Nuova Zelanda: il Paradiso in terra

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Nuova Zelanda: il Paradiso in terra

...E' bello sapere che esiste (e visitare) la Nuova Zelanda: scoprirai che il Paradiso in terra non è un sogno. E se un giorno deciderai di viverci, in questo Paradiso, ti basterà prendere un aereo. Saranno solo 30 ore di volo. Mettiti in coda. Dietro a me (Federico, Kaikoura, ottobre 2002).
Organizzazione: nostra
Periodo: 13 ottobre – 10 novembre 2002.La terra dei Kiwi: più agli antipodi di così non si può!16 ottobre, Waitomo Caves
Arrivi dopo quasi 2 giorni (15 ottobre) di viaggio aereo (stavolta abbiamo volato con la Thai) e pensi "vediamo bene di girarla per bene e di non tralasciare nulla perché col cavolo che lo rifaccio un tour-de-force così!" Poi ti accoglie una giornata splendida, una grande cortesia e la stanchezza non la senti più così tanto. È il primo pomeriggio e dopo aver recuperato l'auto noleggiata via Internet alla Kiwicar, una Subaru 4x4 SW, partiamo verso Sud-ovest e la Nuova Zelanda scopre subito le proprie carte: colline verdeggianti puntinate di bianco, o bianconero: pecore e mucche al pascolo. Percorriamo poche decine di km, la stanchezza è molta e non me la sento di proseguire: tramite la nostra (iniziale) "bibbia" dei B&B troviamo questo Herons Ridge a Te Kauwhata, gestito da David, un quarantenne inglese che sette anni fa si è trasferito ed ha comprato una tenuta ed ora ci alleva cavalli, labrador e un gatto; oltre che alcune camere in Bed and Breakfast immerse in una natura rigogliosa. Memori dei magnifici posti che trovammo in Sudafrica, puntiamo anche qui ai B&B, formula che dovrebbe permettere una vacanza più stimolante. Gli alberghi sono freddi e impersonali, e spesso i consigli sono "interessati". Purtroppo dovremo ricrederci, ma ne parleremo più avanti. Ceniamo in un mitico pub (qui i pub si chiamano "The Taverna") con bistecca e verdure. Rimarrà uno dei migliori pasti. Il fuso orario è di 11 ore (dal 1 novembre 12) e siamo così stanchi che – quasi - ci addormentiamo sul piatto. Quindi andiamo a letto presto, anche perché qui non sembra affatto esserci vita dopo una certa ora...
Al mattino (16 ottobre) facciamo colazione con David, che ci regala un ferro di cavallo come portafortuna e partiamo decidendo di prendercela con calma, puntandol’obiettivo della Kodak DC 4800 a destra e a manca. Contrariamente a ieri, oggi piove, piove e piove. Facciamo un giro panoramico attorno al lago Waikare, poi seguendo la 1 bis arriviamo a Ngaruawahia, una graziosa cittadina dove confluiscono i fiumi Waikato e Waipa e residenza ufficiale della regina Maori. Quindi Hamilton e Raglan, nota per splendide cascate, le Bridal Veil Falls, che andiamo a vedere sotto la pioggia attraversando un suggestivo bosco di felci. Infine proseguiamo per la nostra meta: le Waitomo Caves (caverne). Troviamo un delizioso e militaresco B&B, a soli 100 metri dall'ingresso.

17 ottobre, Wanganui.
Ieri sera avevamo poche possibilità: o la pizza o un'altra Taverna. Alle Waitomo Caves, infatti, non c'è altro. Ovviamente abbiamo scelto la Taverna, una vera esperienza di vita kiwi. All'ingresso gli stivaloni di gomma davano subito l'idea del genere, tavolacci di legno sparsi, alti per chi beveva solamente, bassi per chi voleva mangiare... o viceversa. Ambiente fumoso (una rarità) e fiumi di birra, che qui è molto leggera, e immancabile biliardo affollato. Ottima la bistecca, servita sopra un letto di patatine fritte.
Sveglia alle 7.30 perché Peter, il nostro host, ci ha intruppati tutti per la colazione alle 8.00 e poi via, perché alle 9.00 aprono le Glow Worm Caves e alle 10.00 (a pochi km. di distanza) le Aranui Caves. E poiché i tour sono ogni ora si rischia di perdere tempo. Nelle Glow Worm alla fine si fa un giretto in barca nel lago sotterraneo, dove nel buio più completo appaiono tanti puntini luminosi: come un cielo stellato.
Sarebbe suggestivo e romantico se non fosse che quei puntini luminosi sono larve carnivore che emettono la luce quando sono a caccia di insetti. A parte questo le Glow Worm non sono granché, mentre la vera attrattiva sono le Aranui (che molti saltano per non spendere altri NZ$25): stalattiti e stalagmiti enormi. Qui incontriamo anche i primi matti, ovvero ragazzi con un ciambellone che faranno rafting nel fiume Blackwater. Muta da sub (l'acqua è gelida...) e ciambellone si buttano a capofitto nella corrente. Ma chi glielo fa fare?
Oramai è tarda mattinata quando partiamo in direzione sud. Sono le 17 quando decidiamo di fermarci a Wanganui, c'è molta luce, perché siamo nel corrispondente nostro aprile, e c'è luce anche oltre le 19. Anche in Nuova Zelanda le strade sono tutte un "su-giù-destra-sinistra". Queste rispettano (evidentemente) i percorsi dei pionieri: infatti per attraversare colline o montagne (la Nuova Zelanda è TUTTA colline e montagne!) si fanno una serie infinita di curve e controcurve in salita, ed altrettante in discesa. Tutti rigorosamente a non più di 100 km/h (autostrada o montagna che sia), pene severissime per i trasgressori, comunque molto rari. Fa anche abbastanza freddo, per le nostre aspettative, mentre l'aria è secca e pulitissima.

18 ottobre, Wellington.
Lasciamo Wanganui e il motel (catena Flag) dove abbiamo soggiornato dopo aver provato uno dei pochi ascensori al mondo costruiti dentro una collina e - in cima - ammirato un bel panorama. Sulla strada per Wellington sfioriamo alcuni luoghi dove sono state girate delle scene della trilogia del "Signore degli Anelli" (comprendendone perfettamente il perché), e nel primo pomeriggio arriviamo a Wellington, la capitale della Nuova Zelanda. Stamattina abbiamo prenotato il traghetto, che faremo senza auto, dato che senza costi (traghettare con l'auto ci sarebbe costato 70 euro!) la Kiwicar ci farà trovare un'auto (sempre una Subaru 4x4) a Picton, sull'isola del Sud. Decidiamo di soggiornare in uno splendido B&B (dopo aver speso parecchio tempo per trovarne uno), un po' caro ma veramente bello. Concludiamo la serata al Queen Wharf, cuore pulsante della gioventù neozelandese, con una cena allo Shed 5, a base di cozze verdi (enormi ed eccezionali), annaffiato da profumatissimo Sauvignon blanc.

19 ottobre, Kaikoura.
Dopo l'eccezionale colazione che Janelle e David ci portano, ci affrettiamo per la traghettata. È tutto così semplice (e tranquillo, la nave è grande grande...) che quasi non ci rendiamo conto: in 4 ore siamo già nell'altra isola, con un'altra macchina e già siamo in viaggio per l'estremo sud... 160 km mozzafiato fra i vigneti del Marlborough e la costa del Pacifico. Anche qui le strade sembrano solo asfaltate rispetto alle piste dei pionieri di 300 anni fa. Arriviamo così a Kaikoura, località dove i capodogli (una delle poche varietà di balene che non abbiamo ancora visto) vengono a svernare e a riprodursi. Il più simpatico gatto della Nuova Zelanda è qui, nel nostro B&B, anzi... nel nostro letto. Questo è anche il paradiso delle aragoste, - diamine! - potevamo perderci una tale leccornia? Ecco dunque un ottimo ristorante, il Finz, con splendida vista sul tramonto.

20 ottobre, Christchurch.
Giornata intensa... Cominciamo dal principio... Abbiamo infatti prenotato (a Kaikoura) la minicrociera di Whale Watching (safari fotografico) per metà mattina, così ne approfittiamo per fare un giro della baia in auto: il cervello non ammette da una parte pecore e mucche a pascolare su una distesa verdissima (e appena dietro montagne innevate) e dall'altra (divisi solo dalla strada) scogli, mare e foche... Ma l'isola del Sud presenta questi contrasti. Quando arriviamo al porto per la crociera capiamo che sarà dura. La barca non è grandissima (lo definirei un grosso motoscafo), e l’equipaggio (Maori) ha l'aria di averlo capito che non siamo dei navigatori. La barca fila veloce, e nonostante la giornata di sole ed il mare (apparentemente) calmo, di balene neanche l'ombra.
Al terzo tentativo, e a 12 km dalla costa, finalmente le avvistiamo! Prima una, poi una seconda... una terza, ed eccone un'altra... Le Sperm Whales (capodogli) sono quelle con il muso rettangolare, la "classica" balena che si rappresenta nell'immaginario. Le soste per gli avvistamenti, tuttavia hanno lasciato il segno, e più di un crocerista ha il volto grigio (ed un sacchetto in mano). Io stesso (che mi vanto di non soffrire il mal di mare, illudendomene) sento i sintomi inequivocabili. Per fortuna siamo quasi arrivati... Un bel pranzo mi rimette in sesto, e dopo un paio di orette (e paesaggi incredibili) siamo a Christchurch.
Città (?) splendida, e deserta, ma forse perché è domenica: piccola, però. Trovato il B&B appena fuori del centro, in una splendida villa vittoriana ristrutturata, la percorriamo in lungo ed in largo a piedi: la piazza animata di giovani e la cattedrale, il giardino botanico, e il fiume Avon, che passa in pieno centro. Tornando verso il B&B ci fermiamo a cenare in un ristorante giapponese, sushi e zuppa calda. Eh, è vero: la Nuova Zelanda è "friendly" e "easy". Amichevole e facile.

21 ottobre, Oamaru.
Siamo un po' in ritardo sulla tabella di marcia: pensavamo che 10 giorni bastassero per tutta l'isola del sud, ed invece sembrano pochi. Quindi dobbiamo muoverci: Moses ci ha consigliato di fermarci al Lake Tekapo, ma - in verità - a noi i laghi mettono un po' tristezza, questo, poi, colore a parte (verde smeraldo, creatosi con lo scioglimento dei ghiacci) è quasi disabitato (a parte la chiesetta da cui si riprende il panorama e la statua di un cane pastore), e dopo un rapido consulto decidiamo di proseguire. Così in sequenza vediamo Lake Pukaki e arriviamo ai piedi del Mount Cook, che con 3753 metri è il monte più alto della Nuova Zelanda. Purtroppo è nuvoloso e piove, e non è possibile fare neanche un sentiero (che ci dicono splendidi). La cima la possiamo solo immaginare e comprare una cartolina per sapere com’è fatta.
Proseguiamo fino ad Oamaru, dove troviamo uno splendido B&B. Oamaru ha (ben) tre "attrazioni": due colonie di pinguini ed edifici storici risalenti ad inizio secolo, e l'effetto che questi edifici storici danno è strano: sembra il set di un cinema abbandonato. I pinguini dagli occhi gialli dovrebbero arrivare qualche ora prima del tramonto in una zona protetta (ed uno solitario si presenta puntualmente), mentre i pinguini blu (gli stessi dell'Australia) subito dopo il tramonto. Nel frattempo, ceniamo: il locale, Star & Garter, è in un edificio storico, la gestora è vestita come una pioniera ed anche il cibo sembra provenire da quei tempi: fa schifo, infatti.

22 ottobre, Te Anau.
Decidiamo (dolorosamente) di tagliare l'estremo sud, e di dirigerci, dopo aver visitato Dunedin, a Te Anau, porta d'accesso al Milford Sound, uno dei fiordi che caratterizzano la costa Ovest dell'isola Sud. Sulla strada ammiriamo le Moeraki balls, sassi sferici creatisi naturalmente circa 60 milioni di anni fa. Poi, una volta a Dunedin, splendida cittadina caratterizzata da un centro ad ottagono, chiese austere ed una splendida stazione ferroviaria in stile neofiammingo rinascimentale, prendiamo la strada che circumnaviga la penisola Otago: in punta nidificano gli albatros reali ed in una baia nascosta ci sono altri pinguini, sempre blu. Sebbene la guida parli di 90 minuti per il giro completo, ben presto la strada ubriacante ci impone un taglio: del resto, anche il Larnach Castle (al centro della penisola, su di una collina da cui si gode una vista meravigliosa) merita una visita. Oggi, alla stazione di Dunedin abbiamo incontrato i primi italiani. Dopo una settimana...
Poi seguiamo ancora per un po' la strada della penisola, ma la curiosità per i fiordi è troppa: ben presto siamo sulla via di Te Anau. Da Balclutha a Te Anau il paesaggio è ameno, con pascoli a perdita d'occhio, anche di cervi (venisson), oltre che di immancabili (e numerosissime) pecore e mucche. Arriviamo alle 17 e 30, il sole è ancora alto. Te Anau è il punto di partenza di trekking famosissimi e splendidi ma molto impegnativi e crociere del Doubtful Sound (il fiordo che parte da Te Anau), alla scoperta di angoli indimenticabili. Il motel è un po' caro, NZ$140 (70 euro) ma la camera è spaziosissima (c'è anche l'idromassaggio!) e le gestora si fa perdonare perché ci prenota l'ultima cabina "honeymoon", (pure scontata!) per la crociera "overnight" (dormiremo in barca, domani, insomma) del Milford Sound, una delle cose più difficili da fare, data l'alta richiesta. La sontuosa cena al Kepler a base di agnello e cervo completa la giornata.

23 ottobre, Mariner Vessel.
La fama di strada più bella del mondo che godono i 121 km fra Te Anau e il molo del Milford Sound è immeritata fino a 30 km da Milford Sound. Dapprima le montagne sono lontane, ed i laghetti tranquilli... Poi una fitta foresta (ovviamente esplorabile), con fiumi sempre più impetuosi... Poi le montagne si fanno più vicine, ti avvolgono, con la neve caduta stanotte che fa ancora capolino, infine cascatelle d'acqua scendono dai costoni. È vietato fermarsi, c'è ancora pericolo di valanghe, e non facciamo fatica a crederci: la neve è tanta e sembra che debba venire giù a momenti, tratteniamo il fiato. Poi all'improvviso il buio totale: è l'Homer Tunnel, che ti soffoca. Due chilometri in discesa a 30 gradi nella tenebra totale: non si vede la luce, in fondo, e l'angoscia cresce... Piano piano l'occhio si abitua: roccia scavata alla bell'e meglio, tanto qui d'inverno è capace che una valanga copra tutto, per giorni e giorni.
Eccoci fuori, tirando un sospiro di sollievo... Ma ci domandiamo che cosa accadrebbe in caso di incidente… Nelle aree di sosta, lontano dal pericolo valanghe, ci sono i Kea, pappagalli verdissimi che mangiano la gomma delle guarnizioni dei finestrini... Ma eccoci (ci abbiamo messo 3 ore, tenetene conto): Milford Sound altro non è che un posto di ristoro (gelido), un parcheggio e una sala d'attesa per gli imbarchi. Piove ed è coperto da nubi basse, lo splendore del posto lo ammiriamo solo in cartolina. Una cosa che ci ha colpito moltissimo è che per riscaldare gli ambienti non hanno una caldaia, dei termosifoni, nulla: stufette elettriche e nient'altro... Eppure in Nuova Zelanda fa molto più freddo che in Italia. Evidentemente costa di più il gas dell'elettricità.
Sono le 17 quando ci imbarchiamo. Il Mariner è un bel barcone, un vascello con 30 cabine doppie tutte con bagno, spaziose e moderne: la nostra ha il lettone. Veniamo accolti dal capitano che ci offre muffins e caffè, e ci spiega la "crociera". Su 60 persone 6 sono italiani: noi, una coppia di romani ed un'altra lombarda che vive per lavoro a Parigi. Cerchiamo di passare inosservati, ma veniamo scoperti: pazienza, non ci sarà tempo per fare conoscenza. Si, perché quando andiamo all'estero evitiamo il contatto con tutto ciò che è "Italia": non per snobismo, ma perché - diamine! - siamo in un paese estero e vogliamo esserne assorbiti completamente. Finalmente si parte: il paesaggio è impagabile: foche, cascatelle e vedute bellissime nonostante piova... Chissà come sarà con il sole! Dopo un'oretta ci fermiamo in una rientranza, dove è stato creato un osservatorio sottomarino, e si può prendere il kayak o fare un giretto sul gommone: meta, la colonia di pinguini dei fiordi, una specie oramai rara. Infine una cena pantagruelica, a buffet, e - a scelta - la visita all'Osservatorio. Domani sveglia alle 7.00.

24 ottobre, Wanaka.
Oggi splende il sole, ed è magnifico ciò che ci circonda. Come previsto dal programma finiamo il giro del fiordo (con sosta sotto una cascata), e alle 9.15 siamo di nuovo sull'auto, per ripercorrere a ritroso, con il sole, i 121 km (meno choccanti di ieri, ma sempre con un certo timore) e poi via, verso nord, sempre fra paesaggi incredibili ed immancabili greggi, anche sulla strada. Una breve visita a Queenstown, capitale mondiale dello sport estremo: qui hanno inventato il parapendio, il bungee jumping, il rafting, lo snowboard e tutto ciò che possa provocare una forte scarica di adrenalina: certamente meglio un salto nel vuoto con un elastico che una rapina in banca, no? Sono proprio deliziosi i neozelandesi: pensate che stavano rifacendo il manto stradale alla via d'accesso e una delle addette al cantiere si è scusata, con tanto di caramelline, per l'attesa...
Ne approfittiamo per guardarci attorno (io soprattutto, che guidando sempre vedo ben poco di ciò che mi circonda): Queenstown si affaccia sul lago Wakatipu ed è circondata dalle montagne, tuttora innevate. Oggi poi, con il sole è veramente bella. Visitiamo anche Arrowtown, città che ha conosciuto lo splendore durante la corsa all'oro: ora è piena di negozi per turisti. Sulla strada per Wanaka visitiamo il posto dove hanno inventato il bungee jumping, il salto nel vuoto con l'elastico. Ci rimugino un po' su, poi rinuncio. Certo che si lanciano un po' tutti: una ragazza, un quarantenne con pancetta, un distinto signore di mezza età, un'altra signora... Non c'è un attimo di tregua! La strada, tuttavia, è di montagna e stiamo fermi altri 20 minuti perché devono togliere dei massi che impediscono il passaggio. Eccoci così a Wanaka, sull'omonimo lago, rinomata località di villeggiatura, in questo periodo (primavera) quasi disabitata. La cena ad un mitico ristorante giapponese, a base di Sushi e Sashimi, e poi dopo due passi solitari in centro ce ne andiamo a letto.

25 ottobre, Franz Josef Glacier.
Il tempo è pessimo e la strada che ci aspetta prevede montagna "pura", poi foresta pluviale fittissima (con gli immancabili trekking) ed infine un lungo pezzo di strada fino ai ghiacciai. La guida dice che ci si può impiegare una giornata per passare l'Haast Pass, 153 km, ma non conosce la mia determinazione! Infatti tutto 'sto passo non è chissaché, e gli unici problemi ce li dà la pioggia, veri e propri scrosci fortissimi (rain falls, dicevano le previsioni) che a volte mi impediscono la vista, nonostante il tergicristallo al massimo. In questo tragitto facciamo foto stupende, come quella al lake Hawea, dove cielo e terra si fondono. Anche il mare partecipa alla "festa". Di certo per chi ama la fotografia la Nuova Zelanda potrebbe risultare indimenticabile. Qui si trovano anche cascate splendide, a pochi minuti di cammino dalla strada, come le Thunder Creek Falls, e poi il Gates of Haast, una gola mozzafiato, ed il monte Aspiring, ovviamente invisibile perché coperto di nubi.
Il tutto circondato da felci, naturalmente. Singolare la coincidenza che piova solo nei pezzi di foresta: che sia questa che faccia piovere? Ed invece anche ai ghiacciai piove, sia al Fox Glacier, che dobbiamo fotografare da lontano (dopo aver percorso una delle rare strade sterrate) perché la strada è allagata, e sia al Franz Josef Glacier (che non vediamo quasi, immerso in una foschia disarmante), dove decidiamo di fermarci la notte. Pur distando 25 km., questi due ghiacciai sono collegati da una ubriacante strada di montagna tutta curve... Almeno il motel è accogliente. Dalla finestra della camera si dovrebbe vedere il ghiacciaio, ovviamente se fosse bello. Ne approfittiamo per fare una lavatrice, scoprendo che, finora, abbiamo sporcato pochissima roba, dato che l'aria è pulitissima e molto secca. La cena è ottima, a base di pesce (in fondo il mare dista pochi chilometri). E ancora piove...

26 ottobre, Westport.
Alla fine ha smesso di piovere. Ma oramai il pezzo più bello è alle spalle, e un po' ci dispiace. In Nuova Zelanda l'interesse è tutto nella natura, e se fa le bizze lo spettacolo è ridotto. Ma sempre eccezionale. Tentiamo di rivedere il ghiacciaio dal view point, ma è poca cosa: bisognerebbe fare la "spedizione" ovvero il tour con piccozza, caschetto e tuta forniti da un'agenzia specializzata. Una guida vi porta fino in cima, dove (dicono) lo spettacolo sia indimenticabile. Così come sorvolarlo in elicottero. Ci fidiamo, ahinoi, perché non possiamo perdere neanche un momento: fra 3 gg. abbiamo il traghetto per l'isola del nord e siamo lontani da Picton. Sulla strada (sempre tutta curve, nonostante costeggi il mare) incontriamo Hokitika, capitale della giada, Greymouth e Punakaiki, dove ammiriamo le Pan Cakes Rocks, formazioni rocciose a strati che danno l'idea di torta, raggiungibili con una breve passeggiata. L'azione del mare e del vento è spaventosa, a volte. Poi, dà luogo ad effetti strani...
La guida ci aveva messo in guardia: attenzione ai ponti a corsia unica e a triplo senso: auto nelle due direzioni e... treni. Pensavamo fossero fantasie, ed invece... Arriviamo così a Westport, brutta città, in verità, ma ci fermiamo al Chelsea Gateway Motor Lodge, moderno e pulito. Siamo nel pieno del week end del Labour day e molti neozelandesi ne approfittano per fare festa fino a lunedì, per cui temiamo di avere difficoltà a trovare da dormire. Infatti molti motel già espongono il NO VACANCY, tutto pieno.
Tuttavia è presto e decidiamo di andare al Cape Foulwind, lì vive (ora protetta) una colonia di foche dette "della pelliccia". Si arriva dopo una breve camminata. Alla Tauranga Bay, invece c'è un ristorantino rinomatissimo, il Bay House Café . Purtroppo è pieno e dovremo cenare altrove. Decidiamo per il Denniston Dog, in città, una taverna classica. Niente male il cibo, comunque, nonostante l'ambiente "rustico".
Sono un po' di giorni che preferiamo i motel: in effetti i B&B non sono poi così competitivi: oltretutto spesso le camere sono piccole, i bagni sono "shared", condivisi con altri ospiti o i padroni stessi, spesso sono senza tv ed il materasso è sfondato. Per tacere della pulizia, superficiale. E le colazioni sono simili a quelle dei motel. Infine non sempre prendono la carta di credito, così come non sempre (anzi, mai) rilasciano ricevuta. Così ci siamo ricreduti sui motel, e oltretutto la mia schiena dolente necessita di materassi decenti, ora.

27 ottobre, Nelson.
Abbiamo percorso i 200 km che ci separavano in relax, con l'intento di trovare subito il motel e poi fare un giro al Nord, ma la mia schiena necessita di relax totale. Tuttavia ci fermiamo per assaggiare vini in una winery, la Seifried, da cui esco con un ottimo Icewine Riesling. I vini neozelandesi sono molto conosciuti, e soprattutto i bianchi (Chardonnay e Sauvignon blanc) hanno bouquet pieni e profumati con un buon corpo, ottima l'intensità e la persistenza, mentre i rossi, per noi, sono molto (troppo) tannici. Ceneremo "over the water", sull'acqua, in un ristorante molto conosciuto ed apprezzato: il Boat Shed Cafè.

28 ottobre, Picton. Stamani vogliamo fare un salto all'Abel Tasman Park, conosciuto per essere un delizioso angolo dove artisti (soprattutto ceramisti d'arte, vetrai e intarsiatori del legno) di mezzo mondo hanno trovato rifugio, ed in effetti i paesini sono folcloristici: oggi, poi, domenica, ci sono sagre in quasi tutti i posti. Arriviamo fino a Kaiteriteri, conosciuta per la sabbia finissima e dorata. Percorriamo i 150 km che ci separano da Picton attraversando colline soggette a riforestazione e Havelock, città autoproclamatasi (ma a buon diritto!) capitale delle cozze verdi, tanto che anche la stazione di polizia ha, sul tetto, una cozza gigante con tanto di cappello d'ordinanza. Qui il ristorante Mussel Boys offre cozze in varie ricette e ne confermiamo l'eccezionale bontà. Picton ci accoglie con la pioggia, ma il motel è accogliente e moderno. Ceniamo nei pressi, senza infamia né lode.

29 ottobre, Greytown.
Di acqua, barche, traghetti et similia per un po' non ne vogliamo più sapere. Il bel catamarano della Linx, orgoglio della flotta di collegamento fra le due isole della Nuova Zelanda, ci ha fatto morire!!! Dopo essere usciti dal fiordo di Picton la breve traversata in mare "aperto" ha provocato facce grigie e silenzi imbarazzati. E dire che non sembrava mosso. Sarà stato il "cavalcare dell'onda", fatto sta che siamo stati veramente male. Se capiteremo ad Auckland che ancora Luna Rossa regaterà, beh, la guarderemo in tv. Per cercare di recuperare siamo andati a visitare il Te Papa Tongareva ("il nostro luogo" in lingua Maori), il museo di Wellington. Un museo enorme, con simulazioni, giochi, natura, cultura Maori (pregevole una casa degli incontri) ed inglese e pittura.
Ci si può passare una (o anche più) giornate. Noi, però, dopo averlo visitato abbastanza in fretta (ma comunque vedendo tutto) facciamo il giro della penisola di Wellington, imperdibile, con i pinguini, i surfisti, l'aeroporto, le spiagge e punti panoramici. Anche se non è presto decidiamo di arrivare a Masterton, un centinaio di km a Nord-ovest. Un'ora, dice la guida. "Sti ca...!", diciamo noi, dopo 60 km. di curve, controcurve e su e giù per le montagne. Le nostre carte non ci indicano se le strade sono di montagna o lineari: pur sapendo bene che la Nuova Zelanda è tutto fuorché pianeggiante, nulla lasciava presagire che bisognasse scavallare qualcosa. È dunque quasi sera quando a Greytown, ubriachi (ancora) della traversata e dello scollinamento, ci fermiamo, distrutti. Meno male che il motel è nuovo e il pub (in un edificio storico) dove ceniamo è "passabile".

30 ottobre, Napier.
Partiamo seguendo la "2" (che segue la costa est dell'isola Nord) circondati dai soliti prati verdissimi e paesini incantevoli. Procediamo spediti, vogliamo, infatti, pranzare al Clearview, una winery-ristorante molto conosciuta a Te Awara, penisola minuscola fra Hastings e Napier. La giornata è splendida, e ci godiamo un ottimo pranzo, una splendida vista e un silenzio incredibile. Quando arriviamo a Napier con disappunto troviamo al motel prescelto "No Vacancy" e la soluzione alternativa è bruttina. Soprattutto sporca. La città è strana: distrutta da un terremoto in tempi recenti, è stata ricostruita in stile art deco', e molti palazzi (nonché alcuni abitanti....) lo testimoniano.
La città è deserta, e solo alcuni "ragazzacci" sgommano con le loro auto smarmittate. Ma – credetemi – è il massimo che un giovinastro possa fare: la polizia vigila attentissima e non passa sopra a nulla. La sicurezza è massima e mai ci si sente in pericolo. Per la prima volta ceniamo in camera (tutti i motel hanno l'angolo cottura, se non la cucina, in camera), dopo esserci riforniti di soup al pomodoro e verdura al supermercato, il Woolsworth.

31 ottobre, Whakatane.
Altro cambio di programma. La circumnavigazione della penisola Raukumara ci porterebbe via troppo tempo (la guida parla di strada tortuosa e stretta, e di paesini con pochi motel) e così da Gisborne tagliamo per l'interno, diritti a Opotiki. È una splendida strada: infatti dopo i soliti scollinamenti le strada si immette nella valle del fiume Waioeko, in una gola mozzafiato: colline rigogliose di felci che sembrano non finire mai. Quando finalmente giungiamo al mare (per la prima volta, dopo averne viste migliaia, incontriamo una pecora nera!!!), siamo dispiaciuti che sia finita... Proseguiamo fino a Whakatane, dove troveremo un delizioso motel, il White Island, dove ci preparano una splendida colazione (che - come sempre - ci portano in camera in serata). Non vediamo l'ora che venga mattina, anche perché la cena, di fronte al motel, al Wharf Shed, è assolutamente sconsigliabile.

1 novembre, Rotorua.
Siamo nella zona dei vulcani, ma soprattutto della zona sulfurea, quindi l'odore di uova marce è persistente e forte. Eppure Rotorua è un centro termale molto frequentato, e lo dimostra la quantità incredibile di motel, che sulla Fenton Street, dove troveremo anche il nostro, sono uno attaccato l'altro. Rotorua offre molte cose da vedere: l'Hell’s Gate -cancello dell'inferno - è la prima tappa: un percorso a piedi fra solfatare e fanghi ribollenti: ovviamente c'è anche la beauty farm. Alle porte della città (che si affaccia sull'omonimo lago) una deviazione porta alla Wakarewarewa Forest, quindi al Blue e al Green Lake, separati da un istmo, che si innalza abbastanza per poterli ammirare insieme.
Fa impressione vedere lungo la strada fumi salire dalla terra: lì c'è uno sfogo del vulcano... Infine si arriva al villaggio di Te Wairoa, sepolto dall'eruzione del Tarawera nel 1886. Durante questa eruzione vennero perse per sempre delle splendide terrazze di silicio, le White e le Pink Terraces, considerate (e non a torto, dai quadri fatti) l'ottava meraviglia del mondo. Ritornati a Rotorua scegliamo un motel, il Malones, con la vasca idromassaggio in camera, e dopo un giretto in città (che non offre granché, solo il persistente odore di uova marce) il Poppy’s Villa come ristorante: li consigliamo entrambi.

2 novembre, Tokaanu.
Qui sono pazzi: sono seduti (letteralmente) su una bomba ad orologeria e stanno belli tranquilli come se niente fosse! Ovunque fuma, gorga, erutta, spruzza. Tutta la zona è disseminata di vulcani piccoli o grandi che ogni tanto si risvegliano, eppure è una delle zone più popolate, soprattutto da Maori, che nel tempo hanno imparato a sfruttare questi eventi naturali: cucinare, ad esempio, lo fanno in una delle tante pozze bollenti. Stamattina abbiamo completato il giro nei pressi di Rotorua, visitando prima il villaggio termale Maori, il Whakarewarewa, poi l'Art and Craft Institute, dove abbiamo goduto dello spettacolo di danze e canti tipici (e foto ricordo) nella wharenui (casa degli incontri), e – volendo - (ma noi siamo venuti via) si può gustare un tipico pasto Maori. Qui c'è anche un geyser spettacolare, il Pohutu.
Riprendiamo il nostro cammino verso Taupo, un altro lago a sud-est, ed ancora fino al Tongariro National Park, dove speriamo di dormire ai piedi, in un castello. Ma intanto ci gustiamo le Wai-o-Tapu Thermal Wonderland, altro sito di solfatare, pozze di fango ribollente e laghi di acqua bollente. Tutta la zona è coloratissima, per via dei metalli presenti, ferrite (ruggine), zolfo (giallo) e arancio (antimonio). Taupo ci accoglie con la pioggia e quindi anche il lago mette tristezza, eppoi è presto. Così arriviamo a Whakapapa, dove - appunto - c'è quel castello. Purtroppo (come anche l'altro motel che c'è qui) è tutto pieno: è sabato e queste sono mete molto trafficate, poiché i migliori trekking al mondo sono in questo parco, e qui un trekking nel week end è una cosa normalissima. Si sta facendo tardi, e quindi ci fermiamo in questo minuscolo paese, Tokaanu, lontani un po' da tutto. La cena è discreta, però. E comunque, qui, tutto è avventura: anche lavare i vetri di un palazzo si fa in maniera "elettrizzante"...

3 novembre, Thames.
Una bella nottata da incubo ci mancava. La casina dove siamo stati alloggiati ha assunto un aspetto spettrale nella notte: rumori, scricchiolii, finanche passi (o - almeno - a noi sembrava così). Però non c'era niente, sopra di noi, se non un soppalco. In più, il letto sfondato. Così dopo essermi rigirato nel letto, decido di alzarmi, per vedere se mi viene sonno più tardi. Dopo un po' anche Carla arriva, e mettiamo su una bella compagnia, con degli scarafaggi enormi. Finora, infatti, pensavamo che non esistessero neanche. Invece esistono, e sono enormi. A passi veloci uno si stava indirizzando al vassoio della colazione.... Vabbè, io odio gli scarafaggi, mi fanno schifo, e però tocca sempre a me, "allontanarli".
Anche i nostri nervi, tuttavia sono andati, per stanotte. Abbiamo così dormito poco, e penso di fare pochi chilometri. Invece, tornati sulla costa, vediamo Tauranga (omonima di quella vicino a Westport) e Mount Montagui, che ha una splendida spiaggia. Poi Katikati, ricoperta di murales, e su, verso la Coromandel Peninsula. Ci soffermiamo in molti paesini (Waihi, Whangamata, Whitianga nonché Coromandel, la punta) che sono carini e meriterebbero soste prolungate, così come ci soffermiamo a gustare il paesaggio. Unico, come tutto, qui. La costa est della penisola è tutta sul mare (quella ovest è più collinosa, invece) e molto bella. Arriviamo a Thames dove ci concediamo un ottimo motel (dopo la nottata di ieri ne abbiamo diritto!!!), il Tuscany on Thames, ed una cena che avremmo preferito migliore al Sealey Café.

5 novembre, Paihia.
Ieri giornata di spostamento, con sosta a Pokeno (nei pressi di Auckland), per prenotare il Dinner, Bed & Breakfast in quello che la guida (Clup Guide) definisce il "miglior ristorante della Nuova Zelanda" (7 cuochi ed un pasticcere austriaco!), ovvero l'Hotel du Vin. Con disappunto è pieno, almeno venerdì, e ci accontentiamo di giovedì, ovvero il 7. Superata di slancio Auckland, ma godendocela, visto che la Motorway la taglia in due, filiamo (si fa per dire, a 100 all'ora) verso la penisola del nord. Ci fermiamo per pranzo a Whangarei, dove Carla scopre un ottimo ristorante, il Killer Prawn! (l'ammazza gambero), ribattezzato, per la non facile digeribilità (sulla bontà scriverei un libro, però!) del piatto che ho gustato, l'Ocean in a bowl, "Prawn, killers" (Il gambero uccide). Così, grazie al gambero, il tragitto per Kaitaia si è rivelato massacrante. E a sera non avevamo fame e il panino e il muffin comprati per scrupolo, non ce li siamo mangiati.
Kaitaia è una città appena più che morta, e chi pensa alla classica città vivace e piena di vita, perché punto di partenza delle escursioni per Cape Reinga, rimarrà deluso. Anche il nostro motel, il Loredo, aveva un'aria "vecchia" e trasandata. Qui abbiamo prenotato il tour di Cape Reinga, come consigliatoci, perché con l'auto a noleggio non si può, almeno il ritorno sulla spiaggia. Così, questa mattina, alle 9, il pullman (anteguerra) ci ha raccolto (una dozzina, alla fine) e siamo partiti. Il nostro autista è prodigo di informazioni, che sono necessariamente poche, in una zona pressoché disabitata. Così ora sappiamo tutto sulla segheria di Kauri (alberi millenari da cui hanno ricavato anche una scala ed una vasca da bagno), sul villaggio sepolto, sui kauri ritrovati sottoterra; abbiamo fatto un pic-nic in una baia splendida, Cape Reinga. Il bob sulle dune è l'attrattiva e abbiamo percorso eccitati la "90 miles beach" (che in realtà sono 96 km), un spiaggione largo e durissimo, tanto che il pullman può correre agevolmente, e anche se si ferma non affonda.
Al ritorno prendiamo l'auto ed in un'oretta siamo a Paihia, altra rinomata località di mare, e - come spesso ci e' accaduto - deserta dopo un certo orario. Il motel è carino e la vista sul mare è bella. Il ristorante, seppur impregnato di odore di fritto, si rivelerà eccellente, almeno l'agnello che abbiamo mangiato.

6 novembre, Auckland.
Carla sta cominciando a dare segni di stanchezza e ha voglia di tornare a casa (io no: al contrario, sto cominciando ad ambientarmi e - sinceramente - mi ritrovo a pensare a come ci si possa vivere). Poi scopro che è solo perché abbiamo cambiato albergo OGNI giorno, e alla lunga stanca più di qualsiasi cosa. Auckland, però, ci dà nuova verve. Ma partiamo da stamattina, dove dopo essere ripartiti da Paihia, ci siamo fermati a Waitangi, dove Maori ed Inglesi firmarono un trattato (una triplice bandiera a ricordo), secondo il quale i Maori avevano pari dignità degli inglesi: i luoghi (sacri e non) avrebbero mantenuto il nome Maori e altro, per cui a tutt'oggi i Maori sono i popoli colonizzati meglio integrati con i colonizzatori. Non solo: anche i matrimoni misti sono la norma, e anche i risultati sono eccellenti. Il luogo è carico di suggestioni, oltre che essere molto bello.
A causa di un documentario che Licia Colò ha mandato in onda in Italia, proprio sulla Skytower di Auckland, siamo costretti (la mamma di Carla ci ha obbligato) a salire anche noi. La salita è veloce e - ovviamente - con vista all'esterno della torre, e subito ci prendiamo un accidente, perché uno si è buttato giù!!! Accidenti ai bungee jumpers! Ci siamo presi un colpo. Per pochi dollari si può fare anche questa esperienza. La vista è stupenda, comunque. Ci sono, poi, delle lastre di vetro sul vuoto, basta camminarci sopra per provare un qualcosa di elettrizzante. Carla ci riesce, io no. Il richiamo al tricolore, enorme, del capannone di Luna Rossa è irresistibile, e dopo essere discesi dalla torre, aver percorso la Queen Street, la via dello shopping, e seguito le indicazioni per l'Harbour Basin e l'America's Cup Village, che non presenta alcun tipo di protezione, arriviamo proprio al capannone grigio e rosso di Prada. Luna Rossa è lì, appena dietro un alto muro, ma è molto vicina.
Abbiamo percorso tutta la banchina, con tutti i capannoni dei consorzi, ma Prada è Prada. Anche lo shop è spoglio: solo magliette, cappellini, borse occhiali e scarpe, rispetto agli altri (che sono tutti uno attaccato all'altro), ma è lo stesso: la polo, il cappellino e una shopping sono nostre. Ma oramai è ora di cercare il motel e scegliamo Ponsonby Street, una delle zone "à la page" di Auckland. Troviamo così l'Unicorn, (senza infamia né lode) della catena Best Western; in compenso ottimo il ristorante, l'Angelsea Grill.

8 novembre, Auckland.
Domani partiremo, e già ci manca questo fantastico Paese. Abbiamo ricordi bellissimi e qualcuno meno, ma nel complesso è un Paese stupendo, in cui bisogna viverci, prima ancora di venirci in vacanza. Fra i ricordi meno belli abbiamo l'Hotel du Vin, dove, cioè, abbiamo passato la serata (e la nottata) ieri. Per tutta la mattinata abbiamo girato Auckland, visitando il Museo, che custodisce i tesori Maori (al piano terra) e ai piani superiori una panoramica della natura unica di questo paese e il museo della guerra. Rimaniamo un po' perplessi sul fatto che sì, il museo è gratuito, ma una donazione di 5 NZ$ è (praticamente) obbligatoria. Se poi si vuole vedere lo spettacolo Maori (che noi abbiamo già ammirato a Rotorua), bisogna aggiungere altri 10 dollari... (ovviamente come donazione).
Il tempo qui ad Auckland è assolutamente imprevedibile, nel giro di pochi minuti può piovere, tirare vento e splendere il sole. Così entri in un posto con il sole ed esci che piove... Ma ecco, sono le 2 del pomeriggio, e andiamo all'Hotel du Vin. E' fuori Auckland, a Pokeno, ed è immerso in una vallata splendida, verdissima e quieta. Oltretutto, sulla carta, i servizi che offrono sono eccezionali: piscina, sauna, idromassaggio, massaggi, tennis, pallavolo, tiro con l'arco e altro. La maggior parte gratuiti, altri a pagamento. Anche la cena sembra superba: 4 portate, che qui sono tante, considerato che si usa il sistema francese (entrée-main) basato su 2 portate. La camera è bella, ampia, con una splendida vista sulla collina discendente, con i vigneti (è anche winery) in primo piano. Subito ci buttiamo in piscina (riscaldata), che consente anche qualche bracciata, e dopo un tonificante idromassaggio indugiamo in camera fino all'ora di cena.
Ci prepariamo per bene, in camicia io ed elegantemente Carla. Mammamia! A posteriori ci rendiamo conto che tanta fama è immeritata: Carla ha scelto una zuppa di zucca che l'olio di tartufo ha ucciso del tutto, l'agnello che risulterà condito con il fondo di cottura bruciato. La terza non la ricorda neanche. Anche i miei piatti risulteranno "fastidiosi" al palato in un'accozzaglia di spezie, sapori e cotture senza senso. Per fortuna il dolce salverà un po' la cena, che rimarrà però la peggiore del viaggio. Ma il peggio avverrà con la colazione, stamattina: non c'è il miele (anche il più infimo motel ce l'ha) e anche richiesto, la risposta desolante è che "in tutta la tenuta non c'è...". Il pane non è tostato, ma c'è una forma (salata) da tagliare. Le brioche arrivano con il contagocce, la frutta, ma pochi muffins, in compenso abbondano formaggi e salumi. È troppo.
Compilo il form dei suggerimenti elencando tutto ciò che un hotel, se vuole essere di un certo livello (come questo pretenderebbe) deve offrire: mi offro volontario per mettere in pratica i suggerimenti (LOL). A NZ$ 195 (+ 12,5% di GST, l'Iva) a persona credo di meritare qualcosa in più! Scopro poi al pagamento che debbo anche pagare i bicchieri di vino (della casa!) che abbiamo gustato per cena!!! Che straccioni! Rientrati ad Auckland torniamo al villaggio dell'America's Cup, dove facciamo altri acquisti da Mascalzone Latino e New Zealand. E visitiamo ciò che si può vedere degli altri. Un'altra scorsa al centro eppoi ci dirigiamo verso l'aeroporto, dove intendiamo dormire stanotte, nei pressi del nostro noleggio auto. Purtroppo un importante week end motoristico ci costringerà a tornare verso il centro, e troviamo un motel ad Epsom (è in vendita se interessa), comunque non distante. Al Gee Gee's (in zona) abbiamo cenato discretamente.
Perché le vacanze durano sempre così poco?Siamo viaggiatori (quasi) per caso, ma soprattutto liberi. Con richieste medie (pulizia, cortesia e risparmio, senza eccessi né in alto né in basso). Consigliare l'albergo extra lusso a noi è inutile: non sopportiamo la spocchiosità di certi ambienti (salvo per "IL" migliore albergo del paese, magari, un pensierino ce lo facciamo...), così come la troppa semplicità di un ostello, perché ci dà fastidio condividere un bagno con sconosciuti.
I B&B sono affascinanti, si ha un contatto umano e maggiore possibilità di avere informazioni. Ma c'è il problema della lingua. E spesso le dotazioni nelle camere sono vecchie (i materassi sfondati, ad esempio) o ridotte (niente tv o spazio al limite per i bagagli).
I motel sono il mix ideale, per noi: dotazioni elevate (tv satellitare, letti nuovi, camere molto pulite), prezzi medio bassi. Colazione standard.
Del resto, il 90% di chi viaggia negli hotel extra lusso lo fa con un tour. E allora non gli serve la guida che gli dice che quell'hotel è extra lusso; chi viaggia da sè ha esigenze più economiche. Oppure viaggia per lavoro, e una guida turistica non gli serve a nulla.

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