Viet Nam 3: un tempo si chiamava Indocina

in viaggio con leander in Viet Nam

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Viet Nam 3: un tempo si chiamava Indocina

Da qualche tempo sono in debito della parte conclusiva del mio viaggio in Việt Nam, tra quelli che ho fatto uno dei più “intensi” sotto l’aspetto dei contatti umani.
Tutti ormai siamo a conoscenza di quella sigla, SARS, sotto la quale si nasconde un morbo sul quale mi pare si sappia ancora ben poco, nonostante lo spiegamento di forze della Scienza Medica.
Allo stato attuale (giugno 2003) l’unica prevenzione è il consiglio di evitare viaggi in quella parte di Asia più o meno direttamente minacciata dal contagio e per un po’ mi è sembrato intempestivo diffondere quel racconto. Ma poi mi sono detto che in fondo Ci Sono Stato . it non è un tour operator al quale ci si rivolga per farsi consigliare o meno una meta: è un sito che raccoglie resoconti di viaggi fatti veramente e li mette a disposizione di quella comunità virtuale che è Internet allo scopo di divulgare idee, notizie ed esperienze.
Quindi, con l’augurio che le paure si dissolvano presto e altri possano, magari trovando spunto da queste righe, recarsi in un Paese di indiscutibile fascino, riprendo il diario di viaggio dalle nostre ultime ore ad Hà Nôi, prima di lasciare definitivamente la capitale.
Tutto quello che è successo nei precedenti dodici giorni è raccontato negli articoli “Good Morning, Vietnam!” e “Mille colori, mille sorrisi!”, ai quali rimando.Immergendosi nelle atmosfere coloniali del centroDomenica 26 gennaio 2003: HÀ NÔI – HUÉ (km. 643 in volo)
La partenza del nostro volo Vietnam Airlines per Hué, che dista per via di terra 650 km., è prevista per le 11, ma preferiamo chiamare il taxi alle 8 per evitare i rischi del traffico, sempre intenso nella parte iniziale dei 45 km. che dividono il Quartiere Vecchio di Hà Nôi dall’aeroporto.
Tutto va per il meglio. L’aereo parte in orario, atterriamo a Hué dopo poco più di un’ora e un quarto (c’è anche il tempo per un “quasi pranzo” a bordo) e nell’atrio dell’aeroporto c’è già ad attenderci il tassista del nostro hotel che espone in bella vista un grosso cartello con i nostri nomi.
Liêm e la sua agenzia hanno davvero lavorato bene: anche l’albergo, il Thai Binh, ubicato al 10/9 della Nguyen Tri Phuong Str., una via tranquilla a pochi minuti dal centro, è decisamente accogliente, a conforto della citazione da parte della Lonely Planet. Due camere spaziose ci costano 10 $ cadauna e fissiamo senz’altro anche un secondo pernottamento.
Abbiamo davanti tutto il pomeriggio per prendere contatto con quella che fu un tempo la capitale dell’Indocina Francese. Giungendo da Hà Nôi, la prima sensazione che abbiamo è quella di tranquillità e di un maggiore spazio intorno a noi. Importante centro di cultura e rinomata per l’ottima cucina, Hué rivela l’influsso francese nell’impianto urbano costituito da ampi viali alberati e belle residenze in stile coloniale.
Punto focale della visita di Hué non può essere che la Cittadella. L’insieme originario doveva avere dimensioni impressionanti e ce ne facciamo un’idea dal plastico all’interno. Costruita a partire dal 1804, era compresa in un perimetro di 10 chilometri e annoverava circa 300 edifici con differenti funzioni; oggi solo un’ottantina sono rimasti in piedi, buona parte in cattive condizioni, anche se l’inserimento del complesso nella World Heritage List dell’UNESCO ha avviato un’opera di recupero che si preannuncia inevitabilmente lunga e dispendiosa.
Entrati da una delle dieci porte fortificate, ci si trova in effetti all’interno di una città nella città: a bei prati tagliati da vialetti lungo i quali è piacevole passeggiare o andare in bicicletta si alternano aree convertite in campi coltivati e ampi spazi in totale abbandono.
Tra gli edifici in miglior stato di conservazione, spicca il Palazzo di Thai Hoa (o della Suprema Armonia), che comprende la Sala del Trono ed il cui interno è uno splendore di colonne, arredi, raffinate opere d’arte e decorazioni in cui dominano i colori rosso e oro.
La Città Purpurea Proibita, vale a dire la residenza dell’imperatore e della sua famiglia, fu la maggiore vittima della distruzione conseguente all’Offensiva del Tet (la ritorsione da parte dell’esercito del nord nel 1968); di essa è oggi visitabile, grazie a un accurato restauro, la Thai Binh Lau, magnifica sala di lettura valorizzata dai bellissimi mosaici e dall’antistante giardino giapponese.
L’opera più preziosa della Cittadella è costituita dalle Cuu Dinh, nove urne dinastiche, rimaste intatte grazie alla loro robustezza: si tratta infatti di grosse anfore in bronzo, alte due metri e pesanti circa due tonnellate ciascuna, che celebrano il potere del regno dei Nguyen. Dedicate ciascuna a un diverso imperatore, impressionano per le decorazioni a cesello in un’alternanza di motivi tradizionali cinesi, raffigurazioni naturalistiche quali astri, nuvole, paesaggi e complessi simbolismi.
Conclusa la visita della Cittadella, c’è giusto il tempo per una doccia in albergo e, in attesa dell’ora di cena, la ricerca del mezzo più idoneo per effettuare l’escursione di domani: la visita delle tombe imperiali dislocate lungo il Fiume dei Profumi. Ci dirigiamo verso il molo dove sono attraccate le imbarcazioni dalla caratteristica prora a muso di drago e, come già sperimentato, non occorre nemmeno cercare perché sono loro a trovarci immediatamente: un ragazzotto ci corre incontro porgendoci un biglietto da visita e in un attimo ci troviamo a bordo della barca del padre, la prima tra le numerose allineate. Vantaggi di una posizione strategica!
Hoàng Minh e sua moglie Tran, in continuo conflitto con le poche parole di inglese che conoscono, ci risultano immediatamente simpatici, così non ci sembra il caso di interpellare qualcuno dei concorrenti e dopo una breve trattativa concordiamo il servizio: domani il battellino sarà a nostra disposizione dalle 7 alle 16, con navigazione lungo il fiume andata e ritorno, sbarco per la visita a sei complessi tombali e pranzo a bordo cucinato da madame. Costo: sei dollari a testa.
Visto che siamo a pochi passi dal ristorante galleggiante Song Huong, consigliato dalla Lonely Planet, entriamo senz’altro e non ce ne pentiremo: i noodles con verdure sono abbondanti e squisiti, così come i tranci di pesce e i gamberi fritti. In più, giunge dal fiume un po’ di brezza che mitiga la calura e possiamo anche godere lo spettacolo del vicino ponte di Trang Tien, le cui campate luccicano di migliaia di lampadine in una continua alternanza di colori.
La brezza e le luci sono gratis, il pranzo ci costa in totale 222.000 dong, come dire una dozzina di euro o, se preferite, meno di 8.000 vecchie lire a testa!
Non dimentichiamo che siamo nel pieno delle celebrazioni del Tet, il Capodanno cinese, e rientra nella festa anche un improvvisato spettacolo che si svolge di lì a pochi minuti sul molo ad opera di una decina di graziose ragazze di una scuola di danza: approfittiamo per una breve ma cordiale conversazione in francese con il loro maestro, incuriosito dalla presenza qui di tre italiani e lusingato per i nostri complimenti, a conclusione di una serata davvero piacevole.

Lunedì 27 gennaio: HUÉ E LE TOMBE IMPERIALI
La giornata è purtoppo uggiosa e occasionali spruzzi di pioggia condizioneranno in parte l’escursione: ci consentirà comunque la visita dei siti più significativi.
Il nostro hotel è a una decina di minuti di distanza dal molo e possiamo così essere puntuali all’appuntamento delle sette alla barca di Hoàng. Insieme a lui e alla moglie Tran, si imbarca anche il padre, che rimarrà sempre all’esterno della cabina con mansioni di timoniere: ottantenne, viso scavato, vispo pur se taciturno, impassibile sotto la pioggia con una spessa cappotta che ce lo farà ribattezzare Capitano Achab, è una delle figure del nostro viaggio in Việt Nam che ricordo con maggiore simpatia.
Le cosiddette Tombe Imperiali sono i mausolei eretti nel corso del XIX secolo a gloria dei regnanti della dinastia Nguyen. Anche se le dimensioni dei sette complessi (sei quelli in programma) variano, la struttura di ciascuno comprende sempre, oltre al sepolcro vero e proprio, un cortile d’onore lastricato, un laghetto, un padiglione con la stele che racconta le imprese dell’imperatore e un tempio in onore della famiglia imperiale.
Raggiunta la riva opposta del Fiume dei Profumi, Hoàng ci chiede un acconto di 5 $ per consentire alla moglie Tran di sbarcare al mercato per fare la spesa; ci raggiungerà con una barchetta mentre noi visiteremo il primo complesso, quello della Pagoda di Thien Mu.
Primo e anche il più scenografico, annovera una delle più classiche “cartoline” del Việt Nam: la Thap Phuoc Duyen, vale a dire una torre ottagonale a sette piani alta ventuno metri eretta nel 1844 in onore del Buddha che, già da lontano, dà un’impronta al panorama sulla sommità di una scalinata. In effetti siamo nel luogo che negli anni Sessanta fu uno dei focolai della protesta contro la politica repressiva del governo sudvietnamita nei confronti dei buddisti; ad agghiacciante testimonianza, sotto un porticato è esposta l’automobile Austin celeste in cui l’11 giugno 1963 a Saigon il monaco settantatreenne Thich Quang Duc si cosparse di benzina e si diede pubblicamente fuoco.
La Pagoda vera e propria è la più antica della zona, risalendo al 1601; la sua costruzione risale a una leggenda secondo la quale la fata Thien Mu apparve alla gente annunciando l’avvento di un signore che l’avrebbe fatta costruire quale simbolo di prosperità, il che si avverò ad opera del governatore Nguyen Hoang.
A breve distanza, sulla riva opposta del fiume e sita alla sommità di una pittoresca scaletta, la successiva meta (ingresso 22.000 dong) non è propriamente una tomba ma è il piccolo tempio di Hòn Chén, luogo di culto buddista, nel quale è in corso una cerimonia: ci è consentito di assistere, anzi veniamo anche invitati a fare delle foto insieme con i cordiali monaci vestiti di abiti variopinti. All’intorno dell’edificio sorgono alcuni altarini, davanti ai quali la gente prega e accende incensi profumati: su uno sono imbanditi piatti di vivande offerti alla divinità, su un altro spicca la statua di un cane, segni evidenti di quanto in Việt Nam, come accennai nella parte introduttiva, si innestino talvolta nel buddismo mahayana gli antichi culti animistici.
Il complesso tombale di Tu Duc, risalente al 1867, è quello che occupa una maggior superficie. Essendo ubicato circa tre chilometri all’interno, sul molo funziona un servizio di mototaxi gestito da un presunto coordinatore: ci richiede 2 $ a testa e dopo il consueto tira e molla concordiamo per 1. Ormai conosciamo come funziona il turismo in questo Paese e il tipo è sufficientemente furbo da averlo capito subito!
Percorsa una pista tra radura e bassa vegetazione, i tre centauri ci lasciano davanti all’ingresso dell’area, una porta monumentale che si apre tra mura massicce: torneranno a prenderci fra tre quarti d’ora. Pagati 55.000 dong a testa (quasi 4 $) d’ingresso, visitiamo l’esteso complesso, la cui parte più scenografica è il laghetto a forma di mezzaluna: oltre all’isoletta che era riserva di caccia della corte, spicca il padiglione Xung Khiem, luogo di svago dell’imperatore e delle numerose concubine. All’estremità opposta dello specchio d’acqua si estende il cortile d’onore, sul quale sono allineate statue in pietra di elefanti, cavalli e mandarini, naturalmente di minor statura rispetto al (già basso) Tu Duc; a salire, si attraversa il padiglione della stele e un piccolo laghetto per giungere al punto culminante, la tomba dell’imperatore che è del tutto virtuale, visto che è ignota il luogo di sepoltura della salma e del ricco corredo funerario.
Appena le moto ci hanno ricondotto al molo, si mette a piovere e l’ora di pranzo capita proprio al momento giusto. Madame Tran si dimostra cuoca eccellente e dal bugigattolo che funge da cucina non smettono di uscire cibarie: noodles con verdure, carni e gamberetti, involtini primavera, fagottini di pesce, spezzatino di maiale, tranci di tonno, oltre al solito riso a volontà, per concludere con più giri di nep moi, la tipica vodka di riso. Tutto questo, per cinque persone, a fronte dei 5 $ che le abbiamo anticipato alla partenza!
La successiva tomba, quella di Khai Dinh, dista circa un chilometro dall’attracco ed è collegata da un viottolo sterrato; mentre Hoàng schiaccia un pisolino sottocoperta, questa volta è il Capitano Achab ad accompagnarci, cadenzando un passo degno di un ragazzino.
La tomba, un tempo tra le più sfarzose, è oggi in buona parte in rovina, pur essendo la più recente, ultimata nel 1931: evidentemente, il cemento con cui in prevalenza fu costruita è meno adatto a resistere al tempo rispetto alla pietra. Giungiamo al cortile d’onore, con il solito schieramento di cavalli, elefanti e mandarini mentre in cielo si sono addensati nuvoloni neri sempre più minacciosi: preferiamo così incamminarci sulla via del ritorno per risparmiarci la pioggia, che peraltro riprende a cadere più fitta di lì a poco, per fortuna quando siamo già al riparo della cabina.
Non ci sembra il caso di recarci a visitare il mausoleo di Minh Mang: rinunciamo a malincuore, visto che è uno dei più maestosi, ma il complesso dista 2 km. dalla riva del fiume e la persistenza della pioggia non fa sperare in schiarite.
Hoàng volge quindi la prua verso Huè e, per ingannare il tempo, va a prelevare ancora un po’ di involtini rimasti in cucina per una merenda che questa sera ci consentirà di saltare la cena: visti i ritmi irregolari indotti da questo tipo di viaggi, far riposare di tanto in tanto lo stomaco non può fare che bene!
Sbarchiamo mentre continua a piovere. “Casualmente” sul molo ci accoglie un venditore di mantelline in plastica al prezzo del solito famigerato “one dollar” e questa volta non riusciamo a scalare neanche un centesimo: il pirata ci tiene in pugno, ben consapevole che non abbiamo scelta.
Rientrati in hotel, ci concediamo un po’ di riposo e, indossati dei capi asciutti, facciamo il punto sulla continuazione del nostro itinerario. Prossima meta è Hôi An, che dista da Hué 124 km. in direzione sud, e scendiamo alla reception per assumere informazioni sulle modalità di spostamento. Come ho già fatto presente nella prima parte del resoconto, “Good morning Vietnam!”, in questo Paese tutti sono in grado di fornire tutto, in particolare le reception degli alberghi.
Ad ennesima conferma, il manager, Mr. Do Hong Chien, non ci lascia nemmeno aprire bocca e ci chiede se siamo diretti ad Hôi An: non è un veggente né ha spiato le nostre conversazioni, semplicemente ha dedotto che, avendo noi riservato le camere da Hà Nôi, che è a nord di qui, ci stiamo spostando in direzione sud e la prima località di rilievo (tra poco dirò perché) è per l’appunto Hôi An. Semplice, no?
La soluzione è quindi già pronta: esiste un servizio di minibus turistici, più confortevoli di quelli di linea, che un paio di volte al giorno partono da Hué facendo fermata davanti ai principali alberghi cittadini e coprono il tragitto in tre ore al prezzo di 3 $ a testa, così ci facciamo fissare senz’altro tre posti sulla corsa delle 9 di domattina.
Ci ritiriamo per un buon sonno, soddisfatti per avere definito positivamente anche questa pratica.

Martedì 28 gennaio: HUÉ – HÔI AN
Puntuale, il pullmino turistico arriva alle nove davanti all’hotel e, caricati i bagagli nostri e di altri viaggiatori, parte alla volta di Hôi An, che dista da Hué 125 km.
Durante il tragitto, ci imbattiamo in occasionali scrosci di pioggia, ma l’evoluzione delle condizioni meteo è favorevole; quando scolliniamo ai 496 metri del Passo Hài Vàn è tornato il sole e possiamo ammirare un bel panorama dall’alto sulla baia di Dà Nẵng, quarta città del Việt Nam apprezzata per le spiagge circostanti, in particolare la China Beach, frequentata dai soldati Americani durante la guerra e resa nota da una serie televisiva.
Il passo Hài Vàn è in effetti considerato uno spartiacque climatico, per via delle montagne retrostanti che fanno da barriera alle correnti fredde del nord.
Dà Nẵng non rientra nel nostro programma di visita e proseguiamo per gli ultimi 25 km.che ci dividono da Hôi An, nella quale entriamo intorno alle 13. Il minibus, come già alla partenza, fa fermata davanti ai principali alberghi e noi scegliamo, di nuovo su indicazione della Lonely Planet, il Pho Hoi 2 (c’è quindi anche l’1); siamo sulla riva del fiume Thu Bon opposta al nucleo storico, del quale abbiamo una bella vista dalle originali finestre tonde delle nostre due camere, essenziali ma spaziose, che ci costano complessivamente 20 $.
Ci basta uno spuntino con qualche provvista che abbiamo nello zainetto, dopodiché ci dirigiamo verso il centro, al quale si accede tramite il ponte Cam Nam. La cittadina si rivela subito attraente, ma preferiamo prima dedicarci alla soluzione degli aspetti pratici e ci diamo alla ricerca delle agenzie turistiche. Ci imbattiamo nell’Ufficio di stato, all’angolo tra la Đ Tran Phu e la Đ Le Loi, e decidiamo di entrare, nonostante la Lonely Planet consigli testualmente: “probabilmente è meglio rivolgersi altrove”. Evidentemente dalla data di redazione della guida (2001) deve essere cambiato parecchio, visto che Mr. King, un giovane assai efficiente, con un giro di telefonate definisce tutte le incombenze che ci interessano: l’escursione in taxi di domattina ai siti archeologici di My Son (12 $), al ritorno il transfer, sempre in taxi, all’aeroporto di Dà Nẵng (6 $) e il volo per Hô Chí Minh / Saigon (65 $ a testa). Non solo, quando domani leggeremo il prezzo sul biglietto di volo, noteremo con piacere che l’agenzia, proprio perché statale, non percepisce commissione.
Compiaciuti per avere risolto in un colpo solo le tre esigenze che ci premevano, abbiamo ancora buona parte del pomeriggio per rilassarci lungo le vie di Hôi An. La cittadina non tradisce le promesse e si rivela decisamente piacevole, sia per la parte monumentale che per le scene di quotidianità nelle quali ci si immerge.
Al mantenimento dell’originalità dell’impianto urbano contribuisce una lodevole attenzione da parte dell’amministrazione locale, che cura anche il continuo restauro dei numerosi edifici di interesse storico: parecchi sono visitabili per una modica cifra, con l’intento di reinvestire il ricavato in ulteriori interventi, ma non mancano contributi anche da parte di organizzazioni giapponesi ed europee. Hôi An risulta quindi una località ordinata e sufficientemente pulita, a parte alcune baracche fatiscenti affacciate sul fiume a ridosso del pittoresco mercato, cosa del resto inevitabile per un luogo in cui da sempre la vita si è svolta sulle rive di un corso d’acqua.
La città ha un passato importante di porto commerciale coinciso con l’epoca d’oro della civiltà Cham, ma anche oggi le banchine mantengono una grande vivacità con il traffico di barche grandi e piccole cariche delle mercanzie più svariate.
Come tutti quelli in cui ci imbattiamo durante i nostri viaggi, l’affollato mercato è una meta irrinunciabile: particolarmente animata per la grande varietà di pesci, molluschi e crostacei è la pescheria, dove è un vero spettacolo la rapidità con cui alcune donne accosciate legano con sottili strisce di foglia di palma le chele di grossi granchi tenuti fermi con il piede.
Percorrendo senza fretta il fitto intrico di stradine, vale la pena di soffermarsi a osservare gli innumerevoli particolari di un’architettura abitativa davvero affascinante. Sono evidenti gli influssi cinesi e giapponesi, quali i tetti con tegole color mattone, i fregi ricchi di simboli e motivi decorativi, le pareti dipinte, i graticci in legno intrecciato o scolpito, i colonnati, le iscrizioni, i balconi con piastrellature in ceramica. Di grande interesse, disponendo di più tempo di quanto non ne abbiamo noi, che ci consente solo una vista degli esterni, sarebbe anche l’approfondimento delle numerose eminenze monumentali, quali le sale di riunione delle varie Congregazioni, le tombe giapponesi, i templi, le cappelle, le pagode.
Punto focale, graditissima meta di ritrovo e oggetto di migliaia di scatti delle macchine fotografiche è lo scenografico Ponte giapponese coperto, più volte rimaneggiato ma conforme alla struttura originaria: fu eretto nel 1593, nella caratteristica forma ad arco, per collegare il quartiere giapponese a quello cinese. Alle due estremità, quattro nicchie che ospitano rispettivamente le statue di due cani e di due scimmie, davanti alle quali non mancano mai gli incensi accesi, ricordano che la costruzione del ponte ebbe appunto inizio, secondo il calendario cinese, nell’anno della scimmia e termine in quello del cane.
Hôi An, essendo negli ultimi anni diventata meta di un flusso turistico in progressiva crescita, ha visto sorgere parecchi negozi, negozietti, laboratori di artigianato, spesso a scapito della qualità degli articoli esposti. Ma una visita merita comunque di essere fatta, sia per l’ambientazione di molti esercizi in edifici di valore storico, sia perché, insieme con il ciarpame per vacanzieri di bocca buona, un occhio competente può scoprire qualche buon oggetto di antiquariato; in tal caso, superfluo ricordarlo, la trattativa è d’obbligo!
Parallelamente, si è anche ampliata l’offerta di ristorazione; in particolare il lungofiume Đ Bach Dang è praticamente una sequenza ininterrotta di ristorantini e la concorrenza fa sì che prezzi e qualità siano più o meno equivalenti su un buon livello. Noi ceniamo in uno dei quattro allineati dell’isolato tra la Đ Le Loi e la Đ Hoang Van Thu (non ricordo quale, ma cambia poco) spendendo per un menu di pesce un totale di 315.000 dong, sette dollari a testa.

Mercoledì 29 gennaio: HÔI AN – MY SON – DÀ NĂNG – SAIGON
Il regno del Champa, durato tra il II e il XV secolo, è a tutt’oggi in buona parte avvolto nel mistero. Le poche notizie dicono di un popolo stanziatosi nell’area intorno a Dà Nẵng, nel Việt Nam centrale, piuttosto bellicoso in quanto spesso dedito, in conseguenza delle limitate risorse del territorio, alla pirateria ai danni delle navi che trasportavano le merci; inoltre, trovandosi stretti tra i Khmer a ovest e i Vietnamiti a Nord, erano spesso in conflitto con entrambi. Le relazioni intrattenute con l’India influenzarono la religione ma anche l’architettura e l’arte; in particolare, i Cham furono il primo popolo nella Storia a impiegare i mattoni, fabbricati con tecniche del tutto simili a quelle moderne, anche se non è ancora stato scoperto il legante utilizzato (una teoria parla della resina di un albero che cresce nella zona).
Testimonianze di santuari e torri sono presenti, spesso in condizioni precarie, in diverse aree del Việt Nam centrale e meridionale; anche se su minore estensione, gli edifici richiamano nelle forme e nella decorazione gli straordinari complessi Khmer di Angkor in Cambogia.
My Son, il più rilevante di quei siti, è la meta a cui siamo diretti, per una visita alla quale dedicheremo la mattinata precedente la nostra partenza per il Sud.
Come da accordi, il taxi prenotato ieri tramite Mr. King viene a prelevarci alle 8 davanti all’albergo. Esistono anche minibus turistici che trasportano al sito, ma, visto che c’è ben poca differenza di prezzo, abbiamo optato per un taxi, che consente maggiore elasticità di movimenti e di orari, soprattutto anticipare l’arrivo nell’area dei gruppi organizzati.
Circa 25 km., coperti in una quarantina di minuti, congiungono Hôi An a My Son, lungo una strada che ben presto lascia l’abitato fino a inoltrarsi in un bel paesaggio di colline verdeggianti. Si giunge così a uno slargo sul quale sono ubicati un paio di semplici posti di ristoro e il centro di accoglienza dove, per 3 $ a testa, acquistiamo i biglietti d’ingresso. Ancora un paio di chilometri lungo una sterrata su gipponi di servizio ed eccoci all’inizio del percorso di visita, giusto al di là di un bellissimo ponte sospeso in bambù in stile “Indiana Jones” che ricorda quello attraversato cinque giorni fa per recarci al villaggio Muong (vedi parte seconda di questo resoconto).
Una cosa che ci piace davvero poco è un cantiere con un ponte metallico in costruzione, che fa temere una progressiva “valorizzazione” (con tutta la negatività che il temine comporta) della zona in nome di un business volto a portare qui un turismo di impatto sempre più pesante. L’ho già detto, mi sa tanto che in parecchi luoghi siamo arrivati appena in tempo per apprezzarli in una dimensione ancora poco artefatta: non voglio pensare a come potranno essere fra una decina di anni. Come già rilevato a proposito di Cát Bà (vedi prima parte), sarebbe interessante conoscere anche l’opinione dell’UNESCO, che nel 2000 ha dichiarato My Son Patrimonio dell’Umanità, su queste cosiddette “grandi opere”…
La visita dell’area archeologica si sviluppa lungo sentieri segnalati che congiungono i vari gruppi di monumenti, in numero di dieci e classificati con le lettere dell’alfabeto. E’ consigliabile non lasciare il tracciato: durante la guerra la regione fu capillarmente minata e, anche se nel corso degli ultimi 25 anni è stata bonificata, capita di tanto in tanto che in angoli meno battuti qualche malcapitato animale faccia da involontario sminatore.
Circa tre ore sono il giusto tempo per una visita esauriente. Ci si sposta da un sito all’altro apprezzando la tecnica costruttiva e la decorazione dei vari monumenti, in un affascinante contrasto tra il rosso dei mattoni, il verdastro del muschio e il verde di una vegetazione che per secoli li ha occultati. Buona parte degli edifici oggi visibili sono in cattive condizioni, se non addiritura in rovina: i ripetuti saccheggi nel corso della Storia fecero la loro parte, ma il colpo di grazia fu inferto durante la guerra, quando My Son, base strategica dei Vietcong, fu a più riprese bombardata dagli americani.
Ci si può comunque fare un’idea dello splendore dell’arte Cham osservando i particolari architettonici delle strutture più ben conservate: i tetti piramidali o a forma di barca, le raffinate colonnine, le decorazioni nel tipico stile “a vermi”, gli altari di pietra, i bassorilievi raffiguranti animali, il dio Shiva e divinità, talora di fattezze mostruose, della cosmogonia indù ma anche giavanese, malese e khmer. Qui e là, statue a grandezza naturale di figure maschili e femminili difficilmente identificabili, visto che tutte sono mancanti della testa e di varie parti del corpo.
Si è fatto ormai mezzogiorno ed è il momento di ritornare. Il taxi ci riporta quindi all’hotel Pho Hoi di My Son, dove abbiamo il tempo per un pranzo leggero ma gustoso nel ristorante all’aperto; anche l’ambientazione è gradevole, sotto una tettoia a graticcio circondata da un bel parco alberato.
Terminiamo proprio mentre arriva l’altro tassista, che ci consegna i biglietti di volo ritirati all’ufficio di Mr. King e ci conduce all’aeroporto di Dà Nẵng. Un buon caffè, un giro nel piccolo shop center dove acquisto per un prezzo ridicolo un album di vecchie banconote, finché, poco dopo le 15, decolla il volo della Pacific Airlines diretto alla metropoli del sud.
830 km. per via di terra ma meno di un’ora e mezza di volo ed eccoci a Hồ Chí Minh City, sinteticamente HCMC. D’ora in avanti io la citerò prevalentemente come Saigon, che è tuttora il nome che gli stessi residenti usano di preferenza per definire il centro cittadino.
Nell’atrio dell’aeroporto, che dista 7 km. dal centro, c’è il prevedibile andirivieni di persone, dall’ufficialità quanto meno dubbia, che offrono servizi di ogni tipo. La linea che ormai abbiamo imparato a tenere è quella dura e ne fa subito le spese un sedicente coordinatore dei tassisti: alla nostra richiesta di portarci all’Asian Hotel tira fuori le solite menate “…ma sarà pieno, avete riservato, senza prenotazione è difficile, non è un buon hotel…”. Tagliamo subito corto: “Noi vogliamo andare all’Asian Hotel, quanto costa il taxi?”. “Sei dollari”. “Il prezzo giusto è quattro dollari” con il gesto di andarcene verso la fermata degli autobus. “Va bene quattro dollari”. Quindici giorni di permanenza in questo Paese, splendido e ospitale in tutti gli aspetti che non siano il rapporto con chi cerca un facile tornaconto dalla progressiva affermazione del turismo, ci hanno fatto crescere un discreto pelo sullo stomaco: “ci provano” spesso, contando sul piccolo spaesamento di chi è appena arrivato in una città che non conosce e, se non si ostenta decisione, premono per portarti, al prezzo che dicono loro, negli hotel dai quali ricevono la percentuale. Fatte le proporzioni, fra sei e quattro dollari c’è una bella differenza!
A riprova, quando arriviamo a termine corsa il tassametro (ebbene sì, qualche taxi ha anche il tassametro…) segna 53.000 dong, vale a dire tre dollari e mezzo. Il tutto, in linea con gli avvertimenti della Lonely Planet!
Insomma, siamo passati dal Nord al Centro e infine al Sud, ma, anche se le differenze sono consistenti sotto tanti aspetti, lo stato di allerta per non farci spillare più soldi del dovuto deve restare costante, a prescindere dalla latitudine. Come vedremo, anche gli ultimi sei giorni in terra vietnamita ci riserveranno non poche trattative, ma ormai siamo addestrati.
E poi, confessiamolo: cominciamo anche a divertirci…
Vi racconterò il come, il quanto, il dove e il perché nella quarta e ultima parte.

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