Viet Nam 4: Capodanno a Cân Thó

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Viet Nam 4: Capodanno a Cân Thó

Con il diario degli ultimi sette giorni, ha termine il resoconto del viaggio in Việt Nam di Leandro, Walter e Mario. Tutto quello che è successo prima è raccontato nelle precedenti tre parti: nell’ordine, “Good morning, Vietnam!”, “Mille colori, mille sorrisi: il Vietnam!" e “Un tempo si chiamava Indocina”.I contrasti di Saigon e del Delta del MekongMercoledì 29 gennaio 2003: SAIGON
Eccoci dunque a Hồ Chí Minh City, per completezza Thanh Pho Hồ Chí Minh, che, come già detto, definirò di preferenza Saigon, come del resto usano fare i suoi abitanti, specie quelli più anziani.
Sono circa le 17 quando il taxi, che ci ha prelevato dall’aeroporto Tan Son Nhat, a sette km. dal centro, ci scarica davanti all’albergo. L’Asian Hotel, una grossa struttura moderna di molti piani sulla Đ Dong Khoi, l'ampio viale che porta dalla Cattedrale di Notre Dame alla riva del Saigon River, è stato da noi scelto per la sua centralità e per avere una sicurezza di conforto del quale, volgendo il viaggio verso il termine, sentiamo il bisogno: il soggiorno ci costa complessivi 90 $ a notte per due camere, cifra iperbolica per un residente ed elevata in assoluto per questo Paese. Ma sapevamo che Saigon, essendo la città più occidentalizzata del Việt Nam, è anche la più cara e dopo tutto si tratta comunque di 27 € a testa. Resta il fatto che, nonostante le dimensioni e la pretenziosità della reception, la camere rientrano in una valutazione di normalità: non sono migliori, ad esempio, di quelle di Hué che costavano un quarto di queste!
Ma, come vedremo, al ritorno dal Delta del Mekong, per gli ultimi due giorni cambieremo quartiere per una sistemazione più conveniente, altrettanto confortevole e meno anonima.
Dopo una buona doccia, scendiamo per una presa di contatto con la città e la prima cosa che ci aspetta fuori dall’albergo è un caldo non indifferente. La seconda è un traffico di densità indescrivibile, nel totale non-rispetto dei segnali e delle norme di circolazione. Avevamo già sperimentato ad Hà Nôi la convivenza in mezzo alla strada di uomini e mezzi motorizzati, ma qui la cosa è elevata a potenza, visto che le strade larghe e rettilinee, favorendo la velocità, trasformano ogni attraversamento in un’avventura; inoltre, la presenza o meno di semaforo è poco rilevante. Proviamo così a mettere in pratica quanto suggeriscono tutte le guide: adeguarsi! In altre parole scendere dal marciapiedi con passo normale e dirigersi verso quello opposto con andatura costante, senza fermarsi né rallentare, accelerare, scartare bruscamente: autisti, motociclisti e ciclisti, che ci sono abituati, si regolano di conseguenza, così, semplicemente e disinvoltamente, ti schivano!
Beh… funziona! Fatta l’abitudine, diventa quasi divertente…
Abbiamo deciso di lasciare in camera le guide e gironzolare pigramente senza particolari mete, giusto con la mappa cittadina per avere un’idea degli spostamenti; nel corso del viaggio abbiamo fatto scorpacciata, se pur gradita, di templi, pagode, siti storici, mercati, bellezze naturali e preferiamo per qualche ora fare i bighelloni svincolati da programmi di visita.
Ho già detto che ci troviamo nelle giornate del Tet, il Capodanno cinese celebrato in buona parte del sud-est asiatico; come già lungo le strade del nord e del centro, anche Saigon è tutta un brulicare di mercati e mercatini all’aperto in cui si vendono i simboli della festa, che sono i rami fioriti di pesco e gli alberelli di arancino cinese. Nei vari quartieri si respira un’aria da sagra paesana d’altri tempi, con bancarelle di ogni tipo di generi alimentari e no, musichette nell’aria e gente sorridente. Grossi affari fanno anche i fotografi di piazza, figure da noi ormai estinte, dotati di scrostate reflex dei primi anni Settanta, impegnati a ritrarre gruppi familiari e soprattutto bambini sullo sfondo di ingenui fondali di paesaggi cinesi, dragoni, archi e ponticelli decorati con festoni e lucine colorate.
Il primo assaggio della città promette bene e di certo non ci annoieremo nelle due giornate finali che le dedicheremo. Ma intanto dobbiamo pensare a domani, visto che abbiamo intenzione di recarci a visitare le gallerie di guerra di Cu Chi. Prima di cena facciamo un sondaggio presso la reception del nostro hotel che, come tutti, fa anche da intermediario per prenotare le escursioni in pullman turistici nei dintorni di Hô Chí Minh. Il prezzo richiestoci per un pacchetto giornaliero è 40 $ a testa e non ci occorre sapere altro: poco lontano c’è un posteggio di taxi, dove basta fermarsi un attimo e guardarsi attorno per essere subito “agganciati”, cosicchè, dopo la consueta trattativa, troviamo l’accordo con Mr. Hà; per 30 dollari totali domattina verrà a prelevarci in albergo alle 8,30 e sarà a nostra disposizione fino a metà pomeriggio.
Anche stavolta abbiamo trovato la soluzione più soddisfacente. Per la cena, siamo un po’ accaldati, stanchi e non molto affamati, così preferiamo rimanere nelle vicinanze dell’Asian Hotel; mangiamo senza infamia e senza lode, ma già sapevamo che non ci si può esaltare con il menu privo di fantasia di un’anonimo self-service.

Giovedì 30 gennaio: SAIGON – CU CHI – SAIGON
Alle 8,30 in punto Mr. Hà si palesa davanti all’hotel con il suo taxi, un vecchio macchinone americano con le solite personalizzazioni tanto care agli autisti vietnamiti.
Nostra meta, a una distanza di una trentina di km. da Saigon, è il distretto di Cu Chi, una delle zone più significative per chi voglia allargare la conoscenza del Việt Nam anche su quanto concerne una delle guerre più lunghe, scellerate, costose, devastanti e inutili della Storia recente.
Già dai tempi della guerra franco-vietnamita (vale a dire a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta) nei dintorni della cittadina l’esercito locale, per bilanciare almeno in parte l’inferiorità numerica e tecnologica nei confronti del nemico, aveva cominciato a scavare il sottosuolo fino a creare una vera e propria città sotterranea. Si calcola che durante la guerra contro gli Americani lo sviluppo delle gallerie (solo in quest’area, senza parlare di tutto il resto del Việt Nam meridionale) superasse i 250 km., un vero labirinto su più piani, fino a una profondità di sette metri, collegati da botole, cunicoli, passaggi segreti che mettevano in comunicazione i vari ambienti. La presenza di camerate, cucine, magazzini, sale di riunione, officine per l’allestimento delle armi, ospedali consentiva al complesso di rendersi autosufficiente per mesi; infine, l’impossibilità di individuare dall’esterno le botole di accesso camuffate nella vegetazione, faceva sì che un limitato numero persone, ben allenate alle tecniche della guerriglia, potessero far fronte alle preponderanti forze del nemico.
Come tutti sanno, c’è una immensa letteratura, cinematografia e aneddotica a raccontarci di una resistenza ai limiti dell’umano, stroncata solo con i bombardamenti a tappeto dei B-52: una vittoria di Pirro, in quanto l’azione ebbe luogo mentre l’esercito americano si stava ormai ritirando. Tra i tanti episodi, si racconta come i vietcong riuscissero a ingannare il fiuto dei cani addestrati a cercare l’ingresso dei tunnel usando crema da barba americana, fumando sigarette americane e indossando le divise dei soldati americani fatti prigionieri!
Oggi Cu Chi è una meta obbligata per le gite delle scolaresche e di ogni turista che visiti il sud del Việt Nam: per agevolare la visita, solo una piccola parte delle gallerie è stata resa accessibile con relativa facilità, ripulendole dai detriti e allargandole. Mentre per i vietnamiti la visita è gratuita, gli stranieri pagano 4 $ per il biglietto l’ingresso.
Dopo essersi fatti un’idea dello sviluppo dei tunnel dai prospetti che ne illustrano la planimetria, ci si sposta tra i vari locali in cui si svolgeva la vita sotterranea delle truppe: la cucina, la mensa, l’infermeria, la sala operatoria, la sala comando con relativi arredi e attrezzature, nelle quali sono stati sistemati manichini in grandezza naturale intenti alle abituali occupazioni, in particolare la preparazione degli svariati tipi di ordigni.
All’esterno, tra residuati di elicotteri e carri armati, una guida dà una dimostrazione dell’abilità con cui le botole erano dissimulate nel terreno e la disinvoltura nel calarsi in aperture di 30 cm. di lato; ci si può infine inoltrare nei tunnel restaurati, ma le nostre stazze da ottanta chili non ci permettono di addentrarci più di tanto in passaggi studiati per uomini molto più magri, bassi e agili di noi!
Rientriamo a Saigon intorno alle 16, ma prima di congedare Hà, decidiamo di affidarci a lui anche per l’ultima escursione del nostro viaggio, quella nel Delta del Mekong: per pura curiosità, questa è la grafia più diffusa che anch’io userò, ma quella corretta risultante sulle mappe vietnamite è Mê Công. Già ieri, dai programmi affissi nelle agenzie di turismo ci siamo fatti l’idea che la situazione sia analoga a quanto accade per la Baia di Ha Long, con pacchetti analoghi offerti a prezzi differenti; in più, bisogna tenere conto che da domani, ultimo giorno dell’anno cinese e culmine della festa del Tet, la maggior parte degli esercizi chiudono per diversi giorni. Così tagliamo corto e decidiamo di recarci per conto nostro a Cân Thó, centro principale del Delta a 162 km. da qui, per organizzare “in loco” la navigazione; a Hà non sembra vero guadagnare ancora qualche soldino e concordiamo il servizio per 50 $.
Giusto il tempo di una scappata in albergo per una rinfrescata ed ecco che, appena tornati in strada, vediamo una persona che ci fa ampi cenni di saluto dal marciapiedi opposto: è Patrizio, il fotografo napoletano trapiantato a Udine che conoscemmo quindici giorni fa alla Baia di Ha Long! Una coincidenza che ha dell’incredibile, visto che lui ha seguito un itinerario totalmente diverso dal nostro; sta trascorrendo qualche giorno in città, in una guest-house nella zona occidentale del Distretto 1, prima di concludere il suo viaggio di un mese con una settimana sulle spiagge della Malaysia. Concordiamo di rivederci in serata per cenare insieme e riprendiamo il nostro giro di scoperta.
Hồ Chí Minh, pur non essendo la capitale, è la città più grande del Việt Nam, con oltre cinque milioni di abitanti e un circondario urbano immenso del quale il cosiddetto centro, vale a dire Saigon, non è che il 10% e coincide con il numero 1 dei suoi 17 distretti. Animata quanto, se non più, dell’affascinante Hà Nôi, si differenzia da quella per molteplici aspetti. Innanzitutto, come ho detto, gli spazi più ampi, poi una spinta al modernismo ancora più marcata rispetto a quanto abbiamo già riscontrato nel resto del Paese, che si manifesta nel parco auto meno antiquato, nei grossi pannelli luminosi delle multinazionali, nei grattacieli, nei locali di tono occidentale, nei centri commerciali che espongono i grandi marchi della moda, dell’elettronica, dello sportswear, della cosmetica, della gioielleria a prezzi allineati a quelli europei.
Ma questo aspetto di globalizzazione non deve privare il visitatore del piacere di percorrere lentamente i grandi viali, apprezzando gli edifici di evidente impronta francese, soffermandosi davanti alle bancarelle, ai chioschetti che offrono gustosi spuntini, ai suonatori di strada, ai negozietti angusti che vendono l’incredibile, oppure centellinando il succo di una noce di cocco o sedendosi al tavolino di un caffè all’aperto mentre un lustrascarpe (ma sì, stavolta diamoglielo pure senza contrattare quel benedetto “one dollar”!) vi trasforma in due specchi le Timberland rese irriconoscibili dalla polvere rastrellata in giro per mezzo Việt Nam; ma anche, semplicemente, scambiare con dei meravigliosi vecchietti un sorriso e un “bonjour” che testimonia di un’epoca che non c’è più, quella in cui la musicalità della lingua francese era ben lontana dall’essere soppiantata da quell’inglese, pratico ma essenziale e freddo, che ormai domina la scena mondiale.
Un’epoca destinata e chiudersi è anche quella dei cyclo, uno dei più amati simboli del Việt Nam e unico modo di spostarsi veramente ecologico, che l’amministrazione comunale è intenzionata a sopprimere gradualmente in un piano di miglioramento del trasporto pubblico. Vedendo le condizioni delle autocorriere e il caos che caratterizza indicazioni, linee e fermate, mi sa che ci sia ancora parecchia strada da fare!
Visto che, come ho detto, per alcuni giorni a partire da domani buona parte del Việt Nam sarà praticamente “chiuso per Tet”, non vogliamo perderci un’immersione totale nel mercato coperto di Ben Thanh, il principale e più frequentato di Saigon. Lasciato l’Asian Hotel, basta imboccare la Đ Le Loi fino a raggiungere dopo circa un km. la scenografica piazza sulla quale sorge il monumento equestre all’eroe nazionale Tran Nguyen Hai: su di essa prospetta l’edificio del mercato, inconfondibile per la torre con l’orologio che sormonta l’ingresso principale. All’interno si può davvero soddisfare, in un’indescrivibile densità di persone e merci, ogni esigenza: frutta, verdura, carni, pesci, dolci, spezie, tessuti, copricapi, calzature, utensileria, casalinghi. Riuscendo a incastrarsi nei seggiolini allineati davanti ad appositi banconi, è anche possibile farsi preparare gustosi spuntini a prezzi irrisori.
Sul piazzale esterno è in via di allestimento un grosso spazio sotto un tendone con tavoli per una cena in piazza stile “Festa dell’Unità”: la cosa ci attrae immediatamente per la possibilità di mescolarci con la gente, ma anche per l’acquolina in bocca alla vista di enormi ceste colme di gamberoni, scampi e langostini ancora vivi. Interpelliamo un presunto coordinatore sulla possibilità di prenotare un tavolo verso le 20,30: l’affollamento sarà tale da non potercelo garantire, ma non vuole evidentemente perdere quattro clienti intenzionati a cenare a base di crostacei (non ce ne saranno molti…) e ci assicura che in qualche modo ci sistemerà. Potenza del… benessere occidentale!
In effetti quando, dopo esserci ricongiunti con Patrizio, ci affacciamo in mezzo alla folla, al “maître” basta un cenno d’intesa da lontano: il tavolo ce l’ha “messo da parte” in senso letterale, cioè lo preleva da un chiosco e lo sistema in un angolo del tendone che aveva lasciato libero! La cena non ci delude: con il consueto contorno di riso e verdure, gustiamo due ottimi assortimenti di scampi e gamberoni, prima al vapore poi alla griglia, che non sfigurerebbero in un ristorante di classe. Con l’aggiunta di due giri di birre, la “sciocchezza” totale ammonta a 386.000 dong, poco più di 6 $ a testa.

Venerdì 31 gennaio: SAIGON - CÂN THÓ
“Il cacciatore”, “Apocalypse now”, “Platoon” e tanti altri films sulla guerra del Việt Nam hanno contribuito a fornircene un’immagine, magari un po’ spettacolarizzata dal mezzo cinematografico, piuttosto esauriente. Parlo del Delta del Mekong, un nome di grande potere evocativo che richiama immagini di guerriglie condotte nelle condizioni ambientali più spaventose.
Ho detto che abbiamo individuato Cân Thó quale luogo ideale per organizzare, tramite piccoli operatori o direttamente con i barcaioli, le escursioni nel Delta. Per recarci nella cittadina, il taxi di Hà viene a prelevarci all’Asian Hotel alle 7,30; il tragitto da Saigon a Cân Thó si sviluppa attraversando affollatissimi paesini, campagne con risaie e corsi d’acqua che costituiscono le ramificazioni in cui il grande fiume, nato negli altopiani del Tibet, si suddivide prima di sfociare in mare dopo un corso di 4500 km. La fertilità del terreno favorisce rigogliose piantagioni di grano e soprattutto riso, del quale il Việt Nam è il secondo esportatore mondiale dopo la Thailandia.
Lungo la strada c’è un comprensibile traffico, trovandoci nei due giorni culminanti della festa del Tet: in particolare, ormai a pochi km. da Cân Thó, il traghetto di Binh Minh provoca una consistente coda che ci fa perdere quasi un’ora. È però l’occasione per immergerci in un piccolo mondo, sia sul molo che a bordo, in cui si accalcano ogni tipo di venditori e una grande varietà di mezzi di trasporto a due, tre o quattro ruote su cui sono ammassati i carichi più svariati, dagli alberi di arancino alle anfore di nep moi, dai cestoni di verdure alle gabbie stipate di galline, oche o anatre.
Si è fatta ormai l’una quando giungiamo a Cân Thó. Hà ci scarica “casualmente” davanti al Quoc Te Hotel, che, altrettanto “casualmente”, ci raccomanda. Non abbiamo voglia di intavolare discussioni o metterci a girare alla ricerca di alternative; l’albergo è comunque buono, anche se non ci facciamo mancare la solita contrattazione, prima col ragazzo della reception e poi con il manager fatto chiamare appositamente, per abbassare il prezzo, nel quale è ovviamente compresa la percentuale per l’autista. I 60 $ complessivi per due camere diventano infine 40, che è decisamente un buon risultato: nell’arte della trattativa continuiamo di giorno in giorno a migliorare!
Intanto il nostro arrivo non è passato inosservato e appena usciamo dalla hall alla ricerca di un posto dove fare uno spuntino, in sequenza tre persone ci avvicinano per offrirci escursioni in barca; come immaginavamo, siamo nel posto giusto e non avremo che l’imbarazzo della scelta.
La strada sulla quale ci troviamo, la Đ Hai Bà Trung, è in pratica il lungofiume sul quale si affacciano numerosi ristorantini; due isolati oltre il nostro hotel ci attrae un bugigattolo senza fronzoli per il fatto di essere pieno di clientela locale e non sbagliamo, visto che con il corrispettivo di 3 $ a testa mangiamo bene e in abbondanza.
Fa parecchio caldo e ci concediamo un pisolino fino verso le quattro, dopodiché torniamo in strada dove preferiamo trascorrere il pomeriggio passeggiando senza meta. La cittadina è gradevole, vivace e piacevolmente ben tenuta; cuore dell’animazione è un giardino nelle vicinanze del nostro hotel con belle aiuole fiorite, panchine e vialetti, dominato dalla immancabile statua di Hô Chí Minh, che qui hanno rivestito con una vernice argentata che lo rende a dir poco bizzarro. Noi finiremo per battezzarlo scherzosamente “lo zio Hô di stagnola”!
Anche questo parco, come a Saigon, è regno dei fotografi di piazza che hanno allestito i classici sfondi davanti ai quali si alternato grandi e piccini, desiderosi di farsi immortalare sotto il festone “Happy new year”. “Happy new year!” (sempre ricambiato con piacere) è anche l’augurio che in continuazione ci sentiamo rivolgere dai passanti, in particolare dai bambini, accompagnati da quelli splendidi sorrisi che, non mi stancherò di dirlo, saranno l’immagine del Việt Nam che ricorderò con maggior nostalgia.
Sulla banchina antistante sono allineati parecchi barconi preposti alle escursioni sul Delta e decidiamo per un cauto sondaggio: un barcaiolo ci indirizza in fondo al molo a un fantomatico “ufficio” che in realtà è una panca sulla quale staziona una specie di addetto, sonnacchioso, svogliato e che di inglese conosce solo i prezzi che spara, decisamente spropositati. In più, la grossa scritta “Tourism” sulla fiancata delle barche ha in noi l’effetto di respingere anziché attrarre e il nostro rapporto commerciale con l’individuo muore già sul nascere.
Decidiamo di defilarci e allungarci oltre la zona degli alberghi; superato il mercato, che al tramonto sta ormai smobilitando (ce lo teniamo buono per domattina, figurarsi se ce lo perdiamo…), raggiungiamo il molo dei pescatori, al quale sono attraccate imbarcazioni che vanno dai piccoli sampan ai grossi pescherecci.
Poche centinaia di metri sono bastate per entrare in un mondo al quale la parola “turismo” sembra essere estranea: proviamo a interpellare alcuni ragazzi, aiutandoci con penna, taccuino e carta geografica, sulla possibilità di fare un’escursione in barca, ma nessuno è in grado di capire e ricaviamo solo l’ennesimo “Happy new year!” completato dall’offerta di birra da parte di una tavolata di incuriositi operai. Ma una persona abbastanza sveglia da fiutare il business c’è: è una donna di mezza età che, arrabattandosi con qualche parola d’inglese, ci fa capire che è disponibile al servizio con la sua imbarcazione a motore, che è attraccata sulla riva opposta. È ormai buio e concordiamo di vederci qui domattina alle otto per trattare.
Per la cena accettiamo l’indicazione da parte della reception del nostro hotel, anche perché il ristorante proprio a fianco, con il quale è convenzionato, è anche quello che più ci attira per l’ambientazione sotto un bel pergolato di bambù e un filo di brezza che non guasta. La scelta è in effetti vincente, anche perché a un’ottima qualità non priva di una certa raffinatezza fa riscontro un conto leggero: 196.000 dong totali, cioè 4 € a testa.
Terminata la cena, scorgiamo la donna della barca che “casualmente” (qui tutto è “casuale”) passa di qui e ci fa un gesto che significa “Allora domattina…”. Così ora sa anche dove dormiamo, non le scappiamo più…
Ora ci fa davvero piacere immergerci nell’atmosfera festaiola che caratterizza le ultime ore del vecchio anno. Ma non è una festa chiassosa, prevale piuttosto il piacere di radunarsi all’aperto con le famiglie o con gli amici per bere qualcosa, fare spuntini, conversare, fotografarsi a vicenda e soprattutto affollare le pagode nelle quali tutti accendono incensini profumati in onore delle divinità e dei defunti. Tutte queste manifestazioni rivestono una grande importanza nelle complesse liturgie che caratterizzano il Tet: infatti si crede che quanto di positivo o di negativo si realizzi in questo momento di passaggio influenzerà nel bene o nel male le fortune dell’anno che sta cominciando. Anche gli innumerevoli “Happy new year!” ai quali continuiamo a essere fatti segno, ma pure i tentativi di conversazione con noi o la richiesta di fare delle foto insieme rientrano nei rituali della festa, visto che avere ospiti, in particolare stranieri, è considerato di buon auspicio.

Sabato 1 febbraio: CÂN THÓ
Chi l’avrebbe mai pensato! Capodanno a Cân Thó, primo giorno dell’anno della Capra!
C’era da scommetterci, anziché stare ad aspettarci sul molo, la donna della barca è venuta davanti all’albergo, decisa a non permettere che i suoi probabili clienti possano esserle soffiati dalla concorrenza!
Quello che ci interessa è partire domani di buon mattino per visitare i due principali mercati galleggianti e proseguire poi per via d’acqua per un centinaio di km. fino a Mỹ Thó, col vantaggio di coprire così già buona parte del tragitto per Saigon. Basterà poi una telefonata al solito Hà per farci venire a prendere a Mỹ Thó.
Raggiungiamo il molo per vedere l’imbarcazione alla quale domani ci affideremo: è una lancia lunga e stretta dotata di motore, con possibilità di alzare una tenda di copertura nel caso (probabile) che il sole picchi forte. C’è da contrattare, ci saremmo meravigliati del contrario, ma alla fine l’accordo si trova sempre e 40 $ complessivi sono il punto d’incontro fra i 50 richiesti dalla donna e i 30 offerti da noi. Appuntamento alle 6 di domani, per trovarci ai mercati di Cái Răng (più frequentato dai turisti) e di Phong Điên (più caratteristico per la presenza di barche a remi anziché a motore) nelle prime ore del mattino, quando c’è la maggiore animazione di venditori e acquirenti.
La penultima esigenza del nostro programma è così risolta; l’ultima è il ritorno a Saigon al termine della navigazione sul Mekong, ma ci fa da tramite la ragazza della reception del Quoc Te Hotel: dopo avere fissato il secondo pernottamento, la facciamo telefonare al tassista Hà, col quale fissiamo appuntamento per le 16 di domani al nostro sbarco sul molo di Mỹ Tho.
La giornata (ricordiamo che, anche se è Capodanno, oggi ci sono 33 gradi!) trascorre a ritmo blando. Facciamo un giretto al mercato, l’ennesimo di questo viaggio, ma non ci si stanca mai di immergersi nella quotidianità del Paese che si sta visitando; gli acquisti di oggi consistono in una confezione di stuzzicadenti “nazionali”, che fin dal primo giorno ho apprezzato in quanto sottilissimi e molto resistenti, in un pacco di biscotti artigianali dal sapore misterioso ma ottimo, e in tre sacchi di plastica nei quali proteggere i bagagli dagli inevitabili spruzzi durante la navigazione.
Raggiungiamo ora la Pagoda di Munirangsyaram: splendidamente decorata all’esterno, è il luogo di culto della locale comunità khmer. Attraversato un bel cortile, si sale al piano superiore dove si trova il santuario vero e proprio, un’oasi di pace al centro della quale spicca una statua a grandezza naturale del Buddha Siddharta; ci intratteniamo con reciproco piacere con un giovane monaco dalla tipica veste arancione che lascia scoperta una spalla, un personaggio che trasmette una grande carica di serenità e forza interiore al tempo stesso.
Poco lontano c’è un giardino pubblico che ci fa fare un vero e proprio salto indietro nel tempo: le giostrine che ricordano quelle della nostra infanzia, un venditore di granite che trita il ghiaccio con una rudimentale pialla fatta con tappi a corona, un tiro a segno con sgangherati fucili ad aria compressa, il baraccone del vecchio gioco dei vasetti col pesce rosso da centrare con le palline da ping-pong che mi fa venire voglia di cimentarmi. Metto in pratica il vecchio trucco di far prima rimbalzare a terra la pallina anziché tirarla direttamente sopra le vaschette e mi ritrovo con una manciata di premi: meno male che non si tratta dei pesci rossi ma di alcune confezioni di dolciumi che fanno la gioia, nel consueto coro di “Happy New Year!”, dei bambini accorsi ad assistere alla mia inattesa esibizione.
Un pranzo leggero ma gustoso nello stesso ristorante di ieri sera, il solito pisolino pomeridiano per evitare le ore più calde ed eccoci nuovamente sul lungofiume intorno alle 16. Sarà un caso, ma per un paio di volte ci imbattiamo nella donna della barca che già da lontano ci fa un cenno di saluto: ormai ci ha sottoposto a una marcatura da fare invidia al Vierchowod dei tempi migliori!
Anche a Cân Thó riusciamo a escogitare il modo di passare un paio d’ore un po’ “fuori dal coro”: un traghetto fa la spola in continuazione tra le due sponde del fiume e siamo incuriositi di conoscere la realtà, che pare piuttosto differente, di quella opposta. Saliamo così sullo scalcinato ferry, a bordo del quale l’esattore incassa 200 dong a persona (meno di 30 lire) strappando e gettando a terra immediatamente il biglietto: un espediente per accelerare le operazioni, visto che il percorso dura tre minuti scarsi, forse la traversata più breve del mondo!
Ben pochi turisti credo si spingano di là, a giudicare dalla curiosità suscitata dal nostro passaggio. Percorriamo l’unica “strada” (chiamiamola così…) che corre tra due file di baracche, messe insieme con materiali di recupero quali lamiere, tavole, cartoni, plastica, nelle quali si svolge una vita che sembra lontana un secolo da alberghi, ristoranti, giardini, pagode, botteghe della riva opposta. È il “dark side” del Delta del Mekong, e proviamo un certo imbarazzo anche nel buttare uno sguardo al di là della soglia delle abitazioni (peraltro in maggioranza prive di porta) nelle quali si intuisce una vita miseranda o verso l’acqua fangosa in cui i bambini guazzano nudi e le donne lavano panni e pentole. Ma anche qui non ci mancano i sorrisi degli anziani, la ragazzina che vuole fare la foto insieme a noi e due giovani che ci mostrano con orgoglio i loro galli da combattimento che si accapigliano.
E soprattutto, anche se per abitudine prendiamo le normali precauzioni, cioè tenere ben nascosto il denaro, non esibire oggetti di valore (anche perché non ne abbiamo…) e portare una fotocamera compatta anziché il borsone con reflex e corredo di obiettivi, non avvertiamo neanche per un istante l’eventualità di una situazione di pericolo.
Tornati sul “bright side” di Cân Thó, è giusto l’ora di cena, per la quale ci orientiamo sul ristorante Nam Bo: come da consiglio della Lonely Planet, ci facciamo assegnare un tavolo sulla terrazza d’angolo, dal quale gustiamo una veduta dall’alto del vivace mercato della frutta, in pratica tutta la città che ci passa sotto. Il pranzo è apprezzabile, anche se spiace un po’ non poter provare gli assaggini di serpente dello “snake menu”, purtroppo non disponibile in questo periodo.
Domattina ci aspetta una levataccia: paghiamo il conto dell’albergo (figurarsi se domattina alle sei la reception sarà presenziata…), poi una passeggiatina digestiva nella consueta animazione del Capodanno e a nanna presto!

Domenica 2 febbraio: CÂN THÓ – MỸ THÓ – SAIGON
Sono le 5,55 quando usciamo dalla porta dell’albergo e l’unica persona in giro è (indovinate?) la nostra “armatrice” che ci è venuta incontro! Comincia ad albeggiare quando giungiamo al molo: paghiamo alla donna i 40 $ pattuiti, ben in vista (caso mai non ce li richiedano allo sbarco…) del nostromo e del timoniere che governeranno la barca, una lancia a motore stretta, lunga e relativamente comoda, e puntiamo in direzione di Cái Răng e Phong Điên, i villaggi del Delta resi pittoreschi dai mercati su barconi, brulicanti di commerci fin dalle primissime ore del mattino.
Animatissimi, sì, purché non siano i giorni del Tet… In sintonia con il blocco quasi totale delle attività in Việt Nam, anche i mercati in questi giorni non si tengono. Ce l’avessero almeno detto (figuriamoci se non lo sapevano…)! Del resto la crociera l’avremmo fatta lo stesso, visto che ci interessa comunque penetrare tutti gli aspetti della vita che si svolge in quel labirinto di vie d’acqua che è la foce del Mekong.
Giunti a Phong Điên, sbarchiamo per una mezzora: abbiamo il tempo per uno spuntino in un bar e una passeggiata sulla via parallela al fiume, una sterrata affollatissima, visto che botteghe e banchetti sono in piena attività con il consueto campionario di mercanzie e le immancabili curiosità: qui è la volta di un mercato del pesce tra i più forniti che abbiamo visto, di un bancone con centinaia di oche e anatre talmente stipate da sembrare un’immensa coperta di piuma e di un fabbicante di bare che, evidentemente per arrotondare, espone anche un grosso campionario di copricapi (chissà quale sarà la… regolamentazione locale delle licenze di vendita?).
Lasciata Phong Điên, riprendiamo la navigazione che avrà come meta finale Mỹ Thó, un centinaio di km. da qui, cominciando a immergerci nella realtà di questo sconfinato territorio. Più che un delta in senso stretto, la foce del Mekong è una serie di estuari che si diramano a raggiera dal corso principale: per l’esattezza nove, tant’è vero che le popolazioni locali, che annoverano anche alcune minoranze etniche, usano di preferenza il tradizionale nome Cuu Long, che sta per ”nove draghi”. La miriade di canali, da quelli larghi ad alcuni molto angusti che li congiungono, sono opera dell’uomo: l’impresa viene fatta risalire a duemila anni fa durante l’epoca dei Funan, allo scopo di facilitare le comunicazioni in una regione da sempre ricchissima di risorse agricole.
Il nostro nocchiero deve conoscere bene la rotta, vista la sicurezza con cui si destreggia in questo vero e proprio labirinto acquatico. A parte le cittadine, più o meno grandi, che di tanto in tanto si costeggiano, quali Vĩnh Long, Chợ Lác, Cál Bè, la vita quotidiana si manifesta nelle capanne in riva al fiume, con una fitta vegetazione di palmeti e banani, e nei sampan, più e meno carichi di cose e persone (sempre prodighe di sorrisi e saluti) che solcano le acque.
Una delle attrattive più peculiari del Delta consiste nei cosiddetti “cau khi”, vale a dire i “ponti delle scimmie”, evidentemente così definiti per l’agilità necessaria a percorrerli: a forma di arco e costruiti allo scopo di congiungere le rive dei canali e i vari nuclei abitati, sono giusto a larghezza d’uomo, protetti solo da una stanga corrimano e talvolta alti parecchi metri sul fiume. Ci capita di scorgerne un paio e cerchiamo di gustarne la vista il più a lungo possibile, dato che è in corso di realizzazione un progetto governativo di sostituzione con ponti di cemento: la motivazione è la sicurezza, ma sta di fatto che i “cau khi” sono un altro pezzo di Việt Nam che sarà negato ai futuri visitatori. Non so quante volte l’ho già detto in questo diario di viaggio, ma lo ripeto: siamo arrivati appena in tempo…
Tutte le bellezze che vediamo intorno a noi non devono far passare in secondo piano il fatto che la giornata è molto calda ed è quindi prudente tenere un copricapo e cospargersi di crema solare la pelle, trasferita qui repentinamente dall’inverno europeo; la costante ventilazione attenua la sensazione di calura, ma proprio per questo il rischio di scottature è elevato.
Giungiamo al molo di Mỹ Thó intorno alle 16 e la curiosità degli abitanti nel vederci sbarcare da un’imbarcazione non turistica ci fa capire che non devono essere molti a compiere la nostra stessa traversata.
Puntuale come una cambiale in scadenza, il tassista Hà è lì ad aspettarci: non intende certo mollare la sua gallina dalle uova d’oro, anzi, durante l’ora e mezzo di tragitto da Mỹ Thó a Saigon dobbiamo resistere alle sue pressioni per portarci nell’hotel bello, tranquillo, sicuro, centrale, pulito ed economico che conosce lui. Per fortuna ho in tasca il biglietto da visita dell’albergo dove risiedeva Patrizio e, mentendo, gli spieghiamo che abbiamo prenotato lì e lì deve portarci: ovviamente ci dice che è brutto, sporco, malfamato, vecchio, rumoroso, caro, ma teniamo duro e alle 18 ci scarica davanti all’ingresso.
Liquidiamo il servizio con 25 $, al che Hà, che evidentemente contava sull’en plein, si mette a frignare pretendendo di più, ma tagliamo corto facendogli un semplice conteggio (che il pirata sa benissimo…): se gli abbiamo dato 50 $ per i 162 km. da Saigon a Cân Thó, 25 $ per i 60 tra Mỹ Thó e Saigon sono perfino troppi!
Ci troviamo nel Distretto 1 di Hồ Chí Minh, davanti all’Hotel 127 sulla Cống Quỳnh St., che, come quasi tutti in questo quartiere, prende la denominazione dal numero civico; insieme al 184 della stessa via e al 64 della Bùi Viện St., è gestito da Madame Cuc e costituisce, come la miriade (si calcola oltre cento) presenti nel quartiere di Pham Ngu Lao, una delle soluzioni di pernottamento più popolari tra i viaggiatori “low budget”. Questo fa sì che ci si imbatta spesso, come oggi, nel “tutto esaurito”, ma una soluzione la trovano comunque: bastano un paio di telefonate ed eccoci assicurati due pernottamenti in due ampie e luminose camere del Bạch Mai, una guest-house al n.152 della Cống Quỳnh St., proprio di fronte al 127, al quale faremo riferimento per la colazione. Comprensivo di abbondante breakfast a base di caffè, latte, tè, biscotti, pane e marmellata, arance e ananas, il prezzo di ciascuna camera ammonta a 12 $: raccomando caldamente questo recapito ai redattori della Lonely Planet in vista delle future edizioni della loro guida.
Possiamo finalmente prendere un po’ di fiato dopo una giornata iniziata prima dell’alba e continuata con una decina di ore in barca con un caldo non indifferente.
Per la prima volta da quasi venti giorni passeremo una serata senza l’esigenza di organizzare le attività dell’indomani e in attesa dell’ora di cena facciamo una passeggiata lungo la Bùi Viện St., una strada che ci ricorda parecchio il Quartiere Vecchio di Hà Nôi: affollatissima, congestionata di moto e biciclette, un susseguirsi di caffè, guest-houses, ristorantini, negozietti addossati l’un l’altro senza soluzione di continuità, in un coloratissimo caos di incredibile vitalità.
I prezzi irrisori dei pasti, dei pernottamenti e di ogni articolo, alimentare o no (cito solo i CD “taroccati” degli ultimi successi occidentali a 10.000 dong = € 0,60 l’uno), fanno sì che questo settore del Distretto 1 sia probabilmente il luogo più cosmopolita di tutto il Việt Nam. A riprova, troviamo ancora una volta Patrizio, che partirà per la Malaysia domani mattina, ma ci imbattiamo anche in Jerry, il londinese incontrato alla Baia di Ha Long, a riferirci dei due austriaci ai quali si era aggregato, rientrati frettolosamente in patria per una forte febbre contratta dalla ragazza, nonché Frank, un italo-americano conosciuto a Hôi An, quasi irriconoscibile per lo “scalpo” ad opera di un barbiere di strada (e il suo cuoio capelluto ne porta evidenti i segni…): d’altra parte, per un dollaro…

Lunedì 3 febbraio: SAIGON
E’ in pratica l’ultima nostra giornata piena a Saigon e in Việt Nam. Come siamo soliti fare a fine viaggio, preferiamo separarci, in modo che ciascuno si dedichi alle visite e agli acquisti finali senza condizionare le esigenze dei compagni, magari interessati ad altre cose. Personalmente, trovo anche stimolante girare da solo alla scoperta di una città secondo i miei ritmi.
A maggior ragione, preferisco muovermi in Saigon cercando di viverne la quotidianità piuttosto che spostarmi, guide alla mano, in cerca di musei, templi, pagode o quant’altro, anche se un accenno ad alcuni punti salienti deve comunque essere fatto.
TEMPLI E PAGODE – Ce ne sono moltissimi, com’è prevedibile in un agglomerato urbano tanto esteso. È però un aspetto della città che non abbiamo neanche sfiorato: forse lo avremmo fatto se avessimo impostato il nostro viaggio cominciando da qui anziché da Hà Nôi o disponessimo di qualche giorno in più. Chissà, si può sempre tornare…
CHO LON – Traducibile come “grande mercato”, il Distretto 5, nel settore occidentale dell’agglomerato urbano, è in pratica il quartiere cinese di Hồ Chí Minh. Popolato da circa mezzo milione di persone, è un intrico di stradine da percorrere a piedi che ricorda anch’esso il Quartiere Vecchio di Hà Nôi: ci si aggira infatti tra negozietti di ogni tipo, bancarelle di phở (zuppe) e bevande, ristorantini, piccoli laboratori dove in poche ore ci si può far confezionare occhiali, abiti o calzature su misura.
GLI INFLUSSI COLONIALI – Sono tuttora evidenti in parecchie architetture in stile francese, concentrate nel raggio di poche centinaia di metri dal nostro albergo: innanzitutto la Cattedrale di Notre Dame, eretta alla fine dell’Ottocento in mattoni a vista al centro di una bella piazza alberata; poi l’edificio della Posta Centrale, che negli interni ricorda i caratteristici passaggi coperti di Parigi, tant’è vero che il suo soffitto arcuato in vetro e metallo fu progettato da Gustave Eiffel (sì, quello della torre…); il Teatro Municipale, costruito nel 1900 per lo svago dei Francesi, poi riconvertito in sede dell’Assemblea Nazionale del Sud Việt Nam e oggi restituito alla funzione originaria; l’Hotel de Ville (oggi Palazzo del Comitato Popolare), dalla bella facciata decorata che richiama le cittadine della provincia francese.
Ma i ricordi più piacevoli di questa ultima giornata vietnamita sono legati ad alcune scene di quotidianità che mi sembra simpatico raccontare.
Come detto, oggi sono solo, la giornata è calda e ho voglia di sedermi a pranzare con tutta calma al fresco anziché trangugiare uno spuntino al volo. Un’ottima scelta si rivela il ristorante Nam An, al 57-69 della Đ Dong Khoi, un locale di un certo livello ambientato sotto un ampio pergolato circondato da un giardinetto con cascatelle. Al termine dell’ottimo pranzo ordino l’immancabile caffè “alla vietnamita”, cioè con la tazza alla quale è sovrapposta una coppetta in alluminio contenente la polvere nella quale viene versata l’acqua bollente che cola poi lenta attraverso tre livelli di filtro. Mi sembra un’ottima idea per un souvenir non banale, per cui chiedo al caposala un’indicazione per acquistarne un paio; passano pochi minuti ed eccolo tornare porgendomi i due oggetti, evidentemente appena prelevati dalla cucina visto che sono ancora caldi e bagnati. Beh, oltre che non banali, davvero “vissuti”, il tutto per un ridicolo dollaro!
Trascorro poi un paio d’ore piacevoli nei giardini prospicienti il monumento a Hồ Chí Minh; è ancora viva l’atmosfera del Tet e in questa splendida giornata di sole sono in piena attività i fotografi di piazza, intenti a ritrarre gruppi familiari e di amici ma soprattutto mamme con bambini. Seduto su una panchina all’ombra, approfitto per qualche bello scatto sorseggiando di tanto in tanto il succo di una noce di cocco, mentre mi passa più volte davanti un bimbo di cinque-sei anni che trascina un cestone di vimini: è il figlio di una simpatica spazzina che in qualche modo dà una mano alla mamma raccogliendo i gusci vuoti e mi rivolge uno smagliante sorriso quando lo chiamo per dargli anche il mio.
Intanto mi accorgo di essere già da qualche minuto osservato da due giovani donne con un bambino di pochi mesi che stanno confabulando tra loro e con il fotografo; alla fine una si fa coraggio e mi avvicina chiedendomi di fare prima una foto con il piccolo in braccio e poi una tutti insieme. Colgo l’occasione per farne una anche con la mia fotocamera ed è una delle immagini di questo viaggio che conserverò con maggior piacere.
Mi riunisco con Walter e Mario giusto in tempo per una buona doccia e per la nostra ultima cena in terra indocinese, per la quale non ci allontaniamo dal quartiere del nostro albergo. Pranziamo in un ristorantino sulla Bùi Viện St. di cui non ricordo il nome, ma qui non si sbaglia mai: sono numerosissimi e in tutti si mangia bene e a buon mercato.

Martedì 4 febbraio: SAIGON
Il nostro volo di ritorno parte a metà pomeriggio ma, come sempre, preferiamo esagerare in puntualità. Di solito l’ultima giornata trascorre tra continui sguardi all’orologio contando le ore che ci separano dalla partenza, così dedichiamo un paio d’ore a un giro per gli ultimi acquisti senza defilarci troppo dal quartiere.
Un ultimo spuntino e a mezzogiorno saliamo sul taxi che ci conduce in aeroporto: stiamo lasciando Saigon e il Việt Nam e già ne sentiamo la nostalgia.

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