Con le ciaspole in un gioiello svizzero: la Val di Campo

in viaggio con Fabrizio Bellucci in Svizzera

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Con le ciaspole in un gioiello svizzero: la Val di Campo

Siamo all'ultima ciaspolata della stagione. Oddio, di neve ce ne sarebbe ancora tanta da calpestare, ma per quest'anno basta... poi capirete perché.
Grazie alla chiusura aziendale, io e Lau abbiamo ben 4 giorni di lazzi e sollazzi, dal venerdì di Pasqua al lunedì. Quale migliore occasione per visitare posti nuovi, ma un po' fuori mano, non raggiungibili nelle classiche uscite da weekend? La meta è la val di Campo, in Svizzera, sopra Poschiavo e un po' prima del passo del Bernina, e la base d'appoggio sarà il rifugio Saoseo, sempre aperto 10 mesi all'anno.Quattro giorni nella pace ovattata delle montagne ammantate di neve1° giorno
Arrivati a Sfazù, parcheggiamo e partiamo seguendo l'evidente e segnatissimo sentiero che porta dentro la val di Campo. Giornata grigia e bigia, nevischia pure e per un lungo tratto le ciaspole non saranno necessarie.
Ce la prendiamo comoda (leit motif di tutto questo giro) attraversando le varie frazioni e ci mettiamo oltre due ore per giungere al rifugio (contro le 1'30 previste da cartelli e guide).
Poco prima del rifugio siamo già dentro un bel bosco di pini cembri, che qui la fanno da padrone. E dove ci sono pini cembri ci sono le nocciolaie, anzi frotte di nocciolaie, che ci svolazzano purtroppo ben lontane dall'obbiettivo della mia macchina fotografica.
La costruzione del rifugio esternamente non è granché, ma dentro è tutta un'altra musica. Caldo, accogliente, funzionale e con tanta simpatia da parte di chi lo gestisce: devo dire che sono stato estremamente contento della sistemazione.
Preso possesso della nostra cuccia all'ultimo piano, scarichiamo il superfluo dai nostri zaini e siamo pronti per ripartire per fare un giretto pomeridiano. Vogliamo andare a visitare un paio di laghetti, che si trovano proprio alla fine della val di Campo.Il sentiero è alle spalle del rifugio e la neve cade sempre di più: più che altro non abbiamo modo di vedere cime e panorami, perennemente coperti dalle nubi.
Se non altro ammiriamo la flora e le varie tracce di fauna locale, mentre il sentiero sale tranquillo tranquillo fino a raggiungere un'evidente croce posta ai bordi di quello che dovrebbe essere il lago di Val Viola. Guardiamo destra e a sinistra, ma non si vede nulla se non una piana bianca, dove immaginiamo ci possa essere il lago.
Non demordiamo e tagliando tra facili pendii, torniamo indietro per raggiungere il Lago di Saoseo: questo sì che si vede... più o meno.
La prima escursione termina qui e non ci resta che l'abbuffata della cena... occhio che qui non si risparmiano come quantità!

2° giorno
C'era chi, come me, sperava in una giornata in miglioramento meteo, ma la realtà sarà ben diversa.
Vorremmo salire al passo di val Viola per trasbordare in territorio italiano e seguiamo le tracce di una decina di colleghi ciaspolatori svizzeri, saliti anche loro qui per fare praticamente gli stessi giri che abbiamo programmato.
La partenza è solo nuvolosa e finalmente riusciamo ad identificare qualche cima circostante, come il Corno di Camp, che sovrasta il rifugio.
La prima parte del sentiero segue pedissequamente l'itinerario di ieri, fino alla casetta sepolta nei pressi del lago di Val Viola.
Poi si inizia a salire: i dislivelli di queste gite non saranno mai critici (tutti sui 600m circa), ma a volte ci saranno da affrontare sviluppi notevoli.
Dopo alcune salite si apre davanti a noi il primo spettacolo mozzafiato della conca che porta al passo. Davanti a noi il trenino svizzero che ci apre la strada (cosa che non fa mai schifo)... noi seguiamo la traccia direi pigramente.
La situazione meteo non migliora né peggiora, finché dal passo vediamo finalmente la terra italiana e con essa il rif. Val Viola. Scendiamo e ci fermiamo a tirare il fiato all'alpe prossima al rifugio, anche per fare il punto della sitazione e decidere il da farsi.
Dietro l'alpe c'è la bellissima piramide del Pizzo Bianco, ma non c'è tempo per gongolare, dato che la neve riprende a fioccare. Eccoci di nuovo sul sentiero di ritorno seguendo le nostre stesse tracce e mi chiedo se è Pasqua o Natale... All'ennesima pausa, Lau si fa l'ennesimo cicchetto e noto un deciso miglioramento nelle sue capacità comunicative.
Arriviamo in un baleno al rifugio, caldo punto di ristoro.

3° giorno
E' Pasqua e riceviamo un bel regalo: il sole, ma con questo è arrivato un gran vento, almeno in quota. Piano piano le cime si arrossano e abbiamo anche visite davanti al rifugio: una cincia col ciuffo sta piluccando i sacchetti porta semi posti appositamente da Bruno per loro.
E' ora di partire e la meta sarebbe il passo di Val Mera, che conduce nella valle di Livigno (occhio che ho usato il condizionale...).
Come al solito siamo gli ultimi ad uscire dal rifugio e il gruppo dei ciaspolatori è già in pista da un bel po', per cui non ci resta che seguire le loro tracce.
La Val Mera è uno splendido vallone incastonato tra il Corn de Camp e quello di Murusciola. All'inizio si sale con leggera pendenza. Quando questa comincia ad inerpicarsi occorre fare attenzione sulla direzione: volgendo a destra per salire su di un ripido pendio ci si porta al passo di Val Mera, andando più o meno diritto seguendo pendenze meno accentuate si arriva da tutt'altra parte al passo di Cardan, proprio di fronte al Bernina.
Noi seguiamo le tracce dei colleghi svizzeri ormai a tiro di schioppo, che (non so se per errore o per un voluto cambiamento di rotta) puntano verso il passo di Cardan.
Il vento è teso e pungente e difficilmente troviamo punti riparati, per cui la marcia continua con pochissime soste. L'ambiente (l'avrete visto dalle foto) è da sballo e oggi lo è ancora di più grazie alla neve immacolata che copre tutto e al sole che illumina come non mai.
Dopo aver superato alcuni dossoni e altrettanti pianori, raggiungiamo un colle dove termina il Corn di Murusciola. Libidine, tremenda libidine: da dietro il Corn du Camp salta fuori il Paradisin (la vetta più "rinomata" della zona, almeno per le salite scialpinistiche), con ai suoi piedi la vedretta du Camp, mentre dall'altro versante ecco la Scima du Saoseo (siamo forse in Brasile?).
Anche se ci aspettavamo di essere arrivati, occorre proseguire per altri 10 minuti per giungere in vista della meta della giornata.
A onor del vero, non sappiamo ancora dove siamo, ma lo capiremo subito una volta in vista del Bernina: è il passo di Cardan. La felicità è veramente tanta e la foto al panorama è d'obbligo.
Ma il vento è un vero inferno, per cui non possiamo permetterci di trascorrere troppo tempo davanti a quel ben di Dio. Iniziamo la discesa e solo parecchi metri più sotto troveremo un punto un po' riparato dove mangiare e goderci il sole magnifico.
Sole che ovviamente trasforma la neve, rendendola più pesante sotto le nostre ciaspole e provocando slavine ben evidenti lungo i versanti assolati del Corn du Camp.
E con questo siamo di nuovo al rifugio Saoseo.

4° giorno
Sigh, sob, sob... è il momento di rientrare a Milano.
Doppio sigh, sob, sob: abbiamo gli zaini ovviamente iper-carichi, con tutta la roba dei 4 giorni.
Dietro consiglio di Bruno, oggi tenteremo di fare una cimetta (il Mottal) di 2585 metri per poi scendere a Sfazù compiendo un lungo giro circolare. Nella prima parte del percorso faremo gruppo con i soliti svizzeri.
Scendendo lungo la mulattiera prendiamo le deviazioni per Aurafreida. Si sta a mezza costa in mezzo al bosco, tra la neve intonsa e le tracce degli animali decisamente più mattutini di noi, fino ad arrivare ad una decisa salita, che porta proprio alle pendici del Mottal.
Qui faremo un largo giro in senso orario (lontani dalle pareti più ripide) per entrare nel vallone che porta alla cima. La salita non è agevolissima ed occorre pompare il suo giusto per superare una decisa pendenza, ma in realtà in una decina di minuti è finita tutta la fatica e raggiungiamo lacima.
Anche oggi siamo premiati da uno spettacolo che fa drizzare i capelli e non possiamo non esimerci da fare la solita foto scema, compensata da un adeguato panorama del versante che va dalla Scima di Saoseo a Punta Sena.
Gli svizzeri se ne vanno in fretta, dato che hanno un bus che li aspetta a Sfazù; io e Lau gongoliamo un po' e poi prendiamo anche noi la via del ritorno.
Faremo un giro a di 180° alla base del Mottal, attraversando i pianoroni e scavalcando dolcissimi colli, da dove il panorama ci ripagherà sempre della salita.
Non è agevole trovare la rotta, ma con un po' di esperienza e un po' di culo arriviamo alle prime case delle innumerevoli frazioni che dovremo attraversare.
Qui il sentiero è proprio una palla: il bosco oscura il panorama, la pendenza è infinitesimale e la lunghezza estenuante.
Ad un tratto una civetta (o qualcosa di similare) passa tra me e Lau ed io profetizzo: "Attenzione, è segno di sventura", ovviamente scherzando, dato che la superstizione non fa parte del mio bagaglio.
Ma mi devo ricredere: dopo pochi metri scivolo su una lastra di ghiaccio, la bacchetta picchia sul tronco di un albero e rimbalzandovi arriva direttamente sulla mia fronte... Stong! Nulla di grave per fortuna.
Proseguiamo lungo l'infinito sentiero e quando crediamo di essere in vista di Sfazù, il bastardo riprende a salire. Gli improperi si sprecano. Decisamente stanchi e ancor più demotivati non vediamo l'ora di essere all'auto e per tagliare seguiamo le tracce di uno scialpinista. Finalmente ci siamo: ecco la strada. Mancano solo gli ultimi due metri e sull'erba bagnata il sottoscritto esegue un doppio salto carpiato con triplo avvitamento, mantenendo però una gamba solidale al terreno... morale della favola: stiramento del legamento interno del ginocchio destro. Gesso per 20 giorni e altrettanto tempo sarà dedicato alla riabilitazione.
Eccomi qui, bloccato a casa per un mese e mezzo a raccontarvi di questa bellissima gita, con uno schifosissimo epilogo.
A parte gli ultimi due minuti, vi consiglio vivamente di trovare il tempo per venire a visitare questa fantastica valle, che penso possa dare altrettante soddisfazioni anche d'estate.

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