Zanzibar, l’isola della felicità

in viaggio con e72rica in Tanzania

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Zanzibar, l’isola della felicità

Qualche giorno fa siamo ritornati da una vacanza in quest’isola dell’Oceano Indiano.
Voglio prima darvi qualche notizia sulla sua storia. Appartiene alla Tanzania dal 1964 quando il neo eletto presidente Sheikh Abeid Karume accettò la proposta del Presidente del Tanganika di unirsi in una confederazione. Nacque così l’Unione della Repubblica di Tanzania il cui nome deriva dalle prime tre lettere dei due Paesi interessati: tan da Tanganika e zan da Zanzibar.
Comunque l’isola di Unguja, perchè così si chiamava Zanzibar in origine (Zanzibar è in realtà l’arcipelago), è stata sottomessa a diverse dominazioni nel corso dei secoli. Già prima dell’arrivo degli Arabi fu certamente abitata da popolazioni africane di stirpe bantu. Nel 1698 Zanzibar diventò parte dei possedimenti dell’Oman che, vivendo un periodo non molto favorevole, decise di trasferire la capitale dell’Oman da Mascate a Zanzibar che in pochi anni diventò il più grande mercato di chiodi di garofano della costa orientale dell’frica. Tra il 1887 ed il 1892 alcuni possedimenti divennero colonie della Gran Bretagna, Italia e Germania. Poi a poco a poco l’Impero britannico assunse il controllo dell’isola. Nel 1963 Zanzibar divenne indipendente sotto una monarchia costituzionale. Nel 1964 ci fu una rivoluzione e in meno di due settimane Zanzibar diventò una Repubblica.
Il turismo ha cominciato a svilupparsi dal 1990 grazie al Presidente Salmin Amour che ha incoraggiato gli investimenti stranieri. La maggior parte dei villaggi turistici attualmente esistenti sono italiani. Si calcola che siano 90.000 i turisti che arrivano annualmente qui.
Oltre al turismo un’altra fonte di guadagno è il mercato delle spezie, che è monopolio di Stato, e la coltivazione di alghe marine.A Zanzibar fu praticata per secoli, prima dagli Arabi e poi dagli Olandesi, la tratta degli schiavi perchè i musulmani non potevano lavorare come schiavi nelle piantagioni e quindi si veniva qui per ridurre in schiavitù gli africani. Una vacanza di mare e relax nella bella isola dell’Oceano IndianoNoi siamo stati a Stone Town, la capitale, dove abbiamo visitatato la Cattedrale Anglicana di Cristo che commemora la fine della vendita degli schiavi: infatti fu costruita proprio nel luogo in cui avveniva questo commercio e l’altare è situato dove c’era un albero in cui gli schiavi venivano legati e percossi. All’interno c’è una specie di bacheca in cui viene ricordato il Dr. David Livingstone che si pensa sia stato uno dei fautori della lotta contro la schiavitù. Sempre all’interno della chiesa abbiamo visto un Crocefisso fatto con il legno di un albero che si trovava sul luogo in cui era stato sepolto il cuore di Livingstone. Poco distante dalla Cattedrale ci sono ancora le fosse, che noi abbiamo potuto visitare, in cui venivano condotti gli schiavi(da una parte le donne ed i bambini e dall’altra gli uomini) per una o due notti in attesa di essere imbarcati e portati via dall’isola. Molti non ce la facevano a vivere ammassati senza bere e mangiare e morivano prima di essere venduti. Si dice che circa 600.000 schiavi furono venduti a Zanzibar tra il 1830 ed il 1873.
A Stone Town abbiamo visitato il centro storico ricco di viuzze , di case arabe con dei portoni in legno di tek lavorati, intarsiati e ricchi di ornamenti come per esempio dei puntali che servivano per tenere lontani gli elefanti. Siamo passati anche davanti alla casa di Freddie Mercury (la voce dei Queen che visse qui fino a 9 anni) che si trova difronte alla Cattedrale Cattolica di San Giuseppe che abitualmente è chiusa perchè nell’isola ci sono pochissimi cattolici.
Abbiamo visto il Forte Arabo al cui interno si svolgono spettacoli di musica e danza, La Casa delle Meraviglie, un edificio dalle colonne altissime e scalinate decorate in argento, dove viveva un Sultano famoso perchè aveva 100 concubine e primo palazzo di Zanzibar a disporre di luce elettrica.
Qua e là passeggiavano donne completamente avvolte in abiti neri o nei coloratissimi parei ,tipici di Zanzibar, i Khangas (anch’io ne ho acquistati due) con mani e piedi decorati dall’henné alla maniera araba mentre gli uomini, poichè ci siamo trovati nel clou dei festeggiamenti per la fine del Ramadam, indossavano delle candide tuniche e portavano sul capo dei berretti di lino bianco ricamati.
Nella stessa giornata abbiamo fatto il Tour delle piantagioni delle spezie dove abbiamo potuto vedere da vicino ed apprezzare i profumi della pianta del pepe, dello zenzero, della citronella, dei chiodi di garofano, della noce moscata, della vaniglia, il cui fiore, che assomiglia ad un’orchidea, deve essere impollinato ogni mattina e per finire quella della regina delle spezie ovvero la cannella che si ottiene dalla corteccia di un albero e che si riforma ogni tre mesi. Abbiamo visto anche la pianta del rossetto che produce un frutto al cui interno c’è una sostanza cremosa che spalmata sulle labbra ha le caratteristiche del rossetto.
Siamo stati accompagnati nel nostro giro da un ragazzo del posto che parlava italiano e che ci ha spiegato le varietà delle piante e i loro usi in cucina o in cosmesi. Qui lo parlano tutti correttamente e correntemente: la maggior parte sono autodidatti e lo hanno imparato attraverso i turisti o leggendo molto. Ma parlano benissimo anche l’inglese ed il francese. Sono molto intelligenti e volenterosi. Alla fine del tour un ragazzo è salito su una palma da cocco, ne ha portato giù uno e ci ha fatto bere il latte in esso contenuto ed ha regalato a me un secchiello ed una collana mentre a mio marito un cappello ed una cravatta ottenuti intrecciando foglie di palma. Siamo rimasti estasiati dai profumi delle piante e dalla gentilezza.
Noi abbiamo alloggiato presso l’Eden Village situato a Nord- Est dell’isola. Qui c’è la spiaggia più bella e più grande dell’isola: Kendwa Beach. Il mare è color turchese e la sabbia è bianchissima e soffice come il talco.
L’isola è disseminata di villaggi ma, ripeto, questa è la zona migliore perchè qui il fenomeno delle maree è ridottissimo e si può sempre fare il bagno mentre in altre parti il mare si ritira parecchio e per nuotare bisogna uscire in barca.
Proprio grazie al ritiro dell’acqua la popolazione, che per la stragrande maggioranza è dedita alla pesca, si riversa sulla spiaggia e incomincia a raccogliere molluschi e pesci rimasti intrappolati.
Al di là della spiaggia ci sono i villaggi in cui vivono i Zanzibarini e, mentre gli uomini escono con le barche ottenute scavando i tronchi degli alberi, le donne e numerosissimi bambini e bambine (qui non c’è il controllo delle nascite) passano parecchie ore andando su e giù in cerca di pesce. I bimbi più piccoli si divertono scavando nella sabbia.
La maggior parte sono tutti musulmani praticanti per cui entrano nell’acqua vestiti e le donne e molte bambine hanno il capo coperto.
Mio marito, che ama fare pesca subacquea, mi ha raccontato di aver visto una notevole quantità di pesce che, per nulla spaventato, si avvicinava a lui mentre nuotava. Lungo la riva si possono vedere delle bellissime conchiglie, stelle marine, e pezzi di corallo ma, purtroppo, non si possono raccogliere e mettere in valigia perchè è vietato esportarle ed infatti all’aereoporto, prima di lasciare le valigie per farle imbarcare, bisogna aprirle e degli addetti e soprattutto delle donne controllano meticolosamente il contenuto delle stesse e se trovano conchiglie o sabbia si pagano multe salatissime.
Un pomeriggio siamo andati a fare un giro con una barca, partendo direttamente dalla nostra spiaggia, e ci siamo diretti verso un villaggio di pescatori dove abbiamo visto come viene costruita un’imbarcazione. Fanno tutto a mano e dispongono di attrezzi che molte volte sono stati creati da loro. All’interno del villaggio abbiamo potuto vedere le abitazioni in cui vivono: si tratta di costruzioni fatte in mattoni o tufo, ricoperte da tetti in lamiera che creano all’interno un rialzo della temperatura ma durano per sempre mentre ci hanno spiegato che i tetti fatti con la palma da cocco rendono più fresco l’ambinete ma durano dai tre i sei anni. Non vengono intonacate, il pavimento non viene lastricato, talvolta mancano porte e finestre e all’interno dormono in parecchi. Sembrano dei ruderi più che delle abitazioni! Non hanno acqua corrente. Davanti alle case c’è solo terreno dove razzolano galline e qualcuno possiede anche una vacca di razza africana (sono magre, ossute ed hanno una gobba che è una riserva di grasso).
I bambini si divertono con poco. Io avevo portato dei quaderni, delle penne, dei colori, dei giochini, delle magliette e devo dire che mi sono commossa quando ho cominciato a distribuirli perchè tremavano e se li contendevano. Altro che i nostri figli! Ho regalato a tre bambine un dollaro ciascuna e sono corse a casa gridando per la gioia.
Si nutrono soprattuttto di pesce, di cui l’Oceano Indiano è ricchissimo, e di frutta: banane (che sapore!), cocco, mango, papaia, angurie (che sono molto piccole). Pensate che lo stipendio mensile di un poliziotto è di 60 euro! Hanno poco ma sono felici, sorridono sempre. Ti chiedono sempre come stai e ti dicono in continuazione Hakuna Matata cioè Non Importa. Mi è piaciuta la frase che mi ha detto uno Zanzibarino: La vita è dolce, peccato che duri poco!
Nel villaggio abbiamo mangiato benissimo: tre o quattro piatti di Pesce tutti i giorni e servito in modi diversi. I camerieri erano Zanzibarini e lo chef Francesco, un giovane italiano, sempre disponibile e presente. C’è stata anche una serata tutta zanzibarina in cui i camerieri erano tutti in costume ed abbiamo assaggiato delle specialità del luogo, tutte super speziate.
Un altro giorno siamo andati, in compagnia di altri turisti italiani, a fare l’escursione denominata Safari blu. Ci hanno condotti a Fumba, nel sud dell’isola, e da qui con una barca tipica, Dhow, su una lingua di sabbia bianca, Menay Bay ,dove c’era una laguna blu e qui anch’io ho fatto un po’ di snorkeling ed ho visto pesci multicolori ed una fitta barriera corallina. Poi ci hanno offerto del cocco freschissimo ed infine ci hanno trasferiti a pranzare sull’isola di Kwale dove ci hanno servito sotto gli alberi, sulla spiaggia, una grigliata di gamberoni, tonno, cicale di mare ed aragosta.
E poi tanta frutta.Che sapori e che profumi! La nostra guida, Giorgio, (i Zanzibarini si fanno chiamare con nomi italiani) ci ha fatto vedere un baobab ( l’isola ne è piena) di circa 400 anni che, nonostante si sia rovesciato da 70 anni, vegeta ancora. Durante il viaggio di ritorno ci hanno fatto sostare per fare il bagno nella Laguna delle Mangrovie. Certo è un’altro mondo, un’altra realtà, posti unici e noi siamo stati molto bene. Siamo di nuovo tutti sulla barca che questa volta ci riaccompagnerà nel luogo da cui siamo partiti non più a motore ma veleggiando... Ripercorriamo gli stessi paesaggi dell’andata ma ci accorgiamo che la lingua di sabbia bianca non c’è più perchè stata inghiottita dalla marea. E dire che qualche ora prima noi eravamo là...
Lungo Kendwa Beach si possono ammirare numerosissime bancarelle dove sono esposti parei, collane, bracciali, anelli, borse da mare, magliette, statuine di masai in legno e tantissime tele con dipinti Masai o tramonti di fuoco.
I tramonti, sì i tramonti sono spettacolari! In questo periodo, mentre da noi è iniziato l’autunno, a Zanzibar è l’inizio dell’estate. Il sole durante il nostro soggiorno tramontava alle 18:15 (Zanzibar ha un’ora in più rispetto a noi) e lo spettacolo lo si poteva ammirare solo dalla nostra spiaggia. Ogni sera io, puntualmente, non volevo perdermi questo spettacolo e con telecamera e macchina fotografica ho immortalato, attimo per attimo, il calar del dio Sole. Ho pubblicato delle foto dedicate a Zanzibar che potrete visionare sempre nel mio blog nell’etichetta Foto viaggi personali e così potrete rendervi conto dei toni caldi dei tramonti zanzibarini.
Mentre camminate o prendete il sole si avvicinano sempre i Beach Boys che assillano (i primi giorni) per vendere i vari tour o per organizzare delle cene a base di aragoste. Noi abbiamo preferito fare le escursioni con loro, oltre che per il prezzo, per sostenere la popolazione locale perchè non è giusto dar da mangiare a chi è già sazio (gite organizzate dai Tour operator). Fatelo anche voi e non ascoltate chi vi dirà di non fidarvi di questi ragazzi volenterosi raccontandovi che se andrete con loro la polizia vi fermerà e che non porterete a termine la vostra gita. Noi abbiamo sempre viaggiato con loro ed è andato tutto a buon fine. La polizia effettua controlli per vedere quanti turisti ci sono nell’isola ma non si perdono che pochi istanti e quando noi siamo stati fermati il poliziotto si è avvicinato al finestrino del pulmino e mi ha stretto la mano per augurarmi Buona Giornata (da loro porta fortuna).
Poi ci sono delle Zanzibarine che sono specializzate in massaggi o nella realizzazione di treccine o decorazione di mani e piedi con l’henné. Certo, spesso sono insistenti, ma bisogna anche noi abituarci a sorridere. La nostra spiaggia era controllata da dei giovani Tanzaniani vestiti da Masai. Quando siamo arrivati al villaggio ci hanno dato il benvenuto eseguendo delle danze tipiche e cantando a cappella. Sono altissimi e magrissimi e mi hanno raccontato di guadagnare per 12 ore di lavoro giornaliero solo 50 euro mensili.
Un’altra escursione l’abbiamo fatta a Sud-Ovest dell’isola, quindi dalla parte opposta del nostro villaggio. Ci avevano proposto l’avvistamento dei delfini. Abbiamo raggiunto, con il solito pulmino noleggiato dal simpatico Giorgio, il villaggio dei pescatori di Kizimkazi, siamo saliti su una barca e ci siamo diretti al largo per vedere i delfini. Dopo circa dieci minuti di navigazione li abbiamo avvistati: nuotavano in superficie ed ogni tanto si immergevano. Alcuni giovani del nostro gruppo si sono tuffati ed hanno nuotato con loro. Anche se non sono addomesticati si avvicinano alle barche e giocano. Un’altra esperienza indimenticabile...
Nella stessa escursione era compreso un giro nella Foresta di Jozani dove vivono gli unici esemplari di scimmie Red Colombus (hanno la parte posteriore del capo, il dorso e la coda di pelo rosso). Le abbiamo viste salire, scendere dai rami degli alberi, rincorrersi, giocare, mangiare le foglie: sembrava di assistere ad un documentario di National Geographic.
Le automobili costano troppo ed allora i Zanzibarini per spostarsi o prendono gli autobus alquanto sgangherati in cui vengono stipati come in una scatola di sardine o vanno in bicicletta. Le bici sono le regine di Zanzibar. I loro conducenti sono velocissimi, s’intrufolano dappertutto. La guida è a sinistra e le strade sono quasi tutte asfaltate ed ogni tanto ci sono dei posti di blocco della polizia locale per controllare quanti turisti passano. Guidare a Zanzibar è difficile perchè i pedoni camminano sui bordi della strada poichè le abitazioni sorgono in prossimità della careggiata e spesso bambini ed animali attraversano all’improvviso. E lungo le strade abbiamo visto spesso passare donne che portavano sul capo ceste varie senza il minimo sforzo e perdita di equilibrio.
La lingua nazionale è lo swahili. Abbiamo imparato alcuni vocaboli come:Asante Sana (grazie), Hakuna Matata (non importa), Nakupenda (ti voglio bene), Karibu(benvenuto), Jambo (ciao).
Per entrare a Zanzibar, una volta arrivati all’aereoporto, bisogna pagare un visto d’ingresso di 50 dollari mentre per uscire ne servono 38. Gli Euro sono accettati ovunque anche se la moneta locale è lo scellino tanzaniano.
Non abbiamo fatto la terapia antimalarica: le zanzare non le abbiamo viste, forse ce ne sono di più in Italia. Ogni sera venivano a tirar giù la zanzariera sul nostro letto e noi tenevamo acceso sempre il condizionatore ed il ventilatore. La temperatura non era eccessivamente alta perchè mitigata sempre da una leggerea brezza presente soprattutto la sera.
Dimenticavo di dirvi che lungo le strade siamo rimasti colpiti dalla presenza, ancora oggi, nel XXI secolo, di alcune case dalle pareti rossicce costruite con fango.

A Zanzibar abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare le bellezze dell'Africa e ad osservare le contraddizioni di questa area. Le ricchezze della natura e del suolo si scontrano con la povertà di un notevole numero di persone che , tuttavia, sono sempre sorridenti e felici. Qualche volta conviene lasciare le nostre certezze per scoprire com’era il mondo una volta.

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