Le cronache di Galles

in viaggio con Federico in Inghilterra

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Le cronache di Galles

Storia di un breve viaggio in Galles, una regione trascurata dai turisti italiani, ma che presenta concentrati alcuni degli aspetti abitualmente ricercati nelle diverse aree delle isole britanniche.
In primis una bellissima costa, in particolare quella del Pembrokeshire, con scogliere, promontori battuti dal vento, insenature sabbiose e “isole nella corrente”, che ben poco ha da invidiare a quella più rinomata della prospiciente Irlanda.
Poi un interno collinare e verdissimo, disseminato di foreste e limpidi torrenti, che tanto ricorda l’Inghilterra centro-settentrionale.
Ancora, aspri scenari di montagna nella zona attorno allo Snowdonia National Park, tempio dell’escursionismo gallese a pochi chilometri dal mare, paesaggisticamente vicini ai monti delle Highlands scozzesi.
E graziosi villaggi, sia sul mare che in montagna, o nella “buia” zona delle miniere di carbone, dove si avverte una cura tutta inglese di case, strade e … pubs.
Infine, uno spirito indomito tipico delle genti celtiche, accomunabile a quello di scozzesi e irlandesi; certo, la spinta indipendentista gallese ha perso notevolmente vigore rispetto a quella dei più combattivi vicini, ma il carattere e l’identità gallese sono ancora ben individuabili in diversi aspetti della vita quotidiana.

Ma allora, perché il Galles risulta la meno frequentata delle regioni dell’UK? Innanzitutto, questo vale per i turisti d’oltremanica e non per gli Inglesi, che affollano le spiagge e le montagne gallesi come i fiorentini a Forte dei Marmi o i milanesi a Cervinia. Poi, forse perché il Galles racchiude tutti gli aspetti citati, ma ognuno di questi non è alla massima espressione, manca quel quid indefinito che rende un castello scozzese o una scogliere irlandese più affascinanti dei corrispettivi gallesi, forse solo una questione di atmosfera, chissà.

Per chiudere questa introduzione, il Galles presenta una notevole varietà di aspetti interessanti e paesaggi davvero eterogenei, racchiusi in un’area circoscritta che si può tranquillamente visitare in una settimana – dieci giorni.
Certo, bisogna essere amanti delle atmosfere e delle ambientazioni britanniche e non soffrire un bel po’ di fresco in estate, io comunque un viaggetto alla scoperta del Galles lo consiglio senza dubbio.

Come spostarsi

Non ci sono tante alternative: a meno che non si disponga di tantissimo tempo, in Galles ci si sposta in macchina.
Noi l’abbiamo noleggiata a Liverpool, raggiunta con un volo low-cost Ryanair da Bergamo.
Le strade sono normalmente in buono stato e le indicazioni chiare, come dappertutto in Gran Bretagna. Non sono veloci, soprattutto nel centro-sud dove le autostrade non abbondano, ma piacevoli in vacanza, quando la fretta possiamo finalmente lasciarla a casa.
Un consiglio: imbroccare le stradine più piccole in prossimità della costa, tentazione irresistibile nella presunzione di trovare scorciatoie, può essere un’avventura, ma perdersi è davvero molto facile; meglio affidarsi alle principali strade di collegamento, anche se a volte sembrano allungarsi in giri cervellotici.

In cucina

Non me ne vogliano i puristi del Galles, ma per un turista di breve corso come sono stato io, la cucina gallese è sostanzialmente associabile a quella inglese. Il mio consiglio, è di non lesinare a colazione e di andare a cenare nei pubs, dove accompagnati da una buona birra si possono sempre trovare piatti unici sufficientemente gustosi e a prezzi abbordabili, per di più in un ambiente caldo dal sapore molto particolare.
Se si viaggia con bambini, ci si deve rassegnare: non andranno molto oltre le maledette / benedette patatine fritte, ma quando si tratta di pochi giorni...
Una curiosità: in tutti i b&b dove sia andato nelle isole britanniche, mi è stata quotidianamente offerta con enfasi la possibilità di godermi una bella “full english breakfast”, o una “full scottish breakfast”, o una “full welsh breakfast”, o una “full irish breakfast”: qualcuno mi sa spiegare la differenza, please?

Itinerario

Grosso modo abbiamo percorso un “anello”, con partenza ed arrivo a Liverpool. Da lì siamo scesi verso Hay-on-Wye, la “repubblica del libro usato”, e proseguito, dopo aver attraversato il Brecon Beacons Nazional Park, lungo la costa meridionale, fino all’estremità del magnifico Pembrokeshire.
Risalendo la statale che percorre la costa, ci siamo quindi addentrati all’interno, per la visita della zona delle miniere e la mitica salita in treno sulla sommità dello Snowdon.
Infine, abbiamo visitato i castelli lungo la costa settentrionale, per poi uscire dal Galles e fermarci per una giornata in Inghilterra, a Chester.

Da non perdere

Districarsi nel dedalo di strade e autostrade tra Liverpool e Manchester non è proprio facile, ma si è aiutati dal fatto che le autostrade inglesi siano aperte, oltre che gratuite, e con una buona cartina e un paio di errori si riesce a immettersi nella giusta direzione.
Prima tappa Hay-on-Wye, la famosa cittadina dei libri, il celebre auto-proclamato regno del libro usato.
Hay è un posto veramente singolare. Deve la sua fama ad un inglese tanto eccentrico quanto geniale, Richard Booth, che negli anni sessanta cominciò la sua attività di venditore di libri usati, finendo per organizzare una rete mondiale di raccolta che includeva Stati Uniti a Australia.
Il suo obiettivo diventò man mano quello di fare di Hay una capitale della cultura indipendente, al pari delle città-stato dell’antica Grecia. Il suo successo lo portò addirittura, a metà anni settanta, a proclamare l’indipendenza di Hay dalla Gran Bretagna, incoronando se stesso re nel corso di una solenne cerimonia nel parco del castello svoltasi, guarda caso, il 1° aprile…
In seguito a questa trovata pubblicitaria innegabilmente vincente, il successo e la fama di Booth aumentarono ancora, fino alla sua proclamazione di “Imperatore” di Hay da parte dei suoi sudditi.
Il risultato è veramente sorprendente e a suo modo unico. L’idea, tra l’altro, ha avuto sicuramente un ottimo riscontro economico, considerata la grande quantità di turisti che si spingono fino qui, nel mezzo della campagna, per passeggiare tra le stradine di questo strano universo: dappertutto libri, libri e ancora libri, venduti nelle numerose librerie (circa 45 ne riporta la Lonely), posti disordinatamente nei locali sottostanti il castello, o addirittura sistemati sugli scaffali dei cosiddetti “Honesty booshop”, dove i soldi si lasciano in una cassettina, 50 pences gli hardbacks e 30 pences per i paperbacks.
Una considerazione: per chi non disdegni l’acquisto di qualche souvenir gallese, questa cittadina dal sapore prevalentemente inglese rappresenta una delle migliori occasioni: nel prosieguo abbiamo trovato effettivamente poco, eccettuando forse la turisticizzata St.David’s.
Il nostro itinerario prevedeva poi una visita al Brecon Beacons Nazional Park. Per quello che marginalmente ho potuto vedere, il parco consiste di fatto in una zona collinare, molto verde e non particolarmente selvaggia. Tutto sommato, ci è risultata molto gradita l’alternativa scelta di passare qualche ora sul Monmouthshire and Brecon Canal, trovato percorrendo anguste stradine di campagna: una sorta di via d’acqua in mezzo al verde, in un paesaggio bucolico tranquillissimo, dove da un anziano e pittoresco barcaiolo abbiamo noleggiato un piccolo natante a motore per scivolare lentamente sull’acqua, tra greggi di pecore, pigre house-boats e invitanti pubs di campagna (memorabile la birra al Travellers Rest, di Talybont-on-Usk).
Questo angolo strano di mondo, questa parentesi di grande tranquillità da godere in barca o passeggiando lungo le rive del fiume, si trova un poco più a sud, direzione Newport, ci si trova dentro quando si pensa di aver smarrito la strada…
La penisola del Pembrokeshire è probabilmente la parte più affascinante del Galles. Lo scenario è quello classico delle migliori coste delle isole britanniche: prati verdi, scogliere, ampie spiagge sabbiose battute dal vento, sicuramente ha ben poco da invidiare ai più noti litorali di Irlanda e Scozia.
Si incontrano cittadine turistiche, quale Tenby, molto frequentata dai britannici ma sinceramente poco attraente per noi italiani; sarà che vi ho passato una mezza giornata fredda e piovosa, ma non ho l’ho trovata granchè interessante, salvo forse per la bella spiaggia ed il lungomare di alberghi.
La parte del leone la fa senza dubbio lo splendido paesaggio naturale, con la possibilità di percorrere a piedi uno dei più lunghi percorsi escursionistici, il Pembrokshire Coast Path, che si snoda lungo la costa dell’intero Pembrokeshire. Noi abbiamo fatto una scelta diversa (con grande rammarico, perché il sentiero è meraviglioso e secondo me vale qualche giorno di serenità e … esercizio fisico): abbiamo passato qualche ora a giocare in spiaggia con mia figlia (a Whitesands Bay, la più bella delle spiagge gallesi), godendoci il vento e il tiepido sole, camminato sul meraviglioso promontorio di St.Martin’s Heaven, e partecipato ad una delle escursioni che in gommone portano al Ramsey Island (la più nota Skomer non era accessibile per il troppo vento sul mare), offrendo la possibilità di osservare parecchia fauna (tra cui alcuni parenti stretti dei delfini, di cui non ricordo il nome) e di divertirsi in un adrenalinico toboga sulle onde.
Una nota la merita St.David’s, cittadina sorta attorno al luogo più sacro del Galles, la splendida e austera cattedrale gotica che le dà il nome.
Risalendo la costa il paesaggio non è certo indimenticabile, compresa la città di Aberystwyth, tanto bella al tramonto nelle fotografie dei depliants turistici, tanto invece poco interessante alle spalle della facciata dei palazzi vittoriani del lungomare.
Il cuore centrale del Galles è una regione particolarmente verde, permeata delle atmosfere magiche che offrono una stradina nel bosco, un villaggio in pietra placidamente adagiato sulle rive del torrente, un laghetto grigio perla increspato dal vento. Le scritte in gaelico e qualche consunta testimonianza del passato contribuiscono a creare un’immagine di mondo antico e misterioso, e in ogni angolo ombroso ti sembra di poter scorgere una strega con il pentolone intenta a preparare pozioni fumanti, o di sentire arrivare cavalli al galoppo, cavalieri medievali in armature infangate…
Abbiamo inoltre visitato la cittadina di Dolgellau, che vanta il numero record di edifici in ardesia segnalati (oltre 200), il cui insieme è in effetti molto omogeneo e piacevole, ma non si pensi a nulla di strabiliante, a conferma che il meglio del Galles è la natura, non le città.
Una sosta ce la siamo goduta nel paese di Beddgelert, letteralmente “tomba di Gelert”, reso noto dalla leggenda del cane Gelert. (vd. curiosità), cui è dedicato un monumento; il paese è uno dei più graziosi incontrati qui, ma la migliore attrazione del paese per me è la tea-room proprio di fronte al ponte in pietra, dove ci siamo goduti un ottimo cream-tea (finalmente, in Galles l’usanza non è molto diffusa) in un curioso ambiente pieno di oggettini old-England in vendita.
Alla sera, pernottamento nella celebrata località balneare di Barmouth: lasciamo perdere, anche amanti del mare nordico come noi a volte perdono il coraggio di fronte a queste località fredde nel clima e nell’accoglienza, manco fosse novembre, ma se non c’è gente a metà luglio…
In zona siamo andati alle miniere di ardesia di Llechwedd. La miniera si trova nel mezzo di un incredibile paesaggio di vere e proprie colline fatte dai mucchi di scarti dell’estrazione; all’interno sono previsti vari tour guidati che scendono a diverse profondità nel sottosuolo nelle sale dove è ricostruita, con l’aiuto di manichini e macchinari d’epoca, l’inconcepibile vita dei minatori dell’ottocento. Visita davvero molto interessante e istruttiva: sembrerà una banalità, ma usciti di lì viene inevitabile qualche ragionamento sull’agiatezza del nostro lavoro di cui ci si lamenta di continuo!
Uno dei punti fermi del Galles è la salita sullo Snowdon, il secondo monte della Gran Bretagna, la montagna per eccellenza per i gallesi, che attrae vere folle di escursionisti. Innanzitutto, una nota: leggere le avvertenze per chi si appresta a salire (a piedi) sullo Snowdon fa un po’ sorridere noi abitanti delle regioni “alpine”, abituati a ben altre altitudini; eppure, pur a fronte di una camminata senza difficoltà di sorta, ho visto il tempo cambiare tanto repentinamente, la temperatura crollare e la nebbia addensarsi sulla cima, che devo condividere tutte le raccomandazioni, al di là della modica altitudine raggiunta (1.085 metri).
Ah, dimenticavo: io sono salito con il trenino a vapore, d’altronde mia figlia a piedi in cima non ci sarebbe venuta di sicuro, una opportunità da considerare potrebbe essere salire treno e scendere a piedi. Comunque, anche il treno è una piacevole esperienza, una volta che ci si è dimenticati del prezzo esorbitante del biglietto; forse il tragitto è lungo, ma i paesaggi sono molto belli e arrivati in cima si gode di una vista veramente spettacolare (con tanto di gabbiani che si librano nel vento, scherzi delle montagne vicine al mare…).
La zona di Snowdonia è molto bella, anche da percorrere in macchina; per pernottare, consiglierei di cercare il più possibile vicino al Pass of Llanberis, magari nella località montana di Capel Curig, senza spingersi fino a Betws-y-Coed, niente di eccezionale e per di più intasata della gente proveniente dal “Monte”, cosicché trovare una camera può essere un problema nonostante la fila ininterrotta di b&b e alberghi.
Tralasciata a malincuore, per ragioni di tempo, la penisola di Llyn, il nostro giro del Galles si è chiuso con la zona “dei castelli”.
Delle fortezze costruite da Edoardo I nella campagna per la sottomissione del Galles all’Inghilterra, abbiamo visitato Harlech, un po’ più a sud, Caernarfon e Conwy, punti fermi per chiunque si avventuri da queste parti.
I famosi castelli gallesi mi hanno per la verità un po’ deluso: da fuori sono spettacolari, questo è indiscutibile, ma l’interno è spoglio e sostanzialmente deludente, non offrono molto oltre alle passeggiate labirintiche tra torri, mura e camminamenti.
Per di più, i castelli sono in cittadine sorprendentemente poco ospitali, in particolare Caernarfon, dove cui le strutture ricettive (pubs compresi) sono molto rare, zona circostante compresa.
Sarà che erano i giorni degli attentati a Londra ed era inquietante essere lontani da casa, tra telegiornali per noi difficili da comprendere pienamente ma da cui intuivi la gravità degli eventi e sms del Ministero degli Interni, fatto sta che il nord ci è parsa la parte meno interessante del Galles.
Conwy ha chiuso la parentesi nella “terra del drago rosso”, ma non la nostra vacanza, che prevedeva un’appendice nella vicina e “odiata” Inghilterra.
Innanzitutto una sosta a Chester, una città che incuriosiva da sempre per i cosiddetti “Rows”, portici in legno posti al primo piano delle case a graticcio del centro storico, tali per cui in pratica i negozi, e il passeggio, sono su due piani.
Chester si è rivelata superiore alle nostre aspettative: bella, un centro storico particolarmente animato e di grande fascino storico, la inserirei tranquillamente nel novero delle migliori cittadine inglesi. Una bella sorpresa il giro delle mura cittadine, piacevole passeggiata che consente una visuale unica della città, mentre l’unico neo, forse, mi è sembrata la cattedrale, un “goticone” molto decantato, con tanto biglietto di ingresso (questa abitudine d’oltremanica continua a non andarmi giù…) e pure salato, però priva di attrazioni particolari e dell’atmosfera che spesso caratterizza le stupende cattedrali del Paese.
La nostra fortuna è stata di imbatterci del tutto casualmente nel venerdì delle corse dei cavalli all’ippodromo cittadino, occasione che naturalmente non ci siamo lasciati sfuggire.
L’atmosfera all’entrata del centro ippico è quella tante volte vista in televisione: gentiluomini elegantemente vestiti e signore con vestitini dai colori pastello e improbabile cappelli pronti a “decollare” nel vento, book-makers con coppola e faccia da book-maker, tutti ad affollare un ippodromo antico, con ambienti signorili a cui si è ammessi solo con abbigliamento “adeguato”.
Noi, è chiaro, ci siamo sistemati nella parte “popolare” (praticamente un prato scosceso a ridosso della pista), molto divertiti dall’insolita esperienza e dal fatto di trovarci in un ambiente festaiolo per noi del tutto nuovo. Ma quanto bevono gli inglesi alle corse dei cavalli??
Ultima tappa, Liverpool, per una giornata prima del trasferimento all’aeroporto. Liverpool non è una bella città, il centro è moderno e abbastanza insignificante, tranne forse per alcuni palazzoni vittoriani e qualche grande spazio verde che le conferiscono un’aria che mi ricorda le capitali dell’est europeo. La zona di maggior interesse è quella, restaurata, che si affaccia sul mare, in particolare gli l’Albert Dock, dove si trova, tra l’altro, l’attrazione principe della città: il museo The Beatles Story.
Il museo è veramente splendido ed emozionante, soprattutto nelle ricostruzioni del “Cavern” e della stanza bianca del video di Imagine, la musica coinvolgente e lo shop all’uscita irresistibile. L’emozione, poi, è da occhi lucidi nell’osservare come il fenomeno Beatles riunisca veramente gente di tutte le età: lì, tutti insieme, tutti commossi nello spazio antistante l’entrata (dove campeggia una grande sottomarino giallo), la musica di “It’s been a hard day’s night” diffusa a tutto volume, io, 40 anni, che li ho imparati “in famiglia”, i cinquanta-sessantenni, che invece li hanno vissuti di persona, e un sacco di ragazzini, sedicenni entusiasti, una continuità generazionale a confermare come la musica dei Fab-four corra davvero fuori dal tempo. Indimenticabile!!

Curiosità 

Shopping: Il Galles non offre granchè per gli appassionati di souvenir. Io mi sono consolato con un paio di magliette in tema rugbystico e con un grazioso copertone in lana, ahimè spinosissimo. C’è poco altro, se si esclude (e vorrei vedere…) l’oggettistica da castello medievale che riempie gli scaffali delle botteghe che circondano in castelli.
Ma un cosa in particolare mi ha lasciato perplesso: gli onnipresenti cucchiai di legno intagliati in complicatissime figure dal sapore celtico. L’arte dell’intaglio dei cucchiai sembra abbia radici molto lontane nei secoli e, a quanto ho letto, serviva agli innamorati per sbalordire le ragazze con cotanta abilità. Con tutta la buona volontà, non sono riuscito a mettermi in casa un oggettino di questo tipo, e senza troppo faticare sono riuscito a resistere all’acquisto.
Lingua Gallese: Il Gallese è una lingua di ceppo celtico, che niente ha a che vedere con l’Inglese. Le indicazioni sono ovunque bi-lingue, ma la maggioranza della popolazione parla abitualmente Inglese; gente che parla Gallese la si trova soprattutto nel nord-ovest della regione, l’ultima zona ad arrendersi ai vicini invasori.
Castelli: I maggiori castelli del Galles sono stati costruiti dagli inglesi, più precisamente da Edoardo I, nel tredicesimo secolo, durante la dura campagna per la sottomissione del Galles. In seguito, i castelli ed i villaggi circostanti diventarono vere e proprie colonie, dalle quali furono cacciati i precedenti abitanti per far posto ai coloni inglesi. Ancora oggi, il titolo di Principe di Galles spetta al figlio maggiore del re; il chiacchierato principe Carlo, con solenne cerimonia fu incoronato proprio nel cortile di Caernarfon.
Rugby: Il Rugby per i gallesi è più di una passione, è quasi un’ossessione. Lo si “avverte” ovunque: nell’abbigliamento, sui giornali e chi abbia avuto la fortuna di assistere ad una partita del Sei Nazioni sa di cosa stia parlando. Il fantastico amore dei gallesi per la loro orgogliosa nazionale trova pochi rivali e chiunque scenda sul campo del grandioso Millenium Stadium di Cardiff, sa che non si troverà fronteggiare solo 15 omoni in maglietta rossa, ma la spinta di un’intera “nazione” e chissà cos’altro, se si pensa che i gallesi dicono di aver dotato il Millenium Stadium di tetto apribile perché Dio possa vedere i loro ragazzi giocare…
Beddgelert: Il piccolo villaggio di Beddgelert, oltre ad essere molto suggestivo (vi sono state girate alcune scene del vecchio film “La locanda della felicità”), vanta una curiosa leggenda, a cui deve il nome, che significa letteralmente “Tomba di Gelert”. La storia narra che il povero cane Gelert fu ucciso dal suo stesso padrone, il quale, sapendolo in compagnia del proprio bambino e vedendolo tornare con la bocca sporca di sangue, lo credette colpevole d’aver sbranato il piccolo; in verità, il cane aveva difeso il bambino lottando con un lupo che l’aveva assalito ed il padrone disperato eresse una tomba per ricordare il fedele Gelert.
L’inglese che salì sulla collina e scese dalla montagna: E’ l’unica lettura che posso consigliare, essendo sinceramente l’unico libro che conosco ambientato in Galles. Comunque è un libro molto simpatico ed il quadretto del Galles rurale di qualche decennio fa è davvero grazioso e sembra veritiero. Per la verità anche il film omonimo che ne hanno tratto (con Hugh Grant) è divertente, però ho trovato migliore il libro.
The countryside code: Spettacolarmente “british” il libretto distribuito dal Countryside Council of Wales, “The countryside Code”, appunto, sottotitolo “Respect – Protect – Enjoy”, che racchiude le 5 regole base per un corretto comportamento nella vita di campagna:
Be Safe - plan ahead and follow any signs
Leave gates and property as you find them Protect plants and animals, and take your litter home Keep dogs under close control Consider other people

Note dolenti

Qualche perplessità l’ho già manifestata, riguardo ai castelli ed alle città gallesi, inferiori alle attese.
Il mio racconto è soprattutto sul Galles, ma la “nota dolente” riguarda le abitudini degli inglesi: perché al venerdì sera si sentono “costretti” a bere tali quantità industriali di birra?
Siamo a Chester, in un dolce assolato pomeriggio estivo che volge alla conclusione: in strada si riversano a frotte ragazzi e ragazze, uomini e donne, tutti palesemente pronti alla “battaglia” del venerdì sera, tutti con un bel bicchierone di birra in mano, qualcuno già ai tavolini esterni del pub. Ma è quanto osservato all’ippodromo che mi ha lasciato esterrefatto: la gente, di chiunque si tratti, dal gruppo di ragazzetti, alle famiglie, alle signore non più giovani, arriva portando sacchetti pieni di lattine di birra, chi addirittura con piccoli frigoriferi da pic-nic stracolmi di bottigliette, trova la posizione migliore, si siede, apre con soddisfazione evidente la prima lattina. E così via fino alle 21,30, quando le corse finiscono (sono andato via prima, ma posso immaginare l’ambiente che si crea dopo un certo numero di birre…). Perchè?

Il drago, la bimba e la palla ovale

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