Tierra Maya - Parte prima

Ha inizio un grande viaggio in Centroamerica!

E’ la prima parte del dettagliato resoconto di un bellissimo viaggio in Guatemala e Honduras, al quale faranno seguito le due parti successive.DIARIO DI VIAGGIO

Mercoledì 25 giugno 2003
MILANOPARIGI – MIAMI – GUATEMALA CITY – ANTIGUA
La sveglia suona alle 4.15. Presto. Questa notte ho dormito bene, senza svegliarmi. Quindi sono ancora più assonnato. I bagagli sono già pronti da ieri sera. Devo soltanto prepararmi in fretta e chiudere casa. Ho dormito con la finestra della camera aperta per via del gran caldo di questo incredibile mese di giugno.
Finalmente giungiamo a Linate, dove ha veramente inizio la nostra avventura.
Il volo per Parigi delle 6.55 è indicato in orario. Andiamo al check-in Air France, ma lì ci mandano a quello Alitalia, così dobbiamo riattraversare l’aerostazione. Alla hostess chiediamo due posti finestrino/corridoio in corrispondenza dell’uscita di sicurezza sul Parigi - Miami, come avranno fatto le altre 350 persone di quel volo. La hostess se ne lava le mani e taglia corto dicendoci che non è possibile da Milano, ma che dobbiamo provare a Parigi, poiché lei non ha accesso al sistema software Air France. Vabbeh, sarà per un’altra volta.
Dopo una coda tanto lunga quanto rapida, oltrepassiamo i controlli e andiamo al gate, per scoprire che il volo è in ritardo, il gate è cambiato e l’aeromobile pure. Scendiamo all’imbarco definitivo e aspettiamo una decina di minuti sul bus che ci dovrebbe condurre all’aereo.
Finalmente saliamo: è un Airbus A321 dell’Alitalia che, dopo circa un’ora di volo, ci porta a Parigi.
Charles de Gaulle è un aeroporto veramente vasto e l’andare dal terminal F al C può essere un problema: a noi sono occorsi circa 20 minuti di cammino e bus, durante i quali Claudia ha trovato il modo di farsi sequestrare un paio di forbici da unghie ad un controllo.
Riusciamo dunque a raggiungere il gate C91 dove ci attende un Boeing 747 dell’Air France: constato con divertito timore che è lo stesso aereo che avevo notato poco prima sul bus dal terminal F: avevo proprio osservato quanto quell’aereo sembrasse vecchio e malconcio e mi chiedevo ironico se fosse un cargo, se andasse in Africa o dove altro potesse essere diretto: ora lo so!
Probabilmente è lo stesso cancello d’imbarco da dove siamo volati in Polinesia; almeno ci sembra di riconoscerlo.
Giusto il tempo per una corsa alla toilette e siamo sull’aereo. 54F, un posto bruttino, in fondo e centrale; tuttavia il sedile è comodo e sufficientemente spazioso.
Claudia è in difficoltà con la scelta del menù, che in realtà si riduce ad un “o carne o pesce”, e sceglie quello in spagnolo, che evidentemente le sembra di preferire a quello in inglese o a quello in francese!
Alla fine optiamo entrambi per la carne, anche se non è affatto appetitosa.
Per il resto, il volo è tranquillo, a parte qualche breve tratto di turbolenza.
Finalmente, dopo circa otto ore e mezza di viaggio, alle 14.00 locali, arriviamo a Miami.
Siamo un po’ agitati perché dobbiamo passare le forche caudine dell’Immigration statunitense, recuperare i bagagli, piacendo a Dio che siano arrivati e intatti, rifare il check-in e ripassare il controllo antiterrorismo.
Con costanza, e dopo una lunga attesa sull’aeromobile, tocchiamo terra e troviamo subito un addetto Taca che vuole portarci al gate del volo per Guatemala City. Gli spiego dei bagagli, ma è convinto che siano già diretti alla destinazione finale. Insisto, e allora ci porta insieme ad altre trenta persone all’Immigration dove fa un po’ di confusione e poi si dilegua.
Ci troviamo, dunque, in una stanza enorme, piena di gente, senza finestre, con una ventina di sportelli.
Ci facciamo la nostra buona mezz’ora di coda, ma ne vale la pena: possiamo entrare negli Stati Uniti! Siamo buoni!
Corriamo dunque al baggage claim dove riabracciamo le nostre care borse, tutte belle sigillate dal cellophan di Linate. Siamo contenti, riacquistiamo coraggio e ci dirigiamo al piano inferiore, il secondo, per il check in.
Lungo il tragitto Claudia mi fa notare un Pizza Hut. Non c’è tempo, abbiamo circa trenta minuti.
Il check-in passa senza problemi, tranne che per il fatto che non sono riuscito a caricare miglia sulla KLM come speravo.
Al controllo antiterrorismo c’è molta coda, però tutto sommato spedita.
Ora siamo rilassati, abbiamo una mezz’ora. Decidiamo di mangiare qualcosa, anche perché per il nostro corpo è sera.
Il terminal A, dove ci troviamo, è brutto e non c’è quasi nulla. Vado un attimo in bagno: ancora la pipì. È pieno di gente, non ci sono urinatoi a muro, guardo il lavandino... no, c’è troppa gente, desisto.
Andiamo verso il gate. Il Pizza Hut di Claudia è solo un ricordo. Passiamo di nuovo in un corridoio con lastre verticali di vetro colorate dal giallo all’arancio, al verde, all’azzurro, con musica new age.
Scorgiamo una sorta di fast food, tale “Wings”: è molto invitante, con foto di panini con carne, tacchino o tonno, veramente stuzzicanti. Claudia prende un menù al tonno, io con il tacchino. Il tutto per 21 USD e rotti. Una vera schifezza! Mai mangiato cibo simile! Sono freddi ed il pane molliccio. Assolutamente da evitare. Bella lezione di capitalismo: ti invoglia, ti spilla quattrini e poi ti frega!
Desolati, non finiamo il pasto ed andiamo al gate.
Finalmente un po’ di calma.
Scorgiamo una ragazza spagnola, abbastanza giovane, stile randagiona, con macchina fotografica sempre in mano, che era vicino a noi sul volo da Parigi; c’è anche il ragazzo che era vicino a lei: alto, magro con i capelli ricci. Nessuna traccia, invece, della coppia di ragazzi spagnoli che sedevano vicino a Claudia, né della famiglia di quattro Ungheresi (?) e dello stupido videogioco con il quale il padre ha passato il volo.
Ci imbarchiamo su un Airbus A319 dal gate A4 e, con tre quarti d’ora di ritardo, decolliamo.
Guardo dal finestrino Miami, sotto di me: una scacchiera smisurata di casette basse, molto regolari, con poche macchine, che vanno anche piano: mi sembra di giocare a Simcity. C’è qualche raro edificio più alto. Noto anche tre “condomini” su un’isola collegata con un ponte alla terraferma, con piscina ed ormeggi per le barche.
Il volo va avanti tranquillo. Ci danno un panino, discreto, ed un dolcetto confezionato, che decidiamo di conservare per tempi peggiori, o per la prossima colazione.
Durante l’atteraggio scendiamo sotto le nuvole, così riusciamo finalmente a vedere il suolo: alte montagne con creste anche aguzze, ricoperte da una vegetazione lussureggiante e verdissima; di tanto in tanto qualche strada o corso d’acqua marroncino. C’è anche qualche villaggio abbastanza isolato.
Poi compare Guatemala City: un vastissimo agglomerato di zone urbane divise da parchi o scarpate o colline verdeggianti. Soprattutto, in prossimità dell’aeroporto, vedo tantissime baracche o piccole scatole fatiscenti in muratura nel più completo degrado. Sono parecchie le zone ridotte così.
Atterriamo. I bagagli arrivano dopo una breve attesa. Un grosso sospiro di sollievo!
Passiamo indenni l’immigrazione, ci chiedono se abbiamo la SARS e non ci aprono le valigie, ma ci credono quando diciamo che non abbiamo nulla da dichiarare. Comunque è la verità.
Decido di cambiare i dollari, così andiamo al primo banco che si incontra prima dell’uscita dall’aerostazione. È bastata una leggerissima distrazione, dovuta al controllo dei bagagli, e l’impiegato, un fetente, si imbosca 100 USD. Le mie proteste sono inutili, nega tutto. Cambio, così, “solo” 400 USD (a 7.75 Q/USD), per cambiare, poi, altri 300 USD trenta metri più avanti, dove ho trovato un’altra banca. Che fregatura !
Vabbeh, cerchiamo di tirarci un po’ su ed usciamo dall’aeroporto per incontrare l’autista che avevamo prenotato con l’albergo dall’Italia, per 12 USD a testa.
Si chiama Luis, ci saluta, ci porta al taxi, una bella monovolume, e ci avviamo con direzione Antigua.
È già buio, e fa anche un certo freschino, sì che indosso la felpa.
I Guatemaltechi guidano bene, rispettando le regole, ed il traffico è intenso, ma ordinato. C’è un inquinamento colossale, come non lo abbiamo mai “annusato”, nemmeno ad Atene, a Città del Messico o a Teheran. La strada per Antigua, circa 45 km, è a due corsie per senso di marcia, ma è molto trafficata. Incontriamo salite e, successivamente, discese, ripidissime, sì che a volte l’automobile è in difficoltà.
Giungiamo finalmente all’hotel Lasinventura di Antigua.
L’abbiamo prenotato dall’Italia, tramite Internet, ma non sembra che abbiano capito, poiché ci propongono due camere singole per una notte, contro la doppia per due notti che ci occorre. Alla fine concordiamo una “singola per due” a 25 USD a notte. Non li vale, poiché il letto è troppo stretto per due persone. Girando per Antigua troveremo prezzi più bassi per soluzioni migliori. Comunque è una stanza pulita, abbastanza buia, in un bell’hotel, centrale, anche se è un vantaggio relativo, poiché Antigua si può girare comodamente tutta a piedi.
Ci corichiamo presto, visto che sono ventitre ore che siamo in piedi.

Giovedì 26 giugno
ANTIGUA
Alle 8.30 del mattino siamo già per strada.
La colazione in hotel, 12 USD a testa, è troppo cara, così decidiamo di comprarci qualcosa in giro, se dovesse venirci fame.
Antigua è una cittadina veramente bella, in pieno stile coloniale, con vie regolari nella struttura a scacchiera della città. Le casette basse si susseguono colorate in tinte pastello e ogni scorcio è da cartolina.
Bazzichiamo il Parque Central ed entriamo nella cattedrale, o meglio, nella parte ricostruita dopo il devastante terremoto del 1773 (forse). Ci sono fedeli in preghiera e io cerco di visitare senza invadere, facendo un giro dell’edificio. Mi colpisce la quantità di statue ed immagini sacre, alla quale non sono abituato. Mi faccio il segno della croce, entrando ed uscendo, per non urtare l’eventuale sensibilità dei locali presenti.
Fuori, all’ingresso che da verso il Parque Central, scorgo due locali che suonano goffamente degli strumenti artigianali.
Sebbene sia presto, l’atmosfera si sta animando e la gente comincia ad invadere le strade.
Entriamo poi, per 2 Q ciascuno, nella parte diroccata della grande chiesa, a vedere i ruderi del resto della chiesa, mastodontici ed impressionanti, nel loro giacere a terra l’uno sull’altro per effetto del devastante sisma; non c’è nulla di speciale da vedere, ma nulla è insignificante in un altro continente, a 10.000 km da casa.
Vaghiamo un po’ ovunque, per poi andare al mercato a fare un giro da curiosi. Quello dell’artigianato, coloratissimo, è un po’ turistico, mentre quello “normale”, oltre la strada, mi ricorda un po’ la festa di via Washington, a Milano. Mangiamo da McDonald’s, due menu a 50 Q, e cogliamo l’occasione di consultare la posta elettronica, che è gratuita, avendo acquistato un menu.
Poi Claudia compra una tessera telefonica da 50 Q e chiama in Italia, avanzandone 42 Q.
Sediamo poi su una panchina del Parque Central a rilassarci e goderci questa splendida cittadina. La temperatura è ideale e di tanto in tanto ci rinfresca qualche spruzzo della fontana centrale.
Ci sono donne native ad ogni angolo, con i loro figli: vestite dei loro tipici coloratissimi abiti tradizionali vendono piacevoli oggetti di artigianato. Propongono l’acquisto, ma non insistono.
Passa un bambino obeso con la maglia dell’Inter: mi irrita. Cominciano a vedersi anche un po’ di turisti, ma è una presenza discreta e non invadente. Il cielo minaccia pioggia, però per adesso il clima è ancora soleggiato. Antigua è una città molto curata, con delle belle aiuole con fiori e piante di tutti i tipi. È anche pulita. Osservo anche che ci sono molti giovani, presumibilmente Americani, che, credo, risiedono qui per un certo tempo per imparare lo Spagnolo, esattamente come noi andiamo a Londra per l’Inglese.
Abbiamo deciso di passare un pomeriggio di relax e riposo, ma così non è, perché Antigua è così bella, interessante ed appassionante, che non si può resistere all’idea di “camminarla” tutta.
Dopo una breve sosta in albergo, ci presentiamo puntuali alle 15.00 per farci scortare dalla polizia turistica al Cerro de la Cruz, una collina nei pressi di Antigua, dalla quale si può godere uno splendido panorama della città. Siamo circa una ventina di persone, accompagnate da un solo poliziotto, pure disarmato. La salita, di venti minuti circa a piedi, è facile e rilassata. Su un muro, mi colpisce la scritta “el Che vive”.
Dalla cima lo spettacolo è davvero piacevole, poichè la splendida Antigua è tutta lì per essere apprezzata. Scendendo e salutato il poliziotto, decidiamo di prenotare lo shuttle per Copan e Chiquimula, quindi ci rechiamo in una agenzia turistica delle tante disponibili e concludiamo per 26 USD a testa, con Monarcas. Confermiamo anche tutti i voli Taca.
Ormai è sera e ci accorgiamo di avere camminato per chilometri in lungo e in largo ed avanti ed indietro, ma ne è assolutamente valsa la pena.
In agenzia ci hanno consigliato un ristorante per la cena: ci andiamo: è il “La fonda della Calle Real”, dove, per 150 Q, mangiamo due piatti tipici locali; vale la pena andare, anche se io non ho appetito per via delle scottature solari alle braccia: non sembra, ma il sole cuoce, anche se velato.

Venerdì 27 giugno
ANTIGUA – PANAJACHEL
Questa mattina levataccia per andare a prendere il bus Rebuli delle 7.00 che, per 30 Q a testa, ci porterà a Panajachel.
Usciamo dall’albergo alle 6.30 e ci appollaiamo nei pressi della fermata in attesa del bus. C’è un bar-pasticceria-biglietteria, dove alcuni turisti, anche loro in attesa, fanno colazione.
Finalmente giunge il mezzo: è uno di quei bus americani vecchi e riciclati da queste parti.
Partiamo quasi in orario. Il biglietto ci è chiesto maniacalmente tre volte durante il tragitto di circa tre ore. A bordo, oltre all’autista, ci sono anche un “controllore” ed un “aiuto controllore”. Il bus non è del tutto pieno e direi che siamo praticamente tutti turisti.
Ancora mi stupisce il fatto che ci sono più donne da sole che uomini, alla faccia della presunta pericolosità di questo accogliente paese.
Durante il tragitto l’autoveicolo si ferma più volte, senza logica apparente, per far salire altri passeggeri locali o nativi, per lo più contadini, tanto che a Panajachel tutti i posti sono occupati e qualcuno è pure seduto nel corridoio o sosta in piedi tra i sedili.
Il paesaggio è un alternarsi di campi di mais, villaggi di baracche e qualche zona boscosa. Mi colpisce come non vi sia traccia alcuna di macchine agricole, ma tutte le attività siano svolte con fatica dai contadini con semplici attrezzi rudimentali. Spesso, lungo il ciglio della strada, camminano contadini e bambini e di tanto in tanto sfioriamo delle mucche, estremamente magre.
Guardo i nativi assieme a noi sul bus: l’allegria e la vivacità dei loro abiti multicolori crea un contrasto con la durezza rugosa dei volti o la grossezza delle mani, che noi “animali di città” non possiamo comprendere. Noto, in particolare, un campesino con un pollice gonfio per una ferita.
Ripeto, non ho visto macchine agricole, ma solo olio di gomito. L’idea generale è quella di una notevole povertà, e ha poco senso effettivamente discutere se fosse peggio il Chiapas o l’Egitto. Trovo, però, che, nonostante tutto, non venga trasmesso un senso di tristezza, forse perché vediamo pochi mendicanti, o forse perché, comunque, non si vedono persone trasandate o in disordine. La cosa mi lascia confuso.
Attraversiamo alcuni paesi, tutti sostanzialmente uguali e “senza nome”, data l’assenza di cartelli.
Il povero motore è in difficoltà in questo alternarsi di salite e discese, ed un lieve odore di bruciato ad un certo punto ci spaventa, ma non è nulla: questo vecchio veicolo ne deve avere passate molte, e ci vuole ben altro perché crolli.
Dietro sono sedute due ragazze francesi che non stanno zitte per più di dieci secondi.
Ad un certo punto ci accorgiamo di essere a Solola, dove c’è il mercato ed una grande confusione.
L’autista ha il suo bel da fare a districare il veicolo in queste piccole strade affollatissime e spesso deve fare manovra e retromarcia. È una buona occasione per guardare un po’ in giro.
Usciti da quel garbuglio, iniziamo la ripida discesa verso Panajachel. Già vediamo il lago Atitlan. Le tre ore del tragitto sono volate.
Si crea una sorta di “effetto cinema” in questi tragitti: sei seduto, rialzato rispetto al terreno, e hai un vetro che ti separa da quello che c’è fuori. È come se fossi fermo ed il mondo esterno scorresse. È come se stessi guardando un film. Sono tante emozioni che si alternano ...
Scendiamo dal bus e percorriamo a piedi la strada principale, direi anche l’unica di Panajachel.
Troviamo da dormire per 100 Q a notte da “El Viajero”, un posto bruttino e ai limiti inferiori di accettabilità, ma economico. Ho l’impressione, però, che si possa trovare di meglio allo stesso prezzo.
Pranziamo in camera con del pane e dello yoghurth.
Stiamo un po’ nella stanza e ci accorgiamo che alle 14 il cielo si è completamente coperto di nuvole e la minaccia di pioggia è fortissima.
Non pioverà, ma resterà nuvoloso per tutto il resto della giornata.
È anche freschino, tanto che sul lungo lago occorre la felpa.
Ci informiamo per la gita in barca e prenotiamo lo shuttle per Chichicastenango a 56 Q a testa.
Mi sono scottato le braccia e quindi Claudia decide che devo procurarmi una camicia con le maniche lunghe. OK, compriamo la camicia con le maniche lunghe!
Ripercorriamo un altro paio di volte la strada principale, buttando gli occhi un po’ su tutte le bancarelle.
Panajachel è questo: una strada che finisce sul lago, circondata da alberghi e ristoranti e bancarelle di nativi che vendono oggetti di artigianato e stoffe nello stile tipico di queste parti.
Panajachel è questo: un prodotto confezionato su misura per i turisti, per lo meno per un certo tipo di turisti, per quelli un po’ hippy ed itineranti, a loro volta omologati e prigionieri di queste etichette.
Non credo che Panajachel abbia una storia.
Tra le bancarelle, alcune sono di occidentali che vivono qui come i nativi, anche se tra loro c’è un abisso.
Tutto sommato Panajachel non mi piace.
È bello il lago Atitlan, quello sì !
Vedo una camicia decente, che potrei mettere anche in altre occasioni, ma c’è solo la “L”: la provo e mi è stretta. Inoltre mi chiedono 125 Q. Trasecolo. Scende a 90 Q. Me ne vado.
Lungo la strada vedo passare tre bambini molto piccoli, piegati in due da un carico di legna che portano sulla schiena tramite una fascia che cinge loro la testa. Un turistone ipercolesterolico si affretta a tirare fuori la macchina fotografica per immortalarli. Mi vergogno per lui.
Vedo una camicia bianca e blu e la compro per 50 Q. Claudia ne preferisce un’altra, beige arancio e oro, però ci sono ancora solo taglie piccole.
Cercando il “mercado della frutta”, torniamo verso l’inizio della via principale, dalla parte opposta rispetto al lago, e proseguiamo verso destra. In questa zona non ci sono turisti, però sembra che stia per piovere, quindi torniamo indietro. Forse da quelle parti vivono i nativi.
Vedo una libreria, a metà della strada principale, e vi entro: soliti libri sui Maya o fotografici. Mi sembrano un po’ cari. Tra questi c’è anche il “Chronicles of the Maya Kings” che ho acquistato tre anni e mezzo fa al Louvre.
La camera non ci piace molto, quindi decidiamo di non starci troppo; perciò andiamo un po’ sul lungo lago. Leggo sulla guida che è circondato da tre vulcani, ma le nuvole me ne lasciano in mostra soltanto due. Di tanto in tanto ci avvicina qualche donna o qualche bambino nativo proponendoci acquisti, ma, rifiutando, non insistono, e la cosa mi stupisce.
Alcune ore fa abbiamo visto una scuola con dei bambini, e avevo concluso, sconsolato, che questo non è periodo di vacanza e che, quindi, i tantissimi bambini che vedo in giro, a scuola non ci vanno proprio.
Comincia a fare freddino e davanti al lago si è alzato un po’ di vento.
Dopo una breve sosta in camera, durante la quale manca la luce e Claudia lava mutande e calzini, con una torcia che si è portata dall’Italia, andiamo a cena al “Sunset café”, dove con 85 Q prendiamo un piatto messicano e una birra; abbastanza buono, anche se continuo a preferire il ristorante messicano di Carate Brianza. Il locale comunque è accogliente, davanti al lago e con musica dal vivo.
Mi addormento di sasso ! Mi spalmo la crema dopo-sole per le scottature alla braccia, poi vado a letto e resto scoperto per aspettare che la crema si assorba. Claudia dorme già. Mi sveglio, un istante dopo, in piena notte, completamente gelato! Mi tiro sopra le coperte, che, per fortuna, sono molto calde, e, subito, il teporino mi culla e riprendo sonno.

Sabato 28 giugno
LAGO ATITLÀN
Mi risveglia, di prima mattina, il chicchirichì di un gallo. Caspita! Non mi succedeva dal 1990, a Faro, in Portogallo. Mi piace questo fatto e rifletto di come sia una cosa rara, al giorno d’oggi.
Il gallo continua a cantare, mentre fuori è ancora buio e io decido di riaddormentarmi visto che il calore delle coperte è assoltamente piacevole.
Ma il gallo continua a cantare, e ora è quasi un fastidio. Nel dormiveglia odo anche un cane abbaiare. “Se il cane azzannasse il gallo ...” penso.
Comunque mi riaddormento.
Ci svegliamo, infine, verso le sette, naturalmente, e facciamo colazione con i muffin acquistati nella panetteria della via principale ieri sera.
Alle 8 siamo pronti ed usciamo alla volta del lago per l’escursione in barca delle 8.30.
Lungo la strada decidiamo di comprare del pane per il pranzo e andiamo in una panetteria in una strada trasversale dove, per 2,35 Q, acquistiamo da una ragazzina tre panini e quattro dolcetti secchi.
Raggiungiamo infine il lago, dove Cornelio ci vende l’escursione per 50 Q a testa.
Alle 8.40 salpiamo, con la barca piccola perché siamo in pochi, alla volta di San Pedro.
Sul natante ci sono anche due italiani, di Ancona, quattro Guatemaltechi, due forse tedeschi e una donna in stato di gravidanza avanzata, probabilmente Americana, con il marito ed un altro bambino.
Il tempo è variabile, il cielo coperto, con il sole che di tanto in tanto compare tra le nuvole.
Il tragitto dura circa un’ora ed è veramente piacevole. Il lago è circondato da monti che si tuffano ripidamente nell’acqua, e da tre vulcani. Le loro pendici sono verdissime, di un verde estremamente vivo ed intenso. Si vede anche qualche piccolo villaggio e qualche casa isolata. L’acqua è assolutamente tranquilla.
Il Guatemalteco che mi siede a fianco mi chiede di dove sono e quanto costa la “camerita” con la quale sto facendo delle riprese. Gli rispondo 600 o 700 €, anche se costa di più; inoltre mi chiede dell’euro, e vuole sapere se ho con me alcune monete, ma non posso accontentarlo. Lui è di Quetzaltenango.
Avvicinandoci a San Pedro, vediamo delle zone in prossimità della costa, coperte da bambù. Inoltre, fatto che ci sconcerta abbastanza, diversi nativi si lavano e lavano i panni nelle acque del lago.
Finalmente attracchiamo. Abbiamo un’ora ed un quarto.
San Pedro è un insieme di edifici e baracche attorno ad una strada ripidissima che porta verso uno spiazzo dove è situata la piazza centrale e la chiesa.
Mi stupisce come su quasi ogni edificio ci sia una scritta inneggiante a Cristo o a Dio, del tipo “Dio ti salva” o “Cristo ti ama” e così via. Sono veramente ovunque. Leggo sulla guida che le chiese evangeliche di stampo anglosassone sono molto diffuse qui, stabilite nell’ultimo decennio su mandato statunitense: di fatto sono un mezzo di controllo delle masse più povere che vengono così distratte dai problemi di questo mondo con promesse per l’aldilà. Lo stesso Rios Montt è il leader di una di queste sette. Qui questo effetto è veramente tangibile.
Nella zone del porticciolo sostano i soliti venditori nativi.
Oggi è un giorno di festa (che sia S. Pietro? a Milano verificherò [effettivamente il 29 giugno, cioè l’indomani, è San Pietro e Paolo]). C’è il mercato, per il quale anche i Guatemaltechi della barca scopro che sono venuti. Gli spazi per muoversi in questi stretti cuniculi ripidi sono angusti e si percepisce una generale atmosfera di sporcizia e degrado, probabilmente creata dalla grande confusione e moltitudine di persone, che penso ci lasci un’idea eccessivamente negativa.
Nella piazza principale, dove giungiamo con un certa fatica per via della calca, vediamo uno spettacolo curioso: ci sono dei danzatori locali, avvolti in costumi blu, oro e altri colori, con delle pittoresche maschere in legno sul volto, che si dimenano al ritmo allegro prodotto da un’orchestrina di suonatori di xilofono ed ottoni. Inoltre, c’è un personaggio il cui costume è verde, e che indossa delle corna di bue, che sembra essere il protagonista della scena. Non conosco il significato di questa danza.
Andiamo dentro la chiesa locale che mi incuriosisce e mi suscita un certo disagio perché, sebbene sia indiscutibilmente un edificio di culto cristiano, ha in sè degli elementi che sento essere estranei alla nostra ritualità. Sulle guide si legge che i nativi di questa zona mescolano culti maya precolombiani al cristianesimo, e questo credo che qui si percepisca.
Torniamo verso il porto, passando sotto la giostra, una grande ruota panoramica, a fianco alla chiesa, e districandoci tra le fittissime bancarelle.
Claudia s’intrufola nell’albergo vicino all’imbarcadero, in cerca di un bagno.
Ci sono anche degli occidentali, mischiati ai nativi, che vivono qui o, semplicemente, studiano lo spagnolo. Sono conciati peggio dei nativi e vendono qualche oggettino ai turisti.
Mi metto la crema perché il sole mi sta ustionando.
Tanta confusione, odori e colori, ma anche qualche puzza: l’impressione generale è quella di aver scovato la povertà che a Panajachel non traspare.
In attesa della barca, sediamo nei pressi del molo, dove alcuni locali trasportano taniche di carburante, sempre caricandoli sulla schiena e tenedoli con un laccio attorno alla testa. Qua e là vagano alcuni Italiani randagi.
Ci reimbarchiamo e ripartiamo, questa volta diretti verso Santiago Atitlan, il più grande e anche turisticamente allettante dei villaggi attorno al lago Atitlan.
Il tragitto, della durata anch’esso di un’ora, è simile al precedente. In più noto dei pescatori che, su piccole barche squadrate in legno, buttano i loro fili da pesca.
Santiago ha la stessa struttura di San Pedro, solo ha le strade un po’ più larghe, è molto turistica e la prima parte della strada in salita dal porto alla chiesa è circondata da botteghette di artigianato locale.
Compriamo un cocco da bere per 2 USD. Una vecchia cerca di venderci non so cosa e non ci molla. Alla fine le diamo il cocco vuoto che lei si prende, forse per mangiarlo.
Raggiungiamo la chiesa che da su una piazza ampia con al centro un grosso crocefisso. Di lato vedo una sorta di tendone con dei calcetti e dei giochi elettronici. Mi viene voglia di giocare a calcetto.
Andiamo verso la chiesa.
Subito sotto gli scalini vedo una ragazzina che letteralmente si trascina su delle mani monche e delle gambe deformi. Penso che abbia la lebbra o chissà cos’altro. La guardo e scorgo un sorriso sul suo volto: mi fa pensare… Se sorride lei, povero corpicino martoriato e abbandonato, io non ho certo il diritto di piangere e lamentarmi: se mi capiterà di farlo, dovrò pensare a quel sorriso e vergognarmi…
L’interno della chiesa merita di essere visto, perché, sebbene i muri siano bianchi e spogli, vi sono appoggiate numerose statue di santi, o pezzi da presepio, tutti a grandezza naturale, vestiti di stoffe multicolori.
L’altare e l’abside sono in legno con una statua di Cristo particolarmente intensa per il senso di sofferenza che trasmette.
Usciamo e decidiamo di tornare alla barca. La ragazzina di prima, nel frattempo, è giunta al crocefisso in mezzo alla piazza, sempre trascinandosi faticosamente sul pavimento.
Iniziamo di nuovo la discesa lungo lo stradone principale. Claudia si compra un braccialetto in perline nere.
Nei pressi dei moli delle barche decidiamo di pranzare: abbiamo il pane ed i dolcetti acquistati a Panajachel; in più Claudia compera dell’acqua e una scatola piccola di “Pringles”, vero totem della globalizzazione. Noto che ci sono dei grossi contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Una bambinetta ci si avvicina con un’amichetta e Claudia le dà il barattolo con le patatine avanzate: le prendono e si allontanano, ma poi tornano per farsi dare anche il tappo.
Passano alcuni contadini nativi, con arnesi in ferro infilati in manici di tronco d’albero grezzi.
Continuano per tutto il tempo ad avvicinarmi dei bambini che mi dicono “Maximon”, “Maximon”: non capisco cosa vogliano, visto che non hanno nulla da vendere e che di solito quando chiedono qualche soldo piuttosto dicono “un quetzalito”. Li allontano con un generico “non comprendo” che li stupisce. Scopriremo solo più tardi in camera, con molto rammarico, che Maximon è una sorta di santo locale rappresentato da una statua lignea con un sigaro in bocca; è custodito in una casa del paese a turno, e i bambini proponevano di portarci. Peccato, mi sarebbe piaciuto vederlo !
Santiago è certamente più bella, anche se più turistica, di San Pedro.
L’ultimo villaggio che visitiamo è San Antonio: qui i turisti sono cosa rara e l’impressione è di un paese molto povero. Probabilmente siamo di fronte ad un vero villaggio di nativi, quelle che possono essere le case delle persone che vediamo a Panajachel vendere il loro artigianato. Ci sono poveri polli spelacchiati per le stradine strette e ripide e gli edifici sono a volte fatiscenti. In alcuni scorgiamo i telai manuali con i quali sono fatte le stoffe. Venditrici ambulanti ci darebbero la loro merce per pochi quetzales.
Come al solito saliamo alla chiesa, che è più piccola delle precedenti, anch’essa posta su un punto elevato, e addobbata per un matrimonio.
Comincia a piovere, anche se molto leggermente.
Vedo un mesto cocker malconcio che mangia dei ciuffi d’erba.
Vicino all’imbarcadero, sotto la chiesa, c’è un’improbabile campo da calcio: un terreno irregolare con due porte di tubo metallico, una delle quali a ridosso di un dirupo che termina sul mare e che rende praticamente impossibile il recupero di un eventuale pallone in caso di goal.
Finora abbiamo visto diverse situazioni di povertà, ma non abbiamo avuto la sensazione che mancasse la dignità, o che qualcuno chiedesse l’elemosina.
Torniamo a Panajachel alle 15.30 e ci chiudiamo in camera perché siamo stanchi. Sento che diluvia e sto a letto volentieri. Poi ci laviamo, ci vestiamo e usciamo per cenare.
Andiamo da “Orale” dove, per 120 Q mangiamo veramente bene, in stile messicano; anche il locale è piacevole e ben curato, con musica dal vivo, assolutamente migliore di quello di ieri sera.
Tornando in camera acquistiamo un cestino per 12 Q. Io ho solamente una banconota da 100 Q e la ragazzina nativa non ha il resto, per cui ci fa 10 Q. Poi, comprando acqua e succhi, ricevo diverse monete di resto, così torniamo indietro a dare i 2 Q mancanti.
Il Sabato sera Panajachel si anima tantissimo e vi piovono anche ondate di Guatemaltechi, probabilmente da Guatemala City e Antigua. Arrivano in macchina, con belle automobili, o comunque in buono stato. Questa è una considerazione generale: sinora abbiamo visto automobili nuove o ben tenute, mentre gli abituali cassoni dei paesi poveri qui sono del tutto assenti. Un po’ più malandati, invece, appaiono i numerosissimi quanto coloratissimi bus del trasporto pubblico o comunque locale: credo che siano vecchi “coaches” statunitensi dismessi e riciclati da queste parti; tuttavia sono davvero “simpatici” e mi sembrano il miglior simbolo per rappresentare questo paese. I locali guidano in maniera estremamente corretta e niente affatto spericolata. Anche questo fatto mi stupisce.
Qui a Panajachel il sabato sera è un continuo susseguirsi di veicoli locali, soprattutto fuoristrada, ma anche berline e persino una Fiat Palio, che in Italia non credo di avere mai visto, e un’Alfa Romeo. Si fanno largo nella via principale tra i passanti e scendono verso il lago, anche se non capisco né dove vadano né dove poi lascino la macchina. Comunque nella strade laterali ci sono anche belle ville di privati, totalmente bunkerizzate.
La sera, poi il passeggio pullula di gente, soprattutto Guatemaltechi, e pare ci siano anche più bancarelle.
Ci corichiamo alla consueta ora, e anche questa sera prendo sonno facilmente e sono poi bruscamente svegliato dal solito gallo che, evidentemente, non è stato azzannato dal cane. Sta piovendo, e anche forte. Poi smette e sento della musica. Devono essere le 4.30 o le 5. Deve esserci una festa nei paraggi. Anche Claudia è sveglia.
Devo essermi riaddormentato; le coperte, per fortuna, sono ben calde sì che l’unico pigiama, leggero, che ho portato mi è sufficiente.

Domenica 29 giugno
PANAJACHEL – CHICHICASTENANGO – PANAJACHEL
Ci risvegliamo definitivamente verso le 6.30 e facciamo colazione con il succo di frutta ed i dolcetti comprati la sera prima.
Andiamo per comprare il pane dal solito panettiere nella via traversa, ma oggi è domenica e non ne ha di fresco. Compriamo quello di ieri. Non ci fa alcuno sconto per questo fatto, ed in effetti non vedo che sconto potrebbe farci su 20 centesimi di Euro.
Io mi apposto davanti al vicolo che porta all’hospitaje, in attesa dello shuttle per Chichicastenango, mentre Claudia telefona a casa. “I nonni stanno bene” mi riferisce.
Ė una giornata splendida, con pochissime nuvole bianche appese ad un cielo di un blu molto intenso. Qui in Guatemala il cielo è bluissimo. Mi torna in mente, per contrasto, il celeste tenue del paesaggio iraniano.
Ho indossato la camicia con le maniche lunghe che ho acquistato ieri, quindi le mie scottature non temono il sole.
Lo shuttle è puntuale e dopo aver raccolto altre due ragazze, forse americane, e una famiglia di tre boh, forse turchi, alle 8.15 partiamo.
La strada è parzialmente quella che abbiamo percorso per arrivare a Panajachel, ossia la ripidissima salita verso Solola, più un altro tratto fino ad uno svincolo che da una parte manda ad Antigua, mentre dall’altra, ed è quella che imbocchiamo, porta a Chichicastenango.
La giornata è limpida e lungo la salita possiamo ammirare tutti e tre i maestosi vulcani che vegliano sul lago Atitlan. Due sono quasi allineati e si ha piuttosto l’impressione di una doppia cima. È uno spettacolo davvero portentoso.
Il resto del viaggio è tranquillo, con immagini sulla falsariga di quanto già visto sul tratto Antigua - Panajachel.
In particolare noto ancora le sigle ed i simboli dei partiti politici che avevamo visto anche venedo a Panajachel: il tragitto è completamente circondato da queste scritte e disegni fatti a mano sui muri o dipinti su pietre o verniciati sui guard rail, ora con tratto nitido e preciso, ora appena abbozzati da una mano molto approssimativa. C’è il triangolo rosso con la sfera gialla al centro del DIA, l’aquila bianca su sfondo verde del UNE (Unidad National de la Esperanza), il Sole splendente del Partito Unionista, la bilancia bianca racchiusa da un cerchi mezzo rosso e mezzo azzurro del MR (Movimiento Reformador), la frecciona blu del PAN, il logo ANN bianco su sfondo rosso dell’omonimo partito, il mais stilizzato con le gambe verdi dell’URNG, e, infine, la mano azzurra con due dita piegate del FRG, che sembra essere il più popolare, o, comunque il più capillarmente diffuso; mi colpisce anche la scritta “Rios Montt presidiente”, visto che la guida lo dipinge come un feroce sanguinario dittatore degli anni ‘80, ammesso che sia la stessa persona.
Dopo circa un’ora di tragitto giungiamo a Chichicastenango.
Chichicastenango, nei giorni di mercato, oggi è appunto domenica, appare come un gran fermento di persone, prevalentemente nativi, ma anche turisti che si mimetizzano nella confusione infernale del mercato.
Lo shuttle ci lascia presso un distributore di benzina al limite delle prime bancarelle. Non sappiamo dove andare, quindi ci tuffiamo nella prima strada con dei banchi. Lo scopo è raggiungere la strada principale. Ci inoltriamo nel turbine di colori, rumori ed odori che ci circonda. Ci sono davvero tanti banchi, addossati l’uno all’altro, con solo un piccolo spazio per il passaggio, reso angusto dalla moltitudine di persone che si accalcano.
I prodotti in vendita sono tra i più disparati: si va dai manufatti più allettanti per i turisti, come le stoffe multicolori e i lavori di artigianato, fino ad utensili ed oggetti in genere che possono essere di interesse solo per i nativi.
Mi sembra, tuttavia, che comunque sia sostanzialmente un mercato per loro, per i nativi, in cui i turisti, non molti oggi, sono un’aggiunta posticcia e non protagonista: proprio così, gli attori di questo enorme spettacolo sono loro, i nativi; il turista è solo spettatore discreto.
Continuiamo a caminare tra le bancarelle e la gente che si accalca.
Vedo dei pulcini vivi, che pigolano disperatamente, delle galline, un maialino che viene trascinato al guinzaglio come fosse un cagnolino, e anche quello che credo sia un piccolo cinghialino. In una bacheca scorgo degli orologi, tra cui alcuni “cipolloni” da taschino funzionanti; chiedo il costo di un Omega: 1500 Q. Desisto spiazzato.
Compriamo delle tovagliette americane multicolori e Claudia acquista anche un portamonete e io una maglietta di cotone per 50 Q.
Raggiungiamo la piazza centrale dove l’ulteriore infittirsi dei banchi e le loro coperture in nylon creano una atmosfera quasi dantesca; fa molto caldo e comincio ad essere stanco. Sui gradini della chiesa principale, cui sono già appoggiati i primi tavoli dei venditori, ci sono dei personaggi che spargono incenso a profusione, tanto che l’odore intenso ed il fumo danno quasi fastidio. La guida dice di non salire gli scalini perché i nativi potrebbero offendersi. Mi sembra una fesseria, però le diamo retta ed entriamo attraverso un accesso laterale. C’è la Messa. È proibito scattare fotografie, e la cosa mi infastidisce.
L’interno dell’edificio appare sulla falsariga di quelli che abbiamo già visto nei villaggi del lago Atitlan, con la solita atmosfera più pagana che cristiana. Lungo le pareti sono schierate le statue dei santi che vengono portati in processione: mani e visi in ceramica o plastica lucidissime e assolutamente kitch, avvolte in stoffe colorate. Alcune tengono in mano banconote da 1 Q, che credo non siano più in circolazione: da bravo collezionista sono tentato di prenderne una, però rubare una banconota dalla mano della Madonna, in chiesa, durante la Messa, mi sembra un po’ eccessivo; inoltre, con la fede maniacale che hanno qui, potrei anche essere linciato. Comunque la banconota da 1 Q è di colore verde.
Un mendicante mi chiede insistentemente soldi e non mi molla, quindi usciamo dalla chiesa e ci rituffiamo nella baraonda del mercato.
Attraversiamo veramente a fatica la piazza, per scoprire che sull’altro lato vi è un’altra chiesa, della quale non mi ero accorto. Poi, da uno spiazzo laterale udiamo della musica dal vivo: si tratta di inni sacri, con ritmo tipicamente latino americano. Una venditrice di, credo, granite attira la mia attenzione perché ha una macchina per tritare il ghiaccio meccanica: è di colore verde e sarà alta una cinquantina di centimetri: lei fa girare la manovella ed il marchingegno butta giù ghiaccio tritato. Ci sono anche degli imbonitori, come alle nostre fiere paesane, di quelli che dimostrano le miracolose proprietà di qualche aggeggio assolutamente inutile. Mi avvicino ad uno di questi capanelli: non capisco cosa sta dicendo perché parla, credo, in un dialetto maya; comunque è giovane e mette delle erbe in un bicchiere d’acqua. Un altro, invece, più anziano, credo che voglia piazzare qualche medicamento, poiché ha davanti a sé un libro di medicina che dalle illustrazioni immagino risalga agli anni ‘50; riporta dei disegni a colori degli occhi in sezione, e colgo le parole “operacion” e “es terible”; il resto è in un dialetto che non capisco.
Siamo stanchi e molto accaldati, quasi insolati.
Decidiamo di ripararci un po’ al coperto della chiesa principale. La messa è finita e ci accorgiamo che ci sono stati dei battesimi. I bambini nativi sono avvolti con i costumi tradizionali mentre i Guatemaltechi sono vestiti in bianco. Noto anche come le famiglie dei nativi abbiano una media di quattro figli.
Funziona: ci riposiamo e riacquistiamo le forze.
Usciamo dalla chiesa e gironzoliamo ancora un po’ per il mercato. Poi, per passare il tempo, ci sediamo nella piazza della musica dal vivo, all’ombra, su una panchina in mezzo a due lustrascarpe. Ce ne sono anche tanti altri. Stiamo a guardare con quale abilità e maestria, per 2 Q, puliscano e lucidino fino a farle tornare nuove, scarpe che sembrano da buttare. Il cliente si siede sulla panchetta e prende il giornale, mentre il lustrascarpe inizia la sua opera, piazzando delle lamine di plastica nelle caviglie per non sporcare i calzini; poi, se è il caso, toglie i lacci e comincia a spargere il grasso con le mani nude. Finita una scarpa, dà un colpetto al cliente, che gli alza l’altra e l’azione si ripete. Il tutto può durare anche una decina di minuti. A quest’ora, è circa l’una, tutti i lustrascarpe sono pienissimi di lavoro in un continuo susseguirsi di clienti. Mi perdo a guardare queste scene e sbircio sul giornale che, non so dove, è successo un grave incidente tra due camion e un pick up. Quando il cliente, finalmente, gira pagina, scopro che Bush ha dichiarato che la cattura di Saddam è imminente. Mi domando se sia il giornale di oggi o di due mesi fa ! Noto anche che il giornale parla anche di “militari della coalizione” e non di “militari Americani ed Inglesi”. Vedo pure che sono morti altri Palestinesi.
La musica è sempre rigorosamente sacra, con canzoni come “Jesus te ama” o “Allelujah”. Tra un brano e l’altro la cantante arringa la folla sulla bontà divina. Il ritmo è latino, mentre il cantato è in stile spirituals, anche se a volte rasenta l’isterismo.
Ci rilassiamo in questo modo per più di un’ora in un’atmosfera veramente piacevole e divertente, e ne approfittiamo per mangiare del pane che ci siamo portati appresso e alcune banane gialle e rosse che abbiamo comperato poco fa per 7 Q.
Quindi facciamo l’ultimo bagno di mercato e scopriamo che c’è anche un’area dedicata al cibo, dove si può mangiare seduti su tavoloni di legno. Tuttavia, la copertura in plastica provoca un caldo micidiale che unito al forte odore di cibo rende la zona non molto vivibile.
Arriviamo allo shuttle una mezz’ora prima dell’orario della partenza. Ci appollaiamo sul marciapiede accanto ad una croce con un nome e delle date, appoggiata al bordo, quasi per terra. Non so chi sia, comunque la fotografo e, se riuscirò, mi informerò.
Effettivamente avrei preferito passare una notte a Chichicastenango, poiché il nostro mordi e fuggi nel giorno del mercato non ci ha consentito di vedere ed apprezzare il villaggio, visto che in quel macello colossale del mercato si è solo e sempre circondati da bancarelle e venditori. Ho l’impressione che, se visitata con calma in un giorno ordinario, Chichicastenango abbia da offrire un’atmosfera tipicamente nativa che nella confusione non abbiamo colto.
Alle 14.00 ripartiamo alla volta di Panajachel, dove arriviamo circa un’ora dopo.
Il tempo, ora, è nuvoloso e, mentre siamo in camera, addirittura ci accorgiamo che piove violentemente, ma il tutto dura qualche minuto.
Poi andiamo al lago e ci sediamo al solito posto sul lungolago. Ci avvicina una bambina nativa per venderci qualcosa. Noto che porta gli occhiali: è l’unica che abbiamo visto sinora. Ci chiediamo se ci vedano bene o se non vadano dall’oculista o se vedano bene perché non vanno dall’oculista. Comunque, occhiali o non occhiali, non le acquistiamo nulla e lei si allontana.
Andiamo a cena nello stesso ristorante di ieri sera (“Orale”), visto che ci è piaciuto. Questa volta spendiamo 95 Q per due doppie braciole di marrano con guacamole e patate, tortillas e birra.
Lungo la strada, da una macchina in sosta con i finestrini abbassati, odo una musica familiare: si tratta di “Sad but true” dei Metallica.

Abbiamo davanti ancora parecchi giorni per continuare le nostre scoperte: il diario relativo, nella seconda parte di questo resoconto.

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