Nam tso, il lago tibetano del cielo

in viaggio con anam in Tibet

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Nam tso, il lago tibetano del cielo

Un’escursione da non perdere mentre si è in Tibet, una gita che ci porta in uno dei posti più belli e sacri del Tibet, è Nam tso, letteralmente "il lago del cielo".
È uno dei quattro laghi sacri del Tibet; la tradizione vuole che il lago rappresenti sempre l’energia femminile e la montagna che lo domina o che lo circonda l’energia maschile.
Nam tso nella tradizione tibetana viene considerato come una divinità in possesso delle qualità di corpo, parola e mente.
La qualità preziosa del corpo è rappresentata dal Tra-shi do-bo che, "la grande roccia di buon auspicio".
La qualità preziosa della parola è rappresentata dal bya-do e nam-kha do, "la roccia dell’uccello" e "la roccia del cielo".
La qualità preziosa della mente è rappresentata dal ma-chag se-mo-do, "la roccia del non-attaccamento".
In questo caso la catena del Nyanchen Thanglha, circa 7500 metri, che sovrasta il lago e scende dolcemente a accarezzare le sue rive, rappresenta la divinità tantrica Demchog (Cakrasamvara) e il lago Dorje Phagmo (Vajravarahi).Viaggio a cavallo tra natura incontaminata e intensa spiritualitàL’escursione per poter godere di questo posto fino a alcuni anni fa incontaminato richiedeva un paio di giorni di trasferimento; ora i cinesi, con la loro mania di costruire strade, lo hanno reso più accessibile, rovinando l’ambiente naturale, la vasta steppa disseminata di tende nere di nomadi e mandrie di yak. Si prende una strada veloce che sale da Lhasa verso Golmud e da qui verso Pechino. Dopo circa 180 km si arriva alla cittadina di Damshung, e girando sulla sinistra solo 50 km ci separano dal lago Namtso.
La strada si inerpica per una stretta valle solcata da un piccolo fiume e sui declivi delle montagne circostanti si intravedono mandrie di yak e piccoli accampamenti di nomadi. Fermarsi per entrare in una loro tenda è sempre molto interessante. Offrono yoghurt, formaggio, latte, sorrisi e una gentile ospitalità. Dopo qualche tempo si arriva sul colle a 5.300 metri; in lontananza si scorge il lago.
Una volta si percorreva una pista fra mille avventure, ma ora, come detto sopra, una strada in terra battuta fa raggiungere il lago in poco tempo.
Il benvenuto al lago (4700 metri) viene dato da due enormi rocce chiamate “go sung gi dro wo dang dro mo ku zheng” i protettori maschili e femminili che guardano l’accesso al lago.
La parete rocciosa è cosparsa di grotte e piccoli monasteri che si ritengono essere stati le abitazioni di molti famosi asceti tibetani e indiani. Per citarne alcuni: Reciungpa, il discepolo prediletto di Milarepa; Guru Rimpoce, il taumaturgo che diffuse per la prima volta il buddhismo in Tibet; Padampa Sangye, un asceta itinerante indiano; e molti altri.
Ma non vi è bisogno di ricorrere a loro per sentire la sacralità del luogo, è sufficiente guardarsi intorno! Già solo lo spazio immenso in cui siamo e le onde, come quelle di un vero mare, che lambiscono le sponde alle volte sabbiose e alle volte rocciose delle spiaggette ci danno la sensazione di essere fuori dal mondo.
La sistemazione non si può dire eccellente; di solito portiamo delle tende con noi, oppure ci sistemiamo nella guest house, in camere con più letti; ma la scomodità viene ampiamente ricompensata dalla bellezza del luogo.
La gita vale la fatica del viaggio! Il lago è situato a nord di Lhasa sulla strada che conduce verso Pechino; a due ore da Lhasa, arrivati a Damchung, si lascia la strada principale per inoltrarsi su una pista in una stretta gola, e si arriva al colle (m. 5300) che domina il lago. Sembra a portata di mano ma ancora molte ore di viaggio ci separano da questo stupendo posto incantato, chiuso in una valle alla base della catena Nyenchen Thanglha. In effetti la montagna che sovrasta il lago rappresenta il principio maschile - la residenza della divinità maschile - mentre il lago stesso rappresenta il principio femminile, la residenza della divinità femminile.
Prima di arrivare alla guest house molto primitiva o al posto dove si montano le tende, passiamo sotto i tashi do, le rocce del buon auspicio. Guardando l’enorme distesa di acqua non ci vuole molto a immaginare come mai tanti eremiti del passato sceglievano questo sito per periodi di ritiro e perchè viene considerato uno dei quattro laghi sacri del Tibet. Ancora oggi una monaca eremita e altri monaci soggiornano nelle grotte sulle rive del lago, in un silenzio impressionante rotto solo dal vento serale che fa increspare le acque di questo residuo del mitico mare di Thetis.La mia meta era Nam Tso, il “lago del cielo”, situato a 4700 m sul livello del mare, uno dei “luoghi di potere” tibetani, con i suoi Tashi do, le “rocce del buon auspicio”. Dopo aver visitato altri "luoghi di potere" nel Tibet meridionale e nel Tibet orientale, ero curioso di vedere com’era.
Con “luogo di potere” s’intende un posto dove nel passato hanno meditato illustri e potenti yogin. Per esempio, a Nyalam, quasi sul confine nepalese, aveva meditato il grande Milarepa, e nelle grotte nella parete rocciosa (i tashi do) sulle rive del lago Nam Tso, si dice avessero soggiornato Guru Rimpoce, Reciungpa (discepolo di Milarepa) e altri yogin tibetani.
Il lago dista poche centinaia di km da Lhasa, sulla strada che conduce a nord verso Dunhang (famoso crocevia delle antiche vie della seta, luogo di ritrovamento di innumerevoli testi sul buddhismo elegantemente saccheggiati da esploratori occidentali), e poi prosegue per la Mongolia o per Pechino.
La pista che conduce al lago è stretta e sconnessa, e si inerpica verso il colle a 5300 metri, di solito spazzato da un vento che soffia talmente forte da sembrare uno degli innumerevoli protettori del buddhismo himalayano messo a guardia per impedire l’ingresso alla valle a chi non sia degno di scendere lungo l’altro versante, verso l’immensa steppa disseminata di tende nere dei nomadi fatte con pelo di yak, e verso una meravigliosa distesa d’acqua turchese. Infatti il lago è laggiù, lo si vede! Credevo che ci volesse poco a arrivare, ma a quell’altezza le distanze ingannano: ci misi più di due ore, con il Toyota che cercava la pista nella steppa. Così arrivai al tramonto, e cercai una sistemazione nella guest-house primitiva vicina alle rive del lago e a ridosso dei Tashi do.
Questo posto, immerso com’è nel silenzio più assoluto e in uno spazio in cui ci si perde quando si entra in rapporto con esso, non richiede la fervida immaginazione tibetana per essere visto come un luogo magico, un luogo di potere, un luogo adatto alla meditazione, dove non si è disturbati da nessun elemento esterno.
Mangiai con i proprietari della locanda e mi trattenni con loro a parlare; così venni a conoscenza di alcune grotte trasformate in reliquari a causa di un numero enorme di tsa-tsa, immaginette votive fatte di fango mescolato a resti umani, e di una monaca eremita che viveva in una grotta giusto dietro la locanda. Mi infilai nel sacco a pelo con il pensiero di andare a trovare la monaca-eremita il mattino dopo.
La colazione fu rapida: avevo fretta! Mi avviai per il sentierino e arrivai velocemente alla grotta. Due muri uniti da una porta di latta la chiudevano allo sguardo indiscreto di eventuali curiosi. Sentii delle voci. Chiamai in tibetano: che grande aiuto era conoscere la lingua del posto!
Venne a aprirmi una giovane monaca. “Sarà questa l’eremita?” mi chiesi. Entrai. Davanti a me si apriva una grotta abbastanza spaziosa; sulla sinistra ce n’erano altre due più piccole, di cui una adibita a cucina, e l’altra a dispensa; ai muri erano poggiati sacchi pieni di sterco di yak, combustibile prezioso in Tibet. Dal vano più grande uscì un’altra monaca, più anziana della prima, dal volto gentile, che mi invitò nella grotta spaziosa. Era il suo lha khang (tempietto)! In fondo vi era un altare con varie statue, offerte e foto di Lama anche di mia conoscenza; appena vicino alla porta, il suo cuscino di meditazione, dove dormiva, pregava e meditava. L’austerità dell’ambiente mi fece sorridere al pensiero delle ricercatezze di cui io ho bisogno per un periodo di ritiro. Osservai che non vi era né riscaldamento né luce elettrica. La monaca mi fece sedere e mi offrì del po cha, tè tibetano, che sebbene non mi piaccia bevvi fingendo di trovarlo di mio gusto.
Così cominciammo a parlare.
Viveva in quella grotta da tre anni, estate e inverno.
“Tre anni?” domandai. Credo che lei intuì che cosa stessi pensando, perché abbozzò un sorriso. Con la sua voce dolce e calma mi disse che la giovane monaca era la sua assistente, che le provviste le venivano procurate da un suo zio che viveva a Lhasa, e che il suo tempo era continuamente impegnato in esercizi spirituali. E si vedeva!
Scoprimmo di avere connessioni con gli stessi Lama, come avevo capito dalle foto, e dopo avermi regalato una piccola pietra mani mi fece capire che era ora di andarmene.
Così feci. La sera, ascoltando il suono cristallino della campanella e quello più cupo del damaru provenienti dalla grotta dove la monaca pregava, mi addormentai con il pensiero: “I cinesi non sono riusciti a cambiare proprio tutto in Tibet!”.
Il mattino dopo ripartii per Lhasa, felice che questo “luogo di potere” desse ancora i suoi frutti.

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