In Uzbekistan, rincorrendo storia e mito

in viaggio con Adriano Socchi in Uzbekistan

torna alla mappa
In Uzbekistan, rincorrendo storia e mito

“Fino a oggi, da quando Iddio Signor Nostro plasmò colle sue mani il nostro primo padre Adamo, non ci fu mai nessuno, né cristiano, né pagano, né tartaro, né indiano, né d’altra razza che si voglia, che abbia conosciuto ed esplorato delle diverse parti del mondo, e delle sue grandi meraviglie, quanto né esplorò e ne conobbe questo messer Marco”.
Il Milione descrisse civiltà lontane e diverse, scoprendole e rivelandole, per la prima volta, all'Europa. Marco Polo ha dato all'Occidente l'immagine più vera di un mondo pressoché ignoto quale era l'Oriente. Nel Milione descrisse quelle civiltà lontane, scoprendole e rivelandole, per la prima volta, all'Europa. Fino allora l’Occidente aveva limitato la storia del mondo ignorando queste culture, diverse ma non per questo meno civilizzate. Svaniva, così, la convinzione di coloro che pensavano di aver scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo.
Alla fine del XIX secolo, il geografo Ferdinand von Richthofen coniò il termine “via della seta” con il quale intendeva determinare l’insieme dei percorsi che collegavano l’Oriente all’Occidente. Dal punto di vista storico la “via della seta” è stata una via di scambi culturali, prima ancora che commerciali.
Chi sono oggi coloro che percorrono la via della seta? Nel passato la “via della seta” era percorsa oltre che per motivi commerciali anche da avventurosi esploratori, oggi, invece, lo è solo per fini turistici: l'aspetto commerciale non esiste più… sarebbe un’assurdità, ma non c’è meno voglia di avventura di un tempo. Il viaggio evolve (sì, evolve) perché l’incognito che esiste ancora, e sempre esisterà, a differenza di quei tempi lontani costituisce sempre meno una minaccia e sempre più un’opportunità. Le uniche vere ed insormontabili frontiere della nostra epoca sono le frontiere interiori.

Itinerario

8 - 14 marzo 2005
Il nostro viaggio inizia alla frontiera di Shavat dove troviamo ad aspettarci Shuhrat, la nostra guida Uzbeka. Durante l’espletamento delle formalità doganali ci colpiscono dei carri riempiti all’inverosimile, di qualsivoglia mercanzia, e trainati a spinta da gruppi di robusti giovani. In questa maniera si trasportano le merci tra un confine e l’altro. Tutto intorno un caotico movimento di persone e bambini in cerca di qualche affare. C’è molta più confusione rispetto alla dogana Turkmena, dalla quale proveniamo, ma almeno qui i moduli da compilare sono scritti in inglese e non in cirillico. Saliamo sul veicolo opportunamente noleggiato, un Volkswagen Transpotter, e dopo settanta chilometri siamo a Khiva.

KHIVA
Arriviamo, accompagnati da una stupenda giornata di sole, l’otto di marzo, nel giorno della festa delle donne che qui in Uzbekistan è tanto importante da essere un giorno festivo. L’emancipazione femminile si è affermata - e da quella svolta epocale è consuetudine bruciare mucchi di chador… certo tutt’altra realtà rispetto il confinante Afghanistan. Aggirandoci tra la città incontreremo tante donne, soprattutto giovani, vestite in maniera elegante e tutte desiderose di farsi fotografare in nostra compagnia. Dato il periodo di bassa stagione ci sono pochi turisti e di conseguenza siamo spesso fermi per accontentarle. Le bimbe portano il tiubetejka, il tipico copricapo ornato di monetine.
Il nostro giro avviene esclusivamente dentro le mura della città vecchia, ossia dell’Ichon-Qala. I bambini che ci vivono girano per le vie incustoditi senza alcun controllo da parte degli adulti. Si divertono nelle maniere più disparate, ma il gioco preferito sembra essere quello di farsi scivolare giù dalle mura, come se queste fossero un grande scivolo. Non appena vedono un turista gli corrono incontro, i più grandi per vendere qualcosa, i più piccoli per chiedere bon bon e pen!
Khiva vecchia è una città nella città, basti pensare che gli abitanti possono sposarsi solo tra loro. Infatti, chi sposa una persona non residente all’interno delle mura è costretto a lasciare la città ed andare a vivere al di fuori. La differenza di Khiva rispetto a Bukhara e Samarcanda è proprio nell’Ichon-Qala. La città vecchia è un museo a cielo aperto! Non è stata penetrata dall’architettura tipica del regime sovietico rimanendo così un’autentica città centro asiatica. Ci addentriamo, quindi, nell’Ichon-Qala percorrendo i suoi vicoli tortuosi per tutto il giorno, visitando minareti, madrase, palazzi e moschee fino al calar del sole quando sulla sommità del minareto d’Islom-Huja, da dove si gode una vista superba, Khiva, alla luce del tramonto, sembra davvero la più bella città del mondo.

KIZIL-KUM DESERT
L’indomani ci spetta “l’attraversata” del Kizil-Kum Desert. Un tempo il termine era quanto mai appropriato. Le carovane per superarlo impiegavano parecchie giornate di viaggio seguendo la stella polare di notte, il sole di giorno e la bussola col cattivo tempo. Oggi, invece, grazie alle buone condizioni della strada A380, che unisce Khiva a Bukhara, ci s’impiega non più di sette ore per attraversare i quasi 500 km d’asfalto che s’incuneano rettilinei nel deserto.
Durante il tragitto ci fermiamo tre volte. La prima, subito dopo Urgench, per consumare un fugace pranzo di pesce alla brace, pescato nelle acque dell’Amu-Darya, il fiume divenuto famoso riguardo al disastro del Lago d’Aral. Una seconda volta quando incontriamo una mandria di montoni pascolare proprio in mezzo alla sede stradale. L’ultima in un posto di blocco della polizia. Qui incappiamo in funzionari disonesti e abbiamo modo così di sperimentare la famigerata corruzione cui è soggetta la polizia uzbeka. Per proseguire siamo costretti a lasciare una bustarella di 200 sum.
Durante il lungo viaggio, per ammazzare le noiose ore di guida e la monotonia del paesaggio cosparso da nient’altro che sabbia e cespugli, Shuhrat polarizza la nostra attenzione raccontandoci la propria cerimonia nuziale. Egli, infatti, si è appena sposato. Come avveniva una volta da noi, in Uzbekistan, sono ancora le famiglie a decidere i consorti dei propri figli. La dote dell’uomo consiste in un cammello, due pecore, un sacco di patate, uno di farina e uno di zucchero. Veniamo così a conoscenza delle usanze dei matrimoni uzbeki, o meglio della Valle di Fergana, dalla quale Shuhrat proviene essendo nato a Margilan. E’ fiero di essere nativo della zona di cui ci racconta la famosa leggenda dei cavalli celesti di Fergana. Questi cavalli nati dall’accoppiamento tra draghi e giumente sono tenuti gelosamente nascosti dalla popolazione locale, poiché con il loro possesso si può salire in cielo e perseguire l’immortalità.
La nostra curiosità di viaggiatori ci spinge ad intraprendere discorsi più impegnati come quello sulla condizione della donna e sulla situazione politica. Alle donne è impedito fare certi lavori e nelle cose pubbliche le loro idee sono riconosciute, solo in parte, e solamente all’interno dell’ambito familiare. Facile da intuire che le donne della Valle di Fergana sono socialmente arretrate! Shuhrat afferma quasi con fierezza la completa sottomissione della moglie. L’adulterio, per esempio, è ancor oggi punito, a ragione, secondo Shuhrat, con la lapidazione. Il Fergana, penso, per fortuna, è una realtà anacronistica rispetto al resto dell’Uzbekistan. Chissà, mi chiedo, come sono giudicate Mavi e Ila?
Nel delicato argomento politico Shuhrat dice di odiare il governo Uzbeko che schiaccia la Valle di Fergana, alla stessa maniera di come gli ha insegnato la storia l’imperialismo russo schiacciava l’Uzbekistan. Il governo riesce a garantire il controllo solo con la forza. Parla di violazioni dei diritti dell’uomo e di assenza di democrazia. Ha soltanto critiche verso il governo e molte lodi ed esaltazioni per la Valle di Fergana, epicentro del fondamentalismo mussulmano, la sola e unica minaccia al potere del presidente Karimov.
I discorsi di Shuhrat mi trasmettono inquietudine e mi fanno tornare alla mente la strage della scuola di Beslan, poiché il commando, composto di una trentina di uomini, comprendeva oltre a ceceni anche uzbeki.
Leggo un cartello stradale su cui c’è scritto: Buxoro 18 km. Interrompo i delicati discorsi e chiedo a Shuhrat quanto manca all’arrivo. Lui risponde che siamo arrivati. Buxoro, infatti, è il nome uzbeko di Bukhara. Prima di entrare in città, tuttavia, visitiamo ancora il complesso di Chor-Bakr i cui due imponenti edifici, la moschea del venerdì e la khanaka, si elevano visibili già da lontano. Una sorta di anteprima di quanto ci proporrà Bukhara.

BUKHARA
I fratelli Polo, Matteo e Nicolò, all’epoca del loro primo viaggio in Oriente, ancora senza Marco, furono costretti a rimanere per tre lunghi anni assediati in questa città a causa dei continui combattimenti tra i tartari. La breve descrizione scritta che lasciarono e d’attualità ancor oggi.
“[…] si arriva a una città chiamata Bukhara, che è grande e nobile molto. Quivi è un mercato ove fanno capo tutte le costose merci dell’India e della Cina, con molte pietre preziose, con molti tessuti grossi e buoni, vi sono inoltre abbondanti spezie. C’è insomma in quel luogo un tale via vai di merci che è una cosa meravigliosa a vedersi. In ogni giorno di mercato tutte le piazze sono riboccanti di uomini. Si spaccia ogni cosa. I mercanti sono numerosi e le merci abbondanti. […]”
Bukhara è rimasta la stessa di quel tempo!
Gironzolando per la città vecchia ci s’imbatte in un vero e proprio groviglio di vicoli commerciali e minibazar. Nei caratteristici mercati coperti (i Taqi) minuscole botteghe s’aprono in angusti spazi al cui interno gli artigiani lavorano in penombra. Nei cortili d’incomparabile bellezza delle madrase, oltre ai piccoli negozi, si svolgono giornalieri mercati. In tutti gli angoli delle piacevoli melodie orientali si diffondono, da chissà dove, e accompagnano i nostri convulsi acquisti per comprare uno dei famosi tappeti Bukhara. Aggirandoci tra un bazar e una madrasa, tra una piazza e una moschea, siamo rincorsi di continuo da bambini, monelli come i ragazzi della Via Pal, buttati anzitempo nel vortice della vita affinché imparino il lavoro. Ci corrono dietro fino a quando non concludono qualche vendita, appioppandoci qualsiasi cianfrusaglia.
Dal punto di vista architettonico la zona più bella è quella della piazza dove si trovano il minareto di Kalon, la moschea di Kalon e la madrasa di Mir-i-Arab, quest’ultima, attiva ancor oggi, è un’importante scuola coranica.
Proseguendo la visita giungiamo alla fortezza che colpisce per le sue alte mura, ma il cui interno è ormai in rovina. Infine, alle prigioni (Zindon) non si può fare a meno di indignarsi di fronte alle foto delle torture subite dai prigionieri e raccapricciarsi alla vista dell’orrendo pozzo infestato di scarafaggi e di cimici allevate appositamente per torturare i prigionieri. In questo pozzo furono rinchiusi e languirono Stoddart e Conolly.
Facciamo ritorno sulla piazza di Lyab-Hauz caratteristica per l’enorme vasca d’acqua che vi si trova e per i tre palazzi che vi s’innalzano: la madrasa di Nadir Divanbegi, la khanaka e la madrasa di Kukeldash. Presso la statua del saggio folle degli anziani giocano a domino, l’atmosfera e tale e quale a quella di un’aggregazione di nostri anziani quando giocano alle bocce.
Certo che non c’è voluto quanto i fratelli Polo per farci conoscere siamo arrivati, da appena un giorno e due persone ci fermano per strada chiedendoci di Cris. Tutta Bukhara, data l’assenza di turisti, sa della nostra presenza in città. Specie dopo aver girato tutti i negozi del centro in cerca dei viveri e degli ingredienti giusti per far assaporare, per quanto possibile, una vera cena italiana. Indispensabili la pasta e il sugo, ma questi li abbiamo portati direttamente da casa.
L’hotel Amelia, di cui siamo ospiti, diventa almeno per una sera il miglior ristorante italiano, se non l’unico, di tutta Bukhara. Ci fanno compagnia Shuhrat, il suo amico Mansour e Back, il proprietario dell’hotel. Bach non è il suo vero nome, ma è così ribattezzato da noi per via del suo impronunciabile nome uzbeko. Conosce in qualche maniera l’italiano, almeno quello che ha imparato guardando gli spot sulla tv satellitare, dei sexy shop o delle hot line, riservati ad un pubblico adulto. Il suo lessico per tanto è tutto un «chiamami al 899.44.66.71; ciuccia; ascolta e godi e via dicendo.»

CAMPO NEL KIZIL-KUM DESERT
Lasciamo Bukhara, ma anziché puntare direttamente su Samarcanda, a Nurata, ci dirigiamo a nord verso il lago Aidarkul, nei cui pressi hanno montato il campo di yurte che ci ospiterà.
In questo luogo abbandoneremo per un giorno la civiltà. Scovarlo non è stato facile. Shuhrat sarà costretto a mettersi più di una volta in contatto, tramite cellulare, con la famiglia nomade che n’è proprietaria.
Le yurte, queste tende circolari costituite da un telaio in legno e ricoperte di feltro, sono da sempre rifugio dei nomadi del Kizil-Kum. Un tempo lo erano tanto d’inverno quanto in estate, oggi soltanto più nella bella stagione. Le yurte invernali sono ormai rare nel Kizil-Kum Desert. Le prime solitamente vengono montante all’inizio della primavera, ossia a fine marzo.
Il luogo è sorprendentemente verde, la pioggia, la poca che cade proprio in questo periodo dell’anno, ha ingentilito il paesaggio ricoprendo il terreno sabbioso da un insolito strato d’erba. Il fenomeno è visibile soltanto a marzo e aprile, per via del clima: rigido d'inverno e torrido d'estate. Qui la vita non deve essere facile in nessun periodo dell’anno. Le difficoltà imposte dalla natura ne ostacolano la linearità e mettono a dura prova sia gli uomini che gli animali.
La yurta è un ambiente unico, illuminato da una lampada a petrolio, con il pavimento interamente coperto di tappeti ed è tutto. Stendiamo i nostri sacchi a pelo sui materassi adagiati per terra, sopra almeno tre strati di coperte. Non lontano dal campo pascolano enormi cammelli particolarmente pelosi con grandi gobbe che sembrano scoppiate. I cammelli non sono usati solo per il trasporto, ma per ricavare latte, carne e pelli. Il cammello è qui, come in ogni altro deserto, una vera forza.
Io e Ila usciamo a fare un’escursione, non tanto per il giro in sé quanto per non deludere le insistenze del nomade di cui siamo ospiti. L’anziano uomo sella due dei cammelli che sembravano pascolare allo stato brado che evidentemente selvaggi non sono. Fatti opportunamente inginocchiare per poterli montare saliamo sulla sella costituita da un tappeto, dalle cui cinghie pendono dei pom pom. Tirando le briglie, attraverso un chiodo di legno infilato nel naso, si trasmettono i comandi che si vogliono dare al cammello in modo da poterlo facilmente governare.
Sul deserto soffia un vento freddo. Il sentiero solca un percorso sempre uguale che la pioggia di qualche ora prima ha indurito. Il cammello procede lento tra la pista di sabbia e i cespugli. A ogni passo dell’animale sono sbalzato avanti e indietro. Durante la marcia geme e digrigna i denti, lanciando rauchi urli. Rientriamo al campo congelati.

I nomadi sono fieri di essere uomini liberi, hanno valori arcaici, ma non aspettatevi niente di esotico… ormai sono vestiti come noi. Dopo aver consumato la cena si discute e si beve vodka, tutti insieme, davanti al fuoco. I secchi rami di aryk bruciano sollevando enormi fiamme, mentre un uomo imponente suona con inaspettata grazia un dutar (chitarra a due corde). Alcuni accompagnano la musica con strani movimenti mimici assai espressivi. Il momento è quello giusto per provare il “Noz” tabacco finemente tritato, mescolato a volte con spezie e cenere, ma soprattutto tagliato con l’oppio. La poltiglia verde posta sotto la lingua si scioglie, così gli ingredienti attivi passano nel sistema circolatorio.
La vodka e neppure il noz mi distolgono dal piacere della musica e della splendida serata intorno al fuoco a ballare e parlare, fino a quando una tenue fiamma illumina il buio del deserto.
Durante la notte una forte pioggia mi sveglia e sento, dall’interno della yurta, in lontananza, i latrati dei cammelli. Una strana sensazione mi assale, simile a quella di trovarsi al sicuro dentro casa quando scoppia un forte temporale estivo.

SAMARCANDA
La sua mitica risonanza, resa immortale da poeti, scrittori e viaggiatori, è forse unica al mondo. Samarcanda richiama alla mente la “via della seta” come nessun’altra città asiatica e più di ogni altra città al mondo richiama alla mente il viaggio.
La fama della città è legata a quella di Timur lo zoppo, cioè Tamerlano, il quale nacque a Kech, a pochi chilometri da Samarcanda, nell’aprile del 1336. Tamerlano, poi, nel 1369, la scelse come capitale del suo regno.
Quando arriviamo ci assale una sensazione strana, quella di visitare una città leggendaria, ma nota solo per la magia del suo nome e in realtà del tutto sconosciuta. Dal primo impatto s’intuisce subito però che Samarcanda non è più quella mitica di un tempo. Piove a dirotto, decidiamo così di tralasciare la visita della città a domani sperando in un miglioramento del tempo. Shuhrat, allora, ci accompagna a visitare una fabbrica di tappeti. Le operaie che vi lavorano sono tutte giovanissime, hanno i capelli raccolti e alcune un foulard sul capo. Si destreggiano tra fili invisibili con una velocità impressionante e durante la tessitura stanno inginocchiate davanti ai telai, chiacchierano e scherzano tanto che sembra si trovino qui per piacere e non per dovere. Atmosfera ben diversa da quella di una qualsiasi delle nostre fabbriche.
Il giorno seguente, il tempo non migliora, la giornata uggiosa tuttavia non offusca affatto il “Registan”. Piazza Registan è superba con tre dei suoi quattro lati occupati dalle madrase d’Ulug-Beg, di Shir Dar e Tilla-Kari. La simmetria delle facciate e l’eleganza delle proporzioni, insieme alle mattonelle smaltate verdi e blu, creano un’apoteosi di colori. I motivi geometrici sono solo parzialmente interrotti dai mosaici della facciata della madrasa di Shir Dar su cui è rappresentato un animale, una sorta di leone. Ovunque, poi, motivi decorativi riproducono frasi in caratteri arabi, raffinati mosaici e arabeschi.
Samarcanda è il Registan e il Registan è Samarcanda, i fragori della leggendaria città sono rinchiusi tutti qui.

Ripercorrere la “via della seta” agli inizi del terzo millennio significa ritornare con la memoria agli infiniti e policromi spazi dell'Asia Centrale, alle formicolanti città di Khiva, Bukhara, Samarcanda, ai costumi e agli usi di popoli diversi, ma soprattutto a riassaporare la cultura del grande regno di Tamerlano.
Un viaggio imperdibile… e a quanti credono che l’Uzbekistan sia off limits rispondo affermando che le uniche vere ed insormontabili frontiere di quest’epoca sono quelle interiori.

Khiva, Bukhara, Samarkanda... luoghi dal nome evocativo che ancora oggi sanno di leggenda

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook