L'Etiopia, il popolo che cammina - Parte prima

in viaggio con leander in Etiopia

torna alla mappa
L'Etiopia, il popolo che cammina - Parte prima

L'Etiopia, Paese raramente preso in considerazione come meta di viaggio, rappresenta un vero e proprio "unicum" nel continente africano. Rimasta nel corso della storia - eccezion fatta per la breve scellerata occupazione italiana - al di fuori dalle mire del colonialismo europeo (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco) che per secoli ha improntato l'Africa modificandola profondamente, ha mantenuto pressoché intatta la propria identità sotto tutti gli aspetti: l'alfabeto, la lingua, il culto, la spiritualità, le tradizioni, la gastronomia, perfino il calendario e il computo delle ore del giorno.
E' pur vero che la globalizzazione galoppante non risparmia (sebbene a ritmi meno frenetici di altre realtà del cosiddetto "terzo mondo") nemmeno questo Paese, ma basta uscire dalle città grandi o piccole per immergersi in ritmi di vita e attività che sembrano essersi fermati nel tempo. Se ne ha la riprova nella genuina curiosità che suscita nelle campagne chi, come noi, si muova su veicoli moderni che sulle strade sembrano - paradossalmente - anacronistici rispetto ai carretti traballanti, agli asinelli, alle mandrie di bestiame, alla gente che procede a piedi con i carichi più svariati.
E' proprio il taglio che ho voluto dare all'articolo di presentazione "Il volto dell'Etiopia" già pubblicato sul sito, nel quale ho esposto un po' di sensazioni "a caldo" poco dopo il ritorno da uno straordinario viaggio in quella terra antica che, a seguito dei ritrovamenti paleontologici, è riconosciuta dalla Scienza come la vera e propria culla dell'Umanità.
Alla pari di un'altra memorabile esperienza, il Medio Egitto del marzo 2006, questo viaggio è nato per iniziativa dell'amico Alberto Elli, egittologo di profonda preparazione nonché appassionato studioso della Chiesa Copta e in genere di Cristianesimo Orientale: si è compattato un gruppo di 16 partecipanti, che da subito si è rivelato perfetto quanto ad affiatamento e spirito giusto per un viaggio impegnativo e non banale.
La logistica è stata affidata a "Splendor Ethiopia", un operatore di Addis Ababa che, sulla base dell'itinerario noto come "Rotta Storica", lo ha personalizzato sulle esigenze di Alberto. Il programma ha incluso i voli da e per l'Italia, i trasporti interni su mezzi a trazione integrale con autista, la guida locale parlante italiano, tutti i pernottamenti, pasti, ingressi ai luoghi di visita, mance. Facevo prima a dire "tutto"?

INFORMAZIONI PRATICHE
LINGUA
L’Etiopia è un vero e proprio mosaico etnico e linguistico con 76 etnie (ben 45 nel bacino dell’Omo!) e 286 tra lingue e dialetti. La lingua ufficiale è l’Amharico, utilizzato nella maggior parte del Paese, ma ogni etnia utilizza il proprio idioma (Tigrino, Oromo, Amhara, Afar, Somalo…). La lingua straniera più diffusa, soprattutto nei centri urbani, è l’inglese. Non di rado ci si imbatte in persone che parlano un po' di italiano. La lingua delle liturgie copte rimane tuttavia il ghe’ez.
RELIGIONE
Le due religioni principali sono il Cristianesimo (Chiesa Ortodossa Etiope 35-40%) soprattutto al nord, e l’Islam (45-50%) concentrato soprattutto a est e a sud. Esistono anche minoranze cattoliche, protestanti e animiste (12%).
VALUTA
La valuta in corso è il Birr (ETB), che al tempo del nostro viaggio era cambiato al rapporto di 1 € = 10,45 ETB e 1 US$ = 8,72 ETB; ma il rapporto di cambio è alquanto instabile. Gli US$ sono accettati ovunque, mentre l'Euro non è ancora del tutto "metabolizzato" e si rischia un cambio svantaggioso.
FUSO ORARIO E CALENDARIO
L'Etiopia è due ore avanti rispetto all'Italia durante la nostra ora solare, un'ora con l'ora legale (quindi nel periodo del nostro viaggio).
Una curiosità, che non si manca di notare negli orologi esposti nei luoghi pubblici: gli Etiopici scandiscono la giornata su una sorta di ora solare: la giornata comincia alle 6 e finisce alle 18, quindi le 7 di mattina occidentali corrispondono alla prima ora del giorno.
In Etiopia vige ancora il Calendario Giuliano che è suddiviso in 12 mesi di 30 giorni l’uno e un 13° mese di 5 o 6 giorni alla fine dell’anno. Il calendario etiope è indietro di 7 anni e 8 mesi rispetto al Gregoriano da noi in uso, tanto è vero che in alcune locandine turistiche si legge lo slogan, più o meno, "vieni in Etiopia e ringiovanisci di sette anni"!

Ringrazio Alberto per alcune nozioni "attinte" dai suoi studi, spesso indispensabili per la comprensione dei luoghi e della Storia. In particolare trovo utili alcune sue precisazioni, che qui riporto pari pari:
Quella attuale non è l’Etiopia degli antichi Greci, riconoscibile nell’odierno Sudan, e quindi non ha nulla a che fare coi Faraoni Neri della XXV dinastia detta appunto “etiopica". Inoltre, anche se i cristiani etiopi sono spesso denominati “copti” è errato chiamare “copta” la Chiesa d’Etiopia: gli unici rapporti con la Chiesa alessandrina nascono dal fatto che fino agli anni Cinquanta del secolo scorso il metropolita della Chiesa Etiope è sempre stato, per ragioni storiche, un monaco egiziano, nominato dal patriarca copto di Alessandria. A parte questo, la Chiesa Etiopica si è sviluppata in maniera indipendente e nulla ha che possa giustificare l’appellativo di “copto”, tenendo soprattutto in conto il chiaro significato etnico di tale termine. Le liturgie celebrate dalla Chiesa Etiope e da quella alessandrina sono molto diverse: anche se in origine erano probabilmente simili, con i secoli si sono andate differenziando e in Etiopia si sono sviluppati aspetti propri, dovuti alle particolarità culturali del Paese.

Un'ultima avvertenza, prima di iniziare il resoconto del viaggio. Càpita di incontrare diciture diverse per medesime località (vedasi Addis Abeba / Addis Ababa, Bahar Dar / Bahir Dar, Gondar / Gonder, Monti Semien / Simien, Axum / Aksum, Makallé / Mekele, Debre/Dabra/Debra e tantissimi altri esempi). Ciò dipende dalla traslitterazione dall'alfabeto amharico a quello latino, tra i quali non sempre c'è corrispondenza di suoni. Per non generare confusione, cercherò di usare sempre la stessa grafia per le rispettive località.Ha inizio la mitica "rotta storica": dalla capitale Addis Ababa a GondarL'Etiopia si estende per 1.098.000 kmq (circa tre volte e mezza l'Italia) su un territorio di forma - grosso modo - di triangolo arrotondato, la cui capitale Addis Ababa è situata più o meno al suo centro. Il Paese è prevalentemente un esteso altopiano: ad eccezione della tappa da Addis Ababa a Bahar Dar, lungo la quale si cala fino agli 800 metri della gola del Nilo Azzurro, ci siamo quasi sempre mossi al di sopra dei 2000 metri, con punte di 3200-3400 nel tratto fra Woldya e Lalibela e in quello fra Kombolcha e Addis Ababa.
Il nostro itinerario, su un percorso di poco inferiore ai 3000 km. comprese le deviazioni, si è sviluppato ad anello (o meglio, un ovale allungato) in senso orario con partenza e arrivo nella capitale. Direzione nord fino quasi al confine con l'Eritrea e, ovviamente, verso sud il ritorno.
Abbiamo fatto tutte soste di due giorni nelle rispettive località, quali basi delle visite nell'area interessata, ad eccezione di Lalibela (tre giorni) e Kombolcha (una sola notte per spezzare una tappa altrimenti troppo lunga). Visite significative sono anche avvenute nel corso degli spostamenti.
In questa prima parte del resoconto, il diario verterà sul tratto da Addis Ababa a Gondar. Il prosieguo, sulla seconda e terza parte della relazione: stesso titolo, stesso sito!DIARIO DI VIAGGIO

Venerdì 13 / Sabato 14 ottobre 2006
Ritrovo più o meno per l'ora di cena all'aeroporto di Fiumicino tra i partecipanti, che giungono in parte con volo da Milano e in parte da Genova. Partenza poco dopo la mezzanotte, per atterrare sul suolo di Addis Ababa alle 6 del mattino.
Le formalità, per quanto un po' lente, sono più semplici del previsto. Oltre il passaporto, sul quale viene apposto il visto previo esborso di 20 dollari, non ci viene richiesto nulla di quanto era riportato nel programma di viaggio: fotocopia della carta d'identità, autocertificazione di residenza e due foto tessera. Probabilmente, tale documentazione riguarda chi chieda il visto prima della partenza all'ambasciata etiopica di Roma; nel caso, informatevi al momento, visto che la normativa potrebbe cambiare nel tempo.
Ci incontriamo con il referente di Splendor Ethiopia, un simpatico venticinquenne di origine italiana di nome Delmo che ci farà da accompagnatore per l'intero viaggio rivelandosi molto efficiente. Saliamo sul pullman riservato e alle 8,15 diamo già inizio alla visita della capitale che impegnerà questa giornata iniziale pur essendo inevitabilmente superficiale. Ma sono ben altri i luoghi d'interesse dell'Etiopia a cui dedicare più tempo, alcuni - come vedremo - strepitosi!
Addis Ababa è situata a 2500 metri di quota e come prima meta ci dirigiamo alla collina di Entoto, quasi 500 metri più in alto. E' questo il nucleo originario della città: alla fine del sec. XIX, dopo una lunga storia in cui la capitale etiopica veniva di volta in volta trasferita per mutate esigenze strategiche ed esaurimento delle risorse locali (in primis il legname), l'imperatore Menelik II si insediò in questo luogo che la consorte Taitù battezzò "Nuovo Fiore".
Nota storica: Menelik II fu il 225° successore della regina di Saba, secondo una successione che la tradizione vuole ininterrotta e risalente a Menelik I, figlio appunto della mitica regina e del re Salomone.
Con l'instaurazione di una capitale finalmente definitiva, si diede il via all'importazione di eucalipti dall'Australia, che grazie alla veloce crescita assicurarono i fabbisogni di una popolazione in progressiva crescita. Una delle caratteristiche della strada che si percorre è infatti la grande quantità di persone - uomini, donne, bambini - che portano fascine, sulle spalle o in groppa agli asini. Numerosi anche i giovani che corrono, evidentemente vogliosi di emulare le imprese di Abebe Bikila, Haile Gebreselassie e i tanti "uomini degli altopiani" che da decenni dominano le gare di maratona e mezzofondo nelle competizioni mondiali.
Sulla sommità della collina, dopo avere ammirato il vasto panorama sulla città dall'alto, visitiamo la variopinta chiesa ottagonale di Entoto Maryam con adiacente piccolo museo di paramenti sacri e gli edifici della reggia, piuttosto misera in verità, dei primi anni del regno di Menelik II.
Rientrati in città, visitiamo il Museo Etnografico, che fa parte dell'Università di Addis Ababa, complesso di edifici un tempo residenza del Negus Hailè Selassié, imperatore dal 1930 al 1936 e dal 1941 al 1974. Gli oggetti sono esposti secondo un originale allestimento basato sul ciclo della vita, dall'infanzia alla morte; di grande pregio la sezione dell'arte religiosa e la collezione di icone, tra le più importanti del mondo.
Imperdibile anche il Museo Nazionale, nel quale spicca in una teca lo scheletro di Lucy (in realtà è un calco - molto ben fatto, bisogna dire - in gesso, mentre l'originale è in cassaforte); com'è noto, si tratta del più antico (circa 3,2 milioni di anni fa) e completo resto di ominide esistente, trovato presso Hadar nel novembre 1974. L'affettuoso nome le fu attribuito dai paleontologi perché al momento della scoperta stavano ascoltando "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles.
Ultimo luogo di visita nella capitale è la Cattedrale della Santissima Trinità, che la mescolanza di stili non rende particolarmente attraente: è peraltro la principale chiesa ortodossa del Paese.
Siamo giunti a metà pomeriggio ed è il momento di trasferirci in albergo: abbiamo sulle spalle il viaggio con una notte praticamente insonne ed è opportuno un po' di riposo. Dopo avere un po' bighellonato nella hall e nello shop center dell'Hilton, ci trasferiamo in un ristorante tipico, per una serata conviviale nella quale sperimentiamo l'injera (non me ne resterà particolare nostalgia…) e assistiamo a un piacevole intrattenimento di canti e danze caratteristiche.

Domenica 15 ottobre 2006
Addis Ababa - Bahar Dar (km. 510)
Puntuali, le cinque Toyota Land Cruiser sono pronte nel cortile dell'Hilton per la partenza alle 6,30. Questo tipo di orario sarà più o meno la norma per tutte le tappe, vista la loro lunghezza, lo stato delle strade, gli inevitabili imprevisti, la quantità dei luoghi d'interesse e dei punti panoramici in cui fare sosta.
I cinque autisti "sfilano" simpaticamente presentandosi e stringendo le mani a tutti i partecipanti, dopodiché la nostra "ethiopian adventure" ha ufficialmente inizio!
Si punta in direzione nord lungo la strada n.3 che mantiene il numero fino ad Aksum (bivio per Asmara in Eritrea) e abbiamo subito l'idea di quanto Addis Ababa sia estesa: lasciato il centro moderno, per chilometri e chilometri sui lati della strada è un'ininterrotta sequenza di basse case, spesso tinteggiate vivacemente ma via via sempre più malconce, e mercatini, con la vita quotidiana che sembra svolgersi in prevalenza all'aperto. La città lascia poi il posto alla campagna e la prima sorpresa è nel notare che le colture sono preponderanti rispetto ai terreni incolti che ci si potrebbe aspettare in un Paese considerato fra i dieci più poveri del pianeta. Il mese di ottobre, inoltre, è quello in cui, terminate le piogge, la campagna è nel suo massimo rigoglio con una spettacolosa varietà nelle tonalità di colore.
Un'altra costante è da subito anche quella della gente, sempre e dovunque, cosa che ho messo in rilievo dell'introduttivo "Il volto dell'Etiopia" quale carattere dominante di questa terra.
La prima deviazione della giornata, lungo una sterrata in mezzo a folta vegetazione popolata da branchi di babbuini gelada, porta a Dabra Libanos, il monastero più sacro di tutta l’Etiopia, fondato alla fine del XIII secolo da Takla Haymanot “Pianta della Fede”, il santo più venerato della Chiesa Etiopica. Questo luogo di culto è purtroppo legato a un fatto di sangue di inaudita crudeltà, una delle azioni più infami della già aberrante occupazione fascista. Nel maggio 1937, infatti, il governatore Rodolfo Graziani, per vendicarsi di un attentato subito, fece uccidere, facendoli gettare nei dirupi di cui la zona è ricca, tutti i monaci del monastero, anche i giovani seminaristi, e centinaia di persone che in quei giorni vi si trovavano in pellegrinaggio. Le vittime di quella barbarie furono quasi millecinquento.
Del monastero originario non c'è più traccia e la chiesa attuale fu fatta edificare nel 1961 da Hailè Selassié secondo il pessimo gusto monumentale che pare gli fosse caro e di cui in Etiopia non mancano testimonianze. Un complesso decisamente brutto senza note di rilievo, a parte la presunta tomba del santo fondatore all'interno.
Il luogo è peraltro meta di innumerevoli pellegrini, che affluiscono per approvvigionarsi dell'acqua santa considerata efficace contro gli spiriti maligni e il mal di stomaco. Proprio in questa variegata umanità consiste il vero spettacolo per chi visiti questo luogo di culto.
Tornati sulla strada principale, di lì a poco ha inizio uno dei tratti stradali più spettacolari del Paese, ma è pur vero che un'ipotetica graduatoria sarebbe destinata a continue modifiche nei giorni successivi. In uno scenario grandioso caratterizzato dalle ambe, le montagne a tavolato peculiari dell'altopiano etiopico, un serie infinita di tornanti su sterrato ci fa perdere costantemente quota per oltre 1000 metri fino a giungere al livello del Nilo Azzurro (per gli Etiopi, Abbay “il Grande”). Siamo al confine tra le storiche province di Scioa e Gojam ed entriamo nella seconda scavalcando un ponte; la zona è sorvegliata dai militari e una burocrazia interminabile consente a ciascun automezzo (ce ne sono parecchi in coda) di inoltrarsi sul ponte solo quando il precedente è approdato sulla riva opposta.
Riguadagniamo lentamente il dislivello perduto e proseguiamo, spezzando il lungo trasferimento con soste per sgranchirci le gambe, bisogni fisiologici, ammirazione del paesaggio, tutte occasioni per piacevoli contatti con la gente, che in pochi minuti sembra materializzarsi d'incanto anche in angoli apparentemente deserti!
E' ormai l'imbrunire quando entriamo in Bahar Dar, dove sono previsti due pernottamenti. Siamo ospitati dall'Hotel Tana (nome scontato, essendo affacciato proprio sull'omonimo lago!), una struttura di buon livello della catena statale Ghion: le camere sono non grandissime ma pulite e gli spazi esterni sono resi piacevoli dagli ampi giardini, che per la varietà di fauna avicola si prestano anche al birdwatching.

Lunedì 16 ottobre 2006
Bahar Dar e dintorni (km. 70 circa)
La prima meta della giornata è costituita dalle cascate del Nilo Azzurro, localmente chiamate Tis Isat ovverosia “acqua fumante”.
Le si raggiunge al termine di una strada di 32 km, ben presto sterrata appena lasciata Bahar Dar, in direzione sud-est, affiancata ora da magnifici monumentali sicomori, ora da campi coltivati, ora da tucul e povere baracche, percorsa ininterrottamente da gente che porta mercanzie per e dall'animato mercato cittadino.
Lasciate le auto nel villaggio di Tis Isat, si cammina per una ventina di minuti, prima su un ripido sentierino un po' accidentato, poi scavalcando uno scenografico ponte portoghese in pietra del XVII secolo e aggirando infine un pendio prativo che porta al belvedere sulle cascate. Abbiamo fortuna: normalmente l'acqua è convogliata ad alimentare alcuni impianti idroelettrici a monte rendendo quasi asciutte le cascate, mentre oggi è una delle poche giornate dell'anno in cui è lasciata scorrere liberamente dando luogo a uno spettacolo superbo. Percorriamo con calma il sentierino sul versante opposto dei diversi salti paralleli che si offrono nello splendore di un fronte di 400 metri su un'altezza di 45, misure che rendono le cascate seconde in Africa solo a quelle dello Zambesi.
Rientriamo in albergo, nel quale oggi è previsto anche il pranzo, dopodiché ci rechiamo sulla collina 5 km. a nord-est di Bahar Dar. Sulla sommità sorge l'ex Palazzo di Hailè Selassié, la cui visita è attualmente preclusa al pubblico. Si possono però aggirare le mura esterne fino a un punto panoramico, un pendio coltivato a tef dal quale si ammirano in lontananza il Lago Tana e in primo piano un meandro del Nilo Azzurro. Con un po' di fortuna si possono scorgere gli ippopotami che vi guazzano, ma non è giornata: evidentemente oggi la botta di c… "da contratto" l'abbiamo già avuta!
Il resto del pomeriggio è praticamente libero e lo impieghiamo volentieri "perdendoci" per un paio d'ore nel mercato, un momento che nei miei viaggi vivo sempre con grande piacere. Bastano pochi minuti per essere "adottati" ciascuno da un ragazzino che si improvvisa guida spiegandoci le varie merci, alimentari e no: per noi è un'occasione di contatto non invadente con la quotidianità locale, per loro l'opportunità di esercitare un po' di inglese e di intascare qualche spicciolo di mancia.
E' questo un discorso sempre delicato che ciascuno deve valutare con la propria sensibilità e coscienza: da parte mia reputo che un piccolo servizio meriti un compenso, ciò che conta è non eccedere in generosità per non aumentare le aspettative dai viaggiatori che ci seguiranno con il rischio di creare dei mendicanti abitudinari. Nel caso dell'Etiopia, bisogna tenere conto che è un Paese poverissimo con nessun tipo di assistenza sociale, nel quale vale la "filosofia" del "pochi ma spesso".
Il rapporto finisce sempre con la fotografia insieme e lo scambio dei nomi e degli indirizzi, di cui ciascuno di questi ragazzi riempie orgogliosamente un libretto.
Non rimane che rientrare in hotel per un po' di relax, una birretta in giardino guardando il tramonto, la cena e il pernottamento.

Martedì 17 ottobre 2006
Bahar Dar - Gondar (km. 160 di cui metà in navigazione)
La giornata odierna prevede la traversata in battello del Lago Tana, un'ottantina di km. in direzione sud-nord con sosta in alcuni luoghi significativi. Nel frattempo le auto con il grosso dei bagagli raggiungeranno la sponda opposta per attenderci in località Gorgora verso metà pomeriggio.
Il principale spunto di interesse del lago (non ci si aspetti una distesa di acque cristalline, sono invece piuttoso fangose) sta nelle chiese-monastero che sorgono alcune su 20 delle sue 37 isole e altre lungo le coste, risalenti al XVI-XVII secolo nell'assetto attuale ma spesso precedenti all'anno Mille come nucleo originario.
Mi sembra opportuno dare una breve caratterizzazione di questi edifici. La pianta è di norma circolare con il tetto conico in paglia ad imitazione dei tradizionali tukul o (piccola concessione a una certa modernità) in lamiera ondulata. Una volta entrati (a nord gli uomini, a sud le donne, a est i sacerdoti), ci si trova su un corridoio che ricalca tutto il perimetro e da esso si accede al nucleo più interno: il sancta sanctorum che prende il nome di maqdas, a forma cubica, che custodisce il sacro tabot, cioè una copia delle Tavole della Legge contenute nell'Arca dell'Alleanza.
Le pareti esterne del maqdas sono coperte da splendidi dipinti con le tematiche dell'iconografia cristiana, ma non solo quelle "classiche" come l'annunciazione, la natività, la crocifissione, la resurrezione, la fuga in Egitto, San Giorgio che uccide il drago, i peccatori che sprofondano negli inferi e così via: non mancano infatti raffigurazioni curiose di Santi, come Abuna Aregawi, che usò un serpente a mo' di corda per salire nel luogo dove avrebbe fondato Dabra Damo (approfondirò nella seconda parte); o Belai il cannibale, che dopo avere divorato settanta persone fu santificato su intercessione della Madonna per avere avuto pietà e dissetato un lebbroso; o San Raffaele, raffigurato nell'atto di trafiggere una balena arenatasi su una spiaggia e la cui coda minacciava di colpire una chiesa; o ancora Takla Haymanot che pregò per sette anni ritto su una gamba sola finchè l'altra si avvizzì e si staccò, premiato infine da Dio con tre paia di ali. Un'ulteriore curiosità sta nel fatto che i personaggi "cattivi" sono sempre riprodotti di profilo. Insomma, vale davvero la pena soffermarsi con calma sui dipinti, in una scoperta ininterrotta di particolari sorprendenti!
Questi monasteri sono luoghi di straordinaria quiete, quasi fuori del tempo, nei quali la spiritualità sembra tangibile, indipendentemente dall'essere credenti o meno, nei ritmi tranquilli dei monaci e dei fedeli che si aggirano all'interno o nel prato circostante.
Dopo poco più di mezz'ora di navigazione, sono circa le 9 quando sbarchiamo alla chiesa di Ura Kidane Merhet, dedicata alla Vergine “Patto di Alleanza”, il più noto dei monasteri della penisola Zeghie, vicino all’estremità sud del lago e raggiunto in un quarto d'ora a piedi dal molo: esso vanta uno dei più pregevoli maqdas dipinti e un'importante collezione di croci e corone antiche.
La comodità con cui lo si raggiunge (è l'unico previsto in programmi più sintetici del nostro) fa sì che il sentiero di accesso sia popolato da una "corte dei miracoli" di sedicenti guide e di venditori: alle prime è bene chiarire subito con cortesia e fermezza che ne abbiamo già una, i secondi offrono in prevalenza piccoli dipinti a mano su pelle di capra con riproduzioni delle decorazioni dei monasteri, una buona idea per un souvenir non banale, ovviamente trattando sul prezzo, che di norma è meno della metà di quello richiesto.
Seguono un paio d'ore di serena navigazione sul lago, imbattendoci di tanto in tanto nelle tankwa, le barche in papiro intrecciato sorprendentemente resistenti che da tempo immemorabile solcano queste acque. Sul mezzogiorno eccoci sull'isola di Narga, collegata da un istmo a quella di Dek, la maggiore del Lago Tana più o meno al suo centro, sulla quale sorge l’affascinate chiesa di Narga Sellassie.
Fatta costruire dall’imperatrice Mentewwab, moglie del negus Bakaffa, nella prima metà del XVIII secolo, è uno splendido esempio del cosiddetto “secondo stile gondarino”. A differenza del precedente monastero, manca del tutto la "scorta dei prestatori di servizi": la bellezza dei dipinti, il tetto in paglia laddove quello di Ura Kidane Merhet è in lamiera, la serenità di monaci e fedeli che si aggirano silenziosi o sono assorti in lettura, fanno sì che questo sia uno dei luoghi di maggiore suggestione dell'intero viaggio. Ce ne separiamo davvero a malincuore.
A metà pomeriggio sbarchiamo definitivamente: siamo sulla penisola di Gorgora, estremità settentrionale del Lago. Qui, lasciato il molo sul quale sorge una specie di "cantiere navale" delle tankwa, un piacevole sentiero tra bella vegetazione arborea conduce alla chiesa di Dabra Sina. Edificata nel 1608 da Malokotawitt, figlia dell'imperatore Susenyos, i suoi affreschi costituiscono un esempio del “primo stile gondarino”, facilmente distinguibile da particolari quali i volti delle persone più allungati: di particolare pregio è quello della cosiddetta "Santa Maria Egiziana".
Ancora 67 km. lungo la strada n. 3 ci dividono dalla meta odierna, che raggiungiamo giusto per l'ora di cena: eccoci a Gondar, cittadina di 112.000 abitanti a 2210 metri di quota. A questa località gli edifici del cosiddetto "recinto imperiale", che sembrano presi pari pari da un film di fantasy, hanno guadagnato l'appellativo di "Camelot d'Africa": nell'intera giornata di domani riscontreremo quanto la definizione non sia esagerata.
Sarà il degno inizio della seconda parte del resoconto, sempre su Ci Sono Stato, s'intende!I quattordici pernottamenti sono avvenuti in sette diverse località, in alberghi che erano tra i migliori disponibili in relazione agli standards locali. Fatta eccezione per l'Hilton di Addis Ababa in cui abbiamo dormito la prima e l'ultima notte, si è trattato in prevalenza di strutture statali tutte simili, sorte evidentemente ai primi albori del turismo nel Paese. Si ha l'impressione che dal giorno dell'apertura non sia mai stato fatto alcun intervento di manutenzione ordinaria: niente di non sopportabile, ma le piccole magagne nelle camere e a tavola sono la regola.
C'è da dire però della buona disponibilità dei gestori e del personale, anche se il servizio risente delle lentezze di una burocratizzazione evidentemente difficile da sradicare.Gli alberghi ci hanno sempre fornito il servizio di mezza pensione. La colazione è la classica continentale, mentre le cene - orientate sulla cucina internazionale - sono risultate accettabili pur non brillando per varietà: si sceglie tra una "soup" e una "salad", seguite da un piatto di carne o pesce che, nonostante definizioni talora pompose, sono di solito costituiti da uno spezzatino/scaloppe/filetti (manzo o pollo) e dal classico pesce della famiglia dei merluzzi grigliato o fritto. In qualche caso è presente nel menu anche la pasta che, evidentemente per pratica acquisita durante l'occupazione italiana, è tutto sommato dignitosa. Niente di memorabile nel complesso, ma di fame non si muore da nessuna parte.
Per il pasto di metà giornata, o provviste portate dall'organizzazione consumate lungo la strada o, dove presenti nelle località attraversate, pranzo in ristorantini, in certi casi più apprezzabili che gli alberghi.
La cena della prima sera è avvenuta in un ristorante di Addis Ababa dove abbiamo avuto modo di provare il piatto nazionale etiopico, l'injera. Si tratta di una pastella di acqua e farina di tef (cereale diffusissimo ovunque, una pianta bassa dalle spighe minuscole) fatta cuocere su una grossa piastra rotonda arroventata, un po' come una crêpe.
La sfoglia grigiastra ricavata, morbida e dal sapore acidulo, viene tagliata a larghe strisce e servita in tavola arrotolata, tanto che al primo sguardo la si può scambiare per un tovagliolo! Spezzata con le mani, la si usa per raccogliere, a mo' di tasca, le varie vivande, a seconda dei casi portate in tavola o allineate su un bancone comune dal quale ci si serve: sono intingoli vari, di norma molto speziati, come il “wot” a base di carne e verdura, “shiro e misir” (ceci e lenticchie), lo “zigrini” (uova in salsa di pomodoro piccante con carne) e tanti altri.Abbiamo utilizzato voli della Ethiopian Airlines da Roma Fiumicino ad Addis Ababa e viceversa. Entrambi partono intorno alla mezzanotte per giungere a destinazione dopo circa 5 ore, il che consente di utilizzare appieno anche la prima e l'ultima giornata.
Gli spostamenti interni sono avvenuti con cinque Toyota Land Cruiser a trazione integrale con autista. Questo tipo di veicolo è imprescindibile per lo stato spesso precario delle vie di comunicazione, benché gli sforzi del "Road Sector Development Program" lanciato nel 1997 con l'ausilio di aiuti internazionali stiano apportando progressive migliorie: anche in presenza di strada asfaltata la manutenzione è tuttora carente se non inesistente, sono frequenti i tratti a fondo naturale spesso dissestati, i percorsi di montagna sono una successione di curve e saliscendi, per certe località è già un'avventura il solo raggiungerle. Non è passato giorno senza che a questa o quell'auto toccasse una foratura; praticamente ogni sera gli autisti provvedevano a una revisione dei mezzi e si informavano sulle condizioni della viabilità per il giorno successivo: le frane e i cantieri sono infatti frequenti e più di una volta abbiamo dovuto deviare su strade alternative.

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook