Il Turkmenistan nell'era del Ruhnama

in viaggio con Adriano Socchi in Turkmenistan

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Il Turkmenistan nell'era del Ruhnama

 

 

Sono passati ben 734 anni dal viaggio di Marco Polo e le leggendarie terre dell’Asia Centrale, costituiscono, ancor oggi, il naturale collegamento tra l’Oriente e l’Occidente, continuano a rappresentare un canale di transito d’idee e culture, a conservare un non so che di esotico nonostante tutti i cambiamenti dovuti a più di sette secoli di storia.
Protagonisti di quest’avventura in Turkmenistan non sono missionari, mercanti, cavalieri e tanto meno esploratori o navigatori, ma due assistenti sociali, un impiegato del C.I.S.A. 31 e un agente di viaggio, alla ricerca di quel filo sottile che unisce l’Occidente a questa misteriosa terra. Viaggiatori contemporanei, stanchi del solito tran tran quotidiano, desiderosi di staccare, come si usa dire, la spina. Quattro persone che alla maniera dell’illustre mercante veneziano, primo uomo della storia moderna che abbia saputo viaggiare con gli occhi aperti, partono mossi dalla stessa curiosità per la vita, i costumi, le tradizioni, le abitudini di civiltà diverse dalla loro.
Accomunati da questo stesso spirito d’intendere il viaggio, il reportage non poteva non iniziare con l’introduzione con cui Rustichello da Pisa incomincia Il Milione: “[…] O voi, chiunque siate, che volete conoscere le varie razze umane e le singolarità delle diverse regioni del mondo, prendete questo libro e fatevelo leggere. Troverete qui tutte le immense meraviglie, tutte le grandi singolarità delle grandi contrade d’Oriente […] da noi notate con chiarezza e con ordine come le raccontò messer Marco Polo, savio e nobile cittadino di Venezia, per averle vedute coi propri occhi. Qualcosa vi sarà e vero, ch’egli non vide: ma gli fu riferita da uomini degni di fede. E siccome daremo le cose viste per viste e le udite per udite, il nostro libro resterà giusto e veritiero, senza nessuna menzogna”.

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5 - 8 marzo 2005
Raccontando “le cose viste per viste e le udite per udite”, domenica 5 marzo, alle tre del mattino, arriviamo ad Ashgabat, non come gli antichi viaggiatori dopo mesi di viaggio inenarrabili per via dei pericoli scampati e delle mille peripezie superate, ma con un comodo volo aereo partito sette ore prima da Milano. Tuttavia un po’ di apprensione l’abbiamo, quando esplichiamo le operazioni doganali. Ottenere il visto d’ingresso dall’Italia è impossibile data la mancanza di rappresentanze diplomatiche turkmene nel nostro Paese. Ci presentiamo così muniti soltanto di un’apposita lettera d’invito del tutto incomprensibile perché scritta in cirillico. Questa c’era stata spedita da un’agenzia locale, via e-mail, dietro un lauto compenso. Un funzionario della dogana ci chiede il passaporto e l’invito. Vediamo i nostri documenti passare di mano in mano e da un ufficio all’altro, speriamo per più di un’ora che sia tutto a posto. Per fortuna lo è: entriamo in Turkmenistan!
Il nostro viaggio da Ashgabat a Dashogus, attraverso il Karakum Desert, non avviene con una carovana di cammelli, bensì con un comodo fuoristrada. Certo i paragoni con le epoche antiche sono improponibili, ma se è impossibile provare le emozioni della scoperta per queste terre una volta sconosciute è possibile provare sempre il gusto dell’avventura. Per questo nella lettura non troverete nulla di straordinario e ignoto, come, che so, la descrizione del “popolo dei seri” - uomini che vivono fino a trecento anni - ma vale ancora la pena raccontare le diversità tra mondi diversi.

L’impatto notturno con Ashgabat è sbalorditivo. All’uscita dall’aeroporto la notte ci avvolge, il cielo è nero fondo, ma diventa striato di bianco dopo pochi chilometri, al profilarsi della città, e una galassia di luci quando siamo in centro. Non si tratta di stelle, ma di potentissimi fari che illuminano a giorno faraonici palazzi e fantasiosi monumenti. L’inatteso spettacolo ci affascina e disincanta, difficile da capire, magari domani alla luce del giorno... Andiamo a dormire e, con ancora il ronzio dei motori dell’aereo nelle orecchie, ci domandiamo: cosa ci si può aspettare dalla capitale di questa dimenticata repubblica centro asiatica, ubicata in mezzo al deserto? Nulla, sarebbe l’ovvia risposta, se non fosse per la personalità del suo primo cittadino, come avremo modo di scoprire l’indomani.
Ashgabat rispecchia l’eccentrico temperamento del presidente Niyazov, padre e padrone della nazione, nominato eroe del popolo turkmeno dal Parlamento. Accanto ai sontuosi, quanto inutili, palazzi e monumenti, sparsi per tutta la città, è possibile leggere a caratteri cubicali la sinistra iscrizione, di hitleriani ricordi, “Halk, Watan, Turkemenbashi” ossia “Popolo, Nazione ed Io”. I ritratti di Niyazov capeggiano dappertutto così come la pubblicità propagandistica del Ruhnama, “il libro dello spirito” scritto dallo stesso Niyazov la cui introduzione è più che sufficiente ad inquadrare il personaggio.
"Mia cara Nazione Turkmena!
Siete il significato della mia vita e fonte della mia resistenza. Vi auguro una vita sana e forte.
Questo libro, scritto con l'aiuto dell'ispirazione trasmessa al mio cuore dal Dio che ha generato questo meraviglioso universo, io scrivo. Contiene lo spirito della nazione, la sua moralità ed immortalità storica. Alla mia cara nazione Turkmena io scrivo, per invitare le vostre anime e menti a svolgere queste mansioni per sollevare una fede forte nel vostro cuore e per essere un supporto a voi. Per tutto questo e altro ancora Io ho scritto questo libro, Ruhnama
"

Dopo il pauroso terremoto del 6 ottobre 1948 che causò la morte di 110.000 persone e gli anni bui del regime sovietico, oggi Ashgabat rivive e giorno dopo giorno cerca una sua nuova identità, almeno agli occhi dello straniero, a discapito, però, della popolazione. La città cambia continuamente volto per via delle tante opere fatte costruire. Le aree demolite per far spazio a queste grandi opere sono costate la distruzione di centinaia di case e il conseguente sfratto di migliaia di persone. Oggi ad abitazioni quasi in rovina si alternano edifici nuovi o in via di costruzione, alcuni dei quali hanno anche un certo fascino architettonico, come può essere l’Arco della Neutralità. Sulla sommità si trova una statua di Niyazov, ricoperta d’oro, alta 12 metri e con le braccia tese verso il sole, che gira in base al percorso dell’astro. Cosa dire, poi, dei palazzi di piazza dell’Indipendenza tra cui svetta quello di Turkmenbashi, con la cupola d’oro, e della moschea di Azadi ad imitazione della moschea Blu di Istanbul? L’insieme che ne scaturisce è qualcosa di anacronistico.
Fanno quasi tenerezza i bellissimi hotel e palazzi di marmo bianco del surreale quartiere di Berzengi completamente vuoti. Il luogo comune di città in mezzo al deserto resiste malgrado le infinite fontane fatte costruire e i tanti verdissimi giardini, oggi un segno indelebile all’interno del paesaggio cittadino. Ad Ashgabat si trova la fontana più grande del mondo, una vera e propria piramide alta 70 metri sui cui fianchi precipitano fragorose cascate.
Chi allora verrà per la prima volta ad Ashgabat sarà costretto a ricredersi in quanto non troverà una città in mezzo al deserto. In alcuni periodi dell’anno si possono addirittura ammirare le cime innevate del Kopet Dag al confine con l’Iran. Una chicca, proprio dietro il nuovo Teatro Nazionale, su di un plinto tipicamente centro-asiatico troneggia ancora, nel centro della piazza, una delle ultime statue di Lenin rimaste in piedi dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica. Fino a quando? Chissà?
Prima di lasciare Ashgabat cerchiamo invano di cambiare, ma le banche chiuse ci costringono a servirci del cambio in nero. Troviamo in un giovane, dallo sguardo furbo e spavaldo, l’uomo che fa per noi. Costui entra nel cortile di un palazzo e a un suo semplice fischio vediamo volare da un balcone un sacchetto pieno zeppo di mazzette di manat.
Nei quartieri periferici, infine, i palazzi sono tutti uguali e assomigliano a tanti alveari, per via della moltitudine d’antenne paraboliche montate sui balconi o alle finestre. Il motivo è semplice: ad Ashgabat non esistono i cinematografi allorché Niyazov ha dichiarato i films non facenti parte dell’arte Turkmena. La vita notturna è quasi inesistente. I pub di tendenza si contano sulle dita di una mano e sono ravvivati solo in rare occasioni, quando suona qualche complesso locale, ma alle undici tutto finisce. I locali chiudono. Per quanti vogliono continuare la serata, non resta che infilarsi in una delle tre discoteche della città che dispongono di particolari licenze per tirare avanti fino all’alba.
Ecco la scorza, a nostro parere, di questa megalomane capitale che potremmo enfaticamente definire un guasto alla modernità e che conserva per certi versi molti aspetti del suo passato sovietico.

Alla periferia nord della capitale, dopo appena qualche chilometro, si è già in pieno deserto. Su uno spiazzo, riconoscibile per via delle centinaia d’automobili, furgoni e bus parcheggiati, si tiene tutte le domeniche mattina il mercato di Tolkuchka definito "l’ultimo angolo di un brulicante mondo asiatico che fu". Migliaia di volti lo percorrono, infinite mercanzie lo ravvivano e una moltitudine di tinte lo colorano.
Vi giungiamo intorno alle nove, quando l’intensa attività commerciale è nel pieno del suo fervore. L’abbondanza dei prodotti fa sì che il mercato sia un punto d’incontro molto animato. Parcheggiamo il nostro Nissan Terrano, un vero gioiello, in mezzo alle vecchie Lada 2107, quindi risaliamo la via che conduce verso l’arco della porta d’entrata. E se qui la ressa è tale da impedire il cammino, oltrepassato l’ingresso è ancora peggio. Al di fuori dell’immensa aerea recintata del bazar incontriamo donne accovacciate che vendono le proprie mercanzie appoggiandole per terra, su fogli di giornale. Si succedono improvvisate bancarelle, la maggior parte delle quali costituite di grandi mucchi di cipolle, che in Turkmenistan sono di tutti i colori, bianche, verdi, rosse, poi, a perdita d’occhio venditori di carote, pomodori, verdure, spezie, pistacchi e vere e proprie distese di ricambi d’auto.
Di là della porta, subito a sinistra, c’è la zona riservata ai tappeti dove s’aggira una folla variopinta che insieme al colore rosso prevalente dei tappeti crea tutto intorno un’armonia di colori che ha dell’incantevole. Di tappeti ve ne sono a migliaia: grandi e piccoli, per terra o appesi ad appositi sostegni, rotolati e srotolati. La stessa armonia di colori la s’incontra nell’area delle sete: fili, scialli, vestiti.
Camminando per il mercato gli uomini sono facilmente riconoscibili per via dei cappelli che portano: i colbacchi. Gli anziani, soprattutto, indossano ancora il telpek, un grande copricapo nero di pelle di montone, insieme al khalat, una tunica di colore scuro in genere grigia o blu. I giovani vestono, invece, giacche di cuoio o di pelle. Le donne portano appariscenti e coloratissimi scialli multicolori, bordati di frange, e maglioni di lana pesanti e lunghi.
Alla fine ci ritroviamo, neanche a farlo apposta, nel tratto della ristorazione. Vediamo crepitare sui bracieri spiedini di montone, gli shashlyc. Ci fermiamo a mangiarli, ma Cris non ancora pago si rimpinza un kebab di carne, anzi di cipolla, data l’abbondanza contenuta nel panino. Risultato: il suo alito profumerà l’abitacolo dell’auto fino a Darvaza tanto che sarà soprannominato nel corso del viaggio “syüla”, in dialetto piemontese, appunto, cipolla.

Lasciamo la confusione del bazar di Tolkuchka e prendiamo l’unica strada asfaltata che attraversa il deserto del Karakum da sud verso nord. Definirla strada è senz’altro un eufemismo, si tratta piuttosto di un argine asfaltato dato che da quando fu costruita dai sovietici non ha più avuto alcun lavoro di manutenzione. Oggi è cosparsa di buche, l’asfalto completamente rovinato tanto che spesso conviene abbandonarne la sede e guidare sul terreno circostante per mantenere andature più veloci.
A Jerbent, dove c’è l’unica stazione di rifornimento tra Ashgabat e Dashogus, è obbligatorio fare benzina. Riempiamo il serbatoio della macchina e le due taniche di scorta. La benzina all’oasi di Jerbent arriva soltanto una volta a settimana, e neppure sempre, trasportata da camion serbatoi. In questo giorno della settimana sfilze di motociclette vengono a rifornirsi da tutta la zona. Siamo dietro ad una lunga coda di moto ed automobili ad aspettare il nostro turno, quando uno degli addetti alle pompe si accorge della nostra presenza e per il solo fatto di essere stranieri ci fa passare superando la fila. Il favore è particolarmente gradito, poiché ci permette di proseguire senza perdere troppo tempo.
Da qui in avanti il paesaggio diventa tipicamente desertico, qua e là banchi di sabbia emergono in dolci rotondità e fanno da sponda alla strada. C’imbattiamo nel primo di tanti gruppi di dromedari che ci attraverseranno la strada, con passo lento e fissandoci con aria pretenziosa.
Per superare questo deserto, il più arido dell’Asia centrale, bisogna essere spinti da un buon spirito d’avventura. Il Karakum è triste e monotono, per nulla bello, ma al suo interno nasconde una vera meraviglia. Si può trovare all’altezza dell’oasi di Darvaza dove abbandoniamo l’asfalto per seguire, di volta in volta, differenti piste di sabbia che portano presso dei crateri artificiali, scavati all’epoca del potere dell’Unione Sovietica. In tutto sono nove, ma noi ne esploriamo soltanto tre: uno contenente acqua, un altro zolfo e il terzo, il più spettacolare, quello dei gas. Quest’ultimo è la meraviglia di cui parlavamo sopra e costituisce il motivo per cui ci siamo spinti fin quaggiù.
Nel nostro peregrinare per scovarlo abbiamo modo di imbatterci in una ak oi (yurta turkmena) abitata da un’unica famiglia. Al nostro arrivo i primi ad uscire e venirci incontro sono i bambini, seguiti dai ragazzi, quindi i genitori e infine i nonni. Certo che dobbiamo essere una visione quasi extraterrestre. Gli sguardi sono sorpresi e curiosi. Alcuni bambini sono senza scarpe, altri indossano calze di colore diverso, gli adulti strascicano a terra cappotti troppo lunghi per loro, adatti a degli uomini di corporatura sicuramente più grande.
La yurta in cui vivono è davvero isolata, lontano dalla strada, in mezzo al deserto e circondata dal nulla. Cinque capre, una decina di galline e una moto completano il quadro. Data l’incomprensione linguistica che non permette di imbastire alcun discorso offriamo loro dei biscotti e facciamo vedere una serie di cartoline che c’eravamo portati appresso raffiguranti le più belle località turistiche italiane: Venezia, Roma, le Dolomiti, la Costa Smeralda. Le fotografie sono apprezzate più dai grandi che dai piccoli e saranno un regalo inaspettatamente gradito oltre ad una testimonianza del nostro passaggio.
Riprendiamo il viaggio alla ricerca del “cratere dei gas” e strada facendo, discorrendo con Aman, scopriamo che la famiglia e la yurta è quanto rimane dell’insediamento dell’oasi di Darvaza. Darvaza non esiste più! Non è riuscita a sopravvivere al deserto, ma soprattutto all’ultimo grave terremoto che ha formato nel terreno nuove e pericolose crepe che sprigionano gas nocivi. Senza GPS, satellitare e qualsivoglia strumento tecnologico continuiamo a seguire difficoltose piste di sabbia e proprio prima del tramonto finalmente arriviamo. Ci affacciamo al cratere e vediamo il fuoco divampare con incredibile forza ed enormi fiamme, man mano che scende la notte lo spettacolo diventa sempre più incredibile ed affascinante. N’è valsa davvero la pena come in poche altre circostanze.
La stranezza non è forse il premio dell’esplorazione?
Favoleggia anche una leggenda intorno al cratere. Si racconta che gli spiriti che vivono tra le fiamme sono malvagi e crudeli e causano sovente grandi sciagure. Non bisogna accamparsi se non dopo esserseli aggraziati compiendo un giro dell’intero perimetro in senso antiorario. Si può allora sistemarsi in tutta sicurezza senza essere assaliti da vento e pioggia, o cataclismi più gravi. Mentre eseguiamo il rito vedo Aman accovacciarsi, raccogliere una manciata di sabbia e buttarla in alto, intuisco che lo faccia per capire dove soffi il vento, quindi lo scorgo andare in cerca di qualche secco arbusto… infine posiziona il campo per la notte. Penso che l’omaggio agli spiriti abbia già avuto il suo effetto, ossia quello di averci fatto trovare una guida affidabile, Aman appunto.
L’unica avversità se si può definire tale è quella di dormire in tenda ad una temperatura di 0°C, un disagio minimo. Il clima è freddo, più consono ai poli che al deserto, ma siamo in inverno e in questa stagione fa freddo anche nei deserti. Aman stende un tappeto sulla sabbia sopra il quale ci sediamo a mangiare. Per vincere i rigori del clima a dire il vero mangeremo poco e berremo molto. Tanto vino, portato fin quaggiù dalle nostre Langhe e, ancor più, tanta vodka.
Alla fine della cena siamo bevuti di vino, vodka e chili-vodka. Ci sentiamo allegri e spensierati, siamo “vivi” e stiamo bene insieme. Il posto è selvaggio, ma sicuro non vedremo nessun essere mostruoso come gli uomini con i piedi girati all’indietro, il cui pelo invecchiando diventa nero anziché bianco o bestie fantastiche come la leucocroca con il corpo d’asino, il didietro di cervo, petto e cosce di leone, piedi di cavallo, un grande corno biforcuto e una larga bocca tagliata fino alle orecchie.
Durante la serata restiamo ammaliati dalla vita di Aman, la guida che ci hanno obbligato ad avere e fino all’ultimo abbiamo cercato di non prendere. Aman è un reduce della guerra in Afghanistan. Ha combattuto contro gli americani in quanto all’epoca il Turkmenistan faceva parte dell’Unione Sovietica. Nel corso della guerra è stato ferito ben due volte. Percepiamo che non possa parlare, del resto ogni tipo di opposizione è fuorilegge in Turkmenistan, eppur non si può proprio non protestare contro l’ingiustizia e la miseria in cui vive gran parte della popolazione. Il regime autoritario di Niyazov, non per niente, è indicato da alcune organizzazioni internazionali addirittura a rischio rivoluzione.
Questa notte il paesaggio a Darvaza, nel Karakum Desert, è grandioso pur nella sua desolazione: cielo e sabbia si confondono con le luci delle tenebre in un'unica nera distesa interrotta dal giallo e dal rosso che sprigiona il cratere.
Le braci durano a lungo e Aman le usa per il proprio giaciglio notturno. Lo invitiamo a dormire nella tenda rimasta vuota, ma lui risponde che preferisce dormire fuori e presto ne capiremo il motivo. Con una pala scava una buca delle dimensioni di un uomo e dentro vi butta la brace quindi copre di nuovo tutto con la sabbia. A questo punto vi si sdraia sopra, immergendosi completamente nel proprio sacco a pelo. D’altronde era il minimo che ci si poteva aspettare da un veterano dell’Afghanistan. Proviamo il suo rustico letto, certo non morbido, ma insospettabilmente caldo.
Dentro la tenda più avanza la notte e più il freddo diventa pungente, infilo anche la testa dentro il sacco, invidiamo Aman fuori sul suo caldo pagliericcio. Durante la notte, nel lungo dormiveglia, penso, perché devono averlo chiamato nero; Karakum Desert, infatti, significa deserto nero sicuramente non per indicarne il colore della sabbia, ma credo per segnalarne le difficoltà e definito, non a caso, terribile e infernale.

Il giorno dopo proseguiamo la risalita dell’implacabile deserto del Karakum, a dire il vero in inverno meno spietato di quanto si descrive. La frase “senza prendere refrigerio da cosa alcuna” in questo tratto del percorso è più che mai azzeccata. Da quanto abbiamo lasciato il campo non abbiamo incontrato nessuna abitazione ed essere umano fino in prossimità della fortezza di Shasenem, ormai solo più un rudere agglomerato di mura distrutte.
Arriviamo a Konye-Urgench dove, su una vasta zona disseminata di tombe, pochi monumenti e mausolei rappresentano quanto resta della furia devastatrice di Gengis Khan. Sul luogo aleggia una particolare desolazione. Svetta, su tutti, il minareto di Gutlug Timur per via dei suoi 64 metri d’altezza e per l’armonia delle sue linee il mausoleo del Sultano Tekesh, ma non sono i monumenti il motivo della nostra visita, anche se l’UNESCO è pronto a dichiararli patrimonio dell’umanità. Siamo qui per assistere al rito propiziatorio della fertilità a cui si sottopongono le donne del posto e così ci dirigiamo sulla collinetta di Kirkmolla (collina dei quaranta mullah). Sulla sommità le donne sterili e speranzose di un figlio offrono minuscole bambole di pezza poggiate su altrettanto minuscole culle di ramoscelli come ex voto. Dopo l’offerta, a conclusione del rito, si lasciano rotolare lungo il pendio della collinetta come sacrificio. Guardiamo una giovane ragazza prepararsi al rituale attoniti per la crudele tradizione e nel più assoluto silenzio in segno di rispetto.
Visto quanto volevamo non desideriamo altro che percorrere gli ultimi 140 chilometri che ci separano da Dashogus per concludere questa interminabile giornata, ma Aman fino ad ora sempre composto insiste ostinatamente per accompagnarci a vedere il museo della città. Alle nostre domande del suo perseverare ci risponde che quando saremo al museo capiremo.
Una volta sul posto realizziamo l’insistenza di Aman. All’interno è conservato un tappeto con il ritratto del padre insignito della medaglia d’eroe di guerra. Aman è visibilmente commosso, ma allo stesso tempo orgoglioso. Non c’era mai stato ed ha approfittato di noi per venirlo a visitare. Ora che abbiamo capito le ragioni siamo felici di averlo accontentato.
Passiamo la notte a Dashogus che lasciamo il giorno seguente di buon mattino. Dopo appena 19 km siamo al confine che troviamo ancora chiuso. Nel frattempo si è già creata una piccola fila alla quale ci mettiamo in coda. Le pratiche doganali sembrano sbrigative fin quando non arriva il nostro turno e allora rallentano notevolmente. I fogli da compilare che ci vengono dati sono scritti in cirillico, noi li compiliamo scrivendo, in inglese, ad intuito, le solite cose: cognome, nome, numero di passaporto, scadenza, luogo d’entrata ecc. La polizia legge il nostro inglese che è l’equivalente del cirillico per noi, timbra i moduli compilati e i nostri passaporti… così ci ritroviamo in quel tratto di terra che appartiene a nessuno pronti ad entrare in Uzbekistan.

 

 

Da Ashgabad a Dashogus, attraverso il deserto del Karakum

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