Il nostro viaggio in Tanzania

in viaggio con Enrica78 in Tanzania

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Il nostro viaggio in Tanzania

Finalmente per me e per Giorgio è arrivato il gran giorno, dopo tutto il tempo che abbiamo passato a preparare e soprattutto a sognare questa agognata Tanzania quasi quasi non ci sembra vero.
Il nostro viaggio “in coppia” durerà circa 23 giorni. Il trionfo dell'Africa: parchi, animali, umanità, atmosfere8/9 settembre 2006
Arusha

Con l’Ethiopian Airlines decolliamo da Fiumicino alle 00.30 e dopo un piccolo scalo ad Addis Abeba arriviamo ad Arusha verso l’ora di pranzo.
Ci sistemiamo al Jacaranda; viene a farci visita Lazarus, il proprietario dell’agenzia Hartebeest di Arusha con il quale da casa abbiamo costruito e concordato il nostro safari di 9 giorni “su misura e senza altri partecipanti”. E’ una persona molto piacevole e soprattutto affidabile, ci parla del safari e rilegge insieme a noi il contratto che già da tempo avevamo ricevuto via e-mail, sul quale è dettagliatamente descritto tutto il nostro safari.
Dopo la visita di Lazarus andiamo subito a farci un giro per Arusha per la nostra prima passeggiata “africana”!
Arusha è una cittadina molto viva, c’è tanta gente per strada; ricordo in particolar modo due matrimoni festeggiati per strada a suon di tamburi e trombe: vediamo vari pick-up ed auto tutte in fila con i clacson che strombazzano. Sul retro del primo pick-up aperto c’è il fotografo in ginocchio che riprende tutta “la carovana”, poi c’è l’auto degli sposi e dei parenti, a seguire il pick-up dei “suonatori” con tanto di trombe e tamburi e poi tutti gli amici che ballano scatenati sul retro dei pick-up. Su uno dei due matrimoni ci sono le damigelle vestite tutte allo stesso modo, con la stessa acconciatura ad “ananas” ed in mano un fiore che assomiglia alla nostra calla. Peccato non aver portato la fotocamera: c’è un’atmosfera di pura allegria. Il bello è che hanno continuato a fare il giro della città per molte volte: ogni tanto ritornavano e non potevi far altro che fermarti a battergli le mani e salutarli.
Andiamo a cena all’Ethiopian Restaurant; quando ne usciamo è buio pesto, per fortuna che il Jacaranda è vicino.
Hotel Jacaranda $ 45: carinissimo e pulito, si sta proprio bene. Va prenotato con anticipo perché molto frequentato.
Cena Ethiopian restaurant: Abbiamo mangiato molto bene per circa 15 € in 2.
Il beef te lo portano servito sopra una crepe gigante che ricopre un piatto intero. Va rigorosamente mangiato con le mani anche perché la forchetta e il coltello non viene portato.
Per le telefonate in Italia conviene comprarsi in Tanzania una scheda della Celtel da inserire nel cellulare (anche Dualband) che costa 2.000 Th (poco più che 1 €) e poi una ricarica, io usavo quella da 10.000 Th. Ovviamente me la sono fatta fare da un commesso all'interno di un negozio convenzionato Celtel, ci vogliono 5 minuti. E’ molto più conveniente e pratico rispetto alle altre alternative.

10 settembre 2006
Si parte per il safari… Tarangire

Alle 8.30 arrivano le nostre guide: Fulgence cuoco (20 anni) e William la nostra guida (42 anni). A posteriori non posso che parlarne bene: se il safari è riuscito alla grande è soprattutto merito loro.
Prima di partire ci accompagnano in un maxi supermercato per comprare le bevande.
Il Tarangire nonostante non sia paesaggisticamente bello come lo Ngorongoro e non abbia i leoni ed il fascino del Serengeti, ci ha lasciato comunque un gran bel ricordo.
Aspetto da non trascurare affatto è che in quanto ad abbondanza di animali settembre è la stagione del Tarangire, infatti durante la stagione secca il fiume, che da il nome al parco, rimane l’unico serbatoio permanente d’acqua e per tale motivo diventa il fulcro della vita di una fauna estremamente varia: elefanti, giraffe, bufali, zebre, antilopi, struzzi, etc.
Qui abbiamo incontrato una gran quantità di elefanti, molti di più rispetto agli altri due parchi. Oltretutto è stato anche il primo parco in assoluto che abbiamo visitato in vita nostra quindi come potremmo dimenticarci o avere un brutto ricordo del parco in cui abbiamo incontrato la prima zebrina? Se poi ci aggiungi pure che durante la consumazione del nostro pacchetto per il pranzo, mentre una scimmia dalle palle blu (velvet monkey) mi distraeva e mi invitava a scattargli una foto, l’altra me lo rubava a 10 cm dalle mani di un Giorgio impotente…
Pernottamento a Mto Wa Mbu al Fig Resort in una camera essenziale ma pulita. Qui hai la possibilità di stare a stretto contatto con la gente del luogo. Le zanzariere hanno qualche buco, ci mettiamo sopra la nostra e ci spruzziamo un po’ di Autan. Siamo nella stagione secca e di zanzare ne abbiamo viste pochissime.
Mto Wa Mbu è un villaggio molto povero e nella stagione delle piogge è pieno di zanzare non per altro letteralmente significa “fiume di zanzare”. Fulgence è nativo di Mto Wa Mbu e ci racconta che qui la malaria è una grossa piaga: molti si ammalano e muoiono, non hanno medicine per curarsi.

11 settembre 2006
Lago Eyasi e visita ai Datoga

Sveglia alle 7, per arrivare al lago Eyasi servono circa 4 h. La pista è tutt’altro che comoda ma il paesaggio ti fa dimenticare ogni cosa: abbiamo percorso un tratto di pista fatta di terra rossa talmente fina da sembrare sabbia, uno spettacolo, impossibile non scendere per fare delle foto.
Il Lago Eyasi è quasi secco ma a noi non interessa, non siamo qui per visitare il lago ma per le Tribù dei Datoga e per gli Hadzabe che vivono in queste zone.
Ci accampiamo al Bush camp dove ci accorgiamo di essere gli unici ospiti.
Mentre pranziamo con Fulgence, William va a cercarci una guida locale per visitare i Datoga nel primo pomeriggio e i Bushmen per l’indomani.
La nostra guida arriva alle 14 si chiama Gabriel, vive in un villaggio non molto lontano dal campeggio ed è un nostro coetaneo. Non ci porterà a visitare una grande tribù di Datoga ma una grande famiglia di Datoga, ci dice che ce ne sono molte in quella zona e lui per quello che può (visto che non ci sono folle di turisti), fa in modo di distribuire equamente le “visite”.
Entriamo in una specie di recinto naturale, un uomo vestito con un drappo verde ci viene incontro con dei bimbi che ci tendono la mano uno ad uno. Nel giro di pochi secondi si raduna tutta la famiglia, ci sono due ragazze altissime molto giovani ma già mamme: hanno i capelli rasati, sono vestite con un drappo di tessuto legato intorno al corpo, sono adornate con pochi monili di ottone, ma non ne hanno alcun bisogno, sono proprio belle; da ogni loro movimento traspare una eleganza che è innata. Ci mostrano degli aspetti della loro vita quotidiana: dal come accendono il fuoco, alla forgia del metallo; le ragazze mi portano a visitare la casa e provano a farmi macinare un po’ di grano con un grosso sasso… non credo di aver fatto una gran figura visto le loro risate.
La loro abitazione è costruita con rami intrecciati fra di loro e ricoperti di fango e sterco.
Tale visita oltre che importante e istruttiva è stata anche molto divertente ed ho la presunzione di pensare che tale divertimento sia stato reciproco: c’è stata una interazione fra noi e loro, fatta di gesta, di sguardi e di tanti sorrisi e risate che in qualche modo ci hanno fatto sentire vicini; tale sensazione di condivisione nel corso delle successive visite ad altre tribù non l’ho più avvertita. Non che le altre visite siano state meno importanti, interessanti o altro, anzi, tutti gli incontri fatti in questo viaggio, brutti o belli che siano stati hanno lasciato in qualche modo un segno, un ricordo profondo… però quando mi trovo a ripensare ai Datoga li ricordo “anche” con un affetto particolare.
Pernottamento: Campeggio Bush camp

12 settembre 2006
Tribù Hadzabe e poi verso lo Ngorongoro

Alle 6.30 con Gabriel e William andiamo a cercare gli Hadzabe.
Gli Hadzabe sono l’unica popolazione di ceppo boscimane che vive nell’Africa dell’Est, vivono in piccoli gruppi, spostandosi continuamente alla ricerca dei frutti della terra e della selvaggina che cacciano con arco e frecce; non conoscono nè la metallurgia, né l’agricoltura, né l’allevamento del bestiame.
Gabriel ci racconta che il Governo ha cercato di aiutarli fornendogli una scuola ed assistenza sanitaria ma dopo poco tali servizi sono stati sospesi in quanto nessuno si è mai presentato a scuola né tanto meno dal medico.
Le donne e i bambini li troviamo raccolti a cerchio intorno al fuoco, mentre di uomini inizialmente ce ne sono pochi, poi piano piano arrivano anche loro. Ci stringono la mano.
Rimaniamo seduti un po’ con loro e con Gabriel che ci racconta qualcosa sulla loro vita: non parlano il Swahili ma una lingua tutta loro i cui suoni sono un continuo “click”, gli uomini sono ricoperti di graffi a causa della caccia che li porta a correre nella boscaglia.
Fisicamente sono più bassi dei Masai e dei Datoga e anche i tratti somatici del viso sono diversi.
Vediamo gli uomini (o meglio i ragazzi) che si preparano per la caccia sistemando le punte e gli archi, uno in particolare “rotola” la parte bassa delle frecce in una specie di composto nero: Gabriel ci spiega che è un veleno ricavato da una pianta grassa che lì è molto comune, in tal modo l’animale una volta colpito non farà molta strada.
Quando da casa stavo preparando con Giorgio il nostro itinerario, l’idea di partecipare come spettatrice ad una battuta di caccia con gli Hadzabe mi piaceva molto ma sinceramente non credevo fosse una caccia così autentica o meglio non osavo sperare in tanto: nel senso che mettendomi nei loro panni mi sembrava difficile che si portassero dietro il peso di “due turisti” nella caccia “vera” che loro fanno quotidianamente per sopravvivere. Pensavo che probabilmente sarebbe stata più una caccia ad uso “didattico” del tipo vi facciamo vedere come si fa più o meno… Anche perché in alcuni diari che lessi prima di partire a volte si tornava al campeggio per colazione.
Gabriel prima di avviarci per la “caccia” ci da delle indicazioni basilari (anche troppo):
1) se vi stancate non c’è problema si torna subito indietro
2) stategli dietro e non davanti quando tirano le frecce (!?!?)
3) ditemelo voi quando volete tornare al campeggio.
E fu così che tornammo per il pranzo!
Mamma mia che pedalata, per fortuna che a casa si pratica un po’ di corsa… Devo dire che anche quando rimanevano un po’ indietro c’era sempre uno di loro che ci aspettava e faceva si che non perdessimo gli altri: correvano come i lepri e soprattutto lo facevano sia in sentieri liberi sia in quelli pieni di rovi e spine, naturalmente a braccia e gambe scoperte, non a caso sono pieni di segni e graffi. Gabriel chiudeva la fila dietro.
Inizialmente è stata tanta corsa e tanti lanci ma un pessimo bottino poi con l’aiuto fondamentale di due cani di piccola taglia i risultati sono arrivati: 5 mangustine, due uccelli ed un mangustone. I cani fiutavano le prede nascoste tra il “bush” di grosse piante e avvertivano abbaiando, loro circondavano tali piante e iniziavano a falciare e a farsi strada finché l’animale spaventato non scappava e loro di corsa dietro facevano schioccare le frecce. Tale rito ripetuto per molte volte alla fine ha dato i suoi frutti.
La cosa un po’ “impressionante” è che una volta che la freccia colpisce la preda, chi ha scoccato tale freccia afferra il povero animale e gli da il colpo di grazia con un morso in testa…
Finita la caccia prima di tornare al villaggio ci rilassiamo un po’ seduti lungo il letto asciutto del fiume mentre loro accendono il fuoco e mettono a cuocere sopra gli animali (pelo compreso). Alcuni di loro si dissetano da una pozzanghera del terreno: è sconcertante vederli bere quell’acqua marrone. Uno si spalma sul corpo il sangue del mangustone…
Quando il cibo è cotto ha inizio il banchetto e ce ne offrono un pezzo, io gentilmente declino, Giorgio un pezzettino favorisce ma non lo vedo troppo convinto… se non altro non potevamo dire che non fosse carne fresca!
Come esperienza di vita è stata sicuramente forte ed in certi momenti anche inquietante.
Sicuramente ho incontrato persone molto povere perché materialmente vivono di niente ma pur passando poche ore insieme a loro non mi hanno dato affatto l’idea di persone infelici o di persone fisicamente al limite. Esperienza che rifarei senz’altro.
Torniamo al Bush Camp, il tempo di pranzare con Fulgence e William all’ombra di un grosso albero e poi di corsa verso lo Ngorongoro.
Arriviamo al Sopa Lodge verso le 16.30. Ci fermiamo sulla cima del cratere per goderci un po’ il panorama: che spettacolo! Mi sembra impossibile che là sotto ci possano essere tutti quegli animali raccontati dalle persone che mi hanno preceduto. William mi prende in giro: “Vedrai vedrai… “
Pernottamento: Sopa Lodge è ultralusso e con un ottima posizione sul bordo del cratere. Mi perdo il tramonto: ci sono dei grossi elefanti in giardino, uno è proprio sotto il nostro balconcino: mi verrebbe da tirargli l’orecchio…

13 settembre 2006
Ngorongoro e poi verso Serengeti

Alle 6 siamo già pronti per partire con il pacchetto per la colazione, fa freddo, iniziamo a scendere nel cratere che ancora è scuro, ci sono dei bufali lungo la strada, il paesaggio cambia rapidamente man mano che si scende: da fitta foresta il terreno si fa arido finché si arriva nel fondo del cratere occupato dalla savana.
Nonostante il cratere non sia sterminato come il Serengeti, ospita un’incredibile concentrazione di animali: qui ci sono proprio tutti e soprattutto quanti se ne sono… gnu, zebre, giraffe, elefanti, iene, struzzi, babbuini, gazzelle, bufali, le pozze con gli ippopotami etc. che spettacolo! Incontriamo una grande famiglia di leoni formata da un leone adulto, almeno sei femmine e nascosti tra l’erba alta vediamo spuntare la testa di qualche cucciolino, purtroppo non sono così vicini alla pista da poterli ammirare in primo piano. Qui mentre consumiamo la nostra colazione assistiamo alla prima scena di caccia da parte di un giovane leone dalla criniera non ancora folta: la vittima prescelta è un facocero che si salva con un veloce slalom…
Grande assente: il rinoceronte, o meglio lui c’era siamo noi non l’abbiamo incontrato. Sarà per la prossima!
Pranziamo all’interno della jeep perché nel piazzale adibito per il ristoro girano sopra le nostre teste un paio di aquilotti e William ci dice che essere “saccheggiati” da una scimmia è un conto, le aquile potrebbero non essere così delicate…
Lasciamo il cratere nel primo pomeriggio e ci avviamo verso il Serengeti, lungo il tragitto incontriamo vari villaggi Masai finchè dopo qualche ora spuntano i primi kropies.
I spostamenti sono sempre stati abbastanza lunghi eppure è difficile annoiarsi con tutto lo spettacolo che si vede passare dal finestrino.
Ci accamperemo nell’Ikoma Camp ma prima, ci facciamo un bel giro; il primo incontro importante è con un leopardo ben appollaiato sopra un kropie, non è vicino, riesco a vederlo bene solo con il binocolo: ci guarda dall’alto ma non si sposta. Mentre andiamo al campeggio lungo la strada ci imbattiamo in dueleonesse placidamente sdraiate: sono ad un passo dalla jeep. Che meraviglia vedersele così vicine: gli possiamo contare i baffi! Andiamo al campeggio stracarichi delle emozioni vissute durante il giorno e come se non fosse stato abbastanza assistiamo ad un tramonto di fuoco, il più bello dell’intera vacanza debitamente documentato. Qui ci fermeremo per due notti.
Nel piccolo campeggio ci sono diversi gruppi: francesi (onnipresenti), inglesi e anche italiani; la cena è piena di atmosfera: tutti sotto lo stesso piccolo tendone illuminato con delle lampade e intorno il buio più totale della savana.
Il campeggio non ha recinzioni, ci chiediamo chissà quanti milioni di occhi ci staranno osservando mentre ceniamo. Domandiamo a William per quale motivo un leone non dovrebbe avvicinarsi al tendone e mangiare noi (già comprensivi di ugali e brodetto…) piuttosto che sfiancarsi dietro gli slalom dei facoceri o rischiare l’incornata di un bufalo: sembra…(?) che non sia mai successo: gli animali non si avvicineranno alla luce del tendone durante la cena e di notte nonostante le possibili scorribande tra le tende se restiamo chiusi dentro nessuno ci attaccherà. Lungi da noi l’idea di uscire! Giorgio e Fulgence fanno congetture sul come fare pipì senza mettere piede fuori dalla tenda… William consiglia ad entrambi di tenere “tutto” dentro la tenda!
Il campeggio è molto semplice, in pratica è fatto di niente: si pianta la tenda nella savana (senza recinzioni), come bagni ci sono delle “cabine tendate” (come quelle che si usano nei seggi elettorali per votare) con un buco nel terreno e due piccoli tendoni : uno è il posto in cui i cuochi preparano i nostri pasti (ogni agenzia ha il suo spazio e il suo materiale) e l’altro è per la consumazione dei pasti. L’atmosfera ovviamente è totalmente diversa rispetto al campeggio del lago Eyasi.
E’ la nostra prima notte nella savana, ricordando le esperienze raccontante sul web dalle persone che mi hanno preceduta, ero pronta anch’io ad ascoltare per buona parte della notte i rumori e i richiami della savana… mi sono sempre chiesta come mi sarei sentita nel caso in cui un leone si fosse avvicinato e avesse ruggito nei pressi della mia tenda: grande emozione o infarto fulminante? Forse a tale domanda potrò rispondere nel mio prossimo viaggio in Africa visto che in questo, la maggior parte delle volte non facevo in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino che già dormivo.
Giorgio che da questo punto di vista è più resistente di me, dice che durante la notte non abbiamo avute visite “importanti” intorno alla nostra tenda anche se per il resto era impossibile (!?) non avvertire la presenza o i richiami di tutta quella vita intorno a noi… Un po’ mi dispiace, mi sento di aver perso qualcosa.
Pernottamento: Ikoma Camp

14 e 15 settembre 2006
Serengeti zona Grumeti, Seronera e Lobo

Sveglia naturale alle 6: ho visto un’alba meravigliosa.
La mattina facciamo colazione insieme agli altri ospiti e ovviamente l’argomento del giorno è la notte appena trascorsa: tutti sembrano aver sentito qualcosa, chi gli elefanti barrire, chi i leoni ruggire (?), un francese che tra l’altro è anche il nostro vicino di tenda mi chiede (dando per scontato che io abbia sentito) che razza di animale sarà stato mai a camminare vicino alle nostre tende verso le 2? Io senza indugio rispondo “Le iene…!”. La mia ipotesi raccoglie molti consensi… Giorgio mi guarda sbalordito.
Visitiamo uno “stagno” con tanti ippopotami e coccodrilli immobili e poi ci dirigiamo verso la zona del Grumeti, in un paio di momenti abbiamo dovuto abbassare il tettino della jeep visto che un folto gruppetto di Tse Tse è entrato all’interno della jeep: per quanto tenti di ammazzarle o farle uscire, qualcuna ti pizzica nonostante i vestiti. Sono più grosse rispetto alle nostre mosche ed hanno un colorito giallo-marrone con una specie di pungiglione davanti. Altro luogo in cui le rincontreremo di nuovo sarà nella zona del Lobo: qui la guida della Lonely Planet sarà sfruttata al massimo!!
Ci sono tante giraffe, zebre ed elefanti… e come dimenticare i bufali che quando ti notano smettono qualsiasi attività e ti fissano intensamente, qualcuno talmente tanto da sembrare ipnotizzato. William mi prendeva in giro dicendomi che avevo fatto innamorare i bufali, la teoria di Giorgio invece era molto meno romantica: i bufali erano impazziti! (cafone!)
Ci fermiamo insieme ad altre jeep ad osservare una leonessa che riposa, improvvisamente si alza ed inizia a camminare con la testa a pelo d’erba poi con un balzo davvero agile atterra su una povera gazzella nascosta tra la vegetazione che nessuno di noi aveva notato e che niente a potuto contro la furia e la potenza della leonessa. Dopo averla azzannata alla gola se la trascina via tra la vegetazione.
Di leoni nel Serengeti ne abbiamo visti in quantità, devo dire molte più leonesse che leoni: quelli incontrati sonnecchiavano e si tenevano sempre un pochino più distanti dalle piste, invece le leonesse te le trovavi anche intorno alla jeep.
Altri avvistamenti “più difficili”: un ghepardo all’ombra di un’acacia e un leopardo che si è mostrato per pochi secondi per poi sparire subito tra l’erba alta.
Qui incontriamo una lunga “carovana” di zebre e gnu che si spingono ancora più a nord è impressionante poterli osservare in occasione di questi spostamenti. William ci dice che questo non è niente a confronto di febbraio: chissà che spettacolo!
Nella zona del Lobo ci fermiamo in un punto dove si abbeverano centinaia e centinaia di zebre.
Pernottamento: 14/9 - Campeggio Ikoma Camp
15/9 - Lobo Lodge costruito intorno ad un Kropies con una gran bella vista dalle camere sulla savana. Ci piace e soprattutto è comodo ma l’atmosfera che si crea e le sensazioni vissute sono molte più fiacche rispetto all’esperienza del campeggio. Il lodge ci da la possibilità di “ripulirci” e di ricaricare tutte le batterie ormai completamente andate prima di proseguire per le ultime due notti nel campeggio del Natron.

16 settembre 2006
Ultimo game drive nel Lobo e trasferimento al Natron

Alle 6 partiamo per l’ultimo game drive… le ultime 3 ore nel Serengeti: intensissimi sono stati gli ultimi due incontri.
Un ghepardo con due cuccioli meravigliosi che si riposavano sotto un albero ma vicini alla pista… E poi una leonessa che dopo aver ucciso uno piccolo gnu e essersene cibato non voleva che gli avvoltoi si avvicinassero: si allontanava dallo gnu e si avvicinava a noi, come gli avvoltoi accerchiavano lo gnu lui tornava indietro e li faceva volare via… la scena è andata avanti per una mezz’ora abbondante! Si è fatta pure un bel giretto intorno alla nostra jeep dando una sbirciatina prima a noi e poi al tettino aperto che Giorgio automaticamente ha chiuso tra le risate di William… nonostante fossimo al sicuro dentro la jeep, è incredibile l’intensità e la forza che ci ha trasmesso lo sguardo della leonessa.
Torniamo nel nostro lodge verso le 9.30 per fare colazione e per caricare i bagagli: si parte per il Natron ci vogliono circa 4 ore… la pista è lunga e sconnessa ma come sempre è uno spettacolo.
Prima di arrivare al Natron ci siamo fermati a visitare un villaggio Masai, la nostra guida ha pagato circa 20 $ al capovillaggio. C’è voluto un po’ di tempo prima di entrare visto che nessuno degli abitanti del villaggio parlava Swahili e neppure William riusciva a comunicare quindi alla fine abbiamo tutti fatto un po’ a gesti… Entriamo nel recinto del villaggio e troviamo una trentina di Masai, il villaggio è piccino, ci guardano tutti e ci troviamo in qualche modo circondati e fissati, mi sento un po’ a disagio.
Le mosche sono ovunque ed ogni componente del villaggio se ne porta addosso un numero importante: dagli arti al viso e in particolare gli occhi sembrano fare da casa alle mosche… I bimbi mi fanno veramente tanta pena: da quante mosche hanno sulla cavità degli occhi non riescono neppure a tenerli ben aperti. Mi verrebbe naturale scacciargliele. Non avevo mai visto dal vivo una cosa del genere e ne rimango colpita. William ci dice che a causa di ciò molti giovani Masai nella crescita hanno serissimi problemi alla vista. Sembra che i Masai per “tradizione” non amino affatto lavarsi e ciò a prescindere dal fatto che l’acqua sia vicina o lontana dal villaggio, e le mosche naturalmente sono molto attirate dalla sporcizia.
Mi invitano ad entrare all’interno delle loro case fatte di sterco e fango: l’interno è completamente buio, ho difficoltà a muovermi, la padrona di casa gentilmente mi prende per il braccio e mi guida, l’unica cosa che riesco a vedere sono dei carboni accesi, dentro c’è un caldo soffocante ho difficoltà a respirare, non resisto e sono costretta dopo pochi minuti ad uscire: non so come facciano a viverci… essendo nei pressi del Natron la temperatura è già elevata ma dentro saremo stati abbondantemente sopra i 40°.
Mi piacciono le donne Masai: hanno dei bei lineamenti fini, trovo molte somiglianze con le Datoga.
I lobi delle loro orecchie sono adornati pesantemente, tanto che a volte la parte superiore dell’orecchio cede verso il basso. Alcuni portano come orecchini dei tappi di sughero tipo quelli che noi usiamo per lo spumante; qualche uomo ha la parte bassa dell’orecchio ridotto ad un filo che poi viene incastrato con la parte sopra… Avrei passato ore a guardare le loro orecchie: che spettacolo!
Peccato che a differenza delle altre tribù visitate alcuni non mi hanno permesso di fotografarli e stranamente nessuno in questo villaggio ha cercato di venderci qualcosa: né lance né monili.
Gli uomini ci mostrano la danza tipica Masai con dei salti davvero alti.
Li salutiamo e ce ne andiamo un pochino inquieti dall’immagine di quei bimbi.
Ripartiamo per il Natron fermandoci pochi momenti in un grande villaggio Sonjo: un bambino lungo la strada ha improvvisato una danza scatenata, sarebbe stato impossibile non fermarci. Gli do delle matite e dopo tre secondi mi ritrovo circondata da molti bambini, si avvicinano anche degli adulti che non hanno uno sguardo troppo amichevole infatti William riparte poco dopo, spiegandoci che i Sonjo a volte possono essere un po’ aggressivi. Sembra che i Masai e i Sonjo non siano affatto in buoni rapporti: i Sonjo pur essendo numericamente inferiori sono più pericolosi in quanto sono degli ottimi tiratori con l’arco mentre i Masai con le lance non vanno molto lontano.
Il paesaggio sta diventando lunare e desertico: capiamo di essere vicini al Natron.
Da lontano possiamo ammirare il cono perfetto dell’Oldonjo Lengai: è la montagna sacra ai Masai, un vulcano ancora attivo. William ci dice che in passato i Masai in periodi di carestie vi si recavano in processione per rendere omaggio a Lengai la divinità che vi abitava.
Al campeggio c’è abbastanza gente: i soliti francesi, inglesi e questa volta anche i spagnoli.
Mentre Fulgence ci prepara la cena, noi ci sgranchiamo un po’ le gambe lungo la strada: incontriamo molti Masai che ci avvicinano per chiacchierare o per venderci qualcosa.
Pernottamento: Campeggio River Campsite

17 settembre 2006
Lago Natron

Partiamo alle 8 del mattino con Peter la nostra guida locale, per una lunga camminata al lago Natron e si torna alle 13 sotto un sole cocente alla temperatura di 42°…
Il lago è di origine alcalina ed è situato nella Rift Valley ma l’altitudine non mitiga affatto la temperatura che a volte è da collasso.
Nonostante la temperatura che al ritorno si è fatta sentire, devo dire che siamo stati proprio bene: è un gran bel posto che merita senz’altro una visita. Lungo il percorso abbiamo incontrato un piccolo mercatino di Masai: erano seduti per terra con tutta la mercanzia in evidenza e sullo sfondo la meraviglia di questo territorio così impervio e desertico. Non resistiamo: qui acquistiamo i nostri ricordini per amici e famiglia, gli acquisti più economici dell’intero viaggio.
Per arrivare alla riva del lago ci impieghiamo circa 1.5 h. Lungo il tragitto vediamo carcasse di animali morti in particolare mucche: la vita nel periodo di siccità dovrebbe essere davvero dura. Ci sono tante impronte di animali: gazzelle, babbuini, giraffe.
Arriviamo al lago parzialmente asciutto a causa della stagione secca ma i fenicotteri ce ne sono in quantità industriali, peccato che non possiamo avvicinarci più di tanto, sono timidissimi e oltretutto si sprofonda nel fango. Un ragazzo Masai si aggiunge autonomamente alla nostra passeggiata per poi chiedere alla fine una mancia per la compagnia! Finita la nostra esplorazione del lago torniamo indietro per una strada diversa da quella usata per l’andata, lungo il percorso attraverseremo ulteriori villaggi Masai (William non sbaglia un colpo, ci accontenta in tutto!). Unico grande neo è la temperatura che se all’andata era più che sopportabile al ritorno è stata abbastanza pesante.
Dopo essere tornati al campo ed esserci rifocillati con un piatto tipico “chagga” (tribù del nord) cucinato da Fulgence ripartiamo per un’altra mega passeggiata di 2,5 ore alla volta delle cascate… potevamo farne un pezzetto con la jeep ma abbiamo preferito camminare piuttosto che affondare nelle acque delle cascate vista la quantità di cibo ingerito: questo è stato l’unico svantaggio dall’avere un ottimo cuoco che ci ha straviziato!
L’ultimo tratto che porta alle cascate è davvero divertente: si guada varie volte il fiumiciattolo che arriva alle ginocchia ed in una delle quali ho fatto un gran bel volo, caso ha voluto che proprio in quel momento la mia dolcissima metà avesse la telecamera puntata su di me… Pure documentabile e ricattabile! La corrente in alcuni punti è abbastanza forte.
La cascata è bella e naturalmente l’acqua è gelata, Peter ci fa passare sotto la prima cascata e ci fa proseguire internamente dove ne troviamo una seconda, che spettacolo! Passiamo dei bei momenti a sguazzare con Peter.
Torniamo al campo con l’imbrunire. Pessima nottata non solo per noi ma per tutti gli ospiti del campeggio, la causa: un gruppo cospicuo di ANM di una quindicina di persone che non si è certo distinto per l’educazione… In genere nei campeggi dei parchi difficilmente si fanno le ore piccole: si cena, si rimane un po’ a chiacchierare e poi si va a nanna. Verso le 23 litigavano animatamente (a ragione) con il capogruppo (difficile non sentirli) dopodiché hanno deciso di andare in discoteca (?) e c’è stato un appello a voce con tanto di ripetizione strillata affinché nessuno all’interno del campeggio non potesse dire di non essere stato coinvolto in tale iniziativa; poi è iniziata la ricerca delle persone: “dov’è X, Y, Z…” e in questa ricerca una delicata ragazza ha inciampato in un picchetto della nostra tenda e ha inveito contro quegli “st…” che piantano i picchetti in mezzo al passo (in genere se ci sta una tenda… ci sono pure i picchetti!). Inutile l’appello di qualche partecipante educato che faceva notare di non essere i soli ospiti del campeggio e quindi di moderare il baccano! Appello inascoltato. I preparativi per la “discoteca” sono andati avanti per parecchio… alla fine loro sono riusciti a partire e noi siamo riusciti a chiudere occhio ma per qualche ora perché poi sono tornati (ennesimo casino) hanno caricato le jeep e grazie a Dio se ne sono andati definitivamente. Vi lascio immaginare la mattina al momento della colazione quali sono stati i commenti di tutti verso “’sti italiani”… E che cavolo se non avevano ragione!
Pernottamento: Campeggio River Campsite

18 settembre 2006
Ultimo giorno di safari e trasferimento a Moshi

Oggi è il nostro ultimo giorno: si torna ad Arusha passando per Eugaruka famosa per le rovine e per i sistemi di irrigazione. Non posso dire che è stata una brutta visita ma niente di eccezionale.
Arrivati ad Arusha passiamo da Lazarus, il proprietario dell’agenzia vuole sapere com’è andata, dopodiché William e Fulgence ci accompagnano alla stazione degli autobus “imbucandoci” materialmente dentro un autobus che ci porterà a Moshi dopo poco più di un’ora. Li salutiamo con l’intenzione di risentirci e ci scambiamo gli indirizzi.
Arrivati a Moshi abbiamo subito l’occasione di ammirare la vetta del Kilimanjaro, il tempo di posare i bagagli e usciamo subito; velocemente faccio un paio di foto al Kilimanjaro dalla terrazza dell’hotel, ma tanto mi dico le rifarò con più calma nei giorni seguenti… Naturalmente quella sarà l’unica volta in cui non sarà coperto da nuvole: la cima non la rivedremo più!
Moshi non è molto bella ma è comunque piacevole passeggiarci e soprattutto è un’ottima base per visitare il Kilimanjaro; impossibile non notare l’influenza indiana nelle costruzioni; una parte importante della popolazione e indiana.
L’idea di arrivare in vetta ci aveva sfiorato più volte da casa, ma poi per paura di non avere un adeguato allenamento e soprattutto per non avere alcun tipo di preparazione in tale attività abbiamo desistito per poi pentirci sul posto quando raggiungendo il primo rifugio e parlando con gente che lo aveva appena fatto, ci siamo resi conto che avremmo potuto farlo anche noi. Comunque ormai era tardi per pensarci e anche se con rammarico abbiamo rimandato ad un altro viaggio.
Abbiamo organizzato l’escursione al Mandara Hat (primo rifugio) per mezzo del personale del Kindoroko Hotel che ci ha indirizzato da un amico. Comunque ho potuto appurare che se si ha intenzione di arrivare solo al primo rifugio si può prendere una guida direttamente all’entrata del parco del Kilimanjaro, evitando le agenzie intermediarie e risparmiando qualcosa. Naturalmente in tal caso ci si deve arrangiare per arrivare a Marangu (circa un’ora d’auto da Moshi) con i mezzi propri.
Pernottamento: Kindoroko Hotel, 30 $ a notte, camere minuscole ma pulite, il personale è simpatico e disponibile.
Cena al Salzburg: economico ma niente di che, ho ordinato dell’ugali con la carne ma non era paragonabile con quello cucinato da Fulgence nel safari.

19 settembre 2006
Kilimanjaro

Alle 9 del mattino ci passa a prendere il taxi che ci porterà all’entrata del parco dove la nostra guida Ashton ci aspetta; paghiamo 60 $ a testa come tassa d’ingresso al parco e gli impiegati provvedono alla nostra registrazione.
Impieghiamo 3 ore per arrivare al Mandara Hat ed un'ora per arrivare al cratere Rim, ce la prendiamo con calma.
Il tratto che mi è piaciuto di più è proprio l’ultimo: quando dal rifugio prendiamo il sentiero per il cratere la vegetazione cambia, ci sono moltissimi alberi che sembrano ricoperti da una spessa ragnatela verde. Ashton ci mostra anche il fiore simbolo del Kilimanjaro: la protea. Ashton è un botanico ed è un piacere starlo ad ascoltare, si percepisce benissimo che ama il suo lavoro. Da lì si ha una gran bella vista panoramica anche sul versante Keniota, peccato le nuvole nascondano la cima del Kili. Anche le scimmie “sembrano” essere cambiate con l’altitudine: prima sopra le nostre teste passavano “le solite scimmie” (non le “ladre” palle-blu del Tarangire) poi ne abbiamo viste alcune molto più sceniche, le Guereza, sono le scimmie juventine (…) di Giorgio, sono bianche e nere, hanno il pelo lungo e il musino bianco. Decisamente le più belle mai incontrate. Peccato che a causa della distanza non riesca a fotografarle.
Ci fermiamo per mangiare il nostro pacchetto-pranzo e qui incontriamo due italiani facenti parte del gruppo ANM incontrati al Natron, il resto del gruppo ha preferito visitare le piantagioni di banane; riparliamo della famosa notte bianca… loro sono simpatici e cordiali.
Al ritorno da Marangu verso Moshi chiediamo al tassista di portarci alla stazione per prenotare il bus per Lushoto: è il caos! Non riusciamo a capire quale sia la biglietteria ufficiale: il tassista ci indica una scrivania ma lì ce ne sono tante e lui non è il solo a vendere biglietti per Lushoto… Il prezzo sembra più o meno lo stesso e l’autobus (mi sembra Fahasal) è lo stesso! Ci litigano… Alla fine concludiamo con Arrow l’impiegato consigliatoci dal tassista, contando sul fatto che fino a quel momento si è dimostrato una brava persona… Acquistiamo il biglietto con bus che parte alle 8.30.
Pernottamento: Kindoroko Hotel.
Cena: Deli Chez (di fianco al Coffe Shop indicato nella Lonely) è un ristorante indiano ma cucina un po’ di tutto. Ci siamo fatti consigliare dal personale e siamo stati proprio bene. Il posto è carino si può cenare anche in terrazza, il personale è gentile. Prezzo 10 $ in due.

20 e 21 settembre 2006
Lushoto

Visto che siamo largamente in anticipo arriviamo alla stazione a piedi con gli zaini e con gli archi acquistati dai bushmen portati a tracolla: ci guardano e ci sorridono… Giorgio propone di montare una freccia!
Alle 8 troviamo Arrow alla scrivania, ci saluta e ci accompagna al nostro bus, dove all’interno un altro soggetto che ha la lista dei passeggeri cancella i nostri nomi, dopodiché ci salutano e scendono entrambi. Stranamente l’autobus parte subito… ci viene tanto da ridere: pensiamo di essere fra i pochi eletti che vanno in Africa ed invece di aspettare per ore i ritardi degli autobus riescono a partire in anticipo. Mai previsione fu più sbagliata e il ridere ci passerà ben presto…
Dopo una mezz’oretta il controllore (diverso da quello iniziale) passa a controllare i biglietti, noi gli mostriamo i nostri e lui candidamente ci fa capire che quel biglietto è per un altro autobus e forse dovrà farci ripagare un secondo biglietto! Dopo varie trattative con l’autista e con il controllore e con 40 paia di occhi che seguono attentamente la scena alla fine acconsentono a non farci pagare il secondo biglietto ma la cosa è stata abbastanza lunga.
A parte questo mi è piaciuto molto l’esperienza fatta all’interno di questo bus ultrascassato, sia per i nostri compagni di viaggio sia per la realtà esterna che ho potuto osservare dal finestrino: dai villaggi e dalla gente che camminava lungo la strada, alle stazioni di servizio così povere ma piene di vita che tanto ci hanno colpito. I venditori ci bussano dai finestrini offrendoci di tutto dagli anacardi (di cui ho fatto importanti scorte) ad un vasto assortimento di chincaglieria.
Arriviamo a Lushoto dopo tre ore e mezzo, l’ultimo tratto si sale sui monti: le strade sono strette e senza protezioni laterali, dalle curve a gomito si può godere di un panorama da brivido sulle valli sottostanti considerando anche che il nostro bus è colmo di gente e sembra essere tenuto insieme con il filo di ferro… Non vedo l’ora di scendere!
Alloggiamo al Montessori Centre (un ostello gestito da suore). Posiamo le valigie e ci avviamo verso il centro di Lushoto che da lì dista 3 km iniziando a farli a piedi, sicuri che prima o poi un dalla-dalla ci darà uno strappo: naturalmente non è passato!
Vediamo un’Africa ancora diversa da quelle incontrate fino adesso: un’Africa fatta di terra rosso cupo, di casette costruite con mattoncini rossi, di tanto verde e terre coltivate.
Ci sono molte fattorie che producono tra le altre cose anche pane, yogurt e soprattutto i formaggi come il quack, un formaggio morbido e speziato. Sul posto sono presenti delle ONG.
Per le escursioni a Lushoto ci facciamo indirizzare verso la sede del Centro per il Turismo Culturale evitando le guide non autorizzate visto che SOLO in tal modo i proventi delle escursioni andranno a beneficio della comunità. Tali centri sono presenti in varie zone della Tanzania: Moshi, Pangani, Arusha etc. Al centro ci sono dei ragazzi che ci illustrano le varie possibilità di escursione, ci mettiamo d’accordo con un ragazzo Bacardi per una passeggiata all’Irente View Point, un punto panoramico che si raggiunge camminando lungo dei bei sentieri tra una folta vegetazione, con gente che ti saluta e tanti bimbi che sbucano ovunque. Lushoto ci da un senso di serenità e di pace.
Bacardi ci dice che nella zona ci sono delle ottime scuole e centri di accoglienza che sono rarissimi in Tanzania; in particolare quello per i bimbi ciechi e per gli albini che non essendo accettati dalle famiglie di origine vengono abbandonati per strada.
Bacardi non è né fidanzato né sposato, la motivazione ci dice sta nel fatto che per sposarsi dovrebbe dare una “dote” ai genitori della futura moglie quantificabile in 40 mucche (mi sembra tanto!) e lui non aveva né i soldi per comprarle né la voglia di risparmiare mucche per sposarsi.
E’ molto simpatico, peccato che quando gli paghiamo l’escursione (comprensiva di mancia meritata) e gli chiediamo una ricevuta del Centro, lui con una semplice scusa rimanda al giorno successivo visto che ci accompagnerà pure a Mombo (circa un’ora da Lushoto) per prendere il Bus della Scandinavian, un bus più confortevole e veloce per raggiungere Dar Es Salaam e poi Zanzibar.
Autobus Moshi-Lushoto 12.500 Scelllini a testa.
Escursione all’Irente View Point: 26.000 Scellini in 2.
Pernottamento: Montessori Centre, Saint Eugene Hotel gestito dalle suore, a 3 km dal centro di Lushoto, non è a buon mercato, camera doppia con colazione 36 $ + cena 10 $ a testa al giorno. E’ un po’ più caro rispetto agli altri perché il ricavato va a finanziare le varie missioni. Le camere e il bagno (pulitissimi) sono veramente grandi, sembrano dei miniappartamenti, abbiamo un bel balcone con una gran vista panoramica. Struttura silenziosissima.

22 settembre 2006
La giornata nera: Lushoto - Zanzibar

Il giorno successivo alle 9 del mattino siamo a Mombo, Bacardi è stato puntuale ma stranamente ha dimenticato la ricevuta… credo che molti contributi destinati alla comunità di Lushoto si perdano nelle tasche delle guide! Da notare che sia la Lonely Planet che il centro per il turismo tanzano consigliano apertamente di utilizzare solo le guide di tale centro proprio per il fine in cui vengono investiti i proventi.
Qua ha inizio la giornata più pesante: allo sportello ci confermano che il bus arriverà a momenti, non siamo i soli ad aspettarlo. Sono le 10 e il bus non si vede; alle 11 non si sa se arriverà, ci dicono che forse si è rotto per strada quindi o ripieghiamo subito su un altro bus o rischiamo di perdere l’ultimo traghetto per Zanzibar e in tal caso dovremmo rimanere una notte a Dar Es Salaam. Saliamo sul primo bus disponibile, prezzo 20 $ a testa… il viaggio dura quasi 5 ore in un bus “degli orrori” dove qualche ospite ha pensato bene di farci dei “bisogni consistenti”, dove ho rischiato di soccombere per tutto il tempo fra il mio Giorgio (che è tutt’altro che un pigmeo) e una signora che sembrava essere stata partorita più che da un paese del Terzo Mondo da un Mc Donald degli USA: avrà pesato più o meno 150 kg ed ha pensato bene nell’attesa che il bus ripartisse (circa le 11) di aggiungere un sostanzioso contributo calorico: si è sbranata in poco tempo un pollo arrosto con tanto di patate… Ad ogni curva si rischia di sprofondare fra i due!
L’unico momento “simpatico” è stato quando dopo una buca presa a velocità sostenuta altri tre ospiti sono stati catapultati a gambe all’aria a causa del cedimento della base del sedile provocando le risate collettive dell’intero bus, protagonisti illesi compresi.
Arriviamo a Dar Es Salaam giusto in tempo per prendere l’ultimo traghetto e giusto in tempo per appurare che è tutto pieno fino al giorno successivo… Ci propongono di prendere un volo: 60 $ a testa e parte alle 17, il volo dura 20 minuti, non ci pensiamo due volte (il traghetto costa 35 $ a testa e impiega 1 ora e 1/2 ). Arrivati all’aeroporto che dista pochi minuti d’auto dal porto, mentre paghiamo il ticket ci lasciamo convincere dallo stesso personale della Coastal Travel ad acquistare al prezzo di 40 a testa $ (dopo contrattazione) anche il volo di ritorno. Il ticket per il ritorno ce lo stampano mentre per il volo di andata visto che è immediato ci rilasciano una ricevuta semplice. Ovviamente che cosa poteva succedere? Dopo aver passato i vari controlli nel momento in cui chiamano il nostro volo e ci presentiamo al banco, ci dicono che la nostra ricevuta non è per la Coastal Travel ma per un’altra compagnia… Quale? Non si sa! Torniamo indietro di corsa e ci dirigiamo verso l’ufficio dove abbiamo pagato i ticket… “Ci avranno fregato?” Niente di tutto questo, una semplice dimenticanza dell’impiegato, si mette a ridere e si scusa vedendoci arrabbiati: se utilizziamo una compagnia per il ritorno chi l’ha detto che l’andata debba essere la stessa? Akuna matata ci dice… Rifacciamo i controlli e finalmente si parte senza più intoppi in un mini aereo con quattro francesi.
Dall’aeroporto a Stone Town City ci sono 10 km, prendiamo un taxi: il tassista dai tratti arabi, lungo il percorso ci fa leggere un articolo col decalogo delle regole da rispettare a Zanzibar: vestirsi adeguatamente, rispettare i musulmani, chiedere sempre prima di fotografare etc.
Ci facciamo una passeggiata a Kenyatta Road e poi ceniamo ai giardini Foradhani dove la sera si raduna molta gente sia turisti che locali. Ci sono tante bancarelle con una gran quantità di cibo esposto, puoi trovare di tutto: dalla carne al pesce, pane, patate, zuppe, gelato, thè speziato… non manca niente. Indichi quello che vuoi, te lo preparano o te lo scaldano direttamente dopodiché ti accomodi in una panchina e te lo gusti osservando tutta quel clima festoso che ti circonda.
Ci sono molte ragazze locali anche non accompagnate da uomini, sono rigorosamente coperte di nero ma alcune hanno “il vestito”decorato con brillantini e perline; il viso rimane scoperto (non i capelli), molte sono truccate ed hanno le mani dipinte con l’henne. Ci sono belle ragazze dai profondi occhi scuri e dalla forma allungata, sono diverse da quelle incontrate nel continente, in effetti il tassista stesso ci spiegava che gli zanzibarini sono un mix fra l’africano puro del continente e l’arabo dell’Oman.
Auto Lushoto-Mombo (1 ora) 25.000 Th
Bus Mombo-Dar Es Salaam: 20.000 Th a testa.
Volo Dar Es Salaam - Stone Town: 60 $ a testa
Pernottamento a Stone Town: Mauwani Inn 40 $ la doppia: camere abbastanza spaziose, pulite, letto stile zanzibarino, personale gentile, peccato la colazione risicata. Ottima posizione in Kenyatta Road. Bello il vicino Baghani House anche se un po’ più caro 65 $.
Cene: sempre Foradhani Garden, la sera che abbiamo speso di più è stata 30 $ in 2 per 2 piattoni di pesce compresa l’aragosta (circa 10 $)… ma se lasci stare l’aragosta mangi bene con 5 $. I locali spendono di meno, vige il sistema dei doppi prezzi.

23 e 24 settembre 2006
Stone Town

Ci divertiamo a perderci fra le viuzze piene di fascino e di storia di Stone Town, ci sono dei bellissimi portoni: ci dicono che la casa venga costruita intorno al portone è che sia la prima cosa ad essere fissata, sembra una leggenda! In una di queste viuzze entro in un negozio “per donne” e mi faccio dipingere sulla mano un tatuaggio con l’hennè (5.000 Th), ci sono 3 donne non coperte dal velo e non sono disturbate dalla presenza di Giorgio al quale viene anche permesso di riprenderle mentre lavorano. Hanno le braccia e le gambe (almeno dal ginocchio in giù) coperte da tatuaggi.
Per quanto riguarda le escursioni ne abbiamo fatte due: lo Spice Tour, dove ti mostrano tutte le varie spezie e piante prodotte a Zanzibar con tanto di degustazione finale. La seconda escursione è stata la visita a Prison Island, un'isola privata dove vengono allevate molte tartarughe, alcune enormi e centenarie importate dalle Seychelles. Siamo stati accompagnati da Eddy uno zanzibarino consigliatomi da un ragazzo italiano che gentilmente mi ha lasciato il numero di cellulare. Eddy è un ragazzo di 28 anni che si offre come guida, parla molto bene l’italiano e posso confermare che oltre ad essere molto simpatico è molto bravo nel suo lavoro.
Dopo Prison Island siamo andati a fare un bel giro sulla città questa volta “guidato” nel senso che Eddy ci ha accompagnato nelle parti più interessanti di Stone Town accontentandomi anche nella ricerca dei portoni più belli che sono risultati essere quelli arabi. Nonostante avessimo già visitato Stone Town da soli, ci siamo resi conto che le spiegazioni di Eddy sono state fondamentali per capirla e per conoscerla veramente.
Pranzi: Moonson Restaurant 12.000 Th a testa, bell’ambiente ma niente di eccezionale il cibo. Mercury’s un pochino più caro, cibo senza infamia e senza lode.
Escursioni:
Spice Tours 35.000 Th in 2 prenotato tramite albergo, abbiamo appurato che i prezzi che sono uguali
Prison Island: Barca 30 $ in 2 – ingresso isola 2 $ a testa
Eddy il numero di cellulare: 0777438043

25/26/27 settembre 2006
Nungwi

Nungwi è a nord di Zanzibar ed è una delle poche spiagge che risente poco del fenomeno delle maree, quindi in pratica il bagno lo si può fare sempre, non che nelle altre spiagge non si può, è solo che in certi momenti della giornata si deve camminare un po’.
Il mare a Nungwi è bello, peccato che la spiaggia non sia molto grande: nel pomeriggio pur non essendoci così tanta gente ti ritrovi tutti sullo stesso pezzettino di spiaggia.
Ho trovato molto bello il tratto di spiaggia che da Nungwi porta a Kendwa, belle spiagge e un’acqua cristallina: Kendwa mi è piaciuta molto più di Nungwi.
Indimenticabili sono state le immersioni fatte con il Diving interno al Ras Nungwi Hotel. Il Diving come mi era già stato detto è ottimo; le immersioni all’atollo di Mnemba, raggiunto dopo 1h 30 di barca sono state meravigliose, una più bella dell’altra, altro che nuotare in mezzo ad un acquario…
Taxi Stone Town – Nungwi: 25.000 Th
Pernottamento: Amaan Bungalows: 40 $ la doppia in giardino (90 $ vista mare – 70 $ in giardino con aria condizionata – 40 $ in giardino con ventilatore). Camere belle e linde.
Cena: Fat Fish davanti ad Amaan con 15.000 Th mangi bene e in abbondanza, idem nel ristorante di fianco. Es. piatto unico a base di polipo o pollo 6.000 Th.
Immersioni a Mnemba: 230 $ - 4 immersioni meravigliose (comprensive di: 30 $ a testa come tassa per immergersi a Mnemba che è un’isola privata, pranzo, attrezzatura completa e barca, ci vuole 1h e 30 per raggiungere il punto di immersione).

28/29/30 settembre 2006
Paje: il Paradiso

Ci spostiamo verso la nostra ultima tappa a sud di Zanzibar: Paje, la più bella.
Il nostro bungalow è proprio di fronte ad un mare pieno di sfumature azzurre, in un bellissimo tratto di spiaggia molto ampio, la sabbia è bianchissima.
Paje è un luogo dove s’incontrano pochi turisti e molta gente locale.
Una mattina siamo andati a vedere i delfini a Kizimbazi è stato bello perché ovviamente vedere un bel branco di delfini in libertà non è cosa di tutti i giorni ma non ripeterei l’esperienza molto invasiva.
Siamo stati un’ora abbondante a scorazzare in barca per fargli la posta insieme ad altre barche. Quando i delfini sono passati tutte le barche compresa la nostra gli sono corse dietro, una volta raggiunti ci si tuffa di corsa con boccaglio e maschera con la speranza che ti passino vicino o che non se ne siano già andati dopodichè si risale velocemente in barca per corrergli dietro di nuovo e ricominciare l’iter...
Da Paje abbiamo fatto delle belle passeggiate: verso Bwejuu, gran bella spiaggia ornata di palme e Jambiani che nonostante le belle recensioni a me non è piaciuta per niente.
Paje risente molto del fenomeno delle maree: la mattina l’acqua si ritira e le donne approfittano per raccogliere le alghe, puoi camminare un centinaio di metri prima di trovare l’acqua alta, è bello vedere tutta la vita che rimane sul fondo e aspetta di essere ricoperta di nuovo nel primo pomeriggio.
A Paje abbiamo trovato un paradiso.
Taxi Nungwi-Paje circa 2 h 30 – 50.000 Th da dividere in 4.
Pernottamento: Kinazi Upepo 45 $ in 2 bungalow di fronte al mare, bello, pulito e spazioso.
Ristorante: Kinazi Upepo, è ottimo sia il cibo che l’ambiente: ha una bella vista sul mare. Con 5 o 6 $ a testa prendi un piatto unico.
Escursione delfini Kizimbazi 35 $ a testa
Taxi Paje–Aeroporto di Stone Town: 40.000 da dividere in 4. Attenzione ai traghetti sono spesso pieni: le 2 persone che hanno condiviso il taxi con noi li abbiamo salutati al porto e ce li siamo ritrovati poco dopo all’aeroporto a causa dei traghetti pieni per tutto il giorno.

CONCLUSIONE
Questo è stato il nostro viaggio in Tanzania, dire che sia stato meraviglioso sembra scontato dopo tutte le volte che l’ho ripetuto nel diario. L’unica cosa che mi sento di dire con assoluta certezza sulla Tanzania e sull’Africa in generale è che dopo averla vista e respirata una volta non si può non tornare.

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