Balcania breve

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Balcania breve

La richiesta da parte di nostro figlio di un maggior numero d’abiti consoni al suo incarico di cooperatore internazionale presso la missione OSCE in Bosnia-Erzegovina viene da noi acchiappata al volo fornendoci l’alibi di un, se pur breve, viaggio in camper alla scoperta delle nuove realtà balcaniche sicuramente molto mutate nei confronti degli ormai sbiaditi ricordi dell’agosto 1990, data del nostro ultimo passaggio in zona, agli albori degli avvenimenti susseguenti di cui tutto il mondo ricorda il tragico evolversi.Un interessante viaggio in un'area dell'Europa che si interroga sul proprio futuro, fra ansia di rinnovamento e rivalità mai sopitePartiamo nel tardo pomeriggio ed a sera ci accoglie la base delle mura che circondano il castello scaligero di Soave, ormai abituale luogo di sosta notturna in occasione dei non infrequenti passaggi da queste parti (l’altra nostra figlia vive a Trento).
(Km. 264)

Riprendiamo di buon’ora il cammino con l’intenzione di una visita al Castello di Miramare a Trieste ma l’affollamento dovuto all’imminente ponte del 1° maggio non ci permette neppure una breve sosta, non c’è possibilità di parcheggio manco per una bicicletta, figurarsi per un camper!
Superata la bella città giuliana ci rechiamo in visita alla tristemente famosa Foiba di Basovizza, una delle poche rimaste in territorio italiano delle centinaia di voragini carsiche a forma di imbuto rovesciato in cui le formazioni titine precipitarono dai 10 ai 15 mila uomini, donne e bambini (molti ancora vivi) la cui unica colpa risultava l’essere italiani o anticomunisti che si opponevano all’espansionismo slavo propugnato dal Maresciallo Tito.
Proseguiamo verso Muggia ed oltrepassiamo la frontiera senza difficoltà, attraversiamo una piccola parte di Slovenia passando per Koper (Capodistria), Izola (Isola d’Istria) e Piran (Pirano). Costeggiamo le vaste Saline di Sicciole; lungo la strada che intanto si interna approfittiamo del basso costo e della possibilità di pagare in Euro per un pieno di carburante ed ecco già la Croazia. Si sale su quella che viene definita autostrada al solo scopo di giustificarne il pedaggio di 20 Kuna convertiti senza problemi con 3 € (hai voglia se li accettano!).
Nel pomeriggio raggiungiamo Pula (Pola), la più importante città istriana conserva notevoli testimonianze monumentali del suo illustre passato che la vide grande colonia romana. A sera, in zona porto, troviamo sistemazione riva mare nel parcheggio degli autobus di Ulica 119ª Brigata. Il ricordo di precedenti esperienze ci riporta alla mente l’assoluta intolleranza nei confronti del campeggio libero da queste parti ma due coppie di camperisti toscani, parcheggiati poco distante, ci assicurano che ora tutto è cambiato, fra l’altro affermano di aver più volte usufruito senza problemi del parcheggio in oggetto. Vedremo!
(Km. 669)

In effetti la nottata è trascorsa senza intoppi, unico inconveniente (anche se non lieve), è risultato il notevole traffico che scorre sino a tardissima ora con vocianti mandrie che hanno per meta, o peggio tornano, dalla discoteca situata poco distante.
Risalendo il lato orientale della penisola istriana lungo la strada che, a larghe curve, scavalca più volte il corso del fiume, si attraversano antichi borghi fortificati dove l’orma di Venezia è tuttora assai evidente con i suoi simboli e le sue architetture. I continui saliscendi che regalano bellissime vedute sulla riviera e sul golfo del Quarnaro, vanno a culminare con lo spettacolare panorama offerto dall’alto sul profondo Vallone di Fianona.
Scendendo i dolci rilievi collinari del Parco Nazionale di Učka, si raggiunge la popolosa Rijeka (Fiume) dove, pur dopo il forzato esodo seguito all’annessione alla Repubblica Socialista Jugoslava di Tito, è ancora assai nutrita la presenza italiana. Testimonianza della mai sopita italianità di questa città la si trova persino nell’inno della sua squadra di calcio, l’HNK Rijeka, che pur essendo in croato inizia con le parole Forza Fiume in italiano, le stesse parole che i tifosi hanno scritto sui muri dello stadio.
Lasciato alle spalle anche il principale porto della Croazia si arriva alle scoscese rive della Baia di Bakar per lungo tempo inviolabile rifugio della flotta austriaca ed universalmente nota per la Beffa di Buccari del 1918 quando i tre MAS italiani al comando di D’Annunzio, Ciano e Rizzo riuscirono a violare i munitissimi sbarramenti nemici addentrandosi nella base portuale.
Costeggiando la baia si raggiunge Kraljevica (Porte Re), poco dopo un lungo ed ardito ponte, che la collega alla terraferma, si raggiunge l’Isola di Krk (Veglia). Il pedaggio dovuto può essere pagato in Euro ma sono accettate solamente banconote o monete di taglio intero e non gli eventuali centesimi, il resto che viene reso è dato in Kuna, la stessa cosa già verificatasi per il tunnel alle porte di Fiume.
La strada, salendo di quota, si addentra nell’isola fra selvagge pareti rocciose con improvvise aperture sulla costa che mostrano bellissimi scorci panoramici per poi scendere su Krk, la romana Curicta, il principale centro abitato dell’isola conserva apprezzabili testimonianze monumentali d’epoca romana e veneta.
A pomeriggio inoltrato raggiungiamo Punat situata al fondo di una baia eccezionalmente profonda che ne fa, probabilmente, il più frequentato porto turistico di tutta la costa dalmata. In paese spira un’aria decisamente ostile nei confronti dei camperisti al punto che ne è vietato persino il transito. Troviamo tuttavia una buona possibilità di sosta nell’isolato parcheggio del circolo nautico Brodica e dell’agenzia turistica Marina Tour, probabilmente perché in questo periodo l’agenzia in oggetto è ancora chiusa.
Anche in questa località il termine spiaggia non trova spazio nel vocabolario, il litorale si presenta come un’unica colata di cemento con un filare di contorte tamerici che la separa dall’ininterrotta sfilata di bar e ristoranti.
(Km. 209)

Percorriamo a ritroso il ponte che riporta sulla litoranea continentale, la strada si innalza immediatamente scoprendo bellissime visioni sull’isola che abbiamo appena abbandonato e sul Canale di Maltempo, le cui cristalline acque assumono incredibili colorazioni che vanno dal blu intenso allo smeraldo. Il paesaggio diventa brullo e pietroso, la strada a saliscendi segue le tormentate rientranze della costa affacciata sul Canale della Morlacca e raggiunge Senj (Segna), l’antico covo dei pirati Uscocchi sul quale domina un poderoso castello.
Abbandoniamo la costa dirigendo su Otočac inoltrandoci nel complesso montuoso del Nacionalni Park Plitvice ricoperto da folti boschi e pinete ricche di corsi d’acqua.
Raggiungiamo così una delle più splendide realizzazioni della Natura, i Plitviča Jezera (Laghi di Plitvice), un complesso di 16 laghi in successione, alimentati dai fiumi Bijela Rijeka e Crna Rijeka (fiume bianco e fiume nero), collegati da una innumerevole serie di cascate che vanno a riversarsi nel fiume Korana. La visita si svolge su passerelle in legno e sentieri con attraversamento dei laghi a bordo di elettroscafi. Al termine del percorso un trenino anch’esso a trazione elettrica ci riporta al parcheggio dell’ingresso N° 2 dove abbiamo lasciato il camper con l’intenzione di pernottarvici. Purtroppo veniamo invitati ad andarcene dagli arcigni guardaparco in quanto vige tassativo divieto di sosta dopo le ore 21 entro i confini del Parco. Per la sosta notturna dobbiamo quindi recarci in campeggio, proseguiamo sino a Grabovac dove ci accoglie il Camping Turist, buona struttura di evidente recente realizzazione ma con terreno in pendenza tale da far pensare ad un sesto grado alpinistico.
(Km. 268)

Pochi chilometri ci separano dalla nostra mèta, la Bosnia-Herzegovina. Superiamo la frontiera senza eccessive formalità, immediatamente alla nostra vista appaiono i primi minareti delle moschee che vanno a conferire al panorama quel tanto d‘atmosfera che rende quasi palpabile la sensazione di entrare in un mondo diverso.
Il fondo stradale si presenta assai meno peggio del temuto ed in breve si raggiunge Jajce, pittoresca cittadina d’aspetto orientale dove assai evidenti si notano tuttora i segni lasciati dalla guerra degli anni ’90. Muri sforacchiati da colpi di pallottole, case distrutte dai bombardamenti, la moschea con il minareto ridotto a vuoto troncone, un nuovissimo monumento ai caduti le cui date di decesso risultano invariabilmente dal 1992 al 1995 e sui versanti della valle pare si fronteggiano ostilmente i due cimiteri di guerra, l’uno cattolico-ortodosso e l’altro musulmano.
Ripreso il cammino ci inoltriamo nella stretta e tortuosa Valle della Vrbas con la strada che corre a saliscendi lungo il corso del fiume fra erte pareti di roccia grigia. Per nostra fortuna il satellitare, pur non possedendo la mappa dettagliata della regione ci fornisce un itinerario su ampia scala, cosa che aiuta non poco visto che dall’ingresso in Bosnia i cartelli stradali sono tutti in caratteri cirillici.
Per l’ora di pranzo ci fermiamo su uno slargo a lato strada in una zona apparentemente priva di ogni insediamento umano, ad un certo momento avvertiamo uno strano maneggiamento alla serratura della porta-abitacolo fortunatamente chiusa, mi alzo e non scorgo nessuno. Poco dopo stessi rumori sospetti alla porta-cabina, mi affaccio di scatto e vedo un ragazzotto, materializzatosi da chissà dove, intento a saggiare la resistenza di quest’altra serratura con l’evidente intento di intrufolarsi a bordo. A gesti chiedo cosa voglia e quello chiede kune, kune, alla risposta negativa si piazza davanti al camper con l’aspetto di chi assedia il castello. Non gli badiamo più di tanto e, a fine pranzo, ce ne andiamo inseguiti da una sassata che fortunatamente non raggiunge il bersaglio.
La strada resa scivolosa dalla pioggia prosegue nello stretto e verdeggiante caňon, ogni tanto appaiono grandi cartelli che recano la scritta Welcome in Srpska Republika (scopriremo in seguito trattarsi di una delle quattro repubbliche in cui si divide la B i H, venutesi a creare con i forti cambiamenti conseguenti alla guerra di Jugoslavia.
Raggiungiamo infine Banja Luka, seguendo come consigliatoci da nostro figlio le indicazioni per la stazione ferroviaria, troviamo abbastanza facilmente la sede dell’OSCE, situata in periferia, ed aspettiamo l’ora d’uscita di Riccardo dall’ufficio.
(Km. 271)

Dedichiamo la giornata alla visita della città che si presenta con eclatanti contrasti. La parte più nuova, abitata da popolazione di fede cattolica ed ortodossa, appare vagamente austriacante con negozi, ristoranti e discoteche d’aspetto assolutamente occidentale. La parte storica, che si estende oltre il Kaštel, popolata esclusivamente da musulmani (bosgnacchi e bosniaco-croati), conserva intatte le atmosfere turche risalenti al tempo in cui fu capitale dei Pascià di Bosnia. Moderni palazzi ricostruiti dopo il grave terremoto del 1969 (un orologio sulla piazza principale è fermo su ora e data) sono a poca distanza da basse case con il caratteristico tetto verde dalle quali escono donne con il capo avvolto dal tradizionale velo che vanno ad incrociare ragazze dall’ombelico lasciato scoperto dai jeans a vita bassa. Forniti centri commerciali di moderna concezione sono l’antitesi di desueti e semivuoti grandi magazzini di sovietica rimembranza. Ansimanti ed arrugginiti catorci del problematico avviamento, arrancano a fianco di fiammanti e veloci auto che ci lasciano l’impressione essere assurte a vero status-symbol delle nuove generazioni.
Uno dei particolari che maggiormente attrae la nostra attenzione sono gli allacciamenti alla linea elettrica che definire selvaggi risulterebbe quantomeno riduttivo.
Contrariamente ad altre città incontrate sul nostro cammino Banja Luka non presenta alcun segno d’ingiurie belliche, solo i luoghi di culto sono stati vittima dell’odio etnico e religioso, nessuna chiesa e moschea è sfuggita alle indiscriminate distruzioni messe in atto dagli opposti estremisti nazionalisti sostenuti dalle rispettive autorità. La cattedrale cattolica è stata però ricostruita in grandiose forme, addirittura avveniristiche e quella ortodossa non ancora ultimata appare nelle belle forme originali. Un destino ben diverso è invece toccato alla moschea Ferhadija, monumento nazionale protetto dall’UNESCO, completamente rasa al suolo. Lo spazio su cui sorgeva si presenta vuoto, circondato da una recinzione metallica unica testimone della passata esistenza. Quando, nel 2001, ne venne tentata la ricostruzione, scoppiarono rivolte di massa da parte dei nazionalisti serbi che portarono a gravi incidenti con i bosgnacchi fatti segno di botte e di una feroce sassaiola culminata con la morte di una persona.
A sera torniamo all’alloggio affittato da Riccardo per il periodo di permanenza. Il padrone di casa, vedendomi chiudere la porta a chiave, mi avverte non senza un certo risentimento che la sua famiglia è di etnia serba e non bosniaca, non corriamo quindi nessun pericolo di trovarci ad avere la gola tagliata! Sono questi episodi che fanno apparire evidente l’immediata ripresa dell’attività bellica nel caso in cui le forze internazionali abbandonassero l’ex Jugoslavia. Di contro, dopo cena, la moglie del suscettibile serbo viene ad offrirci tre gigantesche fette di torta sepolte sotto uno spesso strato di panna montata. Certo pur dopo tanti viaggi non finiremo mai di sorprenderci di quanto sia difficile penetrare il modo di pensare ed agire di altre popolazioni.

Parte della mattinata seguente la trascorriamo presso la sede OSCE dove il capo-missione, saputo della nostra presenza ha voluto conoscerci. Oltre alla visita degli uffici ed alla piacevole conversazione, abbiamo così avuto la possibilità di conoscere ulteriori particolari sui compiti degli operatori internazionali.
Nel pomeriggio torniamo in città che, essendo sabato, troviamo particolarmente animata. Notiamo le vetrine dei negozi del centro che ospitano grandi cartelli con le fotografie degli studenti che si apprestano a sostenere l’esame di maturità presso le diverse scuole superiori. In questa occasione i maturandi hanno la tradizione di festeggiare alla grande il conseguimento del diploma, sono molte le ragazze che addirittura non esitano ad indebitarsi pur di acquistare un abito il più sfarzoso possibile e concedersi poi un viaggio all’estero. Notiamo che le classi sono formate in stragrande maggioranza da femmine, assai rari i maschi, non più di uno o due, evidente segno delle nefande conseguenze della pulizia etnica.
Mentre passeggiamo tentiamo l’acquisto di qualche cartolina ma l’impresa si rivela più complicata di quanto ipotizzabile, sono merce assai rara! Quando finalmente ci riesce di scovare un negozietto che ne è fornito acquistiamo l’intero assortimento: 4 (dicasi quattro) e, per giunta, abbastanza scolorite dal tempo
Per l’ora di cena scegliamo un ristorante del centro, un cortese cameriere si affretta nel liberarci dagli ombrelli facendoci strada verso il tavolo apparecchiato con sobria eleganza. Altri avventori sono solamente due coppie di giovani e parlano a bassa voce, l’ambiente piacevole e tranquillo favorisce la conversazione. Gustiamo un’abbondante porzione di ražnjići, i famosi spiedini di carne di maiale, formaggio e olive, con ottime patatine fritte e, per dessert, non possono mancare le tipiche palačinke, larghe crepes dolci ripiene di cioccolato o crema di ciliegia e cosparse di zucchero a velo, il tutto innaffiato da discreta birra locale. Il conto, che ci viene presentato pudicamente celato in una cartellina di similpelle, si rivela una gradita sorpresa ammontando a 42,50 KM che al cambio fanno 22 € e quando mai da noi si cena con 7,33 € a testa!?

L’indomani mattina ci si prepara alla partenza, un attimo di panico ci assale quando scopriamo chiuso il cancello del parcheggio aziendale dove abbiamo lasciato il camper in questi giorni. La fortuna ci assiste facendoci scoprire un varco che immette nel parcheggio della ditta adiacente il cui cancello risulta solamente accostato.
Saluti ed abbracci al nostro figliuolo e muoviamo verso la non lontana frontiera dove si è costretti ad una sorta di gara a chi conquista la posizione alle garitte di controllo: auto, moto, camioncini stracarichi, TIR e corriere giocano a carambola e sembra un miracolo uscirne indenni, badando pure a non travolgere le numerose donne che si aggirano, incuranti del movimento dei veicoli, proponendo in vendita merletti e ricami. Le operazioni di frontiera non sono le più sbrigative, oltre ai normali controlli i poliziotti vanno alla ricerca dell’eventuale possesso di armi e munizioni.
Passiamo in Croazia, la strada corre fra vasti terreni a pascolo ed alcune colture. Le atmosfere orientaleggianti della Bosnia sono ormai scomparse, i radi villaggi si compongono per la quasi totalità di case ricostruite dopo la guerra, non intonacate e con i balconi senza ringhiere. In un monotono paesaggio inizia un tratto autostradale che rimanda con il pensiero ai nostri pur salati pedaggi che al confronto sembrano addirittura modici.
In frontiera i doganieri croati salgono sul camper aprendo tutto l’apribile, non sappiamo se per vera ispezione o per curiosità. Si attraversa velocemente il verde tratto di Slovenia (anche qui autostrade carissime) e rieccoci in Italia. Avanti, anche la temibile barriera di Mestre viene superata senza code, ci fermiamo per un veloce spuntino poi... beh, vediamo sin dove possiamo arrivare stasera. Non ci fermiamo più sino a mezzanotte davanti al portone di casa.
(Km. 937)

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