La Turchia in un bicchiere di çay

in viaggio con massimob in Turchia

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La Turchia in un bicchiere di çay

Al di là delle grandi bellezze naturali e architettoniche, la Turchia rivela il suo volto più autentico attraverso l'ospitalità della sua gente, la sua cucina, la quotidianità dei gesti più semplici.Un Paese ospitale come pochi, filtrato attraverso i rituali della bevanda che più lo caratterizzaLa Turchia ci prende per mano e ci accompagna nel nostro viaggio, il suo sorriso sincero e il suo calore protettivo ci mettono a nostro agio fin dai primi istanti.
Come una perfetta padrona di casa ci ospita con garbo cercando in ogni modo di dimostrarsi attenta alle nostre richieste, affinché non ci manchi nulla; le ore della giornata sono scandite dal canto del muezzin che, dall’alto dei minareti di ogni moschea, richiama i fedeli alla preghiera per cinque volte al giorno.
L’effetto acustico è suggestivo poiché si innesca un domino di eco che si diffonde in ogni angolo del Paese, anche il più lontano.
Ci viene offerto il primo çay (tè turco), ne assaporiamo appieno il gusto, deciso ma non troppo forte, diverso da tutti gli altri, anche per il tipo di bicchiere nel quale viene servito, ha la forma di un tulipano, simbolo emblematico della Turchia.
Tale bicchierino è sempre accompagnato da un piattino colorato di porcellana, non steso, ma sufficientemente concavo da contenere anche il micro cucchiaino e due micro zollette di zucchero.
Intorno al bicchierino di çay ruota tutta la cultura della Turchia, è il primo gesto di benvenuto, un modo per socializzare anche quando si parlano lingue differenti.
Io e Max siamo subito conquistati da questa piacevole abitudine, tanto semplice e genuina per i turchi quanto straordinaria per noi.
In un bicchiere di çay non c’è spazio per il pregiudizio, siamo ospiti di un paese musulmano e ci sentiamo persone, con gli stessi desideri, gli stessi sogni, la stessa voglia, quella di vivere tutti insieme con o senza il velo, con o senza il crocifisso al collo.
La Turchia ci invita ad assaggiare le prelibatezze della sua cucina, dalle abbondanti colazioni a base di uova sode, formaggio, olive nere, pomodori, cetrioli, yoghurt, fichi, miele e marmellate ali banchetti allestiti di pide, kofte, gozleme annaffiati da fiumi di ayran e accompagnati da montagne di pane, poiché i turchi ne sono ghiotti.
Restiamo ogni volta senza parole, tanta è la bontà di quei piatti apparentemente semplici, ma che invece richiedono tempo e cura nella preparazione, è una mescolanza armoniosa di materie prime freschissime, di spezie, di aromi naturali e di frutta secca, che al nostro palato risulta squisito.
Senza alcun dubbio decretiamo come il piatto Re della cucina turca il kebab.
In tutte le sue varianti, che sia di pollo o di agnello, o di montone, che sia servito in un panino o sua una focaccia con lo yoghurt, o infilzato su uno spiedo, il kebab è, nella sua semplicità, un gustosissimo modo di mangiare la carne.
Se poi si ha la fortuna, come abbiamo avuto noi, di partecipare ad un picnic a base di enormi spiedini di kebab di agnello, arrostiti sulla brace di un grande falò nelle magiche valli della Cappadocia…
Non è una notte qualsiasi, è quella di S. Lorenzo, la notte delle stelle cadenti, e quale posto più suggestivo poteva fare da cornice a questo fenomeno naturale se non la Cappadocia?
Qui, lontano dalle luci artificiali dei centri abitati, si distinguono bene le scie brillanti delle comete, e come vuole la tradizione, per ogni stella cadente va espresso un desiderio, ma noi potevamo forse desiderare di più?!
L’atmosfera che si crea è unica, un bel numero di persone sedute sui tappeti intorno al fuoco, il crepitio della legna che arde, il profumo degli spiedini di agnello e un buon bicchiere di vino turco, sembra quasi di sognare.
Le ombre della notte lasciano il posto ai colori di un’alba alquanto insolita per noi.
Una dopo l’altra decine di mongolfiere si staccano dal suolo e come in una danza iniziano a fluttuare nel cielo silenziosamente.
Dall’alto si gode di un panorama fiabesco, montagne che sembrano meringhe e pinnacoli che assomigliano a funghi giganti, i paesaggi della Cappadocia sotto di noi pian piano si colorano quando il sole fa capolino all’orizzonte, e sembra di volare su distese di tiramisù e di gelati alla vaniglia e pistacchio.
Ritorniamo con i piedi per terra, di nuovo pronti ad inseguire questa Turchia che non si ferma mai, abili mani lavorano incessantemente, dal lustrascarpe al venditore di pannocchie arrostite, dalla tessitrice di tappeti all’artigiano della ceramica, dal barbiere allo spazzino, che si cala nei bidoni per differenziarne il contenuto, per noi incredibile anche solo pensarlo.
Mentre la Turchia svolge freneticamente le sue attività noi continuiamo il nostro viaggio, alla scoperta dei suoi tesori a cielo aperto quali le maestose rovine di Efeso splendidamente conservate, la città di Izmir con il suo castello di Kadifekale (fortezza di velluto, edificata da Alessandro Magno), il paese di Selçuk con le sue cicogne e la Basilica di S. Giovanni, Kaþ e il suo mare turchese, Konia con la tradizione dei Dervisci rotanti, e Istanbul, la città-ponte tra Oriente e Occidente.
I panorami che ci accompagnano nei circa tremila chilometri percorsi non sono mai gli stessi.
Alte montagne rocciose si alternano a boschi di un verde intenso, fitti di pini e abeti.
Distese di alberi da frutto, come fichi, albicocche, pesche lasciano il posto a filari di uva bianca, messa, una volta raccolta ad essiccare su teli lunghi decine di metri, ci penserà poi il sole a trasformarla in deliziosa uvetta sultanina.
Lungo le strade si incontrano donne che vendono il loro raccolto e noi, spinti dalla golosità, decidiamo di fermarci, innescando uno scompiglio generale, accorrono numerose portando barattoli di miele, fichi dolcissimi e grappoli d’uva.
Qualche donna ci mostra fiera la foto del figlio in divisa militare e chiede di fare una foto insieme a noi, il perché non lo sapremo mai, visto che parlava solamente in turco, ma è stato comunque carino da parte sua.
Le nostre giornate sono ricche di avvenimenti e di incontri interessanti, non c’è proprio il tempo di annoiarsi.
Anche quando ci riposiamo su di una panchina al’ombra di un albero, e intorno non si vede nessuno, passa qualche minuto e si materializza una figura davanti a noi con un vassoio: “volete del çay?”
Rifiutare significherebbe non gradire la bevanda in sé, ma soprattutto non gradire la compagnia di colui o colei che ce la offre, in questa maniera abbiamo assaggiato svariati gusti di çay, e conosciuto persone con cui confrontarci.
La Turchia si è dimostrata sempre disponibile, mai con secondi fini.
Le piace raccontare di sé, ama chiacchierare e gesticolare, e questo suo modo affabile ci ha proprio conquistati.
Teþekkür (Grazie)
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Massimo e Silvia

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