Los Roques: un paradiso ancora intatto

in viaggio con maxtiri in Venezuela

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Los Roques: un paradiso ancora intatto

Los Roques un paradiso ancora intatto, ma per quanto ancora? Io penso per molto. Il Governo venezuelano ebbe nel 1972 la splendida idea di rendere Parco Nazionale questo splendido arcipelago corallino al largo del continente. E se, com’è stato finora, verrà perseguita questa politica protettiva, non vedo perché le cose dovrebbero cambiare, almeno nel medio periodo. Perché Los Roques è mare verde, è sabbia bianca, è pellicani, è martin pescatori, è sole a picco, è fondali stupendi, come potrebbe un governante qualsiasi assumersi la responsabilità di rovinare tutto questo costruendo selvaggiamente e squilibrando tutto questo ecosistema? Forse sarò troppo romantico ma non posso credere che ciò possa avvenire.
Fatta questa dovuta premessa inizio a raccontare quanto successo dall’8 al 23 agosto del 2004 a circa 8.500 km di distanza da Firenze.
I protagonisti sono sempre i soliti: Alessandro, Catia, Francesca ed io Massimo.
Dopo le vicissitudini di Cuba dello scorso anno non abbiamo avuto dubbi nel tornare in quella che io ritengo l’area geografica più bella del mondo: i Caraibi.
Dell’organizzazione del viaggio si è occupata come al solito Francesca. A differenza dello scorso anno in cui prenotammo solamente l’hotel all’Avana per due notti dopodiché “vivemmo alla giornata”, quest’anno non ce la siamo sentita di andare alla cieca in un’isola con il rischio di avere brutte sorprese di sovraffollamento, quindi abbiamo fatto tutto tramite agenzia, volo Firenze - Milano, Milano - Caracas, una notte a Caracas, volo Caracas - Gran Roque e pensione completa a Gran Roque appunto, in seguito mi addentrerò in alcuni consigli utili.La vacanza tropicale che ognuno ha sognato!Arriviamo in orario nel pomeriggio di domenica 8 agosto all’aeroporto Simon Bolivar di Caracas; in realtà l’aeroporto è a circa 25 km dalla capitale, in una zona costiera chiamata La Guaira, che tra l’altro nel 1999 subì una grave inondazione che provocò vittime e gravi danni. La zona è molto povera e degradata.
Con un taxi ci facciamo subito portare all’hotel dove pernotteremo per poi ripartire subito domattina.
Con una punta di sarcasmo mescolata ad un po’ di sadismo tra le prime cose che il tassista ci dice è: “Lo sapete quanto costa in Venezuela un litro di benzina? Ecco, con 1 € se ne acquistano dai 15 ai 20 litri!” come dire 5 o 6 eurocent al litro, cosa vuol dire essere il 7° produttore al mondo di petrolio!
Sapremo poi che è più cara l’acqua da bere che la benzina.
L’hotel si chiama Puerto Viejo, è della catena Best Western, è un buon hotel che si affaccia sul mare, più che sufficiente per dormirci una notte; prima di andare a letto ci gustiamo la prima serata venezuelana sdraiati su dei lettini a bordo piscina, sorseggiando il primo rum della vacanza, pervasi da una notevole umidità ma felici che l’avventura è appena agli inizi.
La mattina dopo ci dividiamo: Alessandro e Francesca se ne vanno tre giorni a Canaima mentre Catia ed io ce ne andiamo direttamente a Gran Roque.
Il volo per l’isola dura circa 45 minuti, ci è toccato un bimotore da 18 posti e la traversata è stata piacevole, il tempo era buono e mano a mano che ci avvicinavamo all’arcipelago il colpo d’occhio che danno queste piccole isole attorniate dalla barriera corallina, viste dall’alto è davvero bellissimo.
Los Roques è un arcipelago a circa 160 km dalla costa settentrionale venezuelana, inserito nelle piccole Antille, del diametro di una quarantina di chilometri e delineato da una barriera corallina. Le moltissime isole che lo compongono sono simili tra loro, con spiagge bianchissime, una parte centrale più o meno verdeggiante ed un mare che dal verde chiaro va fino all’azzurro. L’unica isola permanentemente abitata è Gran Roque, sede di tutte le posade e di un piccolo villaggio di un migliaio di abitanti, tutte le altre isole sono disabitate, tranne alcune (ma veramente poche) in cui risiedono dei pescatori.
La pista d’atterraggio è una striscia di asfalto sconnesso che parte direttamente dal mare, all’arrivo colpisce la torre di controllo, che altro non è che una cabina poggiata su un trespolo montato sul ripiano di un vecchio autocarro.
Appena atterrati ci viene fatta pagare la tassa d’entrata all’arcipelago, 25.000 bolivares a testa, circa 9 € al cambio favorevole di questo periodo, e subito ci rendiamo conto del posto in cui siamo: a parte la pista di atterraggio non esiste asfalto, le stradine sono tutte di sabbia o terra battuta.
L’unico mezzo a motore che vedremo in tutta la vacanza è quello per la raccolta dei rifiuti. Incredibile! Almeno i nostri polmoni staranno esultando!
Ci viene incontro uno dei tre proprietari della posada: Fabio che, insieme a suo fratello (che risiede stabilmente a Caracas) e Alda (che arriverà tra due giorni) è colui che appunto gestisce la piccola posada, e ci accompagna subito. La posada si chiama Rosaleda (posadarosaleda@cantv.net) ed è molto carina: al piano terra la “hall” con poltrone, un divano, una coloratissima amaca e l’angolo cucina, al piano superiore le 4 stanze per gli ospiti. Le camere sono semplici (non c’è l’aria condizionata ma le pale al soffitto) ma pulite, come del resto tutta la posada anche grazie all’opera delle due collaboratrici, Milagro e Diana. Ci siamo trovati bene e la posso consigliare senza problemi, anzi per quanto riguarda la cucina siamo stati fortunatissimi in confronto a quello che abbiamo percepito in seguito da altri turisti, alloggiati magari in posade ben più lussuose ma che alla fin fine hanno mangiato barracuda in tutte le salse per l’intero soggiorno.
Il primo consiglio che Fabio ci dà è quello di acquistare una crema solare ultraprotettiva, almeno 45, è un consiglio che giro assolutamente a tutti coloro che intendono andare a Los Roques. La scarsità di vegetazione (e quindi di ombra), il sole che, vista la latitudine, batte perpendicolare per almeno 4 ore, e la sabbia bianchissima ma riflettente sono tutti fattori che obbligano a proteggersi dai raggi e poi non vi preoccupate, ci si abbronza anche sotto l’ombrellone.
Appena messe a posto le nostre cose non potevamo resistere al richiamo del mare e quindi ci siamo fatti portare in un’isola vicina, Franciskì del Medio, circa 10 minuti di barca: il primo impatto con questa natura è stato notevole, un mare indescrivibile e la sabbia davvero bianca, inoltre poco affollamento, davvero tutto bello.
Terminiamo la serata all’Aquarena, un simpatico localino affacciato sul mare vicino al porticciolo, in cui, ascoltando la musica, puoi sorseggiare un aperitivo o farti uno snack.
Intanto Alessandro e Francesca atterrano a Canaima, con un aereo fatiscente in una pista di atterraggio ancora più precaria di quella di gran Roque. Subito sono accompagnati presso l’accampamento Waku, un bellissimo resort unico per essere posto in una laguna davanti a 3 cascate.
Canaima si trova nel sud est del Paese, molto vicino all’Equatore, è zona umida piena di vegetazione e di corsi d’acqua con tante cascate, è anche abitata da una comunità di indios di etnia Pemòn (circa 150 famiglie). A Canaima ci si rende conto di cosa vuol dire Natura, vegetazione lussureggiante e animali di ogni tipo attorno a noi, pappagalli tropicali, colibrì, tucani, gufi e scimmiette simpaticissime che si fanno coccolare. Naturalmente anche qui non ci sono strade nel vero senso della parola, ma viottoli in terra rossa fuoco, anche l’acqua dei rubinetti è ambrata.
Al Waku, attorniato da prati curatissimi e da tantissime palme, il servizio è ottimo, le stanze sono comode (anche se non molto illuminate), tutte hanno un terrazzo con un’amaca. Un consiglio: non lasciate oggetti vari sul terrazzo perché le scimmie del vicino accampamento fanno razzia.
E’ prevista naturalmente l’escursione al Salto Angel, la cascata più alta del mondo (quasi 1 km di altezza) ma occorrono 6 ore di barca e 3 a piedi per arrivarci, senza contare che in questa stagione si rischia di non vedere niente a causa dell’alta umidità e della nebbia che si forma attorno: Francesca e Alessandro hanno quindi deciso di non cimentarsi in questa impresa.
A Canaima esiste solo un piccolo spaccio con prezzi decisamente “europei” ma con alcuni souvenir carini in prevalenza di manifattura india.
Alla cena è seguito uno spettacolo carino del coro dei bimbi di Canaima, che poi alla fine mettono in vendita il cd a 20.000 bolivares (circa 8 €). Alle 21 tutti a nanna.
Intanto la nottata a Gran Roque è stata piovosa (tra l’altro in questo periodo nei Caraibi settentrionali si sta scatenando l’uragano Charlie, comunque ben inferiore a Ivan che ha devastato tutta l’area caraibica in settembre) ma la mattina ci svegliamo con il sole. Oggi è la giornata di Madriskì, l’isola più vicina in assoluto a Gran Roque, anche qui spiaggia bellissima e mare stupendo. Lo spettacolo dei martin pescatori e dei pellicani che si buttano in picchiata per pescare è unico, e poi i gabbiani che li seguono e vi si posano sopra letteralmente nella vana speranza di raccogliere qualche avanzo. E’ davvero una bellezza vedere questa fauna che vive in un habitat ideale.
Vi sarete anche chiesti il perché dei nomi così strani delle isole, Franciskì, Madriskì, Nordiskì ecc.: una versione ufficiale non esiste, sicuro è che da queste parti ci sono passati in tanti, olandesi ed inglesi su tutti, quindi potrebbe essere una storpiatura dei nomi da parte dei locali, Francis Key, Mother Key, North East Key ecc.
La serata la passiamo in compagnia di una coppia di novelli sposi alloggiata presso la nostra posada, Luca e Monica di Pennabilli nelle Marche, al Natura Viva, la più grande struttura turistica dell’isola che fa da bar, ristorante e anche posada.
La seconda giornata di Alessandro e Francesca è dedicata alla visita del “Salto El Sapo” 5 minuti di canoa e 20 di sentiero in mezzo alla foresta, a proposito sconsigliate ciabatte (la terra è molto fresca), meglio sandali di gomma o scarpe da ginnastica. Prima di arrivare si rasentano altre cascate ma lo spettacolo del Sapo è bellissimo, con un getto d’acqua potentissimo e una curiosità, c’è un sentiero percorribile che passa tra la roccia ed il getto d’acqua, davvero incredibile! Con un altro sentiero si giunge poi sulla sommità della cascata dove, adagiati sulle rocce, si può prendere comodamente il sole. Spettacolo mozzafiato!
Rientro all’accampamento per il pranzo, tra l’altro al Waku si mangia anche bene, verdure e zuppe varie, pesce di fiume ottimo, e incredibile, anche la pasta cotta al dente! Il Waku è un'oasi di pace, non per niente chiamato El Paraìs dagli indios; davanti alla laguna c’è un bellissimo prato con tanto di lettini ed ombrelloni e soprattutto poco affollamento, ci sono 14 alloggi con turisti in prevalenza europei e giapponesi. E’ vietato fare il bagno in laguna perché le cascate formano delle pericolose correnti.
Il terzo giorno lo passiamo a Franciskì por Arriba, in cui c’è una bellissima piscina naturale ideale per chi fa snorkeling; superconsigliato l’uso delle pinne data la forte corrente.
In serata c’è il ricongiungimento con Alessandro e Francesca, proprio in coincidenza della festa organizzata in posada da Alda e Fabio in occasione del primo anniversario della loro gestione: balli, bevute e tanti invitati tra i locali per vivacizzare ancor più la serata.

Due parole vanno sicuramente spese per descrivere l’isola e l’alloggiamento.
A Gran Roque ci sono una sessantina di posade, per una ricettività di 500/600 posti letto e vi risiede un migliaio di abitanti. E’ facile quindi intuire che il sovraffollamento non ci sarà mai anche perché i turisti sono giornalmente disseminati qua e là nelle isole circostanti.
La vita qui è spartana, ma in realtà, almeno secondo me, è proprio quello che cerca il viaggiatore che viene qui. Quindi niente cellulari per l’Italia, il segnale c’è solo a Caracas, a proposito le telefonate costano pochissimo: si acquista la tessera telefonica (da 8.000 o 11.000 bolivares, 3 o 4 euro) e con questa cifra si può parlare fino a 19 minuti! L’acqua calda non esiste, ma non se ne sente la necessità, non c’è tv, non ci sono giornali, non ci sono francobolli, non c’è un sistema fognario quindi con tanto di cartelli è vietato gettare la carta nel wc… (sì avete capito bene), l’acqua desalinizzata per lavarsi è rifornita alle posade ogni 2 o 3 giorni, ogni tanto va via la luce, si vive in ciabatte o scalzi, come ho fatto io per 15 giorni adeguandomi all’uso del posto. La vita mondana è pressoché inesistente, c’è sì qualche localino e un paio di pseudo-discoteche ma niente paragonabile al sistema europeo.
Una volta o due la settimana arrivano da Caracas i barconi con i rifornimenti, e per rifornimenti intendo dire tutto, perché a Los Roques non c’è niente tranne il pesce.
Parlando con i posaderi però le cose più importanti che richiedono al Governo sono una struttura medica adeguata e l’adeguamento della pista di atterraggio. A Gran Roque c’è solamente un piccolo ambulatorio, peraltro pochissimo fornito ed inoltre l’intero arcipelago la notte è isolato dal resto del mondo; la pista di atterraggio, oltre ad essere sconnessa, non è illuminata e quindi dal tramonto all’alba si è isolati nel vero senso del termine.
Comunque Los Roques, a differenza della fama poco raccomandabile che ha il Venezuela in termini di delinquenza, è veramente un’isola di pace. La tranquillità in tutti i sensi la fa davvero da padrona, siamo in un’altra dimensione e non è un eufemismo.
Due lati negativi? Qui non si ha il vero contatto con il popolo venezuelano, siamo in un’isola felice, lontana in tutti i sensi dalla realtà del continente, e poi Los Roques è una vera e propria colonia di italiani. Naturalmente non ho niente nei confronti degli italiani, di cui fino a prova contraria ne faccio parte anch’io, ma sinceramente fare 8.500 km per andare in un posto esotico e sentir parlare italiano dalla mattina alla sera e ovunque non è proprio il massimo. Ormai anche la maggior parte delle posade è gestita da italiani che piano piano si stanno impossessando di tutto… speriamo bene!
Giovedì 12 finalmente tutti e quattro riuniti siamo andati a Craskì, circa mezz’ora di barca. Più ci allontaniamo meno affollamento troviamo, inoltre Craskì si presenta con una splendida striscia di sabbia molto estesa ed un mare verde che, nonostante lo vediamo ormai tutti i giorni, non finisce mai di stupirci. Per chi vuole c’è anche un ristorantino in cui, si dice, si mangia molto bene ed una specie di negozietto (si fa per dire) in cui un ragazzino vende collane, braccialetti ed altri souvenir dove naturalmente Catia e Francesca non si sono fatte scappare l’occasione di “depredarlo”.
Anche oggi fa molto caldo, sicuramente siamo sopra i 30°, il fatto che il sole talvolta scompaia dietro le nuvole è una nota positiva, altrimenti il calore sarebbe eccessivo, e pensare che Agosto fa parte della stagione umida, figuriamoci come sarà durante quella secca.
Il giorno dopo siamo tornati a Madriskì, primo perché secondo me è la più carina tra le isole vicine e Alessandro e Francesca non l’hanno ancora vista, secondo per facilitare la giornata ad Alessandro che solo un mese fa si è rotto una costola ed i sobbalzi di ieri in barca per andare a Craskì non sono certo stati quello che si dice un toccasana.
Bisogna dire che Los Roques rappresenta ancora un mondo naturale, nel senso che di costruito appositamente per il turista c’è ben poco, senza contare naturalmente le posade di Gran Roque le quali però sorgono sulle strutture delle vecchie abitazioni dei pescatori senza modificarle esteriormente. Le isole sono quasi del tutto incontaminate, l’opera dell’uomo la si può riscontrare solo con costruzioni tipo pontili o gazebo, nulla di più.
Le gite alle isole, tranne Madriskì e Franciskì, sono tutte a pagamento ma i prezzi sono abbordabili, variano a seconda della distanza da un minimo di 15.000 bolivares (5 €) ad un massimo di 50.000 (18 €).
Sabato 14 siamo andati in un’isola incredibile, Cayo Muerto: è una lingua di sabbia di non più di 50 metri di lunghezza per 10 di larghezza! E’ un puntino in mezzo al mare, non ha alcun tipo di vegetazione e deve il nome al fatto che durante l’alta marea notturna scompare quasi interamente. Da qui si vede da lontano Botoquì, un’isoletta tutta mangrovie e senza spiagge che si erge all’improvviso dal mare.
Proprio stando in quest’isola oggi ci è sorta una considerazione: e se uno ha un problema, un’urgenza di qualsiasi tipo? Cosa fa? La risposta è: “Ti attacchi!” Funziona che la mattina le barche ti accompagnano alle varie destinazioni e ti metti d’accordo sull’orario di ritorno, in questo lasso di tempo non hai alcuna possibilità di comunicare con il resto del mondo.
Il giorno dopo la destinazione è Noronquì, una ventina di minuti di barca. A Noronquì con un po’ di fortuna si possono avvistare le tartarughe marine anche vicino a riva. Io sono riuscito a vederne una, nuotarci accanto e quasi toccarla, per niente spaventata, facendo semplicemente snorkeling su un fondale di 5/6 metri, davvero emozionante. Poi, come solitamente fanno le tartarughe, è riemersa un attimo per respirare per poi inabissarsi definitivamente. Noronquì è un’isola meno ventilata rispetto alle precedenti e anche meno affollata.
Il viaggio di ritorno in barca è stata “un’esperienza”. Ha iniziato a piovere a dirotto e mano a mano che ci avvicinavamo a Gran Roque… la vedevamo sempre meno, un vero e proprio muro d’acqua. Siamo sbarcati in condizioni che si possono immaginare. Tra l’altro la potenza del temporale ha fatto sì che è piovuto anche all’interno della posada: le abitazioni del luogo non sono infatti ben organizzate per fronteggiare piogge.
Oggi 15 agosto è un giorno importante per il Venezuela, c’è il referendum per la conferma o meno dell’attuale presidente Hugo Chavez e anche qui a Los Roques, nonostante il posto remoto, l’evento viene vissuto con una certa attesa; in tutto il paesino sono disseminati cartelli elettorali inneggianti al NO (riconferma di Chavez). Una curiosità: oggi giorno di elezioni è vietata la vendita di alcolici e la legge è rispettatissima.

Una considerazione sulla sistemazione a Los Roques. Noi abbiamo prenotato in anticipo, optando anche per la pensione completa. Secondo me venire alla cieca a Los Roques è un rischio, nel senso che la ricettività è limitata e quindi la possibilità di non trovare un alloggio in certi periodi come agosto o di trovarlo molto caro, è reale. Secondo me il ragionamento “Be’ intanto andiamo, poi in un modo o nell’altro ci si arrangia” qui a Los Roques non si può fare, se è tutto pieno è tutto pieno, dove vai se no? A meno che non ti vada bene spendere 120 / 150 $ a testa per dormire, allora forse una possibilità in più c’è.
Per quanto riguarda la pensione forse è meglio la mezza. Con la pensione completa, oltre ad avere colazione e cena in posada, la posada stessa ogni giorno ti dà una ghiacciaia ben rifornita di panini, bibite e frutta per il pranzo in spiaggia. Con la mezza pensione ti arrangi da te ma non è un problema visto che ci sono un paio di negozietti dove ti puoi far fare i soliti panini con una spesa irrisoria. La comodità è che pensa a tutto la posada tramite i barcaioli convenzionati, quindi sono loro a portare la ghiacciaia, gli ombrelloni, le seggioline e a riportarli la sera, però francamente uno può arrangiarsi anche da sè.
Dopo il temporale di ieri, la sera il cielo era di nuovo stellato, e la mattina dopo siamo tornati a Franciskì por Arriba per fare snorkeling nella stupenda piscina naturale ma soprattutto per gustare degli ottimi gamberoni al ristorantino sul mare, in compagnia come sempre ormai di Monica e di Luca, anche se quest’ultimo alterna giornate di immersioni a giornate in nostra compagnia.
A proposito, il referendum è stato vinto da Chavez, il quale potrà continuare a governare per altri due anni. Sappiamo che nei giorni successivi sono scoppiate roventi polemiche su presunti brogli elettorali, ma ad oggi so che Chavez è stato definitivamente confermato.
In serata si è verificato un lungo black out di oltre tre ore, grazie al quale abbiamo potuto ammirare un cielo indescrivibile.

Martedì 17, Cayo Vapor, 20 minuti di barca. A parte il vento forte, è un’isola un po’ diversa dalle altre, spiaggette ridottissime, rive soprattutto rocciose e all’interno un tappeto verdissimo di piantine grasse alternato a quelle che da lontano sembrano rocce nere, quasi laviche, ma che in realtà altro non sono che coralli anneriti e consumati dal tempo. Con Alessandro abbiamo fatto in contemporanea la stessa osservazione: il paesaggio assomiglia e ricorda tratti delle highlands scozzesi.
Tornati a Gran Roque siamo saliti fino al vecchio faro olandese ormai in disuso, una collinetta di circa 200 metri dalla quale c’è una vista stupenda su tutto l’arcipelago.
Il giorno successivo intendevamo andare a Bajo Fabian, un isolotto del tutto simile a Cayo Muerto, ma arrivati in prossimità era evidente che c’era già troppa gente, in un isolotto come questo basta ci siano 5/6 ombrelloni che lo spazio comincia a scarseggiare, quindi abbiamo ripiegato su Madriskì.
Giovedì 19 è il giorno dei saluti con Monica e Luca che dopo tre settimane di viaggio di nozze se ne tornano a casa. Per noi invece è la giornata del posto più bello visto nell’intera vacanza, dopo un'ora di mare sbarchiamo a Carenero. Sarà per la lontananza ma innanzitutto c’è pochissimo affollamento, inoltre l’isola colpisce per i colori. Alla sabbia bianca ci siamo ormai abituati ma a questo mare verde chiaro, proprio no, inoltre c’è una grande barriera corallina piena zeppa di pesci di ogni razza e colore.
Nella rotta per Carenero c’è Los Canquises, dalla quale avremmo voluto passarci in quanto riserva dei fenicotteri rosa. L’approdo è vietato ma a noi sarebbe bastato osservare da lontano, il mare lì è però molto aperto ed il barcaiolo ci disse che avremmo “ballato” un po’ troppo. Peccato!
Al ritorno piccola fermata in un’altra isola bellissima, Espenquì, caratteristica per la morbidezza della sabbia. Oggi abbiamo visto davvero le cose più belle della vacanza, se mai fosse stato possibile per quello visto fino ad ora.
Finalmente il giorno successivo siamo riusciti ad andare a Bajo Fabian. E’ una lingua di sabbia forse ancor più piccola di Cayo Muerto destinata la notte ad essere quasi completamente sommersa dall’acqua, infatti anche durante la giornata la sabbia è umida. Per andarci senza il rischio di trovarla già occupata bisogna partire con le prime partenze della mattina, verso le 9,30 (circa 15 minuti di barca).
Di per se stessa l’isoletta non ha nulla di particolare, ma forse proprio il fatto che è un fazzoletto di sabbia in mezzo alle acque verdi e celesti del mar Caribe, la rende un’esperienza unica difficilmente ripetibile ad altre latitudini.
La sera come al solito ci attende un’ottima cena alla posada, tra l’altro abbiamo mangiato il barracuda che è un pesce molto frequente in questi mari, il “saviche de pargo”, pargo crudo macerato nel limone, la zuppa di zucca veramente ottima e poi la pasta, la gran bella sorpresa che non ci aspettavamo, cucinata veramente come potremmo cucinarla noi.
Purtroppo non è periodo di aragoste in quanto è periodo di uova, quindi è vietata la pesca, e dice che l’aragosta è la vera specialità di questi luoghi. Poi il Pabellòn margariteno, piatto unico con il chucho (una specie di razza) riso bianco scondito, fagioli neri piccoli e platanos (che non sono banane anche se lo sembrano in tutto e per tutto); esiste anche il pabellòn criollo che è a base di carne.
La mattina per colazione, tra l’altro c’erano le arepas, piccole tortille di farina di mais che possono essere farcite ad esempio con la marmellata. Caffè buono, sicuramente il migliore che abbia mai bevuto all’estero.
Il rum venezuelano più pubblicizzato in Italia è il Pampero, ma i migliori sono il Santa Teresa Gran Reserva e El Anniversario.
In sintesi, ripeto, consiglio la posada Rosaleda dove eravamo noi, ma in generale, se potete, informatevi soprattutto sulla cucina della posada in cui volete andare perché ne abbiamo sentite di tutti i colori.

E così siamo arrivati al penultimo giorno di vacanza, lo abbiamo dedicato all’isola che ha la fama di essere insieme a Carenero la destinazione più bella dell’arcipelago: Cayo de Agua. Si trova agli antipodi rispetto a Gran Roque. C’è voluta un’ora e mezza di barca in un mare non propriamente piatto, tant’è vero che dopo appena cinque minuti eravamo tutti fradici come pulcini. Peccato per la giornata un po’ nuvolosa, che sicuramente non esalta al massimo i colori del paesaggio. In particolare due isole sono divise da una lingua di sabbia percorribile a piedi e sulla quale due mari praticamente si incontrano nel vero senso della parola provocando uno scontro di onde davvero ad effetto.
La giornata prevede, una volta visitato Cayo de Agua, di passare per Dos Mosquises dove c’è un interessante centro per l’allevamento delle tartarughe marine, altrimenti a rischio di estinzione. Ci mettiamo in mare e se credevamo di esserci bagnati all’andata ci eravamo solo illusi. All’andata andavamo con il vento in poppa e cavalcavamo le onde, al ritorno tutto il contrario: no schizzi, ma vere e proprie secchiate d’acqua per tutto il viaggio, durato tra l’altro molto di più che all’andata, un po’ per le due tappe, Dos Mosquises appunto e Espenquì (già vista con l’escursione a Carenero) un po’ (i mali non vengono mai da soli) per la rottura non di uno ma di entrambi i motori della barca. Fermi in mare, richiesta di soccorso, la barca che in qualche modo è riuscita ad approdare a Crasquì in attesa di una seconda barca. Non è finita: a Crasquì mentre attendevamo la barca di soccorso, ripongo zaino e teli mare sull’erba adiacente alla spiaggia per fare un bagno. Tempo un minuto, torno sul posto e scopro che i teli e lo zaino sono completamente coperti, infestati di piccole formiche che nel provare a toglierle scopro essere appiccicose e pungenti a tal punto che sono stato costretto ad abbandonare i teli sull’isola. Una giornata davvero esplosiva!
Dopo questa esperienza un consiglio: se vi apprestate a fare escursioni così lunghe informatevi prima sul tipo di barca che vi tocca, noi non lo abbiamo fatto e ce ne è toccata una con due motori da 40 cv, assolutamente inadeguata per un viaggio come questo, abbiamo visto girare barche con motori da 250 cv. Inoltre se avete materiale elettronico o semplicemente libri, documenti ecc. munitevi di un sacchetto di nylon dove racchiudere il tutto, assolutamente necessario.

Domenica 22 è il giorno dei saluti. Ultime chiacchierate con Alda in attesa dell’aereo. Ebbene, se qualcuno di voi intende lasciare tutto ed aprire una posada a Los Roques lo può fare naturalmente, basta sganciare come minimo 400.000 $, come minimo perché per le posade più importanti ne sono stati sborsati anche un milione. Inoltre Alda ha confessato che non è tutto oro quel che luccica, gli affari sono affari, anche in un paradiso come Los Roques esiste un “tutti contro tutti” tra le varie posade: un anno fa quando si è insediata sono stati ben pochi quelli che l’hanno aiutata, anche solo moralmente. Un po’ ce ne siamo accorti anche noi il giorno che abbiamo saputo che due dei barcaioli di cui avevamo fatto particolare conoscenza, Miguel e il Che, pescatori, sono stati appiedati perché la lobby presieduta da Oscar che è il vero leader del business marittimo, ha deciso di denunciarli alle autorità in quanto privi della licenza per il trasporto dei turisti. Tutto il mondo è paese.
Ripartiamo con due velivoli diversi, in particolare Catia ed io ci ritroviamo in un aereino di soli 8 posti, ci siamo strategicamente messi nei due sedili alle spalle del pilota ed è stata un’esperienza unica vedere in azione il piccolo quadro comandi e soprattutto avere una visibilità perfetta al decollo, durante il volo e all’atterraggio.
Ricongiunti a pochi minuti di distanza con Alessandro e Francesca all’aeroporto di Caracas ci accingiamo a trasferirci a piedi dal terminal voli nazionali a quello dei voli internazionali. Dovete sapere che appena uno varca la soglia del terminal voli internazionali di Caracas si ritrova subito in una interminabile coda.
I passeggeri non sono smistati in base alla destinazione ma tutti i passeggeri di tutti i voli si ritrovano lì per il primo controllo bagagli e passaporti. Attenzione quindi a presentarsi all’aeroporto diverse ore prima della partenza.
C’è da dire che tra tutti i viaggi che ho fatto e tutti gli aeroporti da cui sono transitato, i controlli che ci sono a Caracas non li ho mai visti. Ben cinque passaggi successivi al controllo elettronico dei bagagli (tra l’altro sia a noi che a Ale e Francy ci hanno fatto aprire la valigia) per finire alla perquisizione fisica finale prima di entrare in aereo.
Controlli accurati, forse al momento seccanti ma… questi sono i veri controlli!
Il mesto ritorno in Italia è avvenuto perfettamente in orario la mattina dopo a Fiumicino.

Considerazioni finali?
Sicuramente chi va a Los Roques non cerca certo il villaggio turistico o le nottate di Ibiza.
Los Roques ti dà tanto mare e tanta natura, niente di meno e niente di più.
Mi ricorderò sempre dei gabbiani che, per niente timorosi, ti volano a un metro di distanza in attesa che tu lanci loro un bocconcino di pane, mi ricorderò sempre i tuffi dei pellicani e dei martin pescatori che, come aerei in picchiata, penetrano nell’acqua per cibarsi, mentre io, seduto in riva ad un mare mozzafiato, con il solo rumore del vento e delle onde, guardo instancabile l’orizzonte, realizzando che luoghi come questo tolgono una parte di te stesso per inchiodarla per sempre lì.

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