Emozioni da Zanzibar

in viaggio con Mary_css in Tanzania

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Emozioni da Zanzibar

Partenza da Roma, 7 novembre 2007, destinazione ZANZIBAR, Bravo Club di Kiwengwa, tour Operator Alpitour.
Siamo arrivati alla leggendaria isola delle spezie ai primi di Novembre, quando i soffi del monsone di Nord-Est lambiscono il mare striandolo di bianco. E’ bellissimo fuggire dal freddo inverno per recarsi ai Tropici.
Prima di atterrare, dall’alto del nostro aereo, riuscivamo a scorgere il Kilimangiaro, il monte vulcanico più alto d’Africa (5894 Mt). Abbiamo volato da Roma a Zanzibar con la compagnia Blu Panorama e durante il viaggio di ritorno abbiamo fatto scalo, a Mombasa; il volo è durato circa 7 ore e mezza.
Quando l’aereo ha cominciato a scendere, con un volo di fantasia ho immaginato di tornare indietro nel tempo, dalle soglie dell’oggi a quelle di duemila anni fa.
Le isole, tutte, sono enigmatiche e tentatrici e - da sempre - affascinano i viaggiatori. Non ci sono più isole da scoprire: tutte le cartine sono state disegnate e tutte le bandiere sono state piantate, eppure, le isole rimangono sogni, nostalgia di fuga dalla febbre della vita quotidiana. Quando ne tocchiamo una, non importa se arriviamo per ultimi, ci sentiamo sempre un po’ pionieri ed un po’ esploratori.
Da non perdere
Arrivati all’aeroporto, preparati al peggio (non esistono rulli trasportatori e tutto il personale, poliziotti compresi, chiede la mancia), siamo riusciti a prelevare le valigie nel giro di un’ora, grazie al contributo di ragazzi italiani volenterosi che, improvvisandosi “strilloni” urlavano cognomi italiani letti sulle valigie trovandone così i legittimi proprietari. All’esterno dell’aeroporto ci ha accolto l’assistente del tour operator, consegnandoci una busta contenente il numero della camera e indirizzandoci verso il pulmino che poi ci ha accompagnato al villaggio.
Già durante il trasferimento verso il villaggio, che dura circa 45 minuti, si inizia a scoprire l’isola: Zanzibar si presenta come un'isola di un verde così intenso da riempirti gli occhi, incredibilmente rigogliosa, da lasciarti a bocca aperta. L'interno è completamente ricoperto dalla fittissima vegetazione tropicale - equatoriale, composta da distese interminabili di palme da cocco, banani, manghi, alberi tropicali e fiori a gran quantità, il tutto accompagnato da un continuo profumo di spezie che aleggia nell'aria. Non a caso è chiamata "l'Isola delle Spezie", in quanto nella parte occidentale vi sono una serie di piantagioni di chiodi di garofano, canna da zucchero, cannella, zenzero, citronella, cedronella e decine di altre ancora; le spezie hanno reso celebre questo arcipelago e vengono tutt'ora esportate ovunque.
Per gli amanti del mare le spiagge sono dei piccoli paradisi terrestri, la sabbia candida, morbida e compatta, fa da cornice ad un mare ancora vergine. Grazie al gioco di colori e all'effetto ipnotico delle alte e basse maree, le acque oceaniche sono un vero gioiello naturalistico, impreziosite da una sobria fauna composta da svariati pesci, graziosi molluschi, crostacei, grandi stelle marine rosse, azzurre, gialle e alcuni fra i più bei coralli esistenti. Ogni sei ore, per effetto della bassa marea, il mare si ritira e sembra scomparire, si può camminare per centinaia di metri, dove le celesti acque, raggiungono a mala pena le ginocchia; la barriera corallina è imponente e attornia l'isola per la quasi totalità del suo perimetro.
Il pezzo forte di Zanzibar è però la sua gente: simpatica, sempre sorridente ed ospitale, ma anche tanto, tanto povera. I bimbi con i visi ingenui, spesso scalzi e con la faccia sporca, ti chiedono una caramella, una penna, o un foglio di carta (noi abbiamo portato con noi dall'Italia alcuni quaderni, biro e pennarelli colorati che abbiamo loro regalato); basta così poco per renderli felici.

Le case degli zanzibarini, che abitano nei numerosi villaggi appena fuori da Stone Town o lungo le coste, sono vere e proprie capanne costruite con fango, paglia e con la porta di legno, senza elettricità e al limite della decenza umana (i tetti sono fatti con un misto di paglia e foglie secche di palma, materiale che loro chiamano makuti). Non hanno né luce, né acqua.
Non è così meglio la situazione per la maggior parte di coloro che vivono in città; qui le casupole sono baracche di legno e lamiera, solo i più fortunati posseggono quattro mura in cemento, ma sono comunque misere. Parlando con la gente del posto abbiamo scoperto che chi abita nelle case di fango non paga le tasse.
Nonostante ciò, la gente è sempre contenta e non disdegna un sorriso. Cibo e acqua non mancano poiché la vegetazione produce frutti in abbondanza e questo è molto importante per la popolazione. Ogni tribù e ogni piccolo villaggio ha il proprio albero del pane e i propri banani (sull’isola sono presenti ventisei tipi diversi di banane) da cui ci si può sfamare; anche la pesca è una buona risorsa alimentare; altre fonti di sussistenza sono l'artigianato, l'agricoltura e il turismo.

Le immagini notturne dei villaggi, viste dal pulmino che di sera ci riaccompagnava al villaggio dopo un'escursione, sono indimenticabili: i nostri fari, l’unica luce nella notte, illuminavano la strada, per farci scoprire persone intente a mangiare in cerchio o a camminare verso chissà dove, a piedi o in bicicletta, bambini felici di giocare tra loro.
Passato il pulmino, la strada ripiombava nel buio più totale e ti chiedevi, non dandoti una risposta, come possano le persone vivere così.

La discrepanza fra il trattamento riservato ai noi turisti, e la povertà assoluta degli autoctoni è, come in altre zone del mondo, molto forte. Nei villaggi vacanze ci abbuffiamo di ogni ben di Dio culinario e facciamo la vita da "snob", mentre nei villaggi veri si combatte per la sopravvivenza.
L’Africa interpella le nostre coscienze.
Mi chiedo allora se sia giusto che questi paesi, a poche ore dal nostro, non vengano aiutati come si dovrebbe e continuino ad essere chiamati "terzo mondo", quando, con un minimo sforzo, e senza deturpare l'ambiente, potremmo fare davvero tanto: investire in progetti che invertano l’impoverimento, sostenere l’operato dei volontari religiosi e non.
Come disse il filosofo Diderot: “Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene”.

Le strade percorribili sono davvero poche, anzi possiamo dire che ne sia presente una sola che congiunge nord e sud, le auto però non sono brutte o particolarmente vecchie e in giro si vedono molte jeep e pulmini giapponesi. Il vero problema di Zanzibar è la sanità, che è carente anche nelle sue forme più basilari.
Le scuole di Zanzibar sono come le case, estremamente povere, senza vetri. Gli alunni fanno lezione praticamente all'aperto. Noi ne abbiamo visitata una posta sulla spiaggia di Kiwengwa e abbiamo conosciuto il Direttore che ci ha parlato della loro condizione: non hanno nulla e hanno bisogno di tutto.
I bambini, numerosissimi, vanno a scuola in due fasce orarie, una mattiniera e una pomeridiana; verso l’ora di pranzo, le strade e le spiagge si riempiono di giovani che hanno terminato la giornata di studio (i loro abbigliamenti sono: per i maschi camicia bianca e pantaloni blu, per le femmine velo in testa bianco e vestito lungo blu).

KIWENGWA è' la spiaggia dove abbiamo soggiornato; è situata ad ovest dell’isola e qui si affacciano alcuni villaggi turistici europei, inseriti però nel contesto naturale senza rovinarlo o impoverirlo. Questa spiaggia è una distesa infinita di sabbia bianchissima, dura e compatta se bagnata, ma quasi impalpabile, di consistenza simile al borotalco, se asciutta; le alte piante tropicali fanno da stacco ed ornamento a questo bellissimo ambiente naturale che vanta un mare da favola, con delle gradazioni che lambiscono tutte le possibili sfumature del celeste.
Per effetto delle basse maree si può arrivare alla barriera corallina direttamente a piedi, passando su di un mare che sembra surreale; le acque non superano mai le ginocchia e hanno una trasparenza incredibile, resa ancor più accecante dal candore del fondale corallino. Caratteristiche e sempre parcheggiate in acqua, sono le piccole imbarcazioni in legno di mango (chiamate dowh), che rendono il luogo sonnecchiante e senza tempo. In spiaggia è possibile incontrare i "guerrieri Masai" (pronipoti dei feroci cacciatori centroafricani dell'antichità), ma non bisogna temere, non sono minacciosi, tutt'altro, sono molto simpatici oltre che caratteristici; con i loro sgargianti abiti rosso-viola danno alla vacanza quel tocco di Africa vera.
Il compito assegnato ai Masai dai villaggi turistici è quello di tenere lontana dai turisti tutta la gente locale.

Il villaggio in cui abbiamo soggiornato, Bravo Club, è a nostro avviso il più bello della costa; ha un bellissimo e suggestivo pontile che permette di tuffarsi nell’acqua alta quando c’è la bassa marea oppure di prendere l’ultimo sole della giornata in quanto, tramontando dalla parte opposta ed essendoci altissime palme, la spiaggia è in ombra già dalle quattro del pomeriggio. Le strutture interne sono molto belle: i bungalows, il ristorante ed il bar centrale hanno tutti il caratteristico tetto in makuti. La piscina è contornata da palme e tutti i vialetti sono ricchi di fiori di ibisco e coloratissime campanelle. Insomma, uno spazio dove vivere in armonia con il paesaggio intatto dell’Africa.
Vi assicuro l’atmosfera è veramente suggestiva!
Ma il grande colpo d’occhio è la spiaggia e l’oceano.
L’oceano è indescrivibile, uno spettacolo di rara bellezza, da togliere il fiato; i colori che variano ogni mezz’ora, lo strabiliante fenomeno delle maree e la temperatura che è da vasca da bagno.
La barriera corallina è a circa un chilometro ed arrivarci a piedi è un po’ difficoltoso; tuttavia ci sono i ragazzi del posto (i famosi beach boys che sono una presenza costante sulla spiaggia!) che con le tipiche imbarcazioni dowh, vi portano a camminare lungo la barriera con soli 5 dollari.

I beach-boys sono un po’ insistenti, ma propongono escursioni in tutta l’isola a prezzi decisamente inferiori a quelli dei villaggi turistici. Vi braccheranno in tre o quattro la prima volta che proverete ad andare a bagnarvi i piedi. Il consiglio è quello di affidarsi, per tutte le escursioni, sempre allo stesso, così si riesce a risparmiare ancora di più. Si presentano tutti con nomi italiani e spesso se lo scrivono sulle magliette o sui cappellini, così da rimanere più impressi nella mente di noi italiani. Troverete: Giacomino, Luigi Cordero di Montezemolo, Paolo, Luca, Bepino, Ferrari, Nadia etc. Se scendete in spiaggia la mattina e gli dite il vostro nome, vi chiameranno e saluteranno ogni giorno.
Hanno una memoria per i nomi davvero incredibile! Così pure troverete donne zanzibarine che vi proporranno treccine e tatuaggi.

Le escursioni proposte sono davvero molte: la visita della capitale Stone Town e la vicina Prisoner Island, la visita alle piantagioni delle spezie, la bellissima spiaggia del Nord Nungwi, il cosiddetto Blue Day (una giornata intera in barca, con soste su isole da sogno e annesso pranzo a base di pesce a bordo riva), la foresta di Kizimkazi con l’omonima spiaggia. Noi ci siano affidati a Bepino e Bakardi, due ragazzi ventiquattrenni zanzibarini parlanti un buon italiano che ci hanno fatto godere delle meraviglie del posto in maniera impeccabile.

Sulla spiaggia poi, intervallati tra i vari villaggi turistici, ci sono delle capanne dove troverete artigianato di ogni genere, oggetti e statue di ebano, braccialetti e collanine, coloratissimi quadri e parei. Geniali i cartelli posti sopra ogni capanna: la Rinascente, la Coop sei tu, Standa, Rocco Barocco, Valentino, Ferrè, Giorgio Armani.
I beach boys vi inviteranno a “solo guardare, perché non costa niente”: vi spareranno il primo prezzo, per poi subito dimezzarlo, poi seguirà la contrattazione. E se non comprerete nulla vi diranno “Hakuna Matata” che significa “non c’è problema”: il loro motto nazionale.

La vita nel villaggio è davvero rilassante e divertente: chi vuole riposare godrà dei suoi spazi e, chi invece ama lasciarsi coinvolgere dall’animazione, avrà le giornate ricche di appuntamenti, tra lezioni di ballo, tornei sportivi, ginnastica varia etc.
Gli animatori sono molto simpatici e, cosa più importante, non sono mai pressanti ed invadenti.
La cucina è buona: viene servito del freschissimo pesce e dell’ottima frutta.
Anche il clima è particolare, nell'arco di una giornata può piovere più volte e spuntare subito dopo il sole (noi siamo stati fortunati, non ha mai piovuto in orari diurni). Le temperature in media si aggirano intorno ai 36 gradi, ma il sole è davvero “graffiante”; la sua potenza è dovuta al fatto che Zanzibar è molto vicina all'equatore e i raggi del sole cadono verso la terra in perpendicolare.
Zanzibar è davvero il posto giusto per rilassarsi e bearsi delle gioie della natura.

Credo che, oltre ai grandi piaceri, la vita sia fatta anche di piccole cose, spesso indimenticabili: fotografare i sorrisi dei bambini deliziati da un piccolissimo regalo o da un dolcetto ricevuto in dono; vedere il tramonto dalla spiaggia, scenografia perfetta per godere dell'ultimo tepore della giornata; lasciarsi avvolgere dal profumo di mare e dal desiderio di una corsa verso l’infinito; ammirare l'alba, contemplando i colori del mare, chiedendosi come potrebbe essere diverso da ciò il Paradiso.
Zanzibar rimarrà impressa nelle nostre anime come nelle nostre pellicole perché è, indiscutibilmente, “magica”. Quando la memoria, l’immaginazione e i sensi sono liberi di volare sotto la spinta leggera di un colore, un odore, o un lieve rumore, allora, e solo allora si assapora la “libertà”. Tutto questo è Zanzibar!
Buon viaggio!
Jambo!

MaryIl relax del villaggio ma anche tanti spunti per pensare in questo bel resoconto

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