Nei cunicoli della morte

in viaggio con Felice in Viet Nam

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Nei cunicoli della morte

Viaggio nel sud-est asiatico alla ricerca di una guerra già anticaSono le otto, Phat, mi attende nella lobby per portarmi con la Toyota seminuova, un lusso sfacciato in Viet-Nam, a visitare il Cu-Chi tunnel.
Mi sono deciso per questo Paese all'ultimo minuto, come mio solito, pertanto ho dovuto aspettare tre giorni a Cha Am, un località di mare 200 Km. a sud-ovest di Bangkok, per avere sul passaporto un bel visto con la stella rossa, indispensabile accessorio per il Viet-Nam. Normalmente per avere il visto sarebbe necessaria una settimana, ma un'idonea mancia può convincere il funzionario che non avete tempo da perdere.
La permanenza in Tailandia mi permette, non senza qualche iniziale pastrocchio con la guida a sinistra, di collaudare un motociclo, noleggiato per 6000 lire al giorno, che supera abbondantemente i cento chilometri orari, con il quale mi reco a visitare Hua Hin, una graziosa cittadina di pescatori dove, sul lungo mare, per un pranzo veloce, posso acquistare da una venditrice ambulante una decina di sacchetti di plastica, a tenuta stagna, che contengono delle cozze, in un guazzetto di verdure dal sapore fantastico.
Dall'aeroporto di Bangkok un Tupolev nuovo fiammante della Vietnam Airlines mi porta a Saigon dove, dopo una coda di oltre un'ora alla dogana, un giovane sorridente, con in mano un cartello sul quale e' scritto il mio nome, mi accompagna in città con un'auto a noleggio.
Il tragitto dall'aeroporto all'albergo è breve ma mi dà tempo di constatare che il traffico intenso ed indaffarato di Ho Chi Minh City è costituito quasi esclusivamente da biciclette e motocicli, niente auto private, a tratti spuntano autotreni o corriere che si fanno strada tra le due ruote suonando brutalmente gli avvisatori acustici, non risparmia i miei timpani nemmeno il guidatore della mia auto.
Di colpo il cielo si rabbuia e scroscia un improvviso acquazzone: ora, penso, il traffico si ridurrà e tanti andranno a ripararsi nei portoni o sotto improvvisati ripari, come usano da noi d'estate i ciclisti. Sbagliato, in un attimo, non ho nemmeno tempo di capire come succeda, tutti, sotto la testa già coperta dal tradizionale cappello di paglia Vietnamita, indossano leggeri impermeabili di plastica trasparente. Il temporale rapidamente come è venuto, se ne va, e la gente indifferente continua caoticamente a pedalare.
L'Hotel si trova a poca distanza dalla piazza del teatro, cioè il centro della città, e nella camera trovo tutte le comodità di un buon albergo europeo a 60 dollari per giorno, compresa un'abbondante prima colazione.
L'importo non eccessivo non deve trarre in inganno, il prezzo è astronomico se si considera che qui lo stipendio medio è di 50 dollari al mese.
L'appuntamento per la cena è ancora lontano pertanto, dopo una doccia, decido di fare, da solo, un giro per le vie della città; sono abituato all'ambiente asiatico, ma ogni stato ha le sue caratteristiche che non si limitano alla differente forma del cappello di paglia: qui noto un'insistenza nell'offrire la merce in vendita che supera tutte le mie precedenti esperienze e poiché praticamente quasi tutti vendono qualche cosa resta difficile circolare, a pochi passi dall'albergo mi imbatto in una bambina di 3-4 anni, dagli occhi dolcissimi, che vuole vendermi 10 cartoline per 1 dollaro, non avendo pezzi piccoli cerco di convincerla a rinviare l'affare al giorno seguente, ma non vuole sentire scuse, si attacca al mio dito mignolo sinistro e non molla fin quando, sopraffatto dalla nuvola dei mini commercianti che mi seguono, ritorno in albergo dove il portiere provvede gentilmente a staccarmela.
Rinuncio ad ulteriori uscite perché un gruppo particolarmente accanito di ragazzini è in agguato all'entrata dell'Hotel.
Dopo la cena, servita nel cortile di un ristorante all'ombra di un carro armato americano "M41" residuato bellico, durante la quale mi sbizzarrisco con bastoncini di legno e piatti esotici non malvagi, sui quali, tuttavia, preferisco non indagare, decido di tentare una nuova uscita sperando che i bambini siano ormai a letto.
In vero l'ambiente è cambiato, un passante si avvicina e chiede "vuoi marijuana?" alla mia risposta negativa, "vuoi donne?" "no", "vuoi uomini?" "no", l'interlocutore pare perplesso, "vuoi bambini?" "no" non capisce come mai io circoli da solo e dopo aver saputo che intendo passeggiare, sparisce, ma ritorna immediatamente con un triciclo-taxi, non ho più la forza di rifiutare e mi sobbarco due dollari di giro ecologico della città.
Il Cu-Chi tunnel è la maggiore attrazione turistica dei dintorni di Saigon è a poche decine di chilometri in una rada foresta, un maresciallo mutilato di guerra fa gli onori di casa e da guida nella complessa fortificazione sotterranea: attraverso una botola si accede ad una infermeria ed ad altri locali come la sala operatoria, la mensa ufficiali, il comando e la sala radio, tutti questi ambienti sono collegati tra loro da tunnel percorribili a fatica a causa delle dimensioni, circa 80 centimetri di altezza e 50 di larghezza. Una botola piccolissima, nascosta tra i trabocchetti, permette il passaggio al secondo livello, ma il tunnel non arieggiato a sufficienza ed il faticoso modo in cui sono costretto a camminare per le dimensioni del passaggio, mi mettono fuori uso e sono costretto a rinunciare ai livelli inferiori.
Mi rifaccio con latte di cocco bevuto direttamente dalla noce e con qualche raffica di Kalashnikof sparata con modica spesa nel poligono incluso nella attrezzatura turistica, all'ingresso della quale un elicottero americano danneggiato in combattimento è stato trasformato in un monumento.
Sopra questa fortificazione, nel periodo bellico, vi era una base americana che controllava dall'alto l'attività dei Viet-Cong, questi strani combattenti venivano chiamati Tunnel-rats.
Si deduce facilmente da questa esperienza che la guerra doveva essere molto dura per i soldati americani. A pochi chilometri da Saigon, sede del loro comando, esisteva nella foresta una enorme ed impenetrabile fortificazione nemica, infatti i Viet-Cong, grazie alle ridotte dimensioni, possono circolarvi facilmente, mentre per gli americani e per me è quasi impossibile.
Il viaggio di ritorno in città è l'occasione per conoscere meglio la guida, si chiama Phat, è laureato in veterinaria, ma si è stancato di curare cani e gatti: il più delle volte, mi dice, per evitare le spese per le cure i gatti ammalati vengono mangiati, pertanto da qualche tempo fa l'accompagnatore turistico, ma aspetterà di avere ricevuto la mancia per precisare che il proprietario dell'agenzia, del quale mi sono lamentato perché dopo aver preso un lauto compenso anticipato per il mio soggiorno è improvvisamente diventato avaro nel scegliere gli alberghi, è suo padre.

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