Viaggio in Zambia a caccia di emozioni

in viaggio con danibi in Zambia

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Viaggio in Zambia a caccia di emozioni

Dopo diversi viaggi in Africa, ciascuno di enorme soddisfazione, la fiducia nel cosiddetto “Continente Nero” è cieca, vale a dire che si potrebbe scegliere una meta a caso ed il risultato sarebbe comunque garantito, anche se mai scontato o ripetitivo, l’Africa ha, infatti, mille sfaccettature, ogni Paese caratteristiche differenti.
Con questa premessa intendo dire che per la scelta dello Zambia sono bastati pochissimi elementi, innanzitutto la nostra grande passione africana che si traduce in un inguaribile “mal d’Africa” cui seguono un servizio fotografico pubblicato su una rivista di viaggi e la seguente breve descrizione:
"Incastonato tra Namibia, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Malawi, Tanzania, Congo ed Angola, lo Zambia è uno dei pochi paesi dove si respira ancora l'Africa vera, quella più vicina all'immaginario del viaggiatore occidentale. Le sue bellezze naturali e la sua fauna hanno pochi rivali in tutta l'Africa. Luoghi come le cascate Vittoria ed il Parco Nazionale del South Luangwa, non dovrebbero assolutamente mancare nel bagaglio dei ricordi di ogni viaggiatore. Il parco del South Luangwa in particolare, ospita una concentrazione e varietà di animali tra le più elevate dell'Africa, nonché una delle più grandi popolazioni di elefanti di tutta l'Africa."
Scelta la meta non resta che mettersi all’opera per concretizzare il viaggio, operazione non facile in quanto – cosa per me fondamentale – è mancato il contributo di altri viaggiatori, lo Zambia non rientra, infatti, tra le destinazioni frequentate dagli italiani, non esistono, nel vasto mondo di Internet, diari di viaggio se non parziali che descrivono, perlopiù, una sconfinata dai vicini Botswana, Namibia e Sudafrica per la visita alle Cascate Vittoria.
Le informazioni ed il materiale reperiti presso lo Zambia National Tourist Board, presente alla BIT di Milano, sono uno stimolo ed una buona base per predisporre un itinerario.
L’Ambasciata d’Italia, con sede a Lusaka, risponde alle mie richieste in modo poco incoraggiante: "Buongiorno, a seguito della sua richiesta di informazioni, sento innanzitutto l'obbligo di dirle che in Zambia non esiste veramente nulla di "serio e affidabile" nel senso in cui lo intendiamo noi, e questo vale anche e soprattutto per il settore turistico. Vale pertanto l'aureo principio del non fidarsi mai e di non delegare mai le cose importanti..." ma ciò nonostante individuo diverse agenzie locali e fatta la selezione delle proposte e dei preventivi scelgo quella che soddisfa maggiormente le nostre richieste, il progetto prende così forma e si realizza a partire dal 17 settembre 07, data in cui, con un volo Ethiopian Airlines, da Milano Linate, dopo gli scali di Roma, Addis Abeba ed Harare, raggiungiamo Lusaka.
Avendo scelto di dedicare l’intera vacanza alla natura, alla ricerca ed all’osservazione degli animali, la cronaca del viaggio può essere concentrata in soli 4 “capitoli” ciascuno dedicato ad un diverso Parco o area naturalistica:
Kafue N.P.
Lower Zambezi N.P.
South Luangwa N.P.
Victoria FallsAlla scoperta di un Paese a torto trascurato, dove "l'Africa è ancora più Africa"18 settembre 07
Atterrati a Lusaka lasciamo rapidamente l’aeroporto allontanandoci dalla Capitale di circa una ventina di chilometri.
La temperatura è gradevole, i caldi colori africani ci “aggrediscono”, siamo stanchi per il lungo viaggio, ma non possiamo fare a meno di apprezzare le due file di alberi di Jacaranda in fiore che bordeggiano la strada e di lasciarci inebriare dal profumo dolce ed intenso che diffondono: l’Africa, ancora una volta, ci accoglie con un caloroso abbraccio.
Abbandonata la strada asfaltata imbocchiamo una pista sterrata avanzando poi, tra nuvole di polvere, fino a raggiungere Pioneer Camp, graziosissima sistemazione costituita da pochi eleganti bungalow, con tetto di paglia, immersi nella vegetazione (bush).
Trascorriamo la prima mezza giornata di vacanza in totale rilassatezza, esplorando la proprietà e respirando a pieni polmoni il profumo d’Africa fino a che il primo di una lunga serie di tramonti ci avvolge con i suoi magnifici colori… ci sentiamo a “casa” e siamo felici, tutto ciò per oggi può bastare.

KAFUE NATIONAL PARK:
La guida “Zambia: safari, parchi nazionali, escursioni, lodges, città” (unica guida in lingua italiana), FBE Edizioni, scritta dal fotografo e grande viaggiatore milanese Maurizio Bersanelli, definisce il parco come segue:
“si trova nello Zambia occidentale ed è il parco nazionale più grande del Paese, con una superficie di circa 22.400 kmq è tra le cinque riserve naturali più grandi del Continente africano”.

19, 20 e 21 settembre 07
Partiamo di buonora con Justin, driver di dubbia abilità e di scarsa conoscenza del territorio, per raggiungere il settore Nord del Kafue N.P.
La distanza da percorrere in chilometri non è molta, ma, terminato l’asfalto, la strada ben presto si trasforma in pista sterrata, senza segnaletica e con diverse diramazioni.
E’ da subito evidente che il driver non conosce il percorso, non possiede una cartina e neppure un GPS, sta di fatto che ci perdiamo più volte, che l’estenuante trasferimento richiede circa 6 ore di viaggio e che raggiungiamo, con sollievo, McBrides camp solo nel pomeriggio.
Charlotte e Chris McBrides, africani bianchi proprietari del bush camp, ci danno il benvenuto, siamo, per i primi due giorni, gli unici ospiti, l’atmosfera è molto famigliare, ci sentiamo subito a nostro agio.
Una delle prime cose che Charlotte tiene a precisare è la seguente: “questo è un bush camp, qui non si trova il lusso, ma un autentico contatto con la natura”.
Apro una parentesi per descrivere il nostro alloggio ed il bush camp.
Si tratta di uno chalet di forma circolare, molto spazioso, con tetto di paglia a cono, altissimo nella parte centrale (qui ha trovato dimora un grosso pipistrello, che sta tranquillamente appeso a testa in giù e non reca alcun disturbo), le pareti sono basse e costruite con cannette di bambù, dalla parte superiore della parete all’inizio del tetto, lungo tutta la circonferenza, c’è uno spazio aperto (senza vetri o altra protezione) di circa 60-80 cm che funge da “finestra”.
La zona notte ospita due letti sovrastati da zanzariere, la zona bagno, cui si accede dalla zona notte tramite un’apertura (senza porta), non ha tetto, è solo un alto recinto di cannette ombreggiato da alberi. Per chi, come me, ha paura dei serpenti, in un primo momento, è scioccante, ma, superata la prima notte, è stato fantastico addormentarsi ascoltando i suoni prodotti dalle cicale, dagli ippopotami e da tutti gli animali che vivono nel bush.
Il fatto di dormire sotto la zanzariera procura un enorme senso di sicurezza, che se stiamo a ben guardare non è poi tanto giustificato, in fondo si tratta di un velo leggerissimo, ma è proprio quella la sensazione che si prova. Il problema è uscire dal “riparo” nel bel mezzo della notte, per giunta senza luce, per andare in bagno.
Il bush camp è una struttura per pochi ospiti, isolata, realizzata in un ambiente naturale, selvaggio, bellissimo, dove l’unica compagnia è rappresentata dagli animali, dove manca qualsiasi forma di modernità o di civiltà e l’illuminazione è assicurata da lampade a petrolio.
All’esterno dello chalet una bella veranda con tavolo e poltroncine permette di osservare, solo durante il giorno (di notte è proibito uscire dall’alloggio), gli animali che transitano nell’area.
McBrides camp è costituito da 7 chalet ben distanziati uno dall’altro, da un ampio padiglione che funge da salotto / luogo dove si consumano i pasti e da poche altre “capanne” o semplici ripari che ospitano la dispensa, la cucina, gli alloggi del personale e l’ “ufficio” di Charlotte e Chris.
Il luogo è meraviglioso, a pochi metri dal campo scorre il fiume Kafue, sulla cui riva opposta vediamo subito un branco di bufali, mentre in acqua ed all’ombra di alcuni alberi ci sono numerosi ippopotami che ci terranno compagnia giorno e notte: il loro verso è inconfondibile e poderoso.
Dopo una mezz’ora di assestamento, direi anzi di contemplazione, accompagnati da Charlotte, Chris (armato di fucile) e da un tracker lasciamo il campo per un primo walking safari.
Non incontriamo animali “pericolosi” (alludo ai felini), ma è stato interessante imparare a riconoscerne le impronte e le fatte (cacche!) ed a seguirne le tracce.
E’ difficile descrivere le emozioni provate; se durante un qualsiasi safari in macchina ci si sente parte integrante del documentario ed è magnifico, a piedi la sensazione è amplificata e si ha la chiara consapevolezza, pur non provando alcun timore, della propria piccolezza, si percepisce maggiormente la forza e la grandezza della natura ed è straordinario.
I giorni trascorsi presso il campo sono scanditi da ritmi precisi.
Ogni giornata comincia prestissimo, la sveglia è prima dell’alba, si esce poi per un walking safari di alcune ore che si conclude prima che la temperatura sia troppo elevata.
Durante le nostre uscite a piedi non avremo mai il piacere di incontrare leoni o altri felini, inoltre dagli ippopotami che ancora non hanno fatto ritorno al fiume ci teniamo lontani (l’ippopotamo è un animale molto pericoloso!), ci “accontentiamo” di osservare diverse specie di antilopi, impala, facoceri, ma possiamo aggiungere un nuovo animale alla nostra già ricca “collezione”, infatti qui per la prima volta vediamo il puku: piccola antilope di pianura che ha stabilito il proprio habitat nelle savane, vicino alle paludi o sulle rive dei fiumi.
A piedi si ha anche l’opportunità di osservare molto bene piante, fiori ed uccelli che in tutto lo Zambia sono numerosi, bellissimi e dai colori vivaci.
Nelle ore centrali della giornata il caldo è opprimente, spesso cediamo al sonno, abbiamo, inoltre, spostato l’orario della doccia nel pomeriggio perché farla dopo il tramonto (nel bagno totalmente aperto) significherebbe offrirsi in pasto alle zanzare.
Dopo il rito del tè (verso le 15,30-16) e di una fetta di torta casalinga ci si rianima e si va in barca ad esplorare il fiume popolato da coccodrilli ed ippopotami oppure a pescare con risultati sorprendenti, mai visti sino ad ora bottini così ricchi e pesci tanto grossi.
Dopo cena safari in jeep e finalmente s’è visto un leone.
La simpatia, la preparazione ed il profondo amore per la natura africana dei coniugi Charlotte e Chris McBrides hanno reso la nostra permanenza al campo indimenticabile.
Complessivamente non si sono visti moltissimi animali, ma siamo comunque molto soddisfatti dell’ambiente e dell’esperienza vissuta.
Tra le altre cose, Chris McBrides è autore di diversi libri, uno dei quali tradotto in italiano da Rizzoli: “I bianchi leoni di Timbavati”.

22 settembre 07
Sveglia alle 5, ultimo walking safari in compagnia di Charlotte e Chris e di due nuovi ospiti, colazione abbondante e saluti commossi con la promessa di mantenere i contatti almeno via e-mail.
Si parte con il driver ed un ragazzo che lavora presso il campo cui diamo molto volentieri un passaggio.
Ripercorriamo a ritroso la pista di terra fatta giorni fa, non siamo rilassati, l’autista va troppo veloce, spesso, all’approssimarsi di una cunetta, un dosso o un ostacolo imprevisto, frena bruscamente, si viaggia così per un paio d’ore, poi accade l’inevitabile.
Dopo l’ennesima frenata sentiamo l’auto sbandare più volte sino a che usciamo dalla carreggiata, l’argine terroso che delimita la pista fa da trampolino, il veicolo compie così un lungo salto rischiando di rovesciarsi, solo dopo aver abbattuto 3 alberelli cade miracolosamente diritto e si arresta nella boscaglia.
Un incidente d’auto è uno choc indescrivibile, lasciamo immediatamente l’auto, siamo spaventati, ammaccati, furiosi, occorrono alcuni minuti per riprendere il controllo, razionalizzare e capire se il viaggio finisce qui e come uscire da questo grosso pasticcio.
Il motore dell’auto è ancora acceso, ma la carrozzeria è incastrata tra la vegetazione, nel tentativo di uscire dal terreno accidentato il mezzo si insabbia e le ruote girano a vuoto. Insieme allo sfortunato ragazzo nostro passeggero, con le mani e con l’aiuto di rami d’albero spezzati, apriamo un passaggio nello sbarramento di terra, mettiamo fasci di rametti sotto le ruote per creare uno spessore e per facilitarne il passaggio, ma l’autista è perso, gira il voltante a caso senza seguire le nostre istruzioni così si ritrova a cavallo della montagnola di terra senza più riuscire ad avanzare e neppure a retrocedere.
Sotto un sole cocente e con il tedio di fastidiosi insetti ci impegniamo nuovamente per togliere la terra in eccesso e, dopo l’immane sforzo impiegato per spingere l’auto, finalmente riusciamo a riportarla sulla pista.
Siamo esausti, sporchi e graffiati ovunque, la carrozzeria dell’auto è piegata in diversi punti, i danni esterni sono molti, ma pare che il motore e le parti vitali non abbiano subito gravi lesioni.
L’autista, senza essersi minimamente preoccupato delle nostre condizioni di salute tanto meno di quelle del passeggero e senza scusarsi per l’accaduto, riprende il viaggio. Siamo furiosi, quanto è successo poteva essere evitato rispettando le più elementari regole, chiunque sa quanto sia pericolosa l’elevata velocità su strada sterrata, non possiamo tollerare che un driver, autorizzato al trasporto di turisti, sia tanto incapace, tuttavia non possiamo permetterci uno sfogo, purtroppo siamo nel nulla del bush africano, nelle sue mani e spaventati dalla sua assenza di scrupoli.
Ci ripetiamo che poteva andare molto peggio e che, tutto sommato, siamo fortunati, non abbiamo nessuna ferita e niente di rotto, con questo pensiero mettiamo a tacere la nostra rabbia.
Dopo qualche decina di chilometri il ragazzo nostro compagno di viaggio e di disavventura fa cenno all’autista di fermarsi, per lui la corsa è finita, saluta, scende dall’auto e si avvia verso il villaggio dove abita, noi, in compagnia del solo driver, ci sentiamo ancora più smarriti, ma il viaggio deve continuare. In prossimità dell’unica cittadina nel raggio di centinaia di chilometri l’”amico” ci comunica che per denunciare l’incidente è necessaria una sosta presso il locale ufficio di Polizia, sfumano così le nostre speranze di raggiungere, per l’ora di pranzo, il lodge collocato nella parte centrale del Parco.
Se proprio non si può evitare che si fa? ci si rassegna, sperando che l’operazione non richieda troppo tempo, ma in Africa è una vana illusione!
Dopo lunghissima attesa scopriamo che nell’ufficio di Polizia non c’è l’addetto agli incidenti, l’autista deve andare a recuperarlo non sappiamo dove, ci invita, quindi, a scaricare dall’auto lo zaino con i nostri documenti e ad attenderlo, poi mette in moto e va…
Ci sediamo sui gradini all’esterno dell’edificio, fa un caldo esagerato, siamo lerci, pieni di graffi, non troppo sicuri che il tipo sarebbe tornato e decisamente poco inclini alle pubbliche relazioni.
Un anziano in camicia e giacca comincia a parlare, ci guardiamo attorno, non c’è nessun altro, ce l’ha con noi, ma non gli diamo retta, ha l’aria un po’ spiritata e lo scambiamo per il matto del villaggio, poi la parola “God” ci riscuote, facciamo più attenzione a quel che dice e così realizziamo che ci sta parlando di fratellanza, amore e così via, sta forse ripetendo la predica appena fatta in chissà quale chiesa oppure sta facendo le prove per quella successiva, fatto sta che per una buona mezz’ora prosegue imperterrito e sempre più infervorato.
Ci troviamo così proiettati in un’altra dimensione, un’esperienza d’altri tempi, condita dalla predica/benedizione di un pastore di anime di non sappiamo quale Confessione (in Zambia si trovano tutte le Chiese possibili ed immaginabili: dagli Avventisti ai Pentecostali, dai Protestanti ai Testimoni di Geova, etc.) la sventura si trasforma in una scenetta comica, che come, nelle vecchie pellicole, vede quali protagonisti noi storditi e preoccupati per i fatti successi ed un pastore preso dal proprio sermone e sempre più esaltato. Insomma tutta ridere!
Nel frattempo nel cortile in cui ci troviamo sfilano diversi detenuti ammanettati seguiti da guardie, la scena è inquietante, sono legati con corde rudimentali, laceri e sporchi. Di nuovo proviamo la sensazione di essere dentro un vecchio film.
Dopo diverso tempo finalmente si rifà vivo l’autista con tanto di “sceriffo” al seguito, quest’ultimo ci invita a seguirlo in un buco d’ufficio dove è collocata una vecchia scrivania in metallo con sopra una pila di carte, appesi alle pareti un paio di scaffali con malconci faldoni porta documenti, un ritratto del Presidente ed un’immagine di Cristo, l’unica finestra ha i vetri rotti e su ogni cosa c’è uno spesso strato di polvere (peccato sia proibito fotografare, mi piacerebbe tanto farlo per fissare meglio i particolari).
Accomodati su due sedie sfondate assistiamo all’interrogatorio ed alla compilazione del verbale, in duplice copia, con tanto di carta carbone spiegazzata che non vuole saperne di stare tra i due fogli fino a che lo “sceriffo” ha un’idea geniale e decide di pinzare il tutto con una graffettatrice;
lo “sceriffo” in camicia rosa inamidata siede accanto alla scrivania (perché non dietro? sarebbe anche più comodo!) in una posizione da contorsionista, cerca LA penna (l’unica evidentemente) buttando all’aria tutte le carte, trovata la penna fa passare un intero contenitore alla ricerca di non si sa che (che ovviamente non trova!), con una lentezza esasperante fa le domande di rito, con ancora più calma scrive sillabando a voce alta e poi – mentre noi cerchiamo di non ridere (non sta bene!) - rilegge a fatica ciò che lui stesso ha scritto, lo “sceriffo” è un duro, soppesa ogni parola lanciando sguardi ironici al driver… “ah! Andavi a 40 km/ora? e com’è che la macchina è così distrutta?”
il driver ingobbito è il solo a non essere seduto, sta zitto e noi pure, mica che lo mettano in prigione e che si resti a piedi e lontani dalla capitale centinaia di chilometri;
lo “sceriffo” riscuote alcune banconote (pensiamo sia il corrispettivo di una multa) chiede poi al driver di esibire la patente e chiede anche una fotocopia della stessa, è evidente che in questo ufficio non c’è una fotocopiatrice… beh dov’è il problema? si va tutti in cerca di una macchina per fotocopie, si prende l’auto, si percorrono alcuni chilometri fino a raggiungere il più vicino “centro commerciale”: una serie di malandate bottegucce in lamiera sparse a casaccio su una spianata sterrata piena di persone, di animali, di merci varie.
Passano diversi minuti poi finalmente HABEMUS FOTOCOPIAM, il solerte poliziotto ha portato a termine la missione, risaliamo in macchina e lo depositiamo dove chiede di essere lasciato.
Dopo un certo numero di ore possiamo riprendere il viaggio e raggiungiamo ormai nel tardo pomeriggio Mukambi Safari Lodge, insieme di bungalow molto eleganti dalla forma circolare e con il classico tetto di paglia affacciati sul fiume, l’alloggio è decisamente meno sauvage di quello appena lasciato, qui la pipì notturna non sarà avventurosa come le precedenti, particolare che non ci disturba affatto.
Mentre, presso la Reception, stiamo registrando i nostri documenti passa un facocero, lo guardiamo increduli, ci assicurano però che è “normale” assistere al passaggio di animali nelle vicinanze del lodge ed anche al suo interno, ci invitano poi a guardare le foto appese alle pareti, constatiamo così che il bar all’aperto è stato visitato più volte da “personaggi” illustri, compreso un hippo.
Prendiamo accordi per un safari mattutino e scopriamo, con grande piacere, che è possibile partire subito per un’escursione in barca sul fiume Kafue, rimandiamo la quanto mai necessaria doccia a più tardi e via si parte.
In questa zona il fiume Kafue è ancora più largo ed è punteggiato da diverse isole, durante la navigazione vediamo enormi coccodrilli, numerose famiglie di ippopotami, uccelli bellissimi e godiamo di un magnifico tramonto. Siamo, altresì, impressionati dalle precarie canoe ricavate da tronchi d’albero scavati utilizzate dai pescatori che attraversano il fiume incuranti del pericolo costituito da coccodrilli ed ippopotami.
Parentesi:
questo viaggio è stato ricchissimo di acqua (ogni parco è attraversato da fiumi immensi), amo l’acqua, mi infonde un senso di pace e benessere, andare spesso in barca o canoa e vedere gli animali da una prospettiva diversa è stato fonte di grande soddisfazione nonché di emozione soprattutto quando ci siamo avvicinati agli elefanti, cosa che racconterò nelle prossime pagine.

23 settembre 07
All’alba si attraversa il fiume Kafue in battello, sbarcati sulla riva opposta c’è una jeep scoperta che ci attende, da questo punto ha inizio l’esplorazione del Parco.
Per la prima mezz’ora non succede nulla di significativo, vediamo solo alcune antilopi, famiglie di facoceri e poco altro, poi la parola “leopard” sussurrata dalla guida ci riscuote, seguiamo con lo sguardo la direzione indicata dal dito indice della sua mano e, tra i rami di un albero, ecco l’immagine “classica” tante volte vista sulle riviste e ancor più volte sognata: il leopardo sta seduto su un ramo con le zampe anteriori che penzolano verso il basso, è stupendo e pare disinteressato a noi, sta, infatti, tranquillo e immobile. Dopo tanti viaggi senza averlo mai incontrato, salvo una sola fugace volta, non mi pare vero di poterlo finalmente osservare in tutta calma, sono così concentrata sull’animale che dimentico di possedere una macchina fotografica e non penso a scattare fotografie (per fortuna ci pensa Sandro, mio marito).
L’emozione è forte, mi si fanno gli occhi lucidi e non riesco a trattenere le lacrime, questo è uno dei momenti che da solo vale il viaggio.
Dopo esserci saziati a lungo della bellezza del felino riprendiamo il safari, a questo punto se anche non succedesse più nulla saremmo comunque più che soddisfatti, ma, non molto distante e non molto tempo dopo, Sandro vede, di nuovo sopra i rami di un albero, un secondo leopardo, non posso credere a tanta fortuna, ma c’è davvero e, mentre quello precedente non si è scomposto più di tanto, quest’ultimo si muove, è “agitato”, probabilmente affamato, sta in agguato aguzzando la vista in cerca di un’eventuale preda, ci guardiamo anche noi attorno, ma non vediamo nulla di “papabile”, il vuoto che si crea nel raggio di km in presenza di un felino è totale, ci spieghiamo così il fatto di non aver visto, sino ad ora, molti erbivori e animali che di consueto popolano il bush e le savane.
Ci soffermiamo diverso tempo per ammirare, in silenzio, anche questo secondo leopardo, poi ci spostiamo proseguendo la “caccia” (solo fotografica!) agli animali.
In una valletta nascosta si vedono, da lontano, due leoni maschio, la guida dirige la jeep verso il fondo dell’avvallamento permettendoci così di osservare e fotografare le due magnifiche bestie da molto vicino.
Dopo aver visto ben 2 leopardi e due leoni cosa si può volere di più? siamo più che appagati, raggianti e tanto ci basta, ma il Kafue N.P. ha in serbo per noi un’ultima sorpresa.
Stiamo avanzando su una stretta pista con gli occhi sempre ben aguzzati quando una donna del nostro gruppo segnala, con fare eccitato, un punto alla base di un albero, ci sembra d’aver capito “leopard”, ma sperare in un nuovo avvistamento sarebbe pretendere troppo dalla già ricchissima giornata (e anche dalla fortuna), guardo, senza troppa convinzione, con il binocolo e mi dico che, forse, la donna, dopo aver visto due leopardi, s’è fatta prendere un po’ la mano dall’entusiasmo. La guida però non è altrettanto scettica e, con fare deciso, punta la jeep nella direzione indicata; seguendo un movimento furtivo, quasi impercettibile, metto a fuoco un mantello giallo a macchie scure e, anche se ben mimetizzato, si riconosce un leopardo, SI un terzo leopardo seduto a terra, per vederlo meglio ci avviciniamo ancora un po’ badando a non irritarlo, lo osserviamo fino a che, alzatosi, si incammina e si perde tra la vegetazione.
Da non credere, che fortuna sfacciata, abbiamo visto 3 leopardi in poco più di un’ora senza aver percorso grandi distanze ed è ancora più incredibile il “fiuto” della donna che ci ha appena regalato quest’ultima emozionante visione, non ci spieghiamo come, da lontano, sia riuscita ad individuarlo.
Il safari prosegue senza altri grossi colpi di scena, possiamo concentrarci sulla bellezza del paesaggio, godendo dei colori, dei suoni e degli odori della natura.
Prima di tornare verso il fiume per riattraversarlo e raggiungere nuovamente il lodge ripassiamo nella zona dove si sono visti i primi due leopardi, uno è ancora sull’albero più o meno nella stessa posizione, il secondo è sceso a terra e si nasconde furtivo, è evidentemente intento a cercare di soddisfare il bisogno di cibarsi, non ci fermiamo che qualche secondo per non ostacolarlo in alcun modo. La natura è stata generosa con noi, non possiamo che esserne riconoscenti e rispettarne i ritmi.
Breve riflessione:
per la prima volta possiamo vantare più avvistamenti di felini che di altre specie, ricorderemo questa zona del Kafue N.P. come “il luogo dei leopardi”.
Il game drive termina un’ora dopo il previsto per la rottura di un pezzo della jeep che la guida ed il suo secondo, con molto ingegno e l’aiuto di robusti e flessibili rami, tentano più volte di legare riuscendo ad avanzare – ad ogni nuovo tentativo – solo di qualche metro, poi però ci si blocca del tutto sotto il sole che ormai è implacabile.
Il prolungamento del safari non ci disturba più di tanto, apprezziamo, inoltre, la laboriosità dei due ragazzi che non si danno per vinti, tuttavia, dovendo proseguire il viaggio spostandoci in un diverso Parco, proviamo sollievo al sopraggiungere di una seconda jeep, chiamata via radio, che rapidamente ci carica a bordo e ci riporta verso il lodge.
L’incantesimo è finito, ma qui siamo riusciti a scaricare l’enorme tensione accumulata a seguito dell’incidente e del rapporto non troppo idilliaco con Justin, che abbiamo soprannominato “driver kamikaze”.
Pochi minuti dopo mezzogiorno, saltando il pranzo, lasciamo definitivamente il lodge ed il Kafue N.P. per spostarci nei pressi di Lower Zambezi N.P., tempo di trasferimento stimato dal driver: 5 ore.
Rispetto agli accordi presi siamo in ritardo di un’ora, ma c’è comunque tutto il tempo per raggiungere la nuova destinazione entro l’ora del tramonto.
Purtroppo dopo quasi 5 ore di viaggio siamo solo a Lusaka, Justin corre sempre troppo veloce, siamo decisamente tesi, passiamo tutto il tempo aggrappati alle maniglie, ma finché la strada è diritta ed asfaltata ci imponiamo di tenere a freno la nostra preoccupazione.
Superata Lusaka si imbocca una strada stretta e a curve che si inerpica su alte colline, a tratti la carreggiata è oggetto di lavori d’asfaltatura, tuttavia l’autista non accenna a diminuire l’andatura dovendo, tra l’altro, frenare spesso e in modo brusco (e pericoloso!) quando termina l’asfalto; lo invitiamo una prima volta a rallentare, ma Justin ignora la nostra richiesta adducendo quale motivazione il ritardo con cui viaggiamo e la possibilità di perdere l’ultimo traghetto (pontoon) delle ore 18 che ci consentirebbe di attraversare il fiume Kafue e di proseguire il viaggio.
La novità del tempo limite per l’attraversamento del fiume ci manda in bestia, secondo le stime di Justin in 5 ore saremmo dovuti arrivare a destinazione, invece ora si scopre che, dopo 6 ore, non solo siamo ancora lontani dalla nostra meta, ma rischiamo di stare bloccati al di qua del fiume fino all’indomani.
In ogni caso riteniamo che correre come pazzi su una strada stretta, a curve e con lunghi tratti non asfaltati non risolva il problema, quindi - costretti ad alzare il tono di voce – “spieghiamo” al “socio” che noi siamo in vacanza e che gradiremmo arrivare a destinazione innanzitutto vivi, ma anche con tutte le ossa a posto.
Dopo la sfuriata finalmente il driver rallenta, possiamo staccarci dalle maniglie e dare anche un’occhiata al panorama che è davvero bello.
Ci troviamo in una zona di confine con lo Zimbabwe, ad incrementare l’ansia da traghetto ci si mette pure una lunghissima fila di camion, tra soste forzate e slalom tra i pesanti automezzi incolonnati riusciamo, comunque, a raggiungere il fiume 7 minuti prima della sospensione del servizio di trasbordo sull’altra sponda; una volta imbarcati sulla chiatta tiriamo un grosso sospiro di sollievo, a questo punto restano da percorrere poco più di 50 km.
Dopo il tramonto il buio sopraggiunge molto rapidamente, la pista è sconnessa, con profondi solchi ed alte gobbe, si viaggia sbagliando spesso strada, a ritmo di scossoni, ad una velocità non superiore ai 20-25 km/ora per altre 2,30 ore.
Arriviamo al Kayila Safari lodge alle 20,45, dopo la levataccia prima dell’alba, le 8,30 ore di viaggio e la tensione cumulata siamo sfiniti, ma l’arrivo qui significa anche che d’ora in poi – come prestabilito – il viaggio prosegue con altri mezzi, la consapevolezza di esserci finalmente liberati dell’incubo Justin ci mette di buon umore, non solo abbiamo raggiunto la nostra meta, ma anche una grande serenità, non ci scomponiamo, quindi, più di tanto quando il disonesto chiede, inventandosi costi aggiuntivi, altro denaro rispetto a quanto pattuito, riteniamo che, per poche decine di euro, non valga la pena discutere, paghiamo senza fiatare, penseremo poi una volta tornati a casa a fare un reclamo ufficiale e a non “sponsorizzare” la sua agenzia.
Addio Justin!
Ceniamo in compagnia di tre simpatiche donne spagnole (Marta, Olga e Margarita) che ci suggeriscono di non perdere l’escursione di un giorno intero in canoa sul fiume Zambesi.
Siamo titubanti, ma il loro entusiasmo è tale, sembra che tra le attività proposte sia la migliore, che ci lasciamo convincere, prendiamo così accordi con Jairus (ottima guida del lodge) per l’indomani.
Andiamo a dormire pensando alla canoa che si rovescia in acqua, ai coccodrilli ed ippopotami che subito si avventano su di noi… terribili visioni che fortunatamente durano poco perché la stanchezza è tanta ed il sonno sopraggiunge pochi minuti dopo aver appoggiato la testa sul cuscino.

LOWER ZAMBEZI NATIONAL PARK:
“Il Lower Zambezi National Park si trova lungo il corso del fiume Zambesi nello Zambia meridionale. E’ il parco nazionale di più recente istituzione e crea con le confinanti Chiawa GMA e Rufunsa GMA una vasta area naturale protetta. Sulla riva opposta del fiume Zambesi, nel territorio dello Zimbabwe, si trova il Mana Pools National Park. La presenza dei due parchi nazionali confinanti e posti, parzialmente, uno di fronte all’altro pone sotto tutela ambientale un ampio tratto del corso dello Zambesi e i territori adiacenti.”

24 e 25 settembre 07
Kayila Safari lodge è ubicato nella Chiawa GMA ed è composto da pochi semplici, spaziosi chalet che si affacciano sul fiume Zambesi; la zona comune, dove si consumano i pasti, è allestita sotto un ampio padiglione collocato in una vasta radura dove crescono maestosi baobab secolari e dove babbuini, antilopi ed elefanti vengono a cibarsi e ad abbeverarsi.
Visto il luogo incantevole (si possono osservare gli animali anche mentre si pranza o si è in pausa) e le attività proposte, decidiamo – senza rimpianto – di tralasciare il vicino Lower Zambezi N.P. per dedicarci quasi esclusivamente al fiume: l’immenso Zambesi.
Trascorriamo la prima giornata in canoa.
Prima di “imbarcarci” siamo ancora piuttosto dubbiosi, per noi è la prima volta, Jairus da’ alcune brevi e facili istruzioni dopo di che ci rassicura dicendo che il pericolo maggiore è costituito dal sole (sono necessari cappello e crema protettiva) e che, per il resto, non avremo alcun problema, comunque ci adotta e sale sulla nostra canoa.
Devo riconoscere che si tratta di un’esperienza bellissima, si segue la corrente del fiume, ci si sposta con facilità avvicinandosi ora alla riva popolata da numerosi elefanti ora raggiungendo le diverse isole e i banchi di sabbia che stanno al centro per osservare bufali, coccodrilli sonnecchianti e non e tanti, tantissimi uccelli, il tutto in totale assenza di rumori, badando solo a tenersi alla larga dalle famiglie di ippopotami.
Aggiungo, inoltre, che andare in canoa non richiede nessuno spirito avventuroso o un coraggio particolare.
Come diceva Jairus il sole è il pericolo maggiore, durante la navigazione non ci si rende conto del caldo e della forza dei raggi solari, crema protettiva e cappello hanno fatto egregiamente il loro dovere, ho bevuto litri di acqua, ma nonostante tutto la sera non mi sento affatto bene, probabilmente si tratta di un collasso di calore: una bustina di integratori di sali minerali, acqua, acqua, ancora acqua ed una dormita mi rimettono però in forma.
Per la seconda giornata scegliamo un game drive mattutino ed una escursione in barca pomeridiana.
Il safari ci regala paesaggi da cartolina che alternano bush a savane giallo dorate, baobab maestosi, alberi imponenti e magnifici scorci sul fiume. Pochi gli animali avvistati a causa del vento, condizione questa che fa sì che restino nascosti, ci rendiamo però conto che qui gli elefanti sono numerosi, non ne vediamo che un paio, ma a giudicare dalla devastazione che lasciano dopo il loro passaggio possiamo intuirne molti.
L’escursione in barca a motore prevede l’uscita verso le 16 ed il rientro dopo il tramonto.
Lungo il fiume vediamo diverse famiglie di elefanti, ci avviciniamo ai vari gruppi, in totale sicurezza, fino a pochi metri di distanza e mentre il sole tramonta stiamo incantati ed in assoluto silenzio ad ammirare le più belle scene mai viste sino ad ora che hanno quali protagonisti questi possenti e stupendi animali, smettiamo anche di fotografarli per assaporare e memorizzare i dettagli di un incredibile documentario che difficilmente potremo rivedere e che mai dimenticheremo.
Come dicevo in premessa, l’Africa non è mai ripetitiva nei suoi spettacoli naturali, non è mai neppure scontata, è al contrario scoperta continua e fonte di sempre nuove e forti emozioni.

26 settembre 07
Questa mattina un elefante ha deciso di far visita al lodge e, a quanto pare, l’ha trovato di suo gradimento, lo seguiamo – stando attenti a mantenere una distanza di sicurezza – mentre si sposta passando tra gli chalet senza alcuna fretta, è uno spettacolo: si ciba a volontà semplicemente allungando la proboscide verso gli alberi incurante di tutto e tutti.
Usciamo nuovamente in barca muniti anche di canne da pesca, facciamo solo un paio di tentativi, poi stanchi di “sfamare” i pesci con le esche senza che abbocchino preferiamo dedicarci al paesaggio ed alla ricerca di animali.
Attraversato il fiume, che è largo fino a 2 km, ci avviciniamo alle lagune dello Zimbabwe che ospitano moltissimi uccelli, bufali, elefanti, coccodrilli e ippopotami, le immagini scorrono in rapida successione, ogni sosta ci regala nuovi animali e scene differenti.
Presi da quanto stiamo vedendo perdiamo la cognizione del tempo, le ore volano, inevitabilmente bisogna rientrare.
Il vento che ora soffia a nostro sfavore rende l’acqua scura ed increspata, spesso veniamo investiti da spruzzi in un clima quasi irreale, tanto è grande ed agitato il fiume si ha l’impressione di essere in mezzo al mare, oggi di certo nessuno uscirà in canoa.
Nonostante siano passate 3 ore da quando l’abbiamo lasciato, l’elefante “pascola” ancora attorno al lodge, ora sta esattamente a due metri dal nostro alloggio.
Non potendoci avvicinare siamo costretti a rimandare a più tardi la chiusura ed il recupero dei bagagli. Ci sediamo, quindi, a tavola per il brunch, dopo di che, a campo finalmente sgombro (l’elefante s’è spostato), possiamo accedere al nostro chalet ed in poco tempo siamo pronti a partire.
Raggiunto il vicino Airstrip (pista di terra), salutiamo con un velo di malinconia Jairus che ricorderemo con affetto e nostalgia per le emozionanti esperienze condivise.
Il pilota con un piccolo aereo ci sta aspettando per riportarci a Lusaka.
L’aereo è minuscolo, sembra l’aeroplanino di una giostra, siamo raggianti per questa prima esperienza di volo privato che ci permette di ammirare dall’alto lo spettacolo del fiume Zambesi con le tante isole ed i chiari banchi sabbiosi che emergono.
In 20 minuti raggiungiamo Lusaka; ripensando al lungo e angosciante trasferimento via terra fatto con Justin (il driver kamikaze) mi rammarico di non aver scelto questo stesso mezzo anche per il tragitto di andata è, comunque, un pensiero che scaccio presto, in fin dei conti l’esperienza – anche se non può rientrare tra quelle più entusiasmanti – è pur sempre un’avventura e, come tale, meritevole di entrare a far parte del bagaglio dei ricordi.
Atterrati all’aeroporto internazionale, il pilota ci saluta con un’energica stretta di mano e ci affida ad un’assistente che ci prende in consegna e che, dopo aver attraversato la pista, ci scorta all’interno dell’edificio aeroportuale.
Sarà che per noi è la prima volta, sarà che forse siamo un po’ “rustici” (non conosciamo altro che le ristrettezze dell’economy) sta di fatto che tutta la procedura di volo e di accoglienza ci fa pensare ai personaggi di cui spesso si racconta nei libri e nei film e che, entusiasti, godiamo del nostro momento di “celebrità”.
Con un secondo aereo da 18 posti della Zambian Airways torniamo nei panni di comunissimi passeggeri e raggiungiamo la cittadina di Mfuwe che si trova a circa 45 minuti di distanza dal South Luangwa N.P.
A bordo di una jeep scoperta percorriamo una strada che attraversa ordinati villaggi di capanne e casette di fango con il tradizionale tetto di paglia, molte le persone che camminano lungo i margini, donne che trasportano in perfetto equilibrio sul capo taniche d’acqua e fascine di legna, bimbi in divisa che tornano dalla scuola.
Le piccole botteghe colorate hanno curiose “insegne” dipinte direttamente sui muri: un casco asciugacapelli per la parrucchiera, scarpe per il negozietto di calzature, abiti per quello d’abbigliamento, animali vari per la bottega del macellaio, pani di burro e bottiglie di latte per la latteria e così via in un susseguirsi di disegni molto originali. Bellissimi, infine, i bassi edifici adibiti a scuola che recano dipinti sulle pareti esterne mappe geografiche, animali, fiori, piante e lettere dell’alfabeto.
Lasciata la strada principale si imbocca una pista sterrata che, costeggiando piccole lagune dove dimorano uccelli ed ippopotami ed un fitto boschetto di alberi ora spogli, conduce al Wildlife camp.
Il campo è delizioso, sorge sulle sponde del fiume Luangwa, è immerso nella vegetazione, è meta prediletta di tanti animali, inoltre, scimmiette e scoiattoli sono ospiti fissi e si aggirano ovunque.
Wildlife camp è composto da un nucleo centrale, con zona bar/ristorante/reception ed alcuni chalets che si affacciano sul fiume, e da un distaccamento, raggiungibile con un bel percorso che costeggia la riva del fiume, dove sono collocati il campeggio, tende fisse, un bar ed una piccola piscina.
Ci informano che possiamo spostarci da una zona del campo all’altra a nostro piacimento, ma solo nelle ore diurne, invitandoci, altresì, a prestare sempre molta attenzione agli elefanti.
Trascorriamo quel che resta della giornata seduti in veranda ad osservare gli animali che scendono al fiume ad abbeverarsi e contemplando l’ennesimo spettacolare tramonto africano.
SOUTH LUANGWA NATIONAL PARK:
“Il South Luangwa N.P. si trova nello Zambia orientale, nella Luangwa Valley. Ha un’estensione di 9500 kmq e ospita un numero di specie animale molto elevata: circa 100 specie di mammiferi e oltre 400 di uccelli. E’ considerato uno dei santuari naturalistici più importanti di tutta l’Africa al pari di altri parchi nazionali come il Kruger N.P. in Sudafrica, l’Etosha in Namibia, l’Okavango e il Chobe in Botswana, il Serengeti e Ngorongoro in Tanzania.”

27, 28 e 29 settembre 07
Giornate intense dedicate esclusivamente alla ricerca ed osservazione degli animali, attività che ci impegna per oltre 9 ore al giorno con un game drive mattutino (dalle 6 alle 10,30/11) ed uno notturno (dalle 16 alle 20,30/21) all’interno del South Luangwa N.P.
Nella parte centrale della giornata, momento in cui la temperatura è molto elevata, dopo aver pranzato ci si ripara all’ombra in totale inattività, non mancano però, anche durante le pause oziose, grandi emozioni in quanto il fiume è, più volte al giorno, attraversato da elefanti.
Non posso non raccontare un episodio che ha quali protagoniste le giraffe: stiamo pranzando, una famiglia di elefanti attira la nostra attenzione, ha appena attraversato il fiume raggiungendo la riva a noi più vicina, seguiamo con lo sguardo l’intero branco fino a che l’ultimo elefante sparisce tra la vegetazione, di lì a poco arrivano ad abbeverarsi diverse giraffe, le vediamo sfilare di profilo, una dopo l’altra, contandone 8: uno spettacolo che lascia senza parole!
Anche le scimmiette, che in questa stagione hanno i cuccioli aggrappati alla pancia come ventose, contribuiscono con le loro simpatiche ed incredibili evoluzioni a riempire le ore di inattività. Basta, insomma, sedersi all’ombra o in veranda, di sicuro qualche cosa accade, fosse anche solo l’allegro gioco di una coppia di scoiattoli che si rincorre sul tronco di un albero.
La voglia di scoperta poi fa compiere follie come quella di avventurarsi, sotto il sole cocente delle 13, in una “passeggiata sauna inclusa” costeggiando il Luangwa e fino al campeggio che ci ha letteralmente prosciugato, in compenso abbiamo visto un bell’attraversamento di elefanti e scattato fotografie da un punto molto panoramico.
Tutto quanto sopra e molto altro nei momenti di pausa al campo, ma veniamo al Parco…
Il South Luangwa N.P. dista da Wildlife camp solo pochi chilometri, per accedervi si attraversa un ponte, superato l’ufficio dei guardiaparco e pagata la tassa di ingresso (25 USD al giorno a persona) comincia ufficialmente la zona protetta e la “caccia” agli animali, anche se non è raro trovarne ovunque nelle vicinanze.
Dopo soli 2 passaggi dalla guardiola (in totale 4 volte al giorno per 3 giorni) Lazarus (addetto al controllo dei permessi d’entrata) saluta già Sandro calorosamente e per nome come fossero vecchi amici.
Il Parco è costituito da diversi ambienti: fitto bush, estese piane secche che durante la stagione delle piogge si trasformano in rigogliose praterie, zone sabbiose lungo il greto del fiume e savane dorate. Sono, inoltre, presenti numerosi imponenti alberi delle salsicce (Kigelia africana), mogani, manghi, acacie e molte altre maestose piante di cui non conosciamo i nomi.
Le lagune e gli stagni sono popolati da famiglie di ippopotami, coccodrilli e uccelli di tutte le dimensioni.
Complessivamente abbiamo visto moltissimi animali tra cui facoceri, puku, impala, waterbuk, bushbuk, kudu, zebre, elefanti, giraffe di Thornicroft (specie endemica esistente solo in questo Parco), ippopotami, coccodrilli, leoni, leopardi, bufali, iene, genette, piccoli animali notturni e un’esagerazione di uccelli.
Il mezzo utilizzato, anche durante il game drive notturno, è una jeep scoperta che consente un’ottima visibilità ed una perfetta integrazione con l’ambiente; dopo il tramonto si viaggia con l’ausilio di una potente torcia che la guida orienta nel buio totale alla ricerca di coppie di puntini fosforescenti (gli occhi degli animali!).
Senza fare la cronaca di ogni game drive minuto per minuto che risulterebbe lunga e forse anche noiosa, passo ora al racconto “disordinato” degli avvistamenti più emozionanti fatti durante le quasi 30 ore di safari.
Il primo pensiero, anche se non si tratta della prima scena vista, lo dedico ad uno sfortunato puku.
La Kigelia africana (volgarmente detta albero delle salsicce) è un albero bellissimo, i cui frutti sembrano tanti enormi cotechini appesi ciascuno ad un filo, ha grossi fiori rossi che, una volta sfioriti, cadono al suolo e costituiscono una prelibatezza per le antilopi, più volte ne abbiamo viste alcune con un fiore al lato della bocca, immagini deliziose che al solo ricordo mi fanno sorridere di tenerezza.
Tuttavia la natura può essere, allo stesso tempo, crudele; una mattina, ai piedi di una kigelia, troviamo un piccolo puku morto per aver ricevuto in testa il colpo di una “salsiccia” (frutto legnoso e molto pesante) staccatasi dall’alto di un ramo.
Le antilopi, creaturine esili, aggraziate e deliziose hanno, fin dalla nascita, vita dura, devono stare continuamente in guardia, giorno e notte, dagli attacchi dei predatori, evidentemente tale preoccupazione non basta, nel caso di questo povero piccolo puku, ci si è messa anche la sfortuna: si è trovato nel posto “giusto” al momento sbagliato!
Il corpo del puku è intatto, probabilmente il fatto è successo da pochi minuti, attorno, seduti, alcuni altri esemplari sembrano piangerne la morte, non emettono alcun suono, ma la scena trasmette una tristezza lacerante, due lacrimoni mi rigano le guance al pensiero che, solo poco fa, il puku faceva allegramente parte del gruppo.
Dopo diversi minuti di sgomento lasciamo il corpo inerte al proprio destino.
Ripassando nel pomeriggio sul “luogo del delitto” al puku mancano gli occhi e le interiora, la mattina successiva del povero animale non c’è più traccia (neppure le ossa!). Tremendo e meraviglioso allo stesso tempo se si pensa al circolo vitale ed a quanti animali hanno potuto cibarsi e sopravvivere grazie ai resti della sfortunata antilope.
Proseguo il racconto descrivendo una sosta in attesa del tramonto: i colori di ogni cosa assumono calde tonalità, ci troviamo sull’argine terroso, sotto di noi l’acqua del fiume scorre lenta, si sente solo il verso degli ippopotami ed il “chiacchierio” di centinaia di uccelletti rossi (Carmine Bee-Eater) che ricoprono totalmente i brulli rami di un albero fino a farlo sembrare fiorito. La guida batte un piede a terra e dall’argine, sotto di noi, centinaia e centinaia di quegli stessi uccelli si alzano contemporaneamente in volo incolonnandosi in un lungo nastro rosso che attraversa il cielo.
Che dire poi dei pappagallini dai colori verde e arancio (Lilian’s lovebird) che, in fila come soldatini, stanno appollaiati sul ramo di un cespuglio e che, a detta della guida, sono molto rari da vedersi? Le parole davvero non bastano!
Il fiume Luangwa mi ricorda molte scene straordinarie come, per esempio, quella con gli ippopotami che all’imbrunire escono dall’acqua e si incamminano, con i piccoli al seguito, alla ricerca di vegetazione per cibarsi, necessità che, soprattutto nella stagione secca, li costringe a percorrere anche grandi distanze.
L’ippopotamo, per la pelle delicata molto sensibile al calore del sole, passa la maggior parte del giorno in acqua, ne esce soltanto dopo il tramonto, ma ci è capitato di incontrarne uno in tarda mattinata, completamente esposto al sole, disteso in una conca sabbiosa e di vederlo schizzar via di corsa al nostro passaggio.
In una laguna abbiamo visto una scena molto curiosa: un bufalo girarsi sulla schiena e restare sospeso diverso tempo a pancia e zampe all’aria.
Le rive sabbiose del fiume, di lagune e stagni con i più grossi coccodrilli mai visti prima d’ora che scivolano furtivamente e rapidamente in acqua senza fare alcun rumore.
Un leone adulto si abbevera a pochi metri da noi al punto che riusciamo a sentire il rumore del risucchio, che fotografia da rivista la sua immagine riflessa nell’acqua e che posa regale quando, risalito l’argine, la sua sagoma si staglia contro il cielo infuocato dai colori del tramonto.
Ricordo un altro leone che, nel buio della notte, ingombra la pista e siede indifferente al fatto che noi dovremmo passare, non si scompone neppure quando la guida lo illumina con un fascio di luce, sembra pensare “qui comando io!” e si muove di scatto solo per inseguire una iena e scacciarla senza tanti complimenti.
Bellissima la leonessa, per noi invisibile da lontano, individuata dall’occhio esperto della guida, che avvicinandoci ci regala, con i due cuccioli, una tenera immagine materna.
Sfacciati e per nulla preoccupati i due leoni maschio e femmina che, al primo nostro passaggio, si fronteggiano per gioco ed al secondo passaggio, all’approssimarsi del tramonto, stanno beatamente addormentati sul ciglio della pista, situazione quest’ultima che ci ha permesso di scattare bellissimi primi piani ad entrambi.
L’ennesimo leone che custodisce gelosamente i resti del corpo di un kudu, sicuramente il bottino di una caccia sanguinosa. Abbiamo trovato il felino semplicemente seguendo l’odore di carogna putrefatta che aleggia nell’aria.
Contrariamente a quanto avviene in altri Parchi, qui le zebre si muovono in piccoli gruppi, ma se ne incontrano di frequente, tra le tante mi limito a ricordare una femmina con un vivace cucciolo che alterna le poppate alla curiosità nei nostri confronti arrivando ad avvicinarsi alla jeep come mai abbiamo visto fare, in precedenza, dagli esemplari adulti.
Aggiungo ai ricordi anche la bellissima immagine riflessa di una zebra solitaria intenta a bere.
La giraffa è l’animale che preferisco, solo in questo Parco è possibile avvistare la specie di Thornicroft che si differenzia dalle altre per una diversa colorazione del mantello a macchie più scure.
Un primo incontro avviene con due esemplari adulti e due piccoli, tenendo conto che il concetto di “piccolo” riferito ad una giraffa è sempre molto relativo.
Durante un game drive notturno il fascio di luce orientato dalla guida ha sottratto dalle tenebre, per qualche secondo, una giraffa seduta a terra, scena rara da vedere in quanto, per la sua elevata vulnerabilità, trascorre la maggior parte della giornata in piedi, riposando, ma quasi sempre con collo e testa eretti, al massimo 2 o 3 ore.
Quella che mi appresto a descrivere rientra sicuramente tra le più belle immagini di questo viaggio.
Da un boschetto ai margini della pista spunta il lungo collo di una giraffa, ci fermiamo per osservarla e scattare alcune fotografie. La guida ci fa notare il ventre molto ingrossato: è gravida!
Mentre fantastico sulla nascita, immaginando un giraffino arruffato e malfermo sulle zampe, compaiono altre giraffe, ne contiamo 5, si spostano fino a radunarsi in gruppo compatto proprio davanti alla jeep dimostrando di non essere per nulla disturbate dalla nostra presenza. Occupano la pista bloccando il passaggio, stando ferme a lungo in un unico groviglio indistinto di corpi dal quale spuntano i colli, la sosta prolungata ci consente di fotografarle prima e poi di ammirarle estasiati mentre cerchiamo, nella massa uniforme di corpi, di ridare ad ogni esemplare il proprio profilo.
Prima d’ora, pur avendo visto molte giraffe, non ci era mai capitato di poterle osservare così a lungo ed allo scoperto in quanto tendono sempre ad allontanarsi ed a nascondersi tra la vegetazione lasciando, molto spesso, intravedere solo il lunghissimo collo oppure solo il grazioso muso che sembra spiare le mosse di chi le osserva.
Dopo un quarto d’ora o forse più, l’intero gruppo, compresa la giraffa gravida, si allontana composto e senza fretta regalandoci una “sfilata” tanto elegante da lasciarci a bocca aperta.
Memorizziamo ed archiviamo queste straordinarie immagini in quell’angolino del cuore dove sono custoditi i migliori ricordi di viaggio per attingervi nei momenti di nostalgia acuta.
In natura sopravvivono solo i più forti! E’ ciò che pensiamo alla vista di un coccodrillino di circa due anni, lungo non più di 50 cm che, lasciata una laguna ormai quasi asciutta e divenuta pericolosa, affronta un lungo e faticoso viaggio via terra fino a raggiungere – se ce la farà – acque più sicure.
Quando si vede un coccodrillo del Nilo, temibile, possente, lungo diversi metri, inevitabilmente si pensa che non abbia nemici e nulla da temere: vero per gli esemplari che hanno raggiunto il pieno sviluppo! Considerando però che solo l’1% dei nuovi nati sopravvive, che i piccoli coccodrilli crescono molto lentamente, che avendo un battito cardiaco con pochissime pulsazioni si muovono a rilento, che, per il mutare delle stagioni, sono costretti a lunghi trasferimenti esponendosi agli attacchi di una moltitudine di animali o correndo il pericolo di finire schiacciati dagli autoveicoli, si può meglio comprendere il concetto di “sopravvivenza” e quanto sia meritato, per i pochi che lo raggiungono, lo status di “predatore attivo e mortalmente pericoloso”.
Dopo aver letto sulla guida, alla voce coccodrillo del Nilo, “questa è l’unica specie di predatore terrestre che considera l’uomo come parte integrante della sua dieta e vi caccerà attivamente se gli offrirete l’opportunità di farlo”, mai avrei pensato di provare tenerezza e apprensione per questo animale, ma l’Africa, con tutte le sue varianti, riesce a produrre “miracoli” ed ora, alla vista del piccolo coccodrillo, sono a fare il tifo per la sua sopravvivenza.
Sempre in tema di sopravvivenza mi soffermo su una riflessione fatta durante un game drive notturno.
La luna non è ancora sorta, la notte africana è nera, inquietante, spenti i fari ed il motore della jeep non si vede più nulla, le tenebre ci avvolgono, perdiamo, nel giro di pochi attimi, qualsiasi riferimento, non siamo abituati al buio totale ed all’utilizzo dei sensi, ci sentiamo al sicuro perché seduti su un robusto veicolo e con noi ci sono due guide, basta riaccendere i fanali, riavviare il motore e lo smarrimento finisce, ma se fossimo soli e appiedati?
La gazzella, nella notte nera, avverte la presenza di un predatore, lo stesso vale per un felino a caccia di selvaggina, la giraffa, se si sente immune da attacchi, si piega sulle lunghe zampe per bere ad una pozza o siede a terra per dormire qualche minuto, dello stesso istinto sono dotate tutte le creature che popolano il bush e la savana.
Squarciando il buio con la torcia e mettendo in luce, via via, tutte le specie animali pare che per ciascuna di esse non vi sia differenza tra notte e giorno, la vita continua indifferentemente ed indipendentemente dalla luce e dalle tenebre, ma per noi come sarebbe?
Molto probabilmente l’ “animale” bianco, dotato della sola intelligenza e del solo sapere senza strumento alcuno, non riuscirebbe a sopravvivere. Ancora una volta la natura africana si manifesta in tutta la sua forza e grandezza e insegna.
Anche il South Luangwa, come il Kafue, ci ha servito quale “piatto forte” un magnifico leopardo.
Mentre, come di consueto, ci spostiamo all’interno del Parco alla ricerca di animali, notiamo una jeep ferma in prossimità di una Kigelia africana. Generalmente una o più macchine ferme indicano la presenza di un felino o l’avvistamento di una scena particolare. Ci avviciniamo con cautela, aguzzando la vista ed ecco, lassù, tra le “salsicce”, c’è un leopardo!
Spento il motore lo osserviamo trattenendo il respiro, sta seduto a cavalcioni di un ramo con la lunga coda e le zampe che penzolano nel vuoto, è stupendo.
Dopo qualche minuto il leopardo si muove con circospezione, scende a terra spostandosi sui rami e sul tronco con estrema agilità.
L’altra jeep, nel tentativo di seguirlo, si sposta; noi – più lontani – restiamo immobili sempre a motore spento, provo quasi disappunto per la scelta della guida, da questa distanza non riusciamo più a distinguerlo.
Nel vedere che la jeep si allontana definitivamente diamo ormai per perso il felino, ma…
il leopardo riappare e si sta dirigendo verso di noi, cammina in uno spiazzo totalmente sgombro dalla vegetazione, lo abbiamo di fronte, riusciamo a vedere distintamente ogni particolare: il colore degli occhi, i lunghi baffi ed il magnifico mantello maculato che sembra morbido al punto tale da far venire una irresistibile voglia di accarezzarlo. L’animale continua ad avvicinarsi con passo felpato, sinuoso e, diciamolo, felino, passa a fianco della jeep, a meno di tre metri di distanza: che animale meraviglioso! Ci supera, siede al margine della pista, sta immobile per qualche minuto poi ripassa ancora vicinissimo ed, infine, dopo essersi diretto, senza fretta, verso un boschetto, scompare tra gli arbusti.
Grande, grandissima emozione, impossibile tradurre in parole il nostro “tumulto” interiore. Enorme fortuna per aver avuto l’opportunità di osservare a lungo e da molto vicino il più elusivo, mimetico e bello dei felini.
Grande Andrew (la guida), per aver saggiamente deciso di non avvicinarsi troppo al leopardo e per non averlo seguito, in caso contrario avremmo perso una delle più belle scene di questo memorabile viaggio.
Inevitabilmente quello che ricorderemo come un sogno ad occhi aperti sta per concludersi, è il nostro ultimo giorno presso Wildlife camp, siamo pronti per l’ultimo safari notturno.
Con noi ci sono Marta, Olga e Margarita, le tre donne spagnole conosciute sembra ormai una vita fa tante sono le cose vissute, ci siamo ritrovati qui salutandoci con lo stesso entusiasmo di vecchi amici che si rivedono dopo una lunga pausa.
Andrew, come sempre nostra guida e inseparabile compagno di avventure, propone di spingerci a Nord in una zona del Parco più remota.
La serata si rivela speciale fin da subito per l’ottima compagnia e per i tanti incontri: vediamo, in continua successione, zebre, giraffe, antilopi e molti branchi di elefanti, ci sono momenti in cui ne scorgiamo ovunque si giri lo sguardo.
Proseguendo rivediamo una coppia di leoni già incontrata durante la mattinata e, sulla riva del fiume, ci fermiamo ad ammirare tre splendide leonesse beatamente addormentate, una delle tre sta a pancia all’aria quasi a voler ostentatamente dimostrare di non temere niente e nessuno.
Davanti ad una scena così ci smarriamo estasiati dimenticando l’appuntamento dell’aperitivo al tramonto.
Ringraziamo ed apprezziamo Andrew per essersi sempre dimenticato dell’orologio e per aver preferito, al banale “rito” dell’aperitivo o al rientro al campo ad ora prestabilita, indugiare davanti agli animali o nella loro ricerca protraendo il safari oltre il previsto.
E’ ormai buio, le tre leonesse continuano a dormire, stiamo per lasciarle, Sandro però vede una macchia scura in movimento, che si avvicina, Andrew riconosce un piccolo branco di bufali, due di essi si staccano dal gruppo e sembra vogliano andare ad abbeverarsi proprio poco distante dai leoni.
Il desiderio di assistere ad una scena di caccia è sempre latente, non osiamo, tuttavia, sperare in tanta fortuna, anche perché i bufali potrebbero cambiare direzione, le leonesse non sembrano scomporsi, potrebbero aver già cacciato e non essere affamate, inoltre, mentre noi siamo assolutamente immobili, a motore spento ed in totale silenzio, da lontano sta sopraggiungendo una jeep il cui rumore potrebbe costituire ulteriore elemento di disturbo.
I due bufali decidono di avvicinarsi all’acqua, bevono, una leonessa si desta dal sonno e si apposta alle loro spalle, seguiamo la scena con il fiato sospeso e al chiaro della torcia utilizzando il fascio di luce rossa, più discreto rispetto a quello classico abbagliante.
Passano pochi secondi e la scena muta, anche le altre due leonesse ora circondano i bufali, l’adrenalina è a mille, ci rendiamo conto che tra pochissimo succederà qualche cosa, abbiamo occhi e sensi rivolti esclusivamente a ciò che ci sta davanti, passano alcuni attimi in cui non cambia nulla e che sembrano eterni, la concentrazione è totale, poi in un lampo la scena da statica si anima in modo turbolento: i bufali avvertono il pericolo e scappano, le tre leonesse inseguendoli si avventano più volte su uno dei due, noi seguiamo il tutto con il motore ruggente al massimo della potenza, sollevando nuvole di polvere, mentre un brivido ci percorre tutto il corpo, è difficile descrivere esattamente quel che si prova, ma garantisco che si tratta di un’emozione fortissima e che le immagini continuano a scorrere nella mente per giorni come quando si fissa una luce intensa, si resta abbagliati e chiudendo gli occhi si rivede sempre la stessa figura.
L’inseguimento continua e diverse volte vediamo le leonesse lanciarsi sulla schiena del bufalo, poi nel folto del bush non riusciamo più ad avanzare, perdiamo il contatto visivo, ma sentiamo i rumori ed il verso del bufalo infuriato, lo diamo ormai per ferito e spacciato quando da un cespuglio ricompaiono – nell’ordine – una leonessa ed il bufalo, i ruoli sono totalmente invertiti, ora è quest’ultimo ad inseguire ed a scacciare – senza tante cerimonie – il felino, la scenetta ci strappa un inevitabile sorriso. Non è comunque finita, il gruppo di leoni si ricompatta e tenta un nuovo attacco, continuiamo a seguire il tutto a fasi alterne per via della vegetazione che spesso non ci permette di avanzare, ad un certo punto sembra anche che abbiamo forato un pneumatico, ma dopo un rapido controllo tutto si rivela a posto, l’inseguimento termina quando ci rendiamo conto che i felini, ormai esausti, hanno rinunciato alla preda. Li vediamo sfilare un’ultima volta in fila per uno e sedersi uno dopo l’altro in una bella radura, su quest’ultima stupenda immagine si spegne il “riflettore”, lasciando che i protagonisti dello straordinario documentario cui abbiamo appena assistito, tornino, insieme alle altre creature, ad essere avvolti dal buio della notte africana.
Alzando lo sguardo al cielo attraversato dalla Via Lattea riconosciamo le costellazioni di Scorpione e Sagittario, respiriamo a fondo e carichi di tante meravigliose emozioni ci dirigiamo per l’ultima volta verso l’uscita del Parco.

30 settembre 07
Anche se il viaggio prosegue e ci aspettano altri giorni di vacanza, lasciamo il South Luangwa con tanta malinconia, le ultime immagini dell’Africa che più amiamo, quella degli animali, scorrono già veloci attraverso il finestrino dell’aereo che in poche ore ci trasporta a Livingstone, cittadina che vedremo solo di passaggio e di sfuggita in quanto preferiamo sistemarci in un piccolo e tranquillo lodge affacciato sul fiume Zambesi (Natural Mystic lodge).
La scelta si rivela ottima, gli alloggi sono molto graziosi e confortevoli, hanno una piccola veranda vista fiume, un bel parco tutto attorno ed una piscina che apprezzeremo molto per ritemprarci dal caldo.
Decidiamo di prenotare un’escursione in barca che durerà fin dopo il tramonto, partiamo alle 16, siamo contenti perché scopriamo di essere i soli partecipanti, pregustiamo già la quiete ed il senso di benessere che il fiume infonde, lo attraversiamo fino a raggiungere l’altra sponda per osservare un bel branco di elefanti, l’incantesimo però dura poco, alcuni minuti dopo siamo già di ritorno per un’avaria al motore.
Pazienza, ci riproveremo nei prossimi giorni.

VICTORIA FALLS:
“Le Victoria Falls, dichiarate ‘World Heritage Site’ dall’UNESCO, si trovano lungo il corso del fiume Zambesi, nella Southern Province.
Sono tra le cascate più spettacolari del mondo con un salto di 122 m e un fronte di 1700 m, in parte nel territorio dello Zambia (Mosi-oa-Tunya N.P.) e in parte in quello dello Zimbabwe (Victoria Falls N.P.). Lo Zambesi, quando è in piena, scarica nella gola, larga circa 100 m, un volume d’acqua pari a 10.000 metri cubi al secondo e 400/1000 metri cubi al secondo durante la stagione secca.
La gola, profonda e stretta, permette di osservare dalla riva opposta a distanza ravvicinata, tutto il fronte della cascata. Le piccole isole che emergono dal fiume in prossimità del salto hanno diviso il flusso dell’acqua in alcune cateratte che, partendo dal territorio dello Zambia, sono: Eastern Cataract, Armchair Falls, Rainbow Falls, Horseshoe Falls e Devil’s Cataract.
Lo Zambesi, superate le cascate, s’insinua in una serie di gole profonde e tortuose, larghe da 20 a 60 metri con pareti di oltre 100 metri di altezza, una delle quali è attraversata da un ponte arditissimo, su cui passa la linea ferroviaria. Il ponte lungo 250 metri con un’altezza di 125 metri sul fiume sottostante, fu completato nell’aprile 1905 ed era parte del progetto, di Cecil Rhodes, che prevedeva la costruzione di una linea ferroviaria in grado di collegare Citta del Capo al Cairo.
Alla fine della prima gola, il fiume forma una laguna chiamata Boiling Pot (pentola bollente): la superficie è calma nella parte bassa, ma nella parte dove è alta è segnata da enormi e lenti vortici che creano un effetto visivo di acqua in ebollizione.
Il canale, superato il Boiling Pot, gira verso ovest ed entra nella prima delle gole a zig-zag che si succedono per circa 80 km e conducono il fiume fuori dall’altopiano basaltico.”

1 ottobre 07
Giornata interamente dedicata alla visita delle Victoria Falls.
Lato Zimbabwe:
abbiamo un solo permesso di entrata in Zambia, prima di attraversare la frontiera è necessario procurarsi l’esenzione del visto, rilasciata dall’ufficio immigrazione che si trova in un bell’edificio coloniale del centro di Livingstone. Con l’esenzione di evita di pagare, al rientro in Zambia, una seconda volta la tassa di ingresso.
Raggiunto il posto di confine e sbrigate le formalità di uscita dallo Zambia e successivo ingresso in Zimbabwe, un funzionario sorridente, in camicia bianca immacolata, il ritratto di Denzel Washington, ci dà il benvenuto… oh my God, è bello quanto l’originale!
Entrati nel Victoria Falls N.P. si segue un facile percorso che permette di vedere il fronte delle cascate da diversi punti panoramici. Le prime cataratte sono spettacolari, il muro d’acqua che precipita è impressionante, il rumore assordante, il vapore che si solleva ci bagna completamente: considerato che il caldo è opprimente ogni “doccia” è graditissima.
Spostandoci verso la parte orientale delle cascate l’acqua in caduta diminuisce fino a sparire del tutto, vediamo così, molto nettamente, la spaccatura costituita da una parete verticale di basalto che precipita nello stretto e vertiginoso canyon sottostante.
Straordinario il contesto, ma che delusione nel trovare buona parte delle cascate secche.
Pur sapendo che questa, ottima per i safari, non è invece stagione adatta per vedere le Victoria Falls al massimo della portata era impensabile programmare un viaggio in Zambia escludendo le cascate più famose del mondo, ci sarebbe rimasto il rimpianto d’aver perso una importante tappa.
Possiamo solo immaginare il muro d’acqua ed il relativo fragore, consolandoci del fatto che chi trova tanta acqua non vede la spettacolare gola sottostante così come la vediamo noi.
La mia passione per i ponti ci porta ad attraversare quello arditissimo in ferro che unisce Zambia e Zimbabwe, raggiungo così uno dei principali obiettivi di questo viaggio.
Lato Zambia:
“Il tratto zambese delle cascate Vittoria viene spesso dimenticato, ma offre un'esperienza completamente diversa rispetto alla sua più famosa controparte nello Zimbabwe. Prima di tutto la vista è diversa: ci si può avvicinare all'acqua camminando lungo un ripido sentiero fino ai piedi della cascata e seguendo stretti passaggi che sfiorano l'abisso. Uno dei punti in cui ci si avvicina di più alla cascata è il Knife Edge Point, che si raggiunge attraversando una passerella che fa drizzare i capelli (ma sicura), passando attraverso nuvole di spruzzi fino a un'isoletta appuntita in mezzo al fiume. Se l'acqua è bassa e il vento favorevole, godrete di una magnifica vista delle cascate e dell'enorme abisso sotto il ponte sullo Zambesi."
Si accede alle cascate attraverso il Mosi-oa-Tunya NP., il percorso, su questo versante, è più breve, notevole la location del ponte (secondo obiettivo del viaggio) però ora, con le cascate asciutte, il passaggio è sicuramente meno turbolento.
In questo periodo, con il fiume particolarmente secco, è possibile camminare sulle isole saltando da un masso all’altro fino ad affacciarsi sul bordo del salto. Nelle pozze d’acqua residua i locali fanno il bagno e sguazzano divertiti, cosa che faremmo volentieri anche noi (se solo avessimo i costumi) in quanto il caldo è insopportabile.
Terminata la visita alle Victoria Falls ci auguriamo di avere l’opportunità di tornare a rivederle in una stagione diversa.
Concludiamo la giornata con un bagno in piscina, unico sollievo al caldo.

2 ottobre 07
Dopo aver visto le Victoria Falls parzialmente secche e valutato che la visione dall’alto potrebbe non essere entusiasmante decidiamo di rinunciare al sorvolo in elicottero già prenotato per questa mattina.
Siamo, pertanto, “disoccupati”, ma poco male… non ci disturba per nulla, considerato anche il gran caldo, l’idea di passare le “ore buche” all’ombra degli alberi alternando il totale ozio con piacevolissime sguazzate in piscina.
Nel pomeriggio, essendo la barca di proprietà del lodge ancora in fase di riparazione, ci dirottano presso Zambesi Waterfront lodge dove, tra le tante attività proposte, scegliamo di imbarcarci per la crociera al tramonto comprensiva di cena.
La navigazione sul fiume Zambesi si riconferma una bella esperienza sia dal punto di vista panoramico che per la possibilità di avvistare ippopotami, elefanti, coccodrilli ed uccelli che anche qui abbondano.
Purtroppo la compagnia di una dozzina di americani vocianti (targati USA) interessati unicamente ad abbuffarsi e a tracannare litri di birra ed ogni sorta di superalcolici (oltre al buffet ricco anche il beveraggio è distribuito a volontà) ha guastato un po’ tutto: un tramonto è magico se assaporato in silenzio, gli animali fuggono se disturbati da schiamazzi.
Insomma, per parlar chiaro, ma tipi così che ci vengono a fare in Africa? per ruttare come maiali (con tutto il rispetto per i suini) e per non vedere oltre il bicchiere?
Mah… davvero non comprendo!

3 ottobre 07
Lasciamo Livingstone per far ritorno a Lusaka (domani abbiamo il volo di rientro in Italia).
Per questo trasferimento, in alternativa all’aereo o alla macchina, scegliamo il bus (CR Carrier).
Pur trattandosi della società di trasporti più puntuale, affidabile e “lussuosa” siamo gli unici turisti, il bus, che dovrebbe rispettare gli orari indicati in tabella, parte con 2 ore di ritardo ed è ben lungi dall’essere confortevole (per i nostri canoni), ma siamo contenti di poter viaggiare come e con i locali condividendo cibo e acqua, acquistati durante le numerose soste, e tanti sorrisi.
Il viaggio dura tutta la giornata, dal finestrino non vediamo altro che bush e piccoli villaggi di capanne. Arriviamo a Lusaka con il buio, il traffico è impressionante, la stazione degli autobus affollatissima, dopo tanti giorni di isolamento, di silenzi e di spazi sconfinati, tra i palazzi, le macchine e la folla ci sentiamo soffocare.
L’Hotel Lusaka, trasandato e sporco, non fa che aumentare il nostro smarrimento.
La stanza che ci è stata assegnata è un forno, piccola, ci si muove a fatica, sarà davvero dura passarci la notte, ma, per fortuna, la stanchezza ha il sopravvento e, nonostante il caldo soffocante, riusciamo ad addormentarci.

4 ottobre 07
Lusaka è una città che non offre attrazioni, giriamo a piedi per le vie principali senza alcuna soddisfazione, non c’è neppure la possibilità di fare shopping e acquistare oggetti d’artigianato locale, c’è solo un gran traffico, tanto smog e fa un caldo esagerato.
Abbiamo il volo di ritorno nel pomeriggio, strano, ma vero, siamo contenti di partire, di lasciare Lusaka, per noi il viaggio “vero” (quello delle grandi emozioni) è terminato nel momento in cui abbiamo lasciato il South Luangwa N.P.

5 ottobre 07
Dopo 24 ore tra soste in vari aeroporti e voli effettivi, nel pomeriggio, varchiamo la soglia di casa e, mentre il corpo riprende le attività di sempre, la testa è ancora in Africa persa in uno straordinario Carosello di immagini e colori.

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