Zanzibar: jambo bwana

in viaggio con maxtiri in Tanzania

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Zanzibar: jambo bwana

Jambo è la parola chiave per chi va a Zanzibar.
Jambo è il saluto, è un segno d’amicizia, vuol dire ciao ed è una parola che è scambiata continuamente da tutti.
E poi c’è il ritornello, la canzoncina di Zanzibar, un motivetto che la dice tutta su questa splendida isola e sull’accoglienza che questa solare popolazione riserva ai nuovi arrivati:

Jambo: Ciao
Jambo Bwana: Ciao uomo
Habari gani: Come stai
Mzuri sana: Tutto bene
Wageni: Ospite
Wakari bishwa: Sei il benvenuto
Zanzibari yetu: Con gli zanzibarini
Hakuna matata: Nessun problema

Siamo sempre noi, Massimo e Catia, Alessandro e Francesca.
Il periodo è febbraio, il clima decisamente estivo.
Innanzitutto va detto che Zanzibar è un arcipelago, la cui isola principale erroneamente detta Zanzibar, in realtà si chiama Unguja, si trova nell’Oceano Indiano ad appena 6° a sud dell’Equatore, a soli 35 km a largo della Tanzania, di cui fa parte amministrativamente.
L’altra isola importante è Pemba. La stragrande maggioranza dei turisti va a Unguja, Pemba è un’isola con minor numero di belle spiagge e con meno ricettività turistica, ma è da Pemba che proviene la maggior parte dei chiodi di garofano che Zanzibar esporta.
Mi sembra giusto sottolineare che Zanzibar, nota a tutti esclusivamente per il suo mare e le sue spiagge bianche, ha una storia di importantissimo rilievo ed ha ricoperto nei secoli scorsi un ruolo di primissimo piano nella politica commerciale del continente africano e anche, ma non solo, per il commercio degli schiavi.
Attualmente il capitolo di entrata più importante del suo bilancio è rappresentato, dopo il turismo, dall’esportazione delle spezie e in particolare dei chiodi di garofano.
Zanzibar è infatti detta, l’isola delle spezie.
Il massimo splendore fu raggiunto nell’Ottocento quando Zanzibar, e in particolare Stone Town, il suo capoluogo, divenne il maggior centro commerciale di schiavi e avorio dell’intero Oceano Indiano.
Il sultano Seyyid Said la proclamò addirittura capitale dell’Oman, da qui ancora oggi l’influenza araba nell’architettura e nella religione, e si arrivò al culmine di scambio di ben 60.000 schiavi all’anno venduti e deportati in Arabia, India e nei possedimenti francesi dell’Oceano Indiano.
L’evento più importante dei giorni nostri risale al 1964 quando in una sola notte ben 12.000 fra indiani e arabi furono massacrati dall’esercito africano, costringendo a un esodo di massa il 99% dei non africani residenti a Stone Town.
Oggi Zanzibar sta vivendo un periodo di pace politica e si sta incanalando verso un espansionismo turistico che avrà sì i suoi difetti ma è il benvenuto al cospetto dei guai passati.
Come detto la religione di stato è l’Islam anche se a Zanzibar è in versione moderata. Il consiglio è comunque, quando si esce dai villaggi turistici, di rispettare le loro usanze abbigliandosi in maniera sobria.
Un altro consiglio è quello di portarsi dietro caramelle, penne, pennarelli e quant’altro da poter distribuire durante le escursioni, alle miriadi di bambini sempre sorridenti che ti avvicinano chiedendoti qualcosa.
Inoltre in generale armarsi di pazienza per contrattare su tutto, specialmente a Stone Town nei vari mercati o dove ci sono negozi di souvenir, l’assalto dei venditori è continuo.
Il volo dura circa 7 ore e mezzo da Roma, la distanza è 6.000 km e il fuso orario è + 2 ore rispetto all’Italia quando c’è l’ora solare, +1 in estate.Il relax del villaggio, ma anche un'isola pulsante di umanitàPartiti naturalmente con giubbotti invernali sbarchiamo a Zanzibar alle 8 di mattina dove troviamo già 28° di caldo umido.
All’aeroporto non esiste il rullo scorrevole per il trasporto e la raccolta dei bagagli.
Le valigie sono scaricate dall’aereo e consegnate a mano da un gruppo di inservienti il cui scopo non è altro che quello di ricevere una mancia per il solo fatto di spostare un bagaglio di un metro nelle mani del turista.
Vi potete immaginare la scena, un locale non più grande di una decina di metri, caldo soffocante, 400 passeggeri in cerca della propria valigia, ressa incredibile, sudore, imprecazioni, ci sarebbe quasi da ridere se non fosse che dopo un viaggio del genere l’ultima cosa che uno si aspetta è un tale scenario.
La richiesta di mance è una costante durante la vacanza, ma soprattutto all’aeroporto, dove anche la polizia stessa non vi si sottrae. Va però detto che, una volta rifiutata, non c’è particolare insistenza.
Da tener presente che all’arrivo vanno pagati 50 $ a testa come visto d’entrata e altri 33 $ ne occorrono all’uscita dal Paese.
La moneta locale è lo Scellino tanzaniano (TSH), ce ne vogliono 1600 per fare un euro e 1300 per un dollaro.
Il dollaro Usa rimane ancora la moneta più accettata ma in caso di bisogno l’euro sta prendendo sempre più campo. E’ consigliabile comunque cambiare anche un po’ di scellini anche per le spese più piccole. Il tasso di cambio nei villaggi turistici è meno vantaggioso, nel nostro ad esempio 1300 TSH per un € e 900 per un $.
L’aeroporto di Zanzibar si trova a pochi km dal capoluogo Stone Town, che è situata sulla costa occidentale dell’isola, quella che guarda al continente.
Il nostro villaggio, il Safari Club dell’Eden, nei pressi di Uroa, si trova invece sulla costa orientale, quella affacciata sull’Oceano Indiano, a una quarantina di km di distanza, per i quali occorre circa un’ora di percorrenza. Ricordo che a Zanzibar la guida è a sinistra come in Inghilterra.
Durante il tragitto si ammira una vegetazione lussureggiante, soprattutto palmeti di cocco, ma si nota anche un alto tasso di povertà evidenziato da catapecchie fatiscenti disseminate dappertutto.
Il Safari Club è un villaggio proprio come a noi piace. Non c’è animazione ed è quindi sconsigliato a coloro che cercano il movimento sia diurno che notturno.
48 bungalow di pace, inseriti nel verde tra una piscina e due ristoranti.
Durante il nostro soggiorno non c’erano molti italiani, ma diversi nordici tra tedeschi, danesi e svedesi. Abbiamo saputo che è di proprietà indiana mentre la direzione è affidata a marito e moglie, lui sudafricano, lei bulgara.
Si parla quasi esclusivamente inglese, italiano pochissimo e poi ci si sforza divertendoci a imparare qualche parola swahili per scambiare volentieri qualche frase con i dipendenti del villaggio sempre sorridenti e molto disponibili.
La spiaggia è di sabbia bianca ma il mare, le cui acque sono caldissime, pur bello non è del tutto come ci si aspetterebbe dato che risente dell’enorme effetto delle maree che con il loro andirivieni trasportano molte alghe, facendo sì che l’acqua talvolta non è pulitissima.
Il fenomeno delle maree è particolarmente accentuato a Zanzibar: quando c’è la bassa marea bisogna percorrere centinaia di metri per poter fare il bagno.
Da noi il dislivello si aggirava su un paio di metri.
Sempre durante la bassa marea non è infrequente notare le donne del posto preoccuparsi della raccolta delle alghe. E’ infatti usanza picchettare il fondale, come fosse un orticello, e fissare con delle corde i picchetti. Il su e giù delle maree fa depositare e aggrovigliare le alghe sui picchetti permettendo così una raccolta semplice e fruttuosa.
Le camere sono confortevoli, in stile swahili ma provviste di condizionatore (assolutamente necessario), tv satellitare e letto con zanzariere.
Capitolo zanzare: c’è sempre un po’ di preoccupazione quando uno si reca in questi paesi. Noi abbiamo scelto di non fare alcuna profilassi, l’importante è esser muniti di antirepellenti e cercare di adottare le precauzioni minime per evitare il contatto con gli insetti. Va detto che abbiamo fatto vacanze ben più complicate per quanto riguarda il rapporto con gli insetti. Inoltre l’isola è sempre molto ventilata e questo depone a nostro favore. Poi tutto è a discrezione soggettiva, se si va sulla terraferma, ad esempio per un safari, penso che sia doveroso nonché obbligatorio prendere precauzioni, oppure se si viene a Zanzibar nel periodo umido (marzo-maggio e novembre-dicembre).
La cucina al villaggio è la nota meno positiva ma non trovo giusto criticare più di tanto visto che siamo ben consci che all’estero, e specialmente in Africa, è tutta un’altra cosa. Se non altro ci siamo depurati l’organismo con grandi quantità di verdure che non mancano mai.
L’escursione giornaliera a Stone Town è d’obbligo. In questa cittadina, poi neanche tanto piccola visto che conta circa 150.000 abitanti, si ha l’idea della vera Zanzibar.
Per molti versi ricorda le medine arabe o nordafricane con il suo labirinto di viuzze strette e tortuose, bazar e mercati brulicanti di gente.
Noi l’abbiamo percorsa con l’aiuto di due guide, due ragazzi del posto, Said detto Cicciotello e Alì detto Libero, e questo secondo me è il modo migliore per capire meglio il posto e per apprezzare i luoghi principali da visitare.
Ad esempio il mercato centrale dove un può acquistare, sempre contrattando, tutte le spezie che vuole. Al suo interno ci sono poi i vari mercati della carne, dei polli, del pesce, luoghi che mettono a dura prova la nostra vista e soprattutto il nostro olfatto.
I polli ad esempio, ancora vivi, sono stipati pressatissimi, in stie di ridottissimo volume, per il pesce e la carne, non essendoci celle frigorifero, vi potete immaginare la situazione, miriadi di mosche che pascolano tranquillamente sulla superficie di queste carni che anneriscono molto in fretta.
Altra tappa imprescindibile è la visita al luogo in cui si teneva il mercato degli schiavi dove oggi sorge una chiesa, l’unica chiesa anglicana di Zanzibar.
La visita delle celle in cui venivano rinchiusi è agghiacciante.
Si tratta di celle in cui un uomo di 1,80 deve stare chino e della grandezza di non più di 4 metri x 5 in cui venivano imprigionati per diversi giorni, in attesa di essere imbarcati nelle navi, una cinquantina di uomini per volta incatenati e limitati nei movimenti. Solamente due strette feritoie nel muro permettevano di far passare aria, luce e… acqua. Sì perché pensate che queste persone erano costrette ad espletare le loro funzioni fisiologiche lì dentro e l’alta marea faceva sì che l’acqua, passando attraverso quelle feritoie, facesse, diciamo così, effetto sciacquone!
Una disumanità e una ferocia che credo non abbia eguali nella storia.
All’interno della chiesa, un cerchio rosso tracciato sul pavimento a ridosso dell’altare segna il punto dove si alzava il palo a cui gli schiavi venivano legati e frustati per mostrare la loro resistenza prima di metterli all’asta.
All’esterno è stata eretta una scultura dentro un’arena rettangolare, al di sotto del livello stradale, in cui ci sono cinque figure nude, legate tra loro con catene, di notevole impatto.
Terminata questa visita che fa molto pensare ci immergiamo di nuovo nella realtà delle stradine piene di negozietti di souvenir fino ad arrivare al luogo in cui nacque Freddy Mercury, dove oggi sorge appunto un grande negozio di souvenir.
Farok Bulsara, meglio noto come Freddy Mercury nacque infatti proprio qui nel 1946 e qui visse fino all’età di 9 anni senza farvi più ritorno. Anche la sua famiglia infatti dovette abbandonare l’isola in seguito alla rivoluzione del 1964.
Da ammirare a Stone Town anche le famose porte intarsiate, una vera caratteristica dell’isola. La bellezza e l’opulenza di certe porte rappresentarono in passato il ceto sociale di chi le abitava.
Infine la visita all’Afrika House, un edificio imponente direttamente sul mare che oggi è un albergo ristorante. A fine ‘800 fu costruito come sede dell’English Club, un circolo che forniva ai soci quel certo sapore dell’Inghilterra.
Oggi chiunque dal suo famoso terrazzo può gustarsi un aperitivo davanti a un memorabile tramonto sul mare.
Un’ultima cosa che secondo me va sottolineata su Stone Town, ma anche in giro per l’isola, è la pulizia e l’eleganza dei bambini delle scuole. Più volte ci siamo imbattuti in scolaresche ed è veramente bello pensando alla povertà dilagante del paese il modo con cui vengono mandati i figli a scuola, tutti in divisa, ordinati e puliti.
Due escursioni che non abbiamo fatto ma che, a detta di chi c’è stato, sono consigliabili sono il Safari Blu, un’intera giornata in mare tra snorkeling e barbecue di pesce fresco direttamente su una spiaggia e la visita alla Jozani Forest, una riserva naturale dove vive la Red Colubus, una scimmietta rossa molto vivace e che non ha paura dell’uomo.
Non ci siamo invece voluti privare dell’occasione di passare una giornata nelle spiagge del nord dell’isola: Nungwi e soprattutto Kendwa.
Un’ora e mezzo di jeep su strade perlopiù dissestate ci portano in queste spiagge, sicuramente le più belle dell’intera isola.
Spiagge amplissime di sabbia bianca che nonostante il sole a picco non scotta i piedi.
Devo smentire le guide che parlano di Nungwi come spiaggia più commerciale e turistica e di Kendwa come spiaggia più in sordina.
Secondo noi è l’esatto contrario.
A Nungwi abbiamo apprezzato la vita di paese, frotte di bambini piccolissimi che ti avvicinano sorridenti e gli operai sulla spiaggia intenti a costruire i dhow, le classiche imbarcazioni zanzibarine.
A Kendwa abbiamo oziato l’intero pomeriggio tra un bagno nello splendido mare e un sonnellino all’ombra delle palme distesi sulle amache.
In queste spiagge la security è affidata ai Masai, questa etnia austera con la testa rasata e dall’abbigliamento tipico che vigila sulla sicurezza dei turisti.
Kendwa ha anche un sapore per così dire giamaicano, musica reggae in sottofondo, personaggi rasta che si aggirano offrendoti anche haschisch e “maria” nonostante le pesantissime pene inflitte a chi le commercia.
Il tramonto sul mare, infine, è uno spettacolo al quale non siamo stati in grado di rinunciare.
Il viaggio di ritorno, sotto un buio fitto e al solo chiarore della luna e di un cielo stellato spettacolare, ci ha consegnato una nuova immagine di Zanzibar: la vita serale dei villaggi. In molti di essi non c’è corrente elettrica e la gente è per strada, chi a sedere davanti casa, chi in gruppo fa conversazione in attesa di andare a dormire, insomma c’è vita anche la sera, una vita per noi occidentali per certi versi inconcepibile ma senza dubbio molto molto meno stressante.
Trascorriamo l’ultima giornata in spiaggia al nostro villaggio.

Una vacanza che ci ricorderemo a lungo per la tranquillità del luogo, per la simpatia degli abitanti, per le giornate passate tra un drink e un bagno in mare, per le nostre partite a carte che concludevano le serate e per tante altre situazioni anche apparentemente insignificanti che ci hanno regalato questo particolare sapore di Africa.
Jambo bwana a tutti!

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