Ruanda e Uganda: self drive e amenità - Parte prima

in viaggio con Mononeurone in Uganda , Rwanda

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Ruanda e Uganda: self drive e amenità - Parte prima

Per la maggior parte della gente il Ruanda è un paese del tutto sconosciuto, qualcuno lo ricorda per i fatti di sangue avvenuti fra Hutu e Tutsi, i più grazie al bellissimo film Hotel Ruanda. Come gran parte dell'Africa, nell'immaginario collettivo è visto come un antro oscuro, abitato da straccioni poco civilizzati, selvatici, spietati e, se si accenna all'Uganda, magari ancora un po' cannibali, Idi Dada Amin ebbe un certo riscontro mediatico. Ovviamente all'annuncio di stare per intraprendere un viaggio in autonomia, con l'auto a nolo, in due, pure in campeggio si subisce la domanda di rito: Ma non avete paura? La quale ha un retrogusto di: Siete scemi! Essendo tornati integri, completi di tutte le nostre più succulente parti corporee e persino soddisfatti, possiamo assolutamente smentire questi luoghi comuni ed incoraggiarne la visita.
Siamo partiti da Kigali e costeggiando la rift valley albertina abbiamo raggiunto il remoto ed avventuroso parco del Kidepo ai confini con il Sudan, per tornare in seguito ad Entebbe sulle rive del lago Vittoria dopo esserci immersi nel Nilo. Unica prenotazione, peraltro obbligatoria, il gorilla trek ai monti Virunga, tutto il resto “free”. Viaggio non sempre facile ed a tratti anche piuttosto duro, ma intenso, remunerativo ed assolutamente consigliato.
http://www.rwanda-direct.com/rwanda-intore-dancers/wp-content/uploads/2011/05/Intore.gifL'Avventura con la A maiuscola: partiamo con Claudio e Anna alla volta dell'Africa più dura ma anche più vera!Volo via Doha con l'ottima Qatar Airways ed atterraggio a Kigali nel pomeriggio.
La prima sorpresa è all'arrivo all'aeroporto di Kigali. All'uscita dello stesso una solerte guardia con aria molto seria ci indica il sacchetto di plastica del duty free e sentenzia un chiaro: "not allowed" e lo sequestra. In Ruanda i sacchetti di plastica sono proibiti, infatti non se ne trova uno in tutto il paese. Non male come lezione di civiltà per essere nel terzo mondo.
Alloggiamo allo Step Town Hotel, di media categoria, 60,00Usd a notte, molto buono, carino, pulito, in una strada sterrata e piena di buche a 10 minuti a piedi in salita, 5 al ritorno, dal centro e dal Mall, in effetti saranno non più di 6/700 metri ma sembra di essere in piena periferia. Cena ottima a 12.000,00 CFA. http://step-town.com/ Tel (+250) 252 500 042/ 252 500 056 Mobile: (+250)(0)785005662

KIGALI, più che una città è un grande villaggio desiderosa di uno sviluppo molto al di là da venire e, nonostante le strade sconnesse in terra battuta, come tutto il Paese, è linda, pulita ed ordinata, non offre molto ma è piacevolmente fresca e tranquilla.
Non facciamo molto i turisti, essendo già metà pomeriggio ci prepariamo per i prossimi giorni. Sotto il Mall c'è un ben fornito centro commerciale dove ci riforniamo di tutto quello che servirà per il prosieguo del viaggio, scatolette, pasta, sale, olio, acqua, la bacinella di plastica, ma quante ne abbiamo regalate in giro per il mondo?, il detersivo e le spugnette. Si trovano anche le bombole del camping gas, quelle grosse con il filetto da mezzo pollice ma purtroppo non c'è il fornello, il nostro non è compatibile. Ci compriamo allora un braciere a carbonella, molto tipico ed usato da queste parti. I prezzi sono piuttosto elevati, il Ruanda non è un paese molto economico. Nell'edificio ci sono anche banche, cambiavalute ed i negozi più trend. A sera ci consegnano il catafalco, cioè la macchina, una robustissima quanto lenta e rigida come un comò Mazda levante 4WD.
La mattina seguente, caricata l’immonda quantità di masserizie sul mezzo, dopo un’altra sosta non prevista per un ulteriore cambio di valuta, visti i prezzi della benzina ed in generale, si parte. Non facciamo un km che un poliziotto in piena sindrome da divisa ci fa un check up completo ai fatiscenti documenti, una serie di fotocopie sgualcite e semi illeggibili, fortunatamente è piuttosto veloce nell'espletare, si limita a redarguirci blandamente con sguardo pietoso ed in pochi minuti raggiungiamo il MAUSOLEO DEL GENOCIDIO.
La visita al museo di Kigali non posso dire sia stata la scoperta di qualcosa che non conoscevo ma nemmeno posso negare che mi abbia colpito molto. Il percorso, molto ben strutturato in una sequenza di sale che, con fotografie, articoli, audiovisivi, resoconti, racconti di chi ha vissuto quei momenti da ambo le parti, ha aperto una finestra sopra una realtà rivelatasi molto più articolata, interessante e significativa di ciò che immaginavo, tanto da spronarmi a documentarmi molto al ritorno. Nonostante la consapevolezza che se non avessi visitato prima il museo non avrei avuto le informazioni su cosa ricercare, il rammarico per essere arrivato li impreparato è grande, tornassi ora vedrei sicuramente con altri occhi.
Quello che segue non ha a che fare direttamente con il viaggio, è un sunto il più stretto possibile del materiale raccolto e letto riguardo al genocidio ruandese. Può essere tranquillamente saltato se non si è interessati o di umore giusto ma mi auguro stimoli e dia spunto incuriosendo chi s’accinga a recarsi nella regione dei laghi o solamente ami l’Africa, a scoprire vicende storiche diverse, a sfatare certi luoghi comuni e, sopratutto, a scoprire realtà non poi così distanti dalle nostre. Consiglio comunque la lettura dell’articolo dalla radio al machete, link in basso.
Riallacciandomi alla prefazione, l'attenzione dei media occidentali dell’epoca riguardo al genocidio ruandese ha probabilmente posto in essere i più triti luoghi comuni nel riportare i fatti accaduti, presentandoli come uno dei tanti conflitti caotici ed endemici di cui l'Africa è inevitabilmente afflitta, liquidandolo per lo più come un cruento scontro tribale fra differenti etnie. La realtà fu decisamente più complessa ed articolata e, per progettazione e caratteristiche, più simile a fatti analoghi avvenuti fuori dal continente.
Di "etnico" nel genocidio ruandese c'è ben poco e aiuta nella comprensione l’antropologia. Le supposte diverse origini, bantù gli hutu e nilotici i tutsi, sono ancora oggi oggetto di discussione fra gli antropologi e la tesi più accreditata propende per una genesi comune. In ogni caso. attualmente, dopo secoli di miscelazione, essi sono morfologicamente indistinguibili per il 80% della popolazione, (94% secondo wikipedia) e condividono la stessa cultura, lingua e persino il dna.
Fino all'avvento del colonialismo, semplificando, essere hutu o tutsi era indicazione di uno stato socioeconomico, agricoltori i primi, allevatori i secondi, con gli hutu nel ruolo di subalterni ai più ricchi tutsi in una sorta di sistema feudale ed era possibile, qualora mutassero le condizioni, passare dall’una all’altra. Le cose cambiano con l'avvento dei tedeschi prima e dei belgi dopo, i quali di fatto, creano due veri e propri gruppi etnici su base classista, differenziandoli secondo i concetti razziali dell’epoca, scomodando persino il mito hamitico a giustificazione, ponendoli in forte contrasto fra loro, creando così le premesse di un conflitto mai manifestatosi in precedenza.
Con l’indipendenza lo scontro è immediato e vede l’instaurazione di un regime hutu che porterà ad una diaspora tutsi ed ad un continuo stato d’instabilità sfociato in almeno due vere e proprie guerre civili, una delle quali risolta grazie all’intervento diretto dei militari francesi.
Se il colonialismo ed i disagi socioeconomici da esso causati ne crearono le premesse la vera motivazione del genocidio fu politica, esso fu deliberatamente pianificato, organizzato e realizzato nei dettagli da una classe dirigente senza scrupoli, all’unico scopo di conquistare e mantenere il potere. Infatti la prima ondata di violenza si abbatté sugli hutu stessi, volta all’eliminazione fisica di avversari politici, non allineati o scomodi per poi riversarsi sui tutsi, antagonisti nella lotta per il potere.
La pace di Arusha del 1993, la quale avrebbe dovuto porre fine alla guerra civile, l’invio dei caschi blu Onu ed il processo di democratizzazione e divisione dei poteri conseguente avrebbero privato la classe dirigente hutu della supremazia fino ad allora detenuta, cresce così l’estremismo hutu e vengono allora pianificati, da parte di una frangia reazionaria ma minoritaria, il colpo di stato e la pulizia etnica. Il supporto ideologico per attuare una soluzione finale di tali dimensioni, senza il quale non si sarebbero potute coalizzare le masse, fu l’ ”Hutu Power”, movimento nato negli anni 50 con il “manifesto di BaHutu”, (http://www.dillinger.it/il-manifesto-bahutu-1957-lera-hutu-power-in-ruanda-53040.html), dichiarazione d’emancipazione redatta da un gruppo d’intellettuali estremisti con il patrocinio della chiesa cattolica e la collaborazione dei Padri Bianchi con probabili intenti socialdemocratici ma in realtà vero e proprio manifesto di divisione razziale, al quale padrini così prestigiosi forniscono autorevolezza e credibilità.
L’ideologia, fortemente intrisa di religione, in uno dei paesi più cristiani d’Africa fu una leva propagandistica estremamente efficace grazie anche all’appoggio, mai messo in discussione, dato da parte delle gerarchie ecclesiastiche al regime dell’hutu power e vide la partecipazione attiva negli eccidi di un gran numero di religiosi. Molti dei quali ancora oggi, indisturbati, gestiscono parrocchie, ed altri, inclusi soggetti che si macchiarono di particolari atrocità e perciò sottoposti a mandato di cattura dell'Onu, trovarono rifugio all'estero, anche in Italia. Qualcuno scoperto ed identificato ebbe processo e condanna solo dopo una durissima battaglia legale per vincere le resistenze del Vaticano e degli stati ospitanti fino ad ottenerne l'estradizione.
http://www.corriere.it/esteri/08_marzo_12/condannato_padre_seromba_6f3e64f0-f060-11dc-a686-0003ba99c667.shtml.
http://www.trial-ch.org/en/ressources/trial-watch/trial-watch/profils/profile/186/action/show/controller/Profile.html
Se le chiese hanno avuto un ruolo quanto meno ambiguo è giusto ricordare che un terzo del clero nel silenzio generale scompariva sotto i colpi di machete.
http://www.terrelibere.org/doc/la-chiesa-cattolica-e-le-guerre-dei-grandi-laghi
L’hutu power cresce con il tempo fino ad evolversi in partito politico oltranzista e xenofobo dal cui interno nascerà la milizia interhamwe, il braccio armato principale responsabile degli eccidi e dai cui vertici verrà ideato, pianificato e messo in atto il genocidio. Cresce grazie anche al sostegno della Francia il cui coinvolgimento andò ben oltre l’appoggio politico e vide, oltre all’intervento militare del ’93, un cospicuo finanziamento, armamento ed addestramento sia dei militari che delle milizie. L’interesse dei francesi a mantenere una zona francofona e di sfruttamento delle risorse è a tutt’oggi ancora molto vivo e l’instabilità del Congo è li a dimostrarlo.
Una analisi particolare va fatta riguardo al ruolo dei media senza i quali il genocidio non avrebbe potuto essere realizzato o per lo meno non avrebbe avuto le conseguenze che ebbe e che rende i fatti del Ruanda particolarmente significativi su come i mezzi d’informazione possano incidere sugli eventi. La macchina propagandistica, degna del più ispirato Goebels messa in atto, fu in grado di seminare, spargere incrementare e canalizzare il risentimento hutu fino a portarlo alle estreme conseguenze ed alla fine avere anche un ruolo attivo. Radio e giornali in 4 anni di mirata propaganda furono in grado di trasformare gente comune in spietati carnefici, contadini analfabeti in estremisti razzisti, raggiungendo anche le più remote località, con messaggi semplici, mirati, a volte solo vignette divertenti ma di facile comprensione ad una popolazione spesso analfabeta. Non per nulla, il tribunale dell'Onu ha condannato i responsabili dei media al pari degli esecutori materiali creando un precedente importante. Vere e proprie liste d’eliminazione venivano trasmesse per radio corredate da informazioni logistiche ed istruzioni per le squadre della morte.
Fu un vero e proprio laboratorio moderno di controllo delle masse, il quale, pur dotato di mezzi di basso livello, fu efficiente e completo, dalla preparazione all’esecuzione.
Visitando la sala dedicata ai media del museo non è possibile non notare le analogie fra la retorica usata in Ruanda allora e quella utilizzata oggi in Italia e non solo, ovviamente, da parte di diverse forze politiche e sociali, costruita su luoghi comuni, slogan banali sostitutivi di qualsiasi concetto ed idealizzazione di un nemico verso il quale indirizzare l’attenzione della massa distogliendola dal proprio operato e responsabilità.
L'ultima sala del museo dedicata ai genocidi del passato, Harare, Shoà, Armenia, ecc, rende ancora più tangibile il senso d'inquietudine lasciato dalla precedente essendo ulteriormente evidente, al di là della posizione geografica, dell'ideologia, della religione o delle "etnie" coinvolte il denominatore che li accomuna. Un denominatore che nasce da frustrazione e disagio, alimentato anche dall’incertezza e dalle difficoltà economiche ma composto principalmente da povertà di spirito, facilmente veicolabile fino ai suoi sbocchi naturali, l’intolleranza e la xenofobia, qui mi permetto una riflessione personale, verso i quali abbiamo una sola arma di difesa: la cultura, unico mezzo disponibile per sviluppare un senso critico. Come diceva il nostro ex ministro forse non riempirà la pancia ma potrebbe aiutare a salvare la vita.
Il bellissimo articolo “Dalla radio al machete”: http://www.afromagazine.it/docs/fram/afro6_page26.pdf
Per saperne di più
http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=8&ved=0CFMQFjAH&url=http%3A%2F%2Fwww.cepic-psicologia.it%2Findex.php%3Foption%3Dcom_rokdownloads%26view%3Dfile%26Itemid%3D39%26task%3Ddownload%26id%3D16&ei=IOtBUJb0MsKC4gSa4ICgBw&usg=AFQjCNGFV0HrF9J5rDw4VHpuO8xJS1YNVw
http://www.intermarx.com/ossinter/ruanda.html
http://www.politika.bz.it/pdf/Zanotti_Werner_tesi.pdf
All'esterno si trova il semplice sacrario dove riposano le spoglie di circa 250.000 persone ed il muro del ricordo con i nomi di migliaia di vittime. Non è una visita breve, necessita di almeno un paio d'ore. L'entrata è libera e gratuita. http://www.kigalimemorialcentre.org
Non abbiamo tempo per altre visite ed andare all’Hotel de Milles Collines solo per i fatti lì accaduti mi pare di cattivo gusto e sinceramente il primo approccio con il Ruanda già è stato una notevole badilata sui denti, oltretutto la giornata non è finita, proseguiamo quindi per Nyanze, 3 ore di strada asfaltata, buona ma piuttosto trafficata di mezzi pesanti.

A NYANZE visitiamo il palazzo del Re, grandi capanne circolari ed un edificio coloniale d’inizio secolo. 12.000,00 Cfa d’entrata, interessante ma nulla di indimenticabile.
Saltiamo Butare (Huye) ed il museo etnografico dove, se si ha tempo è possibile organizzare una esibizione di danza Intore, qui si presenta quello che viene giudicato il miglior corpo di ballo del Paese. Penso valga la pena con tempo a disposizione.
A Butare prendiamo la strada per l’ovest e dopo non molto giungiamo a GIKONGORO, altro luogo che deve la sua fama agli eccidi perpetrati e dove nelle vicinanze si trova il particolare mausoleo di Murambi. Per raggiungerlo, attraverso una pessima strada molto sconnessa, è meglio chiedere in paese, non è facile da trovare essendo in posizione davvero infelice, qualche solerte ragazzino in bici vi accompagnerà volentieri. Qui in una scuola in costruzione e nella chiesa adiacente sono state ammassate ed uccise qualcosa come 25000 persone, gettate in seguito in fosse comuni.
Le vittime sono state riesumate ed ormai mummificate ricollocate all’interno degli edifici stessi ricostruiti. Sono quindi esposti in ogni stanzone decine e decine di corpi sui quali sono ben visibili gli effetti dei colpi di machete, delle bombe a mano o i fori dei proiettili. Uomini donne e molti bambini giacciono ammassati come se ne sono andati, stanza dopo stanza in un quadro sempre più agghiacciante. Non le guardiamo tutte, basta la visione di una fila. In un altro edificio si trovano raccolti gli effetti personali, vestiti, scarpe, piccoli oggetti ed è fin troppo ovvio rimandare un pensiero a Dachau e simili.
La domanda che sorge spontanea è: ha senso, vale la pena andare? Personalmente rispondo di si. Gratuito, offerta libera. Non è permesso fare foto.
Video tratto dal sito associazione Bene-Ruanda: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=XU-JJaqg9lo#t=0s
Chiaramente mi auguro di non promuovere un turismo dell'orrore del genere Olindo e Rosa ma raccomando la visita.
Notevole primo giorno d’auto flagellazione.

Chiudiamo pagina e dedichiamoci al Ruanda odierno il quale non smentisce la sua fama del Paese dalle mille colline. In effetti è tutto un saliscendi ed una successione di paesaggi rurali, patchwork di campi e terrazzamenti.
La onnipresente foschia ed il cielo coperto non permettono di fotografare al meglio e gustarsi appieno il panorama decisamente caratteristico ma è il clima di agosto e si prende quello che c’è.
La strada da Butare verso ovest è paesaggisticamente molto bella ma seppur asfaltata lenta e piena di buche a spigolo vivo, parecchio insidiose. Ai lati della via, un fiume di gente ci accompagna lungo il tragitto portando sulla testa, sulle biciclette, su malmessi carrettini ogni tipo di prodotto. Mandrie di buoi dalle corna lunghe bloccano la strada o l'attraversano per tuffarsi lungo scoscesi sentieri. Il tutto molto piacevole e folkloristico ma rende il procedere più lento e difficile. L’affollamento ai lati della via sarà una costante fra Ruanda e Uganda. Poi pian piano campi e frutteti si diradano per poi sparire, lasciando posto alle conifere prima ed alla selva vera e propria poi, simpatiche scimmie dalla faccia tonda fanno capolino spesso dal fogliame, saranno i cercopitechi? Che simpatico umorista! Oltre ai soliti bastardissimi onnipresenti babbuini. Peccato che sia piuttosto tardi e la percorriamo tutta d’un fiato anche perché l’ingresso del parco di Nyungwe non è segnato di preciso da nessuna parte, né sulla mappa, né sul sito, quindi ignoriamo quanta strada effettiva ci sia, male che vada finiamo sul lago Kivu.
Lo raggiungiamo all’imbrunire, il visitor center è a poche centinaia di metri dalla strada principale con un cartello indicatore ben visibile, da Gikongoro ci vogliono un paio d’ore buone. Ci registriamo e paghiamo l’Uwinka camp 30,00 Usd a testa, furto et ladrocinio. Un ranger ci accompagna, attraverso un sentierino nella selva fino al posto tenda, cioè uno spiazzo fra gli alberi dotato di tavolo e superficie cementizia uso fuoco, a terra ovviamente è severamente vietato.
Fra i servizi dei rangers compresi nel prezzo ci sono l’aiuto, gradito, nel trasportare gli attrezzi e/o i bagagli e l’accensione del fuoco legna compresa, come se qui mancasse.
Nelle vicinanze c’è una spartana canteen che serve caffé e soft drinks.
Grande cena, primo duro colpo alla scorta d’alcolici, ringraziamento agli Dei per aver portato il sacco di piumino, siamo in quota e la temperatura è abbastanza fredda e notte in compagnia di una quantità di sibili, scricchiolii, fruscii, fischi, pigolii e gloglottii in un buio che più nero non si può.
NYUNGWE è una delle più interessanti foreste d'Africa e l'unico esempio di foresta primordiale ancora esistente, loro sostengono anche la più antica nonché una delle più importanti aree di biodiversità del mondo. Essendo una foresta di montagna si sviluppa su pendii scoscesi con alberi piuttosto alti non permettendo una buona visione d'insieme, risulta quindi sicuramente interessante e suggestiva, ma alla fine un po' deludente, ovunque si guardi foglie, liane, rami.
Qui organizzano vari treks, tutti accompagnati, tutti a pagamento. Il giorno appresso optiamo per il famoso canopy trail, non avendo molto tempo a disposizione per un trek più lungo, 60,00usd a testa. Una struttura artificiale del tipo “ponte sospeso” unisce le cime degli alberi permettendo la visuale di Tarzan. Purtroppo non vale l'esoso prezzo, il “canopy” non offre particolari scorci "ad altezza albero", sembra più una pacchianata attira turisti beoti (infatti ci siamo andati), l'altezza e la vastità del fogliame permettono poco di osservare anche gli uccelli, si intravedono solo delle scimmie saltare in lontananza e nel contesto ci sta come il sale nel caffé. Sinceramente lo sconsiglio, meglio sicuramente con più tempo a disposizione un giro più lungo che permetta di farsi un'idea più ampia ed approfondita della foresta. Ci sono almeno una decina di diversi trek fra zone umide e cascate oltre al Chimps track.
http://70.39.151.53/~rwanda/rwandatourism/index.php?option=com_content&view=article&id=66&Itemid=78
E ripartiamo direzione Kibuye. A circa 30 min da Nyungwe, presso un ampio piazzale fangoso si svolta a destra per uno sterrato. Chiedere, nessuna indicazione ed a prima vista non sembra nemmeno una strada, non è così improbabile non vederla e passare oltre. La prima parte è in via di sistemazione, quindi un disastro. Dopo si guadagna tutta la nomea di pessima strada. Saliscendi anche ripidi, tornanti strettissimi, buche, voragini e per lunghi tratti un fondo roccioso e spigoloso che fa vibrare e saltellare l’auto e ci frullerà ben bene. Camion che procedono ad una velocità di 5/6 kmh; in totale 100km circa per 6 ore buone. Non è una guida particolarmente impegnativa ma faticosa e snervante. Ci viene anche il dubbio di aver fatto qualche deviazione e di averla allungata, il Gps umano ha i suoi limiti se non coadiuvato da carte vagamente precise ed un minimo particolareggiate. Di contro si attraversano piantagioni di thè, bananeti, frutteti, coltivazioni, boschi, villaggi dove i bambini scappano alla vista dei muzungu, scorci sul lago Kivu seppur pochi e la solita massa di gente che procede a piedi; una bellissima Africa rurale, viva, verde e prorompente.
Incrociamo in un villaggio piuttosto grande, una distribuzione di aiuti umanitari dell’UNCHR, è il primo, non sarà l’ultimo. I camion sono piantati in mezzo alla strada e scaricano sacchi di non so cosa ma sicuramente commestibile, riusciamo a passare con non poche difficoltà in una marea di persone senza avere la possibilità di fermarci, cosa che avrei fatto volentieri.
Arriviamo a KYBUYE distrutti al far della sera e ci piazziamo all'Home Saint Jean, molto carino in stupenda posizione sul lago. homesaintjean@ymail.com Tel: 0252568526 - 10.000,00 Cfa circa 12,00 Euro. Si mangia anche bene, ovviamente pesce d’acqua dolce. Molto consigliato. A Kibuye non c'è molto da vedere e fare se non rilassarsi sulle rive scoscese del lago, se la temperatura lo permette si può fare il bagno essendo uno dei pochi specchi d’acqua dove è possibile, non c’è bilarzia qui, ed ammazzarsi di birre sulla veranda ciaccolando con turisti e locali.
Ripartiamo per Gysemi con giro più largo ma più comodo, evitando la litoranea che mi dicono anche peggiore della strada di ieri. Quindi est direzione Gitarama, a Mushubati nord per Ruhengeri e si finisce nella diretta Ruhengeri - Gitarama, 3 ore di buon asfalto, circa 160 km. Il tempo è pessimo, piove e c’è nebbia, svoltiamo diretti per Ruhengeri, Gysemi la saltiamo. In mezzo alle colline Kabanda, unico luogo dell’East Afrika dove non c’è nessuno, ci fermiamo un attimo e l’auto non riparte più. Girando la chiave sul quadro non si accende nulla. Cosa si fa? Ovvio, si apre il cofano. Sembra cosa semplice, ma come si apre il cofano della Mazda Levante? Circa trenta minuti dopo, all’ora dei cazzotti, di leve, bottoni, pulsanti, meccanismi, comandi, dispositivi, o qualsivoglia congegno atto a sbloccare ed aprire il portello non c’è la minima traccia. Caso vuole che percuotendo a destra ed a manca scopro che, sbattendo la portiera con la dolcezza di un orobico leggermente incollerito, il quadro ogni tanto si accende. A forza di sbatacchiare becchiamo la congiuntura astrale giusta ed il motore si avvia. Ci piantiamo di nuovo a Bulinga, ridente cittadina dove ci fermiamo a far provviste. Qui si compie una delle situazioni africane più (in)consuete: l’assistenza spontanea compulsiva. Attirati come api dai fiori, diversi passanti non resistono a quell’uomo bianco che bestemmia e smanetta attorno al fuoristrada and give assistance. In breve c’è un manipolo di persone infilato in ogni pertugio che possa offrire un’automobile, intenti allo studio dell’apertura del cofano anteriore Mazda. Un breve sit in decide all’unanimità di sterminare i giapponesi. All'improvviso un urlo rompe il silenzio: “I got it”! In un lato dell’interno del vano portaoggetti c’è un cavetto invisibile e tirandolo si sblocca la serratura. In un tripudio di folla si apre il cofano, Arcangeli con la lira svolazzano gioiosi, fuochi d’artificio, sento persino degli alleluja!, ed il sagace artefice della scoperta viene portato in trionfo ed eletto sindaco.
Un simpatico impiegato di banca fissa con una pinza il morsetto lento di una batteria ormai rassegnata al destino dei vinti. Mechanical is my hobby mi dice tutto sorridente. It’s my job penso ma non dico, mi pare che per oggi le figure siano sufficienti e gli offro un soft drink.
La tratta Kibuye-Gysemi è servita anche da un battello che, dalle testimonianze raccolte sembra essere molto carino offrendo scorci del lago impossibili da vedere da riva. Il lago è molto dirupato e frastagliato e se ne ha sempre una visione limitata, il battello mi sembra una ottima opzione.
Raggiungiamo quindi Kinigi ai VIRUNGA dove piazziamo la tenda alla Kinigi Guest House posizionata a due passi dal Park Headquarters, 6000,00 Cfa.
Simpaticamente il camp non è altro che il giardino dell’house stessa e fra una aiuola e l’altra scegliamo la palma piuttosto che il cactus. Abbastanza freddo anche qui.
Siamo gli unici campeggiatori, il che ci fa sentire un po’ dei morti di fame ma ci trattano bene lo stesso, i locali sono carini, c’è una sala lettura con un gran camino e sopratutto la posizione è strategica. Vivamente consigliata.
http://www.kariburwanda.com/directory/accommodation-in-rwanda/rwanda-guest-houses/kinigi-guest-house-ruhengeri-rwanda.html - kinigi2020@yahoo.fr

Di buon mattino armati di gorilla permits e scroccato il breakfast alla guest house siamo pronti per il trek.
Fuori dall’headquartes abbiamo l’occasione di vedere l’Intore dance persa a Butare. La danza è una parte importante del patrimonio culturale ruandese ed andare via senza averla vista mi sarebbe dispiaciuto.
Solito pubblico di turiste ad ammirare scolpiti addominali d’ebano tesi in sensuali ondeggiamenti di bacino, indubitabilmente il mio copilota è in prima fila.
Dopo il briefing ci viene assegnata la famiglia Hirwa, detto Lucky, ma più che fortunato è un ragazzo sveglio essendosi creato un gruppo autonomo rubando gorillesse un po’ da tutti i concorrenti alfa senza mai affrontarli in combattimenti diretti. Gorilla atipico non si smentisce essendo padre di due gemelli, caso rarissimo fra questi quadrumani.
Percorriamo un breve tratto tra piccole comunità e campi coltivati dove il lavoro si svolge nelle più consuete modalità africane per inoltrarci in seguito nella selva attraversando un tratto di caratteristica foresta di bambù.
Siamo fortunati dopo circa 40 minuti di salita, nemmeno tanto ripida e neppure fangosa intravediamo repentinamente delle masse scure. Proviamo a seguirli nel tentativo di osservarli meglio. Praticamente comparsi dal nulla li intravediamo nella vegetazione fittissima, sbucano e scompaiono ed ogni tanto piovono dall’alto.
Sinceramente me li immaginavo più grossi, forse ho visto troppi film di King Kong, in ogni caso, dato come piegano piante e spezzano rami credo sia meglio non litigarci.
Finalmente si fermano un po’ e tranquillamente il capoclan consuma una frugale colazione senza curarsi dei turisti, scegliendo foglie e vegetali con grazia, competenza e notevole concentrazione mentre le femmine ed i piccoli sono più schivi.
Si muovono molto e noi li seguiamo nella speranza di una sosta in uno spazio un poco più aperto, in modo da poter scattare delle foto migliori. Sarà che ormai siamo compagnoni, il buon Hirwa decide di fermarsi proprio di fronte a me in splendida posizione. Imbraccio al volo la Nikon con il 180 F 2.8, un kilo e mezzo solo lui, più il resto da scarrozzarmi nella giungla, già immagino il premio per tanta fatica, quando il mattacchione parte a razzo nella mia direzione trotterellando a quattro mani, nemmeno l’avesse punto una vespa. Non faccio in tempo a scattare che ci stiamo guardando negli occhi e confesso che, a 20 cm dal naso, il Silverback è piuttosto grosso, quindi mi rimangio tutto quanto scritto in precedenza! Questione di una frazione di secondo in cui ripasso mentalmente tutte le raccomandazioni del ranger, non muovo un muscolo escluso quello cardiaco, allorché lui, dedicandomi l’interesse che potrebbe meritare un busto di Lele Mora nudo in bronzo massiccio a grandezza naturale, mi scarta e si siede a 20 cm dalla mia spalla destra, dedicandosi a chissà quale squisita pianta degna di tale corsa. Amico, Le assicuro che non Le volevo portare via la piantina, si figuri, ho già anche fatto colazione. Alzo lo sguardo ed incrocio i volti attoniti del resto del gruppo e gli occhi spalancati a gufo del ranger, il quale, giuro, era impallidito a color cappuccino. Ferma al mio fianco sinistro Anna aveva invece assunto una perfetta posizione da primate sottomesso, quasi in genuflessione, nemmeno fosse andata a ripetizioni direttamente da Diane Fossey. Confesso di aver avuto la tentazione d’abbracciare quel grosso, apparentemente innocuo, enorme peluche. Magari potevamo spulciarci un po’, tanto per rompere il ghiaccio, farci una birretta. Invece, il ranger vistosamente preoccupato mi fa capire a quasi impercettibili ma chiari gesti di allontanarmi lentamente cassandomi il tentativo di socializzazione. Non mi do pena più di tanto, mi muovo tranquillamente con la certezza di non destare nessun interesse come è giusto che sia. Dedichiamo il tempo restante ad osservarli e purtroppo ce ne andiamo allo scadere abbondante dell’ora permessa. A causa delle condizioni estreme ambientali non ho portato a casa fotografie particolarmente significative, ma l’emozione è stata notevole.
I rangers: due parole ed un ringraziamento per questi ragazzi che passano anni ad avvicinarsi ed abituare i primati alla presenza umana, dormendo, mangiando, vivendo con essi mesi lontano da casa, tanto da considerare il “loro” gruppo di gorilla come una propria famiglia ed a volte difendendola anche a costo della vita. In Congo sono numerose le vittime del bracconaggio e della guerriglia, si parla di una ventina di morti all’anno.
http://www.nationalgeographic.it/natura/2011/08/22/foto/il_piccolo_gorilla_salvato_dai_bracconieri-473373/1/
Veloce rientro e consegna degli attestati.
Non mi dilungo su quanto sia bello ed interessante, è già stato scritto tutto il possibile. Posso solo aggiungere che vale la pena nonostante il costo proibitivo, sono soldi ben spesi, sia per l’opportunità di osservare da vicino queste meravigliose creature, sia per mantenere alto l’interesse dei governi nella protezione della specie e dell’ambiente naturale e, si spera, ad assicurargli un futuro al momento non particolarmente roseo.
Il tempo bigio non ci stimola ad altri giri, abbiamo tempo e decidiamo di ripartire destinazione Uganda. Raggiungiamo Kisoro, pressappoco 45 km a nord, in circa due ore. Le pratiche di frontiera sono molto “afrikane” ma le espletiamo senza problemi e nemmeno ci schiantiamo passando alla guida a sinistra. Aver fatto il visto in anticipo ha molto facilitato le cose, lo consiglio assolutamente in caso di passaggio della frontiera via terra.
A Kisoro, dopo aver iniziato una impari lotta con il Bancomat locale, incontriamo Julius Wetala, fondatore del Mountain Gorilla coffee tour, associazione che promuove un turismo eco sostenibile, progetti di volontariato ed incontri con le comunità locali, http://mountaingoriillacoffeetours.shutterfly.com/, ovviamente al suo negozio di ottimo caffè. Passiamo un po’ di tempo a chiaccherare ed in seguito incontriamo Richard, il quale ci ospiterà nella sua casa appena fuori città, nell’ambito del progetto di homestay. Gentilmente ci sbrigano anche le pratiche per il Batwa trail presso l’ufficio dell’Uwa in programma per l’indomani.
La casa di Richard è una bella recente costruzione, arredata con gusto, si trova a qualche km da Kisoro, in un villaggio chiamato Burere Village Chihe Parish, immersa nella campagna ugandese fra coltivazioni e frutteti in un contesto molto rurale e tranquillo. Siamo solo noi e ci godiamo questa full immersion nella realtà africana riducendo le “activities” e lasciando scorrere l’esistenza pigramente.
Conosciamo tutta la famiglia inclusa la fantastica mamma con l’immancabile Bibbia sotto braccio e solita leggerla seduta sotto il portico. Ci rimpinzano di thè e biscotti, preparano la doccia calda, non c’è acqua corrente ma non se ne sente affatto la mancanza, si fanno in quattro per farci sentire a nostro agio senza però essere mai invasivi, cosa che abbiamo apprezzato molto ed ha reso la permanenza particolarmente piacevole.
A forza di chiacchiere viene ora di cena e facciamo una bella allegra tavolata. La moglie di Richard è veramente un’ottima cuoca e posso affermare che i due pasti consumati qui siano stati i migliori, autentici e genuini di tutta la vacanza. Uno stufato di pesce di lago, carne, fagioli, verdure, tutto in quantità, accompagnate dal posho, sorta di polenta bianca di farina di mais e da un’altra polentina di banane di cui non rammento il nome, una vera bontà alla quale penso d’aver fatto onore. Tutto preparato sui bracieri a carbonella o sulla legna.

Alla mattina di buon’ora raggiungiamo il MGAHINGA NATIONAL PARK attraverso una strada molto sconnessa, dal fondo roccioso, decisamente lenta. Un’ora abbondante da Kisoro. Il piccolo parco, piuttosto isolato al confine con il Congo, copre un’area di foresta pluviale attigua ai Virunga, dominata dalla mole di tre vulcani spenti. Qui oltre a salire gli stessi, le attività principali sono il gorilla trek, 500,00Usd., il quale al momento non gode di particolare fama. E’ presente solo una famiglia abituata ai visitatori non molto collaborativa, sembra che tendano ad allontanarsi all’arrivo dei turisti. Ed il Golden Monkey trek, 50,00 Usd, più gettonato. Il Mgahinga è il luogo migliore per vedere queste rare e bellissime scimmie. Oltre naturalmente al BATWA TRAIL.
Appena all’esterno del cancello si trova un community camp, molto carino, con possibilità di alloggio, pasti e campeggio.
I Batwa: Meglio conosciuti come Twa e facenti parte della famiglia dei pigmei, loro sì etnia vera e propria, sono gli ancestrali abitanti delle foreste pluviali del centro est Afrika. Rispetto ai Pigmei incontrati in Cameroun, assolutamente basici, privi di qualsiasi sovrastruttura, per loro assolutamente inutile, i Twa, avendo avuto più relazioni con altri gruppi etnici, hanno sviluppato un minimo di propria cultura distintiva e di organizzazione sia sociale che economica.
I Twa del Mghainga oggi vivono ai margini della foresta e della società in condizioni di estrema povertà. Con la scusa della protezione dei gorilla, in realtà per agevolarne lo sfruttamento commerciale, sono stati forzatamente allontanati dalla giungla con la quale sono simbiotici ed ora, come tutti i popoli interdipendenti dall’ambiente, San, aborigeni australiani, indios amazzonici, non sono in grado di adattarsi ad uno stile di vita per loro incomprensibile. Il risultato di questo vero e proprio sradicamento è uno stato di indigenza continua dove l’alcolismo la fa da padrone. Si parla di loro un coinvolgimento nelle mansioni del parco ma siamo allo stadio di progetto. A mio giudizio sarebbero un valore aggiunto.
Il Batwa trail è un modo per aiutarli a mantenere viva la loro cultura ed identità, un’opportunità per tutti quelli che non possano o vogliano affrontare una spedizione nella giungla per conoscere uno stile di vita affascinante. Tutti i ricavati vanno alla comunità locale. http://www.thebatwatrail.com/ ed è già un ottimo motivo per cui andare.
Il trail, circa 3 ore facili, è una recita ma decisamente ben fatta, mentre si cammina ai bordi della foresta vengono mostrate tecniche di caccia, di raccolta miele, posizionamento trappole, viene spiegato l’utilizzo di ogni sorta di pianta medicinale, ornamentale o commestibile in modo coinvolgente e molto simpatico. Ci si diverte a tirare con l’arco a delle sagome di animali intagliati nel legno. Il trek finisce in una grande grotta, antica corte del re, dove, al buio, un coro accoglie i turisti con un effetto armonico decisamente piacevole e carico d’atmosfera.
Al visitor center apriamo la “schissetta” lasciataci da Richard alla mattina come pranzo e dentro ci troviamo un succhino di frutta, l’ovetto sodo ed un dolcino, giuro che ci commuoviamo.
Lasciato il Magilla Gorilla N.P., non paghi del trek e della frullata di ritorno ci concediamo una passeggiata fra nebbia e pioggerella fino al mitico lago Mutanda, molto carino a dispetto del nome.
Finiamo la giornata seduti sugli scalini nella, si fa per dire, piazzetta del villaggio scambiandoci sorrisi con le sciure intente ad attingere acqua con i loro bei bidoncini gialli dalla fonte ivi ubicata. Ma chi vende ‘sti bidoni in tutta l’Africa, mi chiedo.
Già ci eravamo adocchiati reciprocamente. Loro curiosi ma un po’ timorosi ci spiano, ridacchiano, ammiccano stando sempre bene in disparte. Io li guardo fissi con aria di sfida fino a che non resisto più. Fotocamera sull’occhio, quello buono, quindi non vedo un tubo, parto puntandone due dall’aria furba, i quali schizzano via urlando per tornare solo un paio d’ore dopo. Come gettare un sasso in un vespaio e si sviluppa la gazzarra a crescita esponenziale. Uno, due, dieci, tutto il villaggio! Vengo sommerso da una falange oplitica di mocciosi neri schiamazzanti fra le risate delle mamme e dei passanti. Non essendo mai cresciuto mi diverto proprio e qui ci vuole poco. La gara a rimpiattino dura fino a quando mi regge il fiato poi, ovviamente c’è il momento fotografia e visione collettiva della stessa ad uso ilare. La Nikon ne uscirà decisamente provata e ricoperta di sostanze appicicaticce di composizione sconosciuta. Anna si dibatte in una selva di what’your name e where you from, nel senso che chi cerca un minimo di conversazione intelligente va da lei.
Ad un certo punto, nel kaos totale, cerco di organizzarli e farli giocare a bandiera ma ormai è buio pesto ed ora di cena così rientriamo nel portone. Per chiuderlo e respingere l’orda a darmi manforte deve intervenire Richard con qualche rinforzo e sarà una dura lotta.
Lasciamo la casa con malinconia dopo un’altra fantastica serata, siamo stati veramente bene. Richard è davvero un bravo ragazzo, cortese, colto, di compagnia e tutti in famiglia sono persone squisite.
Con il senno di poi mi fermerei più tempo a godermi la campagna ed i villaggi circostanti e sono molto dispiaciuto di non aver potuto visitare la scuola, al momento chiusa per le vacanze. Esperienza che consiglio vivamente a tutti.
Anche solo come alternativa ad un hotel l’homestay è assolutamente consigliato. Non c’è nessuna differenza rispetto ad BB ed in più si può consumare anche la cena, e che cena, offre la possibilità di condividere uno spaccato di vita africana in un ambiente assolutamente sicuro, pulito ed accogliente. Adatto a tutti, sia ai malati d’Africa estrema che a coloro s’accostino per la prima volta al continente e vogliano fare un’esperienza diversa senza rinunciare al confort ed alle certezze.
Inoltre Julius organizza tour nei parchi del paese, gorilla e chimps trek inclusi, canoeing sui laghi e visite culturali presso villaggi e piantagioni locali in un contesto di rispetto dell’ambiente e delle comunità del luogo a prezzi onesti.
Pensione completa USD 40,00 la coppia.
http://mountaingoriillacoffeetours.shutterfly.com/ +256777412288 - wetalaj@gmail.com

Di nuovo on the road. 50 km ben asfaltati con vista sul lago Bunyoni. Superato il villaggio di Rubanda dovrebbe esserci il bivio in direzione nord ovest. Non lo vediamo affatto e lo saltiamo a piè pari. Chiedendo, ci indicano uno sterrato praticamente impercettibile, quasi un tratturo. Lo imbocchiamo non senza patemi. La pista sale subito in quota fra boschi e vallette d’or, ma l’unica cosa che echeggia sono i nostri dubbi.
In effetti dopo 2 ore di tortuose salite e discese piene di sassi e buche non siamo ancora sicuri della via e ci troviamo in una zona decisamente remota e poco abitata.
Qualcuno incontriamo, l’inglese lo masticano poco ed alla domanda “Isasha?” o “Queen Elizabeth?” all’interlocutore si dipinge in volto un bel punto interrogativo, eppure dovremmo essere a meno di un centinaio di km, riflessione prettamente da occidentale. Iniziamo allora a chiedere prima di Rutenga situato a mezzavia e poi di Bulema, punto chiave per Isasha, unici paesi segnati sulla mappa lungo la strada. La risposta dopo lunghe meditazioni ogni volta la stessa: sempre dritto da qualsiasi parte tu arrivi. La bussola segna un incoraggiante nord ovest, se la direzione è giusta o finiamo in Congo o arriviamo al parco, alla terza ora non si torna indietro. Nel frattempo il paesaggio cambia, meno dirupato, incontriamo piccoli villaggi, coltivazioni, frutteti, persone. Le indicazioni? Ma sempre dritto, c’erano dubbi? Non so come, neppure con che giro ma dopo 5 ore di sterrato e sconquassamenti vari, senza incontrare nulla che non si possa definire con l’aggettivo rurale e “sviluppo” appare un termine senza alcun senso sbuchiamo in quella che sembra una metropoli, Bulema, ridente villaggio con persino un incrocio! Di fronte la discesa verso la piana della Rift Valley Albertina. Una birra non ce la toglie nessuno.
Note:
La mappa della ITMB non è affidabile al 100%.
Le distanze non sono precise e le strade indicate abbastanza lineari possono essere decisamente tortuose.
I toponimi indicano non solo il villaggio ma tutta la zona circostante.
Raggiungiamo finalmente il south gate del QUEEN ELIZABETH N.P. settore ISASHA, 35 Usd per 24 ore più 25.000 Ugx l’auto. Abbiamo tempo per un game drive, 20 Usd, nella, vana, speranza di riuscire a vedere i leoni appollaiati sugli alberi, ne vedremo solo due nel bush piuttosto nascosti. Il settore di Isasha è sicuramente il più selvaggio del parco ma la vegetazione e l’erba, qui particolarmente alta e fitta, rendono complicati gli avvistamenti.
Se questa parte di parco non mi ha particolarmente esaltato, il campeggio è straordinario, il migliore del viaggio. E’ situato in uno spiazzo fra la foresta ed una delle infinite anse del fiume omonimo, 15.000 Ugx, molto basico, dotato solo di servizi essenziali, praticamente circondato da ippopotami, permette un’immersione nella natura veramente eccezionale.
L’Edt cita la possibilità di pasti ma noi non abbiamo visto nulla. Eventualmente c’è un resort, il Savannah Resort Hotel a 30 minuti d’auto più a sud (vedi guida). Non ci sono negozi, non c’è possibilità rifornimento. Lungo tutto il tragitto da noi effettuato, da Rubanda fino a Mweya non ci sono pompe di benzina, è bene tenerne conto.
Piantiamo la tenda sotto gli alberi a distanza di sicurezza dal fiume tenendo d’occhio gli ippo, i quali ogni tanto fanno capolino sbuffando. (S)Fortunatamente preferiscono la più sabbiosa e comoda ansa successiva per passeggiare ed addentrarsi nel bush, ma le tracce nel camp non lasciano dubbi riguardo alla loro frequentazione del sito, inoltre sentiamo chiari e forti i versi anche alle nostre spalle dietro la vegetazione nel bosco. Siamo totalmente soli, noi e la natura, cose per cui vale la pena vivere. Non c’è legna, così mi cimento con il charcoal cooker. Non è facile accendere la carbonella con la carta ma mi invento un sistema funzionale utilizzando le candele di cera, impennata d’autostima, fra accensione e cucina ci vuole il suo tempo ma siamo in Africa e quel che ci vuole, ci vuole! Dopo ottima bush cena e svariati bushes cicchetti consumati trastullandoci nel programma della serata: indovina l’ippo! Dov’è e quant’è grosso, ricchi premi e cotillon, Anna esclama un ben noto grido: Gli occhietti! Quattro begli occhi furtivi ci spiano dal sottobosco. Li illuminiamo, scappano e poco dopo tornano. Inizia una caccia all’ultimo frontalino. Una volta accertato di non aver a che fare con leoni o iene li seguo lungo un sentierino nella foresta, finchè uno dei due si blocca sopra un albero ipnotizzato dalla luce, rivelandosi un bellissimo esemplare di genetta dalla lunga coda a strisce.

A presto, per il prosieguo del resoconto di viaggio!

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