grotte. Proprio una delle più famose, la Hang Dau Go, è la meta di una sosta dopo circa un’ora e mezza di navigazione. Dal molo si dirama una ripida scalinata che porta all’ingresso della caverna, che si sviluppa in tre cavità successive di cui la seconda, la più ampia, è rischiarata da luci colorate: ne risulta un effetto un po’ da Disneyland, ma lo spettacolo è comunque molto bello.
Tornati al battello, ci attendono altre tre ore di crociera, in un’alternanza di foschia e squarci di sereno: di tanto in tanto veniamo “abbordati” (uso un termine piratesco, ma la sensazione è proprio quella) da minuscole imbarcazioni, spinte da motori antidiluviani spesso governati da bambini o donne, che offrono granchi, gamberi e frutti di mare appena pescati: volendo, a bordo c’è anche la possibilità di cucinarli.
Poco prima del tramonto, giungiamo dapprima a costeggiare un suggestivo villaggio di pescatori costituito da un allineamento di coloratissime capanne galleggianti, e di lì a poco all’attracco meridionale dell’isola di Cát Bà. Un ulteriore tratto in minibus, circa 5 km. su una strada in via di rifacimento, collega alla cittadina che porta lo stesso nome dell’isola, che si presenta subito come località in pieno sviluppo turistico (nel senso negativo del termine): la smania di edificare è evidente osservando gli onnipresenti cantieri e gli hotel (tutti simili) che presentano la facciata perfettamente rifinita in contrasto con i muri laterali lasciati solo intonacati. Sarebbe interessante conoscere l’opinione dell’Unesco su questa cementificazione scriteriata che sta rapidamente snaturando questo tratto di costa. E pensare che non più di sei-sette anni fa le guide parlavano di “isola incontaminata” e di “poche strutture ricettive ben integrate nel paesaggio”!
L’aspetto pittoresco del porticciolo lo si può però ancora apprezzare, anche perché guardandolo si danno le spalle alla deprimente sfilata degli alberghi e dei bordelli mascherati da centri di “thai-massage” o da “karaoke-bar”: indugiamo così ad osservare l’andirivieni delle minuscole barchette che sono il preminente mezzo di locomozione dei residenti nell’ambito dell’insenatura e i barconi ancorati a breve distanza dalla riva (o posati sul fondale nelle ore in cui la marea si abbassa considerevolmente), vere e proprie abitazioni per molte famiglie di pescatori.
Ceniamo più che discretamente nel ristorante annesso al nostro hotel (non ne ricordo il nome ma la cosa è ininfluente, essendo tutti l’uno la fotocopia dell’altro), dopodiché concludiamo la serata passeggiando sul lungomare in compagnia di Patrizio, oltre noi l’unico italiano del gruppo, un fotografo napoletano trapiantato a Udine che viaggia da solo. Lui ha sottoscritto un tour di soli due giorni, per cui domani rientrerà ad Hà Nôi: il suo programma di viaggio è sostanzialmente diverso dal nostro, ma il caso vuole che ci imbatteremo ancora in lui a Saigon.

Sabato 18 gennaio: CÁT BÀ
Il programma della giornata prevede nella mattinata un’escursione nel Parco Nazionale di Cát Bà e il pomeriggio libero. Lasciamo l’albergo con un minibus che, prima di uscire dall’abitato, fa sosta davanti a due hotel per prelevare altre comitive: è la conferma di quanto già capito, cioè che, qualunque sia il prezzo pagato, i gruppi vengono aggregati sul posto per sfruttare al massimo la capienza dei mezzi di locomozione. Percorriamo una quindicina di km. lungo una strada tortuosa a saliscendi che dopo un tratto costiero si inoltra all’interno; cominciamo finalmente a immergerci in uno scenario quasi intatto di vegetazione tropicale, fino a raggiungere l’ingresso della zona protetta. Una camminata di circa un’ora lungo un sentiero in salita via via più accentuata, resa un po’ faticosa dall’elevatissimo grado di umidità, porta alla sommità del Dinh Ngu Peak, un rilievo che supera di poco i 300 metri ma che costituisce uno splendido belvedere sulla fitta foresta sottostante, dalla quale emergono a perdita d’occhio una quantità di picchi erbosi; l’analogia è nuovamente con le immagini delle stampe cinesi, anche se siamo ancora penalizzati dalla solita nebbiolina.
Rientriamo in albergo per il pranzo con il desiderio di approfondire la conoscenza delle parti più appartate dell’isola; la cosa è in effetti realizzabile grazie alla possibilità, tramite le receptions di tutti gli alberghi, di affittare delle motociclette, che sono perlopiù delle Honda 125 o delle Minsk, moto bielorusse di pari cilindrata, spartane e robuste. Esclusa la possibilità di stare in due stranieri sullo stesso veicolo (ci dicono che è per legge, sarà…), ne noleggiamo tre, per $ 8 complessivi, dalle 14 alle 17,30: una ciascuno per Walter e Mario, mentre sulla terza salgo io (che non so guidare la moto) insieme con un conduttore. Tutto sommato, spostarsi in gruppo con un residente (su queste strade e con un codice di circolazione inesistente…) può essere utile in caso di inconvenienti.
La prima parte del percorso coincide con quella effettuata al mattino, con il vantaggio di fermarci tutte le volte che vogliamo per godere di scenari sempre più suggestivi grazie a una giornata che si è fatta limpidissima. Lasciato il bivio che porta al Parco, puntiamo verso l’estremità occidentale dell’isola, immergendoci piacevolmente in scene di vita quotidiana: prevalgono le grandi pianure suddivise in un reticolato di stagni in parte adibiti alla coltura del riso e in parte, quelli più costieri, alla raccolta delle alghe che poi vengono poste a essiccare occupando per decine di metri una larga fascia della sede stradale. Sullo sfondo, movimentano il paesaggio rilievi a cupola che sembrano la continuazione degli isolotti della Baia di Ha Long. I ritmi dei pochi abitanti sono scanditi da semplici occupazioni: assestare i sentierini tra gli stagni, rattoppare la chiglia delle imbarcazioni, rammendare le reti da pesca, intrecciare ceste di vimini, raccogliere crostacei sulla spiaggia approfittando della bassa marea. La strada ha termine a Phu Long, poche capanne, un chioschetto di frasche dove ci facciamo preparare un laborioso caffè, l’attracco e la biglietteria del traghetto da Hải Phòng; nei vari cartelli non vi è una sola parola che non sia vietnamita e sembriamo anni luce da quel “turismificio” che è il capoluogo Cát Bà.
Tornati al bivio, dirigiamo verso nord lungo la strada che, tagliando l’interno dell’isola caratterizzato da una fitta vegetazione, porta in una decina di chilometri alla sua estremità nord; la parte finale è parecchio dissestata e l’ultimo tratto è precluso alla circolazione per lavori di rifacimento dovuti a una frana, così facciamo marcia indietro per rientrare in albergo, dove arriviamo giusto in tempo per ammirare un tramonto spettacolare.
Ma prima della cena ci tocca una seccatura: il padrone di una delle moto dà in escandescenze reclamando un fantomatico danno alla manopola del freno, difetto chiaramente di vecchia data che anzi avrebbe potuto far correre dei rischi a Walter che l’ha guidata. L’interminabile discussione viene composta con la mediazione di Thom, visto che l’uomo non conosce l’inglese, chiarendo bene che gli diamo un dollaro non a risarcimento di un guasto già esistente ma perché si tolga dai piedi e che potremmo denunciarlo perché noleggia una moto difettosa.
In viaggi in autonomia come questo, abbiamo l’abitudine di fare ogni sera il punto per programmare i movimenti dei giorni successivi, in particolare individuare i mezzi di locomozione più idonei per spostarsi dall’una all’altra delle aree di cui prevediamo la visita. Così, nella passeggiata del dopocena, discutiamo su cosa fare domani pomeriggio, quando, di ritorno ad Hà Nôi, dovremo dirigere su Sa Pa, punto di riferimento per i 5-6 giorni che vogliamo dedicare alle minoranze etniche delle province nord-occidentali. Abbiamo già le idee abbastanza chiare, ma il caso vuole che un bar sul lungomare che funge anche da agenzia di viaggio proponga su un cartello un’infinità di destinazioni, compreso Sa Pa: ci sembra un po’ pretenzioso, ma entriamo ad informarci, più che altro per scoprire eventuali alternative.
Credo che un pacchetto del genere i due “operatori” (le virgolette sono d’obbligo) non lo abbiamo mai venduto né siano in grado di farlo, tant’è vero che danno la chiara sensazione di improvvisare mentre elencano le varie voci del servizio: prelievo in albergo, taxi fino all’attracco del ferry per Hải Phòng, traversata, transfer in auto fino ad Hà Nôi, bus turistico fino a Sa Pa. È evidente che i due figuri stanno intravvedendo la possibilità dell’occasione della vita e sparano subito altissimo, vale a dire $ 300; ci basta dire “troppo caro” e fare l’atto di andarcene per far scendere il prezzo a 200, ma siamo totalmente fuori dalla realtà, lo sappiamo sia noi che loro, visto che non insistono più di tanto mentre imbocchiamo la porta del locale.
Rientriamo in albergo ridendoci sopra.

Domenica 19 gennaio: CÁT BÀ – HÀ NÔI, poi treno HÀ NÔI – LÀO CAI
Una delle ragioni per cui avevamo scelto il tour di tre giorni anziché di due stava nelle frequenti nebbie che caratterizzano la Baia di Halong e il conseguente rischio di vedere poco o nulla durante la crociera. Su tre giornate – ci eravamo detti – speriamo che ce ne tocchi almeno una di pieno sole.
Un’alba splendida ci ripaga della scelta fatta: potremo godere nelle migliori condizioni gli scenari della Baia e varrà la pena di rifare le fotografie già scattate all’andata quando, lo si ricorderà, il tempo era stato piuttosto uggioso.
Un imprevisto movimenta gli istanti precedenti la partenza del battello. Si accende una discussione tra un giovane vietnamita e un turista australiano, a quanto pare per il disaccordo sul prezzo di un qualche servizio; ce ne teniamo distanti e facciamo bene, visto che i due finiscono alle mani, separati a stento dai rispettivi amici e da un poliziotto subito intervenuto. Solo dopo lunga discussione e sulle insistenze della fidanzata, il turista sborsa l’oggetto del contendere, un biglietto da 10.000 dong; dopo l’episodio della moto di ieri sera, un’altra riprova di quale sia il tenore di vita in questo Paese, se per l’equivalente di 1.200 lire si è disposti a prendersi a pugni!
La crociera di ritorno ricalca più o meno integralmente quella dell’andata, ma ammiriamo davvero la spettacolarità dello scenario, benedetto da una luce ideale che evidenzia al meglio la grande varietà di forme e dimensioni delle isole. Durante la traversata, abbiamo modo di conversare con gli altri partecipanti, in particolare una giovane coppia austriaca alla quale si è aggregato Jerry, un londinese che viaggia da solo: anch’essi hanno intenzione, come noi, di proseguire verso nord-ovest percorrendo la linea ferroviaria che da Hà Nôi porta a Lao Cai, cittadina sulla frontiera con la Cina collegata a Sa Pa tramite minibus. La differenza è che loro, disponendo di oltre un mese, hanno optato per il treno di domattina dopo un pernottamento in città, mentre noi cercheremo di trovare posto sul convoglio notturno per guadagnare una giornata. Thom, disponibile come sempre, ci indica, tra le quattro stazioni esistenti nella capitale, quella da cui partono i treni per il nord (Tran Quy Cap), la cui biglietteria chiude di norma alle 17: dovremmo farcela, ma bisognerà correre (tanto per cambiare…).
Poco prima della meta finale, ci viene servito il pranzo, variato e apprezzabile anche grazie al pesce fornito da una barchetta di pescatori durante uno dei consueti “abbordaggi”. Sbarcati ad Ha Long City intorno alle 12,30, ci attende il trasferimento in pullman ad Hà Nôi, l’occhio spesso sull’orologio ogni volta che si crea un ingorgo nel traffico: ci imbattiamo anche in un paio di incidenti (miracolosamente pochi, vista la totale anarchia che regna sulle strade…).
Eccoci ad Hà Nôi alle 16,30, più che mai in lotta con il tempo. Un taxi preso al volo, una corsa per fortuna breve ed eccoci in stazione: c’è una bella coda ma la biglietteria è aperta.
Ai tre anglo-austriaci, subito prima di noi, tocca una brutta sorpresa: il treno di domattina parte di qui ma i biglietti si acquistano in un’altra stazione. Cose vietnamite! Ci salutiamo e per fortuna a noi va meglio, visto che la biglietteria è giusta, il treno per Lao Cai delle 21,30 è già pronto sul binario, ci sono tre cuccette libere, l’impiegata è simpatica e parlotta un po’ di inglese, oltre a cambiarci un po’ di soldi (abbiamo quasi finito i dong) a un cambio equo. Sborsiamo $ 10 a testa e, con i biglietti in mano, prendiamo finalmente un po’ di fiato. Si sono fatte quasi le 18 e non ci sembra il caso di allontanarci per un giro in città; facciamo uno spuntino in un chioschetto e ci piazziamo nella sala d’aspetto, grande e pulita, anche se di lì a poco si affolla di viaggiatori e non, che evidentemente non vogliono perdersi la puntata del polpettone strappalacrime che la TV sta mandando in onda.
Verso le 20,30 ci avviamo al treno e prendiamo posto nello scompartimento a quattro posti riservatoci. A parte qualche piccolo segno di vita sul pavimento sul quale preferiamo non indagare, la sistemazione è, in relazione agli standards di questo Paese, abbastanza confortevole; del resto, questa e altre due carrozze-cuccetta sono riservate agli stranieri e in effetti 10 dollari, cifra per noi irrilevante, sono parecchi per un vietnamita medio. La gestione di queste vetture sembra essere competenza di una consociata dell’azienda ferroviaria di stato, tant’è vero che al biglietto di viaggio è abbinato un tagliando (in pratica la traduzione in inglese) intestato “Tulico Tourist”, un operatore di Hà Nôi che ha anche una dipendenza in un hotel di Sa Pa. Ancora una volta, cose vietnamite!
L’importante è però che siamo qui, cosa che non era affatto scontata. Il treno lascia la stazione in perfetto orario (e vorrei vedere…) e per alcuni chilometri transita nel cuore dell’agglomerato urbano; in certi tratti corre, senza alcuna protezione, a non più di un paio di metri dai muri delle case (in pratica il retro delle “case a galleria”), sulle cui porte disinvoltamente la gente continua le proprie attività o i bambini giocano.
Anche se mi ripeto, cose vietnamite! E tante altre ne vedremo, curiose, sorprendenti e spesso coinvolgenti, nei giorni che seguiranno. Ne parlerò nel prosieguo di questo diario di viaggio.Lo standard alberghiero, anche se in via di miglioramento con l’incremento dei flussi turistici, è piuttosto incostante. Ad Hà Nôi, Hué e Hô Chí Minh (in particolare la terza, più occidentalizzata e più cara) non mancano hotels di buon livello, mentre durante il giro di cinque giorni nelle province di nord-ovest abbiamo alloggiato in strutture ricettive a volte modeste, per quanto dignitose, e in qualche caso obbligate, causa anche lo scarso numero di visitatori.
Abbiamo speso da un massimo di $ 45 per una camera doppia a Hô Chí Minh a un minimo di $ 10 per una doppia o una tripla, riscontrando in qualche occasione piacevoli sorprese nel rapporto prezzo/qualità. Anche per la voce “pernottamenti” scenderò nei dettagli nel corso del resoconto.
Nei servizi in camera, è quasi sempre presente il getto al centro del bagno che trasforma in doccia l’intero vano, mentre per la carta igienica, vista la pessima qualità di quella degli alberghi, conviene rendersi autonomi; appena preso possesso della stanza, controllare lo scaldabagno, che spesso è spento; chi usa il rasoio elettrico tenga conto che di rado presso lo specchio c’è una presa di corrente (le nostre spine vanno comunque bene); la colazione compresa nel prezzo della stanza raramente va oltre alla bevanda calda accompagnata da un panino e da una porzione microscopica di marmellata dal gusto unificato per tutto il Vietnam (ricorda vagamente la fragola). Spesso si può ottenere altro (uova, frutta, succo d’arancia), ma occorre pagare un extra per quanto eccede un ammontare prefissato, di solito un dollaro.In barba a quanti pontificavano che avremmo mangiato di schifo, possiamo invece dire di avere trovato la gastronomia vietnamita accettabile e in più occasioni piacevole.
La cucina della tradizione annovera circa cinquecento piatti differenti, ma non posso che dare qualche cenno di quelli sperimentati, che sono, a rotazione, quelli più diffusi nei ristoranti. Citerò qualche curiosità ogni volta che se ne presenterà l’occasione.
Le influenze delle lunghe dominazioni cinese e francese si fanno sentire, anche se parecchi sapori sono davvero unici, quale il “nuoc mam”, una salsa di pesce fermentato che però viene messa in tavola a parte, cosicché ciascuno può dosarla a piacere o evitarla (ma non è poi tanto male…). In alternativa c’è comunque spesso la salsa di soia, un sapore meno “estremo” e più noto a noi occidentali.
Premetto un’avvertenza per quanto concerne i ristoranti: capita spesso che sulla lista siano elencate portate che, al momento dell’ordinazione, risultano non presenti. Dato che i menù sono quasi sempre affissi all’esterno dell’esercizio, davanti al quale c’è di solito un cameriere che cerca di accaparrarsi la clientela, consiglio, prima di entrare nel locale, di farsi dire con chiarezza se i piatti prescelti siano disponibili o meno.
Nelle occasioni in cui non si scelga alla carta, le numerose portate vengono messe in tavola su piatti comuni dai quali ciascuno attinge piccole quantità da unire nella propria ciotola all’immancabile riso bollito e alle salsine. Anche se su richiesta si può ottenere la forchetta, si usano le bacchette: i cibi sono di solito già ridotti a piccoli pezzi, il che rende inutile il coltello.
Le cotture più diffuse sono al vapore, alla griglia e la frittura, e per lo più i vietnamiti ci sanno fare. Come già si comprende negli animatissimi mercati, sono molto diffusi il pollo e il maiale, ma non manca anche il manzo. Rispondo anche all’interrogativo che qualcuno si potrebbe porre, dicendo che solo in alcune zone del nord è in uso mangiare la carne di cane: non ci è mai capitato di trovarla nei menù, ma di tanto in tanto la vista di qualche gabbia piena di “amici dell’uomo” ci è sembrata piuttosto inquietante (per loro…).
Le verdure, sempre in grande assortimento, corredano quasi ogni portata, meno spesso crude (comunque da evitare) e il più delle volte cotte, di solito a puntino.
Il pesce consiste solitamente in tonno o suoi analoghi servito in trance, ma sono presenti quasi sempre anche calamari, gamberi e gamberetti.
Immancabili anche gli involtini primavera (“nem”) in molteplici varianti; a richiesta vengono portati i vari ingredienti che ciascuno può dosare e avvolgere nella sfoglia di riso, ottenendo così un grosso rotolo che prende il nome di “banh trang”.
Il piatto di gran lunga più popolare e a buon mercato è comunque il “phò” (una delle insegne più frequenti nelle strade cittadine e non), la minestra di noodles (gli spaghettini di riso) con pezzetti di pollo (“gá”) o manzo (“bo”). I noodles, sempre accompagnati da verdure, carni o pesce, vengono cucinati anche asciutti con salsine varie, più morbidi o più croccanti a scelta.
La voce “dessert”, nonostante un buon assortimento di dolci in negozi e bancarelle, è quasi del tutto assente nei menù; in alcune occasioni ci è stata servita della frutta, come arance e più spesso ananas, entrambi già tagliati a pezzetti. A pasto abbiamo bevuto quasi sempre birra nazionale: le marche principali sono Saigon (la più economica), Tiger (forse la migliore), Hanoi, Bivina, 333 (si pronuncia “bababa”), Halida (le ultime due a bassa gradazione).
Il superalcolico più diffuso è una specie di vodka di riso (“nep moi”), bevuto a fine pasto in minuscoli bicchierini di ceramica, a volte seguendo rituali ai quali farò cenno più avanti.
Il caffè è buono e forte: sarete apprezzati se lo chiedete “alla vietnamita”, cioè con la tazza alla quale è sovrapposta una coppetta in alluminio contenente la polvere nella quale viene messa l’acqua bollente che cola poi lentamente attraverso due livelli di filtro. Il tè, migliore al nord che al sud, è il più delle volte verde, e accompagna sempre ogni visita, conversazione o trattativa; spesso viene portato gratuitamente ai tavolini dei bar in aggiunta all’ordinazione.
I vietnamiti mangiano ad ogni ora, in ogni luogo (casa, strada, mercati) e in ogni posizione: in piedi, seduti per terra, su sgabelli o accosciati. Quest’ultima è la postura che ognuno, uomini, donne, bambini e vecchi, tiene per ore e ore, con l’intera pianta dei piedi a terra e praticamente seduti sui talloni, oltre che mangiando, anche per comprare/vendere, lavare panni o stoviglie, fare lavori manuali, giocare a carte o a dama cinese, semplicemente conversare o riposarsi.Abbiamo utilizzato voli Air France Genova – Parigi e Parigi – Hà Nôi per l’andata, Hô Chí Minh – Parigi e Parigi – Genova per il ritorno, con una spesa intorno agli € 860 a testa.
All’interno del Paese, esclusa la possibilità di un’automobile a noleggio (oltre che sconsigliata per il traffico spaventoso delle città e lo stato spesso precario delle strade), ci siamo affidati a seconda dei casi, come specificherò nel corso del resoconto di viaggio, a voli interni, pullmini, taxi, jeeps con autista e guida, treno, moto, battelli e piccole imbarcazioni.
La rete ferroviaria comprende una sola linea, che congiunge Hà Nôi a Hô Chí Minh per uno sviluppo di 1726 km., lungo la quale fa servizio un treno di qualità, il cosiddetto “Train de la Réunification”. Tre+tre convogli giornalieri nei due sensi coprono il tragitto in un tempo che varia tra le 32 e le 41 ore. A est di Hà Nôi una diramazione di 150 km. porta ad Hái Phòng, mentre a nord-ovest la linea si prolunga per 310 fino a Lao Cai, frontiera con la Cina: è la relazione che abbiamo utilizzato noi (vedi più avanti).
Il traffico su tutta le rete è decisamente scarso; la linea passa all’interno delle città in barba a ogni norma di sicurezza e la gente procede tranquillamente a piedi lungo le rotaie.

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