Dale Dale Boca, uno sguardo all'Argentina del nord - part 1, Buenos Aires e la Pampa

Non c’è verde più vede di Iguazu, rosso più rosso della terra delle Ande e fango più fangoso di quello della Pampa. Non c’è luogo più lontano da tutto il resto come Buenos Aires…

 

Siamo abituati a girare da soli, in viaggio non ho mai gradito la compagnia di estranei, né tanto meno l’essere accompagnati da guide di vario genere.
Però stavolta, spinti più che altro dai timori di mia moglie per l’Argentina, abbiamo scelto di farci portare in giro in un viaggio che fosse sì organizzato, ma personalizzato e non di gruppo; superata la mia perplessità, devo ammettere che il risultato è stato davvero positivo, al di là dei costi innegabilmente superiori.
Anticipo che i timori di mia moglie si sono dimostrati infondati: l’Argentina, una volta che si adottano le normali cautele che valgono in tutto il mondo, ci è parsa un posto sostanzialmente tranquillo e non è necessaria l’assistenza di personale “indigeno”.

Del tutto inaspettato e molto più importante, abbiamo provato il piacere della reale interazione con la gente del posto; abbiamo finalmente parlato a lungo con le persone e saputo un sacco di cose che sulle guide non si leggono, siamo riusciti ad andare un po’ oltre quello che normalmente vediamo con i nostri occhi che pure cercano sempre di grattare la vernicetta turistica dei luoghi.
Gli argentini hanno rappresentato il plus di questo meraviglioso viaggio: cordiali e spontaneamente cortesi, disponibili alla conoscenza e alla chiacchierata senza essere mai invadenti, sempre così curiosi di avere informazioni e di rapportarsi con gli europei e soprattutto con noi italiani, che sentono vicinissimi perché tutti, ma veramente tutti, hanno lo zio di Firenze, il nonno di Salerno o il cugino friulano e un grande affetto per il nostro Paese (leggo che circa il 50% della popolazione della capitale ha origini italiane).
Quindi, ho deciso che questo racconto sia il loro: le persone che abbiamo conosciuto e che ci hanno raccontato del loro Paese, e un po’ anche di loro stesse, ne diventino questa volta il leitmotiv, io le ringrazio per quello che mi hanno dato.

INFO UTILI
Ci siamo affidati ad una compagnia argentina, la De Le Paz Tour, scelta tra quelle conosciute in Bit a Milano, con la quale abbiamo organizzato il giro che ci interessava e che ci ha prenotato tutta la parte relativa ad alloggi e trasferimenti, voli interni compresi.
Personale molto gentile, nessun contrattempo e un’assistenza sempre puntuale che abbiamo riscontrato prima, durante e dopo il viaggio.
A sua volta, la De La Paz Tour si è appoggiata a Socompa, agenzia viaggi con sede in Salta e fondata, come dice la presentazione sul web, da un pazzo italiano innamorato delle Ande. Anche il rapporto con Socompa è stato perfetto, credo che sia un ottimo riferimento per chi voglia viaggiare in questa zona.
Infine, Socompa ha affidato l’escursione sulle Ande alla guida Walter Frisoni, al quale volendo ci si può rivolgere direttamente per itinerari personalizzati.

Come spostarsi

Abbiamo raggiunto l’Argentina da Roma con Alitalia; voli assolutamente piacevoli e impeccabili.
Le tratte interne sono state prenotate con Aerolineas Argentinas; per due di queste abbiamo volato con nuovissimi Embraer 190 della collegata Austral, la terza, invece, con un vecchio a cigolante aereo di Aerolineas.

In cucina

- Ristoranti di carne a Buenos Aires
Tutti noi siamo bombardati dalla fama della carne argentina e, appena arrivati, non vediamo l’ora di infilarci in una “Parillas” (i ristoranti che servono carne alla griglia) per gustare chissà che sapori a noi sconosciuti.
E’ tutto vero, ma noi italiani, che pure se arriviamo fino in Argentina si presume abbiamo il gusto della cucina locale, possiamo rimanere delusi. Gli argentini vanno matti per i ristoranti self-service, come ad esempio “La bistecca” di Puerto Madero, perché le porzioni sono abbondanti e il prezzo contenuto. Il problema è che si tratta di mettersi in coda per prendere la carne, che ti viene servita in dosi abbastanza scarse e con poche possibilità di scelta del taglio desiderato (ovviamente, alla fretta della coda si aggiungono anche le difficoltà di comprensione); quindi, per godere delle dosi abbondanti si dovrebbe fare più volte la fila, ma la lunghezza della stessa scoraggia decisamente anche solo il pensiero…
Per la nostra esperienza, meglio essere disposti a pagare qualcosa in più e sceglier un ristorante "non self-service", per avere una qualità e un sevizio adeguati alla fama della carne argentina, peraltro del tutto meritata
- Vino
Il vino argentino non tradisce la fama mondiale che ha. Ad essere sincero, però, l’ho trovato più caro di quanto mi aspettassi, ho l’impressione che costi più che in Italia rispetto al livello generale dei prezzi.
- Come il mate (vd. part 2), anche il Dulce de leche è una leggenda argentina. E anche la diffusione del dulce de leche è reale. E’ letteralmente dappertutto: a colazione da spalmare sul pane, nelle torte, nei semifreddi e nei gelati. Io l’ho trovato un po’ nauseante, mia moglie ne ha mangiato quantità smodate…
- Empanadas
Altra istituzione sono le empanadas (per il vero diffuse in quasi tutto il Sud America), una specie di fagottini con ripieno caldo di varia natura, calla carne di manzo o di pollo, alle verdure, al formaggio. Possono essere fritte (Buenos Aires) o al forno (nord-ovest), io le preferisco al forno. A Salta, assolutamente da non perdere quelle di El Corredor de las empanadas
- Choripan
Altra specialità che ricordo con piacere è il choripan, praticamente pane e salamina nostrano. La differenza con il nostro è l’accompagnamento con salsa chimichurri, oltre che il prezzo decisamente più basso
- Provoleta
La cosa più semplice del mondo: una fetta tonda di provolone cotta alla piastra, olio e origano. Molto gustosa, servita soprattutto come antipasto. Si dice che le migliori siano quelle di Buenos Aires.

Da non perdere

PATRICIA e SEBASTIAN – Buenos Aires
Patricia è l’Argentina che ci viene incontro sorridente all’uscita dell’aeroporto.
Ha occhi scuri come i capelli e un’allegria radiosa che fa a pugni con la giornata grigia e piovigginosa di questo agosto invernale a sud del mondo.
A dire il vero, il primo impatto con l’Argentina è la coda alla dogana, inspiegabilmente lunga e lenta; impareremo presto che qui è un “classico”: si fa la coda per il bancomat, per ricaricare il cellulare, per prendere l’autobus, per cambiare valuta, ovunque file infinite di rassegnati argentini. “Benvenuti in Arrrgentina”, con 3 erre come solo loro la pronunciano, ci dice Patricia quando le chiediamo spiegazioni, semplicemente “siamo in troppi”, soprattutto a Buenos Aires.
Patricia ha il compito di accompagnarci per un giro introduttivo della metropoli; noi siamo in Argentina da un’ora e fatichiamo a capacitarcene, un po’ frastornati ma entusiasti e curiosi di sapere tutto subito, così la tempestiamo di domande con la presunzione che siano originali, e poi saranno le stesse di tutti quelli che arrivano dall’Italia e pensano di essere originali. Lei è molto disponibile e ci risponde in un italiano ottimo e sorprendentemente fluido; di tempo a disposizione ce n’è in abbondanza, il traffico sull’autostrada che porta in centro (circa 30 km dall’aeroporto) è inchiodato di brutto.
Si attraversano smisurati quartieri, spesso tutt’altro che attraenti, che Patricia fa di tutto per rendere più colorati con un’indicazione, un racconto, un aneddoto di vita personale; Buenos Aires è la sua città e ne è innamorata; non tanto da non evidenziarne qualche difetto, ma negli occhi le leggi una buona dose di orgoglio porteno.
In macchina raggiungiamo i punti principali di Buenos Aires: la smisurata avenida 9 de Julio, plaza 25 de Mayo con la Casa Rosada, La Boca, San Telmo, Recoleta e Palermo e in ognuno ci fermiamo per fare due passi e cominciare a “conoscere” la città
Superfluo dire che restiamo colpiti da la Boca, una vivissima macchia di colori, musica e atmosfera che spunta nel mezzo di un quartiere desolante, dove gli stessi colori si ripropongono spenti e polverosi; in pratica una sintesi di una città che vive di forti contrasti, dove un solo viale divide i quartieri più ricchi dalle inavvicinabili favelas.
Col passare del tempo in macchina prendiamo un po’ più confidenza con le nostre “guide” e la professionalità integerrima di Patricia tende a scricchiolare un poco, soprattutto quando rompiamo il ghiaccio con Sebastian, l’autista, ragazzone uruguayano con uno sguardo profondo, una faccia che ispira fiducia e la passione per la bici.
Non parla una parola di italiano, ma ci racconta con entusiasmo del “Giro dell’Uruguay” e, ovviamente, ci parla di calcio e della Celeste, che ha appena trionfato nella Copa America proprio qui, in casa dei cugini argentini (a proposito, vengo a sapere che argentini e uruguayani si considerano praticamente fratelli e tra di loro non c’è traccia di quella rivalità che immaginavo).
Sì, perché con Sebastian sperimento da subito che il calcio, con tutte le sue schifezze e esagerazioni, è veramente affratellante: io e lui non ci capiremmo se parlassimo d’altro, eppure riusciamo a scambiarci opinioni calcistiche come se fossimo al bar dell’oratorio.
Patricia ne è quasi scandalizzata… Ride, ma non perde professionalità nell’illustrarci la chiesa più antica di Buenos Aires, quella de la Nuestra Senora del Pilar, nel raccontare di Evita e del suggestivo cimitero di Recoleta dove è sepolta, della Casa Rosada e delle madri di Plaza de Mayo.
Nel frattempo, Sebastian ci fa provare il mate, la bevanda che tutti gli argentini portano costantemente con sé e che sorseggiano con una cannuccia dai tipici recipienti di zucca svuotata, di diversa foggia a seconda delle zone o semplicemente del gusto, che costituiscono un souvenir immancabile per chi venga da queste parti. Tradizione vuole che il mate si faccia girare tra gli amici, e lo dimostra la naturalezza con cui Sebastian ci passa il suo perché possiamo assaggiarlo; non siamo così ingenui da ritenerci “amici” del nostro simpatico autista, ma per noi è un’emozione: siamo dall’altra parte del mondo da mezza giornata e stiamo condividendo il mate con un uruguayano!
Evidentemente, Patricia non disdegna di fornirci indicazioni per la scelta dei ristoranti (ahia…) o di un locale dove assistere a uno spettacolo di tango.
Quanto ai ristoranti, va per la maggiore Puerto Madero, un quartiere recentemente rinnovato che ricorda vagamente i Docks londinesi e che è posto sulle rive del Rio de la Plata, in questo punto attraversato dal Puente de la Mujer, disegnato dall’architetto Calatrava (lo stesso del discusso ponte realizzato a Venezia alcuni anni fa).
Sulla passeggiata del lungo-fiume si susseguono numerosi i ristoranti, quasi tutti di carne, per cui c’è veramente solo l’imbarazzo della scelta.
Noi facciamo un sacco di strada per arrivare al ristorante “La Bistecca”. Patricia ce ne ha parlato con entusiasmo, ma noi non ne siamo per niente soddisfatti; su questo locale, come su altri con la stessa impostazione del self-service, val la pena di fare qualche considerazione, che rimando a dopo.
Il consiglio di Patricia è invece molto prezioso per la scelta del locale in cui assistere all’irrinunciabile spettacolo di tango: il Cafè Los Angelitos”, posto nelle vicinanze del Palazzo del Congresso.
Lo prenotiamo con largo anticipo e otteniamo un tavolo in posizione impareggiabile a ridosso della balaustra; il locale è elegante, la cena di qualità e sapientemente servita, ma soprattutto lo spettacolo va molto al di là delle nostre aspettative, con orchestra dal vivo, numerosi ballerini e cantanti, cambi di scenografie, ecc.
L’unica eccezione, ad essere sinceri, è il costo; sia chiaro, la serata vale quanto speso e in Italia non mi avrebbe stupito per nulla, però paghiamo 70 euro a testa, che per il tenore di vita argentino mi sembrano sinceramente eccessivi; resta il dubbio, ovviamente, che ci sia un prezzo per i turisti e uno per i locali…
Il nostro viaggio prevede tre passaggi da Buenos Aires e la nostra sensazione nei confronti della città cambia di volta in volta. Ricordo la prima sera, quando al telefono posto nelle strette e buie vie centrali raccontavo di avere la sensazione di disagio di essere in un misto tra Damasco e Nairobi; poi, un poco per volta, cominci ad orientarti e le anguste vie del centro ti sembrano più vivibili; quando fai l’abitudine al rischio degli attraversamenti pedonali, alzi lo sguardo e noti i palazzi affascinanti che incorniciano i viali principali; le strette botteghe che vendono un po’ di tutto diventano angoli accoglienti e i caffè rappresentazioni di un’Italia che non c’è più, così come i ragazzini che giocano a calcio in ogni spazio aperto, che ricordano le scene dei nostri cortili di qualche decennio fa; e Evita Peron osserva, dall’alto della sua immagine illuminata che campeggia nel mezzo della sconfinata e perennemente intasata Avenida 9 de Julio, classificata come la più larga strada del mondo.
Buenos Aires non ha un patrimonio artistico paragonabile a quello delle capitale europee, non ha un’architettura ricca e omogenea, non è antica né vanta una significativa tendenza all’innovazione. Qui si copia tutto: dai francesi i palazzi ottocenteschi e dagli spagnoli i pochi più vecchi rimasti, dagli inglesi la stazione principale, dagli italiani lo stile di vita, e così via; i quartieri si affiancano l’uno all’altro spesso in modo caotico, come se un architetto disordinato avesse sparso a caso costruzioni di stile e anni diversi: l’elegante palazzo dell’ottocento affianca un bruttissimo condominio anni ’60 da una parte e un’avveniristica costruzione dall’altra, eleganti vie alberate separano i quartieri della media borghesia dalle sterminate e fatiscenti favelas; coloratissimi autobus sferraglianti attraversano gli incroci a velocità folle e i fruttivendoli espongono la merce coperta da una pellicola trasparente per difenderla dal pestilenziale smog.
Ma la città è la stessa che ti avvolge man mano con il suo fascino morbido, tanto da lasciarti un ricordo vivo e una sensazione di malinconica nostalgia; una città che, sulle tristi note di un tango, celebra notevoli vitalità e passione; che la domenica di caldo sole invernale affolla il parco di Palermo, il principale della città, e balla, suona, gioca a pallone e va in bicicletta; una città in cui scopri inaspettati angoli nascosti come il centro commerciale Galerias Pacifico, posto lungo l’area pedonale dell’anonima Calle Florida; che sfoggia la grande vitalità delle avenida Correintes e Belgrano e il silenzio della piazzetta in cui Mafalda ti aspetta per una fotografia sulla sua panchina; che si ritrova, sempre, a San Telmo, per “santificare” il rito domenicale del maggiore mercato d’antiquariato della capitale che, al di là dell’essere pieno di oggetti interessanti, resta impresso perché sembra ancora un po’ vero rispetto ad altri visti in giro per il mondo, dove trovi i ballerini di tango “acchiappa-turisti”, ma anche l’anziano che in piedi su una sedia impagliata canta con trasporto le tristi melodie di Gardel, oppure il vecchio artista che espone con orgoglio i suoi quadretti dipinti su semplici tavolette di legno (una delle quali adesso mi guarda ogni volta che entro in camera…).
Non abbiamo visto musei nella capitale; abbiamo girato e poi ancora girato nei diversi quartieri. Buenos Aires si gira a piedi, con la comoda metropolitana o con i numerosissimi taxi, sufficientemente economici, che si fermano per strada stile Usa.
Con le cautela minime valide per tutte le grandi città, non abbiamo mai provato sensazioni sgradevoli di insicurezza;
Impressionante la vista della città dall’aereo: Buenos Aires è una distesa sterminata sostanzialmente omogenea, non ha un centro storico nel senso europeo del termine, né una down-town americana, non ha una collina nè una particolare conformazione urbanistica, è semplicemente uno sconfinato insieme di grandi quartieri, ognuno con una propria vita e, ovviamente, una propria squadra di calcio per la quale impazzire di passione.

RODRIGO E GLI ALTRI DELLA PAMPA
Rodrigo è un ragazzo di campagna che guarda lontano.
Il suo mondo è la strada tra Gualeguaychù, dove vive, e Buenos Aires, circa 250 km e 3 ore che percorre quotidianamente, andata e ritorno, per portare i turisti dal caos della capitale al vuoto della pampa.
Ma i suoi occhi e il suo pensiero lo portano molto più lontano di quel nastro d’asfalto su cui sfreccia a velocità sproporzionata ai limiti e alla sicurezza. Lui dice che è una questione di buon senso e che il traffico inesistente consente di schiacciare un po’ di più del dovuto; sono frequenti i posti di polizia, davanti ai quali Rodrigo rallenta diligentemente fino quasi a fermarsi, offre un saluto e un sorriso alle guardie annoiate e riparte, senza mai tralasciare qualche apprezzamento per questi che definisce falsi poliziotti, solo persone che lo stato mette lì semplicemente perché non saprebbe cos’altro farsene.
Rodrigo si presenta come te l’aspetteresti: camicia a scacchi, pantaloni con i tasconi, capello e barba incolti, camminata ben “piantata” per terra da ragazzo di paese, modi semplici ma cortesi, sempre molto disponibile.
Ci porta dal centro di Buenos Aires a Gualeguaychù, provincia di Entre Rios, vicino alle rive del fiume Uruguay, per la nostra esperienza in un’estancia, per ricondurci nella capitale due giorni dopo.
Ovviamente, Rodrigo parla solo spagnolo, che io non parlo, ma dopo poche centinaia di metri stiamo già disquisendo su Maradona, sul suo genio “entro a la cancha” e di chi sia il più grande tra lui e Messi.
Rodrigo conosce bene il calcio italiano e si dispiace che attraversi un momento poco positivo; lui ha una venerazione per Paolo Maldini che definisce “un difensore che giocava come un 10”….
E’ un chiacchierone instancabile e ci racconta un sacco della sua vita, della sua Argentina e, soprattutto, del “suo” River, si commuove raccontando della nonna da poco scomparsa e ci parla del suo progetto di viaggio in Europa con gli amici: Amsterdam, Praga e l’Italia (il suo sogno è di vedere il Colosseo; anche Venezia è “linda”, ma troppo cara…)
Lasciata la strada principale, gli ultimi chilometri li percorriamo su una jeep guidata da un ombroso gaucho, tanto di poche parole che lo soprannominiamo “il mutuo”, ma che si dimostrerà essere un grandissimo “asador”.
Lo strato di fango sulla via è talmente alto che perfino la jeep non riesce letteralmente ad andare dritta, e cominciamo a pensare che forse aveva ragione chi ci sconsigliava la pampa d’agosto (troppa pioggia e troppo freddo…).
In effetti, il dubbio di essere fuori stagione trova una conferma una volta arrivati all’Estancia Santa Maria, di cui siamo gli unici coccolatissimi ospiti, in un silenzio irreale quasi imbarazzante.
L’Estancia è bellissima, si vive in ambienti di campagna molto lussuosi, ma di quella ricchezza un po’ vecchia, fatta di posate d’argento, divano davanti al camino sempre acceso, letti in ferro battuto, grossi muri arrotondati e calesse dell’800
Le due addette ci servono da mangiare, con grande cortesia e una qualità eccelsa, in un ampia sala con grandi vetrate che danno sulla campagna, in cui scorrazzano i cavalli dell’allevamento di proprietà e tanti coloratissimi uccellini.
Siamo qui per provare l’esperienza della cavalcata nella pampa. L’estancia santa Maria alleva cavalli della pregiata razza criolla, e nella stalla sono orgogliosamente esposti numerosi premi.
Per fortuna i cavalli che ci affidano non sono enormi, perché mostrano una vitalità che mette in difficoltà noi principianti; in più, la bardatura (si dice così´) è un po’ approssimativa e traballante, tanto che moglie e figlia dopo pochi metri abbandonano sia l’esperienza sia me, che mi trovo a percorrere la fangosa campagna insieme con due impenetrabili gauchos, Santos e suo figlio di cui non ho mai saputo il nome.
Inutile dire che parlano esclusivamente spagnolo, ma uno spagnolo per me davvero incomprensibile; tra le poche frasi di Santos che comprendo, la più bella battuta della vacanza, peraltro involontaria.
La cavalcata del primo giorno è difficile, fa freddo, scende una pioggerella fastidiosa e tira vento; come se non bastasse, sono reduce da un colossale mal di stomaco beccato il giorno prima, fuori all’aperta in camicia come Rodrigo nonostante la temperatura rigida; quando torno, mi sento un reduce delle armate napoleoniche in Russia…
Il secondo giorno, però, va molto meglio: io sto bene, non piove e proviamo qualche passo di trotto, respiro l’aria senza confini della pampa e mi sento di fare quasi un’impresa… Il dialogo con Santos, però, non decolla…
Ricordiamo l’Estancia Santa Maria anche per lo storico asado, senza dubbio la carne migliore della nostra vita, di cui osserviamo la lunga cottura a partire da metà pomeriggio; e anche per il tè del pomeriggio, servito con grande eleganza e abbondanza di dolci fatti in casa, proposto con noncuranza ma assolutamente impossibile da rifiutare.
Qui passiamo due giornate e mezza: c’è davvero poco da fare e a volte mi chiedo se abbiamo fatto bene o se stiamo perdendo tempo; a distanza di qualche tempo, il ricordo dell’estancia è dolce e la voglia di riprovarci tanta, magari in un’altra stagione…

 

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento, contattaci per ottenere il tuo account

© 2024 Ci Sono Stato. All RIGHTS RESERVED. | Privacy Policy | Cookie Policy