Due settimane in Sudafrica

in viaggio con Davide e Laura in Sudafrica

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Due settimane in Sudafrica

Il nostro viaggio è stato effettuato dal 16 al 30 luglio 2005 con volo Linate - Francoforte - Johannesburg, auto a noleggio e seguente itinerario: Johannesburg - Haziview - Kruger Park - Van Reenen Pass - Lesotho e Ladybrand - Kimberley - Beaufort west - Outdstroon - Mossel Bay - De Hoop Park - Stellenbosch - Clovelly (Cape Town). Compresi piccoli spostamenti abbiamo percorso circa 4000 km.

Consigli
Sicurezza: qui servirebbe un lungo e complesso discorso per affrontare uno dei maggiori problemi del Sudafrica ma ci limitiamo a raccontare le nostre impressioni in considerazione del fatto che noi abbiamo viaggiato in coppia autonomamente, quindi eravamo più timorosi ma anche prevenuti rispetto a chi invece si trova in gruppo in viaggio organizzato.
Un certo rischio di aggressioni o rapina viene sempre segnalato nelle guide o altri racconti di viaggio ma quello che ci ha colpito è la perenne sensazione di essere osservati in modo non certo amichevole dalla popolazione più povera e nera; probabilmente esiste un giustificato odio di risentimento nei confronti dei bianchi per secoli di oppressione e apartheid, però come turisti ci saremmo aspettati di passare un po’ più inosservati. E' anche vero che in molte circostanze eravamo gli unici bianchi in giro per strada. Pare che gli afrikaneer (bianchi autoctoni) se ne stiano barricati in case con filo spinato e guardie armate.
Comunque seguendo semplici regole di comportamento non si hanno problemi: non lasciare roba a vista nell’auto; non viaggiare di notte nemmeno in auto; evitare le zone più povere delle città se non si è con una guida del posto; cercare di non apparire troppo spaesati, camminare con passo sicuro e non vestire in modo appariscente o con accessori di valore, diffidare di chi vi si rivolge con apparenti buone intenzioni ma in modo esageratamente gentile per aiutarvi.
Le mance: come in altri paesi extraeuropei anche qui le mance sono una istituzione, pur non essendo obbligatorie sono praticamente comprese in molti tipi di servizio, ad esempio al ristorante sostituiscono il nostro coperto e se pagate con carta di credito vi verrà chiesto di attribuire una percentuale di mancia al vostro conto, di solito il 10%, mentre se pagate in contanti tutto sommato vanno bene anche qualche moneta o il resto.
Mance vi verranno chieste ovunque anche da presunti parcheggiatori che si offrono di “sorvegliarvi” l’auto che probabilmente non sarà perfettamente al sicuro ma almeno non dovrete utilizzare i parchimetri che pure esistono ma nessuno usa dato che queste persone effettuano servizio con il benestare dell’amministrazione cittadina.
Attenzione a non esagerare con le mance: anche se all’inizio vi sembrerà poco elargire 1 o 2 R (20 centesimi di euro) considerate che in base al loro basso reddito medio, paragonato al nostro, è già una discreta cifra, inoltre a meno che non siate ricchi, se siete troppo generosi alla fine del viaggio avrete speso più in mance che altro.Bellezze naturali ma anche perplessità su un Paese africano in via di cambiamentoNoi abbiamo viaggiato in inverno date le stagioni invertite rispetto alle nostre, le temperature però sono accettabili, piuttosto simili alla nostra primavera ma serve quasi sempre un maglione anche di giorno soprattutto nelle zone ventilate. Mediamente nelle ore centrali della giornata ci sono 18-20 gradi e di notte fa decisamente più freddo, ovviamente le giornate sono corte, alle 18 è già buio e conviene tenerne conto per gli spostamenti, i parchi chiudono al tramonto e di sera è pericoloso viaggiare, anche in auto.16/7/2005 sabato, 17/7 domenica
Dopo un estenuante viaggio aereo notturno da Milano a Johannesburg (con scalo a Francoforte) in cui abbiamo mangiato di tutto e a tutte le ore ma non dormito, giungiamo a destinazione; l’aeroporto è molto grande e affollato, dobbiamo fare un’ora di coda per il visto sul passaporto, dopodiché ci rechiamo a riprendere il bagaglio… che non c’è! Ad una nostra richiesta di spiegazioni, una non proprio gentile impiegata dell’ufficio lost and found ci informa sbrigativamente che ci verrà spedito il giorno seguente e di lasciare un recapito nonostante ci preoccupiamo del fatto di non aver dimora fissa ma pare non sia un problema; in ogni caso siamo senza la valigia principale con i vestiti mentre per fortuna ci siamo tenuti due bagagli a mano con la biancheria intima e le attrezzature fotografiche, ma la prospettiva di rimanere probabilmente 15 giorni senza ricambio di abiti non è felice.
Irritati e ancora disorientati effettuiamo il cambio della valuta e ci dirigiamo alla ricerca della Hertz per il noleggio dell’auto e subito veniamo adocchiati da due tipi vestiti elegantemente che con modi gentili ma invadenti si offrono di accompagnarci, e qui è grazie all’intuito di Laura che evitiamo probabilmente una brutta avventura: infatti i due loschi figuri ci spingono sempre più in una zona appartata, Laura fa subito dietrofront (anche perché in quel momento ha tutti i nostri soldi appena cambiati) e io riesco a liberarmi con difficoltà dalle pressanti richieste dei due di ottenere una mancia, magari era solo questa l’intenzione ma preferiamo non aver rischiato, memori dei consigli di viaggio e delle guide che intimano prudenza e di non dar retta agli sconosciuti.
Il ritiro dell’auto avviene senza problemi e partiamo subito uscendo talmente in fretta con l’intenzione di lasciare Jo’burg che non ci preoccupiamo nemmeno della strada facendo una piccola deviazione ma poi ci calmiamo e, posizionato il gps, imbocchiamo l’autostrada con la nostra orrenda Toyota Tazz, modello di utilitaria venduta esclusivamente in Sudafrica, robusta ma priva di servosterzo (!).
Maciniamo chilometri raccogliendo le prime impressioni di ciò che vediamo: paesaggio monotono e piatto estremamente arido, spesso si vedono persone (neri) ai bordi della strada seduti o addirittura sdraiati e molti che chiedono passaggio, alcuni segnali stradali però intimano che è pericoloso fermarsi; non ne abbiamo la minima intenzione e ormai siamo impauriti e forse anche troppo prevenuti, ma le nostre impressioni non si modificano anche quando facciamo sosta presso una specie di autogrill dove cerchiamo di mangiare un panino; una ragazza si avvicina con l’intenzione di fare una specie di intervista, non capiamo bene cosa vuole realmente, parla un inglese veloce e poi vorremmo stare tranquilli ma qui ci pare che tutti vogliano qualcosa da noi, complice la stanchezza ancora del viaggio aereo ci sentiamo un tantino perseguitati.
Il resto del viaggio prosegue senza intoppi e ci fermiamo presso Long Tom Pass per una breve sosta panoramica di quest’area montagnosa teatro di importanti battaglie della guerra anglo-boera: long tom è infatti il nome di un cannone che troneggia nel piazzale al culmine del passo.
Arriviamo finalmente ad Haziview meta del nostro primo pernottamento, è già il tramonto nonostante siano appena le 17.30 ma qui è inverno e dovremo abituarci alle giornate corte. Il B&B è in realtà un ostello, il Gecko Bushpackers, ma abbiamo saggiamente prenotato dall’Italia una camera da 4 tutta per noi, come prima notte sarebbe stato troppo scomodo dover condividere stanza e bagno con altri. Il posto è carino, decisamente meno la locandiera che è comunque gentile e ci cucina il primo pasto africano a base di insalata e pollo speziato con riso, buono. La camera è spaziosa è colorata ma scarsamente illuminata, la doccia ha curiosamente il fondo in muratura verde, l’ambiente desta qualche perplessità per pulizia ma non ci formalizziamo di certo e sprofondiamo nel sonno già alle 20.

18/7 lunedì
Levataccia alle 5.30, oggi ci aspetta il Parco Kruger! Arriviamo agevolmente al gate di ingresso dopo mezz’oretta, sono le prime luci dell’alba è già incontriamo i primi animali, sono le comunissime gazzelle sprinbok o antilopi che ci attraversano la strada e sembrano quasi non accorgersi di noi ma fuggono al primo rumore sospetto.
Ci addentriamo nelle strade che sono in parte asfaltate ma anche sterrate con fondo però regolare di terra battuta, ben scorrevole ma con velocità sempre limitata a 40 km/h per ovvi motivi come ci ricordano i frequenti segnali. Prima di arrivare al campo del nostro pernottamento facciamo diversi incontri, zebre, gnu, due rinoceronti, un lago zeppo di ippopotami e coccodrilli, elefanti e molti altri che vedremo anche nel pomeriggio nel corso di un’altra escursione.
Arriviamo al Lower Sabie Camp, praticamente un villaggio che comprende abitazioni, ristorante, negozi, il tutto recintato con cancello di ingresso sorvegliato da guardie; per la notte abbiamo a disposizione un cottage con veranda e posto barbecue. La sera ceniamo al ristorante situato su palafitte protette da reti elettrificate esposte sul bushveld sottostante dove si possono ammirare gli animali, in particolare si vedono molti ippopotami che sguazzano nel fiume Sabie ma nel corso della serata passa anche una iena incuriosita ma per nulla intimorita dalle esclamazioni di stupore degli astanti. Ottima la cena tipo buffet con ogni tipo di pietanza.

19/7 martedì
Partenza di nuovo all’alba per poter arrivare presto all’uscita del gate e affrontare così la lunga marcia che ci separa dalla prossima destinazione, circa 600 km. E’ proprio poco dopo la partenza dal campo, in una stradina sterrata secondaria che facciamo il nostro più importante avvistamento: due leonesse che tranquillamente ci attraversano la strada non preoccupate minimamente della nostra presenza e di quella di altre persone in un'auto che ci segue; questi addirittura ripartono per seguire i leoni, io la considero parte di una forma di fanatismo della caccia fotografica volta soprattutto alla ricerca dei famosi big five, noi preferiamo lasciare in pace gli animali pensando di essere già troppo invadenti con la nostra presenza in un ambiente che sopravvive certo grazie al turismo ma che impone delle regole di bon ton. Comunque per noi questo avvistamento porta a quota 4 la nostra collezione di big five, ci manca solo il leopardo ma è certo il più difficile da vedere e siamo più che soddisfatti.
Usciamo dal parco e facciamo una piccola deviazione per fermarci a Nelspruit, grossa cittadina in cui dobbiamo comprare dei vestiti perché come previsto la valigia non ci è stata recapitata e certo non sarà possibile dato che siamo continuamente in movimento.Nelspruit si rivela insignificante come città però riusciamo a fare in nostri acquisti spendendo pochissimo in un negozio non certo per turisti o gente ricca ma si rivelano ottimi indumenti.
Riprendiamo il cammino, il paesaggio intanto varia e lascia il posto a campi di aranci, limonaie e pascoli di magre vacche e pecore spelacchiate. L’alternarsi di questi e altri paesaggi nell’ambito di grandi spazi aperti insieme a zone in cui sorgono fatiscenti e poco robuste casupole in lamiera, abitazioni della gente più povera che sono la maggioranza in Sudafrica, descrivono la varietà di ambienti di questa regione. Spesso si vedono persone che camminano e percorrono verosimilmente enormi distanze a piedi dato che tra un centro abitato ed il successivo passano diverse decine di km.
A circa metà del viaggio, nei pressi di Newcastle veniamo fermati da un poliziotto (bianco) che gentilmente ci informa che viaggiavamo senza cintura e ci comunica che dovremo pagare la multa ma non sembra deciso, noi con l’inglese effettivamente non sappiamo destreggiarci molto bene ma non capiamo perché prenda tempo nonostante siamo perfettamente consci dell’infrazione; io confermo che sono disposto a pagare anche se ho il sospetto che cerchi di convincermi a dargli una mancia per “chiudere un occhio”, preferiamo però non cercare ulteriori problemi e chiediamo di poter pagare i 200 Rand al poliziotto che alla nostra richiesta di avere la ricevuta ci dice, indispettito, di rivolgerci al comando locale di polizia… figuriamoci! Morale abbiamo capito il giochetto, non documentando l’accaduto si è potuto intascare i nostri soldi; Laura furibonda vorrebbe chiedere ulteriori spiegazioni ma io preferisco andare via per evitare altri problemi, inoltre non abbiamo tempo da perdere, ci mancano molti km a destinazione.
Dopo questa disavventura raggiungiamo Van Reenen Pass e troviamo il Wyford Ranch al tramonto, siamo a 2000 metri e fa freddino soprattutto ora che non c’è più il sole; il cottage è molto bello, tutto in legno con tetto di paglia e all’interno un’accogliente caminetto che subito accendiamo. Ci sono diverse camere e una cucina ma noi abbiamo solo alcune provviste che ci siamo comprati strada facendo, la nostra cena per stasera: pane e biltong cioè carne secca di antilope comprata nel Kruger ma che si trova ovunque in SA.

20/7 mercoledì
Dopo un’abbondante colazione all’inglese e conoscenza degli altri ospiti del nostro cottage, molto simpatici, partiamo in direzione del Lesotho. All’ingresso della frontiera di Caledon una serie di complicazioni smorzano i nostri entusiasmi: ci controllano il passaporto ben 3 volte oltre a ispezionarci l’auto, poi c’è il timbro del visto, inoltre i doganieri non brillano certo per gentilezza, insomma il primo impatto con lo staterello interno del SA non è accogliente ma è solo l’inizio…
Il primo tratto di strada è molto bello e ci offre uno scenario molto diverso da quello visto finora: montagne rocciose simili a quelle della Monument Valley degli USA, ma già si cominciano a vedere abitazioni ancora più povere, baracche in lamiera o in fango essiccato, bambini che pascolano le pecore e uomini seduti ai bordi della carreggiata che ci guardano come se fossimo marziani, mercati densi di persone e mercanzie accatastate in completo disordine ma colpisce la sporcizia ovunque, rifiuti e macerie di case, carcasse d’auto abbandonate ai bordi delle strade.
Questo è lo scenario di Butha Buthe, una delle principali cittadine e in seguito non cambia, è evidente una enorme povertà ma anche colpisce la completa inoperosità della gente che stazionano vicino alle strade e chiedono passaggi; ci sono molte scuole ma sembrano chiuse, anzi si ha l’impressione che siano fin troppo segnalate come a voler dimostrare un buon livello di istruzione della popolazione ma sappiamo che non è così: il Lesotho è uno stato poverissimo con alto livello di ignoranza e disoccupazione, inoltre qui non vediamo alcun bianco, siamo proprio gli unici che passano da qui e questo scoraggia ulteriormente le nostre intenzioni di fermarci, quindi tiriamo dritto sperando che la capitale Maseru sia più accogliente ma un altro inconveniente ci toglie gli ultimi buoni propositi: veniamo fermati dalla polizia e multati per eccesso di velocità, stranamente però fermano solo i turisti mentre le auto locali sfrecciano a velocità ben superiori a noi… comunque anche questa volta non ci conviene discutere e poi la cifra da pagare è irrisoria e almeno ci consegnano la ricevuta.
Proseguiamo a passo di lumaca per timore di nuove contravvenzioni e con la fastidiosa sensazione di essere perseguitati come turisti, decidiamo quindi di abbandonare le previste soste e cercare di raggiungere il confine al più presto, non riusciamo nemmeno a fermarci per i bisogni fisiologici perché anche nella campagna aperta è pieno di gente dappertutto che ci guarda non appena rallentiamo.
Usciamo da Maseru Bridge, cioè il ponte che fa da confine con il SA, anche qui solita trafila di controlli ma questa volta almeno non ci ispezionano il bagagliaio. Proseguiamo per Ladybrand un po’ risollevati per aver lasciato alle spalle il Lesotho, esperienza per noi negativa. La nostra prossima tappa è Ladybrand dove abbiamo prenotato un B&B ma siamo in anticipo sulla tabella di marcia perché abbiamo saltato le soste in Lesotho, quindi proseguiamo per Modersport, una località che ospita una pittoresca chiesetta ma per arrivarci dobbiamo percorrere 10 km di una strada sterrata che sulla carta era segnalata come via di comunicazione importante: giunti sul posto troviamo Modersport Mission che non è nella roccia come segnalava la guida EDT ma fatta con la roccia, cioè pietre ricavate dalla rossa montagna sovrastante. Il posto sembra abbandonato e le poche case adiacenti sono stranamente disabitate, tutt’intorno è silenzio e tranquillità, in netto contrasto con il giorno precedente, questo ci ripristina il buon umore e ritorniamo a Ladybrand al Oak Tree Lodge, casa elegante sita in periferia di un paesotto un po’ cresciuto che sembra privo di alcuna attrattiva; il centro è abitato solo da neri e i negozi riflettono la povertà di questa zona, approfittiamo per comprare una cintura in un negozietto che vende un po’ di tutto, il proprietario dai tratti somatici orientali è molto guardingo mentre gironzoliamo tra le mercanzie, segno evidente che i furti sono frequenti da queste parti.
Di sera ceniamo a base di pesce in un discreto ristorante consigliatoci dal nostro locandiere, qui invece ci sono solo bianchi, clienti e gestori, mangiamo discreto pesce e proviamo lo snoek, tipico pesce sudafricano simile al barracuda.

21/7 giovedì
Ore 8 breakfast inglese e scambio di battute con i gentili gestori dell’Oak Tree Lodge ma quando si tratta di ottenere informazioni sulla nostra prossima meta otteniamo solo scarne notizie, evidentemente nemmeno loro conoscono bene queste zone sebbene ci abitino.
Partiamo quindi diretti al Maria Moroka Park con le sole informazioni del nostro libricino in cui si afferma esserci cottage all’interno del parco ma al nostro arrivo troviamo solo un lussuosissimo hotel casinò (il Sun) immerso in una zona desertica. Cambiamo destinazione e puntiamo verso la vicina Bloemfontein dove cerchiamo il tourist office per ottenere info per alloggi ma l’impresa si rivela ardua: non solo la “i” mappata sulle carte non è rintracciabile ma quando chiediamo informazioni pare che nessuno sappia di cosa parliamo sebbene in questa circostanza non abbiamo dubbi di esserci spiegati; l’unica persona che pare sappia qualcosa, una esile e bionda ragazza bianca, addirittura ci invita a salire sulla sua auto per condurci sul posto senza però precisare quanto distante fosse, noi preferiamo tornare alla nostra auto per evitare di perderci e inoltre siamo sorpresi da questo comportamento, come se il fatto di essere bianchi e turisti sia per lei garanzia di sicurezza, mah…
Usciamo da Bloem’ e ci dirigiamo verso un fantomatico parco nazionale che si rivela altrettanto desertico come il precedente, cioè nessun visitor center o ingresso, cominciamo quindi a capire che quelle che sono segnalate come parchi o riserve sono in realtà zone chiuse al pubblico.
Arriviamo quindi a Kimberley in anticipo di un giorno e dobbiamo cercare la sistemazione per la notte, l’unica che non abbiamo prenotato dall’Italia perché pensavamo di rimanere al “Maria Moroka”. Non è facile trovare un B&B, ci rendiamo conto di aver fatto bene a prenotare gli altri tramite internet (!). Questa volta troviamo il tourist office ma le impiegate addette non ci sono affatto di aiuto, si limitano a darci la lista dei B&B informandoci che dobbiamo preoccuparci noi di contattarli e nemmeno ne conoscono la disponibilità, quindi trascorriamo due ore di affannosa ricerca per le intricatissime vie che spesso non sono segnalate. Dopo vari tentativi troviamo il Leprechau lodge dove due donne svogliatissime (evidentemente non sono le proprietarie dell’abitazione) ci conducono in una bellissima camera… ma è una finta, evidentemente si accorgono che è troppo bella per il costo pattuito quindi ci fanno accomodare in un’altra che è comunque più che dignitosa.
Anche la ricerca del ristorante per cena è difficoltosa, nei pochi segnalati dalla guida non è possibile mangiare, sono pub, notiamo che alcuni sono occupati solo da neri e altri da bianchi ma in entrambi i casi veniamo praticamente ignorati nel senso che la nostra richiesta di un tavolo viene accolta con sguardi di stupore. Per fortuna ci imbattiamo per caso in una Steak House che poi scopriamo essere una catena di locali molto diffusa in SA: Spur, ottimi piatti di carne e hamburger in locale stile americano.

22/7 venerdì
Giornata dedicata alla visita delle miniere di diamanti per cui Kimberley è famosa, innanzi tutto il celebre Big Hole, racchiuso in un museo all’aperto sorto sul sito della prima miniera De Beers che inizialmente sembra chiusa per lavori di rifacimento ma poi scopriamo che è comunque visitabile: c’è la ricostruzione del villaggio dell’800 che ospitava i primi minatori ed è possibile vedere la famosa voragine di 800 mt, impressionante.
Nel pomeriggio decidiamo di cercare se è possibile visitare una miniera in funzione come è descritto sulla guida, ma giunti a Bultfontein mine di proprietà della De Beers mines come praticamente tutte qui, scopriamo che non è possibile effettuare l’underground tour perché essendo bassa stagione non viene effettuato. Anzi seguendo le indicazioni per il visitor center entriamo in quello che pare essere un normale ufficio aziendale ma gli impiegati sono molto gentili, in particolare un simpatico addetto alla vigilanza si offre di accompagnarci in una specie di visita guidata improvvisata, ci ospita sulla sua auto e ci conduce attraverso i blindatissimi campi di lavoro dove i minatori stanno chiusi per ben 9 mesi senza possibilità di uscire, praticamente un villaggio con abitazioni dagli angusti locali racchiusi da zone recintate più simili a un carcere. La nostra improvvisata guida ci racconta un po’ di tutto sulla vita dei minatori e alla fine siamo talmente soddisfatti che gli elargiamo una lauta mancia di ben 200 R (cioè circa 25 euro, non pochi per i loro striminziti stipendi).
Di ritorno alla città è ancora presto così cerchiamo un altro parco che è segnalato sulla carta ma anche in questo caso non troviamo niente, anzi siamo costretti a percorrere circa 50 km di sterrato in una strada che inizialmente è asfaltata ma poi attraversiamo il deserto per riportarci a Kimberley; alla fine ci ritroviamo l’auto talmente impolverata che è diventata bianca, c’è polvere dappertutto anche all’interno.
A Kimberley abbiamo prenotato al Hadida Guest House, molto bello con cucina per self catering, frequente nei B&B sudafricani, questo ci permette di fare colazione al mattino seguente risparmiando sul breakfast della “ditta” che non era compreso nel prezzo di affitto.

23/7 sabato
Partenza di buon'ora alle 7 per il lungo viaggio verso sud diretti alla costa ma con tappa in alcuni posti; arriviamo a Beaufort West prima del previsto dopo più di 500 km di scorrevole autostrada a parte qualche cantiere di lavori, frequenti nella stagione invernale.
Abbiamo quindi il tempo per visitare il Karoo Park, questa volta è un parco nazionale ben definito, recintato con tassa d’ingresso. E’ un’area di deserto cespuglioso circondato da montagne con percorsi sviluppati in sentieri e strade sterrate e asfaltate, ci sono alcuni animali, soprattutto le zebre di montagne e antilopi, certo è un po’ deludente rispetto al Kruger ma è comunque suggestivo il panorama e belle sono le strutture ricettive, peccato non aver prenotato in questi cottage…
Ritorniamo a Beaufort che dista solo 5 km e andiamo al B&B: Donking House, modesto ma pulito, la sera ceniamo in un pub stile scozzese (!) è l’unico che ci ispira ma ne vale la pena.

24/7 domenica
Rotta sempre più a sud, cambia il paesaggio che da desertico inizia ad essere sempre più coperto di verde vegetazione, non più aride sterpaglie ma terreni coltivati con alberi da frutto; attraversiamo uno spettacolare passo e giungiamo ad Oudtshroon dove ogni campo è un allevamento di struzzi, è infatti la capitale di questa importante risorsa economica e ovviamente ci rechiamo a visitare una di queste fattorie, la prima uscendo a nord del paese: Oudtshroon Ostrich show farm.
Veniamo accolti da un simpatico ragazzo nero che ci fa da guida e ci spiega ogni dettaglio della vita degli struzzi e ci introduce alla vera attrattiva della zona, la corsa in groppa a uno di questi animali, intrapresa da Laura che, per niente spaventata, si cimenta in questa singolare impresa.
Dopo gli struzzi visitiamo il vicino Cango Wildlife Ranch, praticamente uno zoo ma molto ben curato, dove gli animali vivono in ampi recinti ed è possibile osservarli tramite passerelle sospese da palafitte, oltre ad essere specializzato nella cura dei ghepardi ci sono molti altri animali dell’Africa e non solo. Nel complesso è un posto che malgrado l’ingresso pacchiano stile Disneyland e il presupposto di essere uno zoo, vale la pena di visitare. Da qui ci rechiamo alle Cango Caves, grotte sotterranee situate alcune decine di km più a nord al termine di una strada di montagna. Partecipiamo a una visita guidata della durata di un’ora in cui veniamo condotti nelle ampie camere che ospitano enormi stalattiti e stalagmiti, anche questa visita è consigliabile ma forse le caverne non sono eccezionali per chi ne ha viste di analoghe in altre parti del mondo; la peculiarità è la presenza di graffiti preistorici delle prime popolazioni sudafricane, i san.
Torniamo a Oudtshroon e conosciamo il nuovo B&B: Feather Nest.
La cena non può che essere a base di carne di struzzo che viene presentata in svariati modi, noi proviamo i medaglioni di carne e una pasta con un particolare sugo a base ovviamente di struzzo.

25/7 lunedi
Partiamo da Oudtshroon lasciandoci alle spalle l’odiosa puzza di struzzo che permea ovunque qui, anche se forse si tratta di un’erba particolare perché l’abbiamo sentita anche altrove e rimane il dubbio che non abbiamo tuttora dipanato.
Attraversiamo uno splendido canyon e dopo circa due ore (finalmente trasferimenti brevi) raggiungiamo Mossel Bay, cittadina affacciata sull’Oceano Indiano celebre per essere il punto di arrivo di B. Diaz durante il suo viaggio nel 1488. Visitiamo infatti il museo a lui dedicato che ospita una riproduzione dettagliata della caravella originale che invece è stata utilizzata nel 1988 per celebrare il 500enario con una traversata dal Portogallo fino a qui.
Altra attrattiva è il Post Office Tree, vecchio albero che veniva impiegato dai marinai dell’epoca per lasciarsi messaggi appesi a delle scarpe, si trova appena al di fuori del museo in un bel giardino con vista sul porto. Vicini anche alcuni negozi di souvenir dove facciamo numerosi acquisti e abbiamo qualche problema per ottenere la ricevuta (utile per riscattare le VAT) ma l’ostinazione di Laura ha la meglio.
Ci portiamo quindi a Dana Bay dove troviamo agevolmente il nostro B&B esposto al mare, accogliente ed elegante i cui gentili proprietari ci consigliano il ristorante per cena; ci andiamo presto con l’intenzione di una passeggiata al tramonto sulla spiaggia ma il tempo peggiora: incombono neri nuvoloni e c’è un vento gelido che non scoraggia i numerosi surfisti che sfidano le onde dell’oceano. Noi preferiamo osservare dall’auto e appena apre il locale (King Fish) ci rintaniamo per assaggiare un ottimo piatto unico di pesce, piccolo errore della cameriera nel darci il resto e anche qui l’intransigente Laura ammonisce la ragazza ottenendo ciò che ci spetta.
Ritorniamo al B&B con una fitta e sottile pioggerellina che fa stridere le spazzole del tergicristallo con un rumore assordante, per fortuna non ci capiterà più di doverle usare. Rientriamo e andiamo a dormire come al solito prima delle galline ma la stanchezza non ci consente altro.

26/7 martedì
Il trasferimento alla De Hoop Natural Reserve si rivela un po’ più lungo del previsto perché c’è un lungo tratto sterrato ma non come le eterne e noiose autostrade dell’interno, qui anzi il paesaggio non è mai monotono, ci sono campi dove pascolano bestiame e struzzi; ci sono tantissimi fiori tipici, le protee, simili alle aloe con infiorescenza arancione, e qui abbondano i mulini a vento che poi non sono altro che pompe d’acqua per irrigazione che già avevamo notato nelle zone desertiche.
Ad un certo punto la strada è interrotta da un fiume e un segnale indica che per l’attraversamento occorre un traghetto, si tratta di una chiatta trainata a mano per mezzo di una fune da due ragazzi neri che, a vederli all’opera mentre noi siamo immobili nella nostra auto assieme a quelle di altri turisti, ci sentiamo un po’ a disagio e quindi ci sembra doveroso elargire una mancia oltre al regolare pagamento.
Giungiamo al gate della De Hoope dove abbiamo prenotato un cottage, c’è un vento gelido e ci preoccupiamo del freddo che potrà esserci di notte ma poi il sole riporta una gradevole temperatura. La nostra abitazione è in un’area verde immersa in uno stupendo scenario con sfondo dell’oceano, inoltre siamo circondati da animali, gazzelle e zebre che pascolano tranquillamente nei prati delle abitazioni, ci sono anche molti uccelli simili alle faraone che si affollano per beccare le briciole di pane dei nostri avanzi, è un'oasi di pace straordinariamente rilassante, inoltre ci sono ben pochi altri turisti.
Dopo aver riposto i bagagli prendiamo l’auto e ci dirigiamo alla costa che dista una decina di km: una caratteristica di questa area sono delle dune di sabbia bianchissima che fanno da cornice tra il verde della riserva e il blu intenso dell’Oceano Indiano. Appena arrivati al sentiero che conduce in spiaggia distinguiamo degli spruzzi in lontananza tra le onde e guardando meglio vediamo le balene che affiorano in superficie per respirare: è uno spettacolo unico, sebbene esistono zone più rinomate per l’avvistamento dei cetacei questo è più defilato e immerso in un bellissimo scenario.
Il sentiero prosegue su passerelle di legno che sovrastano la spiaggia intercalata da scogli, prosegue per molti km ma per mancanza di tempo dobbiamo limitarci alle zone limitrofe; sulla spiaggia c’è la carcassa di una balena morta, evidentemente un piccolo viste le dimensioni ridotte (relativamente alle grandi…), forse vittima della perdita dell’orientamento. Passiamo anche sulle dune sabbiose che si inoltrano per il parco, sembra di essere in un deserto ma la sabbia è bianchissima, accecante, e contrasta con le due tonalità di blu del mare e cielo, bellissimi soggetti per fotografie.
Torniamo al cottage che è tramonto, un po’in ritardo rispetto alla parte nord del SA che abbiamo precedentemente visitato, questo perché siamo ad una latitudine più bassa. La cena questa volta è “self-catering” perché nel parco non ci sono ristoranti ne negozi, meno male che era segnalato nella guida e abbiamo fatto alcune provviste. Il cielo notturno è straordinariamente stellato perché qui non ci sono luci, è veramente un’area di pace infinita.

27/7 mercoledi
Risveglio all’alba con la nebbia mattutina bassa a pochi metri dal suolo; gli animali sono già attivissimi e ci attraversano la strada in più punti, percorriamo lo sterrato anche dopo l’uscita del parco per almeno un’altra ora di viaggio, poi inizia la N2 che dopo altre 2 ore ci porta a Stellenbosch; qui breve verifica della via del B&B prenotato e poi ripartiamo subito per la visita alle winelands con rotta precisa a Fairview, un’azienda vinicola di Paarl, caratteristica per ospitare un allevamento di capre oltre a produrre ottimi vini. Qui, come in moltissime altre fattorie è possibile effettuare la degustazione di vini, 15 R per 6 assaggi che garantisco siano più che sufficienti a far girare la testa, dobbiamo infatti “tamponare” con ulteriori assaggi di formaggi di capra per riprenderci, intanto Laura straparla e io ho le visioni mistiche come Fantozzi.
Dopo aver ripreso un minimo di conoscenza passando da coma 4 a 2 riprendiamo il cammino con direzione Paarl Mountain, un parco che comprende particolari rocce in bianco granito levigato con forma monolitica, considerate le seconde al mondo per importanza e dimensioni (dopo le Ayers Rock australiane). Per raggiungerle si deve percorrere una stretta e angusta strada sterrata che si inerpica sulla montagna, al termine un sentiero porta in cima a uno dei blocchi di granito, nell’ultimo tratto si percorre la nuda e liscia roccia e ci si deve aggrappare a delle catene di sostegno. In alto la vista spazia in tutto il territorio delle winelands fino alla penisola del Capo. C’è un vento forte e freddo che non mi permette di rimanere in contemplazione.
Ritorniamo a Stellenbosch con l’intento di ottenere informazioni su come spedire in Italia il vino eventualmente comperato ma a quanto pare è piuttosto costoso quindi desistiamo anche dall’acquisto perché sarebbe un problema trasportarlo. La cena serale è organizzata in un ristorante indonesiano, piacevole diversivo ai soliti piatti poco fantasiosi del SA, sul posto ci accoglie il simpatico proprietario che ci propone il rystafel, piatto costituito da un sacco di piccole pietanze con un’orgia di sapori, anche troppi ma ne vale la pena.

28/7 giovedi
Da Stellenbosch a Clovelly c’è solo un’ora di strada quindi decidiamo di proseguire per Cape of Good Hope passando per la costa dell’Oceano Indiano. Ci fermiamo a Simon’s Town per vedere la colonia di pinguini di Boulder Beach, carini quanto puzzolenti, e ci imbattiamo in uno strano animale simile ad un grosso topone che poi scopriamo essere la procavia del capo o, come la chiamano qui rock rabbit.
Entriamo nella riserva del Good Hope che è parco nazionale e giungiamo finalmente al termine della strada dove un cartello con le coordinate geografiche segnala il Capo di Buona Speranza. Un sentiero agevole si inerpica sulle rocce che sovrastano la punta del promontorio e da qui si assiste alla spettacolare vista dei due oceani che si incontrano. Sappiamo che in realtà la vera estremità australe è Cape Agulhas ma fa una certa emozione vedere le rocce che furono avvistate dai primi esploratori compresi Diaz e Da Gama.
Tra queste rocce è pieno di procavie che si lasciano avvicinare e accarezzare, indisturbate e abituate all’uomo, intente a brucare dei cespugli.
Riprendiamo l’auto per spostarci un po’ più in là, a Cape Point, cioè l’altra estremità del promontorio, un po’ meno meridionale ma dove c’è un visitor centre con una funicolare che porta in cima. Noi però ci fermiamo in basso per mangiare qualcosa in compagnia di numerosi uccelli che fanno a gara per rubarci il cibo assieme a più simpatici topolini mentre per fortuna non si vedono i temuti babbuini annunciati da molti avvisi che informano di non dare loro da mangiare per non divezzarli dal loro ambiente.
Torniamo tranquillamente verso il B&B e prendiamo contatto con il locandiere del Clovelly Lodge, bella casa con vista sull’oceano, anche dalla nostra camera. La sera ceniamo a Fish Hoek, cittadina anonima tranne che per una bella e ampia spiaggia per rilassanti passeggiate.

29/7 venerdi
Oggi il programma prevede la visita alla Table Mountain ma il tempo, per la prima volta da quando siamo in Sudafrica, è brutto. Nuvole scure dappertutto, ci dirigiamo comunque a Cape Town e visitiamo il museo di Barnard al Groote Shur Hospital, cioè dove avvenne il celeberrimo primo trapianto di cuore umano. L’ospedale è tuttora funzionante mentre il reparto dove avvenne l’intervento è ora adibito a museo. Interessante ma un po’ kitch la ricostruzione delle sale operatorie con oggetti d’epoca e manichini che simulano il personale che partecipò all’operazione. E’ comunque emozionante sapere che le sale operatorie sono le stesse utilizzate 40 anni fa.
Usciamo che è ancora nuvoloso ma almeno non piove, proseguiamo fino al Waterfront, zona turistica del porto dove c’è un enorme centro commerciale, il Victoria Wall, qui passiamo un paio d’ore nei negozi di ogni tipo, interessante anche per acquisti di artigianato africano. All’uscita sempre nuvole che nascondono la Table ma almeno sembra parzialmente libera Signal Hill, la collina che domina la City, raggiungibile in auto; non abbiamo voglia di camminare anche perché il tempo non invoglia e la temperatura è tutt’altro che gradevole, il maglioncino è sufficiente per pochi minuti all’aperto.
Dopo una breve escursione sulla sommità e aver dato la solita mancia ai “parcheggiatori” ritorniamo alla base passando per Chapman Point seguendo il consiglio del nostro affittacamere, una strada panoramica e suggestiva con ingresso a pagamento, peccato che la foschia e le nuvole limitano la visione. Giungiamo sulla costa indiana e ci concediamo un’altra bella passeggiata al tramonto sulla spiaggia di Fish Hoek.

30/7 sabato
Il giorno del ritorno. Sveglia prestissimo per raggiungere l’aeroporto di Cape Town con passaggio attraverso le bidonville periferiche dove regna miseria e sporcizia dappertutto. Riconsegniamo l’auto alla Hertz e prendiamo il volo Kulula che ci riporta a Johannesburg, qui abbiamo il tempo per sbrigare le faccende dei dazi doganali e la ricerca della valigia che era rimasta lì; gli addetti dell’ufficio oggetti smarriti ci assicurano che hanno tentato invano di contattarci al Kruger ma noi siamo sicuri del contrario, i nostri telefoni sono sempre stati attivi, pazienza, la valigia è intatta, consolazione è che non dobbiamo lavare i vestiti che sono immacolati dalla partenza.Mangiare costa pochissimo, anche nei ristoranti dove generalmente si mangia con 6-7 euro a testa, pietanze di pesce o carne si trovano ovunque indipendentemente dalla locazione geografica. Il modo di presentarli è sovrapponibile a quello anglosassone, cioè con piatti unici che comprendono il contorno, di solito patatine, riso o insalata. Tra i piatti di pesce il + comune è lo snoek, una specie di barracuda preparato in vari modi ma ritrova ovunque kinglip, cioè polpa di aragosta in varie salse. Le carni sono presenti ovunque ma la più tipica è il biltong, carne essiccata di vari animali ma soprattutto gazzelle, vagamente simile alla bresaola, è un ottimo spuntino veloce che può essere portato ovunque perché non ha problemi di conservazione.
Molto rappresentata è la cucina malese del Capo costituita da piatti speziati di influenza indiana conditi da curry in abbondanza. Le bevande: la birra + comune è la Castle che spesso costa meno dell’acqua in bottiglia, non molto diffusa, men che meno quella gassata. I vini sono ottimi e rinomati nella regione delle wynelads a est di Capetown.Le strade: sono generalmente in buono stato, le maggiori sono spesso a 2 corsie a tratti alternati, cioè diventano una per consentire le due nell’altro senso di marcia, in questo caso la corsia di emergenza viene anche usata, impropriamente ma di consueto, per spostarsi e farsi sorpassare, è buona abitudine ringraziare con un lampeggio delle 4 frecce. Le maggiori strade sono tutte asfaltate e in pochi casi esiste il pedaggio, a volte però anche quelle che sulla carta sembrano importanti possono essere sterrate ma sempre con fondo in terra battuta abbastanza scorrevole ma occorre riconsiderare i tempi di percorrenza perchè in questo caso si allungano notevolmente dato che la velocità deve per forza essere ridotta e in ogni caso è meglio rispettare i limiti di velocità anche perchè i turisti sono facili “prede” della polizia stradale: a noi è capitato di essere multati per eccesso di velocità assieme ad alcuni olandesi in un punto in cui tutti gli altri sfrecciavano a velocità ben superiori.
Nel parco Kruger le strade sono per la metà sterrate ma in buono stato, la velocità è tassativamente 40 km/h e occorre prestare molta attenzione all’attraversamento degli animali. Alcuni segnali recano la scritta solo in afrikaans, esiste poi un frequente cartello circolare con una grande S barrata che significa non fermarsi perchè può essere pericoloso, così come non è consigliabile dare passaggio ai tantissimi autostopppisti, la criminalità è veramente è un problema, anche di giorno.
La benzina costa circa la metà dell’Italia, i benzinai non accettano carte di credito, non esitono self-service e pochi sono aperti anche di notte, inoltre bisogna considerare che le enormi distanze consigliano di avere sempre il serbatoio pieno perchè la frequenza dei distributori in alcune zone è molto bassa. Vi puliscono sempre il parabrezza o addirittura vi sciacquano tutta l’auto, ovviamente vi chiederanno la mancia.
Orientamento: ci sono almeno 3 tipi di ottimi atlanti stradali che si possono trovare facilmente nelle librerie sudafricane e i alcuni centri commerciali compresi gli aeroporti principali. Una delle migliori è la Map Studio che è reperibile anche in Italia (v. Links) con vendita per corrispondenza. Tutte le mappe stradali hanno scala superiore a 1:1.000.000, dettaglio più che sufficiente date le notevoli distanze. Se si prevedono escursioni impegnative esistono comunque mappe molto dettagliate con i sentieri ma sono + difficili da trovare, solo in alcune grosse librerie.
Un gps cartografico non indispensabile ma può essere utile per risparmiare tempo nella ricerca delle destinazioni oltre a riprodurre un notevole dettaglio. Per Pocket PC un ottimo riferimento sono le Map&travel mentre per i gps Garmin le migliori si trovano al sito indicato nel links, con il vantaggio di poter inserire waypoint e punti di interesse a piacere.

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