Da Brescia alla Turchia in moto

in viaggio con Adriano Lombardi in Turchia

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Da Brescia alla Turchia in moto

La partenza è domenica 7 agosto 2005. Siamo in cinque: Serjei, Balos, Teppy, Renzino ed io (Adriano). Due Yamaha XT 550, un TTR, una Honda Transalp e il mio Tenerè.
Superato il casello di Venezia comincia a piovere e a fare freddo, e sarà così per tutto il giorno. Attraversiamo Slovenia e Croazia e verso sera pernottiamo in una graziosa pensione.
Ma non stiamo andando in Turchia? Gli ultimi 200 km li abbiamo percorsi sotto la pioggia e con una temperatura di una decina di gradi, tipico clima scandinavo. Per giunta la mia moto nell'ultimo tratto ha iniziato a perdere colpi: che sia a causa dell'acqua? Impossibile: dopo 4 viaggi in Russia, a Capo Nord, in Islanda, è una veterana della pioggia.
Il mattino seguente splende il sole: carichiamo le moto e partiamo. Percorro un chilometro e la mia cavalcatura ammutolisce improvvisamente. Sostituisco la candela, la centralina, apro le guaine dell'impianto elettrico alla ricerca di un filo interrotto ma inutilmente. Alla fine provo a sostituire la bobina e magicamente riparte.
Proseguiamo in Serbia e verso sera entriamo in Bulgaria: la temperatura è ancora bassa e pernottiamo in una bettola, pur se con le lenzuola leopardate.
Il giorno dopo superiamo il caotico traffico di Sofja e nel primo pomeriggio giungiamo nei pressi del confine con la Turchia. Veniamo però fermati da due poliziotti che ci fanno capire che il fiume è straripato e la strada è inagibile. Deviamo allora per una strada di montagna ma un'ora dopo siamo alle solite: siamo quasi al confine ma non possiamo passare perché la strada è allagata.
Decidiamo allora di entrare in Grecia: superando un ponte vediamo che il fiume sottostante lambisce i tetti delle case di un misero villaggetto.Saltiamo sulla due ruote: destinazione il Monte Ararat!Percorriamo una trentina di chilometri ed eccoci al confine turco, che superiamo dopo un'ora di scartoffie.
Siamo a Edirne: cambiamo un po’ di soldi e via, direzione Canakkale. Ci fermiamo a fare acquisti in un ipermercato per la cena. E' tutto come da noi: un mega parcheggio, un vasto assortimento di prodotti, una sfilata di casse e carrelli all'uscita. Unica differenza un autoblindo nel parcheggio con i militari in assetto di guerra.
La sera dormiamo in un campo in riva al mare, dopo una spaghettata aglio e olio.
Il mattino dopo siamo allo stretto dei Dardanelli: traghettiamo a Canakkale e sbarchiamo in Asia.
Facciamo un salto a Troia dove visitiamo il sito archeologico e ripartiamo lungo la costa, dove però troviamo un traffico intenso. Decidiamo di andare direttamente verso la Cappadocia, tagliando il Mare Egeo. Abbiamo solo due settimane e il nostro obbiettivo è il Monte Ararat.
Nel primo pomeriggio giungiamo al lago di Tuz Golu, 150 km a sud di Ankara. E' un lago salato e di acqua ne è rimasta pochissima: c'è solo una grande distesa di sale in un bianco abbacinante.
Percorriamo ancora un centinaio di km sino a giungere a Sultanhani, dove c'è il più antico caravanserraglio della Turchia.
Era una stazione di rifornimento per le carovane che viaggiavano lungo la Via della Seta che qui potevano sostare alcuni giorni per rifocillarsi, fare scorta di provviste ed eventualmente riparare i carri.
E' molto ben conservato e sembra di rivivere l'atmosfera di allora, con gli animali nelle stalle e le persone intente nelle loro mansioni quotidiane.
La sera dormiamo in un campeggio, che altro non è se non il cortile di una casa dove possiamo fare la doccia e lavare le nostre stoviglie, per la modica cifra di € 2 a testa.
Il giorno dopo abbiamo la malagurata idea di cercare una scorciatoia attraverso le montagne per arrivare a Ilhara: ci infogniamo su una mulattiera pietrosa dove con le nostre moto stracariche non riusciamo a proseguire e, dopo numerose cadute, siamo costretti a tornare a valle dove riprendiamo la strada asfaltata per la Cappadocia.
Vi arriviamo verso sera e ci fermiamo a Goreme in un campeggio. Ci stupiamo della mancanza di turisti, motivata dal timore di attacchi terroristici; visitiamo le chiese scavate nella roccia, scendiamo in una città sotterranea e, dopo avere ammirato la più bella valle con i Camini delle Fate a Devrent, ci rimettiamo in viaggio il giorno dopo proseguendo ancora verso Est.
La Turchia è un gigantesco cantiere: ovunque si stanno allargando strade e parecchi tratti lunghi diversi chilometri sono sterrati. Ci divertiamo da pazzi: normalmente procediamo a 100-110 km/h ma quando l'asfalto lascia il posto allo sterrato aumentiamo l'andatura superando auto e camion che invece mollano l'acceleratore sulle prime buche.
In certi tratti è una bolgia dantesca, accentuata dal fatto che soffia spesso un forte vento e contribuisce a sua volta ad alzare nubi di polvere oltre a quella sollevata dai numerosi camion.
Ad un tratto sento un rumore secco provenire dal retrotreno: si è spaccato il pistone del monoammortizzatore e la moto salta come un canguro, rischiando di sfasciarsi su ogni buca.
Siamo a 80 km dal primo paese e li percorro stando seduto sul tappo del serbatoio: l'ammortizzatore non si disfa e arriviamo al villaggio alla ricerca di un saldatore. Trovatolo smonto il retrotreno della moto, sfilo l'ammortizzatore e lo passo all'artigiano che inizia a saldarlo. S'interrompe poco dopo: la sua saldatrice non è in grado di fare un buon lavoro e allora andiamo da un suo collega lì vicino, che invece può saldarlo alla perfezione.
Rimontiamo tutto e chiediamo cosa dobbiamo pagare, ma l'uomo ci fa un gesto con la mano: niente. Insistiamo ma è inutile, non vuole nulla.
Dopo avere stretto la mano a mezzo paese ripartiamo, destinazione Nemrut Dagi. Viaggiamo nel calore pomeridiano che va aumentando sempre più sino a che, dopo cena, ci infiliamo in un campo di paglia dove passiamo la notte.
La mattina sveglia presto, verso le 5,30, perché dormendo all'aperto appena spunta il sole siamo costretti ad alzarci. Arriviamo ad Adyaman e facciamo colazione in un campeggio, dove il gestore ci dice che non è possibile salire al Nemrut Dagi causa le condizioni del fondo stradale. Ci indica una moto con targa italiana, una Transalp, e ci spiega che anche la coppia proprietaria ha scelto di andare sul Nemrut con il suo pullmino con il quale lui organizza appunto le ascensioni al sito archeologico.
Decliniamo l'offerta, noi saliremo in moto. Andiamo per la via meno usata, in quanto dissestata, senza incontrare difficoltà. Altro che pullmino! Saliamo sino a 2200 metri quando incontriamo un tizio sulla cinquantina con tanto di pipa in bocca e… kalasnikov a tracolla. Lo saluto e lui ricambia con garbo, come se stesse portando un cestino di funghi.
Arriviamo in cima, parcheggiamo le moto e percorriamo gli ultimi 500 metri a piedi sino a giungere al sito.
Ci sono i giganteschi tronchi di 5 statue decapitate delle teste, che giacciono ai loro piedi. Le statue sono alte oltre 5 metri e troneggiano su un'immensa vallata, con il lago Ataturk giù in basso.
Torniamo a valle ma dopo pochi km la strada finisce in acqua: bisogna traghettare.
Aspettiamo un'ora il piccolo traghetto all'ombra di un chiosco: quando arriva ci imbarchiamo e in 20 minuti di traversata siamo sull'altra sponda, dove proseguiamo il viaggio. Verso sera arriviamo a Tatvan, sul lago di Van, e ci mettiamo alla ricerca di un campeggio. Consigliati da più persone imbocchiamo la strada che porta al Nemrut, un vulcano, e iniziamo a salire al buio. Arriviamo dopo un'ora a quota 2800 metri, e qui c'infiliamo nel cono spento. Scendiamo nel cratere e procediamo alla ricerca del fatidico campeggio: dopo un'altra ora intravediamo una piccola luce in lontananza e ci avviciniamo. Sono le luci di posizione di un'auto: siamo arrivati al camping.
Siamo gli unici ospiti e scopriamo che il campeggio in pratica non esiste. Si tratta di un piccolo chiosco che fortunatamente è ben fornito di acqua e birra e possiamo finalmente concludere la serata con una spaghettata.
L'indomani ci concediamo un bagno nel laghetto termale poi riprendiamo il viaggio. Battiamo le varie piste all'interno del cratere visitando gli altri 4 laghi poi ci arrampichiamo di nuovo sul cono giungendone alla sommità. Siamo a 2800 metri e il panorame è fantastico: il lago di Van giace giù nella pianura contornato da varie cime.
Vaghiamo un po’ sulle montagne prima di tornare a valle dove proseguiamo verso Est, venendo fermati ogni pochi km dai militari ai numerosi posti di blocco.
Nel primo pomeriggio, dopo una svolta, ci appare il Monte Ararat. E' maestoso, la vetta immersa nelle nubi e coperta di neve. Ci fermiamo nella città di confine di Dogubayazit dove visitiamo la residenza di Alì Pasha e dove campeggiamo. Siamo al confine tra Iran, Armenia e Azerbaijan e si vede: dappertutto caserme con i carri armati schierati, soldati che vengono addestrati e nelle strade posti di blocco ovunque. I militari sono gentilissimi: ogni volta ci chiedono da dove veniamo, si informano sulle prestazioni delle moto e solo talvolta ci chiedono i passaporti.
Nel procedere lungo una strada tutta a curve raggiungiamo un camion carico di ghiaia che perde copiosamente acqua dal cassone: il manto stradale è formato dal solito "asfalto sapone" e a contatto con l'acqua diventa viscidissimo. Sbandiamo tutti ma quando arriva Balos la sua moto parte, striscia per una trentina di metri e si ferma sul ciglio della scarpata. Risultato: portapacchi rotto, borse artigianali in alluminio aperte come scatolette e una sbucciatura al braccio di Balos.
Troviamo un altro saldatore e sistemiamo il tutto.
L'indomani cerchiamo la strada per salire sull'Ararat: a un bivio i militari di un posto di blocco ci concedono due ore per andare e tornare, cosa che facciamo al volo. Saliamo sino a che la strada finisce… in una fortificazione. I soldati ci fanno entrare e ci offrono il solito thè, ci fanno visitare il forte e dopo le due ore concesse riusciamo a ripartire e a tornare a valle.
Proseguiamo il nostro percorso, stavolta in direzione Ovest. Ci addentriamo nelle vallate georgiane, dove la vita pare essersi fermata a qualche secolo fa. Mandrie di mucche e greggi di pecore pascolano ovunque, nei campi invece dei trattori si utilizzano aratri e ranghinatori trainati da cavalli, e i contadini usano forche di legno. Nei villaggi le donne sono al lavoro nei campi, avvolte nei loro vestiti multicolorati. I bambini accudiscono e sorvegliano gli animali al pascolo, tenendo talvolta sulla schiena il fratellino o la sorellina ancora in fasce.
Altro compito delle donne e dei bambini è la preparazione dei mattoni di sterco fatti essiccare e ammucchiati sino a formare lunghe cataste: saranno bruciati nei lunghi mesi invernali, data l'assoluta mancanza di alberi a queste quote (l'altitudine nell'Anatolia dal centro in avanti va dai 1200 metri slm sino ai 2600).
Giungiamo sul Mar Nero: il clima è cambiato, dal caldo torrido si passa a una temperatura gradevole anche se il tasso di umidità si alza notevolmente. Questa è la zona dove viene coltivato il thè di tutta la Turchia, dai piccoli campicelli sino ad immensi poderi.
Proseguiamo lungo la costa per diverse centinaia di chilometri, poi saliamo su un passo immersi nella nebbia e ridiscendiamo sulla strada per Istanbul: la strada costiera è veramente noiosa e congestionata. Superiamo Istanbul in un caos di traffico e finalmente siamo fuori: mancano quasi trecento chilometri al confine bulgaro e li percorriamo in poche ore.
Trascorriamo due ore in frontiera ed entriamo in Bulgaria: dormiamo in una locanda e poi via, direzione Serbia-Croazia-Slovenia. Viaggiamo due giorni sotto l'acqua che ci aveva accompagnato all'andata, era ancora lì che ci aspettava, e sotto un temporale dell'accidente arriviamo a Desenzano.

Considerazioni? La Turchia ci è rimasta nel cuore. A differenza di altri Paesi, da dove dopo 15 giorni di permanenza non vedevamo l'ora di uscire, qui ci siamo trovati veramente bene. La gente è ospitale e disinteressata, non si aspetta nulla in cambio. Ai distributori di carburante spessissimo ci veniva offerto il thè, o del succo di frutta. Allora parcheggiavamo le moto e stavamo lì con il gestore, scambiando quattro chiacchiere anche se in lingue diverse.
Ma la Turchia che vorremmo rivedere è quella dell'estremo Est, dal Kurdistan sino ai confini con l'Armenia e la Georgia. Quelle vaste praterie con greggi e mandrie al pascolo, e villaggi costruiti in pietra e le tende dei pastori curdi accampati sugli altopiani. Arrivederci a presto!
Adriano

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