Palio di Siena: breve guida per principianti

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Palio di Siena: breve guida per principianti

“Perché a Siena c’è questa strana abitudine per cui se non vinci il Palio, lo perdi.”
In questa frase apparentemente stupida di Andrea De Gortes, detto Aceto, uno dei più grandi fantini del Palio di tutti i tempi, c’è tutto lo spirito di questa corsa. Nel Palio non ci sono secondi, non c’è podio, non ci sono vincitori morali. C’è solo un vincitore e nove perdenti!
E’ difficile per un non Senese parlare di Palio, perché solo i Senesi comprendono a fondo tutte le sfumature di questo avvenimento dalla tradizione secolare. Tuttavia sono molti i turisti che ci finiscono in mezzo senza avere la minima idea di cosa questa corsa rappresenti per i contradaioli. Il più delle volte ne entrano in contatto con la convinzione, del tutto sbagliata, di assistere semplicemente ad una corsa di cavalli.
Sarebbe presuntuoso da parte mia pensare di poter spiegare che cosa sia il Palio, benché lo conosca e lo segua da oltre 25 anni (il primo Palio che ho visto in Piazza fu il 2 luglio del 1985, lo vinse Aceto per l’Oca, su Brandano: fantino mitico, cavallo straordinario): la mia intenzione quindi, con questo breve diario redatto al rientro dal Palio del 16 agosto 2011, l’undicesimo visto in Piazza, è quella di dare una idea, a chi fosse interessato ma nulla conosce di Palio, di cosa ci sia dietro questo evento.
Ci sono già in questa sezione diari che riguardano il Palio, che ho letto con interesse e che già danno indicazioni preziose: inevitabilmente ci saranno delle ripetizioni, ma proprio per evitare inutili doppioni ho cercato di dare una impronta diversa al racconto (non è molto difficile, c’è talmente tanto da dire sul Palio…) cercando, con un po’ di storia, curiosità e retroscena, di costruire una piccola guida introduttiva per chi di Palio non sa nulla. Questo piccolo diario, unito ai precedenti, può forse chiarire un po’ le idee a chi si appresta a seguire questo straordinario avvenimento per la prima volta.
Non è facile riuscirci, ma credo che la prima infarinatura ad un neofita possa essere data più facilmente da un appassionato non Senese, che ha dovuto faticare non poco per cercare di capire l’essenza e il significato di questa brevissima corsa.
Anche ora, dopo anni vissuti in quella meravigliosa terra, e oltre due decenni di interessamento e passione, l’unica cosa che sono certo di aver capito è che non ho ancora capito del tutto!

Da non perdere

LE CONTRADE E I CONTRADAIOLI
I Senesi sono Senesi solo al di fuori della loro città. A Siena sono contradaioli e rivendicano con orgoglio l’appartenenza alla loro Contrada. Riesce difficile immaginare che una cittadina tutto sommato così piccola possa essere suddivisa addirittura in 17 Contrade. In realtà le Contrade erano anticamente ancora di più e sono diventare 17 solo a partire dal 1700: il 7 gennaio 1729 Violante di Baviera, l’allora governatrice, stilò un editto che stabiliva i confini delle 17 Contrade, ancora oggi in vigore, per porre fine alle discordie che riguardavano questioni territoriali. L’editto teneva conto anche degli abitanti di ciascuna Contrada, che allora si equivalevano all’incirca in numero. Le cose sono da allora cambiate per quel che riguarda gli abitanti, ma non per quel che riguarda l’area occupata dalle Contrade.
Nei secoli precedenti, le Contrade erano ben più di 17: alcune vennero assorbite da altre vicine, altre vennero soppresse per gravi atti di sangue o a seguito di guerre e pestilenze che ne decimarono gli abitanti. Insomma la storia delle Contrade è stata spesso strettamente legata alle alterne fortune della città. Per esempio, dopo la terribile peste del 1348, le Contrade vennero ridotte a 42,e subirono con il tempo una continua riduzione fino ad arrivare, appunto, alle 17 dei giorni nostri.
Le ultime 6 Contrade soppresse, Vipera, Orso, Spadaforte, Gallo, Leone, Quercia, hanno ancora un posto riservato nel corteo storico del Palio: le rappresentano dei cavalieri con la celata dell’elmo abbassata (a rappresentare appunto la soppressione). I loro territori sono stati incorporati da altre contrade: in particolare il Gallo soprattutto dalla Selva, il Leone dall’Istrice, Spadaforte dal Leocorno e Torre, la Quercia dalla Chiocciola, la Vipera dalla Torre, l’Orso dalla Civetta.
Ma andiamo con ordine: un visitatore che arriva a Siena sentirà parlare di “terzi”: Questo perché la originale divisione della città, che si perde storicamente nella notte dei tempi, era di tipo tripartitico, ed era rappresentata da tre castelli costruiti nella sommità di tre colli: alla base di questi colli si svilupparono i primi agglomerati urbani della città. Questa tripartizione, tra l’altro cara alla tradizione etrusca (la tradizione romana seguirà di più la base quadripartitica), produsse il terzo di Città, il terzo di Camollia, il terzo di San Martino.
Ecco dunque la divisione delle 17 Contrade seguendo i terzi. Appartengono al terzo di Città, il più antico, la Selva, l’Aquila, la Pantera, L’Onda, la Tartuca, la Chiocciola; al terzo di San Martino, la Torre, la Civetta, il Leocorno, il Nicchio e il Valdimontone; al terzo di Camollia l’Istrice, la Lupa, il Bruco, la Giraffa, l’Oca e il Drago.
La prima domanda che nasce spontanea è certamente perché ricorrono così spesso gli animali nei nomi e nei simboli delle Contrade: va infatti ricordato che anche contrade con nomi che non richiamano gli animali, come Selva Onda e Torre, hanno nel loro simbolo un animale: l’elefante per la Torre, il rinoceronte per la Selva, il delfino per l’Onda. L’origine va probabilmente ricercata nei carri allegorici che venivano approntati da ogni Contrada per spettacoli anche diversi dal Palio, che nel medioevo erano molto frequenti: si parla di caccia a bestie feroci, di pugna (un antenato del pugilato) di corse coi bufali, di giostre di vario genere, ora tutte scomparse a Siena.
Il motivo della scelta di un animale piuttosto che un altro in molti casi è andato perduto. In altri come nel caso del Bruco, è legato alle corporazioni di mestiere, come i setaioli. L’elefante sormontato da un torre, simbolo della Torre che infatti in origine si chiamava Contrada dell’elefante, è certamente di origine romana, come pure l’Oca che richiama le oche capitoline. Lo è anche la Lupa, che già nel trecento era il simbolo della città. Altri animali poi sono simboli di città più o meno vicine, quindi ricorrenti nell’immaginario collettivo della zona (ad esempio l’unicorno - o Leocorno nel caso di Siena- è il simbolo di Viterbo, la Pantera di Lucca, il Drago di Pistoia).
Assieme all’animale totemico, le Contrade si fregiano di un motto araldico che ne spiega il significato simbolico. Dunque non riesce difficile immaginare a quale contrada appartenga il motto “Sol per difesa io pungo” (forse l’Istrice?!).
Lo spirito di supremazia e di emulazione, spinsero molte Contrade ad avvalersi anche di ulteriori titoli, per distinguere la nobiltà delle loro insegne. Tali titoli vennero quasi sempre assegnati per meriti storici. Esempio classico il Nicchio, che appose una corona nel suo stemma perché le sue compagnie militari furono le prime che attaccarono nella vittoriosa battaglia di Montaperti, nel 1260. Dunque il Nicchio può fregiarsi del titolo di Nobile Contrada, come il Bruco, per la parte avuta nella cacciata di Carlo IV di Boemia nel 300, oppure l’Oca per il valore dimostrato dalle sue Compagnie Militari nella battaglia di Montemaggio contro i fiorentini nel 1145.
A volte il fregio nasce da circostanze un pochino più discutibili, come nel caso dell’Imperiale contrada della Giraffa, divenuta Imperiale per aver vinto il Palio in onore dell’Impero mussoliniano del 1936, oppure la Contrada Priora della Civetta, così definita per aver ospitato nel suo territorio la prima riunione del Magistrato delle Contrade. E che dire della Contrada Capitana dell’Onda, che si è fregiata di tale titolo perchè nel suo territorio si trovava la Guardia del Palazzo?
Insomma, ogni Contrada ha “usato” la storia della città per piegarla alle proprie necessità interne, fregiandosi di titoli nobili, rivoluzionari o militari, allo scopo di cercare di prevalere in prestigio sulle altre. In questo gioco al rialzo, le “povere” Contrade della Chiocciola, del Drago, della Lupa, della Pantera, della Selva, della Tartuca, della Torre, di Valdimontone e del Leocorno non hanno ancora trovato un titolo di cui fregiarsi!

Altro aspetto interessante che un visitatore deve conoscere è il gioco delle rivalità. Gioco è certamente una definizione impropria, perché per i contradaioli è una cosa serissima, talmente seria che non mancano gli episodi anche gravissimi avvenuti nel corso dei secoli tra contradaioli nemici. Quasi ogni Contrada ha almeno una Contrada nemica, inimicizia che affonda spesso le radici nella notte dei tempi. Nella maggior parte dei casi le Contrade nemiche sono anche confinanti, il che fa facilmente immaginare che le inimicizie siano nate per questioni territoriali.
Così, sono nemiche Lupa e Istrice, Oca e Torre, Aquila e Pantera, Chiocciola e Tartuca, Nicchio e Montone, Civetta e Leocorno. La rivalità tra Bruco e Giraffa sembra invece risolta a partire dagli anni 80, anche se qualche attrito tra contradaioli affiora tuttora. Anche l’Onda sarebbe nemica della Torre, ma questa inimicizia non è di fatto riconosciuta dalla Torre, la quale ostentatamente la ignora. E’ un caso di mancanza di rapporti, perché la Torre si riconosce solo nella rivalità con l’Oca e muove tutti i suoi sforzi in quella direzione. Quali sforzi, si chiederà un profano del Palio.
Qui si apre un capitolo che potrebbe essere lungo 100 pagine, ma che cercherò di rendere il più breve possibile. Richiamandomi alla frase iniziale, ricordo che esiste un solo vincitore del Palio. Lo sforzo primario di tutte le Contrade è innanzitutto quello di vincere il Palio, ma il secondo obiettivo è quello di cercare di farlo perdere alla Contrada nemica. Per fare ciò si può ricorrere a diversi mezzi che vedremo nel capitolo riservato alla corsa.
La condizione ideale per un contradaiolo è vincere il Palio vedendo la Contrada nemica “purgata” ovvero arrivata seconda! L’apoteosi della gioia. E’ toccato per esempio in tempi piuttosto recenti nel Palio straordinario del 1986, a Valdimontone, vincente sul Nicchio, giunto secondo e per giunta nerbato dal fantino vincente, il Pesse! Per i contradaioli del Montone è stato il delirio!
Accanto alle rivalità esistono anche delle alleanze con Contrade amiche. I contradaioli chiamano spesso le Contrade alleate “aggregate” ma questo termine non viene mai usato per se stessi, a dimostrazione di una tipica prospettiva etnocentrica. Il contradaiolo appartiene alla propria Contrada, la Contrada è il suo mondo, tutti gli altri appartengono ad un modo diverso, esterno ed estraneo al proprio!
Dunque lei è alleata alle altre, mentre le altre sono aggregate a lei!
Contradaioli si nasce, a volte lo si può anche diventare, ma una cosa è certa: una volta sancita la propria appartenenza ad una Contrada non si cambierà mai più bandiera. Ma cosa sancisce l’appartenenza ad una Contrada piuttosto che ad un'altra? La nascita? I genitori? La famiglia? Non esiste una regola fissa, soprattutto negli ultimi secoli dove la mobilità della gente si è acuita.
Un tempo era il luogo di nascita e l’appartenenza dei genitori a fare il ruolo da leone, ora ci sono anche altre circostanze. Facciamo degli esempi: se due figli nascono da genitori appartenenti ad Aquila ed Oca, potranno scegliere di appartenere all’una o all’altra Contrada. Spesso molti Senesi che abitano al di fuori delle mura delle città, si riconoscono nella Contrada più vicina. Questo spiega perché Contrade “ periferiche” come l’Istrice abbiano un alto seguito. Comunque sia, una volta sancita l’appartenenza ad una Contrada (esiste anche il battesimo contradaiolo, giova ricordarlo!), non si cambia carro!
Proprio per questo si appartiene ad una Contrada, non si tifa per una Contrada. Il tifo viene lasciato agli esterni come me, ed è ovviamente snobbato dai Senesi!

LA CORSA
Il Palio si corre due volte l’anno, il 2 luglio e il 16 agosto, anche se ogni tanto se ne corre un terzo in occasione di qualche avvenimento speciale. Leggendo questa frase un Senese sicuramente storcerà il naso, perché i Senesi affermano sempre che il Palio si corre tutto l’anno, visto che la vita del contradaiolo è perennemente orientata verso la celebrazione della corsa precedente (se è il caso!) o la preparazione del Palio successivo. Ma visto che questa vuole essere una modesta guida informativa per neofiti “stranieri” abbiate pietà di me e lasciatemi dire che si corre solo due volte all’anno!
Il Palio del 2 luglio è dedicato alla Madonna di Provenzano, quello del 16 agosto all’Assunta. La corsa ora si sviluppa in tre giri attorno alla meravigliosa Piazza del Campo, per l’occasione ricoperta di tufo, ma non è sempre stato così. Un tempo si correva anche il Palio alla lunga, un percorso che si snodava lungo le vie della città. Pian piano è caduto in disuso, ed ora si corre solo il Palio “alla tonda”.
Partecipano ad ogni corsa 10 delle 17 Contrade: le 7 che non partecipano al Palio di luglio parteciperanno sicuramente a quello dell’anno successivo, assieme ad altre tre estratte a sorte. Le carriere di luglio e agosto fanno storia a sé, dunque può essere che una Contrada non corre né quello di luglio né quello di agosto. In questo caso sarà certa di correre entrambi quelli dell’anno successivo. Un tempo correvano tutte e 17, ma a partire dal 1720, a seguito dell’ennesimo incidente di piazza, si decise di introdurre questa regola.
Nell’agosto del 1719, infatti, un oste di nome Paci, nel cercare di correre incontro al cavallo della propria Contrada, la Chiocciola, che aveva appena vinto il Palio, venne travolto dai cavalli che sopraggiungevano dietro di lui e fu ucciso.
Da quasi tre secoli, dunque, si segue questa regola. Le tre Contrade che si aggiungono per sorteggio alle sette partecipanti di diritto, vengono estratte a sorte una domenica pomeriggio, un mese prima della corsa. E’ propria questa cerimonia che da il via ufficiale al conto alla rovescia della gara vera e propria.
Va infine rilevato che tutti i Palii straordinari fanno storia a se e prevedono l’estrazione a sorte di tutte le 10 contrade partecipanti.
I tre giorni precedenti la corsa sono intensissimi: si comincia, la mattina del terzo giorno prima del Palio, con la scelta dei cavalli, che vengono fatti correre in piazza, la cosiddetta tratta: i capitani delle Contrade ne valutano l’idoneità e ne vengono scelti 10: dato che da molti anni è stata introdotta anche la regola che i 10 cavalli prescelti verranno assegnati a sorte, i capitani hanno tutto l’interesse a scegliere 10 cavalli che più o meno si equivalgono. In realtà ce n’è sempre qualcuno più bravo degli altri, che viene scelto nella speranza che tocchi alla propria Contrada!
Al sorteggio assistono pieni di speranza i contradaioli, che cominciano a gioire se capita un cavallo buono o a storcere il naso se viene assegnato uno scarso, la cosiddetta “brenna”. Una volta assegnato il cavallo alla Contrada, il destino dei due rimarrà indissolutamente legato. Il cavallo non potrà essere sostituito, neppure se dovesse ammalarsi, infortunarsi o morire. Se per qualsiasi ragione non potesse correre, la Contrada non correrà il Palio: ecco perché da questo momento sarà letteralmente vegliato e curato giorno e notte da contradaioli e dal barbaresco, il responsabile appunto del bàrbero.
Giunge quindi il momento della scelta del fantino: a differenza del cavallo, il fantino viene scelto dalla Contrada. I fantini sono da sempre dei mercenari, anche se il meccanismo negli ultimi decenni è leggermente cambiato e sempre più spesso, soprattutto i più bravi, hanno una Contrada di riferimento, per la quale corrono più spesso e dalla quale percepiscono un compenso tutto l’anno.
Quando la Contrada non corre, può anche fungere da agenzia di collocamento per il proprio fantino, consentendogli di aumentare i propri guadagni, ma a volte guadagnando essa stessa.
Lo può fare chiedendo un compenso alla Contrada alla quale “presta” il fantino, ma può anche alzare la posta con qualche stratagemma. Facciamo un esempio; se la Contrada A non corre il Palio ma ha un fantino molto ricercato, può contattare la Contrada B e C che lo corrono e che sono nemiche tra loro, sostenendo che entrambe hanno richiesto il loro fantino. Approfittando del fatto che le due Contrade nemiche non hanno rapporti, potrebbe ricevere un compenso da entrambe perché non concedano il fantino alla nemica e piazzarlo poi ad una contrada D!
Questo è un classico esempio di come le inimicizie aggiungano pepe a tutto il meccanismo. I Senesi succhiano con il latte materno la passione per la loro Contrada ma anche l’inimicizia per la Contrada nemica. Il nemico serve, per gioire quando perde, per sfotterlo quando si vince, per trovare un doppio motivo di interesse per il Palio. La sconfitta della Contrada nemica consola per la perdita del Palio, e la sua vittoria è un evento funesto!
A dimostrazione di ciò, credo sia abbastanza interessante l’esempio della carriera di Aceto, fantino legato fin dall’inizio alla Contrada dell’Oca. Andrea de Gortes, detto Aceto ha vinto 14 carriere, a cavallo tra gli anni 70 e 90 ed è certamente tra i più grandi fantini da Palio di tutti i tempi.
Tuttavia solo 5 di queste 14 vittorie le ha conquistate con i colori dell’Oca. Tutte le altre le ha vinte andando a correre per Contrade che avevano avuto in sorte un cavallo buono in corse dove partecipava anche l’arcinemica Torre: così facendo, la Contrada dell’Oca ha sempre contrastato la nemica e i frutti di questa strategia sono stati ben visibili: nel corso di tutta la carriera di Aceto, durata ben 28 anni, la Torre non vinse mai il Palio. Forse fu solo una coincidenza, ma di fatto, andando a piazzare il miglior fantino sul miglior cavallo ad ogni corsa, l’Oca perseguì i suoi scopi con successo (in verità verso la fine della carriera, i rapporti tra l’Oca e Aceto si guastarono e lui corse anche una volta per la Torre, senza fortuna).
A differenza del cavallo, il fantino può essere cambiato fino al giorno del Palio. La mattina del giorno del Palio, in comune avviene la “segnatura del fantino”. Il sindaco da lettura degli articoli del regolamento, il mossiere chiede disciplina e collaborazione ai fantini e vengono poi chiamate in ordine alfabetico le Contrade. Ognuno dei capitani risponde dichiarando nome, cognome e soprannome del fantino. Da quel momento anche il fantino non può essere cambiato.
I tre giorni precedenti il Palio sono cadenzati da 6 prove in piazza, una al mattino e una la sera, partendo dalla sera del terzo giorno precedente: le prove servono unicamente a far prendere confidenza a cavalli e fantino con il percorso dei tre giri in piazza: dunque vengono corse senza particolare impegno, con improvvise accelerazioni seguite da rallentamenti a giudizio dei fantini: gli “stranieri” che vi assistono rimangono molto spesso delusi perché si aspettano un minimo di impegno, ma i fantini stanno bene attenti a non compromettere la corsa con avventate manovre che potrebbero magari mettere in pericolo l’incolumità del cavallo: i contradaioli lo sanno bene e non cercano certo di vedere l’affermazione del loro cavallo in queste corse di prova: cercano semmai di capire, osservando il comportamento del bàrbero, quali possano essere le possibilità di affermazione nell’ultima grande corsa, la sola che vale.
Ma accanto alle 6 prove dei giorni precedenti, ci sono altri avvenimenti che fanno parte della ritualità del Palio. Il momento forse più culminante della preparazione da parte dei contradaioli sta nella cena della Prova Generale, che ha luogo la sera prima della corsa all’interno delle 10 Contrade che partecipano al Palio (anche le altre sette organizzano la cena, ma ovviamente il pathos è diverso). Contrariamente a quel che si può pensare, alla cena partecipano anche stranieri o turisti ai quali viene dato modo di assistere a quella che è la trepidazione, i timori, la speranza e la passione dei veri contradaioli. Ogni contradaiolo partecipa alla cena della propria Contrada ed è fatto molto frequente che coppie di sposi si separino la sera della cena, per partecipare ognuno alla festa della propria Contrada.
Anche questa riunione conviviale è segnata da cerimonie tradizionali, come il discorso del Fantino, che indossa il giubbetto della Contrada e siede al tavolo d’onore e soprattutto del capitano.
Mentre il fantino promette di fare del suo meglio per vincere il Palio, al capitano spetta l’onere più gravoso, ovvero quello non solo di assicurare di avere predisposto le cose al meglio per poter arrivare alla vittoria, ma anche, nel caso la nemica corra a sua volta il Palio, di aver fatto di tutto perché perda, magari rimediando una figuraccia. L’allusione che tutti i presenti colgono è quella ai “partiti” ovvero agli accordi segreti che hanno lo scopo di influenzare la carriera in cambio di compensi pecuniari.
Questo aspetto della tradizione è certamente tra le più antiche e la meno compresa dai non Senesi.
Benché il regolamento ufficiale proibisca questo tipo di accordi, la regola è da sempre disattesa. I partiti possono essere presi tra Contrada e Contrada, tra Contrada e fantino o tra fantino e fantino, a volte a nome della Contrada a volte più o meno segretamente di propria iniziativa.
Molto ci sarebbe da dire sulla terminologia che segna vari tipi di partiti, sulla loro complessità e sulle loro regole non scritte, tuttavia ci si può limitare ad affermare che i partiti sono delle promesse a pagare che vengono mantenute solo se vanno a buon fine. Questo ne aumenta la complessità e il rischio. In altre parole estremizzando al massimo l’esempio, se la Contrada A promette un compenso pecuniario alla Contrada B perché la aiuti a vincere il Palio, il compenso viene pagato solo se la Contrada A lo vince effettivamente grazie al suo aiuto. Se lo dovesse perdere, nonostante l’aiuto della Contrada B il compenso non verrebbe pagato. Così la Contrada B rischia di perdere sia il Palio, per non essersi concentrata sulla vittoria, sia il compenso.
Ripeto però che questo esempio è una estremizzazione per far capire il meccanismo. In realtà ormai tutte le Contrade guardano alla vittoria, prima di tutto, ed è pressoché scomparsa quella forma di soggezione che esisteva secoli fa da parte di Contrade piccole nei confronti di Contrade più grosse o potenti.
Ne risulta che l’esito del Palio è sempre più difficilmente influenzabile dai partiti, che restano però parte strutturale della tradizione. Perché?
I Senesi potrebbero rispondere “perché ci sono sempre stati”, ma in realtà la spiegazione va probabilmente ricercata nel fatto che il Palio non è mai stato, non è, non sarà, e non vuole essere una semplice “corsa di cavalli”. Il Palio ha delle radici storiche ineguagliabili e senza alcun paragone al mondo, dunque affonda proprio nella storia la costruzione e l’esistenza delle proprie tradizioni. I partiti sono una assonanza con la storia più gloriosa della Repubblica di Siena, quando l’uso della diplomazia e della politica era il pane quotidiano della vita delle Città stato del Medioevo prima e del Rinascimento poi. D’altra Parte Siena ha sempre avuto un ruolo importante nella diplomazia, nella politica e nell’economia di questa regione d’Italia. Non dobbiamo dimenticare che proprio da queste parti si inventò, prima che da qualsiasi altra parte del mondo, il sistema bancario moderno…
La segretezza e la complessità degli accordi, passa alla fine sempre attraverso il fantino: il fantino è colui che deve alla fine mettere in pratica le istruzioni del suo capitano, cercare di accordarsi con altri fantini, non dare l’impressione di “vendersi” ad altre Contrade (altrimenti sarebbe un guaio serio affrontare i propri contradaioli alla fine della corsa!), cercare di invocare l’aiuto degli altri partecipanti alla carriera. L’innegabile esistenza di accordi e tentativi di influenzare l’esito della corsa indipendentemente dalla bravura e abilità di cavallo e fantino, si riesce facilmente a notare al momento della chiamata alla partenza (la chiamata ai canapi) delle Contrade: le Contrade conoscono solo in quel momento l’ordine di ingresso dei cavalli tra i due canapi e la vicinanza all’una o all’altra può rendere vani partiti presi anche mesi prima. I Fantini parlano fittamente tra di loro, la partenza non è quasi mai immediata, proprio perché occorre prendere “accordi”: le conversazioni che si notano tra fantini e fantini, non sono certamente chiacchiere sul tempo o sulla salute della famiglia!

Ma torniamo alla cronologia del Palio: eravamo rimasti alla cena della Contrada che chiude la vigilia del giorno fatidico. Il mattino dopo comincia ufficialmente con la Provaccia, seguita dalla segnatura del fantino in Comune, di cui abbiamo parlato prima.
Il pomeriggio è invece scandito dalla benedizione del cavallo, che avviene all’oratorio della Contrada. Il cavallo viene benedetto e la cerimonia si conclude con il sacerdote che nomina prima il cavallo e poi il fantino e li esorta ad andare e tornare vincitori. Se il cavallo defeca in chiesa l’avvenimento è salutato con gioia dai contradaioli: presagio di fortuna!
Dalle Contrade partono poi le comparse che parteciperanno al corteo storico: anche il corteo ha delle simbologie ben precise e rappresenta di fatto un vero e proprio racconto della storia di Siena. Occorrerebbero però pagine e pagine per parlarne e quindi sorvolerò anche su questo aspetto.
Mi limito a segnalare che partecipano al corteo storico tutte e 17 le Contrade: entrano in piazza prima le 10 che partecipano alla corsa, poi le altre sette. Ci sono poi figuranti delle ultime 6 soppresse, delle congregazioni di arti e mestieri e rappresentanze di altre città vicine storicamente amiche.
Dunque i figuranti del corteo storico si ritrovano in Piazza e, seguendo regole ben precise, percorrono l’anello ricoperto di tufo, per poi prendere posto nel palco a loro riservato. Al termine entra in piazza il Carroccio, un carro trainato da buoi che simboleggia il carro delle insegne catturato ai fiorentini al termine della battaglia di Montaperti, nel 1260. Sul carroccio è issato il Palio, chiamato dai Senesi drappellone o cencio. E’ il premio per il vincitore, un telo dipinto da pittori più o meno famosi, anche internazionali, che andrà a finire nel museo della Contrada vincitrice.
Una volta uscito dalla piazza il Carroccio, issato il Palio sul palco dei giudici, ed eseguita da parte degli alfieri delle 17 Contrade l’ultima sbandierata di fronte al palazzo comunale, un colpo di mortaretto segnala l’uscita dall’androne del palazzo comunale dei cavalli. All’uscita un vigile urbano porge il nerbo di bue ai fantini che lo alzano in segno di saluto alle autorità e ai contradaioli.
Quindi si avviano verso i canapi di partenza dove, chiamati dal mossiere (il giudice arbitro che verificherà che la partenza sia valida), entrano man mano tra i due canapi. L’ordine di partenza viene stabilito a sorte da un apposito marchingegno ed è segreto fino al momento della chiamata del mossiere. Dunque anche qui la sorte, come nel caso della tratta, gioca il suo ruolo. Alcuni posti sono infatti considerati migliori, come il terzo e il quarto. Nessuno aspira ad essere chiamato per ottavo o nono e anche la rincorsa ha statisticamente meno probabilità di vittoria (anche se, in caso di presenza della Contrada nemica, può perlomeno cercare di dare il via alla corsa quando la nemica non è in buon posizione).
Dunque una volta entrati i primi nove cavalli il decimo è considerato di “rincorsa” ovvero sarà libero di entrare tra i due canapi a sua discrezione, nel momento che ritiene più opportuno. Solo nel momento in cui entrerà al primo canape, il mossiere abbasserà il secondo e darà il via alla corsa.
Sembra facile a parole! In realtà è rarissimo che la corsa parta alla prima “chiamata”. I fantini vogliono parlarsi, chiedere e dispensare favori, ma devono farlo con discrezione, obbedendo o disobbedendo agli ordini della propria Contrada, ma consci che i contradaioli, con occhio esperto, potrebbero leggere nel labiale quello che si dicono. Fatto sta che di solito alla prima chiamata i cavalli non rispettano l’ordine di entrata assegnato, si crea appositamente un po’ di confusione per costringere il mossiere a chiamare tutti fuori! All’ordine di uscire dai canapi da parte del mossiere i fantini escono e cominciano a girare in tondo davanti all’ingresso in attesa di essere nuovamente chiamati, ovviamente secondo lo stesso ordine. E’ questo il momento in cui li si vede confabulare tra loro! Continuano spesso a farlo tra vicini anche all’interno dei canapi, ma questa è l’occasione migliore, lontano dalla tensione dei nastri di partenza. La mossa, ovvero la partenza, può avvenire anche dopo molto tempo, a volte un’ora e più. Ci sono stati casi anche di Palii rinviati per sopraggiunta oscurità! Generalmente la presenza di Contrade nemiche complica le cose perché ci si assicura che la nemica non sia in buona posizione alla partenza. Se poi, come accennato, la Contrada di rincorsa ha la nemica tra i canapi, magari in posizione buona, è primo dovere del fantino entrare tra i canapi quando la nemica non è bene allineata per sfavorirla al massimo! In questi casi si arriva veramente all’esasperazione della gente in piazza che attende con ansia la partenza.
Non sempre quando la rincorsa entra tra i canapi, la mossa viene ritenuta valida. A discrezione del mossiere, se la disposizione non era quantomeno decente, viene dato l’ordine di far scoppiare il mortaretto: è il segnale che la partenza non è valida e si ricomincia daccapo. Ovviamente avrà abbassato ugualmente all’entrata della rincorsa il secondo canape, per ragioni di sicurezza, per evitare che i cavalli rovinino addosso alla corda tesa, ecco perché si ricorre al colpo di mortaretto.
Una volta che il mossiere accetta l’entrata del cavallo di rincorsa, per parafrasare un famoso film hollywoodiano, si scatena l’inferno! I tre giri della piazza durano 1 minuto e 20 secondi circa, durante il quale il Palio non si vede, ma si sente! Anche lo spettatore foresto ha la sensazione di essere sollevato in una sorte di limbo, non riesce più a capire cosa sta succedendo, non sa se deve urlare, tifare, applaudire, gioire o semplicemente cercare di seguire la corsa: non ha importanza, tanto neppure il suo vicino si accorgerà di quello che fa! Il tempo vola, tanto veloce quanto lento è stato quello della chiamata ai canapi, e nel giro di un attimo si ritroverà circondato da gente che urla, che corre, che piange, che si dispera, che si abbraccia, che lo urta senza neppure rendersene conto, soprattutto se si trova sulla linea che separa il contradaiolo vincente dal Palio issato sul banco dei giudici! Per i vincitori del Palio, non esiste niente altro che il proprio cavallo, il proprio fantino da abbracciare, il cencio da andare a reclamare sotto il Palco dei giudici. Il visitatore è travolto da questo turbinio di emozioni, ha la forte sensazione di essere fuori posto, di non capire, di non sapere cosa fare e cosa stia realmente succedendo. Finalmente qualcuno tra i vincitori si impossessa del Palio e tutti i contradaioli vincitori lo seguono verso il Duomo se si tratta del Palio di agosto o verso la chiesa della Madonna di Provenzano se si tratta del Palio di luglio, per il Te Deum di ringraziamento. Dietro alla Contrada vincente si riuniscono le bandiere delle altre Contrade: tutte tranne una, l’eventuale nemica della vincitrice. Per lei non c’è nulla da festeggiare, anzi, la disperazione è grande e i contradaioli si eclissano in silenzio, qualcuno piange.
Una volta giunti all’interno della chiesa, ne succedono di tutti i colori: se uno si aspetta di vedere una preghiera in mesto raccoglimento, si sbaglia di grosso. Il fantino entra portato in trionfo, la gente continua ad urlare, abbracciarsi, le bandiere sventolano: qualcosa più simile al tifo da stadio che consono al luogo sacro. Ma i parroci chiudono un occhio, anzi entrambi, sanno bene che non è il caso di protestare. A modo loro, i contradaioli ringraziano veramente la Madonna per la vittoria!
La festa continuerà poi in Contrada per tutta la notte, il giorno dopo, i giorni seguenti, il resto dell’anno. Perché a Siena il Palio si corre tutto l’anno!

STORIA E CURIOSITÀ
Sono tanti, tantissimi gli aneddoti e anche i fatti di sangue che nel corso dei secoli hanno contraddistinto la vita di Siena e delle sue Contrade. La storia intera della città è permeata dalla vita di contrada, dalle vicende delle sue compagnie d’armi, delle corporazioni di mestieri.
Dal punto di vista storico, il Palio si correva sicuramente già nel 1200, anche se non nella forma attuale (erano soprattutto corse alla lunga, nelle vie della città: corse meno spettacolari ma sicuramente più adatte ad un numero maggiore di cavalli). Il Palio di luglio è sicuramente più vecchio di quello di agosto e si ha una lista dei vincitori documentata già a partire dal 1600. Tuttavia le feste di mezz’agosto sono da sempre celebrate dai senesi: il Palio dell’Assunta venne introdotto più tardi, ma sicuramente mille anni fa si festeggiava con giochi e tornei quel periodo. In particolare dal 1650 per tutti i Palii si ha il nome della contrada vincitrice. Il 2 luglio del 1651, per esempio, vinse la Tartuca con il fantino Simone detto Mone.
Il più giovane fantino a vincere un Palio fu Francesco Santini di Montalcino detto Gobbo Saragiolo, che a soli 13 anni e 8 mesi vinse il suo primo Palio il 2 luglio 1823 per la Chiocciola. Fu il primo di 15 Palii vinti, cosa che lo pone al primo posto nella classifica dei fantini più vincenti di tutti i tempi, assieme a Bastiancino, fantino della seconda metà del ‘700: dopo di lui il contemporaneo Aceto (ritiratosi da un paio di decenni) con 14 vittorie, appaiato a Pavolino e Caino, il primo del ‘600, il secondo dell’800. Da notare che il palmares di Bastiancino sarebbe stato forse anche più ricco se il 16 agosto 1780 il fantino non fosse caduto riportando gravi ferite: morì 20 giorni dopo, uno dei rari fantini a morire per ferite riportate per cadute in piazza.
Il più anziano a vincere un Palio fu invece Luigi Menghetti, detto Piaccina, che vinse il suo quinto Palio a 64 anni, per il Bruco, il 2 luglio del 1826.
Il fantino ancora in attività che ha riportato più vittorie è invece Gigi Bruschelli, detto Trecciolino (ma i senesi lo chiamano anche l’Imperatore) con 12 vittorie al suo attivo. Ha corso anche l’ultimo Palio di agosto, nel Bruco, ma il suo cavallo, “Lo specialista” è caduto all’ultima curva di San Martino quando era quarto. Forse non un gran specialista, anche se al suo terzo Palio!
Nella storia conosciuta della corsa, furono due le donne fantino: la quattordicenne Virginia Tacci il 15 agosto del 1581 arrivò seconda, creando grande scalpore ed entusiasmo, malgrado nel Palio il secondo posto sia certamente il meno desiderato (proprio per il fatto che esiste un solo vincitore, gli altri sono tutti perdenti, soprattutto il secondo!).
L’altra donna fu Rosanna Bonelli, detta Diavola o Rompicollo che corse il Palio del 16 agosto del 1957. E’ tuttora l’unica donna ad aver corso in Piazza del campo il Palio alla tonda, dato che Virginia corse quella alla lunga.
Il Palio più vecchio ancora conservato in un museo di Contrada è quello del 2 luglio 1719: lo si può ammirare nella Contrada dell’Aquila. Quelli precedenti sono andati tutti purtroppo perduti per varie ragioni: la principale è che prima del ‘700 il Palio non era come ora un dipinto, ma un rettangolo di stoffa preziosa che veniva spesso usato per farne dei paramenti sacri. Inoltre secoli fa non tutte le Contrade avevano un luogo dove conservarli e venivano spesso affidati a dei contradaioli: separazioni e liti familiari, furti o altro portavano poi alla perdita di questi e altri importanti oggetti storici testimonianza della vita di Contrada.
Altro aspetto interessante sta nel fatto che cronache storiche riportano che nei secoli passati, alla Contrada vincitrice spettava una somma in denaro, che veniva riscossa al momento della restituzione del bacile d’argento che stava in cima all’asta del Palio. La restituzione del bacile comportava la riscossione del Premio. Ricordo che ora, invece, la Contrada vincente spende soldi (per pagare gli accordi) anziché vincerli!
Curioso osservare che quel primo Palio ancora conservato, vinto appunto dall’Aquila, fu conquistato dalla Contrada solo al suo secondo anno di attività. La Contrada fu infatti per anni inattiva ed il suo territorio era stato di fatto assorbito dalle Contrade vicine. Nel 1718 un nobile locale riuscì a farla riammettere, “resuscitandola” dalle Contrade soppresse, impresa che non era riuscita a Spadaforte 20 anni prima. Questo fatto diede la definitiva configurazione al quadro delle 17 Contrade ancora identico a tre secoli di distanza.
E’ dal 1657, invece, che in tutti i Palii appare dipinta l’immagine della Madonna: quella di Provenzano per il 2 luglio, dell’Assunta per il 16 agosto. Fanno eccezione solo i Palii straordinari.
L’episodio che portò invece alla soppressione delle ultime 6 contrade avvenne, secondo la tradizione popolare, il 2 luglio del 1675: si corse con 20 Contrade, con Lupa e Spadaforte che arrivarono appaiate. Dopo concitate discussioni, la vittoria venne assegnata alla Lupa, ma i contradaioli di Spadaforte non vollero accettare la decisione. Vi furono forti tumulti con morti e feriti: la Contrada di Spadaforte venne appoggiata dalle altre cinque Contrade e si decise di sopprimere tutte le colpevoli, forse nella speranza che questo servisse da esempio.
In realtà questo fatto non è supportato da prove: anzi, sembra che nel 1675 queste Contrade già non esistessero più. La tesi sarebbe confermata dal fatto che la Lupa non annovera questo Palio tra le sue vittorie. Il Palio del 1675 non fu probabilmente corso, sembra per gravi tafferugli tra la Torre (che aveva assorbito gran parte del territorio di Spadaforte, da qui il probabile equivoco) e l’Onda il giorno precedente.
La probabile estinzione di queste Contrade può essere ricercata nella mancanza di mezzi ed organizzazione che impediva loro di partecipare attivamente alle feste della città. Si registra infatti un tentativo di Spadaforte di rientrare in corsa nel 1693, tentativo fallito grazie ovviamente anche all’opposizione delle Contrade che ne avevano assorbito il territorio.

Per dare un’idea di quanto radicata sia sempre stata la tradizione del Palio, basta dare un’occhiata alla successione delle corse: spesso fu disputato anche in periodi di guerra o di carestie e solo raramente fu sospeso: partendo dal 1650, anno in cui cominciò ad essere regolarmente registrato, oltre al 1675 già citato, venne sospeso per poco più di una decina di volte tra cui nel 1859 per la seconda guerra di indipendenza, nel 1866 per la terza, e negli anni della prima e seconda guerra mondiale.
A questo proposito va ricordato che gli avvenimenti dell’800 legati all’Unità d’Italia infiammarono anche gli animi dei Senesi. Tanti gli aneddoti legati alla passione per l’Italia e l’avversione contro gli stranieri. In particolare si racconta che nel Palio straordinario dell’ottobre 1849, al quale presenziò anche il Granduca d’Austria, la folla non riservò alcun applauso alla Contrada dell’Aquila, dai colori simili a quelli Austriaci, mentre accolse con un boato la bandiera tricolore dell’Oca. Applausi ancora più scroscianti furono riservati al suo alfiere, quando riuscì ad alzare la bandiera più in alto del luogo dove il Granduca era seduto, facendo sì che, seguendo la bandiera con la testa, il reggente si ritrovo a fare un inchino di fronte al tricolore!
Anche gli episodi storici riportati dalle cronache legati alla passione contradaiola sono moltissimi: Il 2 luglio 1896 la Chiocciola, partita per prima, ci rimase fino all’ultima curva ma cadde menando nerbate nel tentativo di non farsi superare. Vinse la Torre e un contradaiolo della Chiocciola, tale Francesco Dominici, gettò dalla rabbia l’immagine di Sant’Antonio (protettore della nemica Tartuca) in un pozzo. Passarono gli anni e per la Chiocciola la vittoria non arrivava. Nel 1910 i contradaioli decisero di prosciugare il pozzo e recuperare l’immagine (decisamente malconcia) del Santo. La vittoria arrivò al Palio successivo, il 2 luglio del 1911, 23 anni dopo l’ultima vittoria.
Da allora i contradaioli della Chiocciola sono chiamati da chi li irride “affogasanti”.
Ovviamente ogni Contrada si vede affibbiare dal nemico un epiteto poco edificante, legato o meno a fatti realmente accaduti. Ad esempio, quando si partecipa ad una cena con poco cibo, i Senesi parlano di “cena di Istriciaioli”. L’espressione pare nasca da un episodio avvenuto durante una cena della vittoria dell’Istrice: il tavolo dove erano raccolti i piatti con il cibo si rovesciò e si dovette correre ai ripari. Tuttavia molti degli intervenuti si ritrovarono ad inzuppare il pane nel vino per potersi sfamare!
Il 16 agosto del 1713 venne invece assegnato l’unico ex-equo della storia: tagliò per primo il traguardo l’Onda ma non oltrepassò il Palco dei giudici, cosa che fece invece la Tartuca. La vittoria venne salomonicamente assegnata ad entrambe e negli annali risulta mezza vittoria ciascuno.

Accanto a questi e altre centinaia di avvenimenti più o meno curiosi, ce ne sono molti di divertenti, che dimostrano l’attaccamento alla propria contrada.
Si racconta che Lorenzo Fabbri, appassionato contradaiolo e barbaresco del Drago (ricordo che il barbaresco è il responsabile del cavallo) dopo la vittoria del 1921, restò fuori casa per settimane, per non affrontare la moglie inferocita, torraiola, la cui Contrada era arrivata seconda.
Le separazioni momentanee tra coniugi sono all’ordine del giorno: se i due appartengono a due Contrade diverse non è raro che nei giorni del Palio ognuno di loro conduca vita separata!
Nel Palio del 2 luglio del 1688 il fantino della Torre trattenne il cavallo dell’Onda spingendolo verso un proprio contradaiolo che lo prese in consegna. Scoppiarono ovviamente tafferugli che sfociarono addirittura in licenziamenti di dipendenti della Contrada rivale (le due Contrade sono confinanti).
In realtà i tafferugli, le scaramucce e le scazzottate tra contradaioli rivali accadono piuttosto spesso.
Anche in questo ultimo Palio se ne sono avute alcune, tra Bruco e Giraffa il giorno prima del Palio e tra Istrice e Lupa dopo il Palio.
Molti aneddoti riguardano anche le iniziative dei contradaioli per dimostrare l’attaccamento ai propri colori: anni addietro i dirigenti dell’ospedale di Siena hanno avuto il loro bel daffare a proibire, ovviamente per questioni igieniche, lo spargimento sotto il letto delle puerpere della terra della Contrada, per invocare la giusta scelta da parte del nascituro da due genitori di provenienza diversa.
Si racconta anche di contradaioli che non vogliono essere sepolti nel cimitero più vicino, se si trova nella Contrada nemica, o di altri che vogliono essere sepolti dal lato che guarda verso la propria Contrada, per poterla vedere anche da morto!
Ancora, è famosa la figura del prete Bani dell’Oca, tanto attaccato alla sua contrada da portarne i colori sotto la tonaca. Un giorno si ritrovò ad officiare un funerale proprio il pomeriggio del Palio e, con l’approssimarsi della corsa, si narra che, al momento della sepoltura del suo parrocchiano, il prete chiese allo spirito del defunto di far sì che non vincesse la Torre!

ABOLIRE IL PALIO?
Concludo affrontando anche io quello che è certamente un argomento scottante, ovvero la perenne diatriba sollevata dagli animalisti e non solo da loro sull’abolizione del Palio.
Premetto innanzitutto che chi scrive è iscritto da anni alla Lipu e al National Trust inglese: dunque, anche per il fatto che questa vuole solo essere una piccola guida curiosa per chi vuole saperne qualcosa di più del Palio, non voglio entrare più di tanto nella diatriba che si rivela molto spesso accesa e dai toni aspri.
Personalmente, devo ammettere che ho una certa difficoltà ad immaginare che una tradizione radicata nei secoli e nel territorio, possa essere spazzata via senza tenere in considerazione i molteplici aspetti che questo implica.
La cosa che più mette tristezza è vedere però l’ipocrisia di molte persone che brandiscono l’argomento per farsi della pubblicità. A volte è un attore, a volte un parlamentare, a volte addirittura un ministro che occupa un posto che dovrebbe promuovere il Palio, non criticarlo!
Si sentenzia spesso con troppa leggerezza sul Palio e questa è un’offesa alla nostra storia e alla nostra cultura: la sicurezza è certamente un tema reale e scottante, ma sarebbe sbagliato mettere il Palio sul banco degli imputati e rifiutarsi di guardare cosa succede intorno a noi ogni giorno… cito a questo proposito un testo tratto da Wikipedia:
“...uno studio del 2010 dell’Università di Parma, finalizzato alla comparazione delle patologie traumatiche dei cavalli da ippodromo e da corse storiche negli ultimi venti anni, ha permesso di verificare che non esiste differenza in termini percentuali tra incidenti nelle corse regolari e nelle corse storiche. In particolar modo una analisi approfondita degli ultimi 40 anni del Palio di Siena, ha permesso di scoprire che vi è stata una riduzione percentuale di incidenti catastrofici: dal 2,20% di incidenti nel decennio 1970-79 allo 0,53% nel decennio 2000-2009.”
Quanto sopra è citato da Wikipedia (non il corriere del Palio!) alla voce Palio di Siena.
Il vero problema dunque, è che mentre il Palio è perennemente sotto i riflettori, il mondo dell’ippica riesce ad avere un bassissimo profilo quando si tratta di tragedie ed incidenti che riguardano i cavalli.
A nulla sembrano servire gli sforzi dei Senesi e del Comune di Siena per aumentare al massimo i margini di sicurezza. Lo studio citato sopra dimostra come la sicurezza sia aumentata, ma nello studio non si cita ad esempio il pensionato per cavalli, sito nel comune di Radicondoli, con spese pagate dal comune di Siena, dove vengono messi cavalli che hanno subito infortuni in Piazza e che non possono più correre. Un cavallo da corsa che non può correre è un costo, nel mondo del Palio si è deciso di sostenerlo, pur di non abbattere l’animale, in altri mondi, dove sono i soldi a contare, lascio immaginare cosa succeda ad un povero cavallo infortunato… Ma nonostante questo, i Senesi devono fare perennemente i conti con accuse di maltrattamenti.
Il problema è proprio questo: è innegabile che il Palio comporti dei rischi per i cavalli, ma ciò che rattrista è vedere l’ipocrisia con la quale si affronta il problema: se si tratta di Palio l’incolumità del cavallo viene prima di tutto, se invece si deve guardare verso mondi dove girano, oltre alla passione, tanti tanti soldi, si preferisce far finta di non vedere, allora l’incolumità degli animali non viene più al primo posto: si cominciano a tirar fuori storielle come i posti di lavoro da salvaguardare e cose del genere…
Proprio al Palio di quest’anno c’è stato un avvenimento che dovrebbe essere significativo per capire l’amore e la gratitudine che i Senesi riservano ai loro cavalli da Palio. Prima della tratta di sabato è tornato in Piazza per un giro d’onore Berio, cavallo ora quattordicenne che si è coperto di gloria in Piazza del Campo. Protagonista di 6 Palii tra il 2002 e il 2005, ne ha vinto ben 4, (uno con la Tartuca, due con il Bruco, uno con la Torre) prima di essere escluso dagli ormai scrupolosissimi veterinari del Comune che gli hanno diagnosticato un principio di artrite alla gamba sinistra: problema che non ne avrebbe compromesso le prestazioni ma che avrebbe potuto peggiorare e creare danni all’animale a seguito delle forti sollecitazioni che una corsa può comportare. Il Comune di Siena, ben sapendo la sorte a cui può essere destinato un cavallo da corsa che non può più correre, si è offerto subito di acquistare l’animale per destinarlo al centro ippico di Radicondoli, ovvero il pensionato per cavalli che per vecchiaia o infortuni non possono più correre il Palio, spesato proprio dal Comune. Solo dopo le rassicurazioni del proprietario che il cavallo non sarebbe stato abbattuto, il comune ha rinunciato all’acquisto.
Dunque, sabato 13 agosto Berio è stato ricondotto in Piazza, per un giro d’onore e per raccogliere gli applausi di tutti i Senesi che riconoscono in lui uno dei cavalli che entrerà nella leggenda del Palio. Difficile riscontrare in questo episodio cinismo o indifferenza nei confronti dei cavalli!
Credo che sia indispensabile evitare prima di tutto uno scontro muro contro muro, nell’affrontare il problema, cosa che purtroppo non succede spesso: non va infatti dimenticato che l’organizzazione della vita di Contrada, che alla fine ha nel Palio il suo punto culminante, è senza dubbio uno dei motivi grazie ai quali Siena ha una diffusione di droga e criminalità ben al di sotto della media nazionale. E anche questo aspetto non va sottovalutato. La vita di Contrada costituisce di per se un controllo sul territorio, ma la vita di Contrada, senza il Palio, sarebbe morta e sepolta.
L’eventuale scomparsa del Palio sarebbe un ennesimo patrimonio culturale che andrebbe perduto. Dunque forse gli sforzi dovrebbero andare verso una ulteriore diminuzione di quel 0,53% di incidenti citato nello studio, per far sì che l’Umanità intera possa continuare a godere di questo patrimonio culturale e storico che non ha eguali al mondo. L’abbassamento della percentuale di incidenti negli ultimi anni è stato un successo straordinario che ha premiato lo sforzo della città di Siena per riuscire a salvaguardare la sicurezza senza per questo stravolgere questa straordinaria tradizione.
Insomma, il mio modestissimo desiderio è che si abolisse la parola abolire e che si cercasse invece di usare di più la parola capire e sforzarsi di preservare il più possibile storia e cultura del nostro Paese, una delle poche cose di cui andare orgogliosi, senza farci prendere dal vizio tutto italico di disprezzare il nostro patrimonio culturale e senza per questo perdere di vista la sicurezza e la difesa di vite umane e animali.

Un tema spesso controverso e tante "istruzioni" per conoscerne tutti gli aspetti senza pregiudizi e fraintendimenti

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