VIAGGIO A MOSCA E SAN PIETROBURGO CON IL CRAL

in viaggio con danibi in Russia Europea

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VIAGGIO A MOSCA E SAN PIETROBURGO CON IL CRAL

Viaggiare, fantasticare, modellare itinerari immaginari, leggere diari, guide, riviste, consultare mappe… la mia testolina è sempre in viaggio. Favorita da una buona memoria contiene quantità di dati inimmaginabili. Tra i tanti “file” ce ne sono un paio archiviati nella “cartella” denominata Russia.
Uno è molto voluminoso, riguarda la Penisola della Kamchatka. Si tratta però di un progetto ambizioso, non è questo il momento per darne l’avvio.
Il secondo, più modesto e fattibile, contiene uno studio fatto a suo tempo su come visitare le due capitali russe: Mosca e San Pietroburgo.
Si parte da una crociera sul Volga, una serie di navi fluviali e itinerari tutti poi scartati poiché le escursioni a terra si riducono a poche ore. Tempi troppo risicati che mi fanno giungere alla conclusione che per una visita più soddisfacente delle due città è meglio prediligere un programma classico, con pernottamenti in entrambe e un solo spostamento in treno da una all’altra.
Fatta questa premessa, quando il CRAL aziendale pubblica il programma “Viaggio a Mosca e San Pietroburgo” non ci sono dubbi, Sandro ed io cogliamo al volo l’occasione.
Giocano a favore della proposta un prezzo adeguato ai servizi offerti, ovvero: voli di linea Lufthansa (insieme ad Emirates, la compagnia aerea che preferiamo), ogni pasto, ingressi a musei e palazzi, accompagnatore dall’Italia e guide locali, il visto e persino le mance. Non manca proprio nulla. Inoltre il trasferimento in bus a Malpensa, e ritorno, è una vera comodità.
Aderiamo alla proposta, per fortuna, tempestivamente perché i 70 posti disponibili vanno a ruba in poche ore. Ci classifichiamo infatti al 67° e 68° posto dell’ipotetica graduatoria. Per un soffio veniamo ammessi.
Normalmente organizzo ogni nostro viaggio ed è una sensazione stranissima quella che provo non dovendomi occupare di nulla. È anche un po’ “inquietante” il pensiero di un gruppo tanto numeroso, ma si tratta per la maggior parte di colleghi, amici dei colleghi, parenti dei colleghi… troveremo sicuramente qualcuno con cui socializzare.
Prima della partenza un briefing da parte dell’agenzia organizzatrice e la suddivisione in due gruppi da 35 persone. Il nostro è il gruppo n. 2, con noi viaggerà Flo, bionda “generalessa” in gonnella, esperta di Russia e di tante altre cose.
Bene, non ci resta che aspettare il giorno della partenza.
25 aprile 2016 
Anniversario della liberazione nonché festa nazionale, ma oggi niente manifestazione, ci aspetta una sveglia ancor prima dell’alba, il ritrovo nel luogo convenuto, il bus che in poco tempo viaggia su strade e tangenziali libere, l’aeroporto di Malpensa, due voli con uno scalo a Francoforte e, prima dell’atterraggio in terra russa, un fiume che serpeggia tra i palazzoni grigi, tutti uguali.
Percorriamo 40 chilometri superando boschi di betulle e file di casermoni, il tutto in un clima uggioso e incolore. Raggiunto l’albergo, la prima impressione è alquanto triste. Il grigiore sembra “pennellato” su qualsiasi cosa. Non so quanto faccia la suggestione – il comunismo, i dissidenti, i gulag, lo spionaggio del KGB, la parte “brutta e cattiva” del mondo – e quanto invece sia da attribuire alla levataccia e relativa stanchezza. Fatto sta che, per quel che resta della giornata, non nutriamo altro interesse che cercare un supermercato, fare scorta di acqua, capire quale sia – dopo diverse versioni - l’esatta differenza di fuso orario.
26 aprile 2016
Mosca, oltre a un insieme di nomi illeggibili e impronunciabili, è una città immensa, il cui nucleo centrale – il cuore – è rappresentato dal Cremlino, racchiuso nel primo di cinque anelli concentrici.
Il nostro hotel si trova poco al di fuori dell’anello più esterno. Esattamente da qui inizia la nostra scoperta della città.
Avvicinandoci al centro il grigiore omogeneo si chiazza con l’oro delle prime cupole, con i colori pastello delle chiese, mentre il rigore dei palazzoni di epoca sovietica si ingentilisce e impreziosisce con i decori degli edifici staliniani.
Le Sette Sorelle, sette palazzi simili, che Stalin commissionò nel tentativo di creare a Mosca uno skyline che eguagliasse quelli delle città nordamericane, sembrano svettare ovunque.
I sette imponenti edifici, audace combinazione tra lo stile barocco russo e quello gotico, con la tecnologia utilizzata per la costruzione di grattacieli statunitensi, ospitano la sede dell’Università Statale di Mosca, Ministeri, Hotel di lusso. Due di essi sono stati adibiti a strutture residenziali prestigiose.
Nonostante il clima umido e piovoso, l’impressione iniziale è di città triste muta fino a esplodere in veri e propri cori di esclamazioni quando, superato l’ultimo anello, si vedono le mura del Cremlino con le numerose torri, il fiume Moscova, gli edifici sempre più ricchi e, fiabesca, in lontananza, l’inconfondibile sagoma della Cattedrale di San Basilio.
Opulenza è quanto mi ripeto ed è, per il momento, l’unica parola che meglio si addice a quanto racchiuso nell’anello dei viali.
La modernità dei grattacieli di Mosca City occupa uno spazio centrale, ma lo skyline sembra un’isola a sé stante affacciata sulla Moscova. Tra i tanti giganti del cielo, mi innamoro della Evolution Tower, 250 metri di grattacielo a specchio ritorto su se stesso.
La nostra meta è distante dal centro poco meno di una decina di chilometri, per ora vedo scorrere via le più famose attrazioni della città, già pregustandone le visite successive.
Pochi minuti e la cinta muraria, a pianta rettangolare, che racchiude il complesso del Monastero di Novodevichy sta di fronte a noi.
Si accede al monastero attraverso una porta della Chiesa della Trasfigurazione. Unico nome che memorizzo, così come la conformazione della chiesa culminante in una sorta di torre dal bel colore rosso, con le elaborate finestre incorniciate da stucchi bianchi, sovrastate da decori che raffigurano due enormi conchiglie per ciascuno dei quattro lati della torre. Non è finita, sopra la costruzione si ergono cinque cupole dorate.
Il resto, troppa roba per ricordare nomi e particolari, è un insieme di vialetti con al centro una stupenda chiesa bianca, adornata da “cipolloni” d’oro e di color grigio, un cimitero con antiche inferriate e lapidi, costruzioni bianche o rosse con i tetti verdi, indecifrabili scritte in cirillico, una meridiana il cui bianco spicca su un muro di mattoni e una sorta di campanile per metà bianco e per l’altra metà dorato.
Lasciato il monastero, ci dirigiamo verso la Piazza Rossa, luogo simbolo di Mosca.
Una statua equestre campeggia davanti all’edificio rosso, tutto archi, torri, decori, del museo di storia russa.
Il piazzale antistante è enorme, per un attimo penso si tratti della Piazza Rossa, ma varcata la porta, detta della Resurrezione, comprendo l’equivoco e riconosco la vera Piazza, ora transennata, con gradinate e palchi in costruzione.
Rivedo le immagini, trasmesse in tv, della sfilata di forze militari, carri armati, missili e tutto lo spiegamento di uomini e mezzi impiegati nella grande parata che si ripete ogni anno.
Provo soggezione.
Superato lo “choc” iniziale, lo sguardo corre lungo tutto il perimetro della piazza.
Riconosco le principali attrazioni: San Basilio sullo sfondo, a sinistra la Cattedrale di Kazan che sembra fatta di meringa e zucchero colorato, l’edificio che ospita i magazzini Gum. Alla mia destra le mura del Cremlino con la torre di S. Salvatore e il famoso orologio, il Mausoleo di Lenin “impacchettato” e purtroppo chiuso al pubblico fin dopo le celebrazioni del 1° e del 9 maggio.
Pioviggina, il cielo è plumbeo, ma l’esplosione di colori dei palazzi e monumenti che circoscrivono la piazza fa pensare che siano tutti stati sottratti alle periferie. Nella mia fantasia si spiega così il grigio diffuso – la totale assenza di colore - delle zone decentrate.
San Basilio, elaborata costruzione vista e rivista in fotografia, dal vero, con le cupole a bulbo multicolori e multiforme, è splendente, imponente, incredibile.
Girando attorno alla sua struttura, quasi ad ogni passo, si scoprono nuovi particolari: motivi rigati, chiodati, squamati, “ricamati”. Davvero mille le decorazioni, si fatica a tenere il conto dei colori brillanti e delle differenti forme.
Il tempo è risicato, ma non ci perdiamo uno degli ingressi dei magazzini Gum per ammirare almeno una delle tre gallerie coperte, con la sfilata di negozi con i più noti brand del mondo della moda.
Mentre consumiamo il primo pranzo tipicamente russo in un ristorante del centro, chiudo gli occhi e ancora vedo i rossi, verdi, blu, bianchi, gialli, tutti i colori di S. Basilio, l’oro delle cupole e molto altro.
A proposito di cibo, temevo non poco le zuppe russe, ma supero la prima esperienza mangereccia senza traumi. La cucina russa è meglio di quanto pensassi.
Il primo maggio si celebra la Pasqua ortodossa, si spiegano quindi le grandi uova colorate, le gallerie di fiori, i pulcini alti oltre un metro e tutte le decorazioni che si possono ammirare nei parchi, nei giardini e in qualsiasi spazio verde della città.
Per il pomeriggio abbiamo i biglietti e un orario stabilito per la visita del Cremlino, letteralmente “cittadella fortificata”, sede delle istituzioni governative dell’intera Russia.
Non immaginavo che all’interno del Cremlino, esattamente nella piazza delle Cattedrali, vi trovassero spazio anche alcune splendide chiese. Il sacro e il profano, il potere politico e quello religioso.
Le cupole d’oro non si contano, brillano sopra ogni cattedrale bianca. Visitiamo quella dell’Annunciazione, la cattedrale della Dormizione e infine quella dedicata all’Arcangelo Michele.
Non ricordo in quale ordine, so solo che la prima, con un’iconostasi da lasciare senza parole e affreschi che da terra salgono fino alle cupole e ricoprono totalmente anche i pilastri, è un luogo dove anche chi non è praticante si sente permeato di misticismo. Gioiello che giustamente non si può fotografare, ma che si imprime nella mente.
Candele, incensi e cannoni. È collocato tra le mura del Cremlino uno dei cannoni più grandi al mondo, altri di dimensioni più modeste sono incolonnati a testimoniare le conquiste durante le guerre napoleoniche.
La cittadella include inoltre palazzi governativi, il moderno e vetrato palazzo dei congressi, i giardini e probabilmente molto altro che non è però visitabile. Ah… dimenticavo si può ammirare anche quella che viene classificata come la campana più grande al mondo. È spezzata, ma è davvero gigantesca.
Il tempo concessoci per la visita non è molto e – dietro siepi e cespugli – si intravedono già le guardie che probabilmente ci tengono d’occhio. Ancora non riesco a liberarmi dei fantasmi delle spie russe e del KGB.
Il programma odierno è stato completato, ma un gruppo di noi è “scalpitante” e curioso, ci pare uno spreco tornare in albergo molto prima dell’ora di cena. Chiediamo quindi di staccarci dalla comitiva e di scendere dal bus nei pressi della Piazza Rossa. Torneremo poi a “casa” con la metropolitana.
La Piazza è chiusa per le esercitazioni. Tra qualche giorno avrà luogo la grande Parata militare.
Per viuzze, piazze, piazzette, vicoli, coprendo un percorso che aggira la zona impraticabile, raggiungiamo un diverso ingresso dei magazzini Gum. Non ci interessano lo shopping e le vetrine di Vuitton, Dior, Gucci, Max Mara, etc. ammiriamo soprattutto la struttura composta da tre gallerie, sulle quali si affacciano tre piani, con passerelle aeree che collegano l’ultimo piano, vetrate al posto del tetto, addobbi, fontane, persino alberi. Costruzione molto interessante. Cerchiamo le finestre che si affacciano sulla piazza Rossa per captare frammenti di esercitazioni, ma non siamo fortunati. Spesso le finestre non sono accessibili oppure non ci sono manovre in corso.
I bagni “storici” di Gum mi creano qualche problema. Al primo accesso non ho soldi, la seconda volta non ne ho abbastanza. Mi permettono tuttavia di entrare per “pietà”, rincorrendomi poi perché – per vergogna – non approfitto delle poltrone in pelle e della costosa crema per mani.
Raggiunta l’altra estremità della piazza e San Basilio, ci godiamo con maggior tempo a disposizione la fantastica costruzione, fotografando le sue stupende cupole colorate da ogni possibile angolazione.
Prima di cercare una fermata della metropolitana, scendiamo nel sottosuolo per la visita di un grande magazzino più popolare. Meno sfarzoso di Gum, ma con una bella cupola vetrata, scale a spirale e fontana centrale.
La pioggia non ci ferma, passeggiamo tra le casupole in legno di un mercatino che ricorda quelli tirolesi, assistiamo a spettacoli di strada, apprezziamo le diverse installazioni che raffigurano soggetti pasquali e infine la magnificenza del Teatro Bolshoi, sapientemente illuminato al calar della sera.
È tempo di scendere nei meandri della rete metropolitana. Difficile imboccare la stazione iniziale. Ancor più difficile cercare di orientarsi con i nomi delle fermate scritti solo in cirillico, ma con molte risate, una mappa e una buona dose di fortuna riusciamo a prendere una prima linea, a cambiare e ad arrivare in hotel senza mai sbagliare.
La serata si conclude con un dopo cena singolare. Due russi ubriachi, carenti di affetto, in modo forse un po’ troppo caloroso e plateale ci abbordano, abbracciano gli uomini dopo essersi inginocchiati ai loro piedi, nello stesso tempo allungano le mani e compiono gesti allusivi all’indirizzo di una di noi.  Niet, Spasiba! No, Grazie!
27 aprile 2016
Monastero della Trinità di S. Sergio – Sergiev Posad. Il programma odierno prevede la visita di questo importante complesso monastico che dista circa 70 km da Mosca.
Cielo grigio, palazzi in cemento armato e assenza di colori sono ormai una costante, ma durante il viaggio di trasferimento non manca qualche interessante attrazione quale la celebre statua, alta 25 metri, raffigurante “l’operaio e la contadina” che reggono falce e martello. La simbolica opera fu realizzata ed eretta per coronare il Padiglione Sovietico durante l’Esposizione Universale di Parigi del 1937.
Seguono fabbriche fumanti e impressionante traffico di pendolari che dalle periferie si spostano verso il centro cittadino.
E poi ancora industrie dove vengono prodotte le diverse parti di un aereo.
Per restare in tema: dopo le fabbriche, un museo all’aperto dell’aeronautica.
Si susseguono boschi di betulle intervallati da agglomerati di casette di legno colorate: le dacie, case di campagna per la fuga dalla città durante il fine settimana. Non hanno un bell’aspetto, alcune sono piuttosto malandate, ma ogni russo che possiede una dacia ne  è molto orgoglioso.
Il complesso di chiese e edifici di San Sergio può essere considerato l’equivalente russo ortodosso del Vaticano.
La più bella chiesa è sovrastata da cupole azzurre con le stelle dorate e una cupola interamente ricoperta d’oro.
Nel caleidoscopio di immagini si mescolano le cupole d’oro di un’altra chiesa, un campanile bianco, turchese e dorato, colonne bianche con bassorilievi e colonne dipinte con grappoli d’uva, colorati motivi geometrici, interni scuri con austeri cori di donne altrettanto scure e lunghe file di fedeli che reggono candele e foglietti sui quali stanno scritti nomi di famigliari cui dedicare preghiere, pregevoli iconostasi e dipinti, fazzoletti e veli di pizzo a coprire il capo delle donne, ancora donne inginocchiate e immerse nelle preghiere, una “cappella sistina” russa con soffitti affrescati, lucenti lampadari, rosoni, il fumo delle candele, l’atmosfera mistica che tocca il cuore.
Infine l’affollamento della “cappella della fonte”, con file di persone che bevono o fanno scorta di acqua miracolosa con piccoli recipienti, ma anche con capienti taniche.
Seguendo l’esempio di Flo, la nostra simpatica “generalessa”, non ci sottraiamo al rito bevendo da un boccale di metallo legato a una catenella, incrociando le dita per scongiurare eventuali insidie batteriche.
Un sacerdote ortodosso, con la lunga barba bianca, che si aggira nei cortili, completa il quadro e chiude la parentesi religiosa.
Dopo l’abbuffata mistica, saziamo il bisogno di shopping grazie alle bancarelle collocate al di fuori delle mura del  monastero e, infine, nutriamo il corpo in un grazioso ristorante di legno, velluti, fiori e candide tovaglie. Sembra di essere in una caratteristica stube altoatesina. La zuppa è però meno commestibile rispetto a ieri e più vicina al mio immaginario di cibo russo immangiabile. Poco male, non soffro la fame grazie alle altre portate e al dolce.
Al ritorno sfilano al contrario le stesse immagini, ma noto particolari differenti tra cui due grattacieli dalla forma triangolare e colorate righe orizzontali che vivacizzano il grigio di fondo.
C’è una gara per fotografare in corsa, cogliendo l’attimo, il monumento dell’operaio e della contadina e infine la snella torre televisiva Ostankino, alta 540 metri, la cui sommità si perde nella nebbia di basse nuvole.
Tornati a Mosca, in gruppo compatto come scolaretti, scendiamo - grazie a lunghissime e impressionanti scale mobili ad una sola rampa - nel sottosuolo per visitare alcune delle più belle stazioni della metropolitana. Preso un treno si scende ad una stazione, poi un’altra, un’altra ancora e così via in quello che si può considerare un museo sotterraneo.
Fasto è la parola che rende l’idea della bellezza e della preziosità di ciascuna stazione nonché un obbligo dettato dal potere politico degli anni ’30 del secolo scorso.
Lo sguardo ammira archi, soffitti a volta, rosoni, elaborate cornici, marmi, graniti, pietre dure, ottoni, vetro, mosaici, bassorilievi, colonne, vetri smaltati, stucchi, in un’alternanza di Liberty e Art Deco.
Ogni stazione è diversa dall’altra e ciascuna è uno sfoggio di lampadari, marmi colorati, mosaici che raffigurano personaggi o scene di vita, pavimenti e pareti riccamente decorati. Nonostante l’affollamento riusciamo a non perderci.
La pedonale via Arbat, con bellissimi addobbi pasquali, negozi, caffetterie, tavolini all’aperto, l’Hard Rock Cafè e una delle Sette Sorelle, ci fa perdere la cognizione del tempo. Un ritardo di pochi minuti, bus e gruppo se ne vanno senza sei di noi. Segue un’accesa polemica, non del tutto giustificata, ma incassiamo gli insulti di un paio di indisponenti compagni di viaggio, ci conforta tuttavia la solidarietà dei più.
Ceniamo in hotel e subito dopo prendiamo nuovamente posto sul bus per un tour di Mosca by night.
Prima tappa con sosta alla Collina dei Passeri da dove si ha una bella visione della maggiore delle Sette Sorelle, sede dell’Università Statale, e del complesso di grattacieli illuminati di Mosca City.
La città di notte è meravigliosa, persino i palazzi più anonimi con una studiata illuminazione diventano gradevoli e fotogenici.
Scorre un “film” con le immagini delle mura del Cremlino, le torri, le cupole d’oro, le insegne, i monumenti, i giardini, i palazzi storici come la sede del KGB e la Duma di Stato, la Cattedrale di S. Salvatore, il ponte che attraversa la Moscova, le luci riflesse sull’acqua e infine, ciliegina sulla torta, la Piazza Rossa con l’intero enorme edificio del Magazzini Gum addobbato a festa da migliaia e migliaia di lampadine come Harrods a Londra o le Galerias Pacifico a Buenos Aires, mentre sullo sfondo, grazie  all’illuminazione soffusa, San Basilio sembra fluttuare: fiabesco castello incantato dai mille colori, ci si aspetta – da un momento all’altro – di vedere tappeti volanti oppure il genio della lampada di Aladino insieme ad altri personaggi creati dalla fantasia di Disney.
28 aprile 2016
Visitiamo l’interno della Cattedrale di Cristo Salvatore dove è in corso una funzione religiosa molto suggestiva e coinvolgente.
In sottofondo le note di un coro composto da donne, forse suore, in abito e velo nero.
Le donne, disposte in fila, hanno un’espressione triste, assorta, sono incuranti di quel che avviene attorno.
Una corona di reporter separa i devoti russi da turisti e curiosi, fotografa e riprende il Patriarca e altri prelati della chiesa ortodossa incoronati e bardati con paramenti di color viola riccamente ricamati d’oro.
La funzione/cerimonia è lunga, ci dicono duri all’incirca 4 ore.
I fedeli – pochi in verità - si prostrano inginocchiandosi, segnandosi e inchinandosi in una ripetizione infinita di gesti e rituali per noi incomprensibili. Se ne percepisce tuttavia la solennità.
Lasciamo il luogo di culto per visitare la Galleria Tret’Jakov che ospita una ricca e pregevole collezione di icone molto antiche insieme ad opere di pittori russi.
Annessa al Museo una chiesa che espone una delle più importanti e venerate icone di tutta la Russia.
Ci soffermiamo, in seguito, su un ponte dove centinaia di lucchetti suggellano grandi e piccoli amori e pranziamo in un ristorante moderno.
Il nostro soggiorno moscovita termina con un ultimo trasferimento alla stazione ferroviaria prima di salutare Irina, timida guida, bionda e cagionevole, che ci ha introdotto alla storia russa, tra zar, zarine, amanti e concubine, presidenti di partito, rivoluzionari, intellettuali, politici, scrittori, artisti, dissidenti, uomini stimati e uomini discutibili, un carosello di personaggi che, nel corso dei secoli, hanno fatto la storia.
Il viaggio con un treno ad alta velocità è confortevole, il paesaggio purtroppo non offre grandi attrattive. Circa 700 chilometri di brulla campagna piatta, grigi bacini lacustri, sparuti villaggi, boschi di betulle e agglomerati di casette di campagna: le ormai consuete dacie, alcune graziose, altre in apparenza squallide.
Stacchiamo gli occhi dal finestrino per dedicarci alla soluzione di complicati cruciverba, facendoci aiutare da chi ci sta vicino.
Tra risate e serie considerazioni le quattro ore di viaggio volano.
La periferia di San Pietroburgo è desolante, ma - abbandonato lo scalo ferroviario - armonia e architettura si raffinano. La città, fondata per volere di Pietro il Grande, ci presenta ora, con i viali ampi e gli eleganti palazzi barocchi e neoclassici, il suo biglietto da visita.
Arrivo in hotel, assegnazione delle camere, cena e poi…
l’ormai affiatato gruppo di “esploratori”, con sole quattro fermate di metropolitana, approda sulla famosa Prospettiva Nevskij.
Da lì al Palazzo d’Inverno è una passeggiata.
Immenso, stupendo, incredibile, sfarzoso, gli aggettivi non bastano per descrivere la magnificenza dell’edificio color dell’acqua marina, bianco e oro, dell’antistante Piazza del Palazzo con al centro la colonna di Alessandro, e – svoltato l’angolo - del fiume Neva.
La notte regala luci e riflessi bellissimi, attraversato il ponte, ci troviamo su una delle tante isole che compongono il delta del fiume, godendo di una diversa prospettiva del Palazzo d’Inverno che si specchia nell’acqua scura.
Il clima è finalmente clemente, con la temperatura mite e una piacevole brezza marina.
Giriamo per la città senza meta e senza uno scopo, costeggiamo canali, superiamo ponti, beandoci ad ogni passo della bellezza della città. La nostra meraviglia raggiunge il culmine davanti alla chiesa del Sangue Versato, un tripudio di cupole e mosaici, quasi più affascinante di S. Basilio. La chiesa monumentale, che si riflette nelle acque di un canale, fu eretta nel luogo in cui venne assassinato lo Zar Alessandro II. Comprendiamo così l’origine del suo nome.
Attorno alla chiesa si può ammirare una massiccia recinzione circolare con inferriate ed elaborati “riccioli” in ferro battuto.
Persi nella notte e nell’incanto di San Pietroburgo, troviamo la metropolitana chiusa. Sottovalutando la distanza dell’albergo, per godere del buon clima e per scoprire a modo nostro la città, decidiamo di tornare a piedi anziché in taxi intraprendendo una lunga, lunghissima, camminata. Tocchiamo il letto alle ore 2,45, stanchi ma dopo aver riso molto e con le immagini di tanti scorci cittadini negli occhi.
29 aprile 2016
Piove a dirotto ma, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, il programma di oggi non prevede attività all’aperto. Ci spostiamo infatti di circa 25 chilometri, a Puskin, per visitare il Palazzo di Caterina.
Purtroppo non possiamo approfondire la visita degli esterni della residenza estiva degli zar, ci limitiamo a una rapida occhiata alle geometrie dei giardini, con laghetti, ponticelli e padiglioni.
Nel grigiore umido spiccano però i colori brillanti della lunghissima ed elaborata facciata in stile Rococò: turchese, bianco, dorato nonché l’oro delle cupole che raffigurano cinque corone reali.
Se l’esterno è sfarzoso, l’interno del Palazzo è un’esagerazione di lusso, spazio, luce, splendore.
Inquietante pensando alle ricchezze e allo stile di vita di pochi e di allora, cui tuttavia non si può non tributare ammirazione.
L’androne, con lo scalone di gala, di un bianco assoluto, ospita una pregiata collezione di vasi cinesi e giapponesi, conduce alle sale successive e, malgrado l’abbondanza di particolari, è nulla in confronto a quel che segue.
Cariatidi bianco latte fiancheggiano porte che introducono nella immensa sala da ballo, dal parquet lucidato, adorna di ampie vetrate, specchi, “grappoli” di candelabri, decori in oro e un pianoforte. Non è difficile immaginare le atmosfere di un tempo con le coppie della più alta nobiltà che, alla luce di centinaia di candele, volteggiano sotto il meraviglioso dipinto del soffitto.
Si susseguono quindi stanze dove trovano spazio preziose stufe ricoperte di ceramica di Delft dai classici motivi bianco e blu oppure tavolate apparecchiate con servizi di fine porcellana della manifattura imperiale russa.
E poi ancora si possono ammirare colonne in foglia d’oro, soffitti decorati, tappeti, camini, mobili, putti, fregi, scacchiere con pezzi in avorio, intere pareti tappezzate di quadri, stucchi, sete dai colori cangianti o dai delicati disegni di uccelli e fiori.
Tutto è esagerato, come pure la tela che raffigura Pietro il Grande o la famosa camera d’ambra, riaperta di recente dopo decenni di certosino lavoro per la sua ricostruzione con l’impiego di ben sei tonnellate della preziosa materia.
Non passano inosservate le tinte pastello verdi e rosa di una stanza raccolta sulle quali spiccano bassorilievi con le bianche figurine “pompeiane”, così come non si possono non notare molti altri ambienti sfacciatamente addobbati. È umanamente impossibile memorizzare ogni singolo particolare.
Lasciamo la reggia dove si sono succeduti zar, zarine, discendenti, noti architetti, che purtroppo non è stata risparmiata dall’occupazione tedesca e da brutali saccheggi.
Una lode per il difficile lavoro di ricostruzione che ha riportato agli antichi splendori un patrimonio così immenso.
Dopo tanto sfarzo, pranziamo nel salone totalmente spoglio e mal riscaldato di un ristorante che però serve cibo non male.
Nel frattempo smette di piovere. Tornati a San Pietroburgo, visitiamo – sull’isola delle Lepri dirimpetto all’Hermitage – la fortezza dei SS. Pietro e Paolo e l’omonima Cattedrale con la guglia dorata che si staglia nel cielo. All’interno una profusione di oro, lampadari, statue, dipinti sacri, icone, colonne, nonché le tombe della quasi totalità dei sovrani di Russia.
Forse siamo assuefatti allo sfarzo o, molto più probabilmente – dopo la pioggia - desideriamo stare all’aperto, fatto sta che alla chiesa preferiamo la vasta piazza acciottolata.
Ripreso il bus, procediamo a passo d’uomo per poi arrestarci del tutto. Il traffico è congestionato e paralizzato dal passaggio di un corteo di auto e furgoni della polizia e auto blu. Una fila di veicoli che sfreccia e che non termina mai.
Non si capisce cosa stia accadendo e chi stia transitando: c’è chi dice Putin e chi no. Vediamo tutto e niente.
Sorridiamo nell’osservare l’agitazione di un vigile intento a bloccare e dirigere il traffico che aspira una sigaretta con foga tale da far pensare che basti una sola boccata per finirla. Momento difficile per l’uomo costretto a gestire una faccenda molto più grande di lui e delle sue possibilità.
Dopo cena il solito drappello torna in Piazza del Palazzo e, causa nuovi “adepti”, torna a rivedere la chiesa del Sangue Versato.
Ammiriamo poi la Cattedrale di Kazan e relativo colonnato. La chiesa è valorizzata da fasci di luce, la giudichiamo tuttavia una “brutta copia” della nostra meravigliosa e inimitabile Basilica di San Pietro romana.
A conclusione della serata, diligentemente e prudentemente, prima della chiusura della metropolitana, si fa ritorno in hotel.
Non siamo in condizioni di fare il bis della notte precedente.
30 aprile 2016
Prima del pezzo forte della giornata, facciamo una sosta per ammirare l’esterno della ormai -  per alcuni di noi - nota Chiesa di San Salvatore sul sangue.
Pur avendola vista plurime volte non ne posseggo alcuna foto perché durante le passeggiate notturne preferisco alleggerirmi del peso di macchina fotografica e zaino.
Approfitto quindi di questa fermata per immortalarla da più angolazioni.
Il top di oggi, e forse dell’intero viaggio, nonché sogno a lungo coltivato che finalmente si avvera è costituito dall’ingresso all’Hermitage.
Tutti lo conosciamo: è uno dei musei più importanti al mondo.
Quel che invece non sappiamo è che si tratta di un insieme di cinque edifici, tra cui: Palazzo d’inverno, Piccolo Hermitage, Grande (o Vecchio) Hermitage, Nuovo Hermitage, Teatro dell’Hermitage.
La facciata del Palazzo d’inverno, che ben conosciamo, si riflette nelle pozzanghere che bagnano l’immensa piazza antistante. È un’esibizione di colonne, statue, balaustre, fregi, cornici di stucchi bianchi che orlano ogni finestra. L’insieme è una ridondanza di particolari inimmaginabile.
La fila all’ingresso è lunga, lo stesso quella presso il guardaroba per depositare giacche e borse, ma – tutto sommato – ce la caviamo in tempi ragionevoli.
Era impossibile, dopo la visita della residenza di Caterina, pensare a qualche cosa di più sontuoso. Ebbene, in questo palazzo, lo splendore è moltiplicato per una cifra non al di sotto di tre volte.
Non provo nemmeno a descrivere la quantità di opere d’arte o l’elaboratezza delle sale, l’abbondanza di oro e lampadari, le dimensioni di alcuni vasi preziosi, il rosso pompeiano e il lusso sfrenato della sala del trono, le teche contenenti oggetti di valore inestimabile e tutto quanto abbiamo visto.
Certamente ciascuno di noi, in base alla propria sensibilità e al proprio gusto, avrà conservato il particolare ricordo di una determinata stanza, oggetto o quadro. Personalmente mi ha affascinato il bianco, impreziosito dall’oro, della sala del Padiglione. Mi ha ipnotizzato il luccichio delle migliaia di gocce di giganteschi lampadari di cristallo. Mi sono incantata come in una favola davanti alla fantastica uccelliera, nella realtà un orologio dal complicato meccanismo che mette in moto un pavone d’oro e altri delicati ingranaggi.
Per non parlare poi del rosone che, sul pavimento, raffigura un bellissimo mosaico “romanico”.
Esagerazione all’ennesima potenza, non si sa dove guardare perché ovunque si posi lo sguardo c’è da stupirsi: quadri alle pareti, colonne in ogni dove, a terra pavimenti e tappeti preziosi, e – in alto – gallerie, vetrate, volte, rosoni, intagli, bassorilievi, figurine angeliche o floreali, dorature… il tutto è veramente indescrivibile.
Negli occhi tante, tantissime, immagini, personaggi e scene riprodotti in eterni ritratti, e infine un fremito davanti alla sensualità delle bianche sculture del Canova.
Usciamo dal museo “ubriachi”, consapevoli di aver visto solo una minima parte di quanto esposto, ma credo non basti un mese per vedere tutto ciò che è custodito all’interno dell’Hermitage.
Cielo azzurro e sole splendente ci abbagliano, ecco un altro regalo di questa meravigliosa città.
Il Teatro Aleksandriskij, con imponenti colonnati sui quattro lati dell’edificio e la scultura bronzea raffigurante la Biga di Apollo sulla facciata principale, ci colpisce non tanto perché trattasi del più antico teatro cittadino e dell’intera Russia, bensì perché il suo progettista – architetto Carlo Rossi - è un italiano, napoletano per l’esattezza.
Un po’ di sano orgoglio nazionale non guasta e la Russia, in questo senso, ci appaga spesso.
Molto bello anche il palazzo rosa, tutto trine, “stile Harrods”, che sorge nelle vicinanze.
Dopo aver pranzato, imbocchiamo l’autostrada: prossima destinazione Peterhof.
Qui, affacciata sul Golfo di Finlandia, si trova la più sfarzosa residenza imperiale degli zar.
La facciata del palazzo, color crema e bianco, non ci sta tutta in un solo sguardo e neppure in un’inquadratura grandangolare da 18 mm.
La cappella, con cinque cupole d’oro, è un capolavoro. Anche giardini e parco, dalle perfette simmetrie e prospettive, superano qualsiasi immaginazione grazie a spettacolari fontane, cascate, giochi d’acqua, statue ricoperte d’oro.
 
Il parco è immenso e l’affaccio sul Mar Baltico, nonostante l’acqua non abbia un colore invitante, è emozionante.
Per il dopo cena ci regaliamo una passeggiata lungo il fiume, con vista Ammiragliato, e la visita della Chiesa di S. Isacco.
Domani si celebra la Pasqua ortodossa, all’interno del luogo di culto sono in corso alcune celebrazioni mentre file di fedeli si sottopongono al sacramento della confessione.
Purtroppo, esattamente sul piazzale della chiesa, assistiamo a uno “spettacolo” di cattivo gusto.
Si ferma un Hammer modificato, lungo quanto una Limousine, con i vetri oscurati, ne scendono sette o otto giovani donne che indossano leggeri abiti provocanti, ondeggiano su alti tacchi a spillo e brindano levando i flute colmi di champagne all’indirizzo di un unico uomo che appare per ultimo.
Tutti insieme, visibilmente ubriachi, si dimenano in un’esibizione penosa e neppure a ritmo della musica assordante che proviene dall’interno dell’abitacolo.
Ancora una volta il sacro e il profano. Il brusio soffuso delle preghiere e la rozza, rumorosa, volgarità. Due realtà che fanno a pugni tra loro.
1° maggio 2016
Domenica. Mentre il popolo russo festeggia la Pasqua ortodossa, per il gruppo CRAL viene celebrata una S. Messa in italiano.
Gli “infedeli” invece gironzolano nei dintorni del Teatro Mariinskij (Kirov in epoca sovietica) l’equivalente della Scala milanese, dove vengono rappresentate opere e balletti.
Prima del viaggio avevo fatto una ricerca su eventuali spettacoli che coincidessero con le nostre date, ma sia al Bolshoj di Mosca che in questo teatro risultava tutto “sold out”. Peccato!
Quattro passi lungo i canali e la Messa è già finita… andate in pace!
Il gruppo si ricongiunge e siamo pronti per la navigazione sulla Neva e lungo i canali.
Le case e i palazzi, dall’architettura omogenea e dalle tinte pastello, si affacciano sull’acqua. Molto fotogenici i riflessi.
Il complesso dell’Hermitage visto dal fiume ha un fascino ancora maggiore, sulla riva opposta scorrono l’Ammiragliato, la Fortezza e anche alcuni audaci bagnanti che, in costume, si crogiolano al sole.
Passiamo sotto bassi ponti, alcuni in ferro, altri ad arco, diversi sono colorati. C’è persino un “ponte dei sospiri” russo. L’escursione termina dopo aver attraversato una zona verdeggiante, un parco cittadino con un bel padiglione dal sapore d’altri tempi.
Il clima soleggiato è perfetto per una breve sosta sulle gradinate dell’isola di San Basilio.
Scatta poi il secondo “shopping time”.
Il primo è stato uno o due giorni fa, non ricordo con esattezza il momento.
È andata che,  come tutti, entriamo nel bel negozio di souvenir per turisti, non amiamo il genere, ma si può lasciare la Russia senza acquistare almeno una Vodka di qualità sopraffina?
Certo che no! Spendiamo l’equivalente di una dozzina di euro per una bottiglietta da 200 ml di liquore per poi ritrovare la stessa marca e bottiglia al supermercato al prezzo di 1 euro. Si, esatto, un solo euro.
Detto questo, alla seconda sessione di shopping preferiamo un bel parchetto, con le panchine, i vialetti ombreggiati e una allegra fontana zampillante.
Ha dell’incredibile che la simpatica “generalessa” esca dal negozio abbracciando Masha di Orso. Regalo per la nipotina che le conferisce una tenerezza inaspettata. Grande Flo!
Rinunciamo al pranzo e, insieme all’instancabile Giorgio, ci stacchiamo dal gruppo per il raggiungimento di un importante obiettivo: un secondo ingresso all’Hermitage per la visita della sezione degli impressionisti.
L’edificio si trova al di là della Piazza, esattamente di fronte al Palazzo d’Inverno.
Gli interni sono di nuova concezione, con molto vetro, acciaio, legni chiari, spazi ariosi. Nella sua linearità e minimalismo la struttura è un capolavoro di architettura contemporanea, perfetta location per le opere in essa esposte.
Il museo è vuoto, pochissimi i visitatori, abbiamo il privilegio di sostare nelle diverse sale e davanti ai dipinti preferiti in totale solitudine e per tutto il tempo che desideriamo. Con Giorgio osserviamo, commentiamo, apprezziamo in perfetta sintonia. È un compagno “d’arte”, e non solo, eccezionale.
Si inizia da Henri Matisse: la Danza e la Musica, il primo brivido davanti ai colori e alle linee dei due celebri dipinti.
Ricasso: le sue figure geometriche e scomposte, il famoso nudo di donna e un’intera sala con i suoi capolavori.
Degas, il mio preferito. Difficile descrivere l’emozione che provo davanti a una delle sue leggiadre ballerine. Immagine riprodotta in mille modi che ora posso ammirare con gli occhi colmi di gioia.
Che dire poi delle tahitiane di Gauguin, la dimensione dei dipinti, i colori solari che sembrano uscire dalle tele con prepotenza fino a scaldarci l’anima.
Renoir, un altro dei miei prediletti. L’intensità dei volti e degli sguardi che sembrano “liquidi”, reali.
I puntini di Seurat, le pennellate dense di Van Gogh, le nebbie, i prati fioriti e le donnine di Monet e poi Pissarro, Sisley e molti altri dipinti meno famosi ma non privi di fascino.
Centinaia di tele preziose che da sole valgono il viaggio a San Pietroburgo e, valore aggiunto, l’opportunità di osservarle in tutta tranquillità.
Molto interessante anche l’esposizione di sculture contemporanee.
Giornata dell’arte, e dunque arte sia! Visitiamo anche l’interno di San Salvatore sul sangue.
Colonne, volte, pareti, nicchie, ogni superficie è ricoperta da mosaici, dai bellissimi colori dove l’oro è predominante, che raffigurano scene bibliche.
All’ingresso le volte blu con le stelle dorate regalano l’impressione di stare sotto un meraviglioso cielo stellato, mentre il volto di Cristo e altri personaggi riempiono l’interno delle cupole.
Anche questo è uno di quei luoghi dove lo sguardo corre frenetico in ogni direzione per posarsi infine sulle geometrie dei marmi del pavimento.
L’amico ci lascia per recarsi ad assistere a uno spettacolo folcloristico, mentre noi trascorriamo il resto del pomeriggio seduti su un muretto, al sole, a osservare lo “struscio” sulla Prospettiva Nevskij. Notiamo tante cose, volti, gesti e, nel complesso, l’eleganza di molti.
Il traffico scorre incessante, qualche pazzo pigia il pedale dell’acceleratore facendo rombare il motore, sotto lo sguardo indifferente della polizia che presidia la via in questo giorno di festa.
Comprendiamo ora l’avvertimento della guida a non attraversare fuori dalle strisce pedonali e, soprattutto, senza attendere il semaforo verde.
Entriamo in una galleria di eleganti negozi. La struttura ha il tetto vetrato e, nel suo piccolo, ricorda quelle dei magazzini Gum di Mosca.
Per l’ultima serata abbiamo un programma speciale ma, tranne Giorgio, nessuno è interessato a tirar tardi e a condividerlo. Pazienza!
Carichi di entusiasmo e aspettative, dopo una passeggiata che ci riporta nei luoghi più belli, raggiungiamo la riva del fiume Neva per assistere alla suggestiva apertura dei ponti.
Le manovre di sollevamento di “Dvorzovoi Most”, il primo ad aprirsi nonché il ponte più bello che sta di fronte all’Hermitage, dovrebbero iniziare attorno all’una e trenta di notte.
Arriviamo con abbondante anticipo, ma la folla di spettatori sta già accampata sui muretti del lungo fiume, ci sistemiamo perciò in modo tale da avere una buona visione e aspettiamo.
La serata non è particolarmente fredda, inoltre è piacevole osservare che il pubblico si fa sempre più numeroso, disponendosi dapprima a debita distanza dai vicini, ma con il trascorrere del tempo ogni varco viene riempito.
In cielo volano lanterne di carta colorata, sull’acqua nera del fiume scivolano battelli carichi di spettatori. Insomma l’atmosfera si “scalda”.
Controlliamo il flusso di auto che attraversa il ponte in attesa del suo totale arresto, ma all’ora prevista il traffico è ancora intenso e non accade nulla.
Trascorrono i minuti senza nessuna novità, sono quasi le due, si sentono i primi fischi, seguono grida di protesta. La folla, sino a poco fa ammassata, ora si allontana e si disperde. In poco tempo il lungo fiume si svuota. Non è chiaro se la massa di persone si sia spostata altrove o che altro.
Non si capisce cosa stia accadendo, di certo siamo rimasti in pochi.
Una fila di taxi è incolonnata lungo la strada. Chiediamo a un conducente conferma di un terribile sospetto, scoprendo così che il ponte non si aprirà. Forse l’apertura dei ponti è slittata a dopo le 4, quando il traffico sarà scemato.
Delusi, con l’amaro in bocca, torniamo in hotel. Il tempo è scaduto, non ci saranno altre occasioni per assistere a questo evento.
2 maggio 2016
Visitiamo un cimitero dove riposano personaggi famosi, scrittori e musicisti illustri. Luogo di pace e riposo che in questa giornata di sole, con il prato verde e fiorito, è persino gradevole.
Cartelli segnaletici indicano la direzione per trovare il severo busto del grande Dostoevskij oppure la lapide del compositore dello Schiaccianoci, Caijkovskij, la tomba del connazionale architetto Rossi o di Rimskij-Korsakov e così via come una caccia al tesoro tra una lapide e l’altra.
Una chiesa, una bella veduta del fiume, qualche minuto a godere del tepore del sole, un ristorante e l’ultima zuppa prima di raggiungere l’aeroporto dove le procedure di ammissione sono più complicate che altrove.
Ce ne andiamo con un bagaglio in più, carico di bellissimi ricordi e stupende immagini.
Grazie Russia, è il nostro saluto alla capitale Mosca e alla splendida città voluta da Pietro il grande.
Esprimo infine la mia gratitudine ad Alexandra, donna bionda, bella, simpatica, ma soprattutto pozzo di conoscenza storica passata e presente della sua controversa Patria.
Ultimo, ma non ultimo, un particolare ringraziamento a Luigia, la “sciura” presidentessa del nostro attivissimo CRAL.

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