Stati Uniti: il Mito dell'Ovest - Parte I

in viaggio con leander in Stati Uniti America

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Stati Uniti: il Mito dell'Ovest - Parte I

La genesi del nostro viaggio nell’Ovest degli Stati Uniti è legata a una coincidenza curiosa quanto tragica.
L’11 settembre 2001 (sì, proprio quel “September eleventh”) mi trovavo a casa di Enzo e Marina per uno dei periodici pranzi in casa di questo o di quell’amico. Con uno splendido menù di pesce, conversazioni piacevoli e rievocazione di vacanze passate insieme, per la televisione proprio non c’era spazio; tra un cocktail di scampi, un’insalata di polpo, un vassoio di acciughe all’ammiraglia e un merluzzo alla portoghese, ponevamo le basi del programma, per l’anno successivo, di una vacanza nell’ovest degli Stati Uniti d'America incentrata in particolare sui Parchi Nazionali. Come già gli amici, dal 1° gennaio 2002 sarei stato anch’io un pensionato, il che ci avrebbe consentito di effettuare il viaggio a cavallo di maggio e giugno, evitando così il caldo, l’affollamento e le possibili difficoltà di alloggio della stagione estiva. Vantaggi di non avere le ferie obbligate a luglio o agosto!
Solo una telefonata su un cellulare, ormai a fine pomeriggio, ci informava della tragedia del WTC inducendoci ad accendere la TV. Sullo sfondo delle Torri fumanti, “Nulla sarà più come prima” commentava il cronista con una frase, spietatamente vera, che sarebbe poi stata usata e abusata in ogni occasione; nel nostro specifico, l’effetto di una doccia gelata sopra un progetto appena formulato con entusiasmo.
Non nascondo di avere spesso provato fastidio per tante contraddizioni dell’“American way of life”. A modificare il mio punto di vista in tempi recenti non hanno certo contribuito i presidenti cowboys e i governatori forcaioli, la presunzione che il modo migliore di fare le cose sia sempre e comunque quello americano, la disinvoltura con cui si passa alla cassa di un supermercato con un’arma da fuoco acquistata insieme con i popcorn, l’ipocrisia degli alcolici bevuti in strada nascosti dentro un sacchetto, il consumismo scriteriato, il primato di maggiori inquinatori del pianeta, le vicende di Silvia Baraldini e del Cermìs.
Ma di colpo l’urgenza dei fatti non lasciò più spazio a simpatie e antipatie, brutalmente ci si trovò immersi in una realtà del tutto nuova: il mondo intero privato delle proprie sicurezze e messo di fronte a enormità fino ad allora inconcepibili. Ciascuno di noi si scoprì un po’ più vicino all’America in quanto più vicino alla vita, alla libertà, alla pace, contro la guerra dalle modalità più vili, contro un nemico sfuggente e perfido, disposto al sacrificio estremo in nome di un’interpretazione distorta delle dottrine coraniche.
Anche la nostra reazione, forse incosciente, forse fatalista, forse impulsiva o isterica, fu in sintonia con il rifiuto della gente perbene ad accettare limitazioni alle nostre libertà. Lo gridò pochi giorni dopo il popolo della maratona di New York e nel nostro piccolo lo gridammo anche noi: “L’anno prossimo il viaggio negli Stati Uniti lo faremo comunque”.
Tenemmo fede al proposito: il 20 maggio 2002 ecco il sottoscritto Leandro, Lino, Enzo e Marina, collaudatissimi compagni di viaggio, partire per la Grande Avventura che mi appresto a raccontare.

PROGETTAZIONE DEL VIAGGIO
Come ho già sostenuto in altri resoconti pubblicati su Ci Sono Stato, un viaggio, specie se organizzato in autonomia, non è mai limitato alle giornate effettive che si trascorrono sui luoghi di visita: c’è anche un prima (la programmazione) e un dopo (i commenti, i ricordi, il racconto, le immagini) che fanno sì che il viaggio abbia in realtà una durata ben più lunga.
Il “prima” del “nostro” Far West passò attraverso la lettura di varie pubblicazioni, la navigazione in una quantità di siti Internet (fondamentale, per quanto riguarda i Parchi Nazionali, l’immenso sito ufficiale del National Parks Service) e un importante contatto del quale parlerò tra poco. Per quanto concerne la letteratura manualistica, abbiamo consultato:
** il manuale DeAgostini-Baedecker “USA - Il Sudovest”;
** la guida Gremese “U.S.A. - I grandi parchi dell’Ovest”;
** i due volumi Edimar “I parchi americani” della serie Marlboro Country Books;
** la guida Routard “Stati Uniti - L’Ovest e i Grandi Parchi Nazionali”.
Per quanto riguarda le mappe stradali, non ci sono dubbi: Rand McNally, sia quelle pieghevoli dei singoli Stati ma meglio ancora il Road Atlas dell’intera rete stradale statunitense, reperibile anche in Italia nelle librerie specializzate. Ma quasi altrettanto valido è l’atlante della Mapquest, entrata sul mercato in tempi più recenti: è quello che abbiamo acquistato alla prima stazione di servizio presso la quale abbiamo fatto sosta circa duecento chilometri dopo la partenza da Los Angeles. Molto utile in fase di programmazione anche il relativo sito, che offre un livello di zoom fino ai singoli isolati delle strade delle grandi città.
Un altro sito dal quale si possono ricavare molte indicazioni utili di ordine pratico su una grande quantità di località è quello dell’organizzazione SeeAmerica.
Il programma, impostato con i punti fermi della partenza da Los Angeles e dell’arrivo a San Francisco, è stato strutturato non a singole giornate (cosa non facile da casa, senza avere un quadro “sul campo” dei tempi di visita dei Parchi, ricchi di “scenic drives” e di sentieri escursionistici), ma a blocchi di quattro-cinque, mettendo in conto anche tre o quattro giorni che abbiamo definito jolly a fronte di imprevisti o pause di riposo.
Il contatto al quale ho fatto cenno è un prezioso riferimento, suggeritoci da un’amica, frequentatrice da anni degli Stati Uniti. Si tratta dell’agenzia Hatausa, che si occupa di intermediazione gratuita per noleggio di automobili e prenotazione di alberghi in tutto il territorio degli States. Il sito è visitabile nella versione in italiano, dato che proprio con clientela italiana l’agenzia lavora parecchio, così come può essere contattato nella nostra lingua William Goldberger, per tutti semplicemente Bill.
Hatausa fornisce pacchetti già predisposti, così come si può contare su un servizio personalizzato comunicando il proprio itinerario, le località in cui fare tappa e gli estremi di una carta di credito. Il vantaggio consiste nel poter ottenere prezzi concorrenziali, vista la possibilità dell’agenzia, trovandosi in loco, di accedere in tempo reale alle numerose offerte che il mercato turistico americano offre.
Essendosi il nostro viaggio svolto in bassa stagione, abbiamo però preferito prenotare dall’Italia solamente il noleggio dell’automobile, i primi due pernottamenti (in particolare il secondo, sempre piuttosto critico al Grand Canyon) e gli ultimi quattro a San Francisco.
Anche se Bill ha la possibilità di fissare in anticipo la sistemazione per ogni sera di un intero viaggio, questa opzione ci è sembrata più vincolante che comoda: un qualunque inconveniente, una deviazione estemporanea per una località interessante scoperta al momento (è successo più di una volta), il desiderio di prolungare la permanenza in una zona piacevole o, al contrario, di lasciare prima del previsto un luogo deludente, sono tutti fattori che possono far sballare un programma messo a punto con precisione. E poi, forti di precedenti esperienze di viaggi itineranti, abbiamo confidato di non avere difficoltà nel reperire un motel/hotel/lodge di giorno in giorno: i fatti ci hanno dato ampiamente ragione.

Nota del luglio 2005: come mi è stato comunicato e ho avuto modo di riscontrare, il sito di Hatausa da qualche mese non è accessibile. Mi auguro che venga ripristinato, visto l'ottimo servizio che forniva e spero che arrivino buone notizie che, nel caso, mi premurerò di riportare qui.Racconto di un Grande Viaggio negli States.Abbiamo percorso un totale di 8701 chilometri toccando più o meno approfonditamente otto stati, per la precisione California, Arizona, Utah, Colorado, New Mexico, Wyoming, Idaho e Nevada. Ma dopo mille “istruzioni per l’uso dell’America”, è giunto il momento di raccontare il diario del “nostro” Far West.

Lunedì 20 maggio 2002 (europeo)
Volo GENOVA - PARIGI - LOS ANGELES
Decolliamo da Genova alle 7,40 e raggiungiamo Parigi alle 9,15. Giusto un’ora ci separa dal volo per Los Angeles delle 10,15, ma ci pensa un’imprevisto a prolungare l’attesa: sulla pista subito sotto alla gate 57 (proprio la nostra) viene notata la presenza di una valigia abbandonata o dimenticata, il che fa scattare l’allarme con immediato sgombero dei passeggeri dalle quattro uscite adiacenti a quella interessata. Infine gli artificieri fanno esplodere il bagaglio sospetto e sono ormai le 11,30 quando ci alziamo dal suolo parigino. Nel corso del volo recupereremo però circa un’ora e atterreremo a Los Angeles con soli 15 minuti di ritardo.

Lunedì 20 maggio 2002 (americano)
LOS ANGELES - NEEDLES (km. 445 / 445)
All the leaves are brown and the sky is gray
I've been for a walk on a winter's day
I'd be safe and warm if I was in L. A.
California dreamin' on such a winter's day

“Le foglie sono marroni e il cielo è grigio, sto camminando in un giorno d’inverno, sarei libero e al caldo se fossi a L.A., sto sognando la California in un giorno d’inverno”.
Così cantavano nel 1965 i Mama’s and Papa’s, gruppo mitico della West Coast, e a distanza di trentasette anni dall’irruzione nella nostra vita di quelle straordinarie musiche, ecco Los Angeles, familiarmente L.A. in omaggio alla tipica passione americana per le abbreviazioni, profilarsi sotto di noi. Che fosse grande lo si sapeva, ma non al punto che l’aereo debba impiegare venti minuti per attraversarne il comprensorio prima di dare inizio alla manovra di atterraggio. Tocchiamo il suolo alle 13,15.
Al varco d’ingresso, oltre che esibire il passaporto per l’apposizione del visto, occorre consegnare compilato il questionario che viene distribuito a bordo dell’aereo. Le formalità, a parte l’accurato passaggio attraverso i metal detectors, sono piuttosto veloci e il doganiere sembra solo curioso di sapere se ho in valigia “italian salami and cheese”. Cominciamo bene: vuoi vedere che sopravvive ancora, anche se in maniera scherzosa, lo stereotipo dell’italiano con la valigia di cartone legata con lo spago piena di salsiccia piccante e forme di pecorino?
La visita di Los Angeles non rientra nei nostri programmi, per cui ci rechiamo velocemente al parcheggio dove sono allineati gli shuttle gratuiti che portano alle agenzie di affitto auto: una decina di minuti ed eccoci alla principale delle cinque sedi della Alamo presenti nella metropoli. L’impiegato che si occupa di noi, un giovane di origine messicana di nome Alex, è decisamente sveglio e la pratica è sbrigata in breve tempo, tanto che poco prima delle 15, con Enzo ben saldo al volante, ci inoltriamo nella tentacolare L.A.
Per raggiungere Needles, la località in cui Bill ci ha fissato il pernottamento, dovremo coprire oltre 400 chilometri in direzione est. Abbiamo sul groppone undici ore di volo più nove di fuso orario (in Italia sono ora le 23,30), ma ci pensa il traffico cittadino a tenerci vispi, sempre all’erta in un labirinto di cinque corsie e di continui svincoli. Insomma, ci vuole quasi un’ora e mezza per prendere un po’ di fiato e vedere diradarsi la circolazione lungo la I-10 (I sta per Interstate) fino a svoltare sulla I-15 north poco oltre Ontario e poi sulla I-40 east all’altezza di Barstow. I 230 km. da qui a Needles scorrono sul velluto per la scarsità di traffico dovuta al fatto che la strada taglia il Deserto di Mojave (ecco che cominciamo a riconoscere i nomi e gli scenari dei fumetti di Tex Willer e di tanti films western!). Qualche saliscendi e rare curve tra pianure brulle che si alternano a moderate elevazioni, con il sole che si abbassa colorando il paesaggio di tonalità sempre nuove, ci danno un vago aperitivo del tanto favoleggiato Far West.
Oltre Barstow la mappa rivela ben pochi centri abitati, così riteniamo saggio reintegrare il carburante. Una buona norma è evitare di trovarsi in riserva, dato che abbiamo già capito che questo motore “succhia” parecchio; tra l’altro, in molti Stati degli U.S.A. (anche se non so quali) rimanere per strada senza benzina è considerato reato.
In un raggio di decine di chilometri dalla stazione di servizio non si scorge segno di vita, però sul lato opposto del piazzale c’è un motel che sembra preso pari pari da “On the road” di Jack Kerouac. Se anche un posto così isolato dà la possibilità di pernottare, possiamo davvero stare certi che non rischieremo mai di dormire in auto!
Sono quasi le 20 quando giungiamo a Needles. Secondo una tipologia urbanistica che riscontreremo spesso, la cittadina, piuttosto anonima, presenta una pianta allungata con vie trasversali che tagliano due o tre direttrici principali parallele sulle quali si allineano motels, fast-foods, supermarkets e distributori di benzina; anche una località di modesta rilevanza come questa prevede due successive uscite dall’Interstate (a proposito, il numero che contrassegna le “exit” è quello del miglio più vicino).
La struttura che ci ospita è il Best Western Colorado Inn; le due stanze ci costano $ 69 ciascuna, prezzo proporzionato al buon conforto offerto.
Intanto cominciamo ad accusare la stanchezza del volo e del successivo spostamento in auto fin qui. Insomma, l’esigenza del riposo è prevalente su quella di nutrirsi: ci limitiamo a un plum-cake acquistato nel food-market di una vicina stazione di servizio e un tè preparato con le dotazioni della camera.
Alle 21,30 sprofondiamo nei letti e piombiamo immediatamente nel mondo dei sogni, anche perché il nostro organismo sa benissimo che in Italia sono le 6,30 di domattina.

Martedì 21 maggio 2002
NEEDLES – TUSAYAN (GRAND CANYON SOUTH RIM) (km. 400 / 845)

Ristorati da un buon sonno, vogliamo partire senza indugi per raggiungere il Grand Canyon ed effettuarne già oggi buona parte della visita. Alle 8 eccoci quindi seduti in una tavola calda affollata di camionisti prospiciente lo stesso piazzale dell’hotel, alle prese con uova al bacon, pane, burro e marmellata, waffles (crêpes spesse un dito da guarnire a piacere), succhi di frutta, caffè (chiamiamolo caffè…) a volontà. Visto il quasi digiuno di ieri sera, mangiamo con grande appetito, anche se è evidente che non potremo sostenere tutti i giorni una colazione così sostanziosa.
Needles sorge in prossimità del corso del Colorado, che su questo tratto coincide con il confine di stato. Lasciamo la cittadina alle 8,30 riprendendo il viaggio lungo la nota I-40, per una ventina di chilometri parallela al Grande Fiume, già ben visibile sulla nostra sinistra, che caratterizza buona parte dei Parchi che visiteremo. All’altezza di Topock un ponte ci consente di attraversarlo, passando così dalla California all’Arizona.
Tiriamo diritto all’altezza di Kingman, località che gode di un certo richiamo turistico fondato sul revival della mitica route 66, e facciamo sosta per rifornimento a Williams, cittadina simpatica per via dell’atmosfera western ispirata da alcuni vecchi edifici in legno lungo la via principale. Siamo a 285 km. da Needles e lasciamo la I-40 per puntare verso nord sulla statale 64, poi Highway 180.
Giunti a Tusayan, che è in realtà una sfilata di strutture ricettive distribuite lungo la strada e su un ampio slargo, localizziamo il Rodeway Inn Red Feather Lodge presso il quale alloggeremo, ma preferiamo proseguire per accelerare l’arrivo al Grand Canyon, il cui ingresso non dista che un paio di chilometri. La parte che visiteremo tra oggi e domani è il South Rim, l’orlo meridionale; raggiungere di qui il meno frequentato e più elevato North Rim, che dista in linea d’aria meno di venti chilometri, richiede un largo giro in senso antiorario di oltre 300, per cui riteniamo più opportuno, in termini di distanze, recarci al settore settentrionale sulla via del ritorno da Yellowstone, Capitol Reef e Lake Powell tra un paio di settimane.
Si tratta del primo della quindicina (se ho fatto bene il conto) di Parchi che visiteremo, per cui provvediamo immediatamente all’acquisto del National Parks Pass, la tessera che consente l’accesso illimitato per un anno a tutti i Parchi Nazionali degli Stati Uniti al prezzo forfettario di 50 dollari. La card è riferita al veicolo indipendentemente dal numero degli occupanti e, visto che gli ingressi variano tra i $10 e i 20 ciascuno, la convenienza è evidente; vengono registrati un solo nominativo, il numero di patente e la targa dell’auto.
Ricevuti mappe e depliants in abbondanza (però, attenzione: eventuali copie in più delle cartine sono reperibili ai Visitor Centers dietro pagamento di 50 o 75 cents), raggiungiamo in cinque minuti il parcheggio di Mather Point. Siamo a quota 2170 metri e nonostante siano le 13 (entrando in Arizona abbiamo spostato gli orologi in avanti di un’ora per il cambiamento del fuso orario), fa meno caldo di quanto pensassimo.
Bastano pochi passi per raggiungere la ringhiera del belvedere e subito il Grand Canyon cala le sue carte migliori. Non bastano i racconti di chi c’è già stato, la lettura di cento libri e la visione di infinite immagini o filmati per dare l’idea dell’immensità che abbiamo davanti (anzi, di sotto) e credo che pochi altri luoghi sulla faccia della Terra lascino senza fiato come questo. Anche cifre i quali 450 km. di lunghezza, i 6-30 di larghezza e i 1500-1800 metri di dislivello dall’orlo al letto del fiume dicono poco se non si gode lo spettacolo con i propri occhi.
Non ci si aspetti però che il Colorado, principale protagonista di un’opera di scavo ed erosione durata oltre un miliardo e mezzo di anni, si riveli con facilità a chi guarda in basso dall’orlo; se ne scorge qualche breve tratto solo da alcune piazzole panoramiche. L’esperienza più completa consiste nello scendere fino alle sue acque e qui arrivo a parlare del maggior rimpianto di questo viaggio. L’escursione di discesa e risalita è possibile lungo due trekkings molto lunghi, il Bright Angel Trail e il South Kaibab Trail, ma la durata, l’impegno e le condizioni ambientali suggeriscono di spezzare la gita in due giorni con un pernottamento intermedio; il fatto è però che l’unica possibilità è data dal Phantom Ranch, situato al livello del fiume, e nonostante la mediazione di Bill il nostro tentativo di prenotarvi quattro posti è fallito irrimediabilmente, visto che già a marzo 2002 c’era il tutto esaurito fino a luglio 2003.
Cercheremo così di gustare al meglio dall’alto questa straordinaria lezione di geologia, con l’infinità di colori degli strati rocciosi sovrapposti che si arricchiscono di un’ulteriore gamma di sfumature con il variare della luce nel corso della giornata.
La prima metà è Market Plaza, per risolvere subito l’incombenza alimentare: tra l’offerta del self-service ci sono per fortuna insalate e macedonia di frutta, giusto l’ideale per lo spuntino leggero che ci siamo proposti.
Dal Visitor Center di Grand Canyon Village, fornito come quelli di ogni Parco di souvenirs, oggetti d’artigianato e pubblicazioni di ottima qualità, parte un servizio di shuttle bus gratuito; infatti per motivi di affollamento la circolazione delle auto private è interdetta lungo il West Rim Drive. Su un tragitto di circa dieci km. da qui a Hermits Rest si sviluppa questo itinerario imperdibile costellato di punti panoramici presso i quali la navetta effettua fermata: consiglio vivamente di prolungare il piacere delle soste, scendendo di volta in volta dal bus per risalire su uno dei successivi, distanziati di pochi minuti. Il percorso di circa un chilometro tra Mohave Point e Hopi Point merita di essere compiuto a piedi, in quanto è il solo tratto del settore ovest ad offrire scorci sul Colorado, che presenta acque di una splendida tonalità verde-azzurra.
Concluso il giro in navetta, indugiamo ancora sull’overlook (belvedere) di Mather Point, mentre il sole che va calando aggiunge sempre nuovi effetti di chiaroscuri alle infinite formazioni rocciose: nomi come Tempio di Thor, Trono di Wotan, Santuario di Krishna, Castello di Freya, Tempio di Vishnu, ben evidenziati sui numerosi pannelli orientativi, danno l’idea di quanto questa immensa architettura naturale abbia nel corso della storia sbrigliato la fantasia dei visitatori.
Rimandiamo la visita dell’East Rim Drive a domani, visto che coincide con il tratto iniziale del nostro itinerario in direzione est, e torniamo a Tusayan per prendere possesso dei nostri alloggi. Il Rodeway Inn Red Feather Lodge è confortevole tendente al lussuoso e il prezzo di $ 92 per camera risulta giustificato.
Per la cena ci orientiamo su una steak house poco distante dall’hotel. Data la vicinanza a un’attrattiva primaria come il Grand Canyon, l’impronta turistica del locale è molto marcata, con banconi e tavoli in legno massiccio, oggetti stravaganti appesi alle pareti, atmosfera da saloon, musica country ad alto volume e camerieri vestiti da cowboys: d’altra parte siamo in America ed è quello che, pur in maniera un po’ artificiosa, dall’America in fondo ci si aspetta. Fa parte del gioco anche il conto non proprio leggerissimo ma è anche vero che le bistecche sono ottime.
Concludiamo la serata con una breve passeggiata digestiva godendoci fino in fondo il conforto delle giacche a vento, portate pensando di esagerare in prudenza. Davvero non avremmo immaginato di avere freddo al Grand Canyon!

Mercoledì 22 maggio 2002
TUSAYAN (GRAND CANYON SOUTH RIM) – HOLBROOK (km. 382 / 1227)

L’hotel comprende nel prezzo la prima colazione, anche se l’assortimento, oltre a bevande calde e succhi di frutta, è limitato a tre di tipi di ciambelle, per fortuna disponibili in grande quantità. Visto che una comitiva di Indiani (dell’India, non pellirosse) non si fa scrupolo di rimpinzarsi sia la pancia che le tasche, non vogliamo essere da meno prelevandone un po’ anche noi per lo spuntino di metà giornata.
Come ho detto, non potremo effettuare il trekking di due giorni fino al fondo del Canyon, ma almeno un breve assaggio lo vogliamo assaporare: destineremo alla nostra escursione circa tre ore tra discesa e risalita. Ci portiamo così al punto di partenza del South Kaibab Trail (2212 metri di quota, 1458 di dislivello rispetto ai 754 delle acque del Colorado). Come tutti i luoghi di sosta lungo il South Rim, anche qui ci si imbatte in una grande quantità di simpaticissimi scoiattoli che sembrano usciti dai cartoni di Walt Disney e si lasciano avvicinare senza timore: ma i rangers, oltre a sottolineare quanto riportato nei cartelli sul divieto di dare cibo agli animali, avvertono che, nonostante le apparenze, si tratta degli animali più pericolosi del Parco, in quanto con i loro morsi possono trasmettere all’uomo gravi malattie.
Raggiunto il belvedere di Yaki Point (un quarto d’ora a piedi), ci caliamo lungo il sentiero a serpentine prendendo come punto di riferimento un capanno verde presso Cedar Ridge, a una quota di circa 350 metri inferiore. Su un slargo presso un ampio tornante facciamo sosta per lasciar passare una comitiva che sta risalendo a dorso di mulo: anche questa è una soluzione, ma bisogna prenotare in largo anticipo, sborsare $258 comprensivi del pernottamento al Phantom Ranch e passare ore e ore in condizioni tutt’altro che agevoli sia per l’uomo che per l’animale. Fate un po’ voi…
Da Cedar Ridge si ha un’ampia vista sul successivo sviluppo del sentiero: la grandiosità dello scenario lascia ammutoliti e, nonostante sia evidente la lunghezza e l’impegno dell’itinerario, rimane parecchio rammarico per avervi dovuto rinunciare. Intraprendiamo quindi la risalita, mentre il sole è ormai alto e si comincia ad accusare la calura: è ormai passato mezzogiorno quando torniamo all’auto per trovare ristoro con un’abbondante bevuta e con le ciambelle accantonate stamattina.
Riprendiamo il viaggio intenzionati a fare sosta per la notte in qualche località a circa 300 chilometri da qui, di cui i primi quaranta coincidono con l’East Rim Drive. Sono quindi d’obbligo le soste ai vari belvederi, il primo dei quali, dopo 11 chilometri, è Grandview Point, dove un pannello descrittivo indica con la consueta precisione i fantasiosi nomi delle varie elevazioni; dai successivi Moran Point e Lipan Point si scorgono, simili a nastri verde-azzurri, i meandri del Colorado, che in questo tratto comprende alcune rapide. Dopo Navajo Point, una torretta preannuncia Desert View Point, ultima tappa dell’itinerario e punto più alto del South Rim con i suoi 2267 metri: si tratta della Watch Tower, una torre di avvistamento antincendi di 21 metri costruita nel 1932 con i materiali locali e nello stile degli Indiani Anasazi (termine con cui in lingua Navajo sono definiti rispettosamente gli Antenati). Indugiamo sulla sua sommità per gustare fino in fondo quella che è, oltre che una delle più spettacolari, la nostra ultima veduta sul lato sud del Grand Canyon.
Sono quasi le 17 quando lasciamo definitivamente questa impareggiabile meraviglia della natura puntando decisamente verso est lungo la statale 64, della quale anche l’East Rim Drive fa parte. Al bivio di Cameron (km. 50) deviamo sulla Hwy 89 south, che si sviluppa in un paesaggio di media montagna i cui colori dominanti continuano a essere le varie tonalità di rosso, giallo e argilla, nel quale comincia ad essere frequente la presenza Navajo sotto forma di mercatini di artigianato: si tratta di manufatti semplici ma piacevoli quali tappeti, tessuti, oggetti in ceramica e piccoli monili ispirati alla simbologia dei nativi americani, tra cui particolarmente suggestiva è la figura del “flute dancer”.
Un’ottantina di chilometri portano a Flagstaff, che però tagliamo fuori grazie a una circonvallazione. Ci ritroviamo così sulla già nota I-40, che su questo tratto coincide con la Hwy 180, lunghi rettilinei piuttosto monotoni lungo i quali l’unica località di una certa rilevanza è Winslow, per giungere a Holbrook intorno alle venti. Abbiamo coperto circa 140 km. da Flagstaff e, dato che la cittadina esibisce una grande quantità di insegne di motels lungo la via principale, non ci sembra il caso di proseguire oltre.
Tra murales di scenari western, facciate il legno dipinto e insegne d’altri tempi, Holbrook ha la sua nota dominante in parecchi empori che espongono frammenti più o meno grandi di legno fossile. La cosa è spiegabile con la vicinanza della Foresta Pietrificata, anche se ci sembra una contraddizione un così forte mercato di reperti a fronte di leggi severissime contro il prelievo di materiali dal Parco. Riferendosi evidentemente ai ritrovamenti di scheletri di animali preistorici nei dintorni, le strade sono disseminate anche di una grande quantità di dinosauri di ogni dimensione, colore e materiale: una delle tante “americanate” in cui ci imbatteremo nel corso della vacanza.
Per il pernottamento ci orientiamo sul Budget Inn Motel, una struttura semplice gestita da una famiglia di Indiani (sempre quelli dell’India, per la precisione del Gujarat) che ha il vantaggio di offrire camere a $ 28,90, la sistemazione più economica dell’intero viaggio.
Tra la solita varietà di fast-foods, scegliamo “Pizza Hut”, catena diffusa in tutto il mondo che annovera una buona scelta di pizze e una qualità dignitosa. Un consiglio: essendo ricche di ingredienti e sostanziosissime, ci si può già saziare con il più piccolo dei tre formati disponibili. A fare un bis, magari suddiviso con gli amici, c’è sempre tempo.

Giovedì 23 maggio 2002
HOLBROOK – CHINLE (km. 328 / 1555)

Come ho accennato, Holbrook è situata sul bivio tra la I-40 e la Hwy 180. Carta stradale alla mano, risulta evidente che la via più logica per raggiungere la Foresta Pietrificata è la seconda, entrando così nel Parco dall’ingresso sud per percorrere in direzione nord la strada panoramica che termina proprio alla ricongiunzione con l’Interstate.
Una trentina di chilometri oltre Holbrook si raggiunge l’entrata del Petrified Forest National Park, presso la quale è consigliato visitare il Rainbow Forest Museum: oltre all’esposizione di bellissimi reperti, in particolare sezioni di tronchi che sembrano opere d’arte, alcuni pannelli illustrano le complesse vicende geologiche, telluriche e climatiche, tuttora oggetto di studio, che causarono il processo di fossilizzazione degli alberi. Ci immettiamo quindi nella Scenic Drive di 43 km. lungo la quale, come in tutti i Parchi americani, si incontrano precise indicazioni per punti panoramici ed escursioni a piedi: tra queste, è già esauriente la prima, il Long Logs Trail, un anello di circa un chilometro lungo il quale ci si aggira in mezzo a tronchi pietrificati che presentano una varietà di colori e di striature da far pensare all’azione di un artista anziché della natura. Altre passeggiate, quali il Crystal Forest Trail e il Blue Mesa Trail, sono tutto sommato ripetitive e, a meno di essere studiosi particolarmente appassionati all’argomento, ci si può anche limitare a una sola. Una sosta interessante è invece quella al Newspaper Rock, un grosso masso di arenaria sul quale sono riconoscibili figure di animali e simboli geometrici tracciati dagli Anasazi tra 700 e 1000 anni fa: per vederli bene è però opportuno usare un binocolo o un teleobiettivo, visto che il sito è transennato a una certa distanza.
Poco prima dell’uscita nord si trovano le Puerco Indian Ruins, residui di un antico insediamento indiano: li troviamo però piuttosto deludenti, visto che consistono in tratti di muretti in pietra alti non più di un palmo.
Torniamo infine sulla I-40 east, che fiancheggia per qualche chilometro il Painted Desert, all’interno del quale non esistono itinerari; bisogna quindi accontentarsi delle vedute da alcune piazzole panoramiche lungo la strada. Il paesaggio ha un indubbio fascino, con alture arrotondate a perdita d’occhio i cui colori vanno dal rosso e azzurro dovuti all’azione di ossidi di vari minerali fino ai toni grigi, bruni e viola delle stratificazioni di sostanze organiche. Però anche questo scenario non ci suscita entusiasmi sfrenati; evidentemente, avere cominciato il giro dei Parchi Nazionali con un “piatto forte” qual è il Grand Canyon ci ha subito fatto diventare esigenti!
Dopo una quarantina di chilometri lungo la I-40 east, tocchiamo Chambers, giusto sul bivio con la Hwy 191 north che seguiremo per il resto della giornata. Altri 60 km. ed eccoci, in prossimità di Ganado, alla deviazione per l’unico sito degno di menzione, la Hubbell Trading Post, una stazione di posta risalente a metà Ottocento classificata National Historic Site: sono stati mantenuti la struttura e l’arredo interno originari, che rendono il luogo meritevole di una breve visita. All’esterno è stata ricavata un’area picnic sotto gli alberi, così approfittiamo del fatto che sono appena scoccate le tredici per fare uno spuntino con le provviste che nel bagagliaio non mancano mai.
Gli 80 rimanenti chilometri da qui a Chinle non hanno storia ed è sufficiente meno di un’ora per raggiungere quello che in pratica è il punto di riferimento obbligato per la visita del Canyon de Chelly (si pronuncia “d’shay” ed è deformazione del termine navajo “tsegi”, nel senso di frattura nella roccia, cioè canyon) che diluiremo tra oggi e domattina: la cosa ci fa subodorare prezzi elevati e ne abbiamo immediata conferma. In città esistono solo tre strutture ricettive, evidentemente consorziatesi per praticare più o meno gli stessi prezzi. Visto che non c’è scampo, ci orientiamo sul Best Western Canyon de Chelly Inn (anche se un po’ asettico, per lo meno è una garanzia, facendo parte della catena più diffusa nel mondo), che per ciascuna camera ci alleggerisce di $ 101,50: ventiquattr’ore dopo il pernottamento più economico, il più caro di tutto il viaggio.
Scaricati i bagagli, ci rechiamo subito al canyon, di cui abbiamo intenzione di percorrere la più interessante delle due strade che corrono in prossimità dell’orlo superiore, il South Rim Drive, per complessivi 58 km tra andata e ritorno. Già dal primo dei numerosi overlooks ci rendiamo conto di quanto il luogo sia affascinante: come in tutti i parchi dell’Arizona e dello Utah che visiteremo, la nota dominante di questa gola, scavata in milioni di anni dall’ormai prosciugato Rio de Chelly, è l’infinita gamma di colori della roccia, dal rosso all’arancione al giallo al marrone. Qui si aggiunge la frequente presenza di macchie verdi coltivate, in quanto il fondo del Canyon de Chelly fu spesso abitato, in origine dagli Anasazi, poi dagli Hopi dopo alcuni secoli di abbandono e dall’inizio del Settecento dai Navajo, ai quali dal 1931 ne è affidata la gestione.
Tutte le piazzole panoramiche meritano una sosta per godere delle prospettive sempre differenti sulle formazioni rocciose, ma l’ultima, come l’opera di un’abile regia che prepara un finale a effetto, offre una veduta che lascia davvero sbalorditi, resa ancora più suggestiva dalla luce del sole che si sta abbassando. Non a caso ho parlato di regia; chi, come quelli della mia generazione, ha vissuto l’epoca d’oro del cinema western, non può non riconoscere lo scenario: quello che vediamo di sotto è l’anfiteatro in cui Gregory Peck e Omar Sharif cavalcavano disperatamente per sfuggire al cataclisma nelle sequenze finali de “L’oro di McKenna”. Il monolito al centro della radura, diviso in due pinnacoli da una profonda fenditura, è proprio quello che crolla subito dopo il loro passaggio e meno male che si trattava solo di un abile trucco cinematografico, visto che, a distanza di 33 anni, la Spider Rock è tuttora lì, a sfidare le leggi della statica in tutti i suoi 243 metri. Chissà che il merito di questo miracolo di equilibrio non sia davvero della Donna Ragno, la divinità che, secondo la leggenda navajo, vive alla sua base!
In alcuni belvederi sono installati dei mirini che consentono di individuare le numerose dimore, giunte a noi ben conservate grazie alla posizione protetta e al difficile accesso del canyon, che gli Anasazi ricavarono incredibilmente in cavità naturali delle pareti a strapiombo. Da uno degli overlooks si dirama l’unico itinerario a piedi consentito senza le guide autorizzate, che ha per meta proprio una delle più significative tra queste abitazioni: torneremo qui domattina per compiere l’escursione nelle ore più fresche.
Rientrati a Chinle, che è un paesotto allungato sui due lati della strada e nel quale nessun turista si recherebbe se non fosse vicino a una meraviglia come il Canyon de Chelly, non offre una grande varietà di ristorazione. Non ce ne stupiamo affatto e tra i vari fast foods scegliamo il Burger King che, per lo meno, propone un soddisfacente buffet di insalate.
A conclusione della serata, come ormai d’abitudine, ci dedichiamo a qualche minuto di zapping con la TV ma ormai non ci facciamo più illusioni di sentire qualche notizia dall’Italia o almeno dall’Europa; anche da parte di emittenti primarie quali CNN e ABC l’informazione è a senso unico e si direbbe che il resto del mondo non esista al di là dell’America o di quanto coinvolga strettamente l’America (vedasi Medio Oriente, Afghanistan e terrorismo). Le due notizie che per buona parte del nostro soggiorno monopolizzeranno il video sono la scomparsa di una bambina nello Utah (fatto terribile, però dopo una settimana di interviste ai parenti, agli amici, agli inquirenti, ai vicini, agli ex-vicini, alla maestra, ai compagni di scuola, ai genitori dei compagni di scuola, al sindaco del paese, ai concittadini, ai passanti, proprio non se ne può più) e la morte, con il contorno di retroscena, funerali, biografia, commenti, indagini, del boss mafioso John Gotti (che si tratti di lui lo comprendiamo solo dalle didascalie, perché capirlo dalla pronuncia degli speakers - qualcosa come “giaangari” - stiamo freschi!). Il tutto con lo scorrere ininterrotto in calce dei risultati di baseball, football, basket e, ma penso solo perché la nazionale U.S.A. sta ottenendo buoni risultati, anche dei mondiali di calcio di Giappone e Corea.
Ma c’è qualcosa che accomuna la TV locale con quella italiana: sono le repliche di films e telefilms di annata, ad esempio gli originali Perry Mason e Alfred Hitchcock in bianco e nero, con la curiosità, per lo meno, di ascoltare le voci autentiche degli attori.

Venerdì 24 maggio 2002
CHINLE – MEXICAN HAT (km. 243 / 1798)
L’accesso al fondo del Canyon de Chelly è interdetto alle visite, salvo partecipare ai tours guidati dai Navajos: il divieto è dovuto al fatto che diverse comunità lo abitano stabilmente praticando attività agricole, al delicato equilibrio delle rovine Anasazi e delle incisioni rupestri nonché alla sacralità di alcuni luoghi, in primis quelli dei massacri di 105 Indiani nel 1805 per mano degli Spagnoli e di altri 300 ad opera di Kit Carson (quello cattivo, non il pard di Tex Willer) nel 1864 dopo averli lasciati senza cibo per giorni e giorni.
Raggiungiamo il punto di partenza del White House Ruin Trail, l’unica escursione ammessa senza guida, intorno alle nove. Un percorso di discesa e risalita di cinque chilometri complessivi che richiede un paio d’ore a passo tranquillo porta con ampi tornanti al fondo del canyon: la serie di prospettive dal basso verso gli orli superiori sono l’ideale completamento dell’esperienza e non si dovrebbe rinunciare ad arricchire la conoscenza del sito con questa piccola ma ben ripagata fatica. Dopo un tratto che fiancheggia campi coltivati, si scavalca con un ponticello un corso d’acqua e si raggiunge il punto terminale della passeggiata: ci troviamo ai piedi della White House (così chiamata per la colorazione della roccia che qui è particolarmente chiara), sorprendente complesso abitativo ricavato in una rientranza naturale della parete a una decina di metri d’altezza. Nei dintorni sono presenti anche i resti di alcune kivas, tradizionali recinti di forma circolare deputati al culto e alle riunioni.
Secondo una delle leggi non scritte del turismo, sul luogo sono immancabilmente presenti alcuni Indiani della collettività che vive sul fondo del canyon (non aspettatevi che vi racconti che hanno il serto di piume colorate in testa, il calumet della pace, la faccia dipinta e dicono “augh”), che espongono manufatti di artigianato, in particolare piccola bigiotteria di buona fattura. Visto che questa gente non se la passa poi tanto bene, ci sembra giusto favorire loro anziché i negozianti ed acquistiamo a prezzi ragionevoli un paio di anelli e un ciondolo in argento raffigurante il già noto simbolo del “flute dancer”.
Con la risalita sull’orlo termina in pratica la visita del Canyon de Chelly. Dopo la sosta al Visitor Center, che diventerà una consuetudine per tutti i Parchi, rientriamo a Chinle, da dove riprendiamo la Hwy 191 north per una ventina di chilometri per deviare poi a sinistra sulla statale 59 all’altezza di Many Farms; questa strada secondaria ma agevole, lungo la quale si incontra solo Chilchinbito, un gruppo di case la cui unica attrattiva è la curiosità del nome, evita un giro più lungo e si raccorda con la Hwy 160 west dopo un centinaio di chilometri. Un’altra quindicina ed eccoci a Kayenta, considerata la “porta” sud della Monument Valley.
Siamo nel cuore del territorio Navajo, lo si nota dalla forte presenza di Indiani lungo le strade a reticolato di questa cittadina, peraltro piuttosto anonima e disordinata, che sorge a parecchie decine di chilometri da ogni altro centro abitato. Essendo però proprio per questo un importante punto di riferimento, offre tutti i principali servizi; quello per noi più importante, visto che si è fatta l’ora di pranzo, è un grosso supermercato all’interno del quale funziona un self service alla buona che si differenzia da tanti simili per la presenza di qualche specialità locale, tra cui un appetitoso pentolone di zuppa di fagioli e delle grosse focacce salate appena sfornate che mi danno la sensazione di essere un po’ meno lontano da Genova.
Da Kayenta si dirama la Hwy 163, che in 44 km. porta all’ingresso della Monument Valley, che non è Parco Nazionale ma per l’esattezza Navajo Tribal Park: non è quindi valido il National Parks Pass, ma bisogna pagare 5 dollari di ingresso. Il Visitor Center, sul quale spiccano le bandiere degli U.S.A., dell’Arizona e dalla Nazione Navajo, comprende un museo sulla storia della regione, una buona preparazione alla visita del Parco.
Non è possibile, con la parola e con la penna, rendere l’idea della magia di questo scenario, che ritengo incarni più di ogni altro il mito del Far West. La geologia ci spiega che questa antica zona di arenarie e calcari a circa 1600 metri di quota ha subìto nel corso delle ere l’opera erosiva dell’acqua e del vento che, sfaldando le rocce più tenere senza intaccare le più dure, ha creato questa straordinaria architettura naturale; ma davanti a queste meraviglie gli aridi dati scientifici importano poco e ci si sente, nonostante il forte impatto del turismo, più vicini alla sacralità che da sempre i nativi attribuiscono al luogo.
Dopo avere prelevato al Visitor Center la mappa che riporta i nomi di tutti i monoliti, tavolati, torrioni, guglie, pinnacoli che determinano prospettive e giochi di luce e ombra sempre diversi mano a mano che ci si sposta, si può intraprendere la Scenic Route, un anello di 27 chilometri che costituisce l’unico itinerario all’interno del Parco. La strada, sterrata e polverosa, può essere percorsa con la propria auto o con minibus / jeeps guidati dagli Indiani. La sede stradale, anche se praticabile da qualunque auto, non è del tutto agevole e molti possono preferire il giro organizzato, che è anche più in sintonia con l’ambientazione; si tenga conto che costa sui 25 $ a testa, compie più o meno lo stesso percorso e si mangia parecchia polvere, visto che i veicoli sono scoperti. Noi abbiamo utilizzato la nostra macchina, visto che Enzo è un ottimo autista, che l’abitacolo climatizzato fornisce un conforto da non trascurare con certe temperature esterne e che preferiamo decidere noi quanto tempo sostare nei vari punti panoramici. Ciascuno scelga come crede.
Ognuno dei belvederi sui quali indugiamo ha un forte potere evocativo, che è addirittura clamoroso al John Ford’s Point: qui ci si aspetta davvero di vedere spuntare da dietro la Merrick Butte, le Three Sisters o la Thunderbird Mesa la carovana di “Stagecoach” (Ombre rosse), il primo dei nove films che il grande regista ambientò nella Monument Valley. Tra gli altri cito solo “Sfida infernale”, “I cavalieri del nord-ovest” e “Rio Bravo”.
Anche in film più recenti estranei al filone western, quali “Ritorno al futuro” e “Forrest Gump”, appaiono sequenze girate qui. Ma a chi desideri consultare un repertorio più esauriente della tematica cinematografica nell’ambito del Far West, raccomando un bel libro acquistato in uno dei tanti Visitor Center: si tratta di “Cinema Southwest - an illustrated guide to the movies and their locations”, che si può anche comperare via Internet presso l’editore Northland Publishing. Sono 21,95 dollari decisamente ben spesi da parte di ogni cinefilo, anche se a volte non è immediato risalire dal titolo originale alla sua traduzione italiana.
Percorsa senza fretta la Scenic Route, ci tratteniamo ancora sulla terrazza panoramica del Visitor Center per godere delle suggestioni del sole calante che satura ancora di più la dominante rossa della roccia, dando l’impressione che i monoliti brillino di una luce interna. È quindi davvero a malincuore che giriamo le spalle a questo palcoscenico della natura, anche se dopo pochi chilometri lungo la Hwy 163 north facciamo un’ultima sosta per un’occhiata finale all’orizzonte sul quale si stagliano i profili dei monumenti, ormai minuscoli come un modello in miniatura.
Dopo la scorpacciata di bellezze di cui abbiamo riempito i nostri sensi e le nostre macchine fotografiche, non solo oggi ma in questi primi cinque giorni di America, sentiamo l’esigenza di un luogo tranquillo. Mexican Hat, 34 chilometri a nord-est della Monument Valley ormai nello Stato dello Utah, sembra davvero l’ideale: poche case basse allineate sulla strada che corre parallela alle acque del San Juan River, un silenzio quasi irreale.
Questo piccolo centro, data la vicinanza del Parco, in alta stagione presenta spesso il “tutto esaurito” nelle sue quattro strutture ricettive; fa quindi un certo effetto trovare alle sette di sera una sola auto parcheggiata davanti al Burch’s Motel. Ancora una volta le indicazioni della guida Routard sono precise: le due camere, molto confortevoli, ci costano $ 32,70 ciascuna, vale a dire il migliore rapporto qualità/prezzo dell’intero viaggio.
Il motel è uno dei tre caratteristici edifici in legno della Burch’s Indian Trading Company, oggi un posto tappa che offre alloggio, stazione di servizio, supermercato e ristorante prospicienti un piazzale sul quale sono sparsi carri d’epoca, statue di indiani in legno e altre anticaglie: questa è proprio America!
Anche il ristorante, una sala accogliente con caminetto e muri in pietra a vista, purtroppo penalizzata da un forte odore di fritto, si rivela all’altezza: le porzioni di roast-beef con contorni assortiti sono abbondantissime e a buon mercato.
Concludiamo la serata, piacevolmente fresca, con una passeggiata (non ci vuole poi molto!) nel paese semideserto e con un giro all’interno del supermarket. Visto che di solito questi empori prolungano l’apertura fino alle ventidue se non fino a mezzanotte, curiosare al loro interno, magari scambiando come stasera due chiacchiere con la cassiera, sarà spesso un modo rilassante per chiudere le nostre giornate, molto ricche ma a volte un po’ impegnative.
È tempo di far prendere fiato anche ai lettori. Ma prometto di tornare presto per raccontare i ventidue giorni di viaggio che abbiamo ancora davanti; sempre su Ci Sono Stato, s’intende! Nella Premessa non ho esitato a esprimere le mie perplessità su alcuni lati dell’America che mi convincono poco e d’altra parte nelle caratteristiche di ogni popolo esistono aspetti criticabili. Ma per obiettività bisogna anche rilevare tutto ciò che c’è di positivo, cosa che cercherò di fare nel corso di questo resoconto.
Agli Americani, per esempio, bisogna essere riconoscenti per quella comodissima invenzione che è il Motel. La parola è il risultato della fusione tra motor e hotel: è infatti il classico punto di riferimento di chi si sposta in automobile, che viene parcheggiata giusto davanti alla porta della camera. Come ho già anticipato, la diffusione dei motels è talmente capillare sul territorio da non rendere necessarie prenotazioni anticipate, salvo in altissima stagione, all’interno dei Parchi o in prossimità di grandi attrazioni (esemplare è caso del Grand Canyon). Come norma generale (ma non mancano gradite eccezioni), i prezzi tendono a essere più elevati quanto più le località sono vicine agli ingressi dei Parchi; al contrario, sono frequenti piacevoli sorprese di strutture confortevoli e a buon mercato in cittadine defilate dalle zone di importanza turistica. Al momento di chiedere i prezzi alla reception, informarsi sull’incidenza delle tasse, che devono sempre essere aggiunte in misura variabile tra il 4 e il 15% a seconda degli Stati.
Scenderò nel dettaglio di volta in volta, ma posso anticipare di avere speso, per una camera doppia, da un minimo di 20 a un massimo di 105 dollari, per una media di una sessantina per notte; al cambio, circa € 32 a testa, 864 per il totale di 27 giorni.
I motel affiliati alle grandi catene quali Best Western, Rodeway Inn o Ramada servono talvolta una piccola colazione a buffet, ma di regola essa è sempre esclusa dal prezzo, salvo la presenza del caraffone di caffè a disposizione gratuitamente alla reception. Spesso le camere sono dotate del bollitore corredato di confezioni di caffè-filtro, zucchero e tè: conviene quindi rifornirsi nei supermercati e tenere una scorta di biscotti, dolci, pane, marmellata e quant’altro.
La camera-tipo, il cui prezzo non varia in relazione al numero di occupanti, comprende due queen-size beds, vale a dire letti di poco più stretti dei nostri matrimoniali. Alcuni motel dispongono, per qualche dollaro in meno, di camere per coppie con un solo king-size bed, un letto molto grande dotato addirittura di tre cuscini. Tutte le camere hanno il bagno privato, ma il bidè è del tutto ignoto, il che impone di escogitare tecniche alternative, talvolta acrobatiche, per l’igiene intima; infine la pigna della doccia non è mai staccabile dal muro.Nell’America Settentrionale, già ne feci cenno nella relazione del mio viaggio in Canada, l’imperativo principale per il turista europeo è quello di limitare i danni all’apparato digerente e al fegato. Nonostante non manchino ottimi prodotti di base e da qualche tempo cominci ad affermarsi una certa coscienza alimentare, l’Americano medio sembra voler farsi del male ad ogni costo divorando cibarie a tutte le ore con modalità da far inorridire ogni dietologo: prevalgono gli alimenti fritti, gli enormi sandwiches affogati in grandi quantità di salse e salsine, i dolci sommersi di creme e/o panna e innumerevoli simili attentati alla salute; il tutto è accompagnato da devastanti bicchieri di bevande gassate colmi di cubetti di ghiaccio, continuamente reintegrati dagli onnipresenti distributori. A scanso di congestioni, bisogna imparare alla svelta la formula “Please, no ice”, anche se l’effetto di tale richiesta è a volte ricevere lo stesso sguardo con cui si guarderebbe un extraterrestre.
Dato che gli Americani mediamente amano poco cucinare, questi rituali di massa si consumano quindi negli innumerevoli templi dell’ingozzamento rapido che hanno nome McDonald’s, Burger King, KFC (Kentucky Fried Chicken, il rovinoso pollo fritto del Kentucky), A & W, Jack in the Box, Subway e tanti altri meno noti ma comunque equivalenti. Ad attenuante, bisogna dire che alcuni di essi (in primis McDonalds) da alcuni anni hanno saggiamente allargato la scelta alle insalate, meno nocive degli immancabili fritti: rassegnatevi però a rinunciare ad olio e aceto e a ripiegare sulle già citate salsine.
Questo regime nutrizionale è prevalente nelle località di provincia e l’ovvia conseguenza si manifesta nei diffusissimi esempi di obesità (soprattutto femminile) fino ad estremi clamorosi che mi è difficile descrivere. Nelle grandi città (noi abbiamo visitato solo Salt Lake City e San Francisco) si nota invece una maggior cura della persona, sintomo, oltre che di una più attenta informazione in merito tramite i mass-media, anche di un’alimentazione più oculata, cui contribuisce probabilmente anche un’offerta di ristorazione più variata.
Come salvarsi, allora? Come nutrirsi in maniera decente, il più possibile vicina, se non proprio all’impareggiabile dieta mediterranea, a un’alimentazione sana?
Fatto presente che in alcune (per fortuna poche) occasioni abbiamo fatto sosta in cittadine talmente piccole da non offrire alternative al fast-food, una buona soluzione consiste nelle steak-houses, dove si può mangiare un piatto unico di buona carne, o t-bone (bistecca con l’osso), o sirloin o scotch-fillet o porterhouse (corrispondono, l’una per l’altra, ai nostri filetto e controfiletto) di circa 250-300 grammi. Viene di solito richiesto il grado di cottura preferito: rare (al sangue), medium (media), well done (ben cotta, poco consigliabile in quanto tende a indurire). I contorni più frequenti sono le patate fritte (french fries) o cotte al vapore nella stagnola, legumi bolliti e insalata fresca; non sempre viene portato in tavola il pane, che comunque è piuttosto scadente; quando nel menù si legge che i piatti sono serviti with toast s’intende fette di pan carré imburrato (buttered) e tostato. Con l’aggiunta di una bevanda (birra nei locali con licenza per alcolici o un soft drink quale Cocacola, Sprite o altro), per una cena di questo tipo si può spendere tra i 15 e i 20 dollari a testa.
Riguardo alle bevande alcoliche, le normative sono complesse e variano da Stato a Stato e spesso da città a città: in certi locali privi di licenza (informarsi all’ingresso) è ammessa la formula B.Y.O. (bring you own = portati il tuo), che consente di pranzare bevendo birra o vino acquistati altrove.
Un’altra opzione raccomandabile consiste in alcune catene che applicano la formula “all you can eat” (tutto quello che puoi mangiare), di solito a prezzo fisso, che offrono un buffet sufficientemente variato da personalizzarsi a volontà il pasto. Darò maggiori indicazioni su questo tipo di locali nel corso del diario di viaggio.
La soluzione migliore è però senza dubbio quella di cui si può usufruire a Las Vegas. Tutti i grandi alberghi della città consentono a chiunque, clienti e no, l’accesso ai monumentali buffet di carni, pesce, insalate, frutta e dolci con una spesa che può variare tra i nove e i dodici dollari. Oltre all’evidente convenienza, anche la qualità è decisamente elevata, il tutto in un’ambientazione da favola.
San Francisco, infine, città multietnica come poche altre, offre una scelta sterminata di cucine internazionali, con note di merito per la Chinatown e per la zona portuale brulicante di ristoranti, ristorantini e chioschetti di ottimo pesce. Del resto abbiamo notato una differenza in meglio non appena, nell’ultima settimana, siamo entrati in California, imbattendoci in ristoranti più vicini, quanto a menù, ai modelli europei.
Ritengo utili alcune indicazioni sulle consuetudini in vigore nei locali americani. Di solito, all’ingresso spicca un avviso “Wait to be seated”, il che significa attendere l’inserviente per essere assegnati a un tavolo. Appena preso posto, compare il cameriere che porta un bicchierone a testa colmo d’acqua con ghiaccio: attenzione, l’acqua è quasi sempre sgradevole perché è quella del rubinetto contenente grandi quantità di cloro. A presentare il menù, prendere le ordinazioni e servire le portate è per lo più una terza persona, che sarà presumibilmente molto gentile con voi per una ragione assai semplice: vuole guadagnarsi la mancia (tip). La faccenda infatti funziona così: il personale percepisce stipendi di norma piuttosto bassi ed è quindi incentivato a offrire al cliente un buon servizio, ad esempio passando di tanto in tanto per chiedere se tutto va bene e reintegrando eventualmente il caffè (è talmente lungo da poter tranquillamente essere fornito gratis in grandi quantità). La mancia diventa quindi tacitamente obbligatoria; a volte però è dichiarata esplicitamente nel conto (a proposito, chiedere sempre “the check”, mai “the bill”) nella misura del 15%, caso in cui non è dovuto un cent in più. Capita anche che venga richiesto se si desidera o meno che venga inserita e questa mi sembra in tutta franchezza una prassi indisponente: in pratica è come avvisare in maniera poco elegante che, espressamente o implicitamente, la mancia bisogna comunque sborsarla.
Nei fast-food la cosa è molto più “sportiva” ed è sufficiente lasciare un dollaro a testa alla ragazza che ci avrà preparato il tavolo.
Tutto quanto sopra si riferisce, lo si sarà intuito, alla cena. Un viaggio itinerante come questo prevede infatti un solo pasto completo la sera, cercando magari di fare una buona colazione e limitandosi a metà giornata a uno spuntino. A tal fine, disponendo di un’auto, è conveniente viaggiare sempre con una certa scorta di bevande (molto pratiche le taniche d’acqua minerale da un gallone (cioè 3,78 litri) e un certo assortimento di provviste. Nei centri abitati che si incontrano non mancano empori più o meno forniti: abbiamo notato che formaggi e affettati solo nei supermercati più grandi sono venduti a peso, mentre nella gran maggioranza dei casi sono reperibili in confezioni sigillate di solito sui tre-quattro etti (in linea con il già citato consumismo e con la filosofia del “quello che ti avanza lo butti via”), per lo più di qualità mediocre. La frutta è molto cara (prezzi fino a tre volte quelli italiani), ma non abbiamo voluto privarcene per quasi un mese e ci siamo adeguati.
Come per le camere, anche negli acquisti si tenga presente che i prezzi esposti sono sempre al netto delle tasse, che vengono addebitate alla cassa (register). Infine, nel calcolare mentalmente il cambio si tenga conto che il riferimento non è il chilogrammo ma bensì la libbra.
Rimando alla sezione "Curiosità" per alcune indicazioni sulle unità di misura.Abbiamo utilizzato i voli Air France (vi è servito champagne a pasto anche in Economy!) Genova - Parigi e Parigi - Los Angeles all’andata, San Francisco - Parigi e Parigi - Genova al ritorno spendendo in totale circa € 650 a testa.
Per un viaggio soddisfacente all’interno degli U.S.A. è impensabile un’alternativa a un veicolo autonomo: è una nazione immensa servita da una rete stradale capillare, le distanze sono considerevoli e, anche se i servizi tramite autobus (i famosi Greyhound) sono efficienti, essi garantiscono il collegamento soltanto tra le località principali. Quindi solo utilizzando la macchina si possono penetrare tutti gli aspetti del Paese, dalle attrattive più decantate alle piccole realtà ritenute, spesso a torto, minori.
In una permanenza di quattro settimane su uno sviluppo di quasi novemila chilometri l’automobile finisce per diventare una vera e propria casa su ruote: di conseguenza, non è il caso di giocare al risparmio ma investire qualche dollaro in più per avere il maggior conforto possibile. Appoggiandosi (tramite Hatausa) alla Alamo, l’agenzia più presente sul territorio statunitense, ci siamo orientati così su una “fullsize”, per la precisione una Buick Le Sabre (praticamente nuova, con soli 280 km. percorsi), cilindrata 3800 cc., targa California 4WUT034, automatica come la stragrande maggioranza delle auto americane, dotata dell’irrinunciabile aria condizionata, con un bagagliaio adeguato a contenere borse e valigie di quattro persone, attrezzature fotografiche, provviste e gli immancabili acquisti che di giorno in giorno vanno a stipare ogni angolo disponibile. La spesa totale è stata di $ 1764 (al cambio del momento, circa € 475 a testa) comprensivi di chilometraggio illimitato, possibilità di quattro autisti, copertura assicurativa totale, pieno iniziale gratuito, nessun addebito per il drop off, come è d’uso per il ritiro e la riconsegna nell’ambito del medesimo Stato, la California. La patente internazionale è facoltativa, non essendo in sostanza che la traduzione in inglese di quella italiana, che è quindi sufficiente.
I limiti di velocità, indicati con grande evidenza, sono piuttosto rigorosi ed è meglio rispettarli, vista la frequenza e la severità dei controlli lungo le strade. Salvo particolari disposizioni locali, sulle grandi vie di comunicazione (Highways e Interstates) variano tra le 55 e le 75 mph (miglia all’ora, rispettivamente 88 e 110 km/h); nei centri abitati tra le 25 e le 45 mph (da 40 a 72 km/h); sulle strade panoramiche all’interno dei Parchi Nazionali, i limiti possono essere anche più restrittivi ed è consigliata una prudenza supplementare.
Su alcune norme di circolazione che differiscono da quelle europee non mi pare il caso di addentrarmi e rimando a quanto è riportato su tutte le guide di viaggio.
Non è difficile, salvo qualche incertezza iniziale, prendere confidenza con il sistema viario americano. Sui cartelli il numero delle strade, inscritto all’interno di uno scudetto, è per lo più indicato con un punto cardinale; il numero è dispari per quelle che si sviluppano in senso nord-sud e pari per il senso est-ovest. Capita che strade provenienti da direzioni diverse confluiscano coincidendo per un tratto, così ci si può imbattere in cartelli che riportano nei settori in comune due ma anche tre o quattro numeri differenti; l’importante è quindi tenere sempre la mappa a portata di mano e avere ben chiara la direzione verso cui si sta andando.
Sulle arterie a più corsie dei grandi agglomerati urbani, spesso quella di sinistra è riservata nelle ore di punta ai veicoli con due o più occupanti a bordo, evidentemente una forma di incentivo a condividere la stessa auto tra più persone per snellire il traffico. L’indicazione è data, a seconda degli Stati, da cartelli HOV-2 o HOV-3 (high occupancy vehicles) o da un rombo bianco tracciato sulla sede stradale.
In caso di dubbi, si può peraltro contare sulla disponibilità degli Americani a dare informazioni. Una curiosità: chiedendo la distanza da una località, aspettatevi una risposta quasi sempre espressa in tempo anziché in miglia (né tantomeno in chilometri), il che rende l’idea di quanto sia considerato rappresentativo il riferimento alle 65 mph (104 km/h), ritenute la velocità ottimale di crociera. Ad esempio, tre ore corrispondono più o meno a trecento chilometri.

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