Dalla Transilvania alla Cappadocia

in viaggio con Andrea Franzoni in Turchia , Bulgaria , Romania

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Dalla Transilvania alla Cappadocia

 

Il nostro viaggio dalla Transilvania alla Cappadocia nell’estate del 2009, è durato 21 giorni. Siamo partiti da Cluj, capitale della Transilvania con influenze ungheresi, per poi visitare Sibiu, cittadella sassone dal sapore medievale, e Braþov con il vicino castello di Bran.
Dalla Transilvania ci siamo quindi spostati a Bucharest, la “Parigi dell’est” con i suoi grandi viali e gli enormi palazzi sovietici, e da qui, con il treno notturno, abbiamo raggiunto la Bulgaria. In Bulgaria abbiamo visitato Sofia, la bella capitale ottocentesca un pò ortodossa ed un po’ ottomana, e Plovdiv, la antica Filippopoli, caratterizzata da un’architettura tardo-medievale assolutamente particolare, con il vicino monastero medievale balcanico di Bachkovo.
Da Plovdiv, ancora con il treno notturno, ci siamo trasferiti a Istanbul e poi, con il bus notturno, sulla costa Egea a Kusadasi, località balneare vicino alla bella Selçuk, ed alle splendide rovine di Efeso, già città greca, romana e bizantina.
Infine, sempre con un bus notturno, ci siamo addentrati nella penisola anatolica fino alla Cappadocia, regione dai paesaggi naturali mozzafiato e dalle testimonianze storiche sorprendenti, che abbiamo visitato in lungo e in largo tenendo come base l’inimitabile Göreme. Infine, siamo tornati a Istanbul per il volo di ritorno.

Itinerario

GIORNO 1: CLUJ-NAPOCA
L’aereo atterra a Cluj-Napoca, dopo poco meno di due ore di viaggio dall’Italia, quando in Romania sono circa le 15.30. Arrivati al piccolo ma efficiente aeroporto cambiamo del denaro nell’unico modo possibile, cioè attraverso l’unico ATM; appena fuori dall’aeroporto troviamo la fermata dell’autobus numero 8 che in meno di mezz’ora ci porta nei pressi del centro.
Raggiungiamo il bell’ostello, Transylvania Hostel, che si trova in pieno centro, poi usciamo alla scoperta della città. Cluj è la capitale storica della Transilvania oltre che una delle capitali economiche (sede tra l’altro della più antica università e della più antica squadra di calcio) del paese. In passato massicciamente abitata da genti di origine ungherese, ha origini romane, un’aria mitteleuropea ed un’architettura liberty che la fa assomigliare un po’ alle forse meno interessanti tra le grandi città nord europee. Man mano che ci allontaniamo dal centro l’aria liberty e mitteleuropea lascia spazio a palazzine scalcinate e vecchie automobili. Cluj è più che altro una tappa tecnica ma è anche una città comune e tranquilla e, come tale, a suo modo molto interessante.
La mattina dopo lasciamo la capitale della Transilvania per trasferirci a Sibiu.

GIORNO 2: SIBIU
Per andare da Cluj a Sibiu, già capitale europea della cultura 2007 e città tra le più turistiche della Romania, tra l’altro recentemente restaurata, l’unico mezzo pubblico utile è la corriera (è possibile utilizzare anche il treno, ma non esistono collegamenti diretti ed è necessario cambiare treno a Targu Mures). Arriviamo in stazione, prendendo dal centro la linea 3 dell’autobus, la mattina presto. Il bus diretto per Sibiu, compagnia Dacos, parte alle 10 e costa circa 7 euro (per 4 ore di viaggio). Compriamo dal conducente i biglietti, ed il pullman parte attraversando la campagna rumena tra carri trainati da cavalli, officine con nomi italiani e nidi di cicogna sui camini delle abitazioni rurali.
Sibiu è una città con un centro storico molto compatto arrampicato su una piccola collina: ci arriviamo, con poca fatica nonostante il caldo, a piedi. L’ostello, Flying Time, si trova appena prima della piazza maggiore. La camera è arredata in maniera estremamente tipica, anche se forse un po’ kitsch, ed ha annessa una piccola veranda con scrivania e grandi tendaggi che si affaccia direttamente sul cortile.
Sibiu è divisa in città alta, la vetrina turistica recentemente ristrutturata e quasi unicamente pedonale, e città bassa. Il centro, cuore della vecchia cittadella arrampicata su una collina bassa e protetta da mura in parte conservate, è estremamente compatto: alcune piazze collegate da stretti passaggi, su cui si affacciano torri e campanili affusolati e begli edifici colorati e interamente ristrutturati. Per visitare il centro storico, che risente parecchio del passato medievale in cui la numerosa comunità sassone tedesca ne ha influenzato l’architettura, ci basta un pomeriggio; vale però la pena di fare un rapido giro anche al calar del sole, per apprezzare meglio qualche scorcio pittoresco come il “passaggio delle scale”.
Anche a Sibiu ci fermiamo soltanto un pomeriggio: il giorno successivo, infatti, è in programma il trasferimento a Braþov.

GIORNO 3: BRAÞOV
Sibiu e Braþov sono collegate durante la settimana da molti treni, con prezzi dai 5 euro in su, mentre nel week end i trasporti ferroviari sono molto carenti. Giustamente ci capitiamo di sabato, e per non dover aspettare il treno fino al pomeriggio decidiamo di andare alla stazione delle corriere. Troviamo un minibus della compagnia Aventin, che parte alle 9.30 ed ha una ventina di posti soltanto: il biglietto si acquista direttamente dal conducente, e per trovar posto è necessario fare alla svelta. Il minibus si riempie velocemente e, come spesso accade, alcune persone (che scenderanno lungo il tragitto) accettano di viaggiare rimanendo in piedi nello stretto corridoio. L’aria nel minibus è pesante, ma appena il mezzo parte l’aria smuove tutto e il viaggio, che dura circa 2 ore e mezzo costa circa 6 euro a testa, e che attraversa campagne, paesini e boschi, è piacevole.
Se Sibiu è una città minuscola, con una stazione semideserta e un’unica strada stretta che porta dalla stazione al centro, Braþov (che di fatto ha comunque solo 300.000 abitanti) ci appare come una città enorme e caotica con grandi boulevard che anticipano il clima di Bucharest e decine di taxi parcheggiati fuori dalla stazione.
Braþov è presentata da molte guide come la capitale turistica della Transilvania. Forse anche perché ci capitiamo durante il fine settimana, in effetti il centro storico è sicuramente più frequentato di quello di Sibiu anche se, alla fine, non ne capiremo granché la ragione. La presenza di turisti italiani, spagnoli o inglesi, è comunque molto limitata e comunque invisibile: tra le strade del centro sembrano passeggiare molti turisti rumeni, in semplice gita, e naturalmente gli abitanti della città che fanno la passeggiata domenicale. Di fatto, comunque, la città con le sue centinaia di automobili resta confinata ai boulevard che circondano il centro storico che rimane tutto sommato tranquillo.
L’ostello, o meglio la Guesthouse (Guesthouse Postavarului), si trova in una tranquillissima via pedonale parallela alla via Repubblica, arteria pedonale principale che va dal “parco centrale” alla piazza. La stanza doppia è molto ampia, dotata di tv (Rai 1 compresa) e grande bagno.
Il centro storico è al contrario estremamente compatto: una lunga strada occupata da bar all’aperto e fiancheggiata da negozi, una grande piazza (piazza Sfatului) e, poco oltre, la “chiesa nera”, la più grande chiesa di tutta la Transilvania. L’altra attrazione principale sembra essere la funicolare che porta su un belvedere posto sulla collina, vicina al centro e raggiungibile a piedi, su cui svetta tra l’altro il nome della città scritto con enormi lettere bianche stile ‘Hollywood’. Nel complesso, il centro è sicuramente meno pittoresco e meno curato di quello di Sibiu ed è ugualmente visitabile, insieme alle più tranquille vie laterali, in mezza giornata. C’è polizia ovunque, e questo tiene lontano mendicanti e venditori ambulanti: non solo i negozi ma anche i fast food hanno ai loro servizi almeno un vigilante.

GIORNO 4. IL CASTELLO DI BRAN
Il giorno successivo, mantenendo come base la Guesthouse di Brasov, è dedicato ad un’escursione al castello di Bran. Il castello di Bran, chiamato anche (come altri edifici in Romania) “castello di Dracula”, è la principale attrazione della zona e si trova a circa mezz’ora di autobus extraurbano dal centro. Anche se sembra non aver nulla a che fare con la leggenda del conte Dracula né con l’autore del bestseller Bram Stoker, il castello, costruito nel 1300 dai sassoni, dagli anni ’20 residenza della famiglia reale rumena (di cui sono conservati alcuni mobili) poi spodestata dalla rivoluzione comunista, è uno dei simboli della Transilvania ed uno dei suoi angoli più visitati.
Per raggiungere il castello di Bran è necessario prendere uno dei bus che partono ogni ora non dalla stazione principale ma dalla Autogara II, la stazione degli autobus secondaria posta a nord, chiamata anche Autogara Bartolomeu. Il prezzo per la corsa, che dura circa 30 minuti, è di 1 euro a testa, ed il bus è un vecchio modello negli anni ’60 interamente tappezzato di Arbre Magique che rendono l’aria dolcemente irrespirabile.
Il castello di Bran sorge nell’omonimo villaggio, ed all’entrata c’è un buon numero di stand dove comprare qualcosa da mangiare ma anche souvenir e prodotti vari, dai coltelli alle cinture. Il castello offre scorci ed elementi interessanti, anche se nel complesso non ci è sembrato nulla di eccezionale: almeno, offre l’occasione per abbandonare la città addentrandosi un po’ nei boschi transilvani.

GIORNI 5 E 6: BUCHAREST
Dopo due giorni a Braþov e dintorni ci dirigiamo verso la nostra ultima tappa in Romania e cioè verso la capitale, Bucharest. Raggiungere Bucharest da Braþov, così come dalle altre città, è molto semplice. Alle 9.05 prendiamo così il treno, categoria Rapido (moderno, con scompartimenti a 6 sedili con prenotazione del posto), che in 3 ore attraversa i Carpazi e ci porta a Bucharest Gara de Nord (costo circa 8 euro).
Bucharest è una città titanicamente enorme e caotica, ma è servita da una metropolitana estremamente moderna che, benché faccia fermate parecchio distanti rispetto alle metropolitane delle altre grandi capitali, è quasi indispensabile e molto economica. I treni passano almeno ogni quindici minuti, e per orientarsi valgono gli accorgimenti validi per ogni metropolitana.
L’ostello, il The Midland Youth Hostel 1, si trova in posizione centrale tra il caratteristico Cismigu Park, il più antico parco di Bucharest (che, con il suoi sedici ettari di viali ombreggiati, ponticelli e laghetti, e una straordinaria densità di panchine su cui riposare, fa concorrenza ai parchi inglesi). Riusciamo a trovare l’ostello, un semplice appartamento con due bagni in comune per una camera doppia e tre camerate, segnalato semplicemente da un foglio di carta sul quale c’è scritto semplicemente “Midland” e il numero del citofono. Tutte le camere hanno l’aria condizionata, preziosissima, e sembrano piuttosto un ufficio, con tanto di piantine e di tende grigie, ma sono tutto sommato comode.
Bucharest è una città molto ampia, con grandi viali trafficati che tagliano il centro, ed anche per questo è (come Londra e Parigi, con cui condivide le distanze) abbastanza difficile da girare a piedi. Decidiamo di dirigerci verso il centro, per poi camminare lungo uno dei grandi boulevard diretti a nord fiancheggiati da edifici enormi e a loro modo imponenti. In realtà, causa il caldo, facciamo una grande fatica riuscendo a vedere ben poco: forse avremmo fatto meglio a usare di più i mezzi pubblici (anche se i tragitti e le fermate in genere erano indicate male). Camminiamo fino a sera lungo i viali, spesso simili, circondati solo da palazzi enormi: di Parigi, città a cui era soprattutto in passato accostata, ci sembra che questa città abbia preso soprattutto quei tratti che meno ci piacciono e cioè i grandi viali e gli enormi palazzi pretenziosamente pomposi.
Bucharest non ha un centro storico vero e proprio, in buona parte crollato a causa di un terremoto e sostituito da Ceausescu con palazzi governativi spesso in stile neoclassico. L’esempio più evidente di questa volontà di riutilizzare gli spazi coerentemente con il progetto politico intrapreso è il Palazzo del Popolo, l’enorme palazzo del parlamento costruito radendo di fatto al suolo un intero quartiere storico reso pericolante da un sisma. Vero simbolo della città, si trova all’intersezione di due boulevard; merita una visita, meglio al calar della sera quando le luci ne valorizzano appieno l’imponenza. Con un po’ di fortuna, si può anche provare ad approfittare degli ascensori e dei palazzi adiacenti per vederlo dall’alto.
Dopo essere arrivati a Bucharest nel primo pomeriggio di lunedì, rimaniamo nella capitale fino a martedì sera.

GIORNI 7 E 8: SOFIA
Il treno notturno per Sofia parte da Bucharest Gara de Nord alle 20.04 ed arriva nella capitale della Bulgaria alle 6, tutti i giorni. L’alternativa è il bus, che dovrebbe impiegare poco meno. Sul treno si viaggia su due carrozze delle ferrovie rumene che vengono agganciate ad un treno proveniente da Mosca: tra le diverse possibilità più spartane, scegliamo di acquistare per sicurezza uno scompartimento privato con due cuccette. Purtroppo, quando acquistiamo il biglietto (un giorno e mezzo prima della partenza) le cuccette standard sono sold out: ci tocca una soluzione di 15 euro più costosa, che porta la spesa a 64 euro.
Il treno parte in orario, poco dopo le 20, dalla stazione centrale di Bucharest. Appena arrivati nei pressi della carrozza, l’addetto ci ritira i biglietti e ci indica il nostro scompartimento: ovviamente stretto, ma non scomodo, con due brande una sopra l’altra e numerosi ganci e reti per sistemare i bagagli. Lo scompartimento, senza aria condizionata, è bollente ed ha solo un piccolo spicchio di finestrino aperto. Appena partito il treno, al calar del sole, questo problema si risolve però rapidamente: con il treno in movimento, infatti, anche un piccolo finestrino è sufficiente per far entrare l’aria man mano più fresca. Prima delle 11 il treno raggiunge la frontiera con la Bulgaria fermandosi nell’ultima stazione rumena, per il primo controllo dei documenti, e dopo poco nella prima stazione Bulgara. Il tutto dura fin dopo la mezzanotte: in tutto, non riusciamo a riposare che 5 ore. Il treno arriva infatti alla stazione di Sofia, tranquilla e sicura nonostante l’ora, quasi puntuale qualche minuto dopo le 6: poco prima, l’addetto bussa alla cabina svegliandoci e riconsegnandoci i biglietti.
La Bulgaria è una nazione ricca di storia e di fascino, quasi del tutto sconosciuta ai turisti. Se la vicina Romania si sta infatti costruendo una discreta fama, soprattutto relativa a regioni come la Transilvania ed il delta del Danubio (anche se il turismo ci è sembrato ancora in gran parte interno), la Bulgaria è ancora una meta poco battuta; a nostro avviso, è tuttavia sicuramente più interessante.
Per quanto Sofia sia una capitale con quasi 1,5 milioni di abitanti, la stazione (dei treni, con a fianco quella degli autobus) è solo a circa 2 km dal centro che è, a sua volta, abbastanza compatto: Sofia è quindi assolutamente visitabile a piedi. Uno dei problemi principali per l’orientamento è l’utilizzo, quasi esclusivo, dell’alfabeto cirillico che è nato proprio qui in Bulgaria. Anche se l’ingresso in Europa potrebbe essere un incentivo alla sostituzione dei cartelli in cirillico con cartelli che utilizzino anche l’alfabeto romano, i cartelli delle vie centrali di Sofia non sono ancora tradotti e, per orientarsi, è necessaria una minima familiarità con l’alfabeto cirillico o meglio un foglio con riportate lettere cirilliche e suono corrispondente.
L’ostello, il The Rooms Hostel, si trova in una conveniente posizione tra la stazione, che dista meno di 1,5 km, ed il centro storico. Ci arriviamo a piedi, senza troppe difficoltà: quando arriviamo sono da poco passate le 7, e l’ostello è aperto ma deserto. Alla fine il ragazzo dello staff si sveglia, e prontamente ci accoglie. La nostra doppia, non esaltante ma comoda e arredata con gli avanzi dell’antiquario che risiede al piano terra, tra cui un bel tavolino in ferro battuto per macchina da cucire riadattato a comodino, costa 15 euro a notte. Il bagno, interno, ha una doccia senza tenda né piatto: pare che si tratti di un’abitudine locale, visto che anche a Plovdiv e poi in Turchia le docce saranno analoghe. Inizialmente allagare il bagno può non essere piacevole, ma il pavimento è ben curvato in modo da far defluire l’acqua nello scarico in angolo.
Sofia è una città piacevole con una storia parecchio interessante. Occupata fino all’800 dagli ottomani, è stata in buona parte ricostruita dopo l’indipendenza o meglio la liberazione ad opera della Russia. Vi si possono visitare antiche basiliche risalenti all’epoca bizantina, musei di icone (su tutti quello nei sotterranei della basilica Nevski) così come le belle cattedrali ortodosse costruite dopo la cacciata degli ottomani e le vie spaziose del centro, con i grandi palazzi ottocenteschi e poi comunisti, così come le viuzze più strette a sud del centro protagoniste della movida notturna. In tutto il centro di Sofia può essere visitato a piedi in una giornata scarsa, ma non mancano le chiese che meritano una visita (le antiche santa Sofia e san Giorgio, l’ottocentesca basilica Aleksander Nevski, la Chiesa Russa, ed altre) né i musei di interesse: su tutti il museo delle icone nei sotterranei della basilica Aleksander Nevski, e la Galleria nazionale (che mostra gli sviluppi della pittura Bulgara, dai primi vagiti nell’800 alla rielaborazione dei maggiori stili del ‘900 in leggero ritardo ma con elementi decisamente molto originali) ospitata in un palazzo giallo lungo la centrale via tsar Osvoboditel.
A Sofia rimaniamo due giorni e due notti: il primo giorno è dedicato alla visita della città, al bucato e ad un po’ di riposo dopo il viaggio notturno in treno, mentre il secondo è dedicato ai musei. Partiamo la mattina del terzo giorno a Sofia, in direzione Plovdiv; non prima di aver acquistato nella grande stazione di Sofia, biglietteria dedicata ai turisti con personale che parla un ottimo inglese, il biglietto del treno notturno che ci porterà da Plovdiv a Istanbul.

GIORNO 9: PLOVDIV
Per andare da Sofia a Plovdiv si può scegliere il bus oppure il treno. Il nostro treno per Plovdiv è partito alle ore 10.40 da Sofia ed è arrivato a Plovdiv poco dopo l’una, ed il biglietto (comprato in stazione poco prima, senza posto riservato) è costato circa 4 euro. Il viaggio (una volta trovato il treno giusto: bisogna ricordare che se si chiede conferma a un locale che il treno sia quello giusto ed egli scuote la testa dovrebbe voler dire “sì” dato che qui la cosa funziona al contrario) è stato tranquillo anche se il treno, verso la fine, si è riempito quasi completamente.
Plovdiv è una città relativamente compatta: il centro moderno si snoda lungo la via principale, pedonale, tra la piazza principale (che ricorda l’Alexanderplatz di Berlino Est) e la città vecchia che si arrampica sulla collina. Sia il centro moderno, pedonale, che la città vecchia, anch’essa chiusa al traffico e composta da viuzze strette e pittoresche, sono tranquillamente visitabili a piedi.
Plovdiv è la capitale turistica della Bulgaria (a parte la costiera): promossa anche come Filippopoli (l’antico nome romano) conta un bell’anfiteatro e soprattutto un centro storico composto da viuzze e da abitazioni caratteristiche, in stile che la guida definisce “balcanico”, con piani rialzati spesso in legno più larghi rispetto al piano terra sostenuti da pali di legno diagonali e rifiniture sempre di legno nero che rimandano un po’ allo stile architettonico diffuso lungo le Alpi e nel Tirolo. L’anfiteatro romano, ben conservato, sorge a picco sul margine della collina praticamente sospeso sulla tangenziale che si infila in galleria quasi in corrispondenza dell’edificio. Pare che durante l’anno sia spesso utilizzato per ospitare eventi, e questo è sicuramente un bel modo per far rivivere i monumenti restituendoli non tanto alla città quanto alla funzione per la quale gli antichi costruttori lo avevano immaginato. La parte più interessante è però il centro storico: pittoresco, con le belle case pitturate ed incorniciate da finiture di legno scuro, è impreziosito dalle stradine alberate e ricoperte di acciottolato. Vi si respira una grande tranquillità: a dispetto della fama da capitale turistica, durante la nostra visita non abbiamo incontrato quasi nessuno ed anche per questo abbiamo potuto godere appieno l’atmosfera fiabesca che si respira a ogni angolo.
L’ostello, Plovdiv Hostel, sorge in una viuzza alle pendici della collina parallela alla centrale via pedonale. E’ un semplice appartamento: una camerata e due camere doppie con balcone privato, più un salotto con tv che funge da area comune e un piccolo angolo cottura.
Dopo essere arrivati a Plovdiv nel primo pomeriggio di venerdì, dedichiamo la giornata a visitare la città vecchia che merita almeno mezza giornata. Abbiamo già in tasca il biglietto per Istanbul: il treno partirà da Plovdiv sabato, alle 21.32. Sabato mattina, dopo il check out e dopo aver lasciato i bagagli in un angolo del salotto dell’ostello, usciamo quindi per visitare un monastero a circa 40 minuti dalla città: il monastero ortodosso di Bachkovo.

GIORNO 10: IL MONASTERO DI BACHKOVO
Il monastero ortodosso di Bachkovo è, dopo il monastero di Rila, il secondo monastero più interessante della Bulgaria, almeno stando alle guide, ed è il più facile da raggiungere trovandosi a pochi chilometri da Plovdiv. Costruito durante il secolo XI, fu distrutto e ricostruito nel secolo XVI e conserva un’atmosfera antica e pittoresca, rafforzata dai numerosi religiosi ortodossi e dai tanti fedeli che vi si recano in pellegrinaggio anche grazie alla fama di un’icona miracolosa che vi è ospitata. Il monastero, di cui si può visitare gratuitamente il bel cortile e la chiesa interna, sorge su una collina poco distante dalla cittadina di Bachkovo, protetto dalle verdi pendici dei Balcani meridionali.
Il monastero dista circa 40 minuti di bus da Plovdiv. Acquistiamo il biglietto alla biglietteria della stazione degli autobus: il bus diretto a Bachkovo non porta alcuna scritta che fa riferimento al paese, che è solo una trappa intermedia (e per nulla battuta) lungo il percorso, ma per non sbagliare è sufficiente mostrare il biglietto agli autisti dei bus in partenza attorno all’ora ed alla piazzola comunicata dalla bigliettaia.
Il luogo è abbastanza frequentato, ma quasi unicamente da pellegrini locali che si muovono con mezzi propri. Rimaniamo un po’ perplessi quando siamo gli unici a scendere, alla fermata del monastero di Bachkovo, dall’autobus pieno. Dopo aver visitato il monastero di Bachkovo, e dopo aver percorso il tragitto inverso (ancora una volta eravamo gli unici ad aspettare, sotto una pensilina neutra che abbiamo preso per fermata del bus, l’autobus diretto a Plovdiv), torniamo all’ostello dove ritiriamo gli zaini. La notte l’avremmo infatti passata sul treno per Istanbul.
Il treno, proveniente da Sofia, parte da Plovdiv alle 21.32 per arrivare a Istanbul alle ore 8.19 (anche se, nel nostro caso, il treno è arrivato con oltre un’ora di ritardo). Anche qui è possibile viaggiare in vagone letto, in scompartimenti condivisi o in scompartimenti privati a tre letti, o su semplici sedili: il costo del biglietto semplice supera di poco i 15 euro (quasi 20 se si parte da Sofia), le cuccette in uno scompartimento condiviso costano circa 15 euro mentre la cuccetta in scompartimento privato costa circa 25 euro a testa. I biglietti possono essere acquistati nelle agenzie di viaggio o nella biglietteria internazionale della stazione di Sofia. Vista la poca differenza, preferiamo ancora per ragioni di comodità e sicurezza lo scompartimento privato a 40 euro a testa.
Sul treno da Sofia a Istanbul, almeno nei mesi estivi, l’atmosfera è molto amichevole. I passeggeri sono per la maggior parte backpackers come noi. L’unico momento spiacevole di questo viaggio in treno, che comincia (almeno salendo a Plovdiv) quando è il sole è già calato (risparmiando quindi la sofferenza dello scompartimento bollente, ma anche la bellezza del tramonto dal treno in corsa), è la sosta alla frontiera con la Bulgaria. Il versante turco della frontiera viene raggiunto attorno alle ore 2: ancora una volta è l’addetto alla carrozza a bussare svegliando i passeggeri appena in tempo per il controllo dei documenti da parte dei poliziotti bulgari. Una volta superato il controllo dei bulgari, il treno riparte per la prima stazione turca dove la procedura è decisamente più macchinosa. Essendo infatti necessario il visto, tutti i passeggeri sono obbligati a scendere dal treno, lasciando i bagagli incustoditi, per mettersi in coda all’ufficio della polizia di frontiera turca. Avendo letto della procedura su una guida, scendiamo velocemente dal treno prendendo con noi solo denaro e documenti, e siamo tra i primi a ottenere il visto, che non ci costa nulla (altri turisti pare che abbiano dovuto al contrario pagare qualcosa: non sappiamo se dipenda dalla nazionalità, o se si tratti semplicemente di una truffa). Risaliamo sul treno, e qui aspettiamo (in un clima surreale, con il treno pieno di bagagli eppure completamente deserto) che la fila si esaurisca. Il treno riparte, dopo la lunga attesa, non prima di essere stato percorso tutto dai poliziotti turchi che verificano un’altra volta passaporti e visto: nel nostro caso, ciò è avvenuto ben dopo le 4. Il convoglio termina il suo viaggio alla stazione Sirkeci, nel cuore della parte europea di Istanbul, a pochi metri dalla principale linea del tram.

GIORNO 11, 12 E 13: ISTANBUL
Arrivati ad Istanbul la desiderata corsa ai luoghi più pittoreschi è rallentata dalle esigenze pratiche: come sempre, ce la dobbiamo cavare da soli. Prima di tutto dobbiamo cambiare del denaro. La stazione di Istanbul non offre molte possibilità: l’unica, sembra essere uno sportello della biglietteria destinato ai biglietti internazionali dove campeggia la scritta “Exchange”. In realtà non si tratta di un cambio vero e proprio: il tasso di cambio applicato è infatti il tasso fisso, spannometrico e tutto a vantaggio del banco, di 2 lire turche ogni euro (quando, al momento del nostro viaggio, il tasso ottenibile nei migliori ufficio di cambio era di 2,10: 5 euro in più ogni 100 euro cambiati in moneta turca). Ci troviamo così, nostro malgrado, a dover “regalare” 5 euro al bigliettaio di Sirkeci. Questo ci anticipa il primo grande insegnamento: in una nazione dove la cordialità della gente è mediamente elevata, non bisogna abbassare la guardia per riuscire a capire dove termina l’ospitalità ed il senso di fratellanza e dove comincia l’arte di arrangiarsi e di approfittarsi del turista. I cambiavalute migliori li troveremo più avanti, a Sultanahmet e soprattutto al Gran Bazar; ma, spinti dalla necessità, dobbiamo concedere a Istanbul questo primo punto.
Dopo aver cambiato i soldi, stanchi per il viaggio notturno e già infiacchiti dal sole mattutino, ci dedichiamo alla ricerca dell’ostello. Il nostro ostello (un ostello vero e proprio, anche se il nome è Tulip Guesthouse) si trova nella zona di Sultanahmet a circa 10 minuti a piedi dalla Hagia Sophia e dalla porta del palazzo Topkapi. Raggiungiamo quindi Sultanahmet seguendo a piedi la linea del tram, e scendiamo verso il Bosforo seguendo la cartina fino all’ostello. I due ragazzi che lo gestiscono, Mehmet e Emrah, sono fin da subito veramente gentili: essendo presto, la camera è chiaramente ancora occupata dagli ospiti della notte precedente, ma l’ostello ha a una doccia a disposizione proprio di coloro che arrivano presto la mattina (o che partono tardi la sera). Ci viene inoltre offerta la colazione, che quella mattina non ci spetterebbe: un modo economico per fare colpo su due viaggiatori distrutti ed affamati, che altri ostelli sembrano però ignorare. La camera, che viene preparata per il primo pomeriggio, è piccola ma ben arredata e dotata di aria condizionata e bagno interno (senza piatto per la doccia). Il tutto ad un prezzo (per Istanbul) assolutamente conveniente: 20 euro a notte a testa. L’ostello ha anche una sala comune, all’ultimo piano, da cui è possibile vedere il Bosforo mentre si gusta una colazione alla turca con olive, formaggio, pomodori ed anguria, mentre il proprietario si sporge sul cornicione ed agita un uovo sodo attirando (non si sa come) alcuni gabbiani.
Dopo questa ottima accoglienza, che ci rinfranca e ci riconcilia all’istante con la gente di Istanbul, cominciamo l’esplorazione della città. Una visita rapida ma essenziale della città richiede, secondo noi, tre giorni. Questo, chiaramente, accontentandosi dei quartieri centrali: le periferie sterminate, e l’intera porzione asiatica, potremo incontrarle solo di passaggio e dall’alto dei bus per stazione degli autobus o aeroporto. Istanbul è infatti una città enorme: per rendersene conto è sufficiente attraversare le periferie infinite o percorrere le tangenziali interne nel traffico caotico e rumoroso.
Il centro storico, che contiene la gran parte dei luoghi frequentati da turisti e viaggiatori costretti a fermarsi per pochi giorni, è tuttavia relativamente compatto e facile da girare. La zona più famosa è quella di Sultanahmet, dove sorgono in pochi metri la Hagia Sophia (cattedrale cristiana poi trasformata in moschea, “consacrata” infine da Ataturk a museo nazionale), la Moschea Blu, la Basilica Cisterna (un’antica cisterna sotterranea bizantina) ed anche il palazzo Topkapi (ingresso a 10 euro). Questa zona è servita dalla linea principale del tram, che attraversa la città passando anche dalla stazione di Sirkeci: per accedervi è necessario comprare un gettone (costo 75 centesimi di euro) dalle biglietterie vicino alle fermate o dai chioschi che riportano la scritta “Jeton”.
Altra zona di interesse il Gran Bazar, con la vicina moschea Suleymane (al momento della nostra visita purtroppo chiusa per ristrutturazione): ci si può tranquillamente andare a piedi da Sultanahmet, in circa 15 minuti. La terza zona di interesse turistico è quella di Eminönü, lungo la sponda sud del Corno d’Oro, dove si trova il Bazar delle spezie (o Bazar egiziano) e dove si trova il ponte di Karaköy che è uno dei luoghi più belli dai quali osservare sia la zona di Sultanahmet sia la zona a nord del piccolo golfo che divide in due il versante europeo (il Corno d’Oro, appunto) con la torre di Galata. La quarta zona di grande interesse è, infine, quella a nord del Corno d’Oro: in particolare il vecchio quartiere di Beyoglu, arrampicato sulla collina su cui sorge la zona di Galata, e la grande passeggiata che da qui sale verso il cuore della città moderna e cioè piazza Taksim.
Istanbul, durante il giorno, può essere parecchio calda. La prima cosa che capiamo è che dovremmo fare attenzione a non esaurire tutte le energie durante il giorno, affannandosi sotto il sole: la sera, anche nei mesi più caldi, dal Bosforo si solleva una brezza fresca, mentre le facciate delle grandi moschee si illuminano e tutto sembra diventare più morbido, ed è un peccato non approfittarne.
Tre dei luoghi che più ci hanno colpito sono stati la Moschea Blu, la pittoresca zona di Beyoglu ed il grande bazar non turistico che si stende tra i pittoreschi Bazar delle spezie e il Gran Bazaar.
Un altro modo per conoscere la città è quello di utilizzare uno dei battelli che attraversano il Bosforo anche semplicemente facendo la spola tra la sponda europea e la sponda asiatica: da Eminönü, nei pressi del ponte Karaköy, è facile trovare il terminal dei traghetti parte del servizio pubblico che, al costo di 75 centesimi di euro, vi permetteranno di attraversare il Bosforo fino alla sponda orientale (traghetto per Kadiköy) o anche, evitando di scendere, di fare i tragitti di andata e di ritorno rimbalzando così, tra Oriente ed Occidente al prezzo di un gettone, per un numero di volte teoricamente infinito.
Comunicare, almeno nella Turchia dei turisti, non è affatto difficile. Vogliono comunicare gli impiegati degli ostelli, sia perché vogliono mettere il viaggiatore a suo agio sia perché vogliono praticare il più possibile l’inglese (o lo spagnolo, l’italiano, il coreano). Vogliono comunicare gli adescatori che cercano di trascinare nei loro locali i turisti, e che spesso tirano a indovinare sulla nazionalità (spesso riuscendoci) nella speranza di risultare brillanti o simpatici. Vogliono comunicare i venditori di bottigliette d’acqua: a Eminönü, una sera, siamo stati avvicinati da un bambino di non più di 10 anni che per poco non ci convinceva a comprare una bottiglietta piena di ghiaccio a forza di intonati “jamme” parte di un italiano un po’ creolo imparato chissà come. Vogliono ovviamente comunicare, infine, i negozianti, i venditori ambulanti di guide illustrate, e chi più ne ha più ne metta: il tutto in un buon inglese, ma spesso anche in un insospettabile buon italiano. Passato lo stupore e la simpatia iniziali, non abbiamo esitato a rimpiangere la timida cortesia, la rispettosa introversione e le difficoltà linguistiche dei bulgari e dei romeni.
Dopo questa prima tappa a Istanbul (ci saremmo ritornati, circa una settimana dopo, per prendere l’aereo verso casa), il viaggio prevedeva una tappa lungo la costa Egea con base a Kusadasi. Anche in questo caso avremmo viaggiato di notte: non in treno, come in passato, bensì in pullman.
La Turchia ha un buon sistema di trasporti, anche grazie a due ragioni di fondo: sono ancora poche le persone che hanno un’auto, anche a causa dell’altissimo costo del carburante (circa 1,7 euro, quasi il 50% in più rispetto all’Italia), e le distanze tra le grandi città sono grandi. Scarsamente sviluppato il treno, che copre solo una parte del paese ed offre un servizio lento e di qualità (almeno secondo le guide) più scadente, il mezzo di trasporto più gettonato è sicuramente il bus. Le compagnie esistenti sono centinaia, e le possibili rotte praticamente infinite: basta rivolgersi ad un’agenzia o ad una delle filiali delle maggiori compagnie (a Istanbul ve ne sono diverse in centro) oppure, soprattutto nelle varie stazioni, direttamente agli sportelli. La maggior parte delle compagnie che percorrono rotte di interesse turistico viaggiano sia di giorno che di notte: gli spostamenti lungo il quadrilatero Istanbul – costa egea – costa meridionale – Cappadocia durano infatti in media tra le 9 e le 15 ore. I biglietti possono essere acquistati presso gli sportelli delle singole compagnie poste nelle stazioni o, talvolta, nelle agenzie del centro (che offrono il transfer gratuito per la stazione): in tutto, non si spende più di 25-30 euro per 10-15 ore di viaggio notturno. Viaggiare di notte è conveniente: i bus, granturismo modernissimi di marca Iveco o Mercedes, non sono eccessivamente scomodi e sono bui e freschi, e cadere addormentati (anche se a singhiozzo, visto le frequenti soste agli autogrill) è quasi inevitabile. In questo modo il viaggio passa veramente più in fretta ed è meno pesante, oltre che più economico ed efficiente, rispetto a un viaggio diurno (anche se bisogna calcolare un po’ di riposo extra per le notti successive).

GIORNO 14: KUÞADASI
Per raggiungere la seconda tappa turca del nostro viaggio, Kuþadasi, sulla costa Egea nei pressi di Selcuk-Efeso, ci siamo rivolti all’agenzia di una delle principali compagnie di autobus, Metro Turizm, che si trova in Sultanahmet. Abbiamo acquistato il biglietto la mattina stessa del viaggio, correndo il rischio di trovare il bus tutto esaurito e di doverci rivolgere ad un’altra compagnia, pagandolo 30 euro. Il bus parte alle ore 22 dalla Otogari (stazione autobus) principale, per arrivare a Kusadasi poco dopo le 8.
La principale stazione degli autobus, che si trova nella periferia ovest della città, è uno dei luoghi più caotici ed infernali di Istanbul: vi brulicano, infatti, centinaia di pullman e migliaia di passeggeri che attraversano le decine di piazzali, garage e rampe, scivolando quasi letteralmente gli uni sugli altri tra il vociare dei clacson e delle centinaia di impiegati delle compagnie che tentano di aiutare i bus granturismo nelle complicatissime manovre di parcheggio. I bus si presentano al terminal, in un posto qualsiasi all’interno del settore destinato alla compagnia, mezz’ora prima della partenza: il tutto è un po’ caotico, ma il personale è cortese e le indicazioni sui pullman chiare.
Dopo la partenza, il bus si ferma a caricare altri passeggeri in una o due stazioni periferiche e poi le luci vengono spente. Purtroppo, ogni 3 ore il bus si ferma per una sosta all’autogrill, le luci vengono brevemente accese e la gente si alza per scendere: è quasi impossibile dormire tutta notte. D’altro canto, gli autogrill sono a tarda notte luoghi abbastanza surreali (oltre che tirati a lucido) e vale la pena di farci un giro. Il bus, dopo aver fermato a Izmir e a Selcuk, arriva a Kuþadasi poco dopo le 8 e mezza.
Kusadasi è una località balneare sulla costa Egea che sorge di fronte all’isola greca di Samos (raggiungibile in traghetto in un’ora e mezza, alla modica cifra di 35 euro) ed a pochi chilometri da Selcuk e dalle rovine dell’antica Efeso. Tolta la posizione favorevole, non ha né grandi spiagge né attrazioni alcune, se non forse un grande mercatino di occhiali, borse e magliette contraffatte. Si trova al centro di una lunga serie di villaggi vacanze e di parchi acquatici, meta del più classico e del più popolare turismo da spiaggia: non per turchi (esclusi i playboy locali), bensì per irlandesi, inglesi e polacchi ma anche per rumeni e bulgari in fuga dalle loro coste, relativamente più care. La presenza di questo genere di turismo, oltre ad aver generato un gran numero di pub di basso livello in stile inglese e ad aver stimolato a dismisura un mercatino un po’ squallido di falsi pacchiani e grossolani (oltre ad un sexy shop, a un paio di fast food e a uno Starbucks), ha fatto lievitare i prezzi: se gli alloggi sono a buon mercato i locali si rivalgono con il cibo, che costa quasi il doppio rispetto alla già cara Istanbul. Come se non bastasse le temperature, in estate, superano tranquillamente i 40 gradi, anche se la posizione sul mare rende il clima, una volta sceso il sole e salita la brezza, quasi piacevole.
L’Otel Panorama (Haci Feyzullah Mh. Kibris Cd., numero 14) è un hotel a conduzione familiare a due passi dal porto e dal mercatino di falsi: sul tetto ha una bella terrazza dove viene servita la colazione, e soprattutto costa (per una doppia con bagno) solo 13 euro a testa. Il prezzo può sembrare molto basso ma, almeno per la nostra esperienza, non contiene nessun inganno: in generale, in questa zona, le cifre sono mediamente queste.
Rinunciato all’isola di Samos sia per una questione di tempo che per una questione di prezzi, dedichiamo la prima giornata al riposo e ad un giro per Kuþadasi: un angolo di turismo balneare relativamente low cost, a suo modo (antropologicamente parlando) interessante. Per riscattarci pianifichiamo, per il giorno successivo, un’evasione nel tempo e nello spazio fino alle rovine antiche di Efeso.

GIORNO 15: EPHESUS
L’attrazione forse più interessante della zona di Kusadasi è la cittadina di Efeso (o Ephesus), raggiungibile in circa mezz’ora con un dolmuþ (cioè con un “taxi collettivo”) diretto a Selcuk (costo circa 2 euro). I dolmuþ per Selçuk partono ogni 15 minuti dalla fermata dei dolmuþ “extraurbani” lungo boulevard Adnan Menderes, facilmente raggiungibile a piedi dal centro. Il dolmuþ è un minibus a 15 posti che viaggia, esattamente come un normale autobus, lungo rotte predefinite in orari e con costi fissati dalle municipalità. Due le particolarità: la possibilità di scendere in qualsiasi punto del percorso, semplicemente segnalando lo stop, e la fluidità del pagamento: si paga in qualsiasi momento, semplicemente passando al passeggero che siede nella fila davanti il denaro (insieme all’indicazione della destinazione e del numero dei passeggeri per cui si paga) affinché lo passi a sua volta al passeggero che siede davanti e così via fino al conducente. Per la restituzione del resto vale il sistema inverso, mentre non esistono biglietti. I dolmus non arrivano all’entrata principale, bensì ad 1 chilometro dall’entrata secondaria posta a valle: il sito in realtà è famoso, turistico ed anche affollato, ma il turismo è quasi tutto gestito dalle grandi compagnie ed i trasporti pubblici nella zona sono frequenti ma tutti dedicati alle rotte utili ai locali.
Scesi all’altezza dell’uscita per Efeso posta lungo la strada Kuþadasi Selçuk, ci dirigiamo a piedi verso l’entrata bassa dove acquistiamo diverse bottiglie d’acqua. Avendo destinato tutta la giornata all’escursione a Efeso, ci permettiamo durante la visita numerose pause sotto gli alberi che danno un minimo sollievo agli oltre 40 gradi ed al sole cocente ed in questo modo la visita risulta estremamente piacevole.
Il sito archeologico di Efeso, uno dei più noti siti archeologici del mare Mediterraneo, sorge in corrispondenza delle rovine dell’antica città di Efeso capitale asiatica dell’impero romano. Lungo il sito, lungo circa 2 chilometri, è possibile osservare i resti di numerosi edifici pubblici e privati, ma anche l’enorme anfiteatro e la famosa biblioteca di Celso, con la sua bella facciata attentamente ricostruita dagli archeologi austriaci. Meritano un’occhiata, sempre all’interno del sito archeologico, anche le rovine dell’enorme basilica bizantina nei pressi dell’entrata bassa. Gli edifici conservati sono numerosi, e sono inseriti in un ambiente naturale mediterraneo molto bello.

GIORNO 16: SELCUK
La mattina del giorno successivo prendiamo lo stesso dolmus e rimaniamo sul mezzo fino alla stazione di Selcuk. Selcuk, in passato parte della stessa metropoli romana di Efeso, è oggi una cittadina piccola e tranquilla con case basse e viuzze caratteristiche. Un tempo sede di una delle sette meraviglie del mondo antico, il Tempio di Artemide, monumento pagano raso al suolo dai cristiani per ordine del vescovo di Efeso nel 401, merita oggi una visita soprattutto per la moschea di Isa Bey costruita dai Selgiuchidi nel 1375, con il bel portale a stalattiti e il bel cortile interno, e per le rovine della chiesa bizantina di San Giovanni (dove la leggenda vuole seppellito il corpo dell’evangelista) che sorge su una collina, nei pressi di una fortezza ottomana, dalla quale si gode una bella vista sull’area circostante.

GIORNO 17, 18 E 19: GOREME E CAPPADOCIA
Lasciamo la zona di Kuþadasi parzialmente soddisfatti, dopo aver visitato le belle rovine di Efeso (le migliori della zona) e la piacevole Selçuk: purtroppo abbiamo dovuto rinunciare sia a Samos sia ai siti archeologici vicini, Mileto e Priene. Il gran caldo, e l’atmosfera non esaltante respirata a Kuþadasi, c’hanno in parte fiaccato, e questo non fa altro che aumentare la nostra voglia di raggiungere al più presto la Cappadocia.
L’unica compagnia di bus che ha un collegamento tra Kuþadasi e Göreme, cittadina nel cuore della Cappadocia, è la compagnia “Nevþehir” (dal nome di una delle capitali della Cappadocia) che ha un bus notturno in partenza alle 18. Le compagnie che raggiungono la Cappadocia sono tuttavia decine: molte da Istanbul, molte anche dalla costa Egea e in particolare dalle città di Izmir e Selçuk. I biglietti possono essere acquistati nelle stazioni degli autobus delle maggiori città, presso lo sportello delle compagnie; in alternativa, alcune compagnie potrebbero avere uffici anche in centro. Il costo di un biglietto si aggira attorno ai 30 euro, e il viaggio in bus (agevole, lungo strade piatte) dura da Kuþadasi circa 14 ore, ed è prevista una fermata all’autogrill ogni circa 3 ore. E’ necessario fare attenzione: non tutti i bus, infatti, arrivano direttamente a Göreme benché il biglietto venduto riporti come destinazione Göreme e nessuno spieghi nulla. Spesso è infatti necessario cambiare bus al volo a Nevþehir, città a circa 10 chilometri da Göreme: per sicurezza, una volta arrivati a Nevþehir, è sufficiente chiedere prontamente (succede tutto molto in fretta) indicazioni ad uno steward o a un locale.
Dopo aver cambiato al volo e appena in tempo il bus a Nevþehir, arriviamo a Göreme poco dopo le 8. Goreme è una piccola cittadina costituita quasi per intero da piccole pensioni dedicate soprattutto ai viaggiatori indipendenti: i tour organizzati e gli hotel di categoria superiore si trovano infatti, poco lontano, nella più grande (e meno pittoresca) Ürgup o nelle capitali Nevþehir e Kayseri. Goreme sorge in una piccola valle, a due passi dal più famoso tra gli “Open Air Museum” nel quale l’Unesco custodisce le più belle chiese affrescate dell’intera Cappadocia. Molte pensioni offrono camere e camerate anche nelle stesse grotte, e in generale i prezzi sono bassi. Il paese è molto raccolto, ed è rapidamente attraversabile a piedi; la stazione degli autobus, un piazzale con gli uffici di compagnie e piccoli tour operator e con alcuni bancomat, vi sorge esattamente nel mezzo.
Dopo aver tentato inutilmente di cambiare denaro a un tasso diverso dal “2 lire per 1 euro”, ed avere ripiegato per principio sulle carte di credito (pagando comunque qualche euro di commissione), ci dirigiamo a piedi verso l’ostello. La pensione, Anatolia Cave Pension, è ottima: un’ampia area comune all’aperto con tavolini all’ombra di grandi piante, un piccolo frutteto a disposizione degli ospiti e addirittura una piccola piscina (per quanto l’acqua sembra ristagnarvi senza che nessuno vi metta piede da diverso tempo) dove vanno a fare il bagno (rischiando di annegarvi) i pipistrelli. La nostra camera (una camera semplice, non in grotta), 12 euro a testa, è essenziale ma comoda ed ha il bagno interno e la colazione compresa. Appena arrivati, il proprietario ci mostra su una utile cartina tutti i luoghi di maggiore interesse ed i diversi modi per esplorarli: camminando, noleggiando una moto, facendo un tour organizzato, con un tour in mongolfiera.
Attorno a Goreme vi sono diversi luoghi di interesse, visitabili in un giorno: il Göreme Open Air Museum, che racchiude alcune tra le chiese in grotta più interessanti, e soprattutto le valli laterali. Il primo giorno è dedicato quindi a queste attrazioni: il Göreme Open Air Museum, a parte alcune chiese affrescate scavate nel fianco della montagna (la più bella delle quali si trova comunque al di fuori dal recinto, appena prima del parcheggio d’ingresso, ed è gratuita), è sicuramente meno interessante della valli laterali, più ampie, che hanno anche il vantaggio di non essere affollati da decine di gruppi di turisti organizzati. Proprio il senso di libertà e di sorpresa che si prova in queste valli laterali, deserte e piene di splendide formazioni rocciose, di grotte, di piante e di frutteti, sarà forse il ricordo più bello del viaggio.
Per vedere il resto della Cappadocia, un insieme di attrazioni distanti inserite tra paesaggi naturali mozzafiato, è necessario un mezzo di trasporto. Per il primo giorno ci concediamo un tour di 220 chilometri, consigliato dall’ostello (prezzo 30 euro), che permette di raggiungere in minibus alcune tra le attrazioni più lontane tra le quali spicca l’imperdibile monastero di Selime, scavato nella roccia ed annerito dai fumi delle candele, ed il Canyon di Ihlara. Il giorno successivo affittiamo invece uno scooter: con 25 euro in due (benzina compresa) riusciremo, in meno di 8 ore, a visitare Uchiþar (splendida soprattutto se ammirata da lontano, con la luce giusta), i dintorni di Cavuþin, la “Valle dei camini delle fate”, l’Open Air Museum di Zelva (splendido), Ürgüp e i dintorni di Ortahiþar e di Mustafapaþa. Girare in motorino è semplice: le strade sono buone, i cartelli sufficientemente chiari, il traffico praticamente assente. Quest’esperienza vale da sola, ed abbondantemente, tutte le fatiche del viaggio.
Da Goreme torniamo a Istanbul, con un altro bus notturno, dove dopo un’altra notte prendiamo il volo per l’Italia. Nel complesso, viaggiando con mezzi pubblici (ma di alta categoria) e dormendo in pensioni, guesthouse ed ostelli sempre in pieno centro (con bagno privato), tutto il viaggio ci cosa poco più di 1.000 euro a testa e si rivela anche sicuro e facilmente gestibile.

 

Un viaggio nell’est europeo con i mezzi pubblici: impegnativo e intenso ma ricco di scoperte!

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