Una terra tormentata che si svela poco a poco: l'Etiopia

in viaggio con Morenita Ruggi in Etiopia

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Una terra tormentata che si svela poco a poco: l'Etiopia

Gli uomini del tempo antico percorsero tutto il mondo
cantando, chiamando le cose alla vita.
Cantarono i fiumi e le catene di montagne,
le saline e le dune di sabbia.
In ogni punto delle loro piste lasciarono delle scie di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto…
(Bruce Chatwin, “Le vie dei canti”)
Paesaggi, miscuglio di etnie, spiritualità: un Paese da scoprireADDIS ABABA
Al nostro arrivo ad Addis Ababa la prima cosa che ci appare è l’emblema della città, il leone di Giuda che testimoniava la forza dell’imperatore.
Visitiamo la città, con la stazione ferroviaria ed i suoi giardini attorno da cui si diparte Churchill Road la via principale della città. La cattedrale di S.Giorgio di forma ottagonale, fu fatta costruire dall’imperatore Menelik nel 1896 dopo la vittoria di Adua in segno di riconoscenza verso il santo patrono d’Etiopia.
Qui la religione è spirito collettivo, devozione, trasporto. I fedeli intrattengono un rapporto strettissimo con la pietra che rappresenta la loro chiesa. La baciano, ci si inginocchiano sopra, ne traggono conforto.
L’Etiopia è uno dei più poveri tra i paesi africani. La guerra, la schiavitù, le epidemie e la fame hanno segnato la sua storia. Soggetta a ondate cicliche di guerra e siccità da tempo immemorabile, all’inizio degli anni 70 il suo nome è diventaato sinonimo di fame, siccità e disastri. Fame, che nel 2000 è tornata ad abbattersi come un flagello sul paese e le cui terribili immagini hanno nuovamente sconvolto il mondo.
Proseguiamo la visita di questa capitale situata nel cuore degli altopiani a 2500 metri di quota, e andiamo a curiosare nel grande mercato generale, un labirinto all’aperto dove si smistano tutti i prodotti agricoli e artigianali del paese.
A dire il vero si mormora che qui si possa comprare di tutto, da un Kalashnikov a un cammello, fino all’incenso più prezioso.

TRASFERIMENTO
Lasciata Addis Ababa iniziamo il lungo viaggio di trasferimento su una strada pista che è un tortuoso serpente di terra battuta e sassi, sballottati come su un ottovolante, attraversando terre particolarmene fertili e disseminate di piccoli villaggi.
Mi avvicino incuriosita ad un gruppo di uomini che spalano e setacciano degli strani granelli di colore rosso. Sono lenticchie. Avremo modo di gustarle durante il viaggio.
Proseguendo tra una distesa infinita di pietre dalle forme ardite ammiriamo uno degli spettacoli più drammatici e primitivi del mondo. Nei campi magri contadini pascolano mandrie di mucche altrettando scheletriche, arano e mietono con gesti antichi.
Ci fermiano ad ammirare il paesaggio circostante in luoghi apparentemente disabitati. Bastano pochi minuti e dal nulla, come per incanto, spuntano decine di persone e ragazzini vocianti che si accalcano intorno a noi presi dalla curiosità per questi stranieri.
Attraversiamo vaste distese di brulle alture dagli spazi infiniti, un paesaggio tormentato fatto di gole vertiginose e di dolci ambe, le montagne dalle cime piatte.
Non si capisono le sue genti, la sua cultura e le sue tradizioni se non si percorrono le piste di questo immenso tavolato.
Amara e tigrini, le etnie che si sono divise fin dall’antichità queste aspre terre, sono genti guerriere, fiere ed orgogliose, che lottano ogni giorno per la sopravvivenza, contro carestie povertà e guerra.
L’Etiopia è un paese in eterno conflitto con l’Eritrea, il paese confinante. Durante il percorso ci sono ancora le testimonianze della guerra sfociata tra il 1998 e il 2000. Oltre 100.000 etiopici ed eritrei sono morti in nome di pochi km., di sassi.
Sulle colline gruppi di capanne di paglia e fango formano villaggi che si mimetizzano nel paesaggio circostante. I contadini lavorano nei campi con metodi arcaici. Dividono la pula dai chicchi facendola calpestare dai cavalli.

BAIR DHAR
Dopo 2 giorni di auto finalmente in serata arriviamo a Bair Dhar. L’albergo dove alloggiamo si affaccia sulle sponde del lago Tana.
La mattina si parte per andare alla sorgente del Nilo azzurro scoperta nel 18° secolo dallo scozzese James Bruce. Si attraversa il villaggio di Tis Isat e subito dopo ci troviamo di fronte alle cascate. Quando sono in piena costituiscono sicuramente uno spettacolo impressionante, sia per la loro ampiezza che supera i 400 metri che per la profondità di 45 metri. Purtroppo la cosrtruzione della diga a monte ha limitato di molto la portata dell’acqua, ma la passeggiata risulta ugualmente piacevole. Con Laura scendiamo fino alle cascate. Ci diciamo che una bella camminata ci farà bene. La risalita risulterà più faticosa. Al ritorno incontriamo un trio di menestelli erranti, un’antica forma di intrattenimento che permane tutt’oggi.
A sera il tempo si fa brutto, ma il sole attraverso le nuvole ci regala il solito splendido spettacolo.
In mattinata con la barca navighiamo sul lago Tana per la visita di alcuni antichi monasteri copti nelle isole lacustri.
Il monastero di Narga Selassiè che andiamo a visitare si trova su un’isola che dista 2 ore e ½ da Bair dhar. I preti mostrano con orgoglio le croci e le vecchie bibbie scritte in ghe’ez, l’antica lingua dell’altopiano e decorate con raffinate miniature. Con grande stupore, nel giardino, abbiamo l’occasione unica di ammirare il grande gipeto.
Ripartiamo per la visita di un altro monastero, quello di Ura kidane Meret.
All’arrivo un pescatore ci offre il lavoro della giornata. Qui i pescatori usano ancora le tanqwas delle barche di papiro del tutto simili a quelle degli antichi egizi.
L’immagine di S.Giorgio patrono d’Etiopia si ritrova in tutte le chiese. Viene rappresentato sia come re dei santi, sia a cavallo come il grande uccisore del drago. Sono raffigurate scene dell’antico testamento e della vita di Cristo, dalla fuga in Egitto alla passione. Qui l’arte non si è espressa attraverso la scultura come nel resto dell’Africa, ma soprattutto nella pittura.
In Etiopia quasi tutte le chiese sono adornate da dipinti murali pittoreschi, vividi e talvolta molto belli. Molto rappresentata è Maria, seguita dagli arcangeli Gabriele e Raffaele. All’osservatore che non appartiene alla fede ortodossa, queste opere possono apparire di difficile interpretazione. Questi antichi monasteri sperduti custodiscono preziosi tesori, testi miniati, corone, croci d’argento e gli abiti degli imperatori.
Lasciamo l’albergo e il suo splendido giardino prr visitare il villaggio weito. Qui vengono costruite le Tanqwa le barche di papiro. Benchè sembrino fragili come carta, le tanqwa sono imbarcazioni robuste che possono reggere enormi carichi come queste cataste di legna da ardere.

GONDAR
Ci spostiamo a nord fino a Gondar. Qui visiteremo i celebri palazzi turriti ed i castelli del 17 e 18 secolo testimonianza diretta dello splendore degli imperi etiopici dell’epoca.
Nelle stanze e nei giardini si intrecciavano complotti e storie d’amore, come quella tra la regina Mentwab vedova dell’imperatore Bakaffa e il viaggiatore scozzese Jamese Bruce. Questo maniero di Kuskwan posto sulla collina di Gondar, fu il loro nido d’amore.
Poco distante troviamo i bagni dellì’imperatore Fasilidas. Al centro d un’ampia vasca rettangolare si erge una piccola, ma incantevole torre a due piani circondata da un bel giardino.
Nella chiesa di Debre Berhan Selassiè stanno celebrando un matrimonio. La cerimonia anziché all’interno, viene celebrata sul sagrato della chiesa. Gli sposi sono agghindati conm sontuosi abiti bianchi. Intorno a loro danzatori e musicanti accompagnano la celebrazione del rito nuziale secondo le tradizioni locali.
Uno dei più bei gioielli di tutta l’Etiopia è la chiesa di Debre Berhan Selassè, con il suo famosissimo soffitto dipinto con schiere di serafini.
Gondar è stata definita la Camelot d’Africa. Fondata dall’imperatore Falisidas nel 1600, la città divenne capitale permanente per oltre due secoli. Circondato da alte mura di pietra il recinto imperiale copre una superficie di 75.000 kmq. Nel 1600, quando i portoghesi arrivarono a Gondar, si trovarono davanti un’incredibile sorpresa. Una grandiosa spianata di castelli, una Versailles d’Africa. Era la corte dell’imperatore Falisidas che qui iniziò a costruire castelli imponenti, poi imitato dai suoi successori, i Negus del rinascimento etiopico. Questi castelli esistono ancora, imponenti, nudi e abbandonati.

TRASFERIMENTO
Partiamo da Gondar per Lalibela attraversando un tavolato roccioso che precipita in calanchi verso valle. Questo immenso acrocoro, il più vasto dell’Africa, alto tra i 2000 e 4000 mt. e lungo migliaia di km, corre dal Sudan al Kenia, ricoprendo quasi per metà il territorio dell’Etiopia.
A Debre Zabit è giorno di mercato. I mercati africani sono molto pittoreschi. Si vende e si compra di tutto, dalle foglie di qat da masticare per ore ed ore agli asini. Il peperoncino non manca mai. Si vende a sacchi. Infatti è l’ingrediente principale di tutti i piatti locali.
L’Etiopia è terra benedetta, per la sua gente, per la sua bellezza, per la sua storia. Ed è terra maledetta: per le troppe guerre, le carestie. Qui sono sorti i più antichi regni africani. Questo è stato il primo paese cristiano dell’Africa.
L’unico esercito africano a sconfiggere un paese colonialista fu l’etiopico. Ad Adua nel 1896, gli uomini di Menelik 2° sbaragliarono il generale Barattieri. L’Etiopia è stato anche il 1° stato dell’Africa ammesso alla società delle nazioni

LALIBELA
Su questo altopiano a 2500 metri di quota vi sono i più grandi monumenti monolitici di tutta l’Africa. La più grandiosa opera rimane la città di Lalibela. Qui i discendenti di Menelik 1° figlio di Re Salomone e della regina di Saba, vollero costruire una nuova Gerusalemme. Re Lalibela, della dinastia Zagwe, la cui vita è avvolta nel mistero, nel 1200 volle costruire questa città santa, spendendo tutti i suoi averi, sacrificando la sua stessa vita, cibandosi di erbe e dormendo nelle grotte fino alla realizzazione di questo sogno imponente.
Le 11 chiese sono enormi blocchi monolitici non costruiti, ma scavati in profondità e ricavate da blocchi unici di tufo vulcanico rossastro sotto il livello del suolo dall’esterno, fino a ricavare grandi sale di preghiera, numerose colonne, archi, finestre, porte e fregi collegate fra loro da cunicoli e gallerie secondo una simbologia complessa. Il tetto delle chiese si trova a livello del terreno.
La chiesa di S.Giorgio, un autentico gioiello architettonico, è considerata la più bella di tutte. La forma e croce risalta nella spaccatura della roccia in cui è scavata. Le pareti più spesse al fondo e più esile verso il soffitto sono di una possenza impressionante. La chiesa vista dall’alto è veramente spettacolare e l’interno è magistralmente affrescato.
Per passare dal gruppo orientale delle chiesa a quello settentrionale si attraversa il villaggio. Gli anziani hanno sul viso l’espressione di chi ha vissuto una vita amara, tra sofferenze, guerre e povertà. I giovani sono gentili, ci invitano nelle loro case, sorridono, ma hanno il sorriso triste, di chi non si aspetta niente dalla vita.
Il regime comunista negli anni 70/80 ha cercato di togliere potere alla chiesa, ma la metà della popolazione è tuttora di fede copta ed il clero è rimasto molto autorerevole, può contare su circa 400.000 fra monaci, preti diaconi e cantori ed è riuscito per secoli a conservare intatto il cristianesimo copto. Qui soprattutto è rimasta fortissima una tradizione precristiana: la venerazione dell’Arca dell’Alleanza, il sacro contenitore delle tavole di legno consegnate a Mosè da Dio padre stesso sul monte Sinai, e quindi simbolo del patto tra Dio e gli uomini, un oggetto dagli straordinari poteri, che per il popolo di Israele aveva una importanza superiore a quella della croce per i cristiani.
Incontriamo monaci ed eremiti che pregano per ore trasformando la chiesa da luogo a condizione di vita. In ogni chiesa copta c’è un sancta sanctorum chiamato Maqdas, accessibile solo ai sacerdoti dove è custodita una copia delle tavole, il Tabot, che ogni anno viene portato in processione il 19 gennaio durante il Timkat.
Proprio questa profondissima venerazione per l’arca altrove del tutto scomparsa, è una delle maggiori prove a sostegno della teoria secondo cui ad Axum è conservata non una copia, ma l’autentica Arca dell’Alleanza. Ecco perché il viaggio in occasione del Timkat, acquista un ulteriore significato. Diviene un’immersione negli antichi riti e nella profonda spiritualità di un popolo.
In questa chiesa è iniziata la cerimonia del Timkat. Fra poco inizierà la processione in cui il Tabot viene portato fuori dalla chiesa per essere riportato il giorno del Timkat dopo notti e giorni di veglia e preghiera. Uomini e donne avvolti in shamma bianchi si raccolgono in preghiera per giorni e notti consecutive. Lalibela, la Gerusalemme d’Africa, il luogo più sacro di tutta l’Etiopia, festeggia per tre giorni il Timkat secondo i rituali della religione copta. I preparativi della grande festa iniziano fin da ottobre quando si comincia a far fermentare il tech che scorrerà a fiumi.
Un viaggio in Etiopia in occasione del timkat è un viaggio nello spazio, a ritroso nel tempo, un’immersione nel medioevo cristiano immutato nei secoli, in un passato che in qualche modo sembra appartenerci, tra genti e cerimonie che sembrano uscite dall’antico testamento.
All’alba i pellegrini dopo una notte di preghiere, si dirigono verso la spianata dove si svolgerà la cerimonia. Ciò che rende queste cerimonie assolutamente uniche, più che l’atmosfera solenne e rituale, è il profondo coinvolgimento dei pellegrini e la mescolanza di liturgie cristiane e di ritmi africani, delle litanie dei sacerdoti e degli ululati delle donne.
Il Timkat celebra il battesimo di Cristo nelle acque del Giordano ad opera di Giovanni Battista, in due giorni di processioni, veglie e cerimonie che culminano nell’immersione rituale nell’acqua delle croci e nell’aspersione ai fedeli con l’acqua benedetta.
In tutta l’Etiopia si assiste davvero a una profusione di processioni coloratissime e alla gioia di moltitudini festanti che si scambiano doni e benedizioni e quelli che non possono raggiungere Lalibela, si recano presso una qualunque fonte d’acqua, sorgente o vasca che sia, per ripetere il sacro rito del Battesimo.
Terminata la cerimonia del battesimo, i Tabot portati sulla testa dai sacerdoti e ricoperti da paramenti vengono fatti sfilare in processione fino alle chiese accompagnati da canti e danze rituali.
La chiesa copta si differenzia dalla chiesa di Roma e da quella Ortodossa di Costantinopoli perché non riconosce la doppia natura, umana e divina, di Gesù. Crede invece che la natura di Gesù sia unica ed esclusivamente divina e per questo viene definita monofista con rito proprio. La costituzione della chiesa copta risale al V secolo quando il Concilio di Calcedonia dell’anno 451 condusse alla separazione di numerose chiese orientali da quella cattolica.
Le strade polverose sono percorse da moltitudini di fedeli festanti in cammino che formano suggestive processioni. Vestiti di bianco i fedeli affollano le piazze, le chiese, i viottoli. Assistiamo ad una sorta di trance aiutata dal salmodiare dei cantori, una nenia ipnotica ritmata per ore ed ore dal suono di drum e sistri. Si vedono sacerdoti e diaconi coperti di sontuosi paramenti di broccato e oro che cantano lodi a Dio e danzano al ritmo lento di sistri e tamburi. Uun baillame indescrivibile di colori, canti, suoni, danze e processioni, intervallati da intensi momenti di preghiera.
Mi ha portato a Lalibela l’attrazione verso il mistero e verso istanze mistiche, ho scoperto che è un luogo che non dà spiegazioni, piuttosto prende e affascina; quei paesaggi quelle atmosfere la cui storia non ha niente a che vedere con la nostra.
Cosa fa la differenza? Cosa determina lo spaesamento, il mistero che mi mette nello stato di grazia, senza più chiedermi il come e il perchè sto partecipando all’evento?

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