Dolomiti di Brenta: curiosando nei nomi

in viaggio con leander in Italia
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Scopriamo come è nata la toponomastica del gruppo di Brenta!- Ecco, signore, siamo arrivati - così disse la guida al cliente tedesco sfilandosi lo zaino dalle spalle al culmine della rampa innevata.
- Nein arrivati - protestò il cliente - io kiesto voi di portare me Bocca di Brenta.
- Qui siamo alla Bocca di Brenta.
- Bocca di Brenta nein montagna là dietro?
- La montagna là dietro è Cima Brenta, capito cima? per voi spitze, qui siamo alla Bocca, bocca è come dire passo, valico, in tedesco joch.

- Come chiamare voi quella valle lì sotto? - chiese il turista inglese iniziando la discesa dal Rifugio Pedrotti verso Molveno.
- Quelli sono i Massodi, signore - rispose la guida.
- No Massodi, monti di Mezzodì - replicò il cliente mostrando una pagina del suo taccuino - c’è scritto anche qui, voi detto l’anno scorso a un mio amico.
- Al vostro amico non posso avere detto monti di Mezzodì perché non esistono.
- Ma lui scritto così in suo diario, detto anche là direzione di sole a mezzogiorno, mezzodì
- Avrà capito male e sbagliato a scrivere, così Massodi è diventato Mezzodì.

Nella seconda metà dell’Ottocento battibecchi spassosi come questi erano frequenti nel Gruppo di Brenta. D’altra parte i primi visitatori e alpinisti a recarsi su quei monti furono proprio inglesi e tedeschi: pionieri come Ball, Tuckett, Freshfield, Payer e Preuss hanno fatto la storia delle Dolomiti, tanto che con i loro nomi furono battezzati cime, passi, rifugi e vedrette. Sono ben comprensibili gli equivoci tra i valligiani e gli stranieri che si fidavano ciecamente di relazioni scritte a mano dagli amici e di mappe stampate in patria, inevitabilmente infarcite di errori; un esempio significativo è proprio quello citato della Bocca di Brenta, termine ostinatamente mantenuto per anni nelle pubblicazione tedesche per definire l’intero Gruppo. Analogo il caso di “Massodi”, che deriverebbe dal prelatino “mous, mos”, con significato di zona bagnata, paludosa: è infatti un pianoro erboso intorno a quota 2000, sede fino a qualche decennio fa di un laghetto, ora prosciugato.
Non è comunque che tra la gente del posto tutto fosse scontato: erano infatti numerose le discordanze anche tra le diverse vallate, sì che gli stessi luoghi erano noti con nomi differenti dagli abitanti, per esempio, di Campiglio, Molveno, Spormaggiore, Pinzolo o San Lorenzo in Banale.

Già dai primi anni della mia frequentazione del Gruppo di Brenta, iniziata nel 1978, fui preso dalla curiosità di saperne di più riguardo i nomi, spesso singolari, delle località che incontravo nel corso delle escursioni e cominciai a documentarmi in proposito, sia per voce dei nativi del luogo sia tramite la lettura dei libri che di anno in anno mi procuravo, talvolta stanandoli dagli scaffali polverosi dei negozietti di paese.
Mi resi subito conto che certe etimologie pongono problemi tuttora irrisolti, o per difficile decifrazione del vocabolo o, al contrario, per la presenza di più versioni altrettanto plausibili. Teniamo presente in linea di massima che i nomi, quando non siano collegabili al latino o ai linguaggi prelatini, sono di solito attribuiti dagli abitanti, in particolare pastori, mandriani e cacciatori (i primi esploratori della montagna), riferendosi alle caratteristiche di un luogo che più risultano evidenti. Ad esempio, Bocca/Bocchetta per definire i valichi in quota più o meno ampi, Vedretta nel senso di ghiacciaio per la similitudine al vetro, Val Perse per indicare i ghiaioni impervi e poco frequentati alla base della parete sud di Cima Roma, Vallesinella come diminutivo-vezzeggiativo di valle, Sfùlmini per la somiglianza alle saette della fila di pinnacoli aguzzi situati tra il Campanile Alto e la Torre di Brenta, mi pare si spieghino da soli.
Spunti particolarmente interessanti mi riservò la prima indagine alla quale mi dedicai, quella proprio sul vocabolo “Brenta”, incuriosito dal fatto che quel termine sia tutt’oggi in uso in Piemonte e altre zone del settentrione come recipiente e misura di capacità, in particolare del vino. Qui, oltre alla definizione del Gruppo nella sua interezza, ne abbiamo un’autentica inflazione: Val Brenta, Bocca di Brenta, Cima Brenta, Brenta Alta, Brenta Bassa, Vedretta di Brenta, Crozzon di Brenta, Torre di Brenta.
L’etimologia più convincente è fatta risalire a un’antichissima radice “brent”, diffusa con una quantità di derivazioni in molte zone dell’area mediterranea. L’aspetto curioso è nel significato, che è al tempo stesso quello di “corno” e di “conca, tinozza, catino”: apparente controsenso, peraltro spiegabile pensando al corno animale, cavo all’interno, cosicché una stessa parola finisce per definire sia un oggetto sporgente che una cavità, vale a dire due concetti tra loro antitetici. Ricordiamo anche che era proprio in un corno appeso alla cintura i contadini tenevano, immersa in acqua, la "mola", cioè la pietra usata per affilare la lama della falce.
A questo punto possiamo allacciarci al nome della catena montuosa della quale stiamo parlando: il suo solco più marcato e ben visibile dalla Val Rendena, la Val Brenta appunto, si sviluppa dai 1500 metri della Vallesinella ai 2552 della Bocca di Brenta su tre ampie terrazze concave sovrapposte intervallate da due alte bastionate rocciose. Battezzare quel luogo con il nome degli abbeveratoi per il bestiame ricavati da un tronco incavato dovette essere per i valligiani la scelta più logica. Visto poi che una delle peculiarità del Gruppo sta nella grande quantità di campanili, torri, torrioni, pinnacoli, picchi, guglie in cui la roccia è modellata, il passo per risalire a “brent” nel senso di corno è davvero breve.
In molti altri casi le ricerche toponomastiche rivelano legami poco evidenti a prima vista: ad esempio, la radice prelatina “-amb”, col significato di “corso (o zona) d’acqua” rende parenti stretti Ambièz (Valle, Cima, Denti e Vedretta di), Lambìn (Lago di), Nambrone (Val) e Nambino (Lago di). Viene da pensare a una specie di caccia al tesoro o a un gioco enigmistico.
Ci sono poi nomi il cui significato appare evidente ma in realtà evidente non è. Leggendo su una mappa “Monte Daino” sembrerebbe scontato il riferimento all’animale, anche tenendo conto di quanto già detto, che cioè furono i cacciatori i primi a esplorare la montagna e spesso a dare un nome ai luoghi. Qui la presenza di ungulati in quella zona è solo una delle etimologie possibili. Un’altra ipotesi indica come più corretta la pronuncia Daìno, contrazione di dadino, piccolo dado, forma con la quale il monte appare a chi lo osserva da Molveno, dove ancora qualche anziano lo chiama familiarmente “el Daì”. Una terza teoria, più debole, vede un collegamento con “doga”, in origine nel senso di “canale/fosso”, passata poi a indicare una zona di corsi d’acqua. Fate un po’ voi.
E ancora: Bocca e Cima degli Armi (più appropriato ed espressivo il dialettale “dei Armi”) non risale alle armi in senso letterale, anche se con un giro più lungo ci si arriva: infatti la denominazione è riferita a due celebri cacciatori di Senaso soprannominati appunto “i Armi” (e qui si capisce perché è più esplicativa la forma dialettale).
Dove i glottologi si sono sbizzariti è a proposito della Val di Genova, la più bella tra le valli di penetrazione del settore occidentale del Parco Naturale Adamello-Brenta. Diciamo subito che, anche se ai tempi delle Repubbliche Marinare i genovesi si approvvigionavano del legname per costruire le navi anche nelle valli trentine, la città di Genova non c’entra (almeno sotto l’aspetto di questo legame commerciale). Più verosimilmente il toponimo dialettale “genua” deriverebbe dal latino “janua” (etimologia del resto anche del capoluogo ligure) ossia “porta” della valle, al cui imbocco sorsero i fienili più antichi, detti case di Genua e oggi scomparsi. Un’altra interpretazione si fonda sull’ipotesi dell’antica presenza nella valle di una conca lacustre, da cui un’assonanza con Ginevra come località situata su un lago o con Genova quale città affacciata sul mare, ma questa sembra francamente troppo forzata.
Anche le leggende, diffuse nell’area dolomitica, hanno influenzato in qualche caso la toponomastica locale. Si racconta ad esempio di una schiera di cavalieri che in un tempo remoto si trovarono a salire laceri e stanchi un sentiero tra i monti al seguito della loro regina Tresinga, bionda e bellissima. Fecero sosta a un pianoro, dove gli uomini si misero a dissodare il terreno che, grazie solo allo sguardo della loro signora, si ricoprì all’istante di rododendri, a formare un morbido giaciglio sul quale ella poté riposare. In seguito su quei prati crebbero anche degli ortaggi assai apprezzati dai valligiani. Quell’ampia conca erbosa, ai piedi dei ghiaioni della Pietra Grande presso il Passo del Grosté, è tutt’ora nota, a memoria di quel prodigio, come “Orti della Regina”. Sempre che non preferiate la versione dei naturalisti, che attribuiscono il nome alla presenza nella zona della gallina selvatica di monte, dialettalmente chiamata appunto “Regina”.
Due sono infine le possibili etimologie della Val delle Seghe, cioè il tratto boscoso che da Molveno sale fino a congiungersi con le già citate Val Perse. Entrambe sono plausibili: la presenza un tempo di cinque segherie sulle rive del lago di Molveno o il riferimento alle cenge (in dialetto “seghe”), gli stretti gradoni che tagliano orizzontalmente gli strati di roccia, tipici del gruppo di Brenta. I più maliziosi che propongono una terza ipotesi sappiano che questa non ha alcun fondamento.
La trattazione dell’argomento potrebbe essere ampliata con cento altre citazioni, ma preferisco lasciare il gusto della scoperta a chi abbia trovato stimolante un tema inconsueto e voglia approfondirlo, magari mettendosi in cerca di altre fonti di documentazione: come inizio, consiglio due tra i testi che ho consultato, anche se ho dei dubbi sulla loro attuale reperibilità:
“Il gruppo di Brenta” di Franco De Battaglia, Ed. Zanichelli, 1982.
“Dolomiti” di Remo Pedrotti, Ed. Manfrini, 1978.

Con l'occasione ringrazio autori e case editrici.
Buona caccia!

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