La mia Tanzania

in viaggio con Dopolavoro Ferroviario in Tanzania

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La mia Tanzania


Resoconto di Roberto Pratolongo

Come promesso agli amici, vi racconto come è andato il mio trekking sul Kilimanjaro, seguito da un ampio giro dei parchi della Tanzania del nord. Non sono riuscito ad arrivare fino alla cima del Kibo, ma è stata comunque una bellissima esperienza.
Qualche piccolo dettaglio potrà essere impreciso, perché non ho preso nessun appunto - come invece avrei voluto - ma sono sicuro di rendere l'idea...

Tutti gli appassionati di trekking hanno molti sogni in comune. Ovunque nel mondo ci sono lunghi sentieri da percorrere a piedi, in mezzo ai monti, con lo zaino in spalla per giorni e giorni; qualcuno, veramente speciale, è conosciuto in tutto il mondo, come il Camino Real in Perù o il grande Giro degli Annapurna in Nepal. O la salita del Kilimanjaro, in Tanzania.
Da molto tempo avevo raccolto articoli, informazioni, racconti di viaggio su questa montagna, un antichissimo vulcano spento nell'Africa orientale alto quasi 6000 metri, la cui salita non richiede capacità alpinistiche (senza che ciò significhi affatto 'facile', come infatti ho poi provato...). In questi ultimi anni, ogni estate ho fatto dei bellissimi trek di cento e più chilometri, vicini e lontani: attorno al Monte Bianco, nel Tibet indiano, nelle Dolomiti, in Marocco, in Corsica, in Islanda, in Lapponia. Infine ho deciso che il 2001 sarebbe stato per me l'anno del Kilimanjaro.
Itinerario
Sfumata l'idea iniziale di formare un gruppo attraverso il Dopolavoro Ferroviario, in primavera mi rivolgo ad una famosa e collaudata agenzia di Roma, che mi conferma la data e il percorso scelti: la prima metà di agosto, la Machame Route in tenda.
Preparo un po' da maniaco la lunga lista delle cose da portare, che porteranno infine il bagaglio a pesare 30 Kg. Il 29 luglio finalmente parto, lasciandomi alle spalle l'amarezza delle atroci giornate genovesi del G8. Un giorno e mezzo di viaggio porta me e il mio gruppo (8 partecipanti in tutto, solo una ragazza, 30 anni di media, io sono il più vecchio) da Milano, via Roma-Cairo-Nairobi, ad Arusha, in Tanzania. Il bagaglio arriva a tutti senza problemi: così sarà pure al ritorno.
Presi gli accordi con un'agenzia locale, la mattina del 31 luglio partiamo con un pulmino per il Machame Gate (1750 metri) del Parco Nazionale del Kilimanjaro: da lì, assieme a una ventina di tanzaniani tra portatori, guide e aiutanti iniziamo il nostro trekking di sei giorni. Un altro gruppo di 11 persone, con cui faremo insieme la seconda parte della vacanza, partirà il giorno dopo per la via Marangu.
Da non perdere
IL KIBO
La prima tappa è già un buon impegno: sei-sette ore in un sentiero fangoso e scivoloso nella foresta pluviale, fino ai 3000 m del Machame Camp. Si affonda fino alla caviglia, ghette e bastoncini sono provvidenziali, ognuno avanza come può. A metà strada perdo di vista i miei compagni, sono convinto di essere l'ultimo ma non riesco a raggiungerli, mi preparo a dire loro di non correre così... Quasi a fine tappa, in una striscia di sereno tra le nuvole, scorgo per la prima volta la cima del Kilimanjaro, e la fisso come ipnotizzato: è difficile giudicare la distanza, ma sembra pazzescamente distante. Al campo scopro che in realtà sono il primo arrivato! Siamo gli unici italiani tra una quarantina di escursionisti americani, belgi, svizzeri, francesi. Montiamo le tende al buio equatoriale delle sette di sera, ceniamo e andiamo a dormire in tempo per evitare la pioggia.
La seconda tappa ci porta su un terreno ancora umido ma non più fangoso; tutt'attorno la foresta si dirada e si trasforma in una distesa di arbusti dall'aspetto 'giurassico' che la nebbia rende ancora più selvaggi.
Saliamo per sei ore fino ai 3800 m dello Shira Camp, con un tempo sempre nuvoloso e decisamente freddo verso sera. Avendo dell'esperienza alle spalle, sto già attento ai segnali dello spirito collettivo, pronto a dare a una mano al capogruppo Fabrizio. Tutti abbiamo la piena consapevolezza di stare impegnando duramente il proprio fisico, qualcuno è già al record personale di altitudine. D'altra parte siamo tutti in buona forma e tra di noi abbiamo già legato parecchio. Bene così.
Passo la notte dormendo male nel sacco a pelo, disturbato dal vento e dalla pioggia che martellano la tenda. Nel dormiveglia penso - spero - che il brutto tempo si stia sfogando. Al mattino è proprio così, il sole scioglie in fretta il po' di ghiaccio sul telo delle tende e mette tutti decisamente di buon umore. Dopo la colazione affrontiamo la terza tappa, che concluderemo in sette lunghe ore ancora sotto i 4000 metri, dopo essere saliti fin oltre i 4600 della Lava Tower e ridiscesi infine al Barranco Camp. Il terreno è ora una landa disseminata di rocce vulcaniche, la vegetazione è ridotta a radi ciuffi d'erba e a strane piante come tozze palme. La vita animale, esclusi noi bipedi di passaggio e qualche cornacchia, è ormai del tutto assente.
La discesa non è stata così corroborante come speravo. Molti di noi hanno un certo mal di testa, io e Andrea abbiamo problemi urinari, fortunatamente nessuno ha nulla di più grave. Affrontiamo la quarta tappa che ci deve portare al Barafu Camp, a 4700 metri. Luca e Flavia rinunciano a salire ancora e al momento opportuno ci lasciano per proseguire in discesa - accompagnati da due portatori - lungo la via Mweka; ci vedremo all'albergo. Noialtri sei arriviamo al campo più alto a metà pomeriggio, dopo lunghi saliscendi in un severo ambiente ormai del tutto desertico. Facciamo tutte le abituali operazioni con molta calma per non affaticarci ulteriormente, il tempo per riposarci è poco. Si cena alle 18, poi ognuno va nella sua tenda a prepararsi per la tappa più dura. L'appuntamento è per mezzanotte.
Nelle poche ore trascorse - vestito - nel sacco a pelo riesco appena a chiudere gli occhi, non ho quasi più mal di testa ma sento ancora nelle gambe il peso della tappa precedente. Pazienza, andrò su finché potrò.
Subito dopo mezzanotte siamo tutti fuori delle tende: un rapido tè e biscotti, due parole a voce bassa e ci mettiamo in marcia. La temperatura è sicuramente sotto zero, ma non c'è un filo di vento; la luna piena avvolge di una gelida luce tutto il terreno circostante, rendendo inutili le torce frontali. Cominciamo a salire in lentissima processione: il solito consiglio delle guide di andare piano, pole-pole, è del tutto superfluo. In un'ora saliamo di 150 metri, in due di 300; riesco finalmente a coordinare il passo con il respiro e a camminare con continuità, ma l'aria secca mi irrita la gola e non ne entra a sufficienza, ho le gambe sempre più pesanti. Cammino ancora un'ora, con Andrea nelle mie stesse condizioni: a turno uno si sconforta e l'altro lo incoraggia. Siamo rimasti indietro, con noi c'è una guida e un aiutante: questo ci riaccompagna al campo quando decidiamo di non proseguire oltre e di conservare un briciolo di energia per la discesa. Siamo a quota 5200 circa: ho eguagliato il mio primato personale di sei anni fa, in Ladakh.
Trascinando i piedi ritorniamo alle tende verso le 4,30, ansimando ad ogni gesto. Credo che almeno qualcuno degli altri quattro possa essere arrivato fino in cima: li vedremo tornare dopo le 10, stremati e silenziosi: nessuno ha raggiunto i 5895 metri dell'Uhuru Peak, la vetta più alta, ma si sono fermati 200 m più in basso, allo Stella Point, dove non sanno bene come hanno fatto ad arrivare.
Altri gruppi si sono rivelati più forti, o più adattati, e la metà o più dei loro membri ha raggiunto la cima. A Fabrizio, Gabriele, Mauro e l'altro Andrea è concessa solo un'ora di riposo, o poco più: occorre presto rimettersi in marcia per raggiungere il campo Mweka, 1700 metri e cinque ore di cammino più sotto. Il prato è pieno di gente, i portatori scambiano concitati dialoghi in swahili che continueranno fino a tarda notte: domani tornano a casa con in tasca la sudata paga e un po' di mance. Io regalo una maglia di pile al ragazzo che mi ha accompagnato indietro stanotte.
L'ultima tappa è simile alla prima: cinque ore ore nel fango del sentiero, scavalcando molti tronchi caduti e scivolando a più riprese. C'è il sole che filtra tra gli alberi, fa caldo: alla fine di un percorso che sembra interminabile arriviamo al gate di uscita. Per qualche spicciolo, dei ragazzini offrono secchi d'acqua limpida per farci ripulire: ci vorrebbero gli spazzoloni degli autolavaggi! Raccolti tutti i nostri bagagli a bordo del pulmino che ci raggiunge, ci buttiamo sui sedili e ci facciamo trasportare fino in albergo, indifferenti alle buche delle strade pessime; nessuno fa finta di non sognare una doccia, una birra, un letto. Siamo stanchi, contenti che il trek sia finito così come siamo contenti di averlo fatto; è stata una prova dura che abbiamo affrontato come si doveva. Non c'è stato il trionfo della vetta, ma a tutti va bene anche così. Per chi come me ha dato a se stesso una conferma, per chi ha fatto un'esperienza nuova, questo trekking sul Kilimanjaro sarà sicuramente indimenticabile.

I PARCHI NAZIONALI
La seconda parte della vacanza in Tanzania è stata interamente dedicata ad un lungo giro per i Parchi del nord: Tarangire, Ngoro-Ngoro, Serengeti, Lago Natron. Non camminiamo più: percorriamo molti chilometri in jeep con autista ogni giorno, lungo le piste assolate e polverose in fruttuosi safari fotografici. Passiamo le notti nei campeggi (o in aree malamente attrezzate spacciate per tali), cenando alla mensa ambulante della simpatica Madame Esther (pensate alla Mamie di “Via col vento” in aderenti shorts bianchi!).
Le prime tappe sono quelle con più alta concentrazione di animali, in grandiose scenografie naturali. Tutti abbiamo visto i documentari in TV sulle savane dell'Africa, sui loro abitanti, prede e predatori, e sui complessi rapporti ecologici che li governano (l'ultimo proprio la settimana prima di partire, in Superquark); ma l'immersione fatta in questi habitat, l'osservazione da vicino degli animali, pur con i limiti del giro turistico, è stata sicuramente emozionante e capace di suscitare stupori adolescenziali in tutti noi. Io in particolare da una vita desideravo vedere il favoloso Ngoro-Ngoro, un'immensa area pianeggiante chiusa nell'interno di un vulcano collassato milioni d'anni fa: la bellezza del posto è stata ancora più grande delle mie aspettative.
In altri due giorni nel Serengeti avvistiamo dal tetto delle nostre jeep molti se non tutti gli esponenti locali del regno animale: zebre, gazzelle, facoceri, antilopi, struzzi, giraffe, elefanti, bufali, ippopotami e coccodrilli, babbuini, un solitario rinoceronte; giovani leoni e leonesse, due ghepardi, iene, avvoltoi, aquile pescatrici, fenicotteri.
Negli ultimi giorni vediamo meno animali, ma abbiamo la possibilità di attraversare molti tipi di paesaggio africano, piano e montuoso, verde e arido; uno spazio vastissimo abitato solamente dai pastori Masai, per concludere poi con il grande lago salato Natron, dalle rive melmose abitate da migliaia di fenicotteri.
Passata un'ultima manciata di ore ad Arusha, caotica per l'imminente rallye del Motorclub locale (!), non ci resta che sopravvivere pazientemente alla noia del viaggio di ritorno, leggendo i libri che qualcuno ha con sé.
Atterrati a Fiumicino, sull'aereo si sente il solito applauso cafone; appena dopo, i telefonini chiamano la mamma. Bentornati in Italia!
Note dolenti
Senza nulla togliere a quanto descritto sopra, che ne ha fatto ben meritare la (non piccola) spesa, l'unico e marginale aspetto poco piacevole di questa vacanza è stato la pesante venalità dei rapporti che si hanno con la gente locale, peggiori rispetto ad altre mie esperienze in paesi del cosiddetto Terzo mondo. Per qualsiasi cosa, anche una semplice cortesia, occorre tirar fuori del denaro; per tutto ciò che si acquista si deve sempre contrattare, stando attenti a non farsi imbrogliare (almeno, non più di tanto). Persino gli apparentemente ingenui pastorelli Masai chiedono dei soldi per essere fotografati: a chi fa il furbo, tirano pietre.
Ciò per il turista può essere irritante, e forse solleva in qualcuno una sopita nostalgia per l'Africa dei film di Tarzan ("Grazie, bwana"), ma a ragionarci sopra di questa realtà non è probabilmente tanto colpa loro quanto nostra, di noi bianchi dalla pancia piena e dal PIL florido.
Qualsiasi considerazione su questi temi diventa facilmente un contestabile atto di ipocrisia, suscitando domande senza risposta. Della serie: è giusto, "politicamente corretto", trattare e giudicare la gente dei posti dove andiamo in vacanza con lo stesso metro che usiamo a casa nostra? Oppure dobbiamo espiare in qualche maniera, a dieci dollari la volta, lo sfruttamento coloniale recente e contemporaneo? Se diamo l'elemosina ad un ragazzino che tende la mano, gli facciamo del bene o uccidiamo la sua dignità? E siamo sicuri che non ci sia anche la nostra dignità, in discussione, e che davvero possiamo usare la stessa parola per noi e lui?
"Mi ritrovo ad avere idee che non condivido" (Altan)
Magari questo sarà il tema di un altro articolo.Dalle fatiche del Kilimanjaro al Parchi del Nord

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