Zabriskie Point

di Michelangelo Antonioni con Mark Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor

LA TRAMA
A Los Angeles, durante uno scontro tra la polizia e un gruppo di contestatori, viene ucciso un agente. Mark, un giovane ritenuto l'assassino, fugge a bordo di un aereo da turismo rubato e atterra a Zabriskie Point, una zona estremamante arida della Valle della Morte. Lì avviene l'incontro con Daria, giovane segretaria di un imprenditore, diretta a Phoenix per un periodo di vacanza a bordo della sua auto, con la quale vive una breve quanto appassionata storia d'amore. Mark decide di tornare a Los Angeles per restituire l'aereo rubato e costituirsi, ma la Polizia non gliene dà il tempo uccidendolo. Daria, appresa della notizia dalla radio, lascia la casa dell’imprenditore, nella quale era andata a vivere, immaginandone l’esplosione e con essa la distruzione di tutti i simboli negativi della società nella quale è costretta a vivere.
Zabriskie Point è un film ricco di metafore: la fuga, l'amore disperato, il consumismo, la morte, le ipocrisie della società americana dell'epoca, il contrasto fra l'uomo piccolo e i grandi spazi. Gli immensi vuoti simboleggiati dal deserto nella seconda parte fanno da contraltare al caos della grande città che domina la prima fase.
Degno completamento del film è la memorabile colonna sonora, dovuta ai Pink Floyd, a Jerry Garcia dei Grateful Dead, a John Fahey e ai Kaleidoscope.
Tre curiosità:
- alla sceneggiatura partecipò anche Tonino Guerra, a lungo collaboratore di Fellini;
- una piccola parte è recitata da un giovanissimo e non ancora famoso Harrison Ford;
- il protagonista Mark Frechette dopo una visita in Italia perse la vita in una rapina assieme alla sua ragazza.

LE LOCATIONS
Pensando alle meraviglie di tutte le aree protette che impreziosiscono gli Stati Uniti d'America, è difficile associare alla Valle della Morte, vale a dire uno dei luoghi più inospitali del pianeta, il concetto di Parco Nazionale: la definizione porta infatti alla mente scenari naturali di vegetazione lussureggiante, fiumi, laghi, cascate, montagne, animali in libertà, rocce dalla conformazione bizzarra e così via.
Niente di tutto ciò nel Death Valley National Park, che vanta peraltro una quantità di primati: è il più esteso degli U.S.A. con 13.355 kmq., quasi tre volte il Grand Canyon o una volta e mezzo Yellowstone che pure è più grande dell’Umbria; detiene il record delle temperature, circa 50° d’estate con una punta di 57° nel 1913, e quello del minor tasso di umidità, di poco superiore allo zero; presenta il punto più basso dell’emisfero occidentale con –85 metri, una differenza di 3453 con la massima elevazione di Telescope Peak.
Provenendo da Las Vegas si percorrono 142 km. fino al bivio di Amargosa Valley: qui si dirama verso sud la statale 373 che in circa mezz’ora porta, poco dopo essere passati dal Nevada alla California, a Death Valley Junction, ormai in pieno ambiente desertico. Già a inizio giugno la temperatura "si limita" a sfiorare i 42°, condizione comunque impegnativa sia per le persone che per gli automezzi, in particolare sulla deviazione che porta a Dante’s View, il primo dei luoghi di visita per chi provenga da est; la strada, a pendenza molto pronunciata, porta a quota 1669, sull’orlo di un’elevazione dalla quale si gode di una veduta immensa sulla parte più desolata, ma al tempo stesso emozionante, della Death Valley. La sconfinata distesa di sale in basso fa pensare a un paesaggio infernale e si capisce pienamente perché hanno chiamato questo posto “Veduta di Dante”!
Ridiscesi i 21 km. che riportano sulla 190, un’altra decina portano a due punti particolarmente significativi. Una breve sterrata ad anello, il 20-Mule-Team-Canyon, ricorda l’epoca dello sfruttamento dei giacimenti di borace, utilizzato nelle industrie del vetro e dei detersivi: verso la fine dell’Ottocento fu costruita una strada di 265 km. per portare fino alla stazione ferroviaria di Mojave i carichi di minerale a mezzo di enormi carri con ruote alte quanto un uomo trainati da un tiro di venti muli. Ogni viaggio durava non meno di una decina di giorni e si svolgeva in condizioni terribili.
A breve distanza, ecco finalmente Zabriskie Point, vero e proprio luogo di culto legato all’omonimo film. L’atmosfera ipnotica che permeava la vicenda fu resa alla perfezione dalla colonna sonora e chi giunga qui non può restare indifferente alle suggestioni di un posto magico ed evocativo come pochi altri: defilarsi un po’ dal belvedere e aggirarsi senza fretta in questo scenario fatto di aride ondulazioni dalle incredibili colorazioni pastello immersi in un silenzio irreale, nonostante il caldo fa davvero venire la pelle d’oca.
Dopo averlo visto dall’alto, è il momento di scendere nel cuore del deserto di sale. Lasciato Zabriskie Point, dopo pochi minuti ci si innesta sulla route 178 che in 26 km. porta al posto che in maggior misura incarna la struggente desolazione di queste terre: con l’eloquente nome di Badwater è definito il punto più basso degli Stati Uniti e dell’emisfero occidentale, 85 metri sotto il livello del mare. La foto è d’obbligo, anche se in realtà non c’è altro che un cartello su un paletto conficcato in mezzo a un accecante nulla assoluto! A breve distanza, è da non perdere la sosta al Devil’s Golf Course, luogo dal nome eloquente non meno di Badwater: il “Campo da golf del diavolo” è infatti una distesa di terra e sale che il vento ha solidificato in una crosta di zolle frastagliate e taglienti.
Di ritorno verso il bivio, un percorso ad anello a senso unico di una quindicina di km. attaversa la cosiddetta Artists Palette (tavolozza degli artisti), in mezzo a formazioni rocciose dai colori più svariati dovuti a vene di ferro, mica e manganese inserite nella pietra vulcanica.
Rientrati sulla 190, vale la pena fare una puntata, anche per avere un po’ di tregua dal caldo, al Visitors’ Center di Furnace Creek, dedicando un po’ di tempo all’interessante museo dell’epopea mineraria, per giungere, dopo altri 45 km., a Stovepipe Wells Village, un gruppo di edifici in stile western con una buona offerta di servizi; nelle vicinanze, ci si imbatte nell’ennesimo cambiamento di paesaggio del Parco, un’inattesa estensione di dune sabbiose.
Qui ha praticamente termine la Death Valley propriamente detta. Gli scenari desertici sfumano gradualmente verso le grandi distese che in lontananza già preannunciano le elevazioni della Sierra Nevada. E' il preludio al ritorno nell'America delle Highways percorse dai possenti trucks, dei motel, delle città con il loro traffico, dei centri commerciali, dei fast-foods: un altro mondo, nel quale gli incredibili silenzi di Zabriskie Point sembrano lontani anni luce!

Oltre agli scenari della Death Valley, buona parte del film fu girato nei dintorni di Los Angeles. L'ufficio dell'imprenditore senza scrupoli Lee Allen (Rod Taylor) è situato nel vecchio Mobil Oil Building, 612 Flower Street in Wilshire Boulevard: per la finzione cinematografica, fu aggiunto un piano all'edificio. Oggi è stato riconvertito nei lussuosi Pegasus Apartments.

La favolosa torre nera e oro che si vede dalla finestra dell'ufficio di Allen è lo Eastern Columbia Building, 849 South Broadway (lo si vedrà pure in Predator 2).

L'incontro di affari di Allen ha luogo a Phoenix, Arizona; nelle vicinanze della città avviene anche l'esplosione immaginata da Daria, una scena ripresa da diciassette cineprese.

Altri scenari desertici visti nel film sono situati nei dintorni di Blythe in California e Overton in Nevada.

Una curiosità: oltre che in "Zabriskie Point", il villaggio di Death Valley Junction fu utilizzato anche da David Lynch’s in "Lost Highway" e "The Hitcher".

Le foto sono tratte dal sito ufficiale dei Parchi Nazionali USA http://www.nps.gov

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento, contattaci per ottenere il tuo account

© 2024 Ci Sono Stato. All RIGHTS RESERVED. | Privacy Policy | Cookie Policy