Tanzania, il ruggito dell’Africa

in viaggio con Riccardo79 in Tanzania

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Tanzania, il ruggito dell’Africa

 

“Se ci vai ci ritorni”.
Ebbene sì, dopo il primo viaggio in Tanzania nel gennaio 2010, essendo anche noi stati rapiti dallo straordinario paesaggio e dalle forti emozioni che questa terra sa regalarti, abbiamo deciso di ripartire.
Settembre/ottobre 2010, periodo prescelto, a cavallo degli ultimi due mesi della stagione secca, contrariamente al viaggio precedente in cui spiccava un lussureggiante verde dovuto al periodo delle “piccole piogge”.
Motivo di questa scelta fu principalmente vedere l’altro volto della savana, durante l’inverno australe, tipicamente arido e rovente, le cui savane sono velate d’un manto dorato. Tale periodo ci permise di evitare agosto, riconosciuto universalmente come periodo d’assalto dei turisti.
La scelta si rivelò azzeccata ed il viaggio non deluse le nostre aspettative.
Il materiale raccolto e le info reperite ci fecero tracciare sulla cartina le tappe che, in soli 7 giorni, avremmo dovuto percorrere.
Arusha National Park, Lake Manyara, Olduvai Gorge, Serengeti (zona a nord denominata Lobo), Lake Natron, Tarangire ed infine tappa ad Arusha per visitare il Cultural Heritage, queste sarebbero state le tappe di percorrenza dei 1600 km che ci attendevano.
Qualche telefonata seguita a qualche mail fu sufficiente per la pianificazione del viaggio con John Maxim (per noi Max) esperta guida locale conosciuta durante il viaggio di gennaio, la quale non solo ci ha permesso di saltare le agenzie locali risparmiando parecchio, ma si è anche occupata della prenotazione dei lodge/campi tendati e che ci traghetterà nella sconfinata Tanzania del nord.

Itinerario

Siamo partiti da Roma con un volo dell’Ethiopian Airlines con scalo ad Addis Abeba che, via Nairobi, ci ha condotto al Kilimanjaro Airport.
Purtroppo, come a gennaio, le nuvole ci occuparono la visuale sulla fantastica cima del Kilimanjaro di oltre 5800 m.
All’arrivo in aeroporto ci accorgiamo che manca la mia valigia, facciamo denuncia di smarrimento e, mentre siamo in attesa, notiamo che a due coppie di cinesi è andata decisamente peggio di me con ben 5 bagagli smarriti!
Max ci attende in aeroporto e dopo un caloroso saluto ci dirigiamo con il suo Land Cruiser verso il piccolo parco di Arusha per un piccolo safari prima che calino le ombre della notte.
Durante il trasferimento racconto lo smarrimento della mia valigia, vengo rassicurato dicendo che spesso capita e che normalmente il giorno dopo sarebbe giunta a destinazione con il volo successivo. Bene, tiro un sospiro di sollievo anche perché la notte la trascorreremo lì ad Arusha e il giorno dopo essendo al Manyara National Park avremmo potuto farcela recapitare essendo ad una distanza dall’aeroporto relativamente breve.
Max, che ora consideriamo un amico piuttosto che una semplice guida safari, l’avevamo lasciato a gennaio dicendo che ci saremo rivisti, non sapevamo quando ma che sicuramente ci saremo rivisti presto… non pensavamo nemmeno noi che quel “presto” sarebbe stato dopo pochi mesi! La notizia del nostro ritorno lo fece gioire dalla sorpresa, probabilmente eravamo stupiti quanto lui della celerità del nostro ritorno! Durante il tragitto verso il parco di Arusha se la rideva continuamente e ci diceva “io non pensavo che tornavate!!!”
Lungo il percorso notiamo subito le terre aride che, a differenza del verde rigoglioso di gennaio, lasciano spazio solo ad un paesaggio infranto dalla siccità tinteggiato qua e là dalle polveri rosse depositate sulle piante inaridite.
Giunti all’Arusha National Park sbrighiamo velocemente la burocrazia per l’accesso e subito ci inoltriamo in un territorio che si rivela tutt’altro che arido, caratterizzato prevalentemente da alta e rigogliosa vegetazione. Si tratta di una zona montuosa ai piedi del monte Meru che, con la sua cima di 4500 m, rappresenta il monte più alto del parco.
Ci fermiamo in un suggestivo punto panoramico da cui si vede il cratere denominato Ngurdoto, ove al suo interno si estende una prateria chiamata “piccolo Serengeti”.
Il pomeriggio trascorre veloce, raggiungiamo come ultima meta del parco il piccolo lago salato popolato da numerosissimi fenicotteri che punteggiano di rosa le acque del lago, davvero sorprendente il loro color porpora!
L’imbrunire si avvicina e con esso noi lasciamo velocemente questo piccolo paradiso rigoglioso di flora e fauna, un piccolo gruppo di elefanti spunta dalla vegetazione alle nostre spalle che, attraversando velocemente la strada, ci osserva con sospetto, attendiamo qualche istante per osservare questi fantastici mammiferi, poi un profondo barrito ci sollecita a proseguire verso l’uscita.
Poche ore per le prime forti emozioni, all’alba del giorno dopo inizierà il vero viaggio!

Max ci aveva anticipato che la prima sera saremo stati ospiti a cena a casa sua. Felici e curiosi ci dirigiamo verso la sua piccola casa a pochi km da Arusha dove troviamo l’accoglienza dei suoi tre piccoli figli e della sua gentile moglie.
La luce soffusa fa da contorno ad un ambiente tanto semplice quanto accogliente, arredato dal minimo indispensabile, l’accoglienza è timida e fine, tale da renderla estremamente affascinante.
In mancanza della rete idrica, sua moglie si preoccupa di noi preparandoci una ciottola di acqua calda per lavarci le mani, davvero sorprendente!
Ci sediamo ai bordi del grande tavolo di legno dove ci viene servito un piccolo antipasto di arachidi tostate artigianalmente.
Sono estremamente dispiaciuto della mancanza del mio bagaglio, al suo interno vi erano i regali per i suoi figli, materiale edilizio per incollare le piastrelle del suo bagno e una sorpresa di cui Max è goloso, un buon formaggio stagionato. Sono più dispiaciuto del materiale che era destinato a loro piuttosto che del mio abbigliamento… abbiamo rimediato con un’altra piccola sorpresa che aveva tenuto Anna, la mia compagna, dentro la sua valigia, un prodotto tipico romagnolo, la piadina!
E’ stata una bellissima esperienza poter vivere qualche attimo all’interno della loro casa, con i loro ritmi e la discrezione di sua moglie che dopo averci servito delle squisite pietanze a base di pollo, stufato di maiale con banane, chapati, birra e vino, si è seduta premurosamente sul divano con le due figlie, il maschietto invece, attratto dalla nostra presenza, aveva instaurato una piacevole complicità nel giocare con una palla realizzata con l’imballaggio della valigia di Anna.
Si stava facendo tardi, le ore di viaggio si facevano sentire, così salutiamo la famiglia, “asante sana”! grazie! Max ci accompagna in un piccolo hotel ad Arusha dove trascorriamo la notte.

L’indomani riposati e pronti per la nuova avventura ci presentiamo in orario all’ingresso dell’hotel dove Max ci attende per partire verso il Manyara National Park.
Durante il tragitto lo scoppio di un pneumatico ci obbliga a fermarci per la sostituzione, pochi istanti dopo si ferma un fuoristrada con due persone che, in lingua swahili, dialogano con Max e lo aiutano nella sostituzione della ruota.
Chiesi successivamente a Max se conosceva quelle due persone, rispose di “no”, rimasi stupito, in silenzio pensai quanto è diverso il nostro mondo, quante persone si sarebbero fermate qui in Italia per aiutarci a sostituire una gomma? Nessuna.
Qui in Tanzania ovunque vai la gente ti saluta con un sorriso, penso invece quanto sono difficili i rapporti sociali in Italia, persino un saluto al vicino di casa è un gesto raro.

Il Manyara National Park si presenta in un contesto naturalistico molto bello e affascinante, qui regna prevalentemente la savana alternata al tipico bush inaridito dalla stagione secca, lo percorriamo verso sud per raggiungere la fine del parco dove si trovano delle sorgenti calde che alimentano l’omonimo lago. Lungo il percorso alla nostra sinistra costeggiamo il lago e alla nostra destra il territorio è delimitato da una delle creste della rift valley, all’interno del parco vediamo numerosi animali, ippopotami, cicogne, pellicani, aquile pescatrici, facoceri, elefanti, giraffe, struzzi, bufali, zebre, persino un varano che però noteremo solo a casa durante la visione di un nostro video “zoommato”!
Arriviamo al termine della strada, scendiamo per assaporare meglio l’aria e la visuale di questo territorio, raggiungiamo le sorgenti che non si rivelano calde ma bollenti!
Scattiamo qualche foto e poi via verso il lungo ritorno, ormai il tramonto è alle porte, il sole scompare dietro il dirupo della rift valley, e noi, contenti e felici di questa prima giornata, giungiamo a quello che si rivela un bellissimo e comodo lodge, con una cena estremamente gustosa, il Karibu Lodge.
Purtroppo della mia valigia nessuna notizia, questo mi obbliga a trascorrere tutta la settimana senza di essa perché dal giorno dopo le distanze sarebbero troppo elevate per la consegna, dispiaciuto ma non abbattuto colgo l’occasione per acquistare pantaloncini e maglietta nel negozietto interno.
L’inverno australe è caratterizzato da un’escursione termica molto accentuata, la temperatura serale scende bruscamente e, considerando che il lodge si trova circa 1500 mt di altezza, si percepisce un fresco pungente. Dopo un’appetitosa cena ci rintaniamo nel nostro bungalow dove, a seguito di nostra richiesta, il personale gentilmente accende il caminetto presente al suo interno, per dedicare qualche istante a questi momenti di pace e serenità che troppo spesso nella nostra vita frenetica vengono a mancare.

Un sonno profondo viene interrotto dalla sveglia puntata a buon ora, oggi ci attende un lungo trasferimento verso il Serengeti, attraversando le valli di Ngorongoro. Percorriamo strade brulle e polverose, un rosso mattone ricopre il nostro Land Cruiser, i fuoristrada che ci precedono non permettono una visuale chiara e nitida. Raggiunte le alture di Ngorongoro veniamo inghiottiti da una nube fitta ed intensa, rende ancor più magico quel luogo che avevamo visitato a gennaio.
Percorriamo con lentezza e difficoltà i km che ci separano dalle valli opposte al cratere, lungo il percorso scattiamo qualche foto alle comunità di masai che incontriamo e al paesaggio dipinto di terra rossa. Questo luogo suscita sempre un fascino particolare.

Giungiamo al Serengeti a metà mattina, deviamo la rotta verso quella che è considerata la culla dell’umanità, seconda solo agli altopiani etiopi, denominata Olduvai Gorge, qui sono stati fatti i ritrovamenti degli ominidi che rappresentano le radici dell’umanità, oltre 2 milioni di anni fa ha avuto origine quella che sarebbe divenuta la moderna società umana.
In questa zona, caratterizzata da una profonda gola della crosta terrestre che si estende per più di 1 km, è presente un piccolo museo con qualche reperto archeologico per fare un passo in dietro nel tempo.
Soddisfatti della visita proseguiamo per giungere alla tappa pranzo al sacco nel punto di ingresso meridionale del parco dove vi sono i ranger per il rilascio del permesso e un piccolo negozietto per acquistare souvenir. Dall’alto dei grandi massi granitici osserviamo la distesa savana dorata che si protrae dinnanzi a noi, l’indomani il nostro viaggio proseguirà verso nord per raggiungere la zona denominata Lobo, ai confini col Kenya, se saremo fortunati vedremo le prime mandrie di gnu che dal Masai Mara migrano nel Serengeti.
Nel pomeriggio scorgiamo due leonesse con i cuccioli, una coppia di leoni che si accoppia per dare alla luce la futura generazione, bufali e finalmente gli elefanti di cui il Serengeti a gennaio era disabitato. Eravamo sicuri di trovare i leoni, il Serengeti oltre ad essere il “tempio” dei safari è anche una terra con un’alta concentrazione di felini.
Anche questa giornata giunge al termine, facciamo la nostra prima esperienza in un campo tendato, Ikoma Bush Tended Lodge, ben tenuto e organizzato, ci accompagnano alla nostra tenda dal fronte della quale si estende la fantastica savana che, pochi istanti dopo, viene arsa dal tramonto del sole.
Senza recinzioni, senza barriere, senza nulla è un’esperienza che porterò sempre dentro me, con qualche comfort in meno ma un patrimonio emozionale che mai si cancellerà.
La cena si svolge in uno chalet poco distante, interamente costruito in legno, su due piani, al suo esterno un caloroso falò ci riscalda prima di coricarci.

L’indomani ricca colazione e poi via verso il Lobo, poco dopo incontriamo un fuoristrada con altri turisti la cui guida ci dice che il giorno precedente erano stati al Lobo senza vedere traccia di felini; a questo punto Max ci chiede che fare perché dalle ultime notizie continuano ad essere avvistati al Seronera (zona centrale del Serengeti già visitata a gennaio), un po’ delusi ma non arresi decidiamo di mantenere il programma prefissato, mal che vada vedremo una nuova zona.
La scelta si rivelò azzeccata!
Incontriamo lungo il percorso un branco di leoni con un grosso bufalo probabilmente ucciso nella notte, meravigliati ed entusiasti proseguiamo verso nord.
Numerosi elefanti si susseguono, come si susseguono intere aree di alberi di acacia e piccoli arbusti letteralmente devastate dall’ingordigia di questi pachidermi. Gazzelle, giraffe, impala e una zona dove si allarga il letto del fiume il quale ospita tantissimi ippopotami è il bilancio di questa prima mezza giornata, ma non solo: assistiamo anche ad una caccia di una leonessa ai facoceri che si conclude a favore di questi ultimi.
Bene! Il Lobo ci ha già regalato tanto!
Pic-nic in un punto panoramico dove delle sorgenti d’acqua formano una rete di acquitrini e poi di nuovo via verso il Kenya.
Il Lobo si presenta timidamente verdeggiante, segno inequivocabile che le prime piogge avevano già fatto capolino su queste terre, quelle terre che presto avrebbero ospitato più di 2 milioni di gnu!
Poi finalmente lui, il Masai Mara, laggiù, lontano, vediamo i puntini neri, sono gli gnu che ancora stanno pascolando nel rigoglioso parco del Kenya, per la migrazione ancora bisogna attendere qualche settimana, quando le piogge saranno più intense ed insistenti.
Proseguiamo lungo il tracciato che dall’alto delimita il Kenya, sembra una terra di nessuno, è presente solo qualche timido gnu, nessun felino rivendica quel territorio, un territorio dove giacciono carcasse di gnu e zebre, morte di vecchiaia o chissà per quale malattia, le quali vengono cancellate lentamente dal trascorrere del tempo.
Gli spazzini dell’africa, gli avvoltoi, si cibano di quello che è rimasto, anche di pelli secche che apparentemente non sfamerebbero nessuno. Scorgiamo poco distante un serpentario, un curioso rapace che cammina nell’erba alla ricerca di qualche biscia o serpente per cibarsene.
Sulla strada del ritorno troviamo un altro branco di leoni, un’altra coppia di leoni in amore, facoceri, impala, gazzelle, elefanti, giraffe, babbuini, zebre, antilopi ecc. insomma dal Lobo non potevamo chiedere meglio, considerando anche ben 15 leoni avvistati nello stesso giorno, durante un safari la componente “C” la fa da padrone.
Da precisare che l’attraversata del Lobo è solcata da un’unica strada, pertanto l’avvistamento degli animali può essere fatto solo da lì, non è come altri parchi dove una ramificata rete di stradine possono avvicinarsi a ciò che individuiamo, al Lobo occorre fortuna, tanta fortuna come quella che ci ha assistito!
Soddisfatti raggiungiamo il “Lobo Wildlife Lodge” da dove riusciamo a scattare qualche foto panoramica dall’alto dei suoi massi granitici durante il tramonto, gli ultimi raggi solari allungano qua e là le ombre delle acacie facendone una prospettiva affascinante e coinvolgente.

Durante la programmazione del viaggio avevo fortemente puntato su quello che sarebbe divenuta l’icona del nostro viaggio, il lago Natron.
Alla sera Max ci prepara e ci racconta del lungo viaggio che ci attende, concordiamo di partire molto presto, l’indomani ci aspettano 6 ore di viaggio per percorrere soli 200 km.
E’ una fantastica giornata soleggiata, carichi di entusiasmo percorriamo la strada che porta al lago, notiamo nuovamente il branco di leoni con il bufalo mangiato quasi integralmente, dopodiché dedichiamo l’attenzione all’attraversamento di una zona montuosa costituita da un territorio boschivo a macchie di leopardo che si percepisce remoto e fuori dalle classiche rotte del turismo. Il Land Cruiser avanza lentamente attraverso la strada sterrata dissestata e disseminata di rocce, incontriamo diversi villaggi masai, Max ci racconta che questa gente è tanto tempo che chiede al governo un piano per facilitare il percorso, qui gli ammalati o i feriti gravi non hanno possibilità di essere raggiunti dai soccorsi in tempi relativamente brevi.
Le temperature sono decisamente più basse, il freddo si fa sentire, ci copriamo e osserviamo con silenzio queste popolazioni la cui etica di vita li ha condotti fin quaggiù, ai confini del mondo civile.
Proseguiamo minuto dopo minuto, ora dopo ora senza mai annoiarci, il percorso è vario con un susseguirsi di paesaggi tanto vicini quanto diversi tra loro.
Dopo 5 ore ci affacciamo ad un paesaggio “nuovo”, km dopo km diviene sempre più desertico, caratterizzato da arbusti secchi, sconfinate terre gialle e rosse solcate dalle gole profonde della rift valley, un vero paradiso, un altro mondo, dove non c’è fotografia che renda giustizia.
Di tanto in tanto da queste brulle terre spuntano singoli masai, ci chiediamo come facciano a vivere in queste terre arse dal sole, dove piove una settimana all’anno, nemmeno Max sa spiegarsi il perché, tanto stupore ci porta a fermarci per regalare qualche bottiglia d’acqua, persino ad un bimbo masai apparentemente solitario.
Finalmente lo scorgiamo dall’alto, eccolo, con tutta la sua grandezza, circondato da un desolato territorio, il Natron.
E’ impossibile non essere catturati da questa zona così remota e deserta. Il lago si presenta con delle sfumature rossastre, non sono fenicotteri ma l’unico organismo che riesce a vivere in queste acque fortemente alcaline, fonte di cibo per i numerosissimi fenicotteri che lo popolano e responsabile del color porpora che assumono le piume.
Chi ha visto il fantastico documentario della Disney Nature “Il misterioso mondo dei fenicotteri rosa” sà di cosa parlo.
Precediamo scendendo lungo la zona montuosa, vediamo in lontananza dei grossi nuvoloni… piove al Natron??? Procedendo ci accorgiamo che sono nubi di polveri color arancio, forse innalzati dai venti che si trovano nei deserti dinnanzi a noi, non facciamo in tempo a giungere a destinazione che ci troviamo immersi in questa nube il cui colore oscura il sole, sembra di trovarsi all’interno di un’atmosfera spettrale, inverosimile.

Giungiamo a destinazione del nostro campo tendato, il “Moivaro Tended Lodge”, dopo aver superato piccole comunità di masai che popolano questo lato del lago.
Depositiamo le nostre cose in tenda e ci prepariamo subito per un’escursione che ci porterà alle cascate del torrente che alimenta il lago.
Il percorso si svolge a piedi con inizio nelle vicinanze del lago, il percorso, di circa 30 minuti, si sviluppa lungo la gola che nel tempo è stata erosa da questo torrente.
E’ affascinante ed entusiasmante camminare, o a volte aggrapparsi, per superare gli ostacoli e pareti rocciose che lo delimitano, in alcuni punti occorre attraversare il torrente per proseguire nella sponda più fruibile al percorso (le scarpette da scogli sarebbero state utili!).
A destinazione ci attende una fantastica cascata dove si può fare un bagno rigenerante, le cui acque fungono da un piacevole “idro-massaggio”.
Il pomeriggio trascorre veloce e, considerando che la nostra giornata non termina qui, ci accingiamo al ritorno per giungere finalmente sulle rive del lago Natron dove restiamo incantati dall’incredibile numero di fenicotteri presenti.
Qui si assiste ad uno dei più straordinari paesaggi che abbia mai visto, il bacino circondato dalla rift-valley è “presidiato” dall’incredibile vulcano Ol-Doinyo Lengai (montagna di Dio), che si erge verticalmente come a vegliare sull’immensa vastità del Natron. Il vulcano è ancora attivo, la sua ultima eruzione risale a due anni prima, le cui ceneri, trasportate dai venti, giunsero fino alle pianure del Serengeti.
La straordinaria bellezza di questo paesaggio lunare ci dà la sensazione di essere rapiti in un incantevole mondo sconosciuto dove l’uomo sembra non aver mai messo piede.
L’imperdibile bellezza del lago Natron ci ripaga con gli interessi di tutti i km ed i percorsi impervi affrontati per raggiungerlo.
Tornati al campo tendato stanchi ma estremamente gratificati dall’intensa giornata appena vissuta, ci dedichiamo alla cena assieme a Max, a qualche istante seduti tra le ombre della notte dinnanzi al falò e, infine, sotto le lenzuola per ricaricare le batterie.

Il giorno seguente ci attendono 5 lunghe ore di viaggio che ci riportano nei pressi del Manyara National Park per seguire la strada che giungerà al parco Tarangire.
Il viaggio è lungo e rallentato dal percorso accidentato, attraversiamo intere zone desertiche, di tanto in tanto spuntano alcuni masai che guidano asinelli le cui groppe sono cariche di croste di sale prelevate dalle rive del Natron, Max ci spiega che oggi nel vicino villaggio di Engaruka si svolge il mercato, ogni masai porta la sua merce per venderla ad altri commercianti.
Sotto un caldo rovente raggiungiamo il villaggio di Engaruka, notiamo infatti che i primi mercanti sono arrivati e stanno allestendo le tele per depositarci le merci.
Il governatore di quella regione ha ben fiutato l’affare business derivante dalla rotta dei turisti che giungono fino al Natron via Engaruka, pertanto, prima di lasciare il villaggio dobbiamo pagare una tassa locale (pedaggio).
Dopo un lungo tempo che sembra non finire mai arriviamo sulla prima strada asfaltata che ci porta dritti verso il Tarangire National Park.
Poco dopo l’ingresso ci ristoriamo in un’area pic-nic per il pranzo, io e Anna siamo parecchio stanchi, Max ancora più di noi.
Il Tarangire abbiamo voluto fissarlo nel nostro programma di viaggio in quanto ritenuto estremamente popolato da animali in questa stagione, poichè all’interno del parco scorre il Tarangire River che, anche se in minima parte, garantisce acqua anche durante la stagione torrida.
Dedichiamo così 2 notti a questo bellissimo parco caratterizzato da tantissimi e grossissimi baobab.
Dopo un breve giro pomeridiano ci rechiamo presso il nostro campo tendato “Tarangire Safari Lodge” situato su una collina da cui si gode di una bellissima visuale sulla vallata dove scorre il fiume.
Cena appetitosa seguita da un sonno profondo chiudono questa giornata.
Il mattino seguente ci carichiamo con una bella colazione con vista panoramica, pregustiamo già quello che ci attenderà nelle prossime ore.
Partiamo subito dopo, visitando un’area del parco denominato “piccolo serengeti” appunto perché si estende una pianura che ricorda il celebre parco.
Essendo le prime luci dell’alba notiamo una lunghissima fila di gnu, apparentemente senza fine, che si dirige verso il corso d’acqua, ma c’è qualcosa di strano: i primi gnu sono fermi e guardinghi, soffiano e sbuffano irrequieti, come se volessero avvisare di qualche pericolo i loro simili che li seguono.
Pochi istanti dopo capiamo il perché, scorgiamo un leone che si dirige lungo la strada verso di noi, è un grosso maschio! Attendiamo stupiti il passaggio del predatore proprio a pochi passi da noi, è bellissimo, un maschio robusto e in perfetta salute, prorompente e sicuro di sé si dirige verso un punto in cui sembrano banchettare degli avvoltoi, non ci impieghiamo tanto a capire che probabilmente lì giace una preda catturata durante la notte, e infatti eccolo correre a riprendersi il suo trofeo… uno gnu!
Lo sottrae agli avvoltoi e lo porta sotto una pianta al riparo dal sole.
Siamo entusiasti e felici! Anche il Tarangire ci ha regalato una bellissima emozione!
Percorriamo diversi km in questo parco così diverso dagli altri dal punto di vista climatico, qui le temperature rendono davvero rovente il territorio, la vegetazione si presenta arsa dal sole con tappeti d’erba tutta dorata.
All’interno del parco pascolano un quantitativo enorme di erbivori, vediamo centinaia di elefanti, altrettanti gnu di cui non conoscevamo questo particolare manto grigio chiaro, zebre, leoni, giraffe e poi ancora tanti tanti elefanti… anche le mosche tsè tsè notiamo che si sono ambientate molto bene!!!
Giungiamo fino ad un’area apparentemente remota dove pranziamo al sacco.
E’ un magnifico punto panoramico a ovest del parco dove dinnanzi a noi si estende un’area acquitrinosa verde tutto l’anno, notiamo molti elefanti e una grandissima mandria di bufali.
Qui scorgiamo anche un leopardo che riposa su di un ramo di un'acacia, la distanza che ci separa ci consente di ammirarlo solo col binocolo.
Il pomeriggio ci dirigiamo verso nord, dove risiede il nostro campo tendato, percorriamo il lato occidentale del parco fino a giungere dal più grande baobab del parco, 15 metri di circonferenza!
Le prime luci calde del tramonto contornano il parco da un silenzio coinvolgente, gli animali si mettono in cammino verso il corso d’acqua durante le ore meno torride per abbeverarsi e noi, già pienamente soddisfatti, scorgiamo 4 ghepardi distesi sul terreno dorato.
Il viaggio volge al termine, penso a quante emozioni forti si sono impadronite di me e a quanto coinvolgente è l’Africa.
La notte seguente vengo svegliato dal ruggito di un leone, che nella vastità della vallata circostante fa echeggiare il proprio segnale di avvertimento e, magari, chissà un saluto di arrivederci a me e ad Anna!
Travolto e attanagliato dal ruggito dell’Africa mi accuccio sotto le coperte percorrendo vaghi pensieri.

Facciamo la nostra ultima colazione sotto le prime luci dell’alba ammirando il fascino della savana, gli occhi si perdono tra il bush e le acacie per scorgere chissà quale predatore, ma il tempo stringe e così carichiamo il Land Cruiser e ci dirigiamo verso Arusha.
Durante il viaggio un pizzico di tristezza mi pervade, ma è così tanta la ricchezza che la Tanzania mi ha donato che ne sono orgoglioso e sono sicuro che un giorno il destino mi porterà nuovamente in queste sconfinate terre africane.
Lungo il tragitto di ritorno scambiamo così due parole con il nostro amico Max che è sempre sorridente: i pensieri e gli argomenti sono vari, si sorride nel constatare quanto sia differente il metro di giudizio di “donna bella” e si riflette sulle problematiche sanitarie del paese, qui il governo non copre le spese sanitarie ma ognuno deve pensare a sé, ad esclusione dei bambini sotto i 4 anni le cui spese sono finanziate dal governo anche se, spesso e volentieri, i medicinali vengono dichiarati “esauriti” nonostante siano quelli di prima necessità, così i genitori devono preoccuparsi del loro acquisto per medicare e curare i figli.
Chiedo a Max cosa si aspetta o cosa si attende dal futuro, risponde solo la volontà di fare studiare i propri figli.

Arriviamo ad Arusha e facciamo tappa al Cultural Heritage.
Si tratta di un “centro commerciale” dove si possono acquistare prodotti africani, dal tipico souvenir al prodotto d’artigianato locale, dal vestiario ai componenti d’arredo, fino al fulcro del complesso ovvero la galleria d’arte sviluppata verticalmente a chiocciola, al cui interno vengono esposti e venduti i dipinti di autori locali e non.
La straordinaria ed esclusiva esposizione è rigorosamente sorvegliata, è vietato persino filmare e fotografare. Tanta è la bellezza dei dipinti che siamo propensi dell’acquisto di un quadro, la visione della gran parte di essi ci lascia letteralmente a bocca aperta, ma i prezzi sono talmente alti da ricalcare in alcuni casi la cifra spesa per l’intero safari!
Tentiamo però l’ultima chance nei negozietti nel centro di Arusha, per trovare una pittura interessante di un autore che non chiede cifre folli. Troviamo così una bellissima pittura al costo di 150 $.
Il tempo stringe, dobbiamo dirigerci verso l’aeroporto ma prima facciamo tappa a casa di Max, troviamo l’intera famiglia felicissima di rivedere il proprio padre, due dei tre figli salgono con noi per accompagnarci all’aeroporto, tra cui il turbolento maschietto!
Salutiamo Max, doverosi sono i ringraziamenti, i numerosi avvistamenti li dobbiamo alla sua abilità di guida safari, gli innumerevoli scorci panoramici li dobbiamo alla sua conoscenza del territorio e infine un abbraccio di riconoscenza alla pazienza che ci ha riservato in tutti quei momenti che abbiamo bloccato la sua guida per fotografare quegli istanti che oggi rappresentano il migliore souvenir!
Riccardo e Anna

INFO UTILI
Quando andare: è soggettivo, stagione verde o stagione secca? Chi ha visto le mie fotografie in entrambe le stagioni ha apprezzato di più quella verde. Da considerare comunque i luoghi battuti dagli animali, ad esempio nella stagione verde il Tarangire è disabitato dagli erbivori, l’abbondanza di acqua fa sì che possano pascolare anche e soprattutto in territori esterni al parco.
Costi: il nostro safari ci è costato 2000 $ a testa (volo e acqua escluso), ricordo che si tratta di un safari personalizzato per me e la mia compagna, altri 2 compagni di viaggio avrebbero potuto fare risparmiare ulteriormente.
Arusha: se avete tempo dedicate qualche ora al paese, soprattutto se siete alla ricerca di qualche souvenir, evitate i negozietti all’interno dei parchi, sempre molto costosi con chissà quale provenienza dei prodotti. Fatevi portare al “masai market”, una piccola area dove vi sono molte banchette che espongono l’artigianato locale.
Ethiopian Airlines: per la cronaca abbiamo ritrovato il mio bagaglio nel deposito bagagli smarriti dell’aeroporto di Addis Abeba durante il ritorno, privo di qualsiasi etichetta di riconoscimento. Constatando che il deposito era davvero colmo di oltre un centinaio di bagagli e che Max ci ha confermato delle numerose disavventure, consiglio di attrezzare il bagaglio a mano con il minimo indispensabile. Se sarete sfortunati come me che ho perso ogni traccia del bagaglio preoccupatevi di fare tappa durante il ritorno negli aeroporti di scalo e/o fermata per verificare voi stessi nel deposito bagagli smarriti (necessario il documento che ne attesta la denuncia di smarrimento).
Quando tornate a casa fate reclamo!

Se avete bisogno di altre info sono a disposizione.

 

A distanza di meno di un anno, ecco il ritorno: è proprio amore!

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