Irlanda: appunti di viaggio quando si torna dai sogni - Parte seconda

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Irlanda: appunti di viaggio quando si torna dai sogni - Parte seconda

Il diario di viaggio si riallaccia alla prima parte del resoconto, dallo stesso titolo, già pubblicata su questo stesso sito.Di nuovo tante meraviglie in giro per l'Isola Verde22 agosto
Colazione un po’ tesa stamattina, il peso della convivenza protratta comincia a farsi sentire. A me saltano un po’ i nervi e decido di rifugiarmi in camera a leggere la guida in solitudine per costruire l’itinerario del giorno. Recuperata la calma generale, e studiata un po’ la cartina, siamo pronte a ripartire. Siamo dirette nuovamente a nord però.
Non possiamo prescindere da una visita al leggendario Connemara, fonte d’ispirazione di poeti e scrittori, e setting naturale di alcune splendide ambientazioni cinematografiche. L’onnipresente pioggia sembra però non desistere a giudicare dal cielo grigio che incombe su di noi, ma appena imboccata la prima delle strade interne alla scoperta della regione, la R336 che va da Maam a Leenane, capiamo che quel cielo, quella pioggia, la nebbiolina leggera che aleggia sui laghetti sfocando ogni forma, le nubi che incappucciano le montagne, è in realtà quasi una benedizione, giacchè sembra accrescere la bellezza di questi luoghi desolati, armonizzarsi perfettamente con la loro malinconia, enfatizzandone il carattere selvaggio e sconfinato, dove la Natura si impone superba in un mosaico di torbiere, vallate solitarie, montagne e laghi.
Sembra di correre su un filo incantato, di addentrarci in un mistero che non può essere svelato, che può soltanto sedurre ed attrarre a sè gli animi, per poi lasciarli atterriti in balìa del vento sferzante o della pioggia battente. E’ questa la regione tanto amata da Joyce, che amava venire qui per trovare solitudine ed ispirazione.
Arriviamo fino alle sponde del Killary Harbour, una stretta insenatura che forma un fiordo, e ci ricordiamo con una stretta al cuore della Norvegia, che appena un’estate fa ci aveva fatto innamorare perdutamente della sua sconfinata ed imponente bellezza.
Continuando in direzione di Clifden, il capoluogo della regione, vediamo la Kylemore Abbey, un tempo abbazia, oggi esclusivo collegio femminile, per poi proseguire attraverso la R341, denominata bog road, ovvero strada della torbiera, che la guida definisce sconnessa ma affascinante, e oggetto di superstizioni popolari circa la presenza di fantasmi. Nulla di più appropriato per delle giovani apprendiste stregone come noi in cerca di emozioni!
La strada non è effettivamente il massimo del comfort, ma - ormai si sa - SuperMiki non si lascia intimorire! Il paesaggio però è fantastico, diverso da tutto quello che abbiamo visto finora, sia per i colori, sia per l’atmosfera un po’ magica, un po’ inquietante… il verde certo, quello non manca neanche qui, però è un verde scuro, più spento e aspro. La torba poi fa sì che a tutto si mischi il suo giallo ocra, e che su tutto si imprima una specie di onta di solitudine ed abbandono.
I paesini si susseguono parsimoniosamente, ma come sempre sono deliziosi. Roundstone, ad esempio, con il suo porticciolo di barche è veramente un piccolo gioiello, e se le persone sembrano essersi smaterializzate da queste parti, in compenso ci sono le solite cuccurine, ma soprattutto superbi cavalli in libertà. Il cavallo… un po’ immagine prototipica dell’Irlanda, quella che ha in mente il visitatore che si accinge a conoscere questi luoghi, un simbolo irlandese, ma è anche di più. Basta vedere questi animali, bellissimi, forti, nobili, correre sulle torbiere sferzate dal vento. Questo popolo ha nel sangue lo stigma di una Libertà alta, elevata, purissima, che è Concetto, Pura Idea, ma che in un’immagine - questa immagine - può essere sintetizzato.
Ci avviciniamo ad alcuni esemplari che incontriamo lungo la strada, sono docili e mostrano di gradire le nostre carezze e l’erba che gli tendiamo con la mano. Proprio di fronte un’altra meraviglia, una piccola baia dalla sabbia bianchissima e cosparsa di conchiglie madreperlacee. L’acqua è cristallina, di un azzurro trasparente di rara bellezza…Rimango estasiata: ecco uno dei luoghi dell’ universo che mi porto dentro da sempre, in modo inconsapevole, ed ora che ci sono dentro, difficile non sentire un richiamo ancestrale e profondissimo… mi sento bene, tutto in me e fuori di me è meravigliosa armonia, nonostante continui a piovere e fa un gran freddo.
Ore 14.30 circa. Torniamo verso Galway. Purtroppo la nostra tabella di marcia è ferrea, e ci impone di proseguire alla volta di un nuovo angolo d’Irlanda, anche se la voglia di restare qui è per me quasi un irresistibile canto di sirene, ma…resisto! Tornerò, magari chissà un giorno…
A Galway decidiamo di sostare nuovamente per uno sguardo diurno su questa graziosa città. Possiamo approfittarne per mangiare un boccone e proseguire. Io e Silvia ripercorriamo l’itinerario della sera precedente staccandoci dalle nostre due compagne di viaggio. Anche a quest’ora c’è una confusione pazzesca, nonostante sia domenica e molti negozi siano chiusi. Tuttavia la gente non manca, e i pub sono - come al solito - affollatissimi. E’ divertente notare come in quest’atmosfera informale le persone sembrano conoscersi tutte tra loro, tanta è la facilità di parola, di approccio, di un sorriso… Che forza 'sti irlandesi!
Torniamo alla macchina, dopo aver applaudito un musicista di strada che intratteneva turisti-e-non con le note del suo violino…
E ora? Ci aspetta il Burren, e - se Dio vuole - prima di sera saremo anche sulle celeberrime Cliffs of Moher. Ci chiediamo se per noi le giornate durano davvero 24 ore, o per qualche strano incantesimo, il tempo si sia dilatato a nostra insaputa, e quindi ci ritroviamo a vivere giornate di 48/72 ore senza accorgercene…?!
Sulla strada incontriamo lo splendido Dunguire Castle, che tanto ricorda lo splendido Eilean Donan Castle scozzese. Siamo ormai fuori dalla contea di Galway, in procinto di scoprire cosa ci riserverà la contea di Clare nella quale viaggiamo spedite. La R80 attraversa il cuore del Burren, e appena la imbocchiamo e cominciamo a salire di altitudine, vediamo un nuovo scenario profilarsi al nostro sguardo… quante volte può cambiare un Paese? L’Italia - penso io - cambia tantissimo, ad esempio, ed infatti per questo è un Paese meraviglioso. Ma che dire allora di questa piccola isola, grande neanche 1/3 dell’Italia che ci ha finora abituate a tutta questa varietà, a questi improvvisi, dirompenti cambi di rotta?! Il Burren è una sterminata distesa calcarea. Il colore predominante è il grigio che imprime al paesaggio un inverosimile aspetto lunare. Tanto per cambiare piove, ma il cielo cambia colore così repentinamente che seguire le sue evoluzioni, così come i mutamenti di forma delle nuvole al nostro passaggio, è di per sè uno spettacolo.
Seguendo le indicazioni attraversiamo paesini persi in una desolazione senza fine. Ballyvaughan e Kilfenora ad esempio, che finiscono ancora prima di cominciare. Ogni tanto ci capita di incrociare qualche sparuto automobilista. Un ragazzo, ad esempio, che avrà all’incirca la nostra età, al volante della sua automobile. Proviamo ad immaginare come sarà la sua vita qui, in questo remoto angolo d’Irlanda. Dov’è che andrà quando ha voglia di andare al cinema ad esempio, oppure gli viene voglia di una bella pizza margherita? già la pizza! Si vede proprio che siamo quattro romane impenitenti…
Ore 19: siamo ormai vicine, bisogna decidere: e sia! Andiamo alle Cliffs! Quando arriviamo, l’enorme parcheggio davanti a noi è semideserto. Ci saranno al max una decina di macchine. Il cielo va schiarendosi, ma ormai sappiamo che non ci si può fare troppo affidamento, e quindi armate di ombrelli, keeway e giacchetti anti-bora, ci apprestiamo alla scalata del promontorio. 1, 2, 3…Voilà! Lo spettacolo è servito! Davanti ai nostri occhi, incredule ed a bocca aperta contempliamo queste scogliere immerse in un blu intenso, quello dell’oceano, del cielo e della sera che viene. Micol dice di sentirsi finalmente sovrastata in questo incredibile palcoscenico naturale.
Dall’altra parte la O’ Brian’s Tower è la ciliegina sulla torta che rende perfetto ogni dettaglio. Contempliamo le scogliere dal versante della torre, prima di dirigerci sulle scogliere stesse. Le persone a quest’ora si contano sulle punta delle dita, e a noi sembra che stasera lo spettacolo sia solo per noi. Piccolo acquazzone di rito… e te pareva! Dobbiamo rifugiarci in macchina e aspettare che spiova. Vale invece è incurante, e si avventura in solitudine su per le scogliera sfidando gli elementi. Quando cessa di piovere, lei è di ritorno, e noi in partenza. Quando arriviamo su ricomincia a piovere, lottiamo contro un vento che sembra avere tutta l’intenzione di buttarci a terra, ma non resisto alla tentazione di sdraiarmi sul borderline della scogliera e godermi appieno i 203 metri di abisso sotto di me.
La mia presentabilità è ormai scarsa, considerando che dobbiamo ancora - come al solito - trovare un tetto, e considerando che sono la p.r. ufficiale del gruppo. Sull’unico paio di jeans rimasto a mia disposizione si è aggiunto a tutto il resto, anche qualche macchia d’erba e di fango, ma almeno posso vantarne la provenienza. Ancora qualche minuto però prima di andare… Micol, Silvia ed io restiamo in contemplazione del mare infinito davanti a noi, calmo, quasi immobile, nonostante ci sia un vento incredibile. Il suo blu straordinariamente intenso sembra avvolgerci, e volerci sommergere. Miki dice: ci pensate che questo davanti a noi è l’oceano? E’ vero! Io me ne ero quasi dimenticata, in preda a tutte questa emozioni… Oceano, è la prima volta che io e te ci troviamo l’uno di fronte all’altra… forse perché lo so, ma sembri diverso in effetti, sei vasto e sconfinato. Oltre di te l’ America, lontano, lontano - dico alle mie due amiche - più su a sinistra la nostra sognata ed amatissima Islanda, aggiunge Miki… Ci andresti a nuoto se ti dicessero che ti danno 20 miliardi?! - chiede - La solita pazza! Siamo in viaggio, ragazze, ma la nostra mente davanti a questo spettacolo grandioso ha percorso altri chilometri ancora, velocissima, sulle ali del vento, della fantasia, del sogno…
Ore 21 circa: la nostra macchina è ormai rimasta da sola nel grande parcheggio. La pioggia continua a cadere, e noi, quasi stremate, dobbiamo - ancora - trovare il tetto del giorno. Abbiamo deciso di dormire a Doolin per questa notte, per gettare uno sguardo anche su questo piccolo villaggio di pescatori che sembra molto rinomato. Il villaggio si trova ad un quarto d’ora di macchina dalle Cliffs, ma l’ora tarda e la notorietà del posto non ci aiuta certo. Bussiamo almeno a una decina di case, prima di svoltare in una strada secondaria che sembra condurre al punto di non-ritorno ma sempre seguendo uno dei soliti cartelli B&B. Arriviamo infine al cancello di una casa che somiglia ad un antico maniero. Ad aprirci una vecchiettina tutta perle e sorrisi, che però si rivela un bell’osso duro quando si tratta di contrattare il prezzo. Morale: l’ora è tarda e meglio non tirare troppo la corda. Ci accordiamo per 26 euro, prezzo record della nostra vacanza proletaria, ma - dice lei - è una casa di 300 anni, insistendo nel rivendicare le sue ragioni.
E’ una casa strana questa, all’interno molto accogliente, antica, si vede, anche i mobili, lo stile, i particolari studiati per enfatizzarne il carattere. Le nostre camere da letto hanno solo il lavabo all’interno, quadri alle pareti e coperte dal gusto retrò. Il quadro della camera di Miki e Vale è un po’ inquietante - un bambino che piange -, nella nostra invece, un cavallo bianco.
Gli altri ospiti della casa sono tutti anziani. In effetti la signora si era stupita vedendoci e aveva chiesto: come avete saputo della nostra esistenza? Qualcuno vi ha raccomandato questo posto? No, abbiamo semplicemente letto il cartello sulla strada! La signora è anche prodiga di consigli (anche troppo!) e ci invita a non indugiare per godere dell’atmosfera e della musica - soprattutto - del pub del paese… e infatti poco dopo siamo lì, prendiamo posto sui nostri quattro sgabelli, avide di traditional Irish music mentre beviamo Bayleys ed Irish coffee. Numerosi musicisti siedono tutti intorno ad un grosso tavolo di legno. Non si conoscono tra loro, ma sono là per improvvisare, per divertirsi e divertire. Ascoltarli è un vero spasso, tutto si anima a tempo di musica, il pub è allegro e pieno di vita. E’ incredibile anzi quanto sia animato questo posto. Il paese consta di 5 o 6 deliziose casette, quindi viene da chiedersi da dove venga tutta questa gente.
Bella serata! Parliamo con uno dei musicisti, Michael. Lui fa il fotografo, e vive in Australia, però è irlandese doc, è nato a Dublino, e qui torna sempre, anche per partecipare a delle competitions di bodhran, tipico strumento irlandese, di cui si definisce maestro dopo anni di sacrifici, studio e dedizione. Micol ne approfitta a questo punto per dei consigli tecnici per l’ acquisto dell’hammer (strumento che serve a percuotere il bhodhran) per Pu’ (alias Cristiano, il ragazzo di Micol). Più tardi lei e Vale riceveranno anche una lezione privata di gaelico da dei tipi ubriachi persi all’entrata. Io la mia l’avevo ricevuta già in quel di Galway, da un tipo che non sembrava ubriaco, però qualche rotella fuori posto l’aveva ugualmente. Il suo approccio è subito andato dritto al punto: Nice bottom! Risposta mia: Thanks! Cosa c’è da aggiungere? Un bell’ esordio, non c’è che dire!
E’ ora della buonanotte a Doolin: i musicisti si alzano, le luci si spengono, noi torniamo a quella che per noi resterà “la casa delle streghe”. E’ stata una giornata intensa e ricca di emozioni questa. Quante cose abbiamo fatto da stamattina, forse fin troppe... Sono sovrastata dai ricordi e dalle immagini di un solo giorno, chissà se riuscirò a trattenere tutto… chissà se riuscirò a non dimenticare i dettagli meravigliosi di una giornata fantastica. Chiudo gli occhi sul cuscino e rivedo i sentieri del Connemara, la sua melanconia e il suo mistero, Galway, la torre di Doolin quando è ormai arrivata la sera, e su tutto si impone il blu senza confini dell’oceano davanti alle Cliffs di cui ho voglia di colorare i miei sogni…

23 agosto
Dopo colazione (a questo punto io desisto dalle uova e bacon, mentre le altre 3 perseverano tra gli strepiti dei loro rispettivi fegati!), torniamo a Doolin per una visitina diurna. Riecco il pub della sera precedente, un negozio dove lavorano il vetro artigianalmente, un altro di strumenti musicali (bellissimo!), un caffè, un paio di negozi di souvenir. Il paese in una manciata di casette coloratissime. Più avanti il molo dove numerose barche trovano il loro attracco. Ci spingiamo fin qua con la masochistica voglia di spiare le barche che partono per le isole Aran, nella speranza forse di scorgerne la sagoma nella luce indecisa del giorno. Ma non abbiamo più tempo per andarci, dobbiamo proseguire.
Il tempo è tiranno e a noi manca ancora tutto il sud del Paese che non possiamo trascurare più del dovuto, più di quanto non saremo già costrette a fare. E poi il giorno prima si era pensato di andare, ma la signora del B&B di Galway lo aveva caldamente sconsigliato: se il tempo non è buono, e piove, allora le Aran diventano un vero inferno… E noi a malincuore abbiamo seguito il consiglio, ritenendo saggio impiegare il tempo sulla terraferma dove perlomeno ci si può spostare se si incontra qualche nuvola capricciosa, guadagnando così preziosi km tra un acquazzone e l’altro. Una lacrima è nei pensieri di ognuna mentre salutiamo. Bye Aran! Ci sarà un’altra occasione per noi? Chissà…
Ma ora via, si parte! Si va a sud ed il paesaggio cambia ancora, persino il sole -incredibile! - si fa più caldo, più caldo che mai da una settimana a questa parte. Arrivate in una stazione di sosta, pensiamo che vista la temperatura, una sosta balneare non sarebbe poi male nel corso della giornata, anche se abbiamo ormai imparato a diffidare del volubile tempo irlandese. Il costume però lo mettiamo sotto i vestiti… non si sa mai! Meglio essere pronte per ogni evenienza!
Passata Limerick, procediamo ancora più a sud. Per mancanza di tempo non vedremo il famoso Ring of Kerry, ma ci dirigiamo invece alla scoperta della Penisola Dingle, che meno estesa a livello di superficie, sembra promettere comunque grandi emozioni. E infatti ecco che si profilano all’orizzonte nuove scogliere e promontori. Il loro profilo è più morbido e dolce delle scogliere aspre e selvagge incontrate nel nord.
Immancabile l’erica che incornicia i paesaggi del suo rosso passione… ecco altre montagne, incappucciate anche qui dalle nubi che si rincorrono nel cielo cangiante, ma non sono come quelle del Connemara, ad esempio. Non c’è quell’onta di misticismo qui, che secondo me è peculiarmente nordica. Il sud è sempre più morbido, ovattato e sensuale. Anche sulla cima di questi rilievi che ci ritroviamo a salire con la macchina per arrivare sulla costa, dal lato opposto. Anche tra le pareti di queste verdi montagne. Anche scrutando l’orizzonte dove, tra la nebbiolina leggera, appare scintillante il mare.
Superate le montagne, si scende ed in meno di mezz’ora arriviamo a Dingle - città più ad occidente d’Europa - ma soprattutto città di mare, allegra, coloratissima, vivace, spensierata, animatissima.
Micol aveva letto sulla mia guida, mentre io ero al volante, di un delfino arrivato nella sua baia. In fondo avevamo iniziato la giornata proprio ammiccando al mare, e qui possiamo riscattarci, gettando uno sguardo alla terraferma tra le onde, e provando ad avvistare il famoso delfino che tutti qui chiamano Fungie. Una volta acquistati i biglietti, aspettiamo che la barca da noi designata giunga a prenderci, e quando – puntualissima - arriva, pregustiamo la gita con l’aria da scolarette alla prima uscita di classe. Fungie per la verità non si fa attendere molto (Micol da una parte ci sperava così avrebbe riavuto i 10euro di biglietto!), ma la sua sagoma grigio perla appare a tratti tra le onde, dapprima in lontananza, poi sempre più vicina. Eccolo, ora è proprio di fianco alla nostra barca… che emozione! E’ la prima volta che vedo un delfino dal vivo, e a questa latitudine è cosa abbastanza inconsueta di per sè. Ma Fungie si è ormai abituato al clima e alla temperatura irlandese, e sembra che gli abitanti di Dingle siano ben felici di averlo come inquilino della loro baia. Tutti (compresa la sottoscritta del resto!) si cimentano nella difficile impresa di riuscire ad immortalarlo mentre gioca tra le onde, ma l’otturatore è decisamente più lento di lui, perciò dopo un po’ io e le altre decidiamo di accontentarci dei rispettivi risultati tecnologici, e goderci lo spettacolo… e già! Perché a parte Fungie, il panorama della costa dal mare è davvero bellissimo. Viviamo il mare finalmente. La terra non è più sotto di noi, le onde ci cullano, e quasi sfioriamo scogli dalle forme bizzarre, quasi torri in rovina sulla cui sommità troneggiano fieri i gabbiani. Scopriamo insenature, grotte marine, e l’Irlanda ci appare in lontananza, ancora una volta, come un enorme tappeto d’erba… le sue scogliere e tutta la costa verdi e ridenti, lassù su un promontorio un faro bianco…
H. 18 circa. Siamo di nuovo sulla terraferma. La barca ci ha riportato al capolinea di partenza, ha attraccato e mentre scende la sera prepara già la partenza per il giorno seguente. Chissà dove saremo noi invece. Inutile chiederselo. Decidiamo di concederci ancora un po’ di tempo in questa graziosa città prima di proseguire. Come al solito io e Silvia filiamo via, mentre Miki e Vale indugiano nei pressi della nostra auto. Nel nostro girovagare senza meta alla ricerca di un posticino tranquillo dove placare i nostri stomachi infuriati, di Dingle apprezziamo soprattutto il colore, la sua allegria, il profumo del mare che aleggia nelle strade e che gli imprime un’impronta caratteristica. Paradossalmente mi sembra un’atmosfera più simile ai nostri posti di mare, che a quella dei paesini che abbiamo visto nel Nord del paese. Una linea maginot che divide il mondo in emisferi contrapposti quella tra Nord e Sud, come Bianco e Nero, opposizioni elementari eppure necessarie, ove ancora cercare un’unità nella diversità.
Sediamo intanto in un delizioso ristorante gestito da due ragazzi dalla faccia simpatica nonostante un’evidente timidezza. Che ne dici di mangiare messicano? Silvia (incredibile!) sembra apprezzare, e per una volta gradire sapori diversi da quelli italiani, sarà che non se ne può proprio più di panini! Comunque a me questi nachos con carne fanno impazzire, e anche se forse non sono granchè irlandesi, era proprio quello che ci voleva! Sebbene la fretta di ripartire ci ha fatto trangugiare tutto abbastanza velocemente.
H. 19.30: torniamo alla macchina, si riparte. Destinazione Killarney. Siamo proprio delle macine! Però dopo appena ½ ora un’altra tentazione, davvero inaspettata, è dietro l’angolo ad attenderci e non è proprio possibile resisterle.
Eccola lì sotto la spiaggia che ci rimarrà nel cuore per sempre, bianca ed irresistibile. E’ un sogno che è possibile raggiungere in macchina sin sotto la riva, ad un soffio dalle onde dell’oceano. Una leggera nebbiolina avvolge l’aria. I colori sono meravigliosi. Siamo proprio dentro il rosa e il blu del cielo, l’orizzonte è pieno di una luce irreale. Sulla riva poche persone, qualche pescatore più in là e dei surfisti che hanno appena finito di sfidare il vento… io e Silvia corriamo felici come bambine verso il mare. L’acqua che ci lambisce i piedi è fredda certo, ma dentro l’anima è troppo calda per sentirlo…
Silvia corre felice, non l’avevo mai vista così, ma sapevo di queste sue potenzialità. Anch’io sono entusiasta, mi sento totalmente fusa con tutto ciò che mi circonda, e sento che ci metterà poco, pochissimo a scendermi nel cuore, ed ad essere inglobato, a diventare cioè parte di me. Il costume! L’avevo indossato stamattina e ce l’ ho ancora addosso… e allora via i vestiti! Via questi inutili orpelli della civiltà! Voglio vivere questo momento come un ritorno primigenio alla Natura, la Grande Madre. Non ho freddo. La nebbia continua a scendere, ho lo stomaco pieno di cibo messicano, ma come si fa a razionalizzare in un momento così?! Rischi di perderti tutto! E infatti corro, corro, corro… dentro il rosa del tramonto, il blu del cielo, l’azzurro chiaro del mare, il bianco delle onde… è un attimo! Non posso restare a lungo ma voglio respirare in un secondo l’eternità di un momento. Emergo dall’acqua immaginando di essere una sirena in qualche paradiso perduto, in quel respiro scorro tutta la mia vita come un lampo, e vi aggiungo il suo ultimo fotogramma… questo!
Dopo il bagno mi ritrovo a fare la regista per Silvia mentre sono ancora in accappatoio (rigorosamente verde Irlanda!), e come se non bastasse un altro strip-tease per rivestirmi con abiti asciutti, Silvia è ormai incontenibile, e ha deciso che dobbiamo essere le Thelma e Louise di Inch Strand. Si monta in macchina: ai posti di partenza, semaforo verde, a tutto gas sulla spiaggia deserta. Dietro di noi si alzano nuvole di sabbia finissima. Davanti solo vento, mare, cielo, infinità. Testa-coda… ci capottiamo? No, per questa volta è andata bene! La sabbia sotto di noi è dura come cemento e non ci siamo ancora inabissate. Sventoliamo le braccia fuori dai finestrini per salutare entusiaste Miki e Vale che sono rimaste a guardare… e sotto a chi tocca! Anche per loro un momento di follia, la pazza corsa accanto all’oceano. Al volante c’è Vale, che non ha ancora preso la patente, ma tanto qui non le serve mica! Ecco che partono, accelerano, spariscono in lontananza, salutano, ritornano… è ora di andare! Non abbiamo mica una tenda per restare qui?! Arrivederci Inch Strand, per noi sarai per sempre “la nostra spiaggia”...
H. 23. E’ davvero tardi quando arriviamo a Killarney e troviamo finalmente un posto per dormire. I prezzi da queste parti sono decisamente lievitati, e noi per risparmiare un po’ preferiamo l’ostello ai soliti B&B. L’ostello del resto non è male - un bel palazzo d’epoca immerso nel verde - ma noi siamo troppo stanche per apprezzarlo come meriterebbe. Anche i nervi cominciano a cedere. Si era parlato di una birra, ma dopo una giornata così, i chilometri, l’ora abbastanza tarda, la solita sveglia del giorno dopo e la penultima tranche del nostro viaggio, decidiamo che è il caso di andare a dormire e di rimandare gli ultimi fasti alcoolici per i nostri ultimi due giorni…

24 agosto
Mattinata a Killarney. Facciamo colazione in un caffè dove moka e muffin ci consolano del nostro usuale cappuccino e cornetto. Poi giriamo un po’ per le pittoresche vie della città. Troviamo un negozio fantastico pieno di folletti, fate, gnometti vari. Quindi andiamo a vedere la cattedrale - St. Mary’s - in tipico stile gotico-anglosassone, e decidiamo di spingerci sino alle sponde del vicino Lough Learne, per uno scorcio sul panorama lacustre, principale attrattiva di questo angolo d’Irlanda. Il lago e il castello - Ross Castle - meritavano senza dubbio una visita.
Un connubio fantastico: il castello e la sua storia secolare, lo specchio delle acque del lago che riflettono promontori ed isolotti verde scuro, più scuro del solito, e che mi riportano la memoria ai più tipici paesaggi svedesi. Tutt’intorno, quasi da cornice, una variegata folla di animaletti, che catalizzano l’attenzione della solita Micol, alle prese coi cigni del lago, il gatto del castello, i corvi (a centinaia) che continuavano a sbatacchiare le loro grosse ali nere inscrivendoci nei cerchi magici che gracchiando disegnavano nel cielo sopra di noi…
Prossima destinazione Cork - seconda città irlandese - poco più di un centinaio di chilometri più a sud. Vi arriviamo intorno alle due del pomeriggio, ma subito ci rendiamo conto di non avere molto tempo per visitarla. Dobbiamo accontentarci di un fuggevole sguardo: il fiume, che taglia in due la città, la via principale, affollata e cosmopolita, le vie secondarie, più intime e caratteristiche, qualche chiesa, la solita pioggia… siamo di nuovo alla macchina. Non c’è più tempo, che peccato! Si procede ancora verso sud.
H. 17.30 circa: Dromberg Stone Circle. Due ore di macchina da Cork (una di andata ed un’altra di ritorno, senza considerare che la nostra destinazione finale serale è Kilkenny!) solo perché i complessi megalitici continuavano a sfuggirci nel nostro viaggio, e finora non ne avevamo visto neanche uno. Ci rimane un solo giorno ormai, ma per l’indomani abbiamo già altri programmi, e poi sarebbe impossibile tornare a Newgrange. Quindi meglio oggi, e comunque questo sembra essere un posto degno di nota, anche se noi francamente ci aspettavamo un impatto più colossale. Il cerchio ha dimensioni tutto sommato abbastanza contenute, ma esercita comunque il suo fascino, anche per la sua collocazione, su una collina che domina la verde campagna circostante.
Osservatorio astronomico? La poesia di luoghi come questo è tutt’uno col loro mistero, sepolto dai millenni. Affascina per esempio il pensiero che i nostri progenitori, che avevano certo problemi concreti di sopravvivenza quotidiana, si rendessero perfettamente conto del mistero che regola le leggi di un mondo immanente, che li sovrastava, ma che cercavano di indagare, prendendosi cura al contempo di aspetti legati alla vita spirituale dell’ uomo. Micro e macrocosmo, come avrebbero detto gli umanisti del Quattrocento. Da sempre quindi il mistero dell’universo è quello che l’uomo ha scritto nel fondo dell’anima. L’uomo lo sa perché intuisce, ma non riesce a leggerlo, poiché anche l’ anima, come gli abissi marini, è insondabile…
H.18.30. Dietrofront! Bisogna tornare a Cork - via Fermoy - dove sostiamo per un caffè in uno splendido pub dall’atmosfera calda ed autenticamente gaelica, e poi una volta a Cork, si prosegue in direzione Kilkenny… insomma: un’altra bella ammazzata! Ma tanto ormai ci siamo abituate. E’ la prima volta che ci allontaniamo così tanto dalla costa, quindi siamo ansiose di vedere cosa ci riserverà questo pezzo d’Irlanda che chiamano Midlands, l’entroterra. Passiamo diverse città, alcune delle quali meritavano senz’altro più del nostro frettoloso passaggio (Cahir, per esempio, splendida nella luce del tramonto!) ma che possiamo farci? E’ già abbastanza incredibile aver fatto tutto questo in poco più di una settimana, e non mi considero affatto una “turista d’assalto”!
Verso le 21 siamo ormai nei pressi di Kilkenny, ed inizia il nostro consueto pellegrinaggio informativo per i B&B della zona. Alla fine concludo l’ultima trattativa della serie (per l’indomani era già previsto il nostro ritorno al Celtic Inn di Dublino) portando a termine la migliore riduzione prezzo della vacanza: da 37 a 23 euro! Un successone! Anche se non dovrei dirlo, visto che il padrone di casa nel consegnarci il suo biglietto da visita la mattina seguente, si è raccomandato di non dire quanto avevamo pagato nel caso avessimo voluto consigliare il posto agli amici.
Assicurato un tetto sulle nostre teste, ci godiamo un po’ di relax prima di uscire per una birra. Silvia non viene. Sono con Micol e Valentina. La città appare splendida con il castello illuminato e lo scintillio dei pub. Vale sente suonare un brano di Sheril Crow, e tanto ci basta per varcare la soglia ed entrare nel locale. Dentro in effetti c’è una band che suona, e il pub è carino. Ottima scelta! Cosa ordinare a Kilkenny se non la famosa birra rossa tracannata a litri in Italia dalla sottoscritta (buonissima la doppio malto!) e prodotta proprio qui?! Ammazza che sfiga! L’hanno finita! Va be’, si vede che doveva andare così! E ordino il mio ennesimo Bayley’s irlandese…
Sediamo, parliamo ma siamo stanchissime, talmente stanche che per ritrovare il nostro B&B impieghiamo all’incirca un’ora e mezza (all’andata c’erano voluti al max 10 minuti!). Silvia ci aspetta in piedi - aveva avuto il suo bel da fare intanto a sistemare la sua miriade di bagagli! - e ci chiede dove eravamo finite alle due passate… ma non avevamo detto che saremmo rimaste un’oretta al max? Noi le spieghiamo che ci siamo definitivamente rincoglionite, ma che comunque Kilkenny è molto carina, rimandando il nostro consueto approfondimento alla mattina seguente.

25 agosto
Mentre facciamo colazione stamattina ci rendiamo conto che il tempo a nostra disposizione sta effettivamente scadendo, e che dobbiamo quindi approfittare di queste ultime ore, di questi ultimi sprazzi d’Irlanda.
Giriamo per le vie di Kilkenny. A me è piaciuta tanto, con le sue innumerevoli chiese gotiche (belle!), con le sue stradine medievali, con il famoso castello e il suo bel giardino. In ultimo, prima di andarcene, uno sguardo (veloce ahimè!) alla St. Canice’s Cathedral, la cattedrale fiancheggiata da una torre risalente all’XI sec. dove è possibile salire e vedere la città dall’alto, e con annesso cimitero pieno di meravigliose croci celtiche ed epigrammi celebrativi.
Ho sempre pensato che in Italia si ha una sorta di timore reverenziale verso i cimiteri, poichè essi sono sostanzialmente brutti, diciamocelo francamente. Ma all’estero i cimiteri sono luoghi dove la gente cammina nelle giornate di sole, assicurando con un pensiero rivolto ai defunti quel legame tra passato e presente, tra vita e morte, tra realtà ed aldilà che forse riesce ad alleggerire i dubbi dell’uomo sulla propria esistenza. Personalmente li trovo luoghi pieni di poesia e pace, anche se Silvia non sembra apprezzare e lamenta che la portiamo a vedere sempre tombe e lapidi…
Comunque non si può dire certo che questo penultimo giorno sia iniziato benone, ahimè! Sarà che forse il tour-de-force iniziato ormai 8 giorni fa comincia a farsi sentire, fatto sta che Micol sta piuttosto male: influenza e principio di bronchite nonostante le medicine già prese. Chiedo se vogliamo rientrare subito a Dublino, dice no, allora si va a Glendalough, antichissimo complesso monastico nella contea di Wicklow, denominata “Giardino d’Irlanda”.
Guido io ma sono piuttosto nervosa. Invano Valentina cerca di distendermi. Mi gira proprio male e la tensione in macchina cresce quando la strada per Glendalough non si trova e invece di impiegarci un’ora e mezza, come aveva detto il tipo del B&B, ne perdiamo altrettante solo per trovare la direzione giusta. Quando finalmente la troviamo, e siamo quasi a destinazione, la situazione degenera: io sono nervosissima e mi basta una sola risposta di Micol, una di quelle che sa dare lei, fatte apposta per farti definitivamente saltare i nervi, per frenare la macchina, scendere, litigare furiosamente con lei, ed indurre Silvia a prendere lei in mano la situazione mettendosi al volante, e provando così il brivido della guida a sinistra proprio al fotofinish, l’ultimo giorno prima del nostro ritorno in Italia. Giusto il tempo di placare gli animi. Del resto siamo arrivate. Dopo appena 15 minuti siamo nel parcheggio di Glendalough, e ci apprestiamo a scendere proprio mentre sta per arrivare una pioggia torrenziale. Che tempismo! Andiamo solo io e Silvia però, Micol non se la sente visto il tempo e le sue condizioni fisiche non proprio ottimali, e Valentina rimane con lei.
Questa dannata pioggia! Il posto è fantastico, lo si vede sin dai primi passi. Non solo i resti dell’abbazia, la pittoresca chiesetta nota come St. Kevin’s Kitchen, l’antica torre rotonda e le bellissime croci celtiche, ma specialmente il suo setting naturale. Il complesso giace infatti proprio al centro di una vallata che sembra incantata. Costeggiamo il bosco ed il lago. Attraversiamo un piccolo ponte di legno dove l’acqua del lago si increspa leggermente in una piccola rapida prima di riprendere a scorrere placida e vellutata. Spiamo tra gli alberi, sentiamo il mormorio di cascate proprio sopra di noi, tra i pendii di questi rilievi. E’ un luogo magico, non c’è dubbio, e ne siamo stregate. Difficile credere di essere sole quando nelle orecchie riesci a sentire il respiro del bosco e il sospiro di mille creature fantastiche che qui avranno la propria dimora. Attenzione a non disturbarli, però. Elfi e folletti sanno essere molto vendicativi! Arrivate sulla riva del lago, respiriamo l’intensa sensazione di pace che comunica questo luogo.
Proprio quello che ci voleva per distendere i nervi! E infatti quando torniamo alla macchina non ci sono più problemi. Io mi rimetto alla guida rigenerata e seguo le indicazioni per Dublino.
Eccola qui! Sono le 18. Il cerchio si chiude. Siamo tornate al punto di partenza. Quante volte abbiamo scommesso che avrebbe piovuto nell’arco di 40 km? Solo due volte!? Gara vinta da Miki-malaticcia! Valentina corre in Grafton Street per gli ultimissimi acquisti. Micol l’accompagna. Io e Silvia rimaniamo in macchina ad aspettarle, parcheggiate un po’ all’italiana in prossimità di St. Stephen’s Park. Canzone: My Immortal, Evanescence. Anche a Silvia piace tanto. Una volta tornate Micol e Valentina, noi decidiamo di restare in centro, mentre loro decidono di fare una puntatina prima al Celtic Inn e di raggiungerci dopo.
H. 19. Half Penny, Dublin City. Vi assicuro l’ora migliore per gettare uno sguardo sulla città e per viverla. Abituate ai nostri orari italiani, eravamo sempre in fusorario rispetto alle abitudini locali. Dublino raggiunge il suo climax a quest’ora, quando scende la sera e il fiume Liffey è tutto un luccicare. I pub sono animatissimi, la gente sta cenando, o finendo di cenare. Si beve, come al solito, e ritroviamo quell’ atmosfera festosa che ci ha accompagnato per tutto il viaggio. Un popolo sanguigno e passionale, lontano anni luce da quello che chiamano self control britannico. Io e Silvia ce ne andiamo al St. John Gogartys, tra i più colorati ed animati pub di Temple Bar. Siamo affamate e stanche: ci accomodiamo al piano superiore. Come sono comodi questi divanetti! E che musica! Il volume è azzeccatissimo mentre mi godo Pearl Jam e Jimi Hendrix e attendo trepidante che mi portino da mangiare. Mmmm... che buono! Traditional Irish Stew stasera, specialità irlandese.
Buon Appetito! Anche stavolta Silvia non si lamenta più di tanto, a parte di quel riso dolciastro che avevano portato insieme alle patate al forno, e che sono stata lietissima di mangiare in doppia razione, visto che lei disdegnava. E - cosa più importante - alla fine ce l’abbiamo fatta a goderci una serata senza la fretta di ripartire. Il nostro vero incubo! Ma forse ho parlato troppo presto… Messaggio sul cellulare di Silvia… Guai in arrivo: Miki e Vale dicono che al Celtic il tipo indiano dice che non risulta nessuna prenotazione a nome nostro e che quindi dobbiamo pagare nuovamente se vogliamo la stanza. Te pareva che qualcosa non doveva andare storto e ci si poteva godere una serata in santa pace!!! Va be’: io lo spezzatino me lo finisco con calma però, e anche la mia (ultima) Guinness (sigh!). Però dobbiamo interrompere qui la nostra serata, anche se al piano inferiore l’atmosfera è particolarmente animata per via di un gruppo di musicisti con violini ed altri strumenti ad arco che ci regalano in un breve attimo tutto il calore di una serata che non vivremo fino in fondo così come avremmo voluto (sigh, sigh!).
Ma c’è da risolvere la situazione. Arriviamo al Celtic e cerco di spiegare all’indiano. Dico che la sua collega bionda avrebbe dovuto segnare l’avvenuto pagamento della stanza, che in teoria sarebbe dovuta essere quella della seconda sera. Dico “sarebbe” perché il “simpaticissimo” indiano, dopo aver dissipato i suoi dubbi avendo telefonato alla collega, mentre continuava ad avere quel sorriso falsissimo stampato sulla faccia, ha pensato bene di tenersi la stanza designata, e darci di proposito una stanza nel seminterrato che dire che faceva schifo è poco. E’ tutto documentato dalla telecamera di Silvia, che ancora prima di andare a letto, continuava a ripetere: non vedo l’ora di alzarmi domani ed andarmene da sto posto di m***a!
Consiglio? Se andate a Dublino, non andate al Celtic Inn! Addio “last beer altogether”. Ci accontentiamo della “hall” dell’ostello. Silvia e Vale giocano a biliardo. Miki scrive il biglietto con le cuccurine su cui Silvia vuole che annotiamo i nostri pensieri su questo viaggio insieme. Io scrivo intenso, e non parlo solo del viaggio, ma di tutta l’estate, e Silvia sa bene cosa voglio dire. E’ strano come per certi versi le nostre vite così diverse, hanno avuto nella pratica dei risvolti molto simili in questi ultimi tempi. Le sensazioni, ad esempio… Lei parla di nostalgia, di melanconia, del nostro mondo - l’Italia - che riavvicinandosi ci riporta alla mente le solite cose, belle o brutte che siano. La magia di qualsiasi viaggio che si rispetti: si entra in un mondo parallelo, incontaminato e tutto da scoprire, dove tutto il resto non conta più niente. Rimane lì sospeso fino a quando non si riprende l’aereo e si torna a casa. Quando torni poi c’è la solita vita ad aspettarti, anche se senti di essere cambiato, anche solo un poco. Dieci giorni possono essere un concentrato di Esperienza se li si sanno adoperare bene.
In camera ancora chiacchiere, ancora risate… sembrano lontani anni luce quegli attimi di tensione incandescente di oggi pomeriggio. In fondo basta poco per far tornare il sereno…

26 agosto
Last breakfast. Molto spartana per chi come noi ha potuto assaporare il comfort dei B&B di mezza Irlanda. Salutiamo i ragazzi polacchi che lavorano qui e che sono sempre stati molto gentili con noi. Uno in particolare che non dimenticherò. Accidenti però! Non ricordo più il suo nome! L’indiano non c’è, che altrimenti lo avremmo preso a parolacce, invece di salutarlo. C’è pero la sua collega, quella che si era dimenticata di annotare nel “libro nero” dell’ostello che noi avevamo già pagato. Va be’, niente tiratina d’ orecchie. Lei si scusa sorridendo, e per farsi perdonare ci spiega la strada per raggiungere l’aeroporto. Riusciamo a fare tutto in tempo ottimale per il check-in: rifornimento e consegna della nostra lovely-dirty Peugeot 307.
Di sicuro si saranno chiesti dove siamo state per ridurla così: sabbia in abbondanza, puzzo di panini raffermi, numerose specie botaniche impiantate ormai stabilmente sulla moquette. Ma tanto per questo non ci fanno pagare un surplus. L’importante è che non si noti il graffio sulla fiancata che la mia inesperta guida dei primi giorni aveva causato in quel di Belfast tra l’indignazione generale e la mia pronta reazione: e che cazzo! Allora guidate voi!
La nostra macchinina così carica di ricordi… chissà se ne parlerà con qualcuno prossimamente, magari riportandolo dove anche noi abbiamo vissuto. Sulla stessa erba, sotto lo stesso cielo… e che cielo! Il cielo d’Irlanda di cui parlava la canzone…
Eccolo qui! Ora ci siamo dentro mentre voliamo verso casa.
All’ aeroporto conosciamo alcuni ragazzi italiani dall’aria un po’ zingara come noi. Ciascuno racconta la propria incredibile avventura. Poiché - come diceva qualcuno - quando cala il sipario, l’importante è poter dire: IO C’ERO…

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