Il Tet a Ha Noi: ha inizio l'Anno del Cane!

in viaggio con leander in Viet Nam

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Il Tet a Ha Noi: ha inizio l'Anno del Cane!

"Io in questo Paese ci torno". Così pensavo, nel pomeriggio del 4 febbraio 2003, mentre l'aereo si sollevava dal suolo di Saigon (o Hồ Chí Minh City, se vogliamo essere più "ufficiali").
E' pur vero che non bisogna prendermi troppo sul serio quando manifesto questi slanci: il proposito è sempre quello ogni volta che ha termine un viaggio che mi è particolarmente piaciuto, poi di rado realizzo il progetto del ritorno, attratto come sono da sempre nuove mete in giro per il mondo.
Ma per il Việt Nam sarebbe stato diverso: per tre anni il filo non si sarebbe mai interrotto, prima con la conoscenza di Grazia, anch'essa entusiasta di quel Paese, poi di una coppia genovese che l'anno scorso mi contattò per consigli sul viaggio (portandomi anche al ritorno del caffè), infine con l'arrivo sul forum di Giorgia e Silvia, anch'esse a condividere le sensazioni di cui quella terra è generosa. Per non parlare di Bea, vero e proprio "faro" di riferimento per quanto riguarda il Sud-est Asiatico.
La faccio breve: proprio sugli entusiasmi delle amiche nasce in me, Grazia e Linda la "voglia di Laos", quindi quale migliore occasione per allargare l'itinerario con una puntata di qualche giorno nel confinante Việt Nam, perlomeno ad Hà Nôi, visto che saremo giusto nel periodo del Tet?
E poi abbiamo anche un riferimento sicuro, quello di Van, guida parlante italiano ma soprattutto amico conosciuto da Grazia e Linda nel loro viaggio del 2002 e rimasto con esse in continuo contatto e-mail. Scambio di messaggi sulla rotta virtuale Siena - Hà Nôi, entusiasmo reciproco per il progetto che prende corpo, messa a punto dell'operativo di volo, accurata scelta dell'albergo da parte di Van (fatidica la sua battuta: "siete dei V.I.P., mica posso mandarvi in un hotel qualunque!") e… non resta che contare i giorni che mancano al 24 gennaio!

IL CAPODANNO CINESE
Esordisco con una breve premessa: mi soffermai a lungo sui vari aspetti della realtà vietnamita nel resoconto in quattro parti del gennaio-febbraio 2003, quindi non mi ripeterò ed è alla lettura di quello che rimando quanti cerchino approfondimenti su quel Paese del Sud-Est Asiatico.
Il caso volle che già nel precedente viaggio in Việt Nam compiuto con gli amici Walter e Mario ci trovassimo a vivere le giornate del Tet (il 1° febbraio 2003 iniziava l'Anno della Capra), cercando di capire qualcosa dei rituali che caratterizzano la ricorrenza più importante dell'anno. Trovarci però in compagnia di un amico vietnamita proprio nei giorni focali della festa costituirà un impareggiabile valore aggiunto per la comprensione delle molteplici sfumature dell'evento.
Una breve connotazione della Festa del Tet. Essendo legato alle fasi lunari, il Capodanno Cinese cade ogni anno in date diverse, a cavallo tra il 19 gennaio e il 20 febbraio. A cadenza di 12, ogni anno è definito da un animale, in successione: Topo, Bufalo, Tigre, Coniglio, Drago, Serpente, Cavallo, Capra, Scimmia, Gallo, Cane, Maiale. Questi segni si combinano di volta in volta con i cinque elementi che sono Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo: di conseguenza un ciclo completo dura 12x5 = 60 anni. Personalmente, essendo io nato nel 1946 sotto la combinazione Cane-Fuoco, il 2006 è il primo anno di un nuovo ciclo: ottimo auspicio per me e per gli amici vietnamiti che mi hanno avuto ospite!
Vissuto come momento di passaggio e rinnovamento, il Tet si svolge in una successione di riti, cerimonie, auspici, scaramanzie per propiziare un futuro prospero, che vede la partecipazione di tutta la popolazione; non è però un evento mondano né chiassoso (a parte la notte del passaggio tra vecchio e nuovo anno) ma essenzialmente una festa delle famiglie che cercano in ogni modo di ricongiungersi, per lo più in casa del più anziano. A tal fine i componenti che vivono lontano compiono viaggi spesso lunghi e costosi, tanto che in quei giorni in tutto il Paese riesce difficile trovare posto su aerei, treni e autocorriere. Ci si riconcilia da eventuali discordie, si fanno progetti per il nuovo anno, si saldano i debiti, si riordinano le case, si portano omaggi alle divinità e agli antenati in templi e pagode; un grande ruolo ha anche il culto dei defunti, i cui spiriti sono idealmente presenti nel nucleo familiare e venerati con gli immancabili altarini.
Per il forestiero le manifestazioni più evidenti sono i grandi mercati di piante nei quali si acquistano gli alberelli di mandarino nano, l'equivalente del nostro albero di Natale. Oltre che simbolo principale della festa, riveste un ruolo di rilievo nella tematica del rispetto e dei ruoli sociali, molto sentita nel Sud-Est Asiatico: avere quella pianta in casa conta molto per la reputazione della famiglia, per cui tutti se la accaparrano anche a costo di indebitarsi.
Un'altra presenza in cui ci imbatteremo per giorni è quella dei rami di pesco fioriti per abbellire le abitazioni: è tutto un brulicare, dal ramoscello portato dai bambini a casa o a scuola, al cespuglio trasportato sulla bicicletta, fino alle enormi fronde fissate alle moto (magari già cariche di tre o quattro persone) che occupano in certi casi buona parte della sede stradale.
Un'ulteriore curiosità: secondo una delle tante cabale, porta fortuna nei primi minuti del nuovo anno staccare un ramo da una pianta. Visto che l'effetto era di una vera e propria spoliazione degli alberi nei viali cittadini, da qualche anno un'ordinanza comunale ha posto un rigido divieto: è nato così un commercio di rami di palma, che tutti si affollano a comprare in prossimità della mezzanotte.
L'argomento non è certamente esaurito qui, ma preferisco rinviare le tante altre informazioni (in certi casi vissute direttamente) sulle peculiarità del Tet nel diario di viaggio che segue.La più importante festa vietnamita vissuta "da dentro"DIARIO DI VIAGGIO

25 gennaio 2006
Tocchiamo il suolo di Hà Nôi nel primo pomeriggio e subito notiamo qualche cambiamento, rispetto a tre anni fa, nell'aeroporto di Noi Bai: le burocrazie di ingresso si sono snellite, i doganieri si sono un po' "sciolti" dal loro rigore formale, in una nuova ala dell'edificio è stato amplato il duty-free.
Van è ad attenderci con la gioia che gli sprizza da ogni poro, carichiamo i bagagli sul furgone e dirigiamo verso il centro. Riconosciamo subito la "nostra" Hà Nôi: traffico spaventoso ma pittoresco lungo la circonvallazione, clacsonare ininterrotto, incredibile densità di persone e mezzi di locomozione quanto più ci avviciniamo al cuore della città. Non a caso, il primo SMS che mando agli amici italiani è: "Hà Nôi è sempre il solito, inverosimile, affascinante casino!".
Raggiunto il Galaxy Hotel, ci prendiamo un po' di riposo dopo avere congedato Van, con il quale ci ritroveremo per cena.
Ma la voglia di "riscoprire" la capitale è troppo forte e in breve, in barba alle sette ore di jet-lag, eccoci in strada. Come già scrissi nel resoconto del viaggio precedente, si è subito colpiti dalla grande massa di persone e cose che riempie le vie: la sede stradale è una concentrazione difficilmente descrivibile di auto strombazzanti, cyclo ma soprattutto motorette, biciclette, carretti stracarichi, uomini e donne con la tipica stanga di bambù sulle spalle a sostegno delle mercanzie più svariate. Necessariamente vi si devono muovere anche i pedoni, essendo il marciapiedi occupato sulla parte esterna da moto e bici posteggiate, mentre quella interna è lo spazio della vita quotidiana: in questo ideale prolungamento delle abitazioni si svolgono tutte le attività, familiari, sociali, commerciali, ludiche.
Sono le cosiddette “case a tubo” o “a galleria” tutte affiancate, strette sul frontale (un tempo un decreto le tassava in relazione alla larghezza) e sviluppate in profondità: il vano più interno, che spesso è però un tutt’uno con il magazzino/bottega che dà sulla strada, ospita il letto e pochi mobili, visto che si vive in prevalenza all’aperto. In sostanza, il passante può vedere l'intera casa. Quando la sera l'esercizio viene chiuso, diventa anche anche garage per le moto che vi vengono ricoverate.
Tra le varie botteghe si aprono gli ingressi che immettono alle abitazioni dei piani superiori, angusti varchi su labirinti di corridoi bui, piccoli cortili, diramazioni, nei quali non è facile capire se ci si trovi ancora in spazi comuni o già nella privacy di una casa. Per fortuna i vietnamiti non si formalizzano troppo in caso di involontarie intrusioni, purché da parte dell'ospite forestiero sia tenuto un comportamento educato e rispettoso.
Immancabile anche una puntata al lago Hoan Kiem, meta tra le più gradite dai locali e dai turisti, sempre prodigo di begli scorci lungo il suo perimetro, in particolare con il ponte rosso (familiarmente definito "il gamberone") che porta all'isolotto del grazioso Tempio della Montagna di Giada.
Puntuale, Van arriva a prelevarci alle 19,30. Il ristorante in cui ceneremo è a breve distanza e lo raggiungiamo a piedi in una decina di minuti. Nessuno sfarzo, nessuna insegna, nessun nome, nessunissimo turista e, come per altri in città tra cui quello di domani sera, è un locale in cui si serve una sola specialità, in questo caso il phở (= zuppa, pronuncia fur, da non confondere con phố, via). In una convivialità che ricorda la bagna cauda o la fondue bourguignonne, al centro viene posto un fornello con una larga pentola in cui l'acqua sobbolle con verdure varie e nella quale ciascun commensale immerge ingredienti che vengono portati in continuazione: noodles, germogli di soia, broccoletti, pomodorini, ciuffi di coriandolo e soprattutto pezzetti di pesce gatto, gustoso anche se pieno di spine. I bocconi di volta in volta prelevati dal phở con le bacchette possono essere insaporiti immergendoli nel nuoc mắm, la salsa di pesce fermentato immancabile su ogni tavola vietnamita.
Più tardi ci raggiungono anche Anh e Xuan, due amiche di Van che se la cavano con l'italiano, frequentando i corsi tenuti dalla nostra Ambasciata ed avendo soggiornato tre mesi a Siena, dove conobbero Grazia. Una prima serata ad Hà Nôi che si prolunga piacevolmente fino quasi a mezzanotte e che ha come esito un sonno di ceppo.

26 gennaio 2006
Fatta solo parzialmente pace con il jet-lag e dopo un'opulenta colazione al buffet del Galaxy, diamo inizio con la preziosa guida di Van alla "full immersion" nel fantasmagorico mondo del Tet!
Uno dei fulcri dell'animazione è in questi giorni il mercato dei fiori, che è non solo un vasto capannone, ma anche gli slarghi all'intorno e le strade che vi affluiscono. Tra queste, la principale è la direttrice della Trần Nhât Duât e Trần Quang Khái, un tratto di una lunga circonvallazione a est del centro storico che corre parallela al bacino del Fiume Rosso (Sông Hông): questo è tanto placido nelle stagioni di calma (come l'attuale) quanto può essere devastante in quelle di piena, tant'è vero che la strada è affiancata da un terrapieno a sezione trapezoidale rialzato di un paio di metri che ha funzione di diga. Sia su questa che sui bordi della strada in entrambi i sensi di marcia si svolge per oltre un chilometro il commercio di mandarini nani, rami di pesco, composizioni floreali, piante ornamentali, ma anche vasi in ceramica di ogni dimensione, forma, decorazione, nel fermento delle trattative e in un brulicare di bici, motorette stracariche che si incastrano da ogni lato, pedoni, automobili, camioncini, corriere, il tutto a comporre un coloratissimo scenario assolutamente da vivere dall'interno!
Dopo avere pranzato con squisiti noodles in un caratteristico ristorantino con gli interni completamente in legno a lato della circonvallazione nel quale ben pochi turisti devono avere messo piede, intorno alle 15 rientriamo per una rinfrescata in albergo dopo avere congedato momentaneamente Van.
Dedichiamo qualche ora a "perderci" nel Quartiere Vecchio con i suoi variegati commerci, tentazioni inesauribili per ogni tipo di shopping. Nell'ambito del cosiddetto "itinerario delle 36 strade", le vie conservano ancora oggi l'originario nome riferito al tipo di merci vendute: nelle denominazioni è infatti sempre presente il termine “hang” = merce. Ci si imbatte quindi in sfilate di botteghe di fiori, sartorie, ferramenta, manifatture varie, erbe e spezie, abbigliamento, calzature, artigianato in legno o paglia, vasi in ceramica, utensili da cucina, decorazioni in carta colorata, copricapi, strumenti musicali, bare e lapidi funerarie, articoli in cuoio, legno, porcellana, incredibili caraffe di acquavite contenenti gechi, serpenti e ogni varietà di rettili. Il tutto si alterna in un coinvolgente caos a tutto quanto di commestibile esista: carni varie, ortaggi e frutta, legumi freschi e secchi, uova in grande varietà, pesce fresco ed essiccato, pollame vivo stipato all’inverosimile in ceste di vimini, carretti traballanti in cui vengono allestiti spuntini.
Per la cena, anche per questa sera Van ha individuato un ristorantino quanto mai "ruspante". Il Chả Cá Lã Vọng, talmente noto da avere anche dato il nome alla via, è il più antico della città, aperto nel 1871 e gestito da cinque generazioni della famiglia Đoàn che creò la specialità, il Chả Cá appunto, che vi è cucinata. Anche qui non c'è menu, ci si siede a tavoli ravvicinatissimi e vengono serviti i vari ingredienti della portata; l'allestimento è simile a quello di ieri sera, con le differenze che il fornello sulla tavola è alimentato a carbonella, la pentola contiene olio in ebollizione aromatizzato con curry e coriandolo e i bocconcini sono di un pesce tipico del Fiume Rosso, saporito e senza spine. In più è messo in tavola, oltre al già noto nuoc mắm, il mắm tôm, una salsina di gamberi fermentati da amalgamare con succo di limone.
Ottima atmosfera di convivialità, in mezzo a una clientela del tutto locale.

27 gennaio 2006
Buona parte della giornata è dedicata a una gita fuori porta. L'itinerario non è tra i più turistici, ma è meritevole in quanto permette la scoperta di un aspetto meno noto di Hà Nôi, quello della vita lungo il Fiume Rosso.
Da un molo (parola grossa…) nei pressi del mercato dei fiori visitato ieri, ci imbarchiamo su un battello di cui io, Grazia, Linda e Van saremo gli unici occupanti (il Tet è "bassa stagione" anche per queste escursioni) insieme con il capitano, suo figlio che ci farà da guida e due membri di equipaggio.
La prima parte ci riserva la vista, tra una nebbiolina sottile, del "dark side" di Hà Nôi, cioè il retro delle case fatiscenti che prospettano sul fiume. Lasciata la città, navighiamo lentamente in un silenzioso mondo di acque, con i barconi, le case galleggianti, i traghetti, i pescatori, la gente intenta nelle occupazioni quotidiane. Passiamo anche sotto due ponti, uno dei quali percorremmo tre anni fa per recarci alla baia di Ha Long, e nei pressi di un enorme cantiere di un terzo ponte: dell'opera, che una volta ultimata sarà la più lunga dell'intero sud-est asiatico, gli abitanti sono particolarmente orgogliosi in quanto sarà il primo ponte completamente vietnamita, progetto, capitali, maestranze, mano d'opera, senza alcun tipo di apporti stranieri.
I luoghi di visita sono tre: due templi e un villaggio in cui si producono ceramiche.
La prima sosta, 17 km. dalla capitale, è al tempio di Dền Dầm. Sbarcati dal battello, un sentierino tra i campi che costeggia anche un cimitero fatto di minuscole pagode porta all'interessante complesso. Una prima sosta è d'obbligo per contemplare il laghetto in cui sorge la piccola pagoda di Lấu Cô, collegata alla terraferma da un pittoresco ponticello: uno scenario idilliaco, un autentico manifesto dell'Oriente.
Il tempio propriamente detto è dedicato, come spesso accade, oltre che al Buddha anche a personaggi eminenti e a divinità della natura; in questo caso è un gigantesco serpente acquatico che, secondo la leggenda, salvò la popolazione da una piena facendo da ponte tra le due rive del fiume. Di grande pregio è all'interno il Buddha dorato dalle mille mani. Nel senso di serenità trasmesso da questo luogo si integrano a meraviglia due sorridenti vecchietti all'interno del tempio che ci invitano a dividere il tè con loro, in un quadro davvero al di fuori del tempo.
L'altro tempio al quale facciamo sosta, 25 km. da Hà Nôi, è il Chủ Dồng Tủ, uno dei più antichi del Việt Nam: sbarcati dal battello, un'ampia scalinata porta a un viale alberato che, dopo un arco istoriato, porta all'edificio principale. Questo è preceduto da un portico sulle cui pareti si trovano raffigurazioni di gusto popolare che descrivono la leggenda per la quale questo è anche conosciuto come Tempio dell'Amore: la storia è quella di un giovane contadino che faceva il bagno nel fiume e si nascose in un canneto all'arrivo di una barca sfarzosa; su di essa c'era una principessa che se ne innamorò, poi il matrimonio, lui che parte per un viaggio, la separazione, altre donne… insomma le storie sono uguali in tutto il mondo!
La parte più pregiata dell'interno è l'altare, in legno massiccio finemente intarsiato.
Tornati a bordo, si è giusto fatta l'ora di pranzo, per il quale ci troviamo riuniti in allegra brigata a festeggiare un anticipo di Tet con il capitano e l'equipaggio: i brindisi a base di nep moi (vodka di riso) si sprecano, potevate dubitarne?
L'ultima tappa, sulla via del ritorno dalla crociera, è Bat Trang, un villaggio nel quale da qualche decennio è stata recuperata una tradizione della ceramica vecchia di 700 anni che però per un paio di secoli era caduta il disgrazia per il monopolio cinese.
Oggi le manifatture sono concentrate in un'area commerciale, parzialmente coperta, ma non meno interessante è l'intrico di vicoletti attraverso la quale vi si giunge. La nota dominante è costituita dai muri esterni completamente tappezzati di "pani" neri, impastati di polvere di carbone, segatura e acqua, posti a essiccare per essere poi usati quale combustibile per le fornaci: ne risulta una curiosa e originalissima decorazione delle case.
Per la cena, terza sera ad Hà Nôi e terzo ristorante diverso. La scelta di Van è caduta sul Tara Cafè & Restaurant sulla Ngô Quyền a pochi minuti dal lago Hoan Kiem, che offre a buffet un'ampia scelta di piatti vietnamiti con qualche concessione alla cucina occidentale. Il locale ha una nota di una certa eleganza grazie agli arredi di legno massiccio e anche questa sera la cena non ci delude!

28 gennaio 2006
Eccoci all'ultimo giorno dell'anno, che è caratterizzato da un mutamento piuttosto repentino tra la mattinata e il pomeriggio.
Nella prima parte della giornata l'animazione in città sembra raggiungere il suo massimo, con la gente che si affretta per gli ultimi acquisti, facendo peraltro i conti con il fatto che, un po' per volta, gli esercizi commerciali cominciano a chiudere. Gli ultimi a rimanere attivi sono i mercatini di piante e di vasi: proprio sulle due vie di fianco al nostro albergo ce ne sono due tra i più vivaci, ed è la zona nella quale mi trovo a gravitare in prevalenza, gustando quadretti di vita quotidiana e scattando foto in attesa di Van che alle 14,30 verrà a prelevarci per portarci a casa sua.
Le strade cittadine, ce ne rendiamo conto durante il trasferimento in taxi, si vanno in effetti spopolando e la ragione è semplice: tutti si stanno radunando nelle case perché alle 17 in punto si darà inizio alla cena di fine anno che si prolungherà per ore (per il resto dell'anno in famiglia ci si mette a tavola intorno alle 18).
La casa di Van è un edificio della classica edilizia di stampo sovietico, con i vari appartamenti che prospettano su lunghi balconi, un po' come le nostre "case di ringhiera". Nonostante la comprensibile naturale timidezza iniziale e le difficoltà di comunicazione, con Van che deve continuamente sdoppiarsi nel ruolo di interprete, la serata si fa ben presto piacevolissima: tutti i componenti della famiglia fanno a gara per metterci a nostro agio, e da parte nostra non ci facciamo certo pregare. Non dimentichiamo che il Tet è soprattutto una festa delle famiglie e, se per loro è un piacere avere ospiti stranieri, è per noi un vero onore essere accolti alla stregua di amici in un contesto così esclusivo qual è il momento più importante dell'anno.
La cena, che procede a ritmi lenti servendosi ora da una ora dalle altre portate che tutte insieme vengono messe in tavola, comprende noodles con verdure, riso, spezzatino di pollo bollito, involtini primavera e due portate tradizionali, irrinunciabili quanto lo è per noi il panettone a Natale, che meritano una descrizione.
Una è il Bánh Chung, che si presenta come una "piastrella" quadrata presente in ogni bottega e bancarella del Quartiere Vecchio: si tratta di un impasto a tre strati concentrici di riso, soia, carne di maiale tritata e spezie avvolto in foglie di banano, che è messo a bollire a fuoco bassissimo per ventiquattr'ore. Viene preparato, di solito nelle case che dispongono di una grossa pentola, in una grande quantità di esemplari per rifornire la famiglia e la cerchia dei parenti. Ne risulta un composto molto compatto, dal quale ci si serve a pezzi dopo averlo sfasciato dalle foglie.
L'altro piatto tipico è il Xôi Gấc, in pratica un dessert che si presenta come un tortino rosso, fatto con riso bollito amalgamato con spremuta di frutta. Entrambi sono visibili in una delle foto che corredano l'articolo.
Il tutto, innaffiato con birra, vino e bicchierini di nep moi trangugiati in un solo sorso, ciascuno accompagnato da brindisi beneauguranti: a noi, a loro, al nuovo anno, all'Italia, al Việt Nam… ogni pretesto è buono!
Una figura che non dimenticherò mai è il papà di Van, che sarà il vero mattatore della serata, in un susseguirsi di battute, aneddoti sulle consuetudini vietnamite, racconti della propria vita: quasi ottantenne, combattente nella storica battaglia di Điên Biên Phu del 1954 di cui testimonia un attestato in bella vista nell'ingresso di casa e poi per oltre vent'anni giornalista corrispondente di guerra, si accalora talmente da derogare dalle consuete abitudini. Come ci confida uno stupito Van, ha da anni l'abitudine di coricarsi alle 19 ed alzarsi il mattino alle 4 per la lunga quotidiana passeggiata fino al lago Hoan Kiem: il fatto quindi di essere ancora in piedi quando alle 21,30 ci congediamo è un fatto straordinario, segno che anche per lui questa giornata sarà annoverata tra i bei ricordi almeno quanto da parte nostra.
Lasciamo la casa di Van per recarci in quella di Anh, dove siamo attesi per un altro brindisi. Un'altra visita molto cordiale, con la conoscenza della sua bimba di pochi mesi, del marito e dei di lui genitori, con i quali abbiamo una piacevole conversazione in francese (molti anziani lo ricordano discretamente); ci viene anche mostrata la loro pagoda privata, edificata sulla terrazza dell'edificio, un privilegio per pochi e un'ulteriore testimonianza dell'ospitalità di questa gente.
Ma si avvicina ormai la mezzanotte. Van è riuscito (non si sa come…) ad accaparrarsi i biglietti per accedere alla terrazza panoramica di un bar prospiciente il lago Hoan Kiem e possiamo gustare al meglio lo spettacolo dei fuochi d'artificio e dell'animazione popolare in uno dei principali luoghi di aggegazione della città. Davvero un inizio d'anno indimenticabile. Del 2006 ricorderò certo questo Capodanno, non quello del 1° gennaio!
Giriamo ancora un paio d'ore per le vie di Hà Nôi, occasione per assistere agli infiniti rituali del momento di passaggio. Il più diffuso è quello dei piccoli falò sui marciapiedi, nei quali si bruciano incensini, decorazioni di carta colorata, banconote false appositamente stampate per l'occasione. Ma anche gli altarini improvvisati sulla via, con offerte di ogni tipo, dalla frutta ai biscotti, dalla lattina di Cocacola alla fetta di Bánh Chung, dalla ciotola di Xôi Gấc alle caramelle al pollo bollito. In più, le innumerevoli raffigurazioni di cani nei più svariati colori, materiali e dimensioni.

29 gennaio 2006
Primo giorno dell'Anno del Cane!
Oggi rendiamo libero Van, per una giornata che comprensibilmente è giusto viva insieme con la famiglia e con gli amici. Per noi sarà una giornata senza particolari programmi di visite, ma non per questo meno significativa: anzi, molto istruttiva per meglio approfondire lo spirito del Tet.
Dopo i festeggiamenti della notte di passaggio, in questa mattinata Hà Nôi è irriconoscibile in un'inconsueta dimensione di pacatezza: poca gente per strada, traffico scarsissimo (si può attraversare senza guardarsi intorno!), silenzio irreale. Botteghe e locali sono chiusi, i pochi aperti lo sono solo come luogo di raduno tra familiari e amici (ricordate che ogni esercizio commerciale è anche una casa) e non per la clientela, tanto è vero che domani riusciremo a fare gli ultimi acquisti solo grazie alla mediazione di Van.
La gente si concentra invece nei luoghi di aggregazione, i cui principali sono le rive del lago Hoan Kiem (in particolare il ponte rosso e il Tempio della Montagna di Giada sul prospiciente isolotto) e la piazza alberata su cui sorge l'enorme statua in bronzo dell'imperatore fondatore della città Lý Tháy Tổ.
Come già detto, non è una festa eclatante, prevale piuttosto il piacere di radunarsi all’aperto con le famiglie o con gli amici per passeggiare con l'abito più elegante, bere qualcosa, fare spuntini, conversare, fotografarsi a vicenda e soprattutto recarsi ai templi per rendere omaggio alle divinità e ai defunti. Tutte azioni che rientrano nelle liturgie del Tet, poiché si crede che quanto di positivo o di negativo si realizzi tra ieri e oggi influirà nel bene o nel male sull’anno che sta cominciando.
Trascorro qualche ora sul lago, in un susseguirsi di scenette, tra improbabili raffigurazioni di cani che rasentano il kitsch per quanto pittoresche e simpatiche, allestite dai fotografi di piazza - figure da noi ormai scomparse - che fanno affari d'oro nel ritrarre su quegli sfondi bambini, famigliole, coppie di innamorati, gruppi di amici.
Continuo la giornata in totale relax girando il Quartiere Vecchio per scovare le pagode e i templi più appartati, oggi affollati come non mai di fedeli che portano le offerte, cercando di compenetrarmi nell'evento in maniera il più possibile discreta. Particolarmente bello è il Tempio di Bạch Mã, che regala profonde suggestioni sia per l'aspetto artistico di prim'ordine che per le scene di devozione.
Su questi ritmi tranquilli arriva l'ora di cena, per la quale - vista la difficoltà di reperire locali aperti - stasera ci orientiamo sul Roadside Cafe, il ristorante del nostro hotel, che propone una buona varietà di piatti vietnamiti, cinesi e occidentali.

30 gennaio 2006
Ultima giornata ad Hà Nôi e in Việt Nam, nella quale, "recuperato" Van, effettuiamo le ultime visite, peraltro dedicate a luoghi significativi nelle celebrazioni per il nuovo anno.
La mattinata si svolge sulle rive del vasto Hồ Tây (lago dell'ovest), con piacevoli soste in due dei luoghi di culto più amati dai vietnamiti.
Il primo è il Tempio di Quan Thánh, edificato sotto la dinastia Lý nel 1010 e dedicato al Genio Protettore del Nord, Trân Vu, la cui imponente statua in bronzo (la più grande del Paese, fusa nel 1677), alta 3,96 metri e pesante 4 tonnellate, troneggia sull'altare principale sopra un serpente e una tartaruga che sono i suoi emblemi. Secondo la leggenda, Trân Vu liberò il lago da una mostruosa volpe a nove code. Il tempio è ricchissimo di splendidi oggetti di culto e nel giardino ombreggiato da enormi baniani spiccano magnifiche statue di elefanti accosciati.
Una bella passeggiata sul lungolago, brulicante di gente e degli immancabili sfondi variopinti davanti ai quali grandi e piccini fanno a gara per fotografarsi, porta alla Pagoda di Trấn Quốc, la più antica di Hà Nôi e simbolo primario del Buddhismo vietnamita. Costruita in origine nel 545 come parte della fortezza di Dai La, fu trasferita nel 1600 alla sua attuale ubicazione, l'Isola del Pesce d'Oro, prendendo il nome attuale che significa "Difesa della Patria". Già il colpo d'occhio dall'imbocco del ponte che unisce l'isolotto alla terraferma è assai scenografico: il complesso ha un elevato valore artistico e vale la pena soffermarsi senza fretta tra i diversi edifici disseminati nel cortile interno, i vari stupa con le numerose nicchie che ospitano statue bianche del Buddha, le 14 steli con sopra incisa la storia della pagoda, i preziosi altari delle diverse epoche, i rigogliosi bonsai, il vasto pantheon nel quale spicca la stupenda statua in lacca e oro del Buddha Sakyamouni.
L'ultima visita è al Tempio della Letteratura, già visitato accuratamente tre anni fa. Costruito nel 1070 durante la dominazione cinese come centro di cultura, diventò ben presto la prima università vietnamita, rivolta all’istruzione dei figli dei mandarini. Ma, a parte i grandi valori architettonici del vastissimo complesso, rimane uno dei luoghi più piacevoli di Hà Nôi in cui trascorrere qualche ora, con in più l'animazione tipica di questi giorni di festa. Un rituale obbligato, al quale ben volentieri ci associamo, è quello dell'acquisto dei fogli di carta di riso colorata in rosso o arancione sui quali è dipinto un ideogramma augurale, a scelta simboleggiante la ricchezza, la salute, l'amore, ecc.; è l'unica occasione in cui viene ancora usato l'antico alfabeto ideografico, visto che la lingua vietnamita moderna è basato sui caratteri latini, se pur arricchiti da accenti e spiriti che in certi casi li rendono da noi difficilmente pronunciabili.
Per il pranzo, non sono molti i ristoranti aperti e finiamo con un "déja vu" del precedente viaggio: il Little Hà Nôi nel cuore del centro storico, i cui fried noodles con verdure e frutti di mare si confermano tali e quali a tre anni fa, cioè squisiti!
Rimane giusto il pomeriggio da dedicare allo shopping finale, per il quale, come accennato, ci è preziosa la mediazione di Van. Quasi tutti i negozi sono aperti, ma solo "in apparenza": i locali ospitano infatti tavolate di parenti e amici e solo per il fatto di essere in compagnia di un vietnamita si rendono per qualche minuto disponibili alla vendita. Un po' di caffè, il ginseng coreano commissionatomi da un'amica, alcuni "silk sleeping bags", qualche souvenir e in breve arriva l'ora di cena - l'ultima - per la quale Van ci porta nell'ennesimo ristorantino "no global" del Quartiere Vecchio. Verso termine pranzo ci raggiungono nuovamente Anh e il marito, che evidentemente ci tengono a salutarci prima della partenza. Un altro attestato di amicizia gradito anche da noi e che chiude degnamente il nostro soggiorno ad Hà Nôi.
Domattina sveglia antelucana per il volo su Vientiane e poi Luang Prabang: poche ore e sarà già Laos. Ci vediamo là!Abbiamo alloggiato per sei notti al Galaxy Hotel (vedi link), ottimo per la posizione strategica al limite nord del Quartiere Vecchio al quale si accede proprio dall'angolo dell'edificio, per il conforto delle stanze e dei locali comuni, per l'abbondante colazione a buffet e l'elegante bar. Due grosse camere ci sono costate 45 $ ciascuna.Abbiamo volato con operativo Malaysia Airlines Roma - Kuala Lumpur - Hà Nôi per l'andata e Vientiane - Bangkok - Kuala Lumpur - Roma per il ritorno (come accennato, al soggiorno nella capitale vietnamita è seguito un viaggio di due settimane in Laos, vedi relativo resoconto). Costo, 913 euro ai quali personalmente ho dovuto aggiungere quello del collegamento tra Genova e Roma.
I movimenti in Hà Nôi sono avvenuti in prevalenza a piedi, avendo gravitato per lo più nel reticolato di stradine del Quartiere Vecchio. Per spostamenti più lunghi, sono diffusissimi i cyclo e i taxi, per noi decisamente a buon mercato.

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