Transasia - Parte prima

in viaggio con Massimo Cavallo in Turchia , Iran , Pakistan

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Transasia - Parte prima

" ...un occidentale che va in India ha tutto, ma in realtà non dà niente.
L'India, invece, che non ha niente, dà tutto” (P. Pasolini)


E’ il resoconto di un viaggio avventuroso e indimenticabile attraverso il Medio Oriente e l’Asia in moto, per complessivi 13.000 km da Savigliano (CN) a Nuova Delhi: un’esperienza di tre mesi toccando Turchia, Iran, Pakistan, India e Nepal.
In questa prima parte, la traversata di Turchia, Iran e Pakistan.
La prima parte di un un memorabile viaggio dal Piemonte all’IndiaTURCHIA
Non sembra vero, ma sbarchiamo al porto di Cesme in Turchia con circa sette ore di anticipo; non sembra vero perché, nei precedenti viaggi in Medio Oriente, i ritardi nei porti turchi superavano sempre le quattro ore. E’ l’una di notte e dopo solo trenta minuti siamo fuori dal porto. Vista l’ora, decidiamo di non cercare l’hotel, e puntiamo subito verso il Kurdistan, cioè quella parte di Turchia, l’Anatolia Orientale, che per problemi politici non siamo riusciti mai a visitare in precedenza. La notte è limpida e stellata, incontriamo poche macchine, così dopo una pausa di un’ora arriviamo verso sera a Kirikkale, un piccolo centro distante 100 km da Ankara. Durante la cena in un ristorante tipico ci accorgiamo che mezza Turchia ci è passata sotto le ruote, ma nonostante ciò il nostro obbiettivo rimane il Lago Van.
Ancora un giorno di moto, attraverso cambi di paesaggio molto suggestivi, attraverso una Turchia che almeno per me è nuova, e ci rendiamo conto di essere in zone off-limits perché non si vedono più turisti, ma soprattutto perché inizia a farsi pesante la presenza dei militari. La sera arriviamo ad Erzincan, una cittadina dall’aspetto moderno, interamente ricostruita dopo un disastroso terremoto che nel 1991 causò circa 1000 morti. E’ incredibile come in questa parte della Turchia si ha la sensazione di essere controllati, sembra quasi che ad ogni posto di blocco i militari conoscano già il tuo nome e l’itinerario. Arrivati il giorno seguente ad Erzurum, città che deve la sua importanza perché tappa situata sull’antica via della seta, dopo alcune deviazioni forzate, ad Agrì riusciamo a penetrare nell’interno dell’Anatolia Orientale.
Qui ormai da molti anni si vive sottoposti al pericolo di guerriglia, data la presenza di nuclei armati degli indipendentisti curdi. A dire il vero i funzionari ministeriali cercano di dissuadere chi come noi ha interesse per questa parte della Turchia, ma nel nostro caso l’interesse per il Lago Van e l’Ararat era troppo grande e poi comunque questo è l’unico passaggio via terra percorribile per l’Iran.
La questione curda riguarda più di un paese: il territorio del Kurdistan si estende dall’Armenia e dall’Azerbaijan iraniano a nord, attraverso l’Anatolia turca fino alle regioni montuose dell’Iraq e della Siria, un territorio vasto e selvaggio, fatto di versanti montuosi scoscesi e gole profonde dove le tradizioni e i costumi antichi del popolo curdo sopravvivono nonostante le divisioni tribali. Il paesaggio è desertico, affascinante e il fatto di essere in una zona "proibita" rende il percorso ancor più interessante. La massiccia presenza dei militari rallenta di molto la marcia, i controlli sono molto frequenti, e più di una volta abbiamo la sensazione che gli stop siano dovuti per ammirare le moto.
La strada si inerpica sulle montagne attraverso un territorio aspro e movimentato, catene montuose in successione, un passo dopo l’altro mettono a dura prova il motore delle moto, ma dopo alcuni colli a 2000 mt, iniziamo la discesa verso il fondovalle da dove è possibile scorgere da lontano i minareti di piccole moschee di altrettanto piccoli villaggi. Prendiamo pioggia, grandine e anche freddo, poi, man mano che si scende, ecco apparire la sagoma enorme del lago Van, il maggiore della Turchia, lungo 80 km, largo 40 e profondo 400 mt. Poco prima della nostra partenza dall’Italia una notizia sul giornale ci aveva incuriosito ancora di più su questo lago, infatti si scriveva che alcune persone avevano visto affiorare dal lago la sagoma di un mostro che andava a far compagnia al più famoso collega di Lochness. In realtà abbiamo visto presso alcune agenzie fotografiche di Van fotografie relative ad una sagoma che affiorava, di cui però non si capiva assolutamente l’origine. Riusciamo a visitare bene il lago e suoi dintorni, come Gevas dov’è presente una bella moschea e una chiesa armena sul lago.
Lasciata la provincia di Agrì e Kars, risaliamo verso nord in direzione di Dogubayazid, da dove faremo dogana per entrare in Iran.
Prima di arrivare a Dogubayazid, costeggiamo l’altopiano taurico, dove la compatta massa vulcanica dell’Ararat la fa da padrone. Questo importante vulcano che raggiunge i 5637 mt slm, ha la punta perennemente innevata. La sua eruzione risale al 1986, seguita da un tremendo terremoto che provocò molti morti. La fama del monte Ararat è legata ad un passo dell’antico testamento, in cui si afferma che qui toccò terra l’arca di Noè.
Siamo a pochi km dall’Iran, circa 30, l’ultima città turca è proprio Dogubayazid, anche lei deve la sua importanza al fatto che in epoca ottomana era un importante centro sulla antica via della seta, lo testimonia la presenza dell’Ishak Pasa Saray, che insieme all’Ararat domina la zona. Questo imponente palazzo, che combina in maniera armoniosa il fascino della residenza orientale all’imponenza della rocca fortificata, raggruppa al suo interno numerosi stili, risalenti all’epoca ottomana, selgiuchide, armena, georgiana e persiana. Il panorama che si scruta dall’Ishak Pasa Saray è mozzafiato: infatti il palazzo posto in altura domina la piana dove sorge la città di Dogubayazid che oltre non ha da offrire. Essendo infatti una città di confine, è sede di traffici illeciti, sottolineati dalla presenza soffocante dei militari del Komitè, armati tanto da girare per le vie addirittura con mezzi cingolati.
Al mattino è una levataccia,vogliamo vedere l’Ararat alle prime luci dell’alba, il cratere innevato ci accompagna per 80 km fino al border di Taftan, dove inizia un’altra esperienza indimenticabile, code infinite per il controllo dei passaporti, altrettanto per il Carnet de Passage en Douane, caos per il cambio in nero dei Rial o Toman, caldo, odori "particolarissimi", il controllo meticoloso delle moto; a pochi km c’è Mirijavè, la prima città dell’Iran.

IRAN
Il Paese è situato nel cuore del Medio Oriente, intrigante, severo nel far rispettare la legge del Corano, forse per questo molto affascinante. Si estende dall’Azerbaijan fino alla provincia di Teheran, fino ad arrivare nella regione del Baluchistan passando per il Fars e il Korason attraverso i deserti del Dush-e-Lut e del Sistan Van Baluchistan. Il primo ed indimenticabile incontro è con il caldo (arriveremo anche a 55°); il nord dell’Iran è di nuovo un trasferimento, dobbiamo essere a Teheran per il 10 agosto, data di arrivo di Manu e Paola. E’ comunque un trasferimento molto piacevole, la conformazione delle montagne è molto particolare, i colori sono intensi, è piacevole viaggiare così.
Verso sera arriviamo a Tabriz, città che in passato è stata capitale dell’Iran e rimane comunque una delle città più grandi del paese; centro industriale, come città ha poco da offrire, sia climaticamente che architettonicamente ricorda una città russa; trovandosi a 1360 mt slm, ha inverni molto freddi ed estati quasi soffocanti. Trascorriamo la serata con Walter, un motociclista solitario di Milano, che è diretto nelle regioni del Mar Caspio.
Il giorno dopo siamo in moto nuovamente all’alba, per sfruttare il più possibile il fresco, e ci dirigiamo verso Teheran dove arriviamo con un giorno di anticipo. Molto bene, organizziamo un escursione sul Domovad, il monte più alto dell’Iran. Con le moto scariche ci "arrampichiamo" su stradine sterrate, attraverso polvere, paesaggi da cartolina, guadi arriviamo finalmente in una posizione tale da ammiralo in tutta la sua grandezza.
E’ quasi un 6.000 mt che domina la provincia di Teheran, l’indiscussa capitale dell’Iran, sede di tutte le attività industriali e commerciali. Non è sicuramente una delle più belle capitali del mondo ma è senza dubbio tra le più invivibili, il caldo, lo smog, il traffico non ci permettono di visitarla più di tanto: se non fosse per il Borjè Azadi, un bellissimo monumento eretto per commemorare i 2500 anni della nascita dell’impero persiano, ci saremmo persi più di una volta.
Abbiamo giusto il tempo di "spolverarci" il talco del Domovad e prepararci per andare all’aeroporto. Alle 2 del mattino arrivano Manu e Paola, forse l’attrazione da noi preferita a Teheran. Chissà se le riconosciamo con il Chador. Clik!, figurati Ciocio, invece…, con un po’ di ritardo ci riuniamo e finalmente un’altra avventura inizia.
Anche se il nome IRAN spesso viene collegato ad "un mondo cupo, chiuso, privo di fantasia, ostile, lontano da ogni immaginazione di vita" io e Paola accecate dall’entusiasmo e ignare di ciò che ci aspettava, continuavamo a cercare di vedere da quel piccolo finestrino dell’aereo una debole luce che testimoniasse il nostro imminente arrivo così tanto immaginato prima di allora. "Che buffa che sei Paola", "Sembri una vecchia, Manu", "Ma che modo ridicolo di vestirsi": queste le parole che sorridenti ci scambiavamo aspettando che le ruote del carrello toccassero terra. Eh sì... per ottenere il visto iraniano infatti bisogna dichiarare di rispettare tutte le leggi islamiche, prima di tutte quella che obbliga le donne ad indossare sempre il CHADOR. Si tratta di un abito o cappotto di colore scuro, tinta unita completo di foulard che copra i capelli, scarpe e calze che non solo non permettano la vista di qualche "pezzo rosa", ma anche non delineino le forme del corpo. Il codice d’abbigliamento islamico non è soltanto ispirato ai dettami del Corano e rafforzato dalla consuetudine sociale, ma è anche rigorosamente fissato dalla legge.
Così inciampandosi ogni due passi e camminando goffamente ci avviammo all’uscita dell’aereo; non riuscivamo a non ridere nel vederci in faccia, anche perché per noi era un comico vestito di carnevale che avrebbe reso il viaggio più particolare ed eccitante. Era già da quindici minuti che aspettavamo i nostri mariti quando iniziarono a sorgerci i primi dubbi: o ci eravamo mimetizzate troppo bene e non ci trovavano (strano, avevamo due foulard in testa coloratissimi) o alla nostra vista avevano deciso di rinunciare a proseguire con due donne imbaccuccate come se fossero al polo nord.
Furono invece problemi di comprensione e di organizzazione aeroportuale, comunque non vi nascondo che la frase motto dell’attraversata dell’Iran fu: "Come siete sexy!". Trascorsi i primi momenti di vergogna non potemmo fare a meno di buttarci in quella realtà e farci trasportare in questa splendida avventura. Fu così che il giorno seguente partimmo da Teheran immersi in un caldo così infernale da doversi fermare spesso a bere e ad accostare un po’ di ghiaccio alla fronte. Proprio in una di queste tappe obbligate commettemmo l’errore di allungare la mano per salutare una guida turistica che prontamente ci rispose: "Non posso!" e si voltò a parlare con gli uomini. Bisogna evitare in pubblico la stretta di mano o qualsiasi altro contatto fisico con una persona dell'altro sesso. Baciarsi o tenersi per mano sono comportamenti ammessi solo tra persone dello stesso sesso. Ma avendo ancora il pieno di entusiasmo decidemmo di sorvolare e continuare nella lotta di adattamento all’ostile clima che ci accompagnava.
Dopo 390 km di strada scorrevole, iniziammo a vedere le luci della ricca città di Isfahan e ad assaporare l’imbarazzante ospitalità che caratterizza il popolo iraniano. Anche le donne, nascoste dietro il loro mantello nero sono piene di iniziativa, ti parlano, ti chiedono, sono sveglie e spigliate. Questa l’ideale atmosfera che ci ha accompagnato nella visita delle meraviglie architettoniche, del bazar e nei momenti di appisolamento nei giardini all’ombra di qualche albero non ancora sfruttata da nessuno. Proprio in questa tranquilla città sorge, su un lato della piazza dove lo scià era solito seguire le partite di polo, la magnifica ed imponente moschea Masjed-è Emam: apparentemente di monumentale semplicità, è stata innalzata rispettando il senso delle proporzioni e gli esterni sono completamente ricoperti da piastrelle color azzurro che ricorrono a motivi ornamentali, floreali o calligrafici. I colori sono molto intensi e brillanti, in grado di spiccare anche sotto la luce folgorante del sole. Caratteristiche di questa moschea sono le nicchie e il portale riempiti di stalattiti elaborate e il disassamento dell’ingresso rispetto alla sala principale delle preghiere che deve essere rivolta verso la Mecca. Inoltre Isfahan è famosa per i suoi antichi ponti che attraversano il fiume Zayandé Rud. Uno di essi, il Sé Pol, è costituito da 33 archi che creano una prospettiva curiosa se con la vista li allinei uno dietro l’altro. Qui la zona è riservata ai pedoni, è sempre affollata ed alcune famiglie allargano tovaglie lungo la riva del fiume e guardandosi intorno procedono al loro pranzo. Per noi che solo da tre giorni ci trovavamo in Iran era un continuo stupirsi, guardarsi intorno e a volte con la coda dell’occhio spiavamo i gruppi di donne il cui viso gioioso e la cui voce allegra erano in netto contrasto con i pochi colori a loro riservati. Le notti non erano solo brevi perché la sveglia suonava alle 4:30 ÷ 5:00 (bisognava a tutti i costi evitare il caldo di mezzogiorno), ma anche per la continua battaglia con le enormi zanzare che quando riuscivano a pungerci ci lasciavano in loro ricordo una bolla rossa piena di liquido accompagnata da un noiosissimo prurito. In questi casi non ci restava che dire : "Anche questo è Iran".
473 km dividono Isfahan da Shiraz, paesaggi in predominanza desertici. Proprio in questa terra arida è collocata Persepoli, una delle più fiorenti città dell’impero Persiano risalente al 500 a.C.; lo stremante caldo rende difficile l’immersione nel passato, quando questo imponente complesso di palazzi si trovava in una zona fertile e rigogliosa. Le altissime colonne ben conservate sono da noi apprezzate anche per il piccolo spazio di ombra che creano e dal quale si possono ammirare meno faticosamente le teste di cavallo, i rilievi e i capitelli che ancora oggi testimoniano le sorprendenti capacità dell’antico popolo persiano.
Shiraz, con i suoi abitanti socievoli e alla mano, è sinonimo di cultura, poesia, tranquillità. Si trova a un’altitudine di 1491 mt in una fertile valle e il suo gradevole clima (rispetto alle altre zone dell’Iran) ci ha accompagnato nella visita; nel centro vi è una via curva e alberata la cui particolarità anticipa l’incomparabile bellezza della Bogh’è-yé Shan-è Cheragh. Questa famosa tomba ospita i resti di Seyyed Mir Ahmad, fratello dell’Imam Reza morto nell’835; l’Imam ricopre la massima carica politica ed intuibilmente anche quella religiosa. Qui siamo state costrette ad indossare un altro mantello nero (il classico chador) che ci coprisse integralmente. Nel cortile all’interno di questo complesso alloggiavano intere famiglie di pellegrini che già preannunciavano ciò che stavamo per vedere. Quando entri nel tempio che custodisce questa tomba, ti immergi in una atmosfera così devota a questo defunto che nonostante il nuovo chador ti mimetizzi perfettamente e ti senti completamente fuori da quella realtà: uomini che baciano l’entrata, donne che si aggrappano alla griglia della tomba ormai consumata e lucida, milioni di banconote attorno alla tomba, persone coricate in preghiera, gente che cammina all’indietro per non voltare le spalle alla tomba. Tutto questo, immerso in riflessi multicolori provocati dal gran numero di piastrelle di vetro incastonate nelle pareti e sul soffitto. Di fronte a ciò capisci che la fede ha una forza così potente da poter avvicinare persone differenti tra loro o contrariamente renderle nemiche.
Toccati profondamente da tale esperienza apprezzammo maggiormente il Bazar-è Vakil (mercato) e le vie di Shiraz. Avemmo anche la fortuna di conoscere una ragazza iraniana che trascorse parecchio tempo con noi e alla quale finimmo per chiedere chiarimenti sul loro modo di pensare e fare: molti matrimoni sono combinati, la donna può mostrarsi al suo uomo senza chador solo dopo essersi sposata e deve essere sempre coperta per non essere notata. Così indossare il chador, che all’inizio per noi era quasi entusiasmante, divenne pesante non solo per il caldo, ma anche perché coscienti che dietro a questo abito c’erano dei motivi che spesso finivano per limitare la vita delle donne. Ancora più scocciante era quando gli uomini passandoti accanto, con un gesto di stizza ti tiravano in avanti il velo perché coprisse meglio.
Il giorno seguente partimmo alla volta di Kerman (548 km). Attraversammo diverse zone singolari: lago all’alba, montagne somiglianti a masse di sabbia (simili alle conformazioni della Cappadocia in Turchia), un enorme lago salato, capanne con tetto a cupola immerse in limitati spazi verdi, strade asfaltate di colore quasi nero che tagliano le pianure desertiche. Anche se le strade sulla cartina non sono indicate come principali, sono bellissime e molto spesso raddoppiate.
All’arrivo a Kerman fummo ospitati in un albergo pulito ed accogliente (Hotel Akavan) che ci permise di riposarci e rifocillarci. La visita di Kerman fu mirata al bazar, curioso per l’architettura interna e per la vendita di pulcini colorati (verdi, fucsia, gialli, ecc.), alle moschee Masjed-è Jamé e Masjed-è Pà Manar. Nelle ore calde seduti in un giardino sotto una pianta giocammo a vedere il maggior numero di persone sullo stesso motorino : record sei persone!
E poi fu la volta di Bam, altro posto incantevole ancora ben impresso nei miei ricordi. Separata da Kerman da 194 km di una scorrevole strada che si immerge in paesaggi mozzafiato per l’accostamento dei colori rocciosi, per gli improvvisi angoli verdi e per le singolari forme, Bam sorge in una grande oasi ricca di palme. Già da lontano si scorge l’Arg-è Bam, cittadella medioevale eretta prima del XII secolo. Le grandi mura che la circondano sono ancora perfettamente intatte così come la residenza fortificata Chadar Fesi al suo interno. Insistemmo per poter entrare nel complesso con le moto e il lucente colore dei mattoni di fango color sabbia nel tardo pomeriggio catturò improvvisamente l’ardente desiderio di immortalare con macchina fotografica e telecamere quelle rovine piene di storia. Salendo una ripida e stretta scalinata che conduce in cima alle mura esterne si possono vedere l’oasi, l’intera cittadella e alle spalle il deserto del Dasht-è-Lut, dove di sera l’aria solleva una grande quantità di sabbia "nera" che nasconde il sole. Cercammo di goderci uno dei tramonti più unici della nostra vita, perchè in un posto così particolare (il deserto) e così lontano dalla vita di tutti i giorni. Come se non bastasse fummo ospitati in una Guest-house gestita da una famiglia anglo-iraniana dove non ci mancò niente: fu come entrare in un’isola sperduta dove potemmo toglierci il chador, mangiare attorno ad un tappeto con loro e dormire sotto le stelle.
Svegliati dalle urla del muezzin che alle 5:00 richiama i fedeli alla preghiera partimmo per Zahedan, l’ultima città iraniana prima del confine pakistano. Ci voltammo per osservare ancora una volta la bellezza dell’Arg-è-Bam sotto una nuova luce e ci immergemmo in quello che è il paesaggio più affascinante e più selvaggio, il deserto. Il Dasht-è-Lut, sprovvisto quasi completamente di fonti d’acqua nemmeno provenienti da altre zone, raggiunge il massimo grado di aridità. Zahedan non è affatto una bella città come d’altronte tutte quelle di confine, ma si possono già vedere uomini e donne fisionomicamente differenti che preannunciano la razza pakistana. Poi gli ultimi 30 km di deserto, con le moto che avanzavano indisturbate e noi quattro in silenzio: ripensai solo un minuto a tutto ciò che in quei giorni mi era passato di fronte, poi feci un lungo sospiro... eravamo pronti ad affrontare le difficoltà di una nuova cultura, di un nuovo clima e ad arricchire ancora una volta la nostra esperienza con immagini ed emozioni che rendono la vita ancora più incredibile.

PAKISTAN
Sbrighiamo senza molte difficoltà le pratiche doganali sia iraniane per l'uscita dal Paese, sia quelle pakistane per l'entrata. Al di fuori degli uffici doganali le nostre moto hanno già attirato l'attenzione di quasi tutti gli abitanti del piccolo villaggio e troviamo subito alcuni "volonterosi" per un vantaggioso cambio in nero. La prima consapevolezza mia e di Emanuela è che finalmente non siamo più obbligate a indossare il chador e con moltissimo timore ce lo sfiliamo di dosso. Finalmente! Che piacevole sensazione di relativo fresco dati i 40° di temperatura e di relativa facilità di movimento!
Decidiamo di ripartire subito per attraversare il deserto del Baluchistan nel minor tempo possibile. Si tratta di una zona molto arida caratterizzata da sabbia nera di origine vulcanica ed è anche, per ovvii motivi, la zona meno popolata del Paese. Nonostante sia il principale percorso via terra che permette il collegamento tra l'Asia Occidentale e l'Estremo Oriente troviamo pochissimo traffico, solo qualche camion ogni tanto, ma scopriamo con disappunto che le strade non sono così ben tenute come quelle iraniane: l'asfalto è sconnesso, a volte la sabbia, portata dal vento, la ricopre completamente oppure la carreggiata diventa improvvisamente una sola per i due sensi di marcia obbligandoci sovente ad uscire di strada quando incontriamo un mezzo proveniente dalla direzione opposta. Ogni tanto notiamo in lontananza qualche branco di dromedari allo stato brado e persino persone a piedi e ogni volta ci domandiamo da dove possano mai arrivare o dove siano dirette visto che per decine di chilometri non troviamo neanche un villaggio per fare una sosta all'ombra o dissetarci e fare benzina. Giungiamo finalmente, verso sera, a Dalbandin, un piccolo villaggio sviluppatosi attorno ad un grosso presidio militare dove, nell'unica guest house esistente, possiamo passare la notte. Spostiamo i nostri letti fuori nel cortile nel tentativo, per la verità poco riuscito, di trovare un po' di sollievo dal calore ancora insopportabile.
Il Baluchistan è una zona che spesso sfugge al controllo governativo e risponde piuttosto a regole e leggi di tipo locale, anche se l'ospitalità è comunque e dovunque considerata sacra. Accettiamo tuttavia con piacere l'invito a cena del comandante del presidio: per lui è occasione di un interessante scambio di informazioni sul nostro mondo, sulle nostre abitudini, sulla nostra religione, sulla nostra politica ecc., per noi anche un'ottima cena con piatti tipici e un po' di aria condizionata.
Il deserto ci sorprende per la molteplicità delle forme in cui si presenta: a volte è un altopiano arido e polveroso, a volte collinoso e leggermente ondulato, altre volte attraversiamo catene montuose antiche, non molto elevate, ma profondamente erose o levigate dal vento. Assaporiamo il silenzio immenso che ci circonda, rotto solo dal sibilo del vento. Come sono lontani i nostri modelli di vita e le comodità cui siamo abituati e che riteniamo beni irrinunciabili. Ci sentiamo molto lontani da casa e non solo per la distanza chilometrica. Scopriamo però anche quanto è grande il rispetto, la cordialità e l'ospitalità della gente che incontriamo durante le nostre soste.
Dobbiamo arrivare a Quetta, la più grande città del Baluchistan, situata in una fertile oasi ricca di frutteti, per poter finalmente trovare una ventola funzionante tutta la notte e una vera doccia rinfrescante. In due giorni raggiungiamo Multan attraversando un territorio tribale dove gli uomini vanno in giro armati di tutto punto: fucile in spalla e cartucciera ben rifornita a tracolla. Qui le armi, perfettamente funzionanti, vengono prodotte in piccoli laboratori. Non vediamo mai né donne né ragazze lungo le strade o nei negozi, esse infatti non si allontanano mai da casa, mentre gli uomini ci osservano come oggetti, ma preferiscono parlare con i nostri mariti. Man mano che ci avviciniamo a Multan il paesaggio muta in modo radicale. Entriamo infatti nel territorio del Punjab (terra dei cinque fiumi), una zona molto fertile, coltivata a riso, cotone e frutta ed intensamente abitata. Multan di per sè non ha molto da offrire al visitatore: è molto calda e il tasso di umidità pressoché insopportabile, ma è chiassosa e vivace e anche i colori ci sembrano brillanti dopo quelli tenui, opachi e tremolanti del deserto.
Nonostante sia estremamente fertile e rigoglioso, il paesaggio da Multan a Lahore diventa a tratti persino monotono. Siamo soprattutto concentrati sulla guida e procediamo molto lentamente, dal momento che le strade sono piene di dossi e cunette, sterrate e pietrose nei villaggi dove solitamente il traffico e la confusione sono più intensi, rendendo impossibile superare i 40 km orari di velocità media.
Lahore invece ci accoglie con una fitta pioggia monsonica. L'acqua tanto agognata nel deserto ora ci circonda: acqua sopra, un vero e proprio diluvio, ma acqua in abbondanza anche sotto perché in brevissimo tempo le strade vengono completamente allagate. Nonostante questo "piccolo" disagio notiamo che né il ritmo della vita si modifica, né il traffico assordante tende a rallentare.
La prima priorità è quella di trovare un hotel in una zona possibilmente non allagata, ma soprattutto sicura perché Lahore è una città di confine e perciò zona di traffici e commerci più o meno leciti nonché un punto di riferimento per migrazioni di poveri dalle campagne circostanti.
Con molta curiosità ci immergiamo anche noi nella furia del monsone a bordo di due motorisciò per muoverci meglio nel dedalo di viuzze della città vecchia. Le motorette procedono con estreme difficoltà nell'acqua, ma l'acceleratore continua ad essere perennemente a manetta, forse i pachistani considerano una questione di orgoglio il non decelerare mai. Ben presto ci rendiamo conto che ormai stiamo girando a caso nella città vecchia perché i nostri due "orgogliosi" autisti non hanno assolutamente capito dove intendiamo andare. Con molta rassegnazione gli uomini si arrotolano semplicemente i pantaloni fino alle ginocchia anche se l'acqua è ormai in alcuni punti alta fino alla vita. Velocemente anche i nostri uomini sfoggiano degli inconsueti modelli "alla pescatora"; in quanto a noi due donzelle, non possiamo far altro che tenere in mano le nostre scarpe. Lo spettacolo più genuino però ce lo offrono i bambini che continuano a giocare nelle strade come se fossero in piscina lanciandosi in tuffi mirabolanti e in gare di nuoto. Per tutti comunque questa è l'occasione per un bagno fuori programma, con tanto di insaponatura per chi se lo può permettere. Gli automezzi (pullman, risciò, biciclette, carretti e carri trainati sia a forza muscolare che animale) sono stracarichi di persone che cercano un passaggio a buon mercato per non bagnarsi troppo.
Per nostra fortuna, il giorno dopo la pioggia ci dà un po' di tregua e l'acqua rifluisce dalle strade, cosicché riusciamo a visitare la parte storica della città. Lahore è infatti la "perla del Punjab" e deve il suo splendore alla dinastia dei Mogul che ne fecero la loro capitale artistica. Ammiriamo il Forte che racchiude splenidi palazzi di marmo riccamente decorati, come la sala delle udienze dove l'imperatore Akbar riceveva gli ospiti e le delegazioni di altri Paesi, e il Palazzo degli Specchi avvolto dai riflessi degli stucchi bianchi delle pareti che si riflettono negli innumerevoli specchi incastonati nel soffitto. La moschea, che si trova di fronte all'entrata del Forte, è una delle più grandi del mondo, può ospitare fino a 60.000 persone ed è costruita in arenaria rossa, arricchita da intarsi e decorazioni in marmo bianco e attorniata da quattro altissimi minareti.
Siamo ormai in prossimità della frontiera indiana: un altro mondo del quale racconterò nella prossima parte.

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