Viaggio in Tibet, tra cielo e spiritualità

in viaggio con Archetto in Tibet

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Viaggio in Tibet, tra cielo e spiritualità

Questa è la cronaca di un bellissimo viaggio in Tibet e Nepal fatto nell’estate del 2007. Poiché in pratica sono state due esperienze diverse in paesi diversi abbiamo deciso di raccontarlo in due parti. Qui c’è la descrizione del viaggio in Tibet, fatto passando da Kathmandu, e durato due settimane. Il diario di viaggio è ripeso dalla moleskine scritta strada facendo, rivisto e condensato.
La nostra intenzione era di vedere il Tibet tibetano, cercando di avere a che fare il meno possibile con i cinesi. Da qui la scelta di entrare dal Nepal e di appoggiarci ad agenzie e strutture locali. Attualmente è possibile arrivare in Tibet esclusivamente transitando dalla Cina o dal Nepal. Da dove entri devi uscire. In questi posti va chiesto il visto (che non si può chiedere dall’Italia) e non è detto che te lo diano. Per entrare è obbligatorio far parte di un gruppo (ma basta essere in due o aggregarsi con altri viaggiatori individuali) ed avere guida ed autista. E’ possibile arrivare a Kathmandu ed affidarsi alle tantissime agenzie locali che ti offrono pacchetti turistici ed escursioni sull’Himalaya ed in Tibet. Noi abbiamo impostato il viaggio dall’Italia e ci siamo affidati a Franco Pizzi un italiano che vive a Darhamsala ed organizza viaggi in Asia. Il programma l’abbiamo deciso con lui, che ha ascoltato le nostre idee e ci ha organizzato le cose al meglio. Ed anche se non era con noi fisicamente ci ha telefonato spesso per sapere come andava e darci i suoi consigli, da grande viaggiatore e studioso del Tibet. Siamo rimasti molto soddisfatti.
Abbiamo volato con la Qatar Airways ed abbiamo avuto tanti problemi: non ci è piaciuta per niente.
La militarizzazione del Tibet è massiccia: i monasteri più importanti sono circondati da caserme e tutti gli edifici di rilievo sono presidiati da militari, compresi ponti, ferrovia, fabbriche ed i luoghi sacri come il Jokhang ed il Potala. E’ obbligatorio avere il passaporto e viene chiesto spesso, soprattutto fuori Lhasa.
La moneta è lo yuan cinese. Dieci yuan corrispondono ad un euro. Per mangiare abbiamo speso in media 40-50 yuan in due. Ma volendo si può spendere anche meno, basta avere coraggio.
La lingua è un grosso problema: praticamente nessuno parla inglese, nemmeno negli alberghi. La nostra guida parlava uno strano inglese quasi incomprensibile. Tutti i cartelli e le insegne sono in cinese e tibetano. Le poche scritte in inglese contenevano errori clamorosi. Gli occidentali sono pochissimi, la maggioranza dei turisti che abbiamo visto erano cinesi, di solito in grandi gruppi rumorosi, irrispettosi dei luoghi e delle persone. La pressione turistica è comunque inesistente, almeno per i nostri standard.
Siamo partiti il 18 agosto 2007 e dopo aver toccato Doha (Qatar) e Dahka (Bangladesh) siamo arrivati a Kathmandu il 19. Il 22 abbiamo preso l’aereo della China Air per Lhasa, la capitale del Tibet. Il programma prevedeva di girare la prima settimana nella zona centrale intorno a Lhasa, fare una puntata a nord verso l’altopiano, e poi scendere lungo la Friendship Highway rientrando in Nepal via terra, con deviazione al Campo Base dell’Everest.
Ecco il racconto del viaggio in Tibet.
Una bellissima esperienza nel tormentato Paese hymalaiano22-08-2007 (Tsetang)
Il volo dura soltanto 1 ora e sorvola l’Himalaya; tra le nuvole spunta l’Everest! A Gongkar (l’aeroporto a 90 km da Lhasa) siamo scesi in pochi (il volo proseguiva) con non più di 20 occidentali. Dopo vari controlli siamo arrivati dietro una linea disegnata in terra dove un militare ci ha controllati i documenti e ci ha uniti alla nostra guida che ci aspettava dietro un bancone. E’ un giovane tibetano allampanato, si chiama Lagpha e parla un pessimo inglese, peggio di me. Lui e il nostro autista, Phasa, ci hanno accolto con i katà, le sciarpine bianche di buon auspicio.
La nostra prima tappa è Tsetang, cittadina di 50.000 abitanti, prevalentemente cinese, a circa 3400 metri di altitudine. Lì per lì non senti niente ma appena ti muovi ti gira la testa, ti viene mal di testa e la nausea. Siamo alloggiati allo Shannon Postel Hotel, un albergo abbastanza pulito.
Il pomeriggio siamo usciti ad esplorare i dintorni di Tsetang visitando il Monastero femminile di Sang-Ngag-Zimche dove vediamo il nostro primo Buddha Chenresig (Avalokiteshvara, il Buddha della Compassione, reincarnato nel Dalai Lama). E poi ci siamo fermati al Monastero di Tsetang dove ci sono tre enormi statue di Tsongkhapa.
Abbiamo cenato in un ristorante Tashi, molto diffusi qui, con un ingresso lurido e puzzolente al 1° piano (ma vedremo di molto peggio più avanti), insieme con la guida e l’autista ma è molto difficile comunicare a causa della lingua. Dopo la cena, leggerissima, è iniziata l’agonia: ci sentiamo davvero male e siamo andati a letto alle 8.

23-08-2007 (Tsetang-Samye-Trandruk-Yumbulagang-Tsetang)
La notte è stata dura ma al mattino ci sentiamo meglio. L’impatto con la colazione cinese è scioccante: il buffet era composto da riso bollito e due calderoni di verdure. Nessuno parla una sola parola di inglese.
Samye è dall’altra parte della valle ed attraversiamo il maestoso Yarlung Tsangpo (che entrando in India cambierà il nome in Bramhaputhra) percorrendo un ponte controllato da un giovanissimo militare cinese (queste “presenze” saranno una costante durante questo viaggio). La strada per Samye è nuovissima prima si arrivava soltanto tramite un traghetto e poi con un trattore. Ma sono sempre 40 chilometri di sterrato, con curve e tornanti e torrenti da guadare. Però il panorama è bellissimo: ci sono dune di sabbia bianca con dietro montagne altissime. Un contrasto veramente affascinante. Samye è il primo monastero costruito in Tibet nel 779 da Guru Rimpocè. E’ un enorme mandala che rappresenta l’universo buddhista, con le mura circolari, il tempio centrale, 4 chorten (stupa), 4 ingressi ecc. Samye è un posto magico, difficile da descrivere. Non si possono descrivere i suoni, i colori, gli odori, la penombra, i tanti pellegrini tibetani. Si, siamo in Tibet, la Cina si dissolve, si perde nella polvere della strada che hanno provato a costruire ma che sta già franando. Arrivare qui è come atterrare in un altro universo. Altoparlanti diffondono ovunque le canzoni buddiste. Intorno vedo 5-6 fuoristrada dei turisti, tanti pulmini tibetani scassati, qualche trattore tipico (quelli con la ruota molto in avanti). Al centro sorge l’imponente edificio dello Utse, parzialmente distrutto durante la Rivoluzione Culturale e poi ricostruito. La cosa incredibili per noi è che 5-6 monaci avevano iniziato da poco la realizzazione di un mandala, un incredibile disegno geometrico fatto con la sabbia colorata. Il lavoro dura tanti giorni ed alla fine viene distrutto con un gesto perché niente è permanente. Pagando 30 Yuan (oltre al costo del biglietto) ho potuto fare un po’ di foto. E’ il primo impatto con il vero Tibet ed i tibetani. Gli anziani sono ancora vestiti come si vede nei film. Le donne hanno delle grandi gonne scure fino a terra, i capelli legati, spesso intrecciati con fili colorati. La loro faccia è bruciata dal sole e dall’altitudine. Sono piccoletti ma decisi. Fieri. Alcuni sembrano scocciati dalla nostra presenza, altri ci sorridono. Girano con mazzetti di banconote da 1 jiao (1/10 di Yuan, cioè 1 centesimo di euro). I monaci contano queste banconote a secchiate. I fedeli portano anche burro di yak per le lampade che ardono di continuo, ciotole piene di acqua, birra, biscotti e tsampa che è farina d’orzo impastata con acqua. Una volta che queste cose si caricano di energia vengono mangiate dai pellegrini stessi. Ce l’hanno offerte anche a noi ma è dura mangiare una cosa simile con queste condizioni igieniche e poi prendere tutte le precauzioni che stiamo prendendo! Peccato. Mentre scattavo le foto un monaco che passava veloce si è girato e mi ha sorriso. Il sorriso più bello che ho mai visto. Ma dove siamo? Qui si sente un’atmosfera particolare. Ti fai delle domande. Hai le risposte? Noi no.
La tappa successiva e Yumbulagang, un eremo-fortezza posto su un cucuzzolo che abbiamo raggiunto a dorso di yak, una specie di bufalo tradizionale dell’altopiano tibetano capace di vivere a grandi altitudini. Da questo animale i nomadi traggono tutta la loro possibilità di sopravvivenza. Lo Ymbulagang è considerato l’edifico più antico del Tibet. Pare che qui nel V secolo oltre 400 testi sacri buddisti siano caduti dal cielo.
Poi andiamo a Trandruk, antichissimo monastero semidistrutto dai cinesi durante la rivoluzione culturale. Ora è in parte ricostruito. Per veder quel poco che è rimasto si pagano ben 70Y di ingresso più altri 75 se si vogliono scattare foto. Un po’ esagerati. Però qui assistiamo alla nostra prima preghiera buddista.
Ceniamo in bel ristorante cinese spendendo l’esagerata cifra di 88Y in due. Stiamo meglio ci stiamo acclimatando all’altitudine e per la prima volta riusciamo a mangiare qualcosa.

24-08-2007 (Tsetang-Kampa La-Lhasa)
Abbiamo cambiato programma e siamo andati lungo la strada che porta al passo Kampa-La a quota 4795. Dopo una serie incredibile di tornanti arriviamo in cima al passo totalmente immerso nella nebbia!! Sotto di noi ci dovrebbe essere il lago Yamdrok-Tso, uno dei 4 laghi sacri del Tibet, dalla forma di scorpione, una goccia color cobalto incastonato tra le alte montagne circostanti (dice la guida). Ci muoviamo come gli astronauti sulla Luna, fa freddo ma è sopportabile. Facciamo tappa nella latrina e Filo è costretta a mandar via una mucca che era in quella delle donne. Avete presente la latrina delle sturmtruppem? Uguale. Il tipico bagno tibetano è un buco a cielo aperto in cui tu fai i bisogni sopra a quelli degli altri. All’improvviso il cielo si apre ed appare il lago. Ha un colore bellissimo. La strada più avanti è interrotta per i lavori in vista delle prossime olimpiadi: la fiaccola olimpica partirà dell’Everest e stanno rifacendo tante strade. Torniamo indietro e ci dirigiamo verso Lhasa. Lungo la strada ci fermiamo a visitare il monastero di Drolma Lhakhang risparmiato delle truppe cinesi per esplicito volere di Ciu En Lai. E’ dedicato a Tara, unica donna a raggiungere l’Illuminazione. Qui visse Atisha.
Arriviamo a Lhasa (3595 m.) nel pomeriggio ed andiamo subito in albergo. Si chiama Oh Dan House ed è veramente centrale, su Rimoche Lam. Meno cinese di quello di Tsetang ma anche meno pulito, soprattutto il bagno che puzza ed ha la porta che resta aperta per un quarto.
L’arrivo a Lhasa è scioccante perché, per quanto tu l’abbia letto o sentito da altri, qui, più che altrove, è evidente la colonizzazione violenta dei cinesi. Soltanto la zona del Barkhor ha mantenuto il suo aspetto tibetano. Ma è solo il 4 % della città. Per il resto è una moderna città cinese, case moderne con grandi scritte cinesi, enormi viali a 6 corsie senza macchine. I guidatori locali non sanno nemmeno cosa farci con tutte quelle corsie, infatti guidano tutti nel mezzo della strada, ignorano i semafori, le precedenze. Attraversare le strade e pericolosissimo perché nessuno si ferma nemmeno se sei sulle strisce. Anzi suonano ed accelerano. Ci sono questi poveri anziani in pellegrinaggio che sono stravolti, imbambolati in mezzo a strade enormi con un mondo arrogante che non è più il loro. Come è potuto accadere questo? In nome di cosa i cinesi hanno ammazzato più di un milione di tibetani, da cosa li hanno liberati? Come possono girare per queste strade con i loro Suv (la metà delle auto in circolazione), pieni di arroganza e cafoneria, lo sputare e ruttare di continuo, la voce sempre alta, esagerata, come le suonerie dei cellulari, la sporcizia ed il puzzo di piscio. Questa è Lhasa. Però c’è il Barkhor, il vecchio quartiere tibetano, la vecchia città sacra che ancora resiste. Abbiamo lasciato le valigie, liquidato guida ed autista e ci siamo buttati nella mischia. Appena usciti dall’albergo ci troviamo in un grande mercato all’aperto. Ci sono panchettini che vendono di tutto. La cosa che più impressiona è la carne all’aperto tra le mosche. Però l’insieme è decoroso, non c’è spazzatura come a Kathmandu. In mezzo al Barkhor c’è il Jokhang meta incessante di pellegrini. Intorno al Jokhang c’è la Korà, cioè il giro di pellegrinaggio da fare sempre e solo in senso orario, che viene percorsa incessantemente da monaci e pellegrini pregando e girando i mulini di preghiera. Alcuni si prostrano a terra ogni 3 passi con il tipico movimento chiamato “chaktsal”. Ai lati ci sono due file ininterrotte di bancarelle che vendono statuine di Buddha, mulini di preghiera, tamburelli, tangka, mandala su tela, collanine, fili colorati da intrecciare nei capelli. Ma anche magliette, scarpe, giacche, insomma i pellegrini pregano ma si comprano anche quello che gli serve nei loro villaggi dove non c’è niente. Ci sono anche i dentisti con grandi disegni di protesi e dentiere perfette. Ed anche souvenir. Qui la presenza dei turisti si fa sentire. Soprattutto quelli cinesi con grande macchina fotografica che puntano minacciosa davanti a vecchiette arrabbiate che si coprono il volto con i grandi cappelli che tutti qui indossano per ripararsi dal sole a picco. Davanti al Jokhang è pieno di persone che fanno le prostrazioni arrivando con la fronte fino a terra. Il silenzio è assoluto si sente solo il rumore dello strusciare sul selciato di pietra. Molti sussurrano incessantemente “Om Mani Pedme Hum”. L’atmosfera è veramente suggestiva. Oggi è’ un giorno particolare perché all’interno del monastero c’è un famoso Lama indiano che sta concludendo una settimana di studio e recitazione. All’improvviso cominciano ad uscire vecchiette raggianti con in mano una specie di santino con la foto del Lama. Ce la mostrano e ci fanno segno di andare a prenderlo anche noi, ma non si riesce ad entrare tanto è la ressa. Sono così felici nella loro semplicità, così genuini così… che ci emozioniamo. Una donna tibetana si siede accanto a noi e ci sorride, guarda Filo commossa e le parla. Si capiscono, si guardano. E’ un momento magico. Noi siamo appiattiti lungo un muro spettatori di un qualcosa di unico, difficile da descrivere in poche parole. Il tempo si ferma.
Abbiamo finito la serata cenando allo Snowland Restaurant (81Y). Abbiamo scartato il Lucky Horse dopo aver visto la cucina, cioè un fondo con il bandone aperto sulla strada con grandi pentoloni con le zuppe messi in terra ed i fornelli tipo campeggio tutti anneriti per scaldarle. Dopo cena abbiamo vagato per i vicoli del Barkhor con la sensazione di non sapere dove eravamo perché vanno a zig zag e dopo poco perdi l’orientamento. Tante piccole botteghe offrono una minestra cotta in grandi pentoloni ed un letto ai pellegrini. Sono ambienti luridi, puzzolenti, bui con i muri scrostati. Molte persone sono annichilite davanti alla televisione che trasmette telenovele indiane e cinesi.

25-08-2007 (Lhasa)
Oggi abbiamo una giornata intensa. Iniziamo con la visita a Norbulinka, la vecchia residenza estiva del Dalai Lama. E’ da qui che è fuggito nel 1959 iniziando l’esilio che dura ancora oggi. Norbulinka è un posto carino, molto tranquillo e con un bellissimo giardino ma non ha niente di particolare.
A mezzogiorno abbiamo la visita prenotata (è obbligatorio prenotare) per il Potala, l’antica residenza del Dalai Lama, la Città del Vaticano dei buddisti. La salita è dura ma l’abbiamo fatta con calma prendendo fiato a ogni tornante. Il sole è veramente cocente. Anche se all’inizio ti controllano la prenotazione e passi il metal detector è solo in cima che si paga il biglietto, ben 100Y a testa! La nostra guida non è venuta così possiamo stare tutto il tempo che vogliamo altrimenti in un’ora devi essere fuori! Cioè corri tra le sale come fanno i gruppi organizzati passando come sciami di cavallette su tutto e tutti. Il Potala è immenso e si divide in due palazzi, quello bianco e quello rosso. Sono ancora in corso lavori di restauro ed il giro che ci fanno fare è all’inverso rispetto a quello della Lonely Planet. Oramai è diventato è un grande museo in trasformazione, con piccole salette affollatissime. Di sacro non c’è più niente. Non si possono fare foto. Insomma non ci ha fatti impazzire. Però che strani questi cinesi, prima hanno raso al suolo tutti i monumenti, poi li hanno ricostruiti ed ora ci vengono a frotte a vederli. A proposito: il XIV Dalai Lama non esiste, sembra non essere mai nato. Sono vietate le foto ed anche solo nominarlo. La gente sussurra il nome del Dalai Lama guardandosi intorno circospetta. La nostra guida, allungando il passo, ci ha detto imbarazzato “sono parole pericolose”.
Il pomeriggio siamo andati al Jokhang, l’edificio sacro più venerato del Tibet. La sua storia, come sempre qui, è infarcita di leggende e storie incredibili. L’interno è interessante ma è sul tetto che si è aperto lo spettacolo. C’è il cielo azzurro con le nuvolette bianche contro cui si stagliano i tetti in stile tibetano color oro, gli addobbi e le statue dei guardiani, la ruota del Dharma con gli otto raggi, ed i discepoli, rappresentati dalle gazzelle.
Una volta usciti abbiamo fatto un po’di acquisti, aiutati da Lagpha. Purtroppo quando vedono che sei un turista triplicano i prezzi e ti tocca contrattare a lungo e comunque alla fine paghi il doppio; ma così siamo tutti soddisfatti. Alle 9.30 andiamo a letto completamente cotti.

26-08-2007 (Lhasa-Drepung-Sera)
Ci siamo alzati alle 7.00 che era ancora buio (il fuso orario di tutta la Cina è quello di Pechino e qui non torna granché), per andare ad assistere alla preghiera del mattino al Tempio di Ramoche. Ma la preghiera non c’è perché si stanno ancora riprendendo dalle preghiere con il Lama indiano. Però siamo entrati lo steso con i fedeli che pregavano, ovviamente nel modo buddista, cioè girando intorno alla statua principale. Siccome eravamo fermi, una signora dalle lunghe trecce ci ha fatto segno di girare anche noi. E lo abbiamo fatto. E’ sempre bello uscire fuori quando la città si sta svegliando. Dopo colazione siamo partiti alla volta di Drepung, uno dei più grandi ed importanti monasteri del Tibet, insieme a Sera e Ganden, dell’ordine Gelugpa. Prima dell’invasione cinese Drepung contava 7000 monaci; ora sono 800. In pratica una città. Qui vi risiedeva il Dalai Lama prima della costruzione del Potala. La cosa eccezionale, che ho fotografato per soli 20Y, è la grande sala delle riunioni chiamata Tsogchen Lhakhang, veramente bella, e poi filtrava dall’alto una bellissima luce. La cucina del monastero ci affascina: ci sono enormi pentoloni che possono cucinare fino a 1000 kg di spaghetti. Ora che sono rimasti in pochi li usano solo per le grandi feste. Compriamo 3 mala (una specie di rosario a 108 grani) e chiediamo ad un monaco se ce li può inizializzare. Restiamo con lui una ventina di minuti ed anche se non capiamo una parola riusciamo comunque a percepire la sacralità delle parole e dei gesti. Ed alla fine ci guarda con un grande sorriso e rifiuta l’offerta (di solito obbligatoria). Venendo via da Drepung notiamo una pattuglia di militari cinesi che marcia lungo la strada in fila per due. La guida ci ha detto che sono lì per difendere i monaci. Ed ha sorriso come sempre. Forse per l'imbarazzo di dover raccontare simili bugie. In Asia fanno così.
Dopo un pessimo pranzo al New Mandala (ci hanno dato una Coca scaduta da 5 mesi stranamente marroncina e dei momo salatissimi) siamo andati al Monastero di Sera. Forse perché è domenica ci troviamo in un ingorgo di pellegrini in coda per inchinarsi davanti alla statua di Tamdrin un protettore molto potente. Scopriamo che oggi il dibattito filosofico non ci sarà. E poi la nostra guida è frettolosa e distratta: avrà fissato con la fidanzata? Oggi sembra sfasato e l’inglese è veramente incomprensibile. Torneremo domani. Decidiamo di prendere un taxi e tornare al Barkhor a girare con i pellegrini annusando e guardando cosa succede intorno a noi. La sera decidiamo di sdarci ed andiamo in uno dei ristoranti migliori di Lhasa, il Dunya Restaurant, dall’aria occidentale, dove spendiamo l’equivalente di 10 €. Avremo tempo per rifarci con la vera cucina tibetana!!

27-08-2007 (Lhasa-Ganden-Sera)
Ultima giornata a Lhasa ancora all’insegna dei monasteri. Subito dopo colazione partiamo per Ganden che è a circa 1 ora di macchina lungo una strada piena di chek-point dove ti assegnano il tempo che devi impiegare per arrivare al controllo successivo. E’ per controllare la velocità di dice l’autista. Come no! La strada arriva sotto il monte dov’è situato Ganden e poi si arrampica con un numero infinito di tornanti sino ai 4500 m. del monastero. Posto magnifico e sperduto che però non gli ha impedito di essere praticamente distrutto dai cannoneggiamenti cinesi. Probabilmente perché era il più importante monastero Gelugpa di cui fa parte il Dalai Lama. Ganden ci è piaciuto. Perché è un posto più raccolto (sono stati ricostruiti solo alcuni edifici ed ora ci vivono poche centinaia di monaci), i monaci sono meno stressati ed avidi di denaro, ci sono meno turisti, pochissimi cinesi, nessun gruppo. Abbiamo girato con calma e visto le varie cappelle. Nella sala del trono d’oro, quello di Tsongkhapa fondatore del monastero e dell’ordine Gelugpa, un monaco ci ha benedetti assestandoci un colpetto sulla schiena con il famoso berretto giallo. Quando abbiamo saputo che nella grande sala delle riunioni ci sarebbe stata una importante preghiera a mezzogiorno abbiamo deciso di allungare la sosta a Ganden, rinunciando a malincuore alla Kora del monastero, che ci dicono essere molto bella. Ma la preghiera è stata molto suggestiva. I monaci hanno lasciato le ciabatte fuori e si sono seduti ai propri posti indossando la mantella rossa. L’abate ha iniziato a pregare con quel suono gutturale (l’overtone), molto profondo, che lo senti vibrare nella pancia. Poi hanno mangiato una ciotola di riso e bevuto il tè. Noi invece abbiamo mangiato al ristorante del monastero. Un’esperienza unica da raccontare ai nipotini un giorno. Non avremmo mai immaginato di mangiare in un posto simile con i pentoloni delle verdure da scegliere e quello del riso in terra. Due tavoli più in là un mulo mangiava gli avanzi. Speriamo di non stare male perché qui è meglio non dover frequentare troppo i bagni.
Partiti da Ganden siamo andati direttamente a Sera per assistere al dibattito filosofico. I giovani monaci studiano nei collegi del monastero e tutti i pomeriggi dalle 3 alle 5 si radunano nel grande cortile all’ombra degli alberi e si sfidano a duello verbale di eloquenza e sapienza. C’è una mimica ed una gestualità precisa: chi fa le domande sta in piedi e lancia le parole accompagnandosi con le mani e battendole; l’altro è seduto e risponde pacatamente. E’ un modo di studiare, di approfondire gli argomenti di studio, dibattere di dotti argomenti. La nostra guida ha detto che era impossibile tradurre perché erano ragionamenti veramente difficili. Forse per il suo inglese? I turisti facevano a gomitate per fare una foto ma dopo mezz’ora erano andati via tutti. Noi siamo rimasti un bel po’. Bellissimo, abbiamo fatto bene a venire. Ci siamo separati da Lagpha e siamo tornati al Potala dove abbiamo passeggiato lungo la Kora. I cinesi hanno fatto un parco carino, ben tenuto, dove è piacevole camminare lontani dalle macchine strombazzanti. Siamo tornai in albergo a piedi fermandoci a guardare i nuovi negozi. Ci sono tanti marchi famosi a prezzi stracciati. Io mi sono comprato un pile Timberland per 120Y, senza trattare: la commessa era perplessa. Ho paura di avere freddo nei prossimi giorni quando comincerà l’avventura!

28-08-2007 (Lhasa-Nam-Tso)
Stamattina abbiamo lasciato la capitale. Siamo diretti verso Nam-Tso, un grande lago salato a circa 240 km a nord di Lhasa. Per un lungo tratto la strada è affiancata dalla nuovissima ferrovia. Mi ha colpito vedere a intervalli regolari un militare lungo i binari, da solo nel nulla. La ferrovia ha deturpato la valle. Passa lunga e diritta indifferente a quello che c’è intorno. I piloni dei viadotti, tutti uguali e numerati, hanno lo stesso passo, dove cascano cascano. Quindi anche in mezzo a un torrente. O in mezzo ad un villaggio. Grandi terrapieni tranciano a metà piccole valli impedendo il passaggio dei pastori e degli animali, se non in minuscoli sottopassi.
Stamattina abbiamo assaggiato per la prima volta il tè tibetano. Pasha ci ha portati a casa sua e ci ha fatto provare le cose tipiche: il tè, la bali beer e la tsampa. Non so dire cosa è peggio! Il mitico tè tibetano è in realtà una zuppa fatta con tè nero, farina d’orzo, sale e burro di yak. Viene servito bollente ed appena dai un sorso ti rabboccano subito la tazza. Puoi bere quanto vuoi che il livello non scende mai. Un incubo. Capisco che sia un alimento fondamentale per i tibetani esposti ad un clima tremendo e con poche risorse alimentari. Indubbiamente ti sazia e ti scalda. I nomadi arrivano a berne 40 tazze al giorno!! Noi non ce l’abbiamo fatta a finirne una.
Ora siamo a Nam-Tso a 4700 m. e l’altitudine ci sta dando veramente noia. Però il posto è eccezionale. Davanti a noi lo sterminato altopiano del Changtang. Qui non c’è niente, nemmeno una casa, solo natura. Siamo al limite del mondo a noi noto. Per arrivare abbiamo passato il passo Langen-La a 5190 m. Eccezionale. Tantissime bandiere di preghiera orizzontali per il fortissimo e gelido vento. E noi abbiamo steso le nostre con l’aiuto di Lagpha. Che colori. Sotto di noi il grande altopiano ed il Nam-Tso. Siamo scesi. La strada lunga e diritta corre in mezzo alla prateria a perdita d’occhio, sullo sfondo le montagne altissime con le punte innevate. Tutto intorno tanti puntini neri (yak) e bianchi (pecore) e le tende dei dropka, i nomadi. Siamo potuti entrati in una di queste tende. Conosciamo 3 generazioni di donne, la bambina, la donna e la vecchia. In mezzo alla tenda, fatta con la pelle di yak, c’è il fuoco alimentato con le formelle di cacca essiccata di yak. Il fumo esce da un buco nella tenda. Fa molto caldo. Sul fuoco c’è un pentolone con la carne che bolliva. Ci hanno offerto un tè tibetano. Siamo rimontati in macchina e siamo arrivati al campo tendato dove passeremo la notte. Ci sono altri turisti ma la maggioranza è composta da nomadi e tibetani che passano qui l’estate vendendo qualcosa ai turisti. Nella tenda-ristorante abbiamo conosciuto 3 americani (lui con l’infradito!!) ed abbiamo passato una piacevole serata scambiandoci opinioni ed informazioni sul Tibet e non solo. La nostra tenda è spaziosa, con due brandine affiancate. Abbiamo dormito nel nostro sacco a pelo termico coperti da 4 coperte. Che freddo, la mattina dopo l’acqua era praticamente ghiacciata. Per fortuna che Franco ci aveva avvertiti. Abbiamo passato la notte con la bomboletta dell’ossigeno accanto. Se ti senti male qui è veramente un casino perché sei in una valle e per andare via devi superare i 5000 metri. Meglio non pensarci.

29-08-2007 (Nam-Tso - Gyantse)
Ci eravamo dati appuntamento con gli americani per vedere l’alba, ma non si sono visti né loro né l’alba: è tutto nuvoloso. Però abbiamo assistito al risveglio dell’accampamento ed usufruito dell’unica latrina che c’è senza fare la coda. Le donne si alzano per prime, si mettono sulla schiena un bidoncino e vanno a prendere l’acqua al lago. Poi accendono il fuoco e preparano la tsampa ed il tè. Noi siamo ripartiti subito dopo colazione. Oggi ci aspetta una lunga tappa di trasferimento di ben 9 ore. Nel pomeriggio abbiamo fatto una pista spettacolare in mezzo alle dune di sabbia. Incredibile davvero. D’altra parte l’altopiano tibetano si è formato dallo scontro del subcontinente indiano con l’Asia. I mari si sono innalzati dando vita a laghi salati e dune. Ci sono conchiglie, fossili e corallo! Siamo arrivati a Gyantse (3950 m.) veramente sfatti. Siamo alloggiati al Janzang Hotel; dovrebbe essere uno dei migliori della zona ma la pulizia è sempre la solita e poi quei strani rumori nel controsoffitto….. Siamo talmente stanchi che mangiamo al ristorante dell’albergo, non male, ed andiamo a letto subito. Nemmeno mettiamo il naso fuori.

30-08-2007 (Gyantse-Shigatse)
Stamattina piove e fa freddo. Siamo andati a visitare il Kumbum ed il Pelkor Chode. Il Kumbum è il chorten (stupa) più grande del Tibet, ha 9 piani che si percorrono esternamente lungo una Kora visitando un numero infinito di cappelle con statue e dipinti. Kumbum vuol dire 100.000 immagini. E ci sono tutte! Peccato che ci eravamo dimenticati la torcia elettrica in macchina perché dentro è veramente buio! Nel monastero di Pelkor Chode abbiamo visto un bellissimo mandala tridimensionale di terracotta. Abbiamo pranzato e poi siamo ripartiti. E’ uscito il sole e con esso si è illuminato il Tibet, scintillante di colori. Phasa ha imboccato una pista in mezzo a campi di orzo e patate in fiore. Siamo arrivati a Shalu guadando torrenti lungo una strade che solo un fuoristrada come il nostro può fare. Il monastero di Shalu è di fede Bon, una religione preesistente al buddismo e da esso inglobata anche se mantiene molte differenze. I monaci appaiono malmessi e li vediamo mangiare pane e acqua. Non ci sono turisti eppure Shalu viene considerato una delle più importanti gompe tibetane, fondata 1000 anni fa. Laghpa decide di abbeverarsi dal sacro vaso di Birwapa la cui acqua non diminuisce mai di livello. Per fortuna che noi non la beviamo viste le conseguenze che avrà su di lui! Fuori dal monastero c’è un villaggio di gente veramente povera, semplice, che ara i campi col bue e l’aratro di legno, che falciano a mano e fanno strani covoni, che vanno in giro con il carretto di legno e l’asino. Le stradine sono sterrate con il rigagnolo in mezzo: fango e m…! Ma all’improvviso la sorpresa. Compriamo dell’incenso in una botteguccia ed all’improvviso il tipo del negozio si illumina, ci chiama con grandi gesti e ci indica la foto di Cannavaro che alza la Coppa del Mondo appesa sul bancone!! Incredibile, qui nessuno sa dov’è l’Italia e spunta fuori Cannavaro!
A sera arriviamo a Shigatse (3900 m.) la seconda città del Tibet. Siamo al Gang Gyan Orchader Hotel. Nonostante le tante arie che si da è deludente. E’ sporco ed in bagno ci sono i funghi! Usciamo a cercare un internet point perché sto postando sul mio blog scrivendo del viaggio. E’ anche un modo di fare sapere a parenti ed amici come stiamo. Ma non è semplice: il mio blog è oscurato ma riesco ad aggirare l’ostacolo pubblicando i post e leggendo i commenti tramite la posta elettronica. E poi qui è tutto in cinese, per fortuna che mi ricordo la posizione dei principali comandi per entrare su Yahoo o Google!! Per la cena ci affidiamo ai consigli della Lonely Planet. Va presa con beneficio in inventario, capisco che in Tibet il livello medio è molto basso, ma ci ritroviamo in un posto triste e veramente sudicio, il Galgye Tibetan Restaurant.

31-08-2007 (Shigatse)
La colazione dell’albergo è peggio del solito tanto che siamo andati a farla in un ristorante accanto, decisamente molto meglio. E poi nessuno riesce a spiccicare una parola di inglese, soltanto tè or coffè? Il menù non c’è. Ho chiesto uno yoghurt, la cameriera mi ha guardato senza aprire bocca e se n’è andata. Lo porteranno? No. Stamattina la nostra guida ha dato forfait: ha forti dolori di pancia: sarà stata l’acqua miracolosa di Shalu? Comunque il monastero di Tashilhunpo, in programma oggi, è proprio davanti all’albergo. E’ veramente grande ed imponente, poco danneggiato durante la rivoluzione culturale, ed è la vecchia sede dei Panchen Lama (ora vive in Cina ma questa è un’altra storia). A Tashilhunpo la cosa più sbalorditiva sono i prezzi. A parte i 55Y di biglietto di ingresso in ogni cappella vengono chieste cifre esorbitanti per fare fotografie, anche 150Y. Per i video si superano i 1000Y a cappella. Abbiamo contato un totale di 545Y. In un paese dove mangi nei migliori ristoranti con 50Y in due. Un monaco ci ha spiegato che questi soldi vanno al governo e non al monastero. Per questo è meglio fare le offerte direttamente ai monaci perché almeno sei sicuro che vanno a loro. E ne hanno bisogno! A Tashilhunpo c’è una enorme statua di Jampa Cempo (Maitreya, il Buddha del futuro) che è considerata la più alta statua in oro del mondo. Ma la cosa che più ci è piaciuta è stata la cappella delle preghiere. Una fila di anziani monaci, circondati da testi sacri e candele, recitano ad alta voce le preghiere richieste dai pellegrini e scritte su foglietti. Alla fine del giro del monastero abbiamo assistito al dibattito filosofico nel collegio tantrico. Siamo gli unici stranieri e sembrava più genuino rispetto a Sera, anche se meno spettacolare. Abbiamo pranzato bene, con i nostri amici tibetani, al Songtsen e dopo ci siamo avventurati per la Kora del monastero. Il tempo è veramente bello, c’è una grande pace, soltanto qualche pellegrino sempre sorridenti e cordiali. Il percorso è affiancato da una linea ininterrotta di ruote di preghiera che vanno fatte girare in senso orario per far spargere i mantra contenuti in esse. Dall’alto il panorama è bello ma …. Noi ci immaginavamo i silenzi del Tibet ed invece sembra di avere Napoli ai nostri piedi. Le città sono rumorosissime, tutti suonano il clacson senza nessun motivo. Suonano. Per cui dall’alto vedi una cittadina piccola, scalcinata, con pochissime macchine in circolazione ma senti un concerto di clacson. Assurdo. Comunque la Kora ce la siamo proprio gustata. Siamo arrivati quasi sino al Dzong, un palazzone simile al Potala appena ricostruito. Abbiamo accelerato il passo perché si è improvvisamente rannuvolato e siamo scesi nel quartiere tibetano, molto più tranquillo e rilassato (e povero) di quello cinese. C’è un grazioso mercatino dove le donne cercano di farti comprare le poche cose che hanno dicendo “luki luki”. E poi ridono. Quando si è messo a piovere ci siamo rifugiati nel ristorante del famoso Tenzin Hotel proprio di fronte al mercato. Una buona cena al Rich Tibetan Restaurant ed a letto presto, come al solito stanchi morti. Domani inizia l’avventura verso l’Everest.

01-09-2007 (Shigatse-Sakya-Shegar)
La strada verso Sakya è praticamente deserta, lunga e diritta, nonostante sia la famosa Friendship Highway, come dire l’Autostrada del Sole. Inoltre credo sia l’unico accesso transitabile per noi turisti da sud, cioè da Nepal ed India. Sakya (4280 m.) è un importante ed antichissimo monastero un po’ diverso dagli altri. Innanzitutto qui le case sono colorate di grigio con strisce bianche e rosse. L’ambiente è molto tibetano, siamo lontani dalla Cina. Purtroppo sono in corso dei lavori di restauro e non possiamo entrare nella sala principale delle riunioni. Però possiamo assistere a come si svolgono i lavori. E’ come se tutta la collettività partecipasse ai lavori: i ragazzini trasportano sacchi con pietre ed altri materiali dentro e fuori dal grande cortile del monastero; le donne battono il cemento marciando e cantando ritmicamente; gli uomini, pochi, lavorano sul tetto. L’atmosfera è piacevole, c’è un bel sole e si sta bene. E poi qui – finalmente – assistiamo ad una preghiera con gli strumenti, compreso quell’assordante corno lunghissimo. I suoni sembrano sgraziati, stonati, quasi fastidiosi, non hanno niente a che vedere con i nostri Buddha Bar!
Dopo pranzo l’autista e la guida ci dicono che non possiamo fare la strada prevista tra le dune di sabbia, una delle più spettacolari del Tibet. E’ troppo pericoloso farla in questa stagione e rischiamo di restare insabbiati. Purtroppo non c’è nessun altro che va in quella direzione, se no tentavamo di fare una carovana. Ma non ci hanno convinto, sospettiamo che non abbiamo voluto nemmeno provare. Proseguiamo per la Friendship Highway sempre più deserta ma ancora, per il momento, asfaltata. Passiamo il passo Lhakpa-La a 5248 m. che segna anche l’ingresso nel Chomolangma Nature Preserve. Chomolangma è il nome tibetano, e cinese, dell’Everest. Dal passo cominciamo a vedere le vette innevate dell’Himalaya. Il panorama è stupendo ed il passo è, come sempre, pieno di bandiere di preghiera.
A metà pomeriggio arriviamo a Shegar (4050 m.), un piccolo paesino animato dai turisti che qui fanno tappa prima di arrivare all’Everest. Sarà la stagione ma non c’è nessuno. Anche l’albergo è praticamente vuoto. C’è stato uno strano disguido. Lagpha e Phasa ci hanno portato in un alberguccio veramente squallido, l’Everest Hotel, con il letto tibetano (una specie di cassapanca con le tavole di legno ed un tappeto/coperta sopra) ed un solo bagno in comune, di quelli con il water verde ed i funghetti. Ma Franco dall’India ha posto rimedio alla situazione e nel giro di mezz’ora ci hanno rimontato in macchina e, dicendo che avevano confuso i nomi, ci hanno portato al Qomolangma Hotel, decisamente meglio: da noi forse 2 stelle gliele danno! Domani saremo al Campo Base dell’Everest e stasera ci riposiamo, scriviamo un post semi-delirando (sarà l’altitudine?) ed alle 9 siamo a letto.

02-09-2007 (Shegar-Campo Base-Tingri)
Siamo partiti alle 7.00 che era ancora buio. Alle prime luci dell’alba abbiamo passato il check-point con tanto di sbarra, militari col collo di pelliccia e controllo passaporti. All’altezza di Tingri abbiamo girato a sinistra su una stradina sterrata. La strada principale per l’Everest è chiusa per i lavori in vista delle prossime Olimpiadi. Anche se è sempre una strada sterrata forse è un po’ meglio della pista sconnessa che abbiamo fatto noi. In certi punti la strada si trasforma in un torrente da guadare o una pietraia su cui sobbalzi come pazzi tirando testate sul soffitto. Ma il paesaggio è mozzafiato. La catena dell’Himalaya è alle nostre spalle, davanti, di lato…. è ovunque. L’alba ha squarciato la spessa coltre di nuvole ed il cielo si è tinto di tutte le tonalità di azzurro e lilla mentre le nubi si alzavano lentamente dalle valli. Mai visto niente di simile. Siamo senza parole. Continuiamo a salire lungo la valle, non ci sono tornanti o pettate (detto alla fiorentina) ma inesorabilmente si sale chilometro dopo chilometro, buca dopo buca. La guida continua a dirci che siamo fortunati perché è una bella giornata e forse vedremo il Chomolangma. In effetti c’è il sole, non c’è il vento e non fa freddo (sempre rapportato a queste quote). Siamo bardati da alta montagna ed al sole ci fa quasi caldo. Ad un certo punto, dietro una curva, appare lei , la regina delle montagne, con il profilo aguzzo e la neve abbagliante. Passiamo Rongphu, le ultime case prima della montagna, e proseguiamo per pochi chilometri. Si arriva ad una tendopoli dove si deve lasciare la macchina e proseguire a piedi o con un carretto trainato da un cavallo. Noi scegliamo la seconda. La tendopoli è pittoresca; le varie tende sono in realtà ristoranti o alberghi dai nomi più incredibili tipo Hotel California, Holiday Inn ecc. C’è poca gente, pochissimi turisti. Saliamo sul nostro carretto sgangherato trainato da un ronzino tutto’ossa. La strada è lunga ed è difficile farla a piedi a causa dell’altitudine. Si arriva al Campo Base che è l’ultimo punto consentito, per andare oltre ci vuole uno speciale permesso da alpinista. Appena scesi un militare ci chiama e ci porta nell’unica costruzione che c’è per controllare i nostri documenti. Tutto a posto. Ovviamente foto di rito davanti alla lapide scritta in cinese, tibetano ed inglese con il nome Qomolangma e l’altezza, mt. 5250 e poi siamo saliti su una collinetta con la stessa andatura degli astronauti sulla Luna. Da lì, in mezzo alle bandiere di preghiera, si è aperto l’Everest davanti a noi. Ci siamo seduti su un masso per mezz’ora a guardare e fare foto, poi abbiamo steso le nostre bandiere. Dopo un po’ siamo rimasti soli, nessun altro intorno a noi! Qui abbiamo sentito il silenzio del Tibet. Soltanto il vento fischiava forte. Anche se c’è il sole fa molto freddo. Siamo rimasti finché il guidatore del carretto non è venuto a cercarci per riportarci giù. Ci porteremo con noi per tutta la vita l’immagine della montagna, la neve, i ghiacci, le nuvole ed il cielo azzurrissimo.
Siamo tornati indietro a Rongphu per mangiare qualcosa, cioè una scodella di riso. Dovremmo passare la notte lì nella guesthouse. Ma Filo accusa qualche malore per l’altitudine e poi si mette a piovere. Lagpha ci propone di avvantaggiarci sulla lunga tappa di domani e ritornare giù a Tingri (che è soltanto a 4390 m.!). Facciamo così e ci rimettiamo in marcia sulla dura pista di stamattina e dopo 3 ore di sobbalzi, buche e polvere torniamo sulla Friendship Highway. Facciamo tappa all’Amdo Hotel di Tingri, che di hotel ha solo il nome, ma in questa zona non c’è di meglio. E’ una specie di motel in versione tibetana. Una stanzetta minuscola con un letto tibetano appoggiato al muro. La porta non ha serratura. I bagni sono in comune. Se ci fossero. In realtà ci sono due latrine, una per le donne ed una per gli uomini, cioè un buco nel pavimento e sotto le fatte di tutti. Non esiste lavandino né acqua corrente. La luce c’è solo dalle 8 alle 11 di sera grazie ad un rumorosissimo generatore a nafta. Qui il tempo si è fermato ed anche la Cina è lontanissima. A ricordarcela ci pensano 3 militari cinesi ubriachi che mangiano, bevono (14 lattine di birra), fumano e sputano nel ristorante. Spesso qui i cinesi sono gretti e arroganti. Sputano in continuazione, ruttano, parlano sempre a voce altissima, anche di notte negli alberghi. Quelli ricchi li vedi sfrecciare sulle strade con delle lucine lampeggianti messe nel radiatore e le quattro frecce accese. Entrano nei monasteri e vanno al Campo Base dell’Everest sfrecciando accanto ai carretti di quelli “normali”. Insomma i cinesi che abbiamo visto in Tibet o sono dei derelitti “emigrati” qui con la forza della disperazione e con grossi incentivi statali oppure sono i ricchi turisti delle grandi città vestiti bene ma ugualmente ignoranti.
Nel ristorante per ingannare l’attesa ci siamo incuriositi a guardare fuori dalla finestra ed abbiamo deciso di contare i mezzi che passano sulla Friendship Highway. Dopo 10 minuti questo è il responso: 31 mucche, 8 moto, 6 carretti a cavallo, 1 camion, 1 trattore, 1 macchina. Sembra che alcune mucche facciano le vasche perché le vediamo passare a coppie in su e giù. Dopo cena abbiamo guardato il tramonto (alle 10) seduti fuori dalla porta della camera ed abbiamo iniziato a ripensare a tutto quello che abbiamo visto. Oramai la vacanza è alla fine, ora ci aspetta solo la lunga discesa verso Kathmandu.

03-09-2007 (Tingri-Zhangmu)
Partiamo alle 9, dopo una colazione difficile riscaldati dalle stufe tibetane alimentate con la cacca essiccata di yak. Subito dopo Tingri la Friendship Highway diventa una pista sterrata con tanto di guado del fiume. Per ore continuiamo a veleggiare sui 5000 metri superando due passi: il Lalung-La (5050 m.) ed il Yarle Sung-La (5100 m.). Il paesaggio è bellissimo, l’occhio spazia sull’altopiano senza limiti. Le nuvole sono basse. Ma poi ci rendiamo conto che siamo noi alti, le nuvole sono alla loro quota! Ci fermiamo prima di Nyalan e cerchiamo di vedere le famose grotte di Milarepa ma sono chiuse per lavori. Da qui in poi la strada non esiste più ma c’è solo un lunghissimo cantiere per la ricostruzione e l’asfaltatura della strada. L’obiettivo cinese è di avere una strada vera e propria prima delle Olimpiadi del 2008. Secondo i nostri criteri sarebbe una impresa impossibile ma loro ce la faranno. Avremo visto centinaia, forse migliaia, di operai muoversi come formichine, lavorare 12 ore al giorno, nel fango, dormendo in tende militari posizionate lungo la strada, senza servizi igienici. Sono controllati da militari. Fanno quasi tutto a mano: spaccano le pietre, scavano con pala e piccone, fanno brillare massi e li buttano di sotto.
Dopo Nyalan la strada viene chiusa di giorno ed a noi tocca aspettare 6 ore in questo minuscolo paese che sa già di frontiera. Il tragitto è stato infernale (ed infatti Nyalan in tibetano vuol dire “porta dell’inferno”). La strada scende ripida in questa gola strettissima ricoperta da felci e muschio. Le nuvole sono sia sopra che sotto e non si vede niente. Piove, il clima è cambiato, è questa è la stagione delle piogge. La strada … ma quale strada! Siamo passati lungo un viottolo fangoso con buche, sassi, strapiombi senza parapetto, frane, cascate sulla strada (buone per lavare la macchina dal fango!). Noi scendiamo lungo questo cantiere slittando, sfiorando burroni di cui non si vede la fine. Impieghiamo due ore per fare 30 km ed arriviamo alle 9 a Zhangmu, uno strano paesino arroccato sugli ultimi tornanti prima della dogana cinese. Una fila interminabile di camion Tata (loro potranno passare solo dopo mezzanotte) blocca l’unica strada del paese in un concerto di clacson e puzzo. Abbiamo cenato con i nostri due amici tibetani (oramai sono diventati amici e ci dispiace separarci domattina) e dormito in un albergo nuovissimo che si da tante arie. Ultima notte in Tibet.

04-09-2007 (Zhangmu-Kodari-Kathmandu)
Alle 9.15 siamo alla frontiera cinese in coda. Ritroviamo tante facce che erano ieri a Nyalan compresa una coppia di modenesi con i quali abbiamo passato un po’ il tempo.
Le formalità sono veloci; ci fa ridere il modulo sulle condizioni sanitarie con domande tipo: siete stati in contatto con polli negli ultimi 7 giorni? Però non ci misurano la temperatura come facevano fino a poco tempo fa.
La strada prosegue altri 8 chilometri con tornanti e buche sino al Friendship Bridge che è il vero confine tra Nepal e Cina. Prima del ponte sembra già di essere in Nepal: caos, sporcizia e fango. Veniamo circondati da una folla di persone che ci vuole aiutare a portare le valigie di là dal ponte. Perché il ponte lo si deve fare a piedi. Nel mezzo una linea rossa indica il confine esatto. Salutiamo Lagpha e Pasha donandogli la katà insieme alla mancia.
Il confine nepalese è rappresentato da una alta cancellata in ferro chiusa con una porticina da cui siamo passati con i poliziotti che facevano spazio tra le persone in attesa. Tanta gente va in su e giù per la strada. Intorno tante botteguccie di legno misere e sudice. Sulla sinistra c’è l’ufficio immigrazione che ti mette il timbro sul passaporto, più i soliti moduli ed una foto, ma volendo potresti tirare diritto che nessuno se ne accorge. Tranne poi avere problemi per uscire dal Nepal, come è successo ad un ragazzo americano che abbiamo conosciuto all’aeroporto.
Il pick-up dell’agenzia arriva dopo un’ora. Ovviamente è una vecchia jeep scassata e cigolante. L’autista nepalese ci dice “bentornati nella civiltà”. Sigh. Il viaggio da Kodari a Kathmandu è stato un altro incubo. A parte il bellissimo paesaggio con cascate ed un ponte sospeso mozzafiato, la strada è drammatica. Ad un certo punto una frana ci blocca. Alcune persone hanno appena finito di spalare il fango e riusciamo a passare slittando e sbandando, ma con tanta paura. Ogni pochino c’è una frana. L’autista arriva sulla zona, rallenta, guarda il monte e poi accelera passando veloce sotto la frana scansando i massi. La prima volta pensavo che scherzasse. Ma poi ho capito dalla sua faccia tirata che non scherzava. All’ingresso di ogni paesino ci sono dei massi in mezzo alla carreggiata che costringono a delle gimcane: sono posti di blocco per controllare il contrabbando di legno di sandalo. In alcuni casi c’è la garitta con i sacchi di sabbia da cui sparare! Abbiamo saputo che durante il nostro soggiorno in Tibet ci sono stati degli attentati e sono morte due persone a Kathmandu. La tensione si percepisce, la situazione politica nepalese è molto tesa.
Siamo stanchissimi, gli ultimi giorni sono stati pesanti, con tante ore di macchina lungo strade difficili e non vediamo l’ora di arrivare a Kathmandu. Ci vogliono altre 4 ore ma alla fine ci siamo: eccoci nel puzzo e nell’affascinante caos di Kathmandu. Il Tibet sembra così distante….
Ripensiamo spesso al Tibet. Quello che sta succedendo in questi giorni ci riempie di tristezza. Non è retorica, ma un pezzo del nostro cuore è rimasto lì e batte con i tibetani. Mai potremo scordare le loro facce, i sorrisi sinceri, la serenità dei gesti antichi; ma anche l’enorme povertà, gli sguardi titubanti e la paura - quasi un senso di smarrimento - davanti alle “parole pericolose”. Questa non è stata una semplice vacanza, ma una esperienza unica che ci ha fatto vedere il mondo e il senso della vita da un’altra angolazione. Riprendere la nostra vita quotidiana non è stato semplice.

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