Malaysia da gustare e amare! (Parte seconda)

in viaggio con BEA in Malaysia

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Malaysia da gustare e amare! (Parte seconda)

L'articolo segue e completa il resoconto di viaggio in Malaysia già pubblicato su questo sito con il medesimo titolo.
Il diario di viaggio si riallaccia direttamente al termine di quella parte.Il relax su meravigliose spiagge e il ritorno da un Paese indimenticabile7/8/2004
Non so se per via degli strapazzi dei giorni precedenti o per gli spaghetti troppo saporiti, o magari per la vista dei vari topi, fatto sta che Ivo passa la notte in bianco. In programma c’era la visita ad alcune isole facenti parte di un parco marino, ma vista la situazione optiamo per colazione in camera, relax e giornata in piscina: del resto l’ennesima giornata di sole splendente si presta anche a questo programma. Solo verso sera lascio il malatino a guardare la TV e mi reco al molo a chiedere informazioni per la gita dell’indomani e per fare un po’ di shopping (libera!). Compro anche il necessario per una cenetta leggera in camera a base di sapori noti: sandwich con formaggio e pomodori, pane, biscotti secchi, succo d’arancia (e una bella Tiger Beer per me: in fondo io sto benissimo!)

8/8/2004
Ivo è in forma di nuovo quindi si parte ad esplorare le isolette del Tunku Abdul Rahman National Park: in particolare la nostra barchina, che funziona da taxi collettivo, ci porta a Mamutik, Mamukan e Sapi. In tutte e tre, mare cristallino, tanti pesci colorati, spiaggia da cartolina e… nuvole: sì, perché dopo una settimana di sole, il tempo ha pensato di cambiare proprio il giorno in cui un cielo azzurro sarebbe stato il più opportuno.
Questo piccolo angolo di tropico, a pochi chilometri da KK, è anche un po’ troppo affollato, per i nostri gusti: niente di paragonabile alle spiagge italiane nel week-end, ma oggi è domenica e quindi le isole, peraltro molto ben attrezzate, sono piene di cittadini in gita, che fanno giochi di gruppo, BBQ e picnic. La vicinanza della città è un po’ il limite di questo parco, ma allo stesso tempo il suo aspetto più caratteristico in quanto è veramente insolito vedere una mezza luna di sabbia bianca, orlata da palme rigogliose, avendo come sfondo i grattacieli di KK.
Al rientro, bagnati fradici perché oltre alle nuvole c’era anche un po’ di vento e il mare mosso, continuo lo shopping di ieri: anche qui ci sono i saldi.
Dopo una veloce doccia, decidiamo di concederci il lusso di un vero ristorante e dell’aragosta: si tratta di una specie di rito per me, da quando, anni fa, ho mangiato un’aragosta eccezionale a Bali, rimasta insuperata nel tempo. E neanche questa volta viene battuto il record perché gli aromi della cucina cino-malese non si addicono bene in questo caso al nostro palato. In compenso usciamo dal ristorante un po’ intristiti perché, come altrove qui a KK, pesci e crostacei vengono tenuti vivi in una serie di vasche fino a quando non li ordini (veramente impressionanti le vasche con le murene, tutte boccheggianti e unite tra loro a formare una specie di Naga sacro); e quindi ci sentiamo particolarmente colpevoli per la morte di queste due aragostine. Decidiamo: basta pesce, per un po’.

9/8/2004
A malincuore lasciamo il Promenade Hotel e in generale il Sabah, che in così pochi giorni ci ha offerto veramente tante emozioni.
Il volo della Air Asia (165Rm a testa, € 36) ci riporta sulla parte continentale del paese, a Johor Bahru, città al confine con Singapore. L’avevo visitata tre anni fa: la prossimità del ricco vicino ha fatto sorgere qui ancora più centri commerciali che a KL. Ivo è molto soddisfatto quando gli dico che ci conviene non fermarci e procedere per Mersing, la cittadina da cui domani potremo imbarcarci alla volta di una non ancora ben precisata isola.
Tre ore di bus ci permettono di chiarire alcuni punti oscuri di Spiderman II, che viene trasmesso anche questa volta, e di arrivare in questo piccolo centro dello stato del Johor.
Lasciamo i bagagli al Timotel (110Rm con colazione, € 23,80), in prossimità della fermata del pullman, e usciamo alla ricerca di Omar, il proprietario di un ostello che organizza gite alle Seribuat, un arcipelago di isolette di fronte a Mersing. Lo troviamo facilmente ma purtroppo ci informa che viste le avverse condizioni atmosferiche, in questi giorni non si possono fare escursioni alle Seribuat: si potrebbero anche fare ma visto che lo scopo è visitare e fare snorkelling, il mare mosso renderebbe il tutto complicato e soprattutto, con l’acqua intorbidita dalle onde, vedremmo ben poco di quello che c’è sotto. Ci consiglia di andare a Tioman, l’isola più grande qui di fronte, perché, a suo avviso, la posizione la protegge dalle correnti e dalle onde, e allo stesso tempo la distanza dalla costa fa diradare umidità e nuvole permettendo al sole di splendere, a differenza di quello che succede qui, dove ci aspettiamo un acquazzone da un momento all’altro.
Andiamo a cena al piccolo ristorante The Port, veramente carino e dove mangiamo decisamente bene: sono un po’ contrariata dalle notizie avute perché la gita in barca ci avrebbe dato la possibilità di scegliere dove passare qualche giorno. Siamo a Mersing, che è il posto da cui tutti partono alla volta di Tioman, isola nota per la sua bellezza e set di film famosi, ma io non riesco a convincermi ad andarci. Già tre anni fa ero stata qui e al momento di scegliere la località e il resort, avevamo deciso di riprendere il bus e andarcene. Questo perché quella volta eravamo state letteralmente assalite da un gruppo di procacciatori, che con metodi poco simpatici, cercavano di convincerci a scegliere un resort piuttosto che un altro, con l’aggravante di un bel temporale appena scoppiato. L’incontro con un gruppo di turisti appena sbarcati di ritorno dall’isola, era stato decisivo: ci hanno parlato dell’eccessivo sfruttamento di Tioman, di canali di scarico a cielo aperto in prossimità della spiaggia e della piaga delle sand flies, dei piccoli insetti della sabbia che ti riempiono di cottole sul tipo di quelle delle zanzare.
In occasione di una seconda visita della Malesia, mi sembra obbligatorio farmi una opinione personale di un posto tanto decantato, ma continuo ad avere dubbi: sia studiando la LP che consultando il web, non sono riuscita a trovare un solo resort che mi ispiri. Andiamo a nanna con il dubbio.

10/8/2004
E il tempo coperto del giorno successivo, non ci aiuta: decido di affidarmi al caso e chiedo aiuto alla simpatica addetta alla reception del nostro hotel, che ci propone l’intervento di un suo amico, proprietario di una piccola agenzia al porto. Da lui, scegliamo il Juara Resort (150Rm con colazione, € 32,50), sulla base di due informazioni: la baia di Juara è la meno frequentata dell’isola e il resort è appena stato costruito. Prenotiamo per due notti.
Alle 10.30 siamo sul motoscafo che in circa un’ora e mezza ci porta a Tekek, al centro della grande baia che costituisce il versante occidentale dell’isola. Fortunatamente a Tioman splende il sole e già mi sento più ottimista (inoltre non c’è folla e non vedo la fogna!). Qui ci viene a prendere il manager del Juara con tre mototaxi che in venti minuti portano, non senza fatica, noi e i nostri bagagli al resort che si trova sul lato orientale: infatti, sempre a causa del mare grosso, le imbarcazioni hanno temporaneamente sospeso il servizio per Juara. Il problema è che l’isola è montuosa e permeata di giungla, e che non ci sono strade propriamente dette. Percorriamo quindi tutta la sterrata della salita in prima, mentre gran parte della discesa avviene a tutta velocità su un sentierino da trekking lastricato. Il mio unico pensiero fisso è quello di aver lasciato a casa il casco!
A tratti, comunque, la bellezza della giungla che attraversiamo è tale da distrarmi da questo pensiero: comincio a capire perché la bellezza di Tioman sia tanto decantata. Vista in distanza, dalla barca, la veduta della mezzaluna di sabbia, le palme svettanti alle sue spalle, la montagna impervia coperta di una vegetazione rigogliosa e l’immancabile nuvola grigia agganciata alla cima, mi hanno ricordato alcuni documentari sulla Polinesia.
Il resort risulta più che nuovo, visto che è addirittura in costruzione, e il manager, dopo averci fatto scegliere tra i bungalow completati (il numero 1, visto che siamo gli unici ospiti), raggiunge gli altri addetti alla struttura, per continuare a piantumare il giardino.
Il posto comunque corrisponde alle aspettative: in spiaggia non c’è nessuno, il mare è purtroppo mosso (niente snorkelling), i soli rumori sono quelli del vento e delle decine di pipistrelli che abitano sulle palme sopra il nostro tetto. Niente da dire: mi piace tantissimo.
Nel tempo di metterci il costume e l’autan (per via delle sand flies che il manager mi ha confermato esistere), il sole decide di nascondersi dietro la famosa nuvola aggrappata alla cima della montagna. Facciamo buon viso a cattiva sorte: Ivo legge la sua immancabile rivista di motociclismo ed io mi metto a riprendere i pipistrelli insonni. Non si tratta delle solite creature puzzolenti, simili a topi alati, presenti in tutte le grotte dell’Asia, ma dei “pipistrelli della frutta”, come li ho sempre sentiti chiamare, che più che a topi assomigliano a orsetti alati.
Il tempo non migliora: decidiamo di farci una bella passeggiata sulla battigia, lungo tutta la spiaggia. In fondo a questa parte di baia, un fiumicello che si butta in mare in questo punto, crea un’ansa sopra la quale notiamo i resti di un resort abbandonato: è un’immagine emblematica, a suo modo affascinante e selvaggia di Juara, che significa il gioiello.
Rientriamo mentre il sole infiamma le palme alle spalle della spiaggia, e i primi pipistrelli cominciano ad aprire le ali e a dare un’occhiata in giro.

11/8/2004
Malgrado la tranquillità assoluta del luogo, la notte non passa tranquilla: mi sveglio verso le due grattandomi, piena delle cottole lasciatemi dalle maledette sand flies. Alla mattina Ivo ne conta una quarantina. Anche lui ha un po’ di segni ma evidentemente a me hanno fatto una sorta di reazione allergica.
Cerco di non farmi scoraggiare, così dopo colazione e un primo antistaminico, partiamo in bicicletta (offertaci in uso gratuito dal manager) alla scoperta della baia: un sentierino si snoda alle spalle dei vari resort (tutti semi-deserti), fino alle abitazioni degli abitanti di Juara, alla loro scuola, la clinica, per poi superare un altro piccolo tratto di giungla che dà l’accesso a una seconda baia. Questa parte è ancora più bella: una distesa di sabbia con pochi piccoli bungalow, fino ad arrivare all’estremo margine al resort The Lagoon, una ventina di casette molto semplici, colorate e ben tenute. Qui il mare è riparato da una sorta di laguna e, sudati per la pedalata sotto il sole, ci concediamo un bel bagno ristoratore nell’acqua smeraldina (e così posso smettere di grattarmi per un po’).
La cosa più bella del mare nelle zone tropicali è la temperatura sempre molto elevata dell’acqua che ti permette di buttarti in qualsiasi momento senza timore: nel Mediterraneo il mio bagno consiste in dieci minuti di tentativi di entrare, due minuti di bracciate per scaldarmi e la decisione finale di uscire per via del freddo. Qui passiamo le ore seduti in acqua, cullati dalle onde, a chiacchierare e ad ammirare lo splendido paesaggio che ci circonda.
Dopo uno spuntino al ristorante di The Lagoon, ricominciamo a pedalare verso il nostro resort: vorremmo andare a prendere il sole sul molo lì vicino, in modo da stare alla larga dalla sabbia e dai suoi abitanti, ma lungo la strada il sole comincia a nascondersi dietro la solita nuvola. Alle tre e mezza, non ce n’è più traccia e noi ci accontentiamo di sederci sulle panchine del molo a leggere e a ossigenare i nostri polmoni cittadini: fino a quando non mi viene freddo e andiamo a scaldarci con un teh tarik.
Malgrado la crema fornitami dal manager, la notte passa come la precedente. Domani quindi ce ne andiamo.

12/8/2004
Al risveglio, prepariamo i bagagli e li consegniamo al manager che deve provvedere al loro trasferimento a Tekek. Noi intanto ci godiamo la giornata: colazione, bici fino al molo a prendere il sole, e poi di nuovo alla laguna a fare il bagno. Rientriamo al resort verso le due per un rapido pranzo, per una doccia, visto che la stanza era stata lasciata gentilmente a nostra disposizione, e alle tre siamo già a cavallo delle nostre motorette alla volta del molo: barca veloce e rieccoci a Mersing, ancora una volta incerti circa la tappa successiva.
Alla fermata del bus, scopriamo che con l’unico pullman diretto a nord disponibile quel giorno, potremmo essere a Kuantan a mezzanotte e mezza, a Cherating verso le due e a Kuala Terenganu alle cinque e mezza: scegliamo KT, capitale dell’omonimo stato e luogo di imbarco per alcune delle più belle isole della Malesia del nord.
Attendendo il bus notturno, consultiamo ancora una volta la guida e internet; a cena a The Port decidiamo di cercare un hotel a KT per poter organizzare delle brevi escursioni da lì e poi decidere con calma dove andare.
Con un rapido giro di telefonate scopro però che tutti gli alberghi decenti di KT sono al completo e un po’ per disperazione provo a telefonare a un resort che mi aveva colpito per la descrizione: “elusivo”, “bungalow in legno appollaiati”, “unica struttura su un’ isola minuscola”, Gemia, di fianco alla più nota Kapas, nelle immediate vicinanze di uno dei punti migliori per lo snorkelling di tutta la zona. Da più di dieci giorni ci portiamo infatti in giro pinne maschere e boccagli, senza averli potuti usare molto: questo, unitamente al nome Gemia, la gemma, che mi sembra creare un filo logico con Juara, mi spingono a tentare la sorte. E così trovo, senza problemi, e anzi, mi danno anche la possibilità di non comprare il costoso pacchetto di 3 gg e 2 notti a 400Rm a persona (€ 86,50), ma di optare per un pernottamento più colazione a 180Rm al giorno in due (€ 39,00).

13/8/2004
I bus notturni sono decisamente comodi e, malgrado il freddo assurdo a bordo, ci dispiace arrivare a KT, peraltro in anticipo sul previsto. Tiriamo le sette su una panchina del terminal (se così si può chiamare il piazzale d’arrivo dei bus) in attesa di recarci al punto d’imbarco per Kapas e Gemia, Marang, che si trova a 15 km a sud di KT. Troviamo un taxi che per 12Rm (€ 2,60) ci porta a destinazione e scopriamo che non sarà necessario aspettare le nove e mezza per raggiungere Gemia, come mi era stato detto la sera prima. Ci sono altri due passeggeri per Kapas, quindi organizzano un trasferimento per tutti e quattro e alle otto e mezza siamo già sull’isola. La nostra stanza non è ancora libera, ma consapevole del nostro livello di stanchezza, il manager ci assegna molto gentilmente una courtesy room, dove letteralmente perdiamo conoscenza; tanto più che il tempo pare veramente bruttino.
Al risveglio, alle undici, un timido sole pare riuscire a fare breccia nella cappa d’umido che avevo preso per maltempo: infiliamo il costume a partiamo alla scoperta del resort e soprattutto a continuare la dormita su un comodo lettino in spiaggia.
La struttura, a un’analisi più attenta, risulta essere un po’ vecchiotta e bisognosa di ristrutturazione: si snoda su una serie di passerelle lungo il lato dell’isola che guarda Kapas, così che tutti i bungalow, allineati su delle palafitte, hanno una parete finestra affacciata sul braccio di mare che ci divide dalla splendida spiaggia di fronte. E’ indubbiamente una vista eccezionale al risveglio. Il posto ha decisamente delle grosse pecche dovute all’età ed inoltre tutta una zona dell’isola è chiusa per lavori di ammodernamento: anche di fronte alla reception stanno costruendo una piscina per bambini e un’altra struttura di cui non capiamo bene la funzione. Ma il posto è favoloso e a stento ci accorgiamo di essere in una sorta di cantiere edile. Ovviamente non è quello che dico al manager, facendo presente che 180Rm (€ 39,00) mi sembrano tanti per quello che abbiamo trovato: il risultato è che in un primo tempo ci regala i trasporti (50Rm a testa, € 11,00) e poi porta la tariffa a 120Rm al giorno con colazione inclusa (€ 26,00).

14/8/2004 e successivi
Inizialmente avevamo pensato di passare due o tre notti a Gemia, per poi procedere verso nord alle isole Perenthian, per ricongiungerci a Marco e Cristina che nel frattempo erano approdati lì. Tre anni fa è nell’isola Besar che ho trascorso la parte finale del mio viaggio, e il posto mi era talmente piaciuto che ci sarei tornata volentieri per mostrarlo a Ivo.
Invece, di giorno in giorno rimandiamo la partenza, fino a quando, una mattina, chiedo al manager se ci sono problemi ad ospitarci fino al 22: come sempre molto cordiale, ci risponde che possiamo rimanere tutto il tempo che vogliamo. Gemia non è molto frequentata, sia per via dei lavori che per la vicinanza con la terraferma: la Lonely Planet accenna al fatto che Kapas e la nostra isola vengono prese d’assalto nel week-end dai malesi della costa e quindi scoraggia un po’ il turista che cerca la tranquillità, a favore di Redang e Perenthian, dove a quanto pare ci sono pochi malesi, ma un’altissima concentrazione di tutti gli altri.
Certe sere a cena, proviamo ad essere in otto ospiti in tutto; di giorno in spiaggia i sei lettini del resort sono sufficienti anche per ospiti esterni; malgrado l’isola sia tappa di gruppi di gitanti di un Club Med della costa, a noi sembra sempre di essere soli. Bisogna ricordare che i malesi, e gli orientali in genere, hanno abitudini molto diverse dalle nostre: frequentano la spiaggia nelle prime ore del giorno e al tramonto, cioè quando noi non ci siamo.
E comunque, se per caso abbiamo l’impressione di essere troppi, c’è sempre la possibilità di prendere gratuitamente una delle canoe del resort per pagaiare fino a Kapas, o per fare il giro dell’isola. Anche Kapas, durante la settimana, risulta pressoché deserta e solo nei week-end si anima in maniera evidente.
Ma l’attività più emozionante resta lo snorkelling: tutti i giorni non posso perdermi la mia gita nel giardino sommerso che si trova alle spalle dell’isola. Di facile accesso, si passa direttamente dalla spiaggia a una barriera corallina ben conservata, non appariscente nei colori - che vanno dal verde chiaro al bordò, con qualche traccia di blu qua e là - ma ricca di vita ed abitanti. In particolare, sorprendentemente, ad ogni bagno abbiamo avuto la compagnia di enormi pesci napoleone e di due o tre piccoli squali, che ogni tanto fanno la loro comparsa intorno a noi a farci rabbrividire malgrado la temperatura dell’acqua, in certi casi addirittura calda. Con la bassa marea, poi, che negli ultimi giorni è particolarmente evidente per via della luna nuova, la sensazione di nuotare in un acquario risulta accentuata, fino ad avere l’impressione che tutti quegli stupendi pesci colorati ci seguano nelle nostre esplorazioni.
Come dopo l’esperienza al ristorante di KK, anche qui non siamo più in grado di mangiare pesce: ci sembra una sorta di tradimento nei confronti dei nostri nuovi amici.
Il tempo è quasi sempre bello: i primi due giorni c’è stata questa pesante cappa d’umidità e il sole è uscito solo verso le undici, ma poi, a seguito di alcuni violenti temporali serali, anche alla mattina presto il cielo è stato limpido. Solo verso la fine del soggiorno ci sono stati due giorni un po’ incerti, ma anche allora la sera ci siamo resi conto che, anche se non visto, il sole è riuscito a filtrare dalla nuvolaglia e a compiere la sua opera sulla nostra tintarella.
In caso di maltempo, comunque, l’isola offre un centro benessere e con 10 € si può trascorrere un’ora tra le sapienti mani dei massaggiatori.
Siamo sempre rimasti a Gemia tranne che per una rapida visita a Kuala Terenganu per acquistare i biglietti del bus notturno della sera del 22 per KL (26Rm a testa, € 5,6): della città posso dire che è stata una fortuna non aver trovato da pernottare qui. A parte l’attivissimo mercato, c’è solo una fila di banche.
L’ultima sera ordino il mio ultimo teh tarik: Ikmal, il nostro simpatico cameriere e barista, me lo prepara con particolare cura. Lo assaggia 4 o 5 volte, per trovare la giusta combinazione e, passandolo da una caraffa all’altra, per fare la schiuma, a un certo punto manda tè da tutte le parti. Quando me lo porta, aspetta pazientemente il mio commento: è veramente ottimo, le macchie di tè sui suoi vestiti sono valse la pena.

22/8/2004
Speravo quasi che l’ultimo giorno fosse un po’ nuvoloso; invece, dopo un inizio incerto, la giornata risulta splendida, tra le migliori. Peccato che sia l’ultima.
Il manager ci lascia la stanza a disposizione senza limiti d’orario, quindi passiamo l’intera giornata a svolgere le nostre attività abituali: gli ultimi bagni, i saluti agli abitanti del “nostro” mare, la colazione sulla terrazza del ristorante, l’ultimo giro in canoa a Kapas… già rimpiangendo tutto questo. 9 giorni in paradiso ci costano 1500Rm (€ 324,00 in due, pasti e bevande incluse).
Prendiamo l’ultima barca possibile, appositamente ritardata per non perdere neanche un minuto di sole: il bus alle 22.00 è in assoluto il peggiore di tutto il viaggio, in quanto a freddo. Ormai, se non posso stare sulla mia isola, spero solo di arrivare a casa al più presto.

23/8/2004
Alle cinque e mezza arriviamo a Kuala Lumpur, intirizziti e assonnati: un taxi ci aiuta a trovare un hotel (telefonicamente era stato impossibile prenotare per un solo giorno) e ci prendono al Mandarin Oriental, (106Rm, € 23,00), un hotel discreto che non ha nulla da invidiare all’Impiana dei primi giorni. Malgrado siano le 6 di mattina, l’impiegato della reception si ricorda anche di chiederci se vogliamo prenotare il taxi per l’aeroporto: fissiamo per le 23.00, così l’intera partenza è organizzata. L’unica pecca è l’aria condizionata non regolabile: appena entrata in camera mi metto una maglia e mi infilo sotto le coperte.
L’intera giornata passata a fare shopping non mi fa superare una specie di magone, che gradualmente si trasforma in mal di stomaco, che mi porta a stare male pochi minuti prima di prendere il taxi: capisco poi che non si tratta di magone, ma di tutto il freddo preso tra ieri e oggi, con l’aria condizionata che ti fa ghiacciare il sudore addosso.
A completare l’opera, arriva un taxista dalla guida “sportiva” che sbaglia strada e poi, malgrado il ritardo, si ferma anche a fare carburante e una visita alla toilette. Ovviamente il mio stomaco ne risente ampiamente e finisco con lo stare male di nuovo durante il check-in e poi una terza volta in aereo: voglio dire, mi hanno dovuto dare l’ossigeno!
Alle 15 del 24 Agosto, la Emirates ci riconsegna alla Malpensa, e incredibilmente arrivano anche le valigie. Ma malgrado i piccoli problemi durante il volo, il nostro unico pensiero è: riusciremo a tornare un giorno alla nostra isola?

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