La Namibia in fly & drive - parte prima

in viaggio con Vittorio A in Namibia

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La Namibia in fly & drive - parte prima

Periodo di viaggio: 25 settembre / 09 ottobre 2009
Costo (compreso di souvenir e stampa foto) €. 2.300,00 a testa
Viaggio Fly and drive organizzato in proprio rubando idee agli altri viaggiatori tramite i loro resoconti pubblicati in internet.
Come per ogni viaggio è utile anche la lettura (se non proprio studio) di libri sulle popolazioni e la storia del paese.
Voli, albergo e campeggi prenotati tramite Internet. Alcuni hanno un proprio sito presso cui prenotare mentre per altri è necessario utilizzare il tramite di organizzazioni che si occupano di turismo. In ogni caso il servizio è molto efficiente. Noi per alcune prenotazioni ci siamo avvalsi della collaborazione di Erika della Cardbox travel shop (lodges@namibian.or) .
Anche il fuoristrada può essere tranquillamente prenotato su internet. Tutte le maggiori società di noleggio del paese hanno un proprio sito. Ne esistono moltissime, specializzate nel noleggio di fuoristrada con attrezzatura da campeggio, vagliate con ognuna i costi e le attrezzature che più fanno al caso vostro e considerate che con ciascuna di loro per tutto ciò che non è chiaro, non è riportato sul sito, od anche solo per le domande varie, basta scrivergli. Avrete risposte sempre molto veloci e precise.
Tra le cose utili da avere c’è il frigorifero alimentato da una seconda batteria, il compressore 12 V alimentato con l’accendisigari e le taniche di riserva per acqua e benzina. Per tutto il resto dell’attrezzatura, dal numero di posate ai cuscini, scegliete quello che volete dagli elenchi di materiale messo a disposizione dalle società di noleggio.
La nostra scelta di viaggiare, laddove possibile, in modo autonomo senza tour operator nasce dalla voglia di libertà di movimento. La libertà di non dover rispettare rigidi orari, sequenze e comportamenti. La libertà, quindi, di potersi fermare un’ora in più in un villaggio o di allungare una sosta per gustarsi meglio un panorama, di saltare un pasto per recuperare il tempo passato a parlare con una persona o di andare a mangiare nel locale che più ci colpisce sul momento.
Quello in Namibia, da soli con un fuoristrada ed una tenda, è un viaggio adatto agli amanti della natura ed ai curiosi delle altre culture. Un viaggio che può essere apprezzato in pieno da chi ama gli spazi aperti ed il silenzio, sa adattarsi alla vita del campeggio ed è pronto ad affrontare gli imprevisti.
Un viaggio che deve riconciliare con il ritmo della natura e che deve essere fatto senza fretta e senza preconcetti e giudizi sulle popolazioni e le loro culture.
Non presenta particolari difficoltà a meno che non scegliate quei percorsi particolarmente impegnativi che presuppongono una buona esperienza di guida in fuoristrada. In quel caso oltre alle conoscenze tecniche, meccaniche e di orientamento è bene avere il supporto/appoggio di più mezzi, quindi da non fare se si vuole andare da soli. Seguendo la normale viabilità non troverete particolari problemi, le strade sono tutte ben segnalate ed anche i distributori ed i market, benché non numerosissimi, sono sufficientemente distribuiti.
Assolutamente sconsigliato a chi, da un viaggio, vuole il divertimento ed il brio dei locali alla moda, la confusione dei centri commerciali, la sicurezza di un ambiente simile a quello in cui ci muoviamo tutti i giorni. Sconsigliato a chi non trova bello viaggiare per ore ed ore nel mezzo allo stesso paesaggio, a chi non sa apprezzare il piacere di stare a sedere sotto una pianta nella solitudine e nel silenzio di una natura incontaminata.
Un compromesso può essere rappresentato dai quei viaggi organizzati in cui non si deve pensare a nulla, che prevedono comodi trasferimenti e pernottamenti in strutture ricettive con molte stelle.
Ma riteniamo che questa soluzione impedisca di avvicinarsi in modo soddisfacente al paese visitato, di avere contatti diretti con la realtà che si osserva da dietro i finestrini dei fuoristrada o degli autobus.
Il piacere di girare lo splendido Paese africano in autonomiaPer quanto riguarda il bagaglio molto dipende dalle proprie abitudini di viaggio, comunque volendo dare un indicazione per questo periodo, possiamo dire, prima di tutto, che viaggiare in Namibia non richiede abbigliamento ed attrezzatura da eroe di film d’avventura. E poi ci sono i negozi. Che spesso, all’estero, sono anche una buona occasione di contatto e conoscenza della cultura locale. Se lo avete già, come nel nostro caso, portate pure anche abbigliamento da trekking (leggero, comodo e funzionale) ma in mancanza vanno benissimo i normali pantaloni, bermuda, magliette e scarpe che indossate nella nostra primavera/estate.
Tranne il caso in cui programmiate una o più lunghe escursioni a piedi (dove e con chi è possibile farle) vi troverete a passare molte ore del giorno in auto e le sere e le notti in campeggio. E nelle altre situazioni camminerete, tanto nei paesi quanto nel bush, su terreni molto facili.
Nella capitale, nell’Etosha e nel Nord fa da caldo a molto caldo sia la notte che il giorno (le notti non siamo mai scesi sotto i 18/20 gradi). Quindi abbigliamento estivo, al limite una felpa di cotone per un eventuale sera più fresca e qualcosa per una possibile pioggia (ci avviciniamo alla prima delle stagioni piovose). Da tenere presente che in caso di pioggia difficilmente starete fuori dal fuoristrada o dalla tenda;
Sulla fascia costiera e nel deserto con il tramonto la temperatura inizia a scendere fino ai 5/10 gradi della notte. In questo caso qualcosa di più pesante e’ necessario. Già con la metà della mattina le temperature tornano accettabili e poi calde.
Con tutto ciò vogliamo dire che, anche se chi viaggia in campeggio e non frequenta alberghi a 4 o 5 stelle lo sa bene, è inutile portarsi ricambi numerosi e firmati.
Una cosa che consigliamo è questa: ridurre il più possibile il bagaglio per portare con voi materiale da regalare. Noi abbiamo portato materiale scolastico ma vi chiederanno molto spesso anche magliette, ciabatte, pantaloncini. Se volete fare dei doni optate per queste cose e non per i soldi. Sarete più sicuri che la vostra generosità non finisca in bottiglie di birra. Per una buona fetta di popolazione l’alcolismo rappresenta una piaga sociale.
Un indicazione sull’abbigliamento può essere:
Giacca a vento / Pile / Maglia di media consistenza / T Shirts manica lunga / T Shirts manica corta / Pantalone lungo e corto (molto comodi i pantaloni per trekking con cerniera per trasformarli in pantaloni corti) / Costume da Bagno / Intimo / Intimo termico / Pigiama / Berretto / Cappello / Scarpe (scarponcino trekking e scarpa ginnastica) / Ciabatte / Asciugamano
Per gli oggetti utili:
Occhiali da sole / Macchina Fotografica / Schede di memoria / Caricabatterie da auto universale per macchina fotografica, cellulare e lampada frontale / Zainetto Supplementare / Crema solare / Set per l’igiene / Phon da viaggio / Salviettine / Repellente insetti (mai usato, in questa stagione se ne può fare a meno) / Dopopuntura / Gel disinfettante (tipo Amuchina) / Torcia Elettrica (meglio lampade frontali) / Piccolo Dizionario Inglese / Mini-Kit per cucito / Coltello Multi Uso (Da Non Mettere Nel Bagaglio A Mano) / Sveglia da Viaggio / Adattatore Corrente / Occhialini e cuffia piscina / Buste plastica per proteggere indumenti ed accessori (la sabbia del deserto entra ovunque) / kit di vari medicinali, cerotti e garze, disinfettanti
1° giorno, 25.9.2009
Partenza da Grosseto con il treno delle 13:32
Arrivo a Roma Trastevere alle 15:30
Trastevere – Fiumicino
Check-in
Volo Roma – Francoforte: partenza 19:35 / arrivo 21:35
Volo Francoforte – Joannesburgh: partenza 22:35 – arrivo 10:10 (del 26.09)
Volo Joannesburgh – Windhoek: partenza 13:20 – arrivo 15:20
Finalmente ci siamo. È arrivato il grande giorno, quello della partenza. L’inizio del viaggio che ci deve rinfrancare dalla stanchezza di mesi passati alternandosi tra il lavoro e l’impegno tra i terremotati in Abruzzo.
Per arrivare ad Windhoek abbiamo dovuto prendere 3 voli: prima tappa Roma-Francoforte, seconda tappa Francoforte-Joannesburg, terza tappa Joannesburg-Windhoek.
Il primo volo parte da Fiumicino alle 19:30.
Abbiamo deciso, per maggior tranquillità di prendere il treno che parte da Grosseto alle 13:30. arriveremo a Roma con molto anticipo, ma non si sa mai……!
E puntuale l’imprevisto si materializza. A poche fermate da Fiumicino, per la precisione a Ponte Galeria, il treno si ferma e ci viene comunicato che non ripartirà! Due fermate più avanti un ragazzino è finito sotto il treno. Linea interrotta. Non rimane che ricorrere a mezzi alternativi. Con immenso piacere, ed anche stupore, dei molti passeggeri diretti a Fiumicino, ci viene detto che non ci sono autobus per l’aeroporto. Solo una compagnia effettua la corsa ma non ci è dato di sapere se e quando passa. Di colpo la strada di fronte alla stazione si trasforma in una scena da attacco alla diligenza nel miglior stile western all’italiana. Tutti i taxi vengono praticamente costretti a fermarsi e caricare numeri incredibili di persone e bagagli. Finalmente, dopo l’immancabile discussione con il burino di turno, riusciamo a conquistare, insieme ad altre tre persone, il nostro mezzo di trasporto. Riusciamo ugualmente ad arrivare in orario sulla tabella di marcia prevista anche se al costo di 7 euro cadauno. Ma ci vogliamo rovinare la vacanza per così poco? È solo il secondo inconveniente. Stavo dimenticando di dire, infatti, che il giorno prima di partire sono dovuto rimanere mezza giornata a letto per uno sconosciuto malessere che mi ha procurato vertigini e nausea. Malessere che unito al problema menisco e legamenti, acuitosi proprio nella settimana della partenza, ha fino all’ultimo messo in dubbio la stessa.
Ma abbiamo tutta la vacanza davanti e quindi la forza ed il coraggio sono con noi. Così come è con noi pure la paura per il rischio smarrimento bagagli. Tre aerei, uno dei quali che parte a solo un’ora dall’arrivo dell’altro non aiutano certo ad avere la tranquillità di rivedere subito le nostre valigie arancioni a destinazione. Non possiamo far altro che sperare!!!!
Quindi check-in, metal detector e imbarco. Ci siamo. Il volo parte.
Dopo la cena ed un piccolo riposino inizia la fase di atterraggio a Francoforte. Dalle informazioni prese su Internet il volo per Joannesburgh sembrava dovesse partire dallo stesso terminal a cui arriviamo. Proprio per niente. Noi arriviamo al Terminal A e l’altro volo parte dal Terminal C. Speriamo che non siano molto distanti perché un’ora non è poi tanta, considerando un possibile ritardo e la necessità di imbarcarsi almeno 20 minuti prima. Quindi un’ora diventa mezz’ora!!!!
Ebbene, per chi non lo sapesse, e noi lo abbiamo appreso nell’occasione meno opportuna, l’aeroporto di Francoforte è enorme e andare dal terminal A al C è come farsi una passeggiata da Lucca a Viareggio. E come se non bastasse, tra gli oltre 60 gate del terminal A, il nostro aereo ha visto bene di parcheggiare al 48.
Così ci siamo fatti una maratonina per i corridoi, sfrecciando sui tapis-rulant, ansimando sulle scale mobili e riprendendo fiato sul trenino. Passando per le “forche caudine” del controllo al metal detector. La serietà ed il rigore tedesco trovano applicazione anche in questo caso. Ogni bagaglio è guardato con accuratezza, fotografato per tutti i versi e riguardato “un si sa mai…”. Così nel tempo che loro controllano una persona a Roma passa un intero autobus di persone (con armi di tutti i tipi).Giusto il tempo di rinfilarsi la cintola in corsa (mica facile!) e via per lo sprint finale che ci vede arrivare all’imbarco come una coppia di velocisti sulla linea del traguardo, accompagnati dallo sguardo divertito degli addetti. A questo punto una comoda poltrona per riposarsi è quel che ci vuole e quindi ……. Sorpresa!!!!! L’aereo non è dei più moderni, non ha il televisorino per guardarsi due film, ma soprattutto a me capita una poltrona morbida come una panca di legno. Meno male che non usano quell’ aria condizionata esagerata che spesso troviamo negli aerei; così posso usare coperta e cuscino per ammorbidire la seduta e dare un pò di sollievo alle mie chiappe.

2° giorno, 26.9.2009
Noleggio auto: African Tracks – Pettenfoker Street nr. 10, Windhoek West (www.africantracks.com); Toyota Hilux 4x4 single cab, equipaggiamento da campeggio per due persone, doppia batteria, frigo, compressore, taniche di scrota per benzina ed acqua, doppio serbatoio, copertura assicurativa completa. Costo per 12 giorni 13.030,00 Nad
Noleggio Gps: all’aeroporto “Be local” (www.be-local.com). costo per 13 giorni 1.090,00 Nad
Pernottamento al Rivendell Guest House – Beethoven Street – costo N$ 290 a testa
Dopo 10 ore di volo arriviamo a Joannesburgh. Qui il tempo di attesa per il volo successivo è maggiore (3 ore) e quindi ce la possiamo prendere calma. Ne approfittiamo anche per un giro nei negozi, tanto per avere un primo contatto con la realtà del continente Africa.
Giusto un’osservazione. Ancora una volta ci dobbiamo stupire della pulizia dell’aeroporto, in tutti i luoghi, dai corridoi ai bagni, dai finestroni alle poltrone. Possibile che debba succedere tutte le volte che abbandoniamo l’Italia? È proprio impossibile, da noi, tenere puliti i luoghi pubblici????
Comunque, dopo l’ulteriore controllo al metal detector (mi devo ricordare di cercare una cintola di gomma) si parte per la destinazione finale. In volo iniziamo a prendere visione di ciò che nei giorni successivi diverrà una linea costante. La linea delle strade. Una linea appunto!!!!!! Chilometri, chilometri ed ancora chilometri di linee rette sperse nel nulla che ogni tanto, ma molto tanto, si incontrano con altre che arrivano da chilometri, chilometri ed ancora chilometri di linea retta. E non c’è una macchina!!! Mah!!!!!
L’aeroporto di Windhoek è un’altra sorpresa. Non si vede!!! Mi spiego meglio. Durante tutta la fase di atterraggio si vede solo savana e deserto. Solo nel momento in cui l’aereo tocca terra si inizia ad intravedere qualche manufatto umano. Una staccionata, una via asfaltate ed il terminal. Sembra di dover atterrare in un campo. Scendiamo dall’aereo nel mezzo alla pista, ci facciamo una passeggiatina nel caldo africano (che sole!!!!!!) e nel giro di 5 minuti sbrighiamo le pratiche per l’ingresso in Namibia e ritiriamo i bagagli. Ci sono. Ma con i tedeschi non poteva essere diversamente.
Sono quasi le tre di pomeriggio. Quindi quasi 26 ore da quando siamo partiti da Grosseto.
Nell’atrio dell’aeroporto ci attende il ragazzo di colore della Africaan Tracks (la compagnia presso cui abbiamo noleggiato il fuoristrada). Prima ci accompagna a fare il cambio dei soldi e poi via verso la città (che dista 40 minuti) a ritirare il nostro mezzo. Neanche il tempo di partire che riceve la telefonata di quella che capiamo essere la sua “capa” durante la quale si ricorda, anzi gli viene ricordato, che all’aeroporto dovevamo prendere il Gps. Ops!!!! Dietrofront!! Ariparcheggio!!!! E via a ritirare la “signorina Garmin”. Meno male che si sono ricordati, altrimenti saremmo dovuti tornare il giorno dopo. Che culo!!!!
Belli soddisfatti con il prezioso navigatore tra le mani ripartiamo per la capitale. 30/40 minuti in cui prendiamo visione di un primo scorcio di Namibia e “ci”, mi correggo, Patrizia si fa raccontare qualcosa dal ragazzo.
Il primo impatto con Windhoek ci mostra in tutta la sua crudezza, per il significato che ha in se, cosa è una città segnata dall’apartheid e dalla conseguente violenza e lotta di classe. Tutte le case e gli immobili dove sono le attività dei “bianchi” sono cinte da muri altissimi sui quali corrono fili spinati e fili elettrificati. Una vita in trincea a difesa del potere di sfruttamento!!!!!
E ci stupisce a fa sorridere la presenza, in pieno deserto come siamo, di case in puro e perfetto stile bavarese, con tanto di tetto spiovente (un si sa mai la neve potesse creare problemi) e giardini curatissimi. Un affronto nei confronti delle case dei neri. Una lunga sequenza di case simil-baracche che sembrano cubi con le finestrelle.
Al di là di questo, il sabato pomeriggio, in cui è tutto chiuso come da noi la domenica, ci regala una città dagli ampi viali senza traffico. Il nostro autista ci porta prima al nostro albergo in modo da mostrarci la strada per ritornarci una volta presa l’auto. Ce la dovremmo fare, non sembra difficile. Sono appena due vie di distanza.
Alla African Trucks conosciamo Valerie, la ragazza con cui abbiamo, Patrizia ha avuto, rapporti per e-mail.
Professionale ed efficiente. Peccato che per uno come me che non parla inglese molto bene, anzi per niente, non è proprio un giochetto capire le spiegazioni per l’utilizzo di un fuoristrada e dell’attrezzatura da campeggio. Speriamo che capisca qualcosa Patrizia. Io mi affido alle mie conoscenze in campo motoristico per il fuoristrada, alle settimane al camping Bazzano per l’aspetto campeggio ma anche, e soprattutto all’intuito ed al buon senso. Tutte cose che però non hanno impedito di porre le basi per uno dei brividi di questa vacanza.
Comunque, dopo un controllo accurato, ci consegnano la nostra Toyota Hilux single cab. Peccato che non è diesel come avrei voluto da buon amante delle macchine a gasolio. Anche perché un 2700 a benzina non è certo il massimo di economicità in quanto a consumo. Meno male che il costo della benzina non è come da noi.
E via per l’avventura, che poi sarebbe il ritrovare l’albergo a due isolati di distanza. Con mio stupore mi rendo conto di non essere a disagio nella guida a sinistra. Le varie precedenti esperienze riemergono fuori inconsciamente.
Il Rivendell Guest House è molto carino ed accogliente. La nostra camera è a piano terreno, con una grande vetrata che da sul posto dove abbiamo parcheggiato la macchina, un lettone morbido con tanto di piumino (che dormita che ci aspetta!!!!) ed un angolo bagno a cui si accede con una porta stile saloon.
Da menzionare il fatto che a Windhoek è vivamente sconsigliato parcheggiare per strada.
Il resto della Guest house comprende una rilassante piscina, una cucina comune ad uso dei turisti ed una serie di viottoli ricchi di piante dai molti colori.
Per la cena vogliamo andare in centro in un ristorante molto menzionato nei resoconti di molti viaggiatori ma da una parte il consiglio, per motivi di sicurezza di non avventurarsi da soli di notte in centro città, dall’altro la stanchezza, ci inducono ad una scelta ben diversa. L’albergo offre, in collaborazione con ristoranti vicini, un servizio di prenotazione e consegna pasti. Senza dover affrontare la fatica della scelta prendiamo il primo della lista. E così ci mangiamo due pizze a bordo piscina e poi a tuffo nel lettone.
La nostra schiena ringrazia. Noi invece ringraziamo un po’ meno gli autori di tante riviste e guide che indicano per il periodo fine settembre inizio ottobre temperature molto più fredde di quelle che abbiamo incontrato. Per la prima di tante volte li malediremo pensando a tutti i vestiti più pesi che sicuramente non metteremo. La notte in camera ci saranno stati 25 gradi. Io da buon freddoloso d.o.c.g. ho goduto per il caldo imprevisto. Ma una valigia più leggera l’avrei portata volentieri.

3° giorno, 27.9.2009

Windohek – Etosha (Namutomi)
Windhoek – Okahandja: B1 dir. Nord per 66 km
Okahandja – Otjiwarongo: B1 dir. Nord per 171 km
Otjiwarongo – Otavi – Tsumeb: B1 dir. Nord/est per 181 km
Da Tsumeb B1 dir. Nord/ovest per 74 km fino ad incrocio con C38
Proseguire sulla C38 per 36 km fino ad ingresso al Namutomi
Totale di 528 km su strada asfaltata. Limite sulla B1 di 120 km/h
Ingresso al parco N$ 510 (N$ 80 al giorno per persona + N$ 10 al giorno per la macchina)
Pernottamento al Namutomi Camping: Costo tot. N$ 400 (N$ 199 per la piazzola + N$ 99 a persona)
La tabella di marcia, scrupolosamente preparata a casa, prevedeva la partenza alle ore 7:00 e la colazione durante il tragitto. La tappa odierna è molto lunga e la prima su strade sconosciute. Ma presi da un attacco di ottimismo decidiamo di regalarci una calma colazione al Rivendel con la conseguenza che solo verso le otto siamo pronti alla partenza. Valigie in macchina, animo su di giri e via con la prima destinazione da dare alla signorina Garmin …… ma ……. Sorpresa!!!!! Il Gps non conosce nessuna località lungo la strada per l’Etosha e …. neppure le altre città della Namibia e ….. neppure la stessa Windhoek. Il nostro Gps conosce la Namibia meno di noi!!!! Con lo sconforto che inizia a prendere campo ci dobbiamo arrendere all’idea che non ha la mappa caricata. Tanto siamo in Austria a che ci serve quella della Namibia!!!! Che fare? Ce ne freghiamo ed andiamo con le cartine stradali? Beh si potrebbe fare ma la signorina Garmin l’abbiamo pagata! Non è giusto che venga in giro a conoscere la Namibia senza rendersi utile. Quindi con la consapevolezza che il ritardo sull’orario previsto aumenta inesorabilmente, andiamo alla African Trucks. Non potranno far niente per far tornare la memoria al Gps ma perlomeno ci aiuteranno a parlare con la società di noleggio all’aeroporto. Ed infatti anche Valerie, dopo un pò di tentativi, non può far altro che dare la sentenza che aspettavamo ma che non volevamo sentirci dire. Dobbiamo tornare in aeroporto per cambiare il navigatore. Ci aspettano. Non sappiamo se darci dei coglioni per non averlo provato ieri sera od essere arrabbiati con chi in Namibia noleggia Gps senza la mappa della Namibia. Mentre cerchiamo di scegliere quale delle due partiamo per l’aeroporto con l’occhio che non si stacca dall’orologio. 30/40 minuti ad andare e altrettanti a tornare; e sono passate le 9:30. Così quando ritorniamo a Windhoek con una “signorina Garmin” che conosce le strade sono già le 11:00. E pensare che alle 7:00, massimo le 8:00, dovevamo essere già per la via.
Ma quando uno è Coglione con la “C” maiuscola trovare un navigatore satellitare che non conosce la strada è il minimo che può capitare.
Quello che di peggio può accadere si materializza alle 11:30 con le parole “non c’è più benzina nel serbatoio”!!!!!!!
Per spiegare bene il mio stato d’animo in quei 30/40 secondi in cui la macchina si è lentamente fermata sul ciglio della strada è necessario tornare indietro a ieri. A quando Valerie ci ha consegnato il fuoristrada e a quando nel discorso, sull’argomento carburante e funzionamento dei due serbatoi, ha spesso detto la parola Empty. Io che di inglese conosco forse 5 parole ma in più occasioni ho noleggiato auto ho fatto un ragionamento logico del tipo: le società di noleggio danno e vogliono indietro la macchina con il pieno (così mi è sempre capitato in tutto il mondo), Valerie ci dice questa cosa in inglese, quindi empty vuol dire pieno. Così forte dei 140 litri nei due serbatoi, che ero sicuro ci fossero, del fatto che la lancetta fosse, dopo tutti i km già fatti, vicina a quella grossa “E “sul cruscotto e che “E” uguale “empty” non mi sono preoccupato di fare il pieno. Anzi ero pure orgoglioso di aver tradotto bene. Un piffero!!!!
Alle 11:30 la nostra Toyota mi ha dato la giusta traduzione della parola Empty: VAI A PIEDI!!!!
È il caso di dire che mi sono sentito crollare il mondo addosso. Ma senza dolore. La rabbia per il modo ingenuo in cui è successo tutto mi ha come anestetizzato.
Cosa fare??? Dopo i primi 2 minuti di inevitabile smarrimento abbiamo realizzato che la soluzione è, fortunatamente, non troppo lontano. Una quindicina di km fa (che culo che è successo qui) abbiamo attraversato il paese di Okahandja e li abbiamo visto un distributore. Passandoci davanti Patrizia mi ha anche chiesto “facciamo benzina?” ed io, con la tranquillità dei miei litri di benzina immaginari, gli ho risposto “no, ce la facciamo ad arrivare al Namutomi, la facciamo li”. Basta tornare indietro con le taniche e siamo salvi. Si, ma come ci arriviamo?? Con la forza che solo la disperazione può dare Patrizia si fionda fuori a fermare una macchina che sopraggiunge in senso contrario. Gli spiega la nostra necessità ma quello non ha il tempo per poter tornare indietro. Ed è in questo momento che arriva il nostro salvatore. Pochi chilometri prima abbiamo sorpassato un fuoristrada con un carrello carico di operai. Nel sorpassarlo ci siamo salutati. Ed ora eccolo che ci raggiunge. Non rimane che tentare. Patrizia ci parla e l’autista, un ragazzo nero che poi sapremo essere un Sudafricano in Namibia per lavoro, dice che ci aiuterà. Sgancia il carrello con gli operai all’ombra di una pianta e ci porterà al distributore. E qui il dilemma: chi va? E chi rimane a guardia della macchina? Da buon Italiano allenato nelle palestre Napoli e Roma il primo pensiero è stato: il capo accompagna uno di noi al paese e gli altri, in gruppo, rubano la macchina. Avremo fatto bene ad accettare l’invito? Oramai ci siamo e poi non abbiamo molte altre possibilità. Decido quindi che Patrizia andrà a prendere la benzina, anche per evitare che io ricombini casini con la lingua mentre rimarrò a guardia della macchina. In quei 40 minuti trascorsi ad aspettare, una volta capito che gli operai non hanno nessuna cattiva intenzione, inizio a preoccuparmi per Patrizia, da sola con uno sconosciuto in un paese sconosciuto. Forse era meglio se andavo io a prendere a riempire le taniche. Si però così l’avrei lasciata sola non con uno ma con molti e nel mezzo al nulla.
I minuti passano e ancora non tornano. Che faccio? Niente di più di quello che sto facendo. Aspettare. E finalmente vedo tornare Patrizia con il nostro benefattore. Vuotiamo le taniche nel serbatoio, 40 litri di preziosissima benzina, ringraziamo e diamo una mancia a chi ha speso un’ora del suo tempo per aiutare due incauti turisti.
L’Africa ha iniziato a mostrarci il suo lato migliore. Quello di popoli che pur nella loro povertà e difficoltà di vita non hanno dimenticato valori oramai ignoti a noi “civili occidentali”.
Siamo pronti per ripartire ma in che direzione? Torniamo indietro per fare il pieno per bene o procediamo per arrivare al distributore successivo? Il prossimo è a Otjiwarongo, tra 130 km, ma il nostro angelo custode ha detto che dovremmo riuscire ad arrivarci. Tentiamo, anche perché la mia bischerata ci è costata un’altra ora di ritardo e quindi tornare indietro non ce lo possiamo permettere. Per tutti i chilometri successivi non posso far a meno di pensare al rischio che abbiamo corso e che ho fatto correre a Patrizia. Mi risveglia da questa meditazione il segnale che siamo nuovamente in riserva. Meno male che stiamo entrando in paese. Il distributore è la nostra oasi. Che sollievo imbarcare 173 litri di benzina. A pieno ne abbiamo 180 il che vuol dire che eravamo nuovamente rimasti con soli 7 litri. E con una macchina che (andando piano, in discesa e con il vento a favore) fa da 5/6 a 8/9 km con un litro non è molto!!!!! e non per battuta: i 130 km fatti con 33 litri vogliono dire una media di 4 al litro(facendo i previsti 120 km/h)
Ora non rimane che comprare un po’ di cibo (lo dovevamo fare in prima mattina ma i due piccoli inconvenienti ci hanno distolto dagli acquisti mangerecci) e partire per la meta. Meta che è ad ancora 4 ore di viaggio. Chilometri e chilometri su strada, fortunatamente, ancora asfaltata , per cui in barba ai limiti di velocità cerchiamo di recuperare qualche minuto. Non tanto per il gusto di arrivare presto ma perché il campeggio chiude i cancelli al tramonto, che a questa latitudine arriva molto presto (in questo periodo dell’anno intorno alle 18:30-19:00) e se non entriamo in tempo dobbiamo dormire fuori nella savana. Che in zona frequentata da leoni, rinoceronti ed elefanti non è il modo più sicuro di riposare.
Da segnalare che sulla strada abbiamo incontrato veri e propri posti di blocco della polizia per il controllo di chi transita. La strada è letteralmente chiusa da un cancello che obbliga a fermarsi. La polizia, in tuta mimetica ed armata, controlla i documenti e prende nota della targa, dopodichè apre il cancello ed è possibile ripartire. Questi si che sono controlli. Certo non è un aiuto da poco il fatto che su questa che può considerarsi la più importante autostrada passa, in media, una macchina ogni dieci minuti.
Sono un paio di ore che non succede nessun imprevisto. Ci stiamo quasi annoiando senza la carica adrenalinica delle difficoltà. Ed è così che quel santo che ci ha voluto regalare tutte le belle emozioni della giornata si accorge della nostra calma e corre ai ripari. Ci fa dono di un bel controllo autovelox con tanto di macchina della polizia, agente ed apparecchio nascosti nella fossa accanto alla strada. Ritengo di averla scampata ma solo per un caso accidentale. Un chilometro prima dell’imboscata ho visto un pick-up fare inversione ripartendo lentamente e quindi ho iniziato a decelerare. Quel tanto che mi ha portato a rallentare intorno ai 130 dai 150 a cui stavo andando. Per la cronaca il limite in quel punto è 120. Ho raggiunto il pick-up a poche decine di metri dal poliziotto ed ho iniziato a sorpassarlo quando ho visto di sfuggita il tetto dell’auto nel fosso. Li per li ho pensato ad un incidente (ecco perché il pick-up è tornato indietro) ed il mio spirito di volontario mi ha fatto dare un’inchiodata per fermarmi a prestare soccorso. La frenata che mi ha permesso, spero, di essere passato davanti all’autovelox sotto al limite di 120.
Quando sono passato ed ho realizzato che non era un incidente ma un poliziotto intenzionato a ricordare a tutti che non si deve correre ho ringraziato il santo del giorno per l’ulteriore palpitazione.
L’ho però anche pregato di scordarsi di noi perché oramai ne ho le tasche piene di colpi al cuore. Sono in vacanza, se volevo stare preoccupato a giornate intere me ne sarei rimasto a casa.
Finalmente arriviamo al Namutomi. Sono le 17:30. e questo campeggio qui è quello che chiude più tardi di tutti, le 19:00. averlo saputo qualche pulsazione in meno al minuto l’avrei potuta avere!!!!!
Il campeggio, pochi chilometri dentro al parco, è una vasta area con piazzole molto ampie dotate (sarà una costante in tutti i posti) di barbecue in muratura e punto luce. Parcheggiamo ed apriamo la tenda sul tetto del fuoristrada. Sembra di vivere una scena di un documentario. Ci sono un’altra di decina di pick-up con tenda sul tetto ed altri con tenda tradizionale.
Appena sistemato il nostro alloggio, con lenzuolo e cuscino, andiamo subito alla pozza dell’acqua con la speranza di vedere qualche animale. La natura questa sera ci offre un gruppo di facoceri, in pratica i cugini brutti dei nostri cinghiali. In televisione sono brutti ma dal vivo sono ancora peggio.
Il tramonto alla pozza ci fa fare la conoscenza di quello che rimarrà l’animale simbolo di questo viaggio. Ancora non ho capito come si chiama ma per noi sarà sempre la “faraona della savana”. Ha la forma ed il piumaggio di una faraona grassa, il collo blu con bargigli rossi, ma la cosa più buffa e simpatica è che non vola ma corre. E mai da sola ed in silenzio ma sempre in compagnia di tanti altri esemplari senza mai smettere di chiacchierare tra loro. Sembrano un allegro gruppo di vecchie comari che vanno a fare la spesa spettegolando di continuo su tutto e tutti, correndo veloci con le loro zampette secche. Da subito capiamo che saranno loro il tormentone del viaggio.
A questo punto la fame reclama attenzione e cosi torniamo alla tenda per una cenetta veloce e li incontriamo nuovamente i cugini brutti dei cinghiali. Saranno anche brutti ma di sicuro non sono scemi. Hanno capito che turista + tenda = scarti di cibo facilmente disponibile.
Con i facoceri a giro sotto la tenda ci andiamo a coricare. Prima notte in tenda. Favolosa.
Anche questa notte a dispetto delle indicazioni di molte guide, io, il freddoloso per eccellenza, ho dormito in mutande fuori dal sacco a pelo. Una goduria.

4° giorno, 28.9.2009
Namutomi – Halali: 75 km di strada sterrata ben battuta
Nelle strade interne al parco il limite di velocità massimo è di 60 km/h ma, considerando che c’è il tempo sufficiente per tutto, è preferibile viaggiare più piano. È più facile scorgere gli animali mimetizzati e si gode maggiormente la bellezza del luogo. Non è male concedersi anche qualche sosta nei posti che più affascinanti.
Pernottamento all’Halali Camping: costo tot. N$ 400 N$ 199 per la piazzola + N$ 99 a persona).
Sveglia alle 6:30.
Andiamo subito alla pozza. Questa mattina ci troviamo un branco di zebre, antilopi e gnu.
Sarà anche perché è la prima volta ma vedere gli animali che si abbeverano placidi è uno spettacolo. È bellissimo perdere lo sguardo nella sequenza di strisce bianche e nere delle zebre che bevono una accanto all’altra.
Le zebre sono dei veri e propri asini, solo più grasse e tonderelle. E dell’asino hanno anche un po’ il verso che, a dirla tutta, è piuttosto bruttino. Una via di mezzo tra il raglio di un asino e l’abbaiare di cane fioco. È meglio guardarle che sentirle.
Finito l’abbeveraggio degli animali torniamo alla tenda per la nostra colazione. Caffé, frutta e yogurt. Ripieghiamo la tenda, carichiamo tutta l’attrezzatura e via per l’ Halali, il campeggio nel mezzo all’ Etosha., 70 km di strada sterrata, ben tenuta e quindi facilmente percorribile. Purtroppo molte delle strade secondarie che si dipartono dalla principale sono chiuse per lavori di rifacimento. Questo ci limita molto nei giri che possiamo fare ma nonostante tutto le emozioni non mancano. È infatti un continuo alternarsi di animali che attraversano la strada o che pascolano tranquilli sul bordo. E così il tragitto è una continua sosta per fare fotografie, per attendere il passaggio dei branchi od anche solo per ammirare i veri padroni del territorio ed il loro habitat.
Per noi abituati a vivere in città sovraffollate, circondati da campagne sempre più urbanizzate, il primo spettacolo è quello della savana. Spazi immensi e silenziosi che danno il senso della grandezza, terra arida e vegetazione rada e scarsa che danno il senso della difficoltà della vita.
Pian piano che avanziamo il numero degli animali, tra antilopi di varie specie, gnu, gazzelle e struzzi aumenta sempre più fino quando incontriamo anche le giraffe.
La prima cosa che colpisce, oltre all’altezza, è la signorilità con cui si muovono e la dolcezza degli occhioni. E molto buffo è vedere da lontano, quando sono più di una nel mezzo alla savana, quella fila di lunghi colli che spuntano sopra alla vegetazione come tanti pali della luce.
Subito dopo le giraffe è la volta degli elefanti. Un intero branco di molti capi attraversa la strada passandoci davanti al cofano della macchina. Pur avendo un pick-up è molto forte la sensazione di impotenza di fronte ad uno di quei colossi arrabbiato.
Sono enormi, con i loro orecchioni, la loro pelle rugosa e quella proboscide con cui fanno veramente tutto. Dal mangiare, al bere, all’aprirsi il varco tra gli arbusti per passare.
Ci attraversano maschi, femmine e piccoli e di tutti ci colpisce la calma e la lentezza dei movimenti. A pensarci bene è un elemento comune a tutti gli animali visti fino a ora.
Che dire. Nessun circo o zoo potranno mai rendere giustizia al fascino di tutti questi animali. Vederli nel loro territorio naturale, liberi di muoversi secondo la loro natura, senza nulla di artefatto intorno ha un fascino enorme che lascia senza parole.
E che non viene meno neppure negli avvistamenti successivi. Ogni volta lo spettacolo si rinnova e regala nuove emozioni.
Peccato per le strade interrotte. Avremmo voluto girare di più. Oltretutto oggi non siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Ma non tutto il male viene per nuocere. Arriviamo al campeggio all’ora di pranzo e questo vuol dire che abbiamo tutto il tempo per qualche ora di piscina!!!!
Quindi scegliamo la nostra piazzola, apriamo la tenda e scarichiamo il necessario per un veloce pranzetto. Non vogliamo perdere neppure un minuto di sole.
Mentre mangiamo provo, per pura curiosità, a mettere il termometro sul tavolo. Dopo i 45 gradi il display non funziona più. Aiuto mi è morto di caldo!!!! Per rianimarlo lo metto un paio di minuti nel frigorifero e quando lo ritiro fuori e riprende a funzionare riparte da 46,3 gradi. Curiosità soddisfatta ed appagata. Il pomeriggio ci bruciacchieremo ben bene a bordo piscina. E così sarà, con grossa soddisfazione per il mio braccio destro che dopo aver preso il sole durante la guida, inizia a dare segni di bruciore da insolazione. Che pacchia!!! Sole, libro e piscina calda (acqua ad una temperatura accettabile anche per me) per un po’ di nuoto nei momenti di maggior caldo.
Quando si avvicina il tramonto ci facciamo una doccia, cenetta veloce e via alla pozza per assistere all’arrivo di qualche altro animale. E la fortuna ci assiste anche questa volta. Questa sera tocca al rinoceronte, uno degli animali più bizzarri con il suo aspetto da “carro armato” su zampe. Non ci assiste invece il tempo. Intorno a noi è tutto un susseguirsi di lampi e tuoni che non promettono niente di buono. Con questo tempo inutile sperare nell’avvistamento di altri animali e poi è meglio correre a mettere al riparo tutto quello che è fuori dal fuoristrada. Mentre risistemiamo si alza un vento piuttosto forte ed i lampi ed i tuoni arrivano anche da noi. Non piove, solo 4 gocce distanziate di molti minuti l’una dall’altra, ma nel buio e nel silenzio della savana i fulmini, i tuoni ed il vento risultano come “amplificati” e fanno ancora più paura. E non aiuta certo il pensare di affrontarli in una tenda sotto un albero. Così passiamo una prima mezz’oretta in macchina, ma i sedili di un single-cab non sono il massimo in fatto di comodità quando si vuole dormire. Per questo, vinti dalla stanchezza e dal mal di schiena, rinfrancati da un momentaneo momento di calma, decidiamo di salire in tenda. Ci giochiamo la carta “calcolo delle probabilità”; che il fulmine debba colpire proprio noi? Ma no!!! La nostra parte di sfiga l’abbiamo già avuta nei giorni passati. Ci addormentiamo di botto. Nonostante il tempo fa ancora molto caldo, questa volta usiamo il sacco a pelo ma lasciamo alcune delle finestre aperte. Continuo a non crederci. Ho solo una vaga percezione che sia piovuto, ma se anche è stato, non si è certo trattato di molto visto che la mattina la terra è appena umida. Comunque non scorderemo tanto facilmente la potenza della natura vista da una tenda montata sul tetto di un fuoristrada.

5° giorno, 29.9.2009
Halali – Okaukuejo: 62 km di strada sterrata ben battuta
Pernottamento all’ Okaukuejo Camping: costo tot. N$ 400 N$ 199 per la piazzola + N$ 99 a persona).
Sveglia alle 6:30. Il tempo è ancora nuvoloso, andiamo alla pozza ma capiamo che è inutile e quindi caffé rinvigorente e via con destinazione Okaukuejo, il terzo campeggio all’interno dell’ Etosha all’ altro cancello di entrata. Nel percorso abbiamo modo di rivedere tutti gli animali in gran quantità, anche perché in questa parte del parco le strade sono tutte aperte e quindi possiamo girovagare di più allontanandoci dalla via principale verso i luoghi di più probabile avvistamento. Il paesaggio è bellissimo, un continuo alternarsi di savana più o meno brulla con tutte le possibili tonalità dei marroni e dei gialli. Continua a stupirci la calma e la quiete con cui si muovono gli animali ed il cauto rispetto con cui stanno vicini e dividono gli stessi spazi razze diverse. E la massima espressione di tutto ciò la troviamo nell’ultimo posto che visitiamo prima del rientro in campeggio. Una vastissima depressione affollata da zebre, giraffe, gnu, antilopi, orici, springbok, struzzi etc. etc …… ed anche loro …… Leo e Lea!!!! Due esemplari, maschio e femmina, di leone. Possenti e regali, guardati con rispetto ed occhio guardingo dagli altri animali.
Da un punto di vista naturalistico abbiamo raggiunto il massimo concentrato in un unico posto.
Ad una visione di insieme sembra un’ambientazione tratta da “L’era glaciale” o “Madagascar”, una di quelle scene in cui animali di varie razze si mischiano insieme nell’affaccendarsi quotidiano. Sembra davvero di essere tornati a qualche era passata, a quando l’uomo non era altro che un altro attore della quotidiana lotta per la sopravvivenza. Lotta della quale abbiamo avuto una indimenticabile manifestazione la notte verso le 23:00.
Rientrati al campeggio siamo andati a goderci il tramonto alla pozza e siamo stati allietati da un branco di elefanti, con tanto di due piccolini, che sono venuti ad abbeverarsi. Non ho scelto il termine “allietati” a caso. Sembrava di essere al circo. Sono arrivati apparendo all’improvviso dalle piante, si sono avvicinati alla pozza, l’hanno girata quasi tutta, come in una passerella intorno alla pista di un circo e hanno iniziato a bere dal canale di alimentazione della pozza stando, quindi, rivolti verso di noi come in segno di saluto. Come se ci stessero mostrando il loro spettacolino per turisti “umani”. Dopo delle belle sorsate sparate in bocca con la proboscide c’è stato il tempo per lo scambio affettuoso di qualche carezza tra mamma e piccolino e poi via. Calmi, lenti e pacati come sono arrivati sono ripartiti.
Così siamo andati a mangiare al ristorante del campeggio, tanto per provare una volta la loro cucina. Li abbiamo assistito allo spettacolo dei bimbi della locale scuola che hanno cantato e danzato per il piacere del turista e per racimolare qualche soldino. E se non fosse per il pensiero che con quei pochi spiccioli riusciranno a comprare libri e quaderni non rimarrebbe, nel cuore, che l’amaro per la finzione di uno spettacolo, fatto “apposta” per i turisti, a cui questi bimbi sono costretti da una condizione di bisogno che non nasce solo dalla sfortuna di essere nati in un paese caratterizzato da condizioni di vita più difficili delle nostre. ……..
Finito lo spettacolo, complice la stanchezza, decidiamo di andarcene a letto. Anche domani mattina ci dobbiamo alzare presto e poi il forte vento invoglia ad accucciarsi nel sacco a pelo. Ed è proprio mentre ci gustiamo il rumore del vento che sembra voler portare via la tenda che ci troviamo a vivere uno dei momenti che più caratterizzeranno i ricordi di questo viaggio. La lotta tra elefanti e leoni.
Tutto è iniziato con i primi barriti che hanno sovrastato il vento per potenza e che ci hanno fatto chiedere quale potesse essere il motivo di tale agitazione. La risposta l’abbiamo avuta quando dopo un po’ abbiamo sentito alternarsi a quei gridi di allarme il ruggito del leone. E da quel momento, per una mezz’oretta la natura ci ha regalato i suoni dello scontro per la sopravvivenza. Suoni che è difficile spiegare a parole. Il barrito dell’elefante che impressiona per potenza ed esprime la paura e la rabbia della preda o, più probabile, della madre che cerca di proteggere il piccolo. Il brontolio sommesso del leone che pur su note basse arriva tra i rumori del vento come il rombo di un terremoto, capace di farti sentire quasi una vibrazione fisica sulla pelle e che poi esplode in un ruggito che esprime la forza e la potenza del cacciatore.
Nella mezz’oretta che è durata la lotta i suoni si sono allontanati e riavvicinati più volte. Anche per colpa del vento non posso dire quanto metri ci separassero da loro, ma penso che in alcuni momenti sono passati molto vicini al recinto del campeggio ed alla pozza che avevamo accanto.
Buio, vento, spazi aperti immensi, il barrito dell’elefante ed il ruggito del leone, impossibile non pensare alla debolezza dell’essere umano, alla sua impotenza di fronte a questi animali, al terrore atavico che ancora il ruggito ci scatena dentro.
Tanto che durante una pausa Patrizia ha iniziato a scendere le scalette per andare a fare pipi. Il ruggito del leone “l’ha fatta persuasa”, per dirla alla Montalbano, che non era necessario arrivare ai bagni. Preferibile, con la fifa di un morsetto nel sedere, un veloce adempimento vicino alla macchina e poi di nuovo in tenda.
Passato tutto ciò la notte è proseguita con un’altra bella dormita nel calduccio (nonostante le finestre aperte) della notte africana.

6° giorno, 30.9.2009
Okaukuejo – Opuwo
C38 dir. Sud per 105 km fino ad incrociare la C40 (9km prima di Outjo)
C40 dir. Nord/ovest per 155 km fino a Kamanjiab
C35 dir. Nord per 187 km fino all’incrocio con C41
C41 dir. Ovest fino ad Opuwo: 56 km
Pernottamento al Kunene Villane Restcamp –da Opuwo 2 km sulla gravel road D3703: costo totale N$ 80 (N$ 40 a persona)
Ancora con l’emozione della notte nella testa e nel cuore, ed una buona dose di caffé in pancia, alle 7:15 siamo partiti per Opuwo. Lasciamo il parco naturale e ci dirigiamo a Nord. La nostra destinazione è la regione del popolo Himba, una delle etnie della Namibia, che ha deciso di vivere ancora allo stato seminomade, vivendo di pastorizia e dell’allevamento di qualche capo di bovini.
Sosta nel paese di Outjo per fare il rifornimento di benzina e generi alimentari. Scegliamo il supermarket dove non vediamo persone bianche. Appena scesi dal pick-up veniamo assaliti da una folla di bambini e ragazzi che ci chiedono i nostri nomi e quelli dei nostri genitori o parenti. Li intagliano su palline di legno (che scopriremo poi essere il frutto delle palme) per vendercele all’uscita dal negozio. Nel Market c’è pochissima roba, comunque acquistiamo uova, pane, wurstel, salcicce, latte, biscotti e frutta (buonissime le arance). Usciamo quasi di corsa per tagliare il cordone di ragazzi che ci attendono al varco per venderci i souvenir, montiamo in macchina al volo e via per Opuwo. Il pranzo sarà uno dei pic-nic più in aperta campagna mai fatti (battuto forse solo da quello fatto al ritorno da Opuwo due giorni dopo), in una delle tante piazzole di sosta lungo gli interminabili rettilinei. Caldo secco, silenzio, traffico inesistente, spazi vuoti e semiaridi, la consapevolezza che Otujo, l’ultimo centro di un certo rilievo, è oramai a centinaia di Km, e con tre caprette che ci fanno compagnia e con cui dividiamo l’ombra dell’unica pianta nel raggio di molti metri.
Ripartiamo per l’ultima tappa e proseguendo su quello che è il rettilineo più lungo che abbia mai visto. La C 35 fa impallidire anche i rettilinei americani, decine, anzi, centinaia di Km senza una curva, con i giochi ottici del sole e del caldo che rendono la strada vaporosa e “finta”.
Arrivati ad Opuwo ci rendiamo conto di essere arrivati nella vera Africa. Nella ricerca del nostro campeggio percorriamo il chilometro della strada principale. Un susseguirsi di misere bancarelle, negozi scalcinati e dall’aspetto di baracche, pretenziosi market e take-away, officine, panetterie e locali di ritrovo. Un insieme di persone appartenenti a varie etnie e culture a passeggio da sole, in coppia, in famiglia o ferme in gruppi a parlare, ognuna con le sue caratteristiche. Bambini vestiti di pochi stracci; donne Herero con i loro coloratissimi vestiti vittoriani; donne Himba vestite solo con un gonnellino e tante collane e monili, con la pelle ed i capelli del caratteristico rosso della mistura di fango e burro con cui si cospargono tutto il corpo; uomini Himba con il loro gonnellino, il mantello, il bastone ed il machete; uomini e donne in semplici vestiti occidentali. Ma tutti con una caratteristica comune. Il sorriso e lo sguardo fiero di chi, pur nella povertà, sa essere, se non proprio felice, comunque più sereno di quanto spesso riusciamo ad essere noi con i nostri agi.
Il campeggio è sul versante opposto della collina su cui si arrampica la città di Opuwo. È molto semplice; la piazzola per il fuoristrada, un tavolo di cemento per mangiare, un bagno ed una doccia ridotti al minimo indispensabile (stile carcere turco). Ma la cosa particolare è che siamo soli. Noi ed i ragazzi che lo gestiscono e fanno da guardiani.
Senza neppure scaricare il materiale da campeggio decidiamo di tornare al paese a piedi. Per arrivarci dobbiamo attraversare una zona di periferia che ci fa dubitare che andare a piedi sia la scelta giusta. Case povere di una zona più isolata sono il luogo perfetto per un furto od anche di peggio. Sarà la paura infantile inculcataci dai genitori con le minacce “dell’omo nero?”. O peggio sarà l’effetto della paura del diverso della cultura cosiddetta “civile”?
O sarà che abbiamo traslato in quell’ angolo di mondo i vizi ed i peccati di quelle realtà a noi molto vicine per chilometri, ed a loro per condizioni di vita?
Ma la curiosità dei bambini che ci vengono a vedere, i saluti delle donne nelle case (baracche in muratura) ed i sorrisi degli uomini a lavoro ci convincono che forse ci siamo lasciati condizionare da troppi preconcetti.
Non che il pericolo non ci sia, anche se più concreto nelle città, ma la passeggiata in quella periferia del paese di Opuwo è stata la prima dimostrazione, confermata nei giorni successivi, che la povertà, gli stenti, la difficoltà di usufruire della cultura, la mancanza di lavoro, il confronto perdente con il benessere dei bianchi, anni di apartheid, soprusi e sfruttamenti, non hanno generato più delinquenza di quella che possiamo trovare passeggiando per Napoli, Bari o Palermo. Sono convinto che abbia più senso temere tante borgate di Roma o quartieri di Milano.
Probabilmente avremmo avuto anche fortuna, non lo metto in dubbio, ma forse abbiamo anche saputo porci nel modo giusto. Li abbiamo rispettati.
Rispondendo ai loro saluti; fermandosi a fare una carezza e parlare con i bimbi; salutando per primi le persone anziane; evitando, anche se a malincuore, di usare la macchina fotografica. Guardandoli come nostri simili. Senza lo sguardo stupito di chi vede un animale raro allo zoo, di chi vede nell’altro un fenomeno da baraccone, di chi vede nell’altro un malfattore.
E tutto è partito da li. Da quell’insieme di misere casette che da noi sarebbero usate come pollai (sempre che ne esistano ancora di così malandati), lungo strade sterrate affollate di bimbi che giocano nella polvere con …. Niente!!!! O con quel poco che può diventare un gioco …. Un copertone, una bottiglia, un filo di ferro, un bastone di legno.
Tornati sulla strada principale passiamo davanti alla scuola che, come tutte quelle che troveremo in seguito, è rigorosamente recintata e tappezzata sui muri esterni di disegni che promuovono la conoscenza del pericolo Aids e l’orgoglio della propria identità etnica. L’Aids è infatti un grosso problema in un paese in cui è molto frequente lo stupro e la poligamia ma non ancora l’uso del profilattico.
In questa scuola bambini dai 4/5 ai 10/11 anni giocano tutti insieme con un pallone di stracci poco più grosso di un pompelmo, mentre altri bimbi giocano alla guerra con fucili ricavati utilizzando i tubi di scarico dei lavandini. Dall’altra parte della strada un’altra classe sta facendo educazione fisica in quello che dovrebbe essere il campo di calcio. L’unica cosa corretta è l’uso del termine “campo” perché tale è. Un campo con due porte senza la rete. E come in una scena da commedia “fantozziana”, sotto la guida di un professore, si allenano ragazzi e ragazze di varie età, chi con la gonna, chi con i pantaloncini e chi con i pantaloni lunghi, quasi tutti scalzi, qualcuno con le ciabatte.
All’inizio del centro del paese incontriamo gli altri due unici turisti presenti quel giorno ad Opuwo.
Una coppia asiatica, non gli abbiamo neppure chiesto di dove precisamente, troppo occupati a manifestarci, reciprocamente, lo stesso sentimento di smarrimento e senso di essere noi gli “strani”, gli extra-comunitari fuori luogo. E ridiamo del fatto che anche loro, come noi, hanno iniziato il giro del paese con la paura di essere aggrediti. Paura poi sparita di fronte alla gentilezza delle persone ed alla bellezza di tutto il contesto. Peccato che loro pernottino dalla parte opposta del paese. Un po di compagnia non ci sarebbe stata male. Non sono neppure 24 ore che abbiamo visto l’ultimo bianco e già iniziamo a capire quanto si debbano sentire spaesati, deboli, indifesi, aggredibili, tutti quei poveri ragazzi che dopo mesi di faticosi viaggi (altro che 15/16 ore di aereo come noi) arrivano nel nostro paese nel mezzo a gente ed ambienti che non hanno mai visto e non capiscono.
Salutati i due ripercorriamo a piedi la strada fatta prima in macchina.
Incontriamo uno pseudo - computer shop (così recita la scritta sulla porta), che avrà appena una calcolatrice, market meno forniti di tante cucine dei nostri appartamenti, barbieri che hanno al massimo un paio di forbici e tutta una serie di attività che pur nella loro semplicità garantiscono quel che serve per la vita del paese. Ciò che più colpisce sono comunque le donne Herero e quelle Himba. Le prime con i loro vestiti di stile vittoriano ed il buffo cappello con due punte tipo corna di mucca. Le seconde disinvolte nella loro nudità, con il corpo completamente ricoperto, capelli compresi, da uno strato di una crema rossastra che gli conferisce l’aspetto di una statua di creta.
Entriamo anche in un negozio di abbigliamento e Patrizia non resiste alla tentazione di provare qualche capo, mentre io rimango in attesa nel mezzo a donne ed uomini che si chiederanno cosa cavolo ci faccio io, bianco e quindi con i soldi, in un negozio come quello. Purtroppo le taglie non vanno bene e quindi Patrizia non può avere la soddisfazione di un “souvenir”.
Ad un certo punto il tempo peggiora repentinamente e quindi decidiamo di tornare indietro, saltando una visita più approfondita delle vie che si dipartono da quella principale, tutte rigorosamente sterrate e cosparse di mucchi di rifiuti. Ma il tempo volge veramente al brutto e ci troviamo immersi nella polvere sollevata dal vento. Per noi è veramente fastidiosa, non si vede più niente e fa male agli occhi. Per loro è la normalità tanto che la lezione di educazione fisica sta continuando regolarmente con tanto di partita in corso nonostante la visibilità sia limitata a pochissimi metri.
Tornati in campeggio consumiamo la nostra veloce cenetta e poi mi fermo a scrivere qualche appunto: seduto sotto una tettoia di rami, alla periferia di un villaggio in una remota zona dell’Africa, alla luce di una lampada a gas fa tanto esploratore dell’800. Sembra proprio la scena di uno di quei film nei quale l’avventuriero, alla fine di una dura giornata di viaggio e scoperte, riporta nel diario di viaggio gli appunti da riferire in patria. Che emozione!!!!! E siccome la luce della lampada a gas, sommata a diversi km di guida, concilia notevolmente il sonno arriva molto presto l’ora della nanna. Questa notte non avremmo certo problema di rumori. Da soli in un campeggio fuori dal paese. E infatti ci facciamo l’ulteriore grossa dormita.

7° giorno, 1.10.2009
Opuwo – Epupa falls
C43 dir. Nord per 200 km
Pernottamento all’Omarunga camp: tot costo N$ 152 (N$ 76 a persona)
Oggi il programma prevede l’arrivo alle Epupa falls. Prima di metterci in marcia facciamo un salto al supermercato per fare la spesa. Da fuori ci dava l’idea fosse più fornito, invece riusciamo a trovare poco per fare scorte per i prossimi due giorni. Così ci fermiamo alla “bakery” (da dire che almeno nei nomi delle insegne sembra di essere in una qualunque città europea) per un paio di panini ed in un altro market che, da fuori, appare molto più povero dell’altro, e dentro è proporzionalmente molto più vuoto e sfornito. Il problema pranzo rimane aperto. Così Patrizia decide di tentare con un “take away” di fronte al quale stazionano, ridenti, vari ragazzi e ragazze. Anche qui poca roba, la scelta si limita a qualche pallina di pasta fritta. Per non correre rischi ne prende due per assaggio e torna alla macchina. L’aspetto e invitante e così decidiamo di usarle non per pranzo ma per colazione, anzi per subito. Ingredienti sconosciuti, frittura in chissà quale sostanza liquida ma sapore buono. Possono rappresentare una buona idea per il pranzo e così Patrizia torna dentro per comprarne altre, tra le risa dei ragazzi che sembrano divertiti dal nostro apprezzamento per il loro cibo.
Tra una cosa e un’altra partiamo che sono già le nove ma non è un problema, la tappa, anche se su strada sterrata è di soli circa 200 km ed in Namibia su queste strade il limite è di 100 km/h.
Fin da subito notiamo quello che sarà il filo conduttore delle due giornate nel nord. Lungo la strada incontriamo tantissime persone che chiedono passaggi, chi per andare in un altro villaggio, chi per andare a trovare qualcuno, chi, come i bambini fuori dalle scuole, per tornare a casa. Peccato che noi abbiamo un pick-up con soli due posti e un cassone chiuso per buona parte occupato dall’attrezzatura da campeggio. Quanto avrei voluto avere un mezzo con più posti!!! Solo pochi racconti, dei tanti letti prima del viaggio, parlavano di passaggi dati agli abitanti del luogo, ma sempre descrivendoli come eventi particolari ed isolati. Noi possiamo dire che è diffusissima (oltre che obbligata in un paese in cui i possessori di auto sono molto pochi) la pratica dell’autostop e che è quasi, non dico un dovere o un obbligo, ma comunque un uso e consuetudine il mettere a disposizione il proprio mezzo per trasportare chi ne ha bisogno.
L’altro filo conduttore sarà l’essere raggiunti lungo i bordi della strada dai bambini che vengono a chiedere soldi, acqua, vestiti, od anche solo una penna od una qualsiasi cosa possa rappresentare per loro un gioco o un motivo di interesse. Una macchina che corre a 100 km/h lungo una strada sterrata alza una nuvola di polvere e fa un rumore tale che sanno del nostro arrivo molti km più avanti e quindi con molto anticipo. E così si avvicinano alla strada, in attesa, arrivando dai villaggi di capanne di fango o di baracche di legno e lamiera, che sono nascosti e mimetizzati tra la scarsa vegetazione, oppure dai campi dove stanno a guardia dei piccoli greggi. Siamo consapevoli che l’elemosina non è il miglior modo per aiutare questi popoli ma dopo un po’ non resistiamo a quegli occhioni che ci guardano imploranti. E così prima ci fermiamo per dare da bere a due fratellini e poi, con la scusa di una foto e di due parole, ci fermiamo per dare qualche Nad ad un altro gruppo di bimbi.
E per chiudere con i rimpianti decidiamo anche di dare un passaggio ad un uomo Himba. Siamo ancora novellini nel ruolo di taxisti e quindi ci sembra brutto farlo accomodare nel cassone come un animale. Così Patrizia va a fare il cagnolino dietro con i pochi bagagli dell’uomo e lui verrà davanti con me. Lo accompagniamo a casa sua nel villaggio di Okongwati. Entrando dentro al villaggio vediamo che c’è una scuola, così chiediamo al nostro compagno di viaggio se è possibile andarci e per consegnare le penne, le matite ed i pennarelli che ci siamo portati dall’Italia. L’uomo, di cui non ricordo il nome, ci dice che non ci sono problemi e così parcheggiamo davanti casa sua e ci avviamo verso l’istituto. Nel cortile ci sono vari bimbi che giocano nella polvere e ci facciamo indicare dove poter trovare gli insegnanti. Ci accompagnano verso le aule dove si stanno tenendo le lezioni e qui possiamo consegnare il materiale. E, nuovamente, malediciamo tutte le guide che ci hanno convinto a portare troppi di quegli indumenti pesanti, mai utilizzati, che hanno rubato posto in valigia a più materiale da donare.
Salutati gli insegnanti ed i ragazzi torniamo alla macchina passeggiando per le strade del paese che altro non sono se non sentierini battuti tra le baracche. Alla macchina troviamo l’uomo a cui abbiamo dato un passaggio, ci facciamo alcune foto insieme, ci salutiamo e siamo pronti per ripartire.
Arriviamo alle Epupa falls verso le 12:30.
Già il primo impatto è qualcosa che lascia sbalorditi. Una vera e propria oasi. Dopo centinaia di chilometri di territorio caratterizzato dalle varie tonalità di giallo e marrone delle zone di deserto sassoso, delle savane di erba quasi secca, del bush di radi alberelli ed arbusti, appare tutto ad un tratto il verde rigoglioso delle palme. Impossibile non riflettere sull’importanza dell’acqua, su cosa voglia dire averla o meno, su quali riflessi possa avere sullo sviluppo della vita. Solo dopo giornate passate nel mezzo a territori aridi riusciamo a comprendere appieno il valore dell’acqua.
Alle Epupa non c’è nulla oltre un posto di guardia militare, i due campeggi per i turisti e le poche baracche o tende in cui vivono gli inservienti dei campeggi. Il campeggio, non molto grande, è proprio sulla sponda del fiume, cento metri a monte delle cascate, immerso nell’ombra delle palme. Preso possesso della piazzola ci fermiamo ad ammirare il paesaggio. Sembra di essere nell’Eden. Vegetazione rigogliosa, acqua calma, uccellini di varie razze che svolazzano cinguettanti, poco lontano il vapore prodotto dalle cascate che sale in alto ed un silenzio rilassante. Tutto concorre ad ispirare un senso di pace e serenità. Siamo oramai lontanissimi dalla modernità della città, alla fine di una strada che dopo centinaia di chilometri finisce li, in un oasi nel mezzo al deserto. Di fronte, sull’altra sponda del fiume, l’Angola, uno dei paesi più tormentati dalla guerra civile nell’epoca contemporanea.
Mangiamo ed andiamo a vedere da vicino le cascate, passeggiando sulle rocce a strapiombo sul fiume sottostante, ammirando la maestosità e la particolarità dei Baobab. Oltre che enormi e buffi per la forma stupiscono per i posti dove crescono, abbarbicati alle rocce nei punti più impensabili per la vita di una pianta e, quando sono giovani, per l’aspetto da patata con la buccia fina e qualche getto.
Quello che lascia estasiati non è tanto la bellezza della cascata di per se, perchè non raggiunge la spettacolarità di tante altre nel mondo, ma la visione d’insieme che trasforma un remoto angolo del mondo in un luogo di quiete e pace.
Alle 15:00 parte il tour nel villaggio Himba che il campeggio mette a disposizione. Un pò perché iniziamo ad essere fuori stagione turistica e quindi siamo proprio in pochi all’Epupa, un po’, forse, per la pigrizia degli altri pochi turisti più attratti dalle panchine in riva al fiume, al tour partecipiamo solo noi due con la guida e l’autista.
Per visitare i villaggi Himba, benché quelli vicino alle Epupa siano abituati a queste visite, è comunque necessario andare con un guida locale che chiede il permesso al capo villaggio e lo omaggia di doni per conto nostro. Il dono che è usanza portare è preferibile che venga scelto dalle guide e non lasciato alla libera idea del turista perché, come ci dice il gestore del campeggio, si evita di correre tre rischi. Il primo è quello di portare cibi troppo diversi dai loro gusti e quindi per loro immangiabili. Il secondo di portare cibi od oggetti “occidentali” che piacciono ma che non potranno ritrovare, rischiando di generare invidia ed aspettative impossibili da realizzare. Il terzo l’inquinamento. Nella cultura Himba non esiste il concetto di conservazione del territorio. Sono abituati a gettare la roba per terra in ogni posto. E questo comportamento, nel momento in cui entrano in contatto ed in possesso di oggetti “occidentali” fatti con materiali non degradabili, rischia di trasformare i villaggi in enormi pattumiere.
Per spiegare chi sono gli Himba riportiamo una delle tante descrizioni attinte da Internet prima di partire:
“Il popolo Himba è un sottogruppo del gruppo etnico Herero. Questo comprende diversi sottogruppi tra cui i Tjimba (o Ovatjimba) , provenienti dall’Angola e gli Himba (o Ovahimba) , due espressioni dello stesso ceppo con caratteristiche e abitudini di vita pressochè uguali.Quando gli altri Bantù di lingua Herero, nel corso del XIX secolo, furono messi in fuga dai guerrieri Nama e migrarono verso il centro della Namibia, gli Himba restarono nel nord, in un’area di difficile accesso, continuando a praticare la pastorizia seminomade. Isolati per lungo tempo in zone inaccessibili, non subirono, come i fratelli Herero, l’influenza della colonizzazione europea riuscendo così a conservare intatti costumi e tradizioni ancestrali. Il loro territorio è il Kaokoland, la cui capitale è Opuwo, ove vivono allevando bestiame, e per tutto il territorio è possibile incontrare enormi mandrie di bovini che rappresentano la loro ricchezza. Il bestiame è la vita per gli Himba, in un modo che va al di là del nostro modo di pensare e svolge un ruolo fondamentale nelle cerimonie e nei rituali. Per tale motivo le vacche sono sacre al punto da costituire un tabù alimentare: una vacca viene uccisa, per essere usata come cibo, secondo un complesso rituale arcaico, solo in occasione di eventi solenni come matrimoni, funerali, la comparsa dei primi denti o il primo mestruo. La morte di un capo tribù è occasione per sacrificare una vacca mediante decapitazione: la testa viene impalata su lunghi rami e deposta sulla tomba mentre il resto della carcassa viene abbandonato agli animali predatori. In sostituzione gli Himba si cibano di carne di capra. Le vacche sono considerate animali “sacri” perché rappresentano la ricchezza e pertanto chi possiede un numero grande di capi acquista prestigio e guadagna posizione sociale e potere politico. I bovini sono usati per “comprare” una sposa o anche per pagare multe o indennizzi : l’adulterio, ad esempio, è punito con l’ammenda di sei tori, l’omicidio con quindici. I Tjimba vivono in villaggi più vicini alla capitale Opuwo, gli Himba, invece, pur essendo sparsi su tutto il territorio , sono concentrati soprattutto nella zona più a nord ovest, nei pressi delle Cascate Epupa. Gli Himba , etnia di lingua herero, in seguito ad intricate vicende storiche, furono costretti ad abbandonare le terre di origine perdendo nella diaspora il bestiame. Fu così che si videro attribuire il soprannome di “miserabili”. Il nome Himba o Ova-Himba vuol dire, infatti, “coloro che chiedono” perché, nell’ottica del pastore africano, un uomo senza vacche non può essere altro che un mendicante. E la vacca per gli Himba è qualcosa di più che una macchina per produrre proteine : è il perno intorno a cui ruota la vita familiare e sociale. Gli Himba rappresentano l’etnia più caratteristica della Namibia mantenendo ancora le tradizioni ancestrali da 5000 anni ad oggi : sono pastori seminomadi che vivono tuttora in capanne molto rudimentali ed essenziali. La loro cultura è oggi a rischio e dipende anche dalla responsabilità individuale del viaggiatore se la loro società tradizionale, rimasta sino ad ora isolata, sopravviverà all'impatto col mondo moderno. Finora, vissuti di allevamento di sussistenza in aree remote della Namibia , si sono largamente sottratti alle influenze occidentali e mantengono orgogliosamente i costumi degli antenati. Essi si ostinano a rifuggire dal mondo moderno e la “polizia del pudore”, istituita dai missionari , non è mai riuscita a persuadere le donne Himba a coprirsi il seno. Di conseguenza le donne di questa tribù hanno mantenuto il loro delizioso e inconfondibile abbigliamento tradizionale : un gonnellino corto formato da più strati sovrapposti di pelle di capra tenuto in vita da cinture che si differenziano in relazione all'età e allo stato civile : una cintura bianca, braccialetti bianchi o collarini anch’essi bianchi indicano che la ragazza non ha raggiunto la pubertà e non è ancora sposata. Il bianco è praticamente il segno che la ragazza è ancora molto giovane. La donna sposata porta invece una cintura di metallo. Gli Himba non conoscono il metallo ma se lo procurano, barattandolo con le tribù vicine , come gli Ovambo. Poi lo lavorano e ne fanno soprattutto delle cavigliere utilizzando dei tondini di acciaio e dei fili di cuoio; alla nascita del primo figlio aggiungono un filo e così questo alto gambale di perle in ferro battuto, infilate in lacci di cuoio, continua ad alzarsi, ricoprendo caviglie e polpacci, non solo a scopo estetico ma anche per protezione contro i morsi dei serpenti. Anche gli avambracci sono avvolti da fili di rame e da molti bracciali mentre i piedi sono nudi. Hanno il seno nudo e il resto del corpo ornato di gioielli che consistono principalmente in pesanti collane realizzate con rame, piccole palline di ferro, conchiglie e ossa infilate in sottili stringhe di cuoio. Soprattutto le conchiglie sono i monili più preziosi; dopo la nascita del primo figlio le donne possono adornare il petto con l’ “ohumba”, la grande conchiglia sacra proveniente dalle coste dell’Angola, a forma di cono, levigata e resa lucente, simbolo di fecondità, gioiello prezioso ereditato dalla madre. Anche la cura della pelle del corpo e dei capelli è fuori del comune: la donna Himba si cosparge tutto il corpo, per più volte al giorno, con un impasto di ocra e grasso animale cui vengono aggiunte erbe aromatiche: un impasto di color rosso, una vera “crema di bellezza” che viene messa sulla pelle, sui capelli e sugli abiti, con lo scopo di proteggere l’epidermide dal torrido sole del giorno, dal freddo della notte e dall’assalto degli insetti e per contrastare il naturale invecchiamento (evidentemente funziona, visto che anche le donne più anziane conservano una pelle meravigliosamente liscia). Rappresenta, inoltre, quasi un rito iniziatico per essere più seducenti, un “richiamo sessuale”. L’ocra usata per la preparazione della “crema” proviene da una pietra morbida di origine dell’Angola, il burro è il derivato del latte di capra. Gli ingredienti, mescolati tra loro e con un’erba profumata preventivamente pestata, vengono conservati in contenitori ricavati da corna di vacca e rivestiti sopra e sotto con pelle. Le donne non si lavano mai, si cospargono 2-3 volte al giorno con questo impasto e, mensilmente, per eliminare i vari strati, cospargono la pelle con una mistura di ocra e farina di polenta, che ha la funzione di “abrasivo” come uno scrub, mentre i capelli vengono ripuliti con la cenere. Quasi maniacale è l’attenzione che gli Himba pongono alle loro acconciature costituite, sia nei maschi che nelle femmine, da trecce che essi identificano con le corna lunate degli zebù e sono espressione del loro status sociale. Le acconciature intrecciate delle donne sono molto complicate, delle vere opere d’arte: le bambine portano due treccine davanti che ricadono sul viso oppure due treccine davanti e due dietro; le fanciulle nubili si acconciano con tante treccine. L’ornamento sulla nuca sta a simboleggiare l’arrivo del mestruo perché si capisca che la ragazza è pronta per prendere marito e, comunque, per mettere al mondo figli. Le donne sposate lasciano cadere i capelli sulle spalle in lunghe trecce attorcigliate e tempestate di nastri e, per farle apparire più lunghe, intrecciano le chiome con fibre di piante. Al centro della testa portano una sorta di diadema a forma di U (erembe) realizzato con pelle di capra. Anche l’acconciatura, come tutto il corpo, è coperta con l’impasto di ocra. Fino al primo mestruo le bambine rimangono in famiglia, poi passano una settimana davanti al fuoco sacro per essere purificate e quindi iniziano a vestirsi e ad acconciarsi i capelli come le donne adulte e sono pronte per il matrimonio. Il matrimonio può avvenire a qualsiasi età; per assurdo, la bambina può avere anche 5 anni, ma, in questo caso, fino alla pubertà rimane con i genitori. Per potere sposare una ragazza è ancora in vigore l’uso dei “lobola” ossia il prezzo, in bestiame, vacche e pecore, che la famiglia dello sposo deve pagare ai genitori della futura moglie per dimostrare che è in grado di mantenerla. Gli uomini sono alti e muscolosi e vestono quasi tutti all’occidentale, infatti, anche se portano il gonnellino, indossano sopra una maglietta. I piccoli portano treccine che vengono intrise di sterco e urina fino all’età di 10 anni, poi vengono rasati ai lati mentre sulla sommità della testa viene lasciata una cresta di capelli da cui parte un codino che ricade sulla nuca che infilano entro un “cappellino” che ricopre i capelli; un codino singolo segnala la loro condizione di adolescenti non ancora maturi per il matrimonio; quando raggiungono la maggiore età si aggiungerà una nuova treccina: questa acconciatura con doppio codino segnalerà che i giovani sono in età da accasarsi. L’uomo sposato si distingue da quello scapolo per una folta capigliatura , che non taglierà mai, raccolta in due trecce attorno alla testa e rinserrata entro un berretto di pelle triangolare che toglierà solo in situazioni particolari come, ad esempio, un funerale durante il quale questa fascia viene tolta e i capelli ricadono sciolti. Il lutto dura un intero anno. Anche le donne mantengono il lutto per un anno intero e durante questo periodo non portano gli ornamenti più evidenti (ad esempio la conchiglia) ma tengono solo quelli che possono essere facilmente nascondibili.
L’abbigliamento degli uomini è uguale per tutti: perizoma di pelle di capra o di bovino pieghettato sul davanti e decorato con perline, sandali di cuoio, collanine al collo. Essi si cospargono il corpo con grasso misto a cenere. Un rito specifico degli Himba consiste nell’ ablazione degli incisivi inferiori: verso i 13-14 anni, appena raggiunta la pubertà, si fanno saltare questi denti tramite un pezzettino di legno apposito colpito in maniera decisa con una pietra mentre quelli superiori vengono limati. Questa ritualità un tempo era obbligatoria ma oggigiorno è facoltativa. Nonostante questo i giovani Himba sono pronti a dimostrare a tutti gli altri di essere fieri di appartenere a questo popolo e quindi accettano di sottoporsi a questo rito. Sebbene agli europei ciò possa sembrare crudele esso deve necessariamente essere visto come una ritualità legata alle tradizioni di un popolo, al pari delle scarificazioni in alcune popolazioni della valle dell’Omo, le collane attorno al collo delle “donne giraffa” o i tatuaggi che ricoprono quasi interamente il corpo dei Maori in Nuova Zelanda. La vita del popolo Himba della Namibia, selvaggia e pastorale, è scandita da consuetudini che si ripetono uguali da sempre ed è segnata dalle transumanze degli animali che costituiscono la ricchezza del popolo. La loro struttura sociale è molto complessa e dettata da una forte commistione di un sistema di tipo patriarcale con uno stampo matriarcale. Mentre, infatti, gli uomini sono formalmente i capi clan, è la discendenza matrilineare a determinare le parentele. I villaggi, su base familiare, ospitano poche decine di persone e conservano usi e costumi tradizionali grazie anche al loro lungo isolamento dovuto alla presenza dell’esercito sudafricano. Solo con la recente indipendenza della Namibia i territori Himba si sono aperti al turismo. L’unità abitativa è il “kraal”, di forma circolare, entro cui si svolge la vita; è composta da due cerchi concentrici: da un recinto per gli animali e da capanne a cupola, molto semplici , che , come quelle dei Masai, sono costruite con rami di mopane o di acacia e fango e ricoperte con un impasto di argilla e sterco bovino. Sul tetto delle capanne sono posti tutti gli arnesi da lavoro. All’interno della capanna c’è una sorta di cono fatto con stecchetti ed erba intrecciata , sotto il quale viene messo il carbone acceso per profumare gli indumenti e gli ambienti. Il capo villaggio ha più mogli: la prima viene scelta dalle rispettive famiglie quando i futuri sposi sono ancora in fasce. Le due famiglie di origine sono lontane e in questo modo si evitano incroci fra consanguinei. Le altre mogli le sceglie lui ma esse possono anche rifiutare. L’uomo già sposato e in cerca di altre mogli può decidere di sposare anche una bambina ma la giovane fanciulla va a stare con lo zio materno finchè non è pronta al matrimonio, ed è lei l’unica moglie a dormire con il marito, le altre hanno ciascuna una propria capanna. Durante la notte dormono nelle capanne per ripararsi dal freddo; normalmente quella del capo villaggio ha il retro che guarda verso est ma l’uomo si muove e ogni notte va in una capanna o l’altra.In ogni villaggio Himba, tra la capanna del capo e il recinto degli animali è posto il “fuoco sacro”: è questo un luogo di culto legato alla sfera religiosa. Gli Himba credono che il fuoco metta in comunicazione gli uomini con il dio, attraverso gli spiriti degli antenati; ritengono che le anime dei morti abbiano poteri sovrannaturali e influenzino i viventi riuscendo a metterli in contatto con il dio Mukuru. Da ciò deriva la necessità di mantenere buoni rapporti con le anime attraverso il fuoco sacro. Il fuoco è, generalmente, un unico ceppo che arde giorno e notte, ed è cura della prima moglie e della prima figlia vegliare perché non si spenga. Secondo un rito preciso il fuoco deve essere acceso la mattina e la sera mentre durante il giorno le braci sono conservate nella capanna del capo. Intorno al fuoco si celebrano tutti i rituali della comunità: si tengono assemblee, si prendono le decisioni più importanti, si invoca la guarigione di un malato (se il fuoco si affievolisce non è un buon segno). E durante le cerimonie sarà questo ceppo a dare vita al fuoco tribale per simboleggiare un contatto con le anime. E’ vietato camminare sulle braci ma anche attraversare la linea che unisce il fuoco e la capanna del capo.Una grande cerimonia viene fatta quando gli animali rubati vengono ritrovati. Gli uomini raccolgono molte foglie di mopane e ne fanno una catasta; il capo tribù “lava” con le foglie il volto dei bimbi e delle donne che procedono in fila inginocchiate. Alla fine della cerimonia viene sacrificato un montone.Nel villaggio e in tutto il territorio ci sono recinti fatti di canne che racchiudono gli orti nei quali vengono coltivati vari vegetali: mais, sorgo, spinacio selvatico e zucche. Molto spesso questi villaggi vengono abbandonati perché, per assicurare pascoli e acqua sufficienti alle mandrie, gli Himba sono costretti a spostarsi continuamente. Questo popolo ha un’economia quasi soltanto di sussistenza; con la vendita di qualche capo di bestiame si procurano gli alimenti che non producono e qualche lusso, come il thè e il tabacco. Per il resto fanno tutto con le loro mani e le risorse ancestrali, gli animali domestici e la vegetazione spontanea. Le abitazioni cilindrico-coniche costruite con rami sigillati con argilla, le recinzioni fatte intrecciando magistralmente rami di acacie spinose, gli attrezzi per la preparazione del cibo: tutto è come nei secoli scorsi. Alle donne spetta un ruolo importante all’interno del clan, dalla cura dei figli alla gestione dell’alimentazione che non è molto varia.La dieta degli Himba consiste principalmente di latte cagliato e di carne di capra, pecora o zebra cacciata a colpi di lancia e con l’ausilio di un potentissimo veleno, tratto dalla linfa dell’arbusto Adenium boehmianum. La mattina i ragazzi mungono le vacche e poi le portano al pascolo. Anche alle donne è permesso mungere il bestiame, ma tocca al capo del villaggio assaggiare per primo il latte di ogni secchio : gli viene porto il recipiente colmo, egli vi bagna le labbra e vi intinge un dito della mano destra, per affermare il controllo sugli armenti e sui prodotti da essi derivati. La sera la cena è rappresentata da latte, mais e uova. Il latte viene spesso mescolato a farina di mais così da formare una sorta di polenta bianchissima che essi mangiano con le mani direttamente dalla pentola in cui è cucinata. Le donne, tutte bellissime, sono onnipresenti nel villaggio e, insieme agli anziani e ai bambini non si allontanano mai dal villaggio mentre gli uomini si dedicano alla cura del bestiame. Alle donne delle singole comunità spetta la proprietà collettiva delle mandrie, sotto il controllo del fratello della madre. Proprio per questo gli uomini, una volta sposati, lasciano la loro tribù per quella della sposa. Però l’autorità politica e religiosa è sempre nelle mani di un uomo, solitamente il capo famiglia o il capo villaggio.Le faccende domestiche sono ben divise anche se alle donne toccano i lavori più duri : ad esse spetta il compito ricavare la quantità giornaliera di farina necessaria, operazione che si esegue strofinando il mais su una pietra appuntita , di pestare il mais e di fare il burro; gli uomini hanno invece l’onere di occuparsi del pascolo del bestiame. L’acqua è spesso insufficiente e deve essere pompata dagli strati più profondi dei fiumi, ma se questo non è possibile gli Himba lasciano il loro kraal alla ricerca di migliori condizioni di vita. Alle donne è anche affidata la cura dei figli verso i quali hanno un rapporto molto tenero. I bambini accompagnano la madre in ogni momento della giornata appesi dietro le spalle, sostenuti da un ingegnoso sistema di cinghie di cuoio, e imparano fin da piccoli ad accudire il bestiame e a rispettare i valori delle tradizioni del popolo. Ridotti a poco più di 7000 individui, gli Himba della Namibia hanno un’indole pacifica e vivono di pastorizia nei loro villaggi ove hanno tutto ciò di cui necessitano e quando questo viene a mancare, abbandonano il villaggio e si spostano in aree più favorevoli. Hanno una grande resistenza e un metabolismo che consente loro di fare a piedi 120 km in un giorno solo (dall’alba al tramonto).”
Il capo del villaggio che abbiamo visitato, tramite la guida, ci spiega che generalmente in ogni villaggio c’è un solo uomo, il capo, che vive con le sue mogli, le loro sorelle, la propria progenie in linea femminile ed i figli. Ogni altro membro maschio, nel momento in cui si sposa, fonda il proprio villaggio. Un villaggio che si sviluppa attorno ad un recinto circolare, fatto di rami di arbusti spinosi e con tanti piccoli igloo di terra quanti sono gli adulti del villaggio. Uno per l’uomo, uno per ogni moglie. Come ci dice una delle mogli, nei momenti passati dentro la sua “casa”, queste capanne vengono costruite dalle donne intrecciando rami di alberi per la struttura portante ed impastando il tutto con argilla e sterco. Ognuna richiede in media un mese di lavoro. Al loro interno giusto qualche pelle di animale per materasso e coperte e le poche suppellettili necessarie per la loro semplice vita. Un recipiente per l’acqua, gli attrezzi per conciare e cucire le pelli, un piccolo fuoco per scaldarsi e bruciare sostanze aromatizzanti, come in un grande incensiere e, nel caso delle donne, i contenitori delle creme che usano per truccarsi.
Quello che appare subito evidente e stupefacente per la nostra mentalità occidentale, è la serenità nelle facce di queste persone. Una serenità che lascia pensare che siano più felici di noi. E non meno forte risalta, nei loro occhi, l’orgoglio di essere ciò che sono. Una dimostrazione pratica è la gentilezza e la convivialità che dimostrano con noi turisti, senza né segni di invidia né di disprezzo o rancore. Ed è anche impossibile non rimanere affascinati dai bambini. Non solo sono bellissimi ma sono anche bravissimi e buoni. Durante la visita e pure nei giorni successivi non abbiamo mai visto e sentito i pianti, le bizze ed i capricci come fanno i nostri bambini. Giocano, lavorano o se ne stanno quieti accanto alle madri senza l’ isterica frenesia che il mondo “civile” genera in loro.
Di fronte a tanta fierezza mi vergogno a fare le foto. Sono loro stessi a dire che se voglio posso farle. Ne approfitto per riprendere le donne ed i bimbi del villaggio ma poi richiudo la macchina fotografica. Decido di non fare molte foto, soprattutto dentro alle capanne, non me la sento proprio di violare le loro case e di offenderli con un atteggiamento da visitatore di uno zoo. Hanno dimostrato un’ orgoglio tale da meritarsi di essere trattati come uomini e non come oggetti alla fiera delle stranezze. Le immagini più belle le terrò nella memoria, non nell’ album.
Nelle ore passate con loro ci rendiamo conto della distanza che esiste tra le nostre culture, ma anche di come non necessariamente sia la nostra la migliore, o quantomeno quella da imporre a tutti. Una cosa che ci stupisce è la difficoltà che loro hanno, e la stessa guida ha, di comprendere la struttura sociale del nostro mondo, i meccanismi che regolano il lavoro, la famiglia, le amicizie, cosa sia una città, un quartiere od un condominio. Si preoccupano di sapere se abbiamo un fiume vicino a dove viviamo e se nelle sue acque ci sono i coccodrilli. Non riescono a capire che siamo partiti (loro non conoscono il termine turismo) chiudendo casa. Qualcuno nel villaggio dobbiamo aver lasciato per forza. Chi fa la guardia? E quale gradino occupiamo nella scala gerarchica del nostro villaggio?
Siamo veramente tornati indietro di secoli, forse millenni, ma non abbiamo trovato mostri orribili e stupidi. Abbiamo trovato persone bellissime con la nostra stessa intelligenza, solo con un diverso modo di vivere.
Prima del rientro al campeggio la guida ci porta a visitare un cimitero Himba. Semplici tumuli, solo pochi capi villaggio particolarmente ricchi od importanti hanno una sorta di lapide, circondati da pali che sorreggono i teschi delle vacche a simboleggiare l’onore e l’importanza del defunto.
Qui la nostra guida ci spiega un altro aspetto della cultura Himba. Lui è un ex ragazzo Himba che ha deciso di studiare e diventare maestro. Una volta finito gli studi ha dovuto decidere se tornare alla vita della sua tribù o rimanere nel “mondo dei bianchi” come guida turistica, sapendo che nel secondo caso la scelta sarebbe stata definitiva. Una volta abbandonata la famiglia non possono più rientrarvi.
La sera al campeggio ci gustiamo il tramonto sul fiume e sulle cascate, con tutti i suoi colori e le sue atmosfere. E riflettiamo. Di la dal fiume l’Angola, siamo a 180 km dal primo paese, 500 km dall’Etosha (primo posto con uomini bianchi), ed ancora più km dalla prima città che tale si possa chiamare.

La continuazione e la fine di questo resoconto sarà pubblicata prossimamente su questo stesso sito.

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