New York, non solo Manhattan

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New York, non solo Manhattan

Sono partita per New York con un pizzico di dubbio (non ci saranno poi tante cose da vedere... ho visto talmente tanti film e foto che mi sembrerà un posto scontato), misto a timore (chi non ha visto Law & Order?!), e sicuramente tanta curiosità.
Sono tornata con la testa stipata di sensazioni, di immagini, di ricordi di volti, luoghi, spazi e una sensazione di profonda soddisfazione.
Cosa avrei potuto immaginare di meglio? New York è all'altezza delle aspettative che evoca, anzi va ben oltre. E dico New York, non solo Manhattan, che della metropoli è lussuosa e luccicante vetrina. Negli altri distretti abbiamo trovato meno sfarzo ma più situazioni comuni, vere e allo stesso tempo particolari, eterogenee e interessantissime. Ovunque colpisce l'impensabile varietà di architetture, paesaggi e persone che si possono incontrare e che mutano velocemente mentre si prende un'altra strada.
E’ una visita che consiglierei a tutti, per un periodo di tempo dai 3 giorni in su, e anche restando un mese sicuramente rimarranno ancora tante cose da scoprire.

LE FONTI PRINCIPALI
“New York” ed.Vallardi viaggi, collana Rough Guides.
www.cisonostato.it racconti di viaggi e forum, grazie a tutti!
Altre informazioni sono nell’apposito spazio links

DOCUMENTI E ASSICURAZIONE
Chi ha il nuovo passaporto non necessita di visto. Controllate sul sito della questura per i regolamenti attuali e il necessario per richiedere il passaporto. Noi abbiamo ricevuto il passaporto in due o tre settimane. Per le foto abbiamo utilizzato la macchina automatica(costo 2-3€), ma il risultato estetico è stato scarso e inoltre abbiamo dovuto rifarle una seconda volta in un altro posto perché la prima aveva un’inquadratura troppo stretta che tagliava l’estremità superiore della testa nonostante sullo schermo mostrasse un’anteprima intera. Varrebbe la pena informarsi del costo da un fotografo.
Prima di salire a bordo è necessario ottenere l’autorizzazione al viaggio (ESTA) è gratuito e molto semplice e si può fare dal sito https://esta.cbp.dhs.gov/ mentre le istruzioni si trovano sul sito dell’ambasciata Usa in Italia (vedi links).
E’ fortemente consigliata un’assicurazione sanitaria, se di solito non ricorrete ad assicurazioni basta leggere su internet i costi astronomici per una chiamata di ambulanza o una ingessatura e subito ci si convince a farla. Noi abbiamo scelto la polizza oro di ViaggiSicuri, che si può fare online e poi rimandando indietro il contratto firmato via fax.

COSTI, CARTE E BANCOMAT, MANCE
Costo totale del viaggio (2 persone, 12 notti nell’Upper West Side, volo Iberia da bologna a JFK con scalo in Spagna, pasti ed extra) : € 3750 circa più acquisti vari (TOT con acquisti €4100).
Noi siamo partiti senza contanti e abbiamo prelevato all’aeroporto di arrivo.
La carta di credito Visa è accettata ovunque (tranne dove non prendono carte) e funziona anche per prelevare al bancomat.
Avevamo un bancomat Maestro – Cirrus a testa, il mio è di quelli vecchi e non funzionava per prelevare, sono riuscita solo a pagarci gli abbonamenti della metro al distributore automatico. Per fortuna mio marito aveva quello nuovo col chip che funzionava al bancomat.
La Visa Electron prepagata non funziona né per pagare né per prelevare.
Consiglio: informarsi bene sui massimali della carta di credito e per sicurezza valutare se ampliarli temporaneamente. Ci è capitato di dover pagare l’albergo per intero all’arrivo (una bella somma) più i primi pasti e purtroppo anche se le transazioni risultavano con data di maggio ce le hanno addebitato comunque in giugno (tra l’altro c’era il ponte di mezzo, ma non dovrebbe essere tutto computerizzato mi chiedo?) esaurendoci subito il plafond mentre noi avevamo fatto conto sull’azzeramento a cambio mese! Per fortuna siamo riusciti a farcelo ampliare, cavandocela col bancomat nel frattempo. Ci è però costato 50 euro di chiamate al servizio clienti della carta e alla nostra banca. Chi non ha testa abbia…credito telefonico!
Le mance sono state inizialmente un argomento abbastanza spiacevole per l’imbarazzo di non sapere esattamente come fare.
Confermo quanto ho letto in giro, mi pare anche sul forum di CiSonoStato: il 10% è il minimo obbligatorio ed è considerato poco meno di un’offesa. Se il servizio è stato buono bisognerebbe lasciare il 16% circa che si ottiene raddoppiando le tasse, ma per esprimere particolare gradimento si lascia il 20%. Noi di solito nei posti più spartani facevamo una mezza via, arrotondando a seconda dei casi, tra il 10% e il 16%, dove ci è piaciuto di più lasciavamo il 16% o poco più.
Se si paga con carta in genere si aspetta il conto (the check) al tavolo, e spesso non è necessario chiederlo, te lo portano appena hai finito o a volte prima ancora, si consegna la carta al cameriere che torna con la ricevuta e una penna, oltre alla firma occorre compilare la riga della mancia (tip o gratuities) con l’importo desiderato e conteggiare il totale. Loro (non so come) la preleveranno dalla vostra carta.
Altrimenti si può anche pagare con la carta e lasciare la mancia in contanti, ma non mi pare gradiscano molto.
Se si paga in contanti si consegnano i soldi del conto tasse incluse al cameriere che porta il resto guardacaso con almeno cinque dollari in banconote da un dollaro e a quel punto si lascia la mancia sul tavolo prima di uscire.
Attenzione che a volte la mettono già in conto, a noi è capitato qualche volta, sempre del 16%, è indicata dopo il subtotale e le tasse, se si è in dubbio si può chiedere tranquillamente al cameriere.
Alla signora delle pulizie in albergo lasciavamo ogni giorno un dollaro sul blocco note dell’albergo, in fondo al letto. Al portiere dell’albergo che l’ultimo giorno ci ha chiamato il taxi e aiutato per 5 metri con le valigie ho dato 5$. Nessuno sembra essersi offeso, almeno spero.
Altra cosa da ricordare: quasi sempre i prezzi indicati in negozi, ristoranti e locali sono senza Iva, solo con la tariffa del taxi dall’aeroporto e con i musei l’Iva era già inclusa.

VARIE
Il personale della sicurezza degli aeroporti Usa fa controlli a campione sui bagagli imbarcati aprendoli e perquisendoli. Per questo motivo si può scegliere di lasciare la valigia aperta oppure chiuderla e rischiare che debbano forzarla per l’ispezione. L’alternativa è la cintura con chiusura TSA (noi l’abbiamo trovata in una valigieria di periferia a 22 € l’una). Esiste anche il solo lucchetto. La cintura è come quelle che si utilizzano all’esterno delle valigie rigide per essere sicuri che non si aprano in caso di cedimenti delle serrature, ed in più nella chiusura si imposta la combinazione, mentre c’è anche una serratura la cui chiave universale è posseduta solo dal personale TSA- Transport Security Administration (almeno in teoria).
Come spostarsi
Voli Iberia (operato da American Airline quello intercontinentale dell’andata)
Bologna - Barcellona - JFK
JFK - Madrid - Bologna
Abbiamo comprato il biglietto a Gennaio al costo di 790 euro.
Se potete andateci in nave! Scherzo, perlomeno sono stati abbastanza puntuali, ma che sofferenza.
Posti strettissimi e sedili scomodi, come già l’anno scorso con AirFrance, ma stavolta niente monitor per ogni seggiolino, solo quelli comuni e al ritorno hanno funzionato (male) per solo due ore, in cui hanno trasmesso un filmato molto recente sulla stella NBA del momento Michael Jordan (!) e su modelle e attori che ormai sono sull’orlo della pensione, seguito da un film sugli alieni, che non era la cosa più rilassante da guardare su un aereo. Il personale era scortese, cosa mai successa sugli aerei. Al ritorno fatto di notte hanno abbassato le forti luci al neon per meno di tre ore, c’era un caldo soffocante e ci hanno rifiutato un secondo bicchiere di acqua dopo il pollo al curry, stavamo morendo di sete. All’andata gli alcolici erano a pagamento. Sui voli Iberia europei all’andata ci hanno offerto per colazione uno e dico un solo biscotto secco modello da gabbia del canarino e al ritorno la colazione era a pagamento. Avrei preferito pagare 50 euro in più e ricevere un trattamento migliore.
Per raggiungere l’hotel dal JFK che si trova nel Queens ci sono vari modi, noi abbiamo scelto il più comodo, il Taxi. Volevamo risparmiare energie per il nostro primo pomeriggio in città.
Ha impiegato circa 40 minuti ed è costato 45$ + pedaggio del ponte + mancia 20% totale 60$.
Nel percorso si vede la parte est di Manhattan coi grattacieli e i ponti sull’East River, non male come prima presentazione.
Volendo si potrebbe fare il percorso in metropolitana, ma c’è da considerare che le scale per accedere sono strette e a volte numerose per fare il cambio di linea e le scale mobili sono quasi inesistenti.
Ci sono anche compagnie di autobus private.
Al ritorno il receptionist ci ha consigliato la compagnia Dial4Limo (http://www.dial4limo.com/), da cui probabilmente riceve qualche mancia, però devo dire che ci è piaciuta: ci hanno mandato una Lincoln spaziosissima, per arrivare al sedile davanti dovevo allungare completamente le gambe, i sedili di pelle erano meglio di una poltrona e abbiamo pagato come per il taxi pubblico.
Restando 13 giorni è stato conveniente per noi acquistare la 14-Days unlimited metro card da 47.00$ l’una (la corsa singola costa 2$), acquistabile nelle macchinette automatiche alle stazioni metro e se si usa la carta di credito si ha la possibilità di una restituzione di denaro per i giorni rimasti in caso di smarrimento o furto. Con questa tessera si può viaggiare senza limiti sulla metropolitana fino alle zone più esterne di tutti i distretti e inoltre si possono prendere gli autobus. L’unico limite è che prima di riutilizzarla nella stessa stazione devono trascorrere 15 minuti, quindi fate attenzione a non sbagliare ingresso, dato che in alcuni casi ai due versi di marcia si accede separatamente dal lato opposto della strada e se sbagliate, come ci è successo, non si può rientrare subito nel verso giusto. Noi siamo stati fortunati a trovare un addetto che molto gentilmente ci ha fatto passare comunque.
A parte al verso e al colore della linea bisogna fare attenzione al numero che determina se il treno è locale o espresso (fa circa una fermata ogni 4-5). Cambiare tra uno e l’altro mantenendo il verso è molto semplice perché sono sempre sulla stessa piattaforma sul binario opposto.
Alcune stazioni chiudono la notte.
Le stazioni sono poco visibili da fuori, segnalate solo da due bassi lampioncini sferici verdi o da un piccolo cubo con una M.
In genere la metropolitana mi è sempre apparsa sicura anche di sera.
Il traghetto per Staten Island è gratuito e parte ogni 20 minuti da Battery park. Se anche non si vuole visitare l’isola-distretto vale assolutamente la pena farci un giro per la bellissima vista sulla baia, sui grattacieli di Lower Manhattan e del New Jersey, sui ponti di Verrazzano, Brooklyn e Manhattan e sulla Statua della Libertà.
A Staten Island, che è molto estesa, ci siamo mossi con l’autobus. Si sale da davanti per mostrare il biglietto al conducente o per comprarlo. Purtroppo non siamo riusciti a reperire una delle indispensabili cartine gratuite dei trasporti, ma gli autisti sono stati molto gentili a rispondere alle nostre richieste di informazioni e ad annunciarci la fermata a cui scendere.
Anche gli autobus sullo stesso percorso si distinguono in espressi e locali, se si possiede la Metrocard il costo non varia, altrimenti sono 5$ al posto di 2$.
Per il resto abbiamo camminato moltissimo. A Manhattan sono sufficienti la cartina della guida e quella del volantino che si trova in tutti gli hotel e posti turistici oppure quella dei trasporti pubblici, per i distretti esterni consiglierei di acquistarne una più particolareggiata.

Dove alloggiare
La cosa più difficile da organizzare e più onerosa da pagare.
Dopo essermi rassegnata al fatto che non ha senso usare i termini di paragone economici a cui sono abituata in Europa, ho prenotato con quattro mesi di anticipo una doppia standard con bagno al Park 79 Hotel (117 West 79th Street ) di cui avevo letto recensioni molto buone su internet.
Hanno voluto il numero di carta di credito ma, cosa secondo me importante, non ci hanno addebitato niente fino all’arrivo e in caso di disdetta con poco preavviso (mi pare 24 o 48 ore) ci avrebbero fatto pagare solo la prima notte.
Le foto sul sito rispecchiano esattamente quello che si trova all’interno, ma i colori e le angolazioni lo abbelliscono di molto. Diciamo che se ci si aspetta qualcosa di un po’ lussuoso si rimane delusi.
A parte questo, il personale è un po’ informale (che può anche essere un pregio) ma molto collaborativo: ci hanno fatto fare il check in con quasi un’ora di anticipo senza dire niente, non hanno fatto alcun problema a rimandare al giorno dopo metà del pagamento a causa di un disguido con il nostro bancomat, ci hanno inviato gratuitamente un fax in Italia quando ne abbiamo avuto bisogno per un motivo abbastanza urgente (non grave per fortuna), ci hanno prenotato il taxi e ci hanno tenuto le valigie l’ultimo giorno dopo il check-out.
Hanno l’ascensore, che non è scontatissimo a New York.
La camera è pulita, piccola ma agibile, il materasso comodo e sostenuto, le pulizie vengono fatte molto bene ogni giorno, cosa a cui non ero abituata nei precedenti viaggi. Noi eravamo al quarto piano, nella parte sul retro dell’edificio che dà su un cortile interno circondato da altri palazzi. E’ molto silenzioso, tranne che per il vecchio condizionatore che fa un rumore insopportabile. Per fortuna l’abbiamo dovuto usare una sola volta. Non andate in piena estate o non dormirete neanche con i tappi!
Il TV 27” al plasma sulla parete di fronte al letto ha un ottimo audio e tutti i canali via cavo.
C’è una cassaforte a disposizione sotto il comodino. C’è l’asciugacapelli e nell’armadio a muro ci sono anche asse e ferro da stiro. Ci sono una bella panca imbottita ai piedi del letto e una ampia cassettiera, quindi tutto sommato lo spazio è ben organizzato.
In teoria c’è l’accesso a internet tramite wi-fi, ma dalla nostra camera il segnale era troppo debole così dovevamo accamparci sulle scale o nel piccolo atrio che ha due sole poltrone piazzate a poca distanza da un potente condizionatore. Impossibile resistere per più di due minuti se non ci si vuole ammalare.
La colazione non è prevista, ma nell’atrio offrono gratuitamente the e caffè.
La posizione è ottima, almeno per me che non amo essere al centro della zona più affollata e turistica. Chi lo preferisce meglio scelga una sistemazione attorno a Times Square o nella zona del Madison Square Garden e dell’Empire State Building.
L’hotel trova nell’Upper West Side, una zona residenziale ricca e tranquilla a cinque minuti a piedi da Central Park, dalla metropolitana, dal museo di Storia Naturale, dalla Broadway e dalla Amsterdam Avenue dove abbondano i posti in cui fare colazione o cenare anche fino a tardi o addirittura per tutta la notte.
Nel complesso siamo stati contenti della scelta.

In cucina
Per chi ama sperimentare cibi diversi e sapori provenienti da tutto il mondo New York è il paradiso culinario. Noi abbiamo cercato di spaziare il più possibile tra i generi (vedi sottotoli nel diario di viaggio), abbiamo mangiato molto bene, eccezioni a parte, e abbiamo sempre speso poco o comunque meno che in Italia: da un minimo di 10$ in due per un pranzo con hot dog a Central Park o 15$ in due per una cena in un diner ad un massimo di 40$ in due per lo stufato irlandese.
La vera sorpresa è stata la colazione: dai pankakes con sciroppo d’acero, ai waffel belgi ricoperti di banane e fragole, ai muffin, agli scones, alla più conosciuta colazione stile British con uova e pancetta. Ottimi anche i doughnut, i miei preferiti sono forse quelli della catena Dunkin’ Donuts.
Io non bevo caffè ma Matteo è rimasto molto colpito dal frappuccino di Starbuck’s, disponibile in quattro gusti diversi.
Tra tutti i locali vi consiglio assolutamente Zabar’s, sulla Broadway all’incrocio con la 80th st., è un’ istituzione cittadina, ha un reparto gastronomia, un settore casalinghi con vari gadget e soprattutto un reparto “ristorante” aperto fino alle 19 dove fare colazioni da sogno con una scelta di decine di paste diverse dai sapori particolari e i muffin appena sfornati più buoni che abbia mai mangiato. Servono anche bagel al salmone e piatti più sostanziosi. La mattina alle otto riuscivamo a trovare posto a sedere ma verso le nove era molto affollato e dovevamo comprare da asporto.
Da non perdere anche il ristorante malesiano Nyonya, 194 Grand St tra la Mott e la Mulberry St a Little Italy. Delizioso il piatto con riso, pesciolini essiccati in agrodolce, verdure, frutta tropicale e molto altro, scelto tra le specialità con riso. Meglio non lasciarsi tentare dai piatti in lunch special perchè sono un po’ troppo sobri. Molti piatti sono piccantissimi. Ci siamo tornati due volte e ancora me lo sogno. Il cibo asiatico migliore che abbia mai mangiato.

Itinerario
DIARIO DI VIAGGIO

Sabato 30 Maggio 2009, Giorno 1
Viaggio di andata, Traghetto per Staten Island, Times Square
Bologna ore 7:00 – Barcellona ore 8:30
Barcellona ore 11:15 – New York – JFK 13:20
A Barcellona, vicino al gate, ci hanno chiamato all’altoparlante per cambiarci il biglietto Iberia con quello American Airlines (c’era scritto quando abbiamo comprato il biglietto che il secondo volo sarebbe stato operato da AA). Nel frattempo ne hanno approfittato per interrogarci sul contenuto delle valigie, chi le aveva fatte, ecc., per fortuna in italiano. Alcune domande sono state ripetute in inglese all’imbarco.
Se vi siete portati un po’ di panini per il viaggio, meglio finirli tutti prima di decollare per gli USA, il trasporto di cibo e soprattutto di carne, (tipo prosciutto..ehm ehm) è vietato.
All’atterraggio lunga coda per i controlli all’ingresso, che tutto sommato si è esaurita abbastanza in fretta, forse una mezzoretta o meno. Ci hanno preso le impronte di tutte e dieci le dita e inoltre ci hanno scattato una foto del viso. Non è stato piacevolissimo e non lo sapevo prima di arrivare. Ma almeno ci hanno ammesso!
All’aeroporto abbiamo prelevato da un bancomat.
Evitati i soliti tipi poco raccomandabili che ti offrono un taxi non autorizzato, siamo usciti e abbiamo trovato con facilità la fila dei taxi con licenza. Inoltre c’è un impiegato che gestisce la coda, fornisce informazioni e ti consegna un modulo con indicato il prezzo fisso per Manhattan e il numero del taxi per eventuali reclami o smarrimento oggetti. Molto professionale.
Guardate alla vostra sinistra dopo circa 20 minuti (se siete diretti ad Uptown) perché ad un certo punto appaiono Manhattan coi suoi grattacieli e i ponti sull’East River. Una prima occhiata molto d’effetto.
Dopo circa 35 minuti arriviamo all’albero nell’Upper West Side, saldiamo, sistemiamo le valigie e ci fiondiamo fuori per non perdere tempo.
Arriviamo alla stazione metro più vicina dove acquistiamo i nostri abbonamenti bisettimanali alla macchina automatica.
Saliamo a bordo diretti al Battery Park. Non essendo esperti rimaniamo sul locale per tutto il tempo e impieghiamo un bel po’ a raggiungere l’estremità meridionale di Manhattan, ne approfitto per riposarmi un po’ e sbirciare i primi newyorkesi.
Risaliamo in superficie vicino all’ingresso per il traghetto di Staten Island: la piazza è piccola rispetto all’altezza dei grattacieli che vi si affollano attorno. Essendo l’ora di punta la stazione è affollatissima, c’è anche molta polizia tra cui due militari con una specie di mitra da guerra enorme. Penso che dovremmo aspettare uno o due traghetti successivi prima di poter salire, data la quantità di gente prima di noi, e non capisco perché molti non si mettano in coda all’arrivo del traghetto ma rimangano tranquillamente seduti sulle panchine. Poi, magicamente e molto ordinatamente, iniziamo a salire e in pochissimi minuti il salone d’aspetto si è completamente svuotato. Ci rendiamo conto che il traghetto, in apparenza non grande, contiene migliaia di posti. Saliamo fino al penultimo piano e ci sistemiamo all’aperto. Con noi ci sono moltissimi turisti, mentre i pendolari sono in maggioranza nella parte chiusa dell’imbarcazione. Siamo esausti ma l’atmosfera è euforica, tutti scattano foto e fanno esclamazioni in lingue diverse quando individuano la statua della Libertà o uno dei ponti o qualunque cosa li colpisca. Il vento è forte, il sole accecante, ci sono 23° e la vista è stupenda! Pensavo che la statua della Libertà sembrasse più grande ma in compenso il golfo è enorme e dei grattacieli del Financial District colpiscono la densità con qui si accalcano l’uno sull’altro e la quantità di finestre che hanno (danno la sensazione strana che è come se non fossero enormi ma avessero tante piccole finestrine appiccicate).
Arrivati a Staten Island tutti i passeggeri devono comunque scendere. Noi torniamo subito alle partenze per Manhattan.
A Battery Park riprendiamo la metropolitana e decidiamo di fare un salto in superficie per una prima impressione di Times Square. Lo spettacolo è da brividi. Una delle viste che mi hanno emozionato di più, non è un posto che si può dire bello ma è semplicemente esagerato, folle, impensabile. Siamo esausti e dopo una breve passeggiata e una sosta per vedere uno spettacolo di break dance sul marciapiede, torniamo all’albergo. Siamo troppo stanchi per cenare, e alle 20:30 siamo già sotto le coperte, soddisfatti dalla prima impressione e emozionati per quel che ci aspetta.
Io mi addormento mentre Matteo guarda i playoff NBA sulla ABC, Orlando-Cleveland.

Domenica 31 Maggio 2009, Giorno 2
Upper West Side, Natural History Museum $30 per due biglietti
Colazione: Egg on a Roll + ham da Ottomanelli (angolo W79th e Amsterdam), 12$
Pranzo: da Hummus Place sulla Amsterdam Avenue, 2 antipasti e due piatti di hummus, 31$
Cena: New Wave Diner sulla Broadway vicino alla w 79th st., 29$
Mi sveglio alle 3:00 e aspettando il mattino studio la guida e guardo la TV senza audio.
Alle 8:00, affamatissima, riesco a svegliare Matteo e ci dirigiamo alla ricerca di una colazione. Ho voglia di qualcosa di sostanzioso così entro in un deli e ordino un ottimo Egg on a roll + ham and orange juice, in pratica la versione fast food del British breakfast, proprio quello che ci voleva!
Facciamo un giretto, sulla Columbus Avenue c’è un mercatino pieno di frutta, miele e torte artigianali.
Visitiamo il Natural History Museum, su Park Drive west, all’altezza della 79th strada. Il prezzo è solo suggerito ma decidiamo comunque di pagare per intero. Il museo è immenso, conviene fare una selezione di ciò a cui si è interessati. Noi ci siamo rimasti credo quattro ore e lo abbiamo girato tutto. Bello e interessante il planetario con tutte le rappresentazioni in scala, dalle grandezze di spazio galattiche a quelle atomiche, è rappresentata anche una scala dei tempi a partire dall’inizio dell’universo.
Stupendo il piano dedicato ai dinosauri e ai mammiferi preistorici, che anche da solo merita la visita e secondo me è da non perdere se si rimane in città più di tre giorni.
Bella anche l’ala dedicata all’evoluzione dell’uomo, a partire dalla scimmia.
Per il resto mi hanno colpito alcune opere delle popolazioni africane, che non si incontrano molto frequentemente nei musei, e anche quelle delle popolazioni del sud america. Carini gli innumerevoli diorami su flora e soprattutto fauna di varie parti del mondo e anche delle popolazioni del mondo.
Usciamo che è già pomeriggio, c’è un gran sole e la temperatura è salita parecchio. Andiamo a sperimentare l’hummus in una catena che va di moda e ha buone recensioni su internet. Sono contenta di averlo provato ma sicuramente non è uno dei cibi più saporiti.
Esausti dalla visita e dal fuso orario che ancora si fa sentire torniamo all’albergo per un pisolino. Riusciamo per cena, per un tipico pasto americano in un diner. Si mangia volentieri ma non è niente di che.

Lunedì 1 Giugno 2009, Giorno 3
Grand Army Plaza, Fifth Avenue, Upper East Side, Guggenheim Museum(36$ per due), Flatiron Building, Madison Square, East Village.
Colazione: Amsterdam Ave tra la w 79th e la 78th str., waffle con banana e fragole, muffin, the e succo ($17)
Pranzo: Hot dog con crauti e salse dal carretto a central Park sulla 5th ave verso la e 80th str, meravigliosamente abbinato al succo tropicale (10$)
Merenda: un donut glassato da Donkin’ Donuts (0.90$)
Cena: piatto degustazione polacco al Little Poland 2nd ave tra 12nd e 13rd street, east village ($31)
Dopo una buonissima colazione con un waffle belga ricoperto di frutta andiamo alla Grand Army Plaza. C’è il sole e un bellissimo cielo azzurro. Il posto è bello con la vista su Central Park e su alcuni alti grattacieli. Sbirciamo timidamente dentro all’hotel Plaza che fa veramente la sua figura, al contrario dell’ingresso di altri famosi hotel, come il Waldorf Astoria ad esempio. Sulla piazza c’è il modernissimo ingresso in vetro all’Apple Store, che si sviluppa sottoterra ed è più che altro un elegante e costosissimo show room, data la grande quantità di persone che curiosano e navigano mentre pochi comprano. Davanti all’edificio della General Motors, un grattacielo con un ampio atrio, ci sono molti cronisti data la situazione finanziaria. Lì a fianco c’è il famoso negozio di giocattoli Fao Swartz, alla porta un uomo vestito da soldatino dei giocattoli sorride, fa il saluto e l’inchino a ogni persona che entra. Il negozio merita una visita, oltre che per i giocattoli per la bellissima atmosfera allegra e spensierata che mette davvero di buonumore. Ci incamminiamo sulla Fifth Avenue guardando gli edifici lussuosi, percorrendo dalla 59esima alla 80esima strada
Stremati dal sole ci dirigiamo al primo carretto per gli hot dog che troviamo, ce ne sono molti in zona, e compriamo due hot dog con salse e crauti e andiamo a mangiarli su una panchina di Central Park, accanto agli operai in pausa pranzo e ad un’arpista che sta suonando.
Dopo pochi minuti di cammino scorgiamo il Guggenheim Museum. L’edificio è davvero particolare e per noi è stata la parte migliore del museo, che fra l’altro avremmo potuto ammirare gratis anche dall’atrio invece di spendere 36$ per una passeggiata veloce di mezz’ora scarsa. Infatti abbiamo scoperto solo dopo essere entrati che alla collezione permanente erano state tolte numerose opere (ad esempio dei Kandinskij, tra gli altri) per lasciare spazio all’esibizione temporanea sul cinquantesimo anniversario del museo, che consiste in decine e decine di bozze e plastici delle opere del suo architetto Frank Lloyd Wright. Credo sia apprezzabile solo da architetti o da veri appassionati. Vi consiglio di informarvi bene sull’esibizione in corso o almeno su quali opere della collezione permanente non sono esposte. A noi è rimasta la magra consolazione di vederle nei poster del negozio del museo.
Per merenda assaggio per la prima volta un ottimo donut.
Prima di rientrare decido di vedere uno dei palazzi che mi incuriosisce di più: il Flatiron Building. Giunti nei pressi, lo cerchiamo per un po’ prima di renderci conto che ce l’abbiamo di fianco, dobbiamo solo cambiare angolazione per vederlo di taglio…è veramente strano!
Per cena scegliamo un locale polacco nell’east village. A quanto pare è a gestione famigliare, con personale e clienti di origine polacca. La cameriera non ha molta pazienza di spiegarmi il contenuto del piatto di degustazione ma anzi mi incalza chiedendomi se lo voglio con x o y e io tiro a caso, e lei continua chiedendomi se w o z…e continua così con quattro serie di alternative relative allo stesso piatto, tutte in polacco, mentre io non avevo neanche capito da cosa si partiva.
Alla fine ci porta due piatti enormi, credo che normalmente ci mangerei per almeno quattro pasti con quella quantità. Dentro ci sono una specie di wurstel con crauti, ma molto più speziati di quelli tedeschi, delle saporitissime polpette di carne e altre cose non ben identificate.
E’ un piatto interessante ma abbastanza estremo per chi non è abituato. Mangio per venti minuti poi restituisco il piatto alla cameriera, e quasi non si vede la differenza, Matteo invece è entusiasta e non demorde, dopo un bel po’ lo finisce, io temo seriamente un ricovero per indigestione.
Passeggiatina nell’east village e poi a letto.

Martedi 2 Giugno 2009, Giorno 4
Liberty Island(24$), Ellis Island, Financial District, Ground Zero, Stock Exchange, Wall Street, Tribunale della Corte Suprema, Little Italy, Frick Collection($30), Times Square di sera
Colazione: pancake al Manhattan Diner sulla Broadway vicino alla 79esima strada ($10)
Pranzo: Nyonya ristorante malesiano, 194 Grand St tra la Mott e la Mulberry St ($25)
Merenda: succo, iced coffee e doughnut da starbuck’s ($5.61)
Cena: KFC vicino a Times Square, pollo fritto (15$)
Oggi a colazione proviamo i pancake con sciroppo d’acero in un diner sulla Broadway. Sono simili ai waffle ma più tendenti al sapore della frittata, lo sciroppo ci sta benissimo, ma dopo averne mangiati un po’ stancano.
A Battery Park prendiamo il traghetto per Ellis e Liberty Island (24$ in due), nonostante le nuvole e la pioggerellina. L’acqua della baia è mossa e il piccolo battello ondeggia parecchio, per fortuna la traversata è breve.
Ci fermiamo prima a Liberty Island, facciamo un giretto ammirando il panorama e la Statua della Libertà, anche se decidiamo di non entrarvi. La statua è un must perché è impensabile andare a New York senza visitarla, ma a parte la curiosità di vederla di spalle e la magra soddisfazione di poter dire “ci siamo stati”, non dà molte altre emozioni.
Il museo dell’immigrazione a Ellis Island invece è più interessante, pur nella sua semplicità. Mi sono venuti i brividi nel vedere foto, oggetti personali, dormitori indecenti, e nell’immaginare il grande coraggio e la forza dell’enorme quantità di persone che sono passate quasi tutte di qui, prima di costruire gli USA come li conosciamo oggi.
Tornati a Manhattan facciamo merenda da Starbucks, il primo posto che troviamo nei dintorni, poi ci addentriamo nel Financial District. Ed eccoci a Ground Zero, grande cantiere tra i grattacieli. Non è stato questo, per me, il posto più evocativo dell’orribile ricordo di quanto ho visto in tv di quell’11 Settembre 2001. Vedere lo skyline dall’acqua o da Brooklyn, soppesando l’altezza dei grattacieli e la loro densità, poi camminare nelle strette vie del Financial District, soffocanti per il sole e la folla, mi ha fatto immaginare il caos e il terrore, non so come spiegarlo, ma sicuramente è solo una milionesima parte di quanto ha provato chi era nei dintorni o anche a chilometri di distanza nei vari distretti.
Continuiamo a camminare verso Wall Street, le strade sono strette quasi quanto le nostre vie pedonali del centro, ci sono cantieri ovunque che liberano polvere nell’aria, resa ancora più insopportabile dal caldo e dall’odore di urina. Entriamo nell’atrio di DelMonico’s uno dei ristoranti più antichi e lussuosi che può “vantare ” sulla facciata due colonne originarie di Pompei. C’è musica classica in sottofondo e l’atmosfera è pretenziosa, ma il menu ci delude: 40$ per una bistecca non mi sembrano poi molti. Lì vicino sono rimaste, in mezzo ai grattacieli, vecchie costruzioni basse e molto caratteristiche in stile “vecchio mondo”. È ora di pranzo e gli impiegati si affollano nei tavolini all’esterno dei vari locali. Questo angolo ha un che di Europeo, se non si considerano gli edifici di cinquanta piani che lo racchiudono.
L’edificio della Federal Reserve ha inferriate davvero spesse, la facciata della borsa è trasformata in un espositore della bandiera americana.
Uscendo dal labirinto tra i grattacieli incontriamo il Municipio, poi vari tribuanli tra cui quello della corte suprema che appare in innumerevoli film e serie, compresa la sigla di Law&Order. Gli avvocati si riconoscono, vestiti in modo molto elegante, che mangiano insalate da piccoli contenitori seduti sui muretti del piccolo parco adiacente.
Siamo ormai a Chinatown, lo si vede dalle insegne e dalle vetrine e bancarelle che espongono gioielleria vistosa, bracciali di giada, orologi contraffatti, paccottiglia e gadget di ogni tipo. Ci sono anche varie gastronomie con la merce sulla strada, i cartelli in cinese e, non so perché, sempre e comunque una pila di cioccolatini Ferrero Rocher.
Pranziamo al ristorante malese Nyonya, il cibo è delizioso, l’ambiente accogliente, la clientela di varie provenienze asiatiche , tutta piuttosto ricca e alla moda. Ci è piaciuto talmente tanto che ci riproponiamo di tornare.
Quando arriviamo alla casa museo di Frick, 1 East 70th Street, all’incrocio con la Fifth Ave, sono ormai le 16:30, e il cartello indica che la chiusura è alle 17:00. Scoraggiati chiediamo conferma ad un gentile custode che ci invita ad entrare dicendo che la chiusura è prevista alle 18:00 da nuovo orario. Decidiamo di entrare, grosso errore: la casa che il magnate dell’industria Frick fece costruire apposta per ospitare la sua vasta e pregiatissima collezione d’arte è stupenda e richiederebbe almeno un’oretta per apprezzare gli ambienti con arredi originali, tra cui uno splendido cortile interno col tetto a lucernario sullo stile di una villa romana, e almeno due ore per le opere, che sono molto belle e spaziano su varie epoche e stili. Ci sono quadri di pittori famosi al grande pubblico, come Goya o Turner, e altri di artisti a me sconosciuti ma altrettanto stupefacenti. Lo visitiamo per metà e quando ci accorgiamo che stanno per chiudere attraversiamo di fretta il resto degli ambienti. Consiglio assolutamente una visita!
Per cena usciamo verso Times Square e proviamo un altro grande classico USA: il Kentucky Fried Chicken. E’ ovviamente un cibo da fast food, niente di più, ma non è pesante come potrebbe sembrare ed è molto economico, nel complesso ne valeva la pena.
Times Square di sera è affollatissima come di giorno ma molto più accecante e frastornante.
Non riesco ad immaginare come debba essere trascorrervi il capodanno se anche una sera qualunque pare già una bolgia festosa.

Mercoledì 3 Giugno 2009, Giorno 5
Madison Square Garden, Empire State Building($40.00), Poste Centrali, Daily News, Public Library, NBA Store, Bloomingdale’s
Colazione: cafè sulla Amsterdam, Waffle e cappuccino ($11.30)
Pranzo: El Rio Grande, ristorante Tex-Mex, 160 East 38th Street ($40.00)
Cena: saltata
Stamattina replico la colazione con l’ottimo waffle ricoperto di frutta. Andiamo al Madison Square Garden per comprare i biglietti di WNBA per domenica. Matteo è emozionato di entrare in un tale tempio del basket e si fa scattare mille foto nell’atrio. Lì vicino c’è l’edificio più alto di New York, l’Empire State Buliding (ho scoperto dalle targhe automobilistiche che lo stato di New York è detto Empire State, da qui il nome dell’edificio). Fortunatamente non dobbiamo fare la coda per salire, il tempo che impieghiamo è dovuto solo al percorso interno abbastanza tortuoso e ai vari controlli di sicurezza. L’ascensore ci porta fino al 86esimo piano. Lo spettacolo è stupendo. Scattiamo come tutti un milione di foto e restiamo a lungo a goderci il panorama.
Pranziamo al ristorante tex-mex El Rio Grande, che ha un enorme toro alato appeso al soffitto, la clientela è abbastanza raffinata. Il cibo è buono ma mi aspettavo qualcosa di più saporito.
Dopo pranzo visitiamo le Poste Centrali, l’atrio del Daily News con un enorme mappamondo girevole e le distanze dalle città di tutto il mondo, la Public Library, di cui mi ha colpito il forte odore di carta antica, e la bellissima reading room principale. Poi ci dedichiamo un po’ allo shopping, entriamo in una libreria, in qualche negozio di vestiti (da segnalare Abercrombie & Fitch per l’impiego di giovani ragazzi e ragazze bellissimi e sorridenti come commessi, tra cui un modello a torso nudo all’ingresso con cui molte turiste non più giovani si facevano fotografare), all’NBA store dove Matteo compra una canotta a $80 (ed era del tipo più economico) e io mi diverto confrontando la mia mano con le impronte delle più grandi star NBA o guardando dal basso le statue a grandezza naturale di Yao Ming e colleghi. Torniamo in albergo verso le 21, proprio lì davanti è schierata una squadra di SWAT con tanto di mezzi, armi e cani. Non hanno bloccato il passaggio ai pedoni e così passiamo loro accanto con timore, poi il receptionist ci dice che si tratta di un’esercitazione…ma non potevano mettere un cartello?
Non abbiamo fame e siamo spossati quindi niente cena e subito a letto.

Giovedì 4 Giugno 2009, giorno 6
MoMA($40.00), Korea Street, Washington Square, Greenwich Village, Hudson River Park
Colazione: da Zabar’s, Broadway at 80th st, 1 donut + 1 danish ring + 1 muffin + 1 succo ($8)
Pranzo: Ristorante asiatico su korea street($32.50)
Cena: panini e birra da asporto al negozio sulla Amsterdam incrocio 79th st ($14)
Oggi decidiamo di provare la colazione di Zabar’s che è un’istituzione gastronomica, ed è davvero ottima, da non perdere! Interessante anche vedere la clientela variegata di gente del luogo, dalla ragazza in tenuta da jogging, al pensionato, all’uomo d’affari, il posto è piccolo e molto affollato e a volte non c’è posto per consumare all’interno.
Visitiamo il museo di arte moderna, il MoMA, ci è piaciuto molto. Mi hanno colpito in particolare i dipinti di Chagall, quelli di Modigliani, che non avevo mai visto dal vivo e la scultura di Boccioni. Ero emozionata di poter finalmente vedere Les Demoiselles d’Avignon, dopo averne visto in giro molti studi preparatori, e aver visitato diversi musei e mostre con opere di Picasso, purtoppo sono rimasta un po’ delusa, ma parlo da profana che si basa su sensazioni personali.
Molto interessante la sezione di arte contemporanea, con Pollock, Lichtenstein e Warhol tra gli altri, non posso dire di capire quel tipo di arte ma è sicuramente divertente.
La cosa sconvolgente, considerato quanto gli americani siano attenti alla sicurezza, è che davanti ai quadri non ci sono protezioni, e nessuno ti avverte di allontanarti come succede in Italia, quindi in meno di cinque minuti ho visto una signora strisciare inavvertitamente la manica del maglioncino su un dipinto e un bambino piazzare la sua dolce manina su un altro (e a quel punto il guardasala lo ha ripreso).
Bellissime le visite guidate dei bambini delle elementari. Abbiamo visto vari gruppi, le guide del museo, che evidentemente hanno ricevuto una formazione ad hoc, li intrattenevano in modo divertente e intelligente, riuscendo a coinvolgerli in piccole attività come disegnare un dettaglio di un quadro o imitare col corpo la posizione di una scultura o descrivere le sensazioni suscitate dalle opere. Ho spesso indugiato vicino a loro, stupita dall’originalità delle loro osservazioni e ammirata dal loro comportamento composto e divertito allo stesso tempo.
Pranziamo ad un ristorante asiatico in Korea street. Ci offrono un simpatico antipasto in cui distinguiamo solo le alghe, le altre cose sono sconosciute ma buone. Vogliamo provare i noodles e siamo presto accontentati: ci portano due ciotole di dimensione insalatiera famigliare colme di brodo, pesce, verdure e spaghettini. Come altre volte in precedenza, mangiamo per mezz’ora fino a superare la sazietà poi restituiamo la pietanza che sembra quasi intatta. Il sapore è buono ma niente di speciale. Quelli di Matteo sono piccantissimi, io non sarei riuscita a mangiarli, quindi attenzione al piccante se non siete abituati.
A Washington Square c’è moltissima gente: stanno girando il film Step Up 3, ci sono molti curiosi e qualche fan. Non avevo mai visto un set cinematografico, e non immaginavo quale enorme quantità di lavoro, persone, macchinari sta dietro ad una scena di trenta secondi! Tanta la pazienza di tutto il personale addetto a convogliare i passanti in modo che non entrino nelle inquadrature o a vietare le foto durante i ciak. Sul lato nord della piazza, oltre l’arco monumentale, ci sono gli eleganti palazzi ottocenteschi descritti da Henry James nel romanzo che prende il nome dalla piazza.
Passeggiamo per le vie del Greenwich Village, con le eleganti case a schiera nelle vie laterali alberate, che a dire il vero si incontrano un po’ ovunque a Manhattan. Arriviamo sulla 12nd avenue, e ci sediamo su una panchina sul percorso ciclopedonale di fronte al fiume Hudson. Ci riposiamo e ammiriamo i grattacieli sull’altra riva, mentre davanti a noi scorrono corridori, pattinatori, ciclisti con il loro I-Pod o con un cane.
Prima di rientrare in albergo, ci fermiamo all’angolo tra la Amsterdam e la 79esima e compriamo due ottimi bagel ai semi misti farciti di tonno e verdure e un paio di birre, e ceniamo in camera davanti alla finale NBA.

Venerdì 6 Giugno 2009, giorno 7
Columbia University, Cathedral of St.John The Divine, Tiffany, Niketown, Bloomingdale’s
Colazione: da Zabar’s, apricot scone+muffin+succo+latte cioccolato (7$)
Pranzo: hamburger da Friday’s ($28.50)
Cena: Shining Star Restaurant, 377 Amsterdam Ave at 78th ($36.55)
Le previsioni del tempo per oggi erano disastrose e infatti fuori piove molto e il cielo non lascia molte speranze di cambiamento. Ci dedichiamo un’altra ottima colazione da Zabar’s, lo scone all’albicocca, più morbido degli scones tipo biscotto che conoscevo io , è delizioso.
Andiamo a Morningside Height per visitare la Columbia University, che è una delle università più prestigiose dopo Harvard, Yale e Princeton. L’ingresso è gratuito. C’è un piccolo ufficio di informazioni turistiche che fornisce volantini e mappe in varie lingue per una passeggiata libera, altrimenti si può partecipare ai tour guidati. Preferiamo andare in giro da soli, anche perché per il tour c’è molto da aspettare. L’atmosfera è solenne, ordinata e solitaria. C’è una grande piazza, l’architettura è classicheggiante e monumentale, con colonnati e volte. Sul cornicione di un edificio sono scolpiti i nomi dei filosofi greci, i giardini sono curatissimi, incontriamo pochissime persone, dato che l’anno accademico è finito e continua a piovere molto. Palloncini e cartelli di benvenuto sono appesi un po’ ovunque, a partire dall’ingresso: sono lì per la riunioni degli allievi di un certo anno che si terrà nel pomeriggio. Entriamo nell’atrio di Informatica, essendo entrambi specializzati in quel settore. Curiosiamo tra gli annunci della bacheca e i distributori di merendine (ci sono almeno cinque tipi diversi di ognuno degli snack che abbiamo anche noi in un’unica versione). Non possiamo entrare nelle aule, quindi usciamo, sbirciamo dalle finestre della mensa, e seguiamo per un po’ tre professori dall’aria distinta, tentando di capire di cosa parlano. Ci piacerebbe trattenerci più a lungo ma iniziamo ad essere fradici ed entriamo nella libreria Barnes and Noble(catena presente ovunque in città) -Columbia University Bookstore, 2922 Broadway at 115th street. Oltre ai soliti bestseller c’è una sezione di gadget della Columbia, compro una felpa e una shopping bag (tot. $61.62). Data l’inclemenza del tempo decidiamo che la cosa migliore che si possa fare oggi è lo shopping. Un passaggio a Columbus Circle al negozio di scarpe di Stuart Weitzmann che adoro, poi a Midtown East ci imbattiamo per caso in Tiffany e decido di entrare. E’ stata una bella esperienza, dovrebbero far pagare il biglietto! I commessi sono gentilissimi e disponibili a dare spiegazioni, ero con le scarpe da ginnastica, zuppa di pioggia e indossavo un k-way…ehm non troppo chic diciamo, ma un uomo del personale mi ha fatta sentire perfettamente a mio agio in quel salone così lussuoso mentre mi rimiravo al polso un piccolo e discreto bracciale di brillanti del valore di $16.000. Non amo particolarmente i gioielli ma quando l’ho dovuto togliere mi sono sentita molto triste. In realtà un piccolo prezzo da pagare c’è: il piano dell’argento è preso d’assalto da turiste che dopo essersi lustrate gli occhi agli altri piani (non perdetevi gli anelli di fidanzamento…sospiro!) sono decise a non lasciare il negozio senza una scatolina con fiocchetto. E’ difficile resistere. I prezzi sono accessibili, le creazioni (alcune visibili sul sito) sono secondo me molto carine, tranne quelle “souvenir”: oggetti di qualsiasi tipo dove la cosa principale non è l’estetica ma la visibilità della scritta Tiffany & Co. Dopo più di un’ora Matteo riesce a trascinarmi fuori. Andiamo alla Niketown (delusione in quanto ad abbigliamento ed accessori), dove Matteo compra un paio di innovative scarpe da running flessibilissime per $92. Pranziamo da Friday’s, una catena americana con l’atmosfera del pub, due piattoni con ottimi hamburger e patatine ci costano $28.50. La clientela è in media giovane, dai 20 ai 30, e molto allegra, il servizio lascia un po’ a desiderare, ci portano il conto poco dopo il nostro piatto e quando non ci sbrighiamo a pagare perché intenti a mangiare veniamo anche ripresi senza troppa grazia, la cameriera stava staccando e non voleva lasciare la mancia alla collega successiva. Torniamo da Bloomingdale, abbandono Matteo su un divanetto e mi scorro attentamente tutti gli abiti, decisa a comprarmi qualcosa di carino. Grossa delusione: in tutti quei metri quadri le uniche cose che veramente mi piacciano sono un paio di abiti che superano i $600, troppi per le mie tasche. Allora mi provo un po’ di scarpe in saldo. Il reparto è affollato e disordinato, le scarpe, tutte di grandi marche, sono piuttosto costose, ma ogni donna passando le prende dagli espositori, le getta a terra, se le prova e poi le abbandona a casaccio, da noi neanche al mercato le trattano così male. Trovo un paio di sandali a zoccolo Dior di vernice nera, tacco vertiginoso ma incredibilmente comodi, in sconto solo $299. Sono eleganti e stupendi ma per quella cifra vorrei qualcosa di più sfruttabile, meglio un sandalo vero e proprio, a malincuore rinuncio.
Torniamo all’NBA store perché dato che io non ho speso granchè (dopo brillanti, scarpe, abiti lussuosi, ho comprato solo una sporta di tela e una felpa), Matteo decide di concedersi una seconda canotta, provocandomi un po’di invidia da shopping! La giornata è stata abbastanza intensa e sono passate le dieci, quindi mangiamo vicino a casa sulla Amsterdam, un’insalata di salmone e mango allo Shining Star Restaurant per $36.55.

Sabato 6 Giugno 2009, giorno 8
Brooklyn Botanic Garden, Coney Island, Brooklyn Heights, Esplanade, Manhattan Bridge, Brooklyn Bridge
Colazione: Zabar’s ($6.90)
Pranzo:McDonald’s a Coney Island ($14.50)
Cena: cucina ebraica da Artie’s, Broadway x 83rd st, chicken soup with matzo balls e knishpuppy ($16.77)
Il cielo è sereno, oggi si va a Brooklyn. La prima tappa è il giardino botanico. Tra la metropolitana e l’ingresso camminano accanto a noi giovani coppie di amici e famiglie con bimbi piccoli, in un’atmosfera rilassata e casual come il loro abbigliamento (le infradito sembrano un obbligo), si vede che oggi è sabato e molta gente del luogo si gode la bella giornata. L’ingresso è gratuito, ci sono delle mappe, indispensabili data l’ampiezza del parco. Partiamo dal giardino giapponese, il primo che abbia visto, poi il giardino di Shakespeare, composto di piante citate nelle sue opere, il sentiero delle celebrità, con i nomi dei personaggi famosi nati a Brooklyn, il prato dei ciliegi, la zona dedicata alle foreste autoctone. Il pezzo forte è il giardino delle rose, dato che è nel momento dell’anno del suo massimo splendore. Se capitate da queste parti, non perdetevelo assolutamente. Sono più di 5000 piante di circa 1200 specie e varietà diverse. Prima ancora della vista, il senso più coinvolto è l’olfatto, con un fortissimo profumo di sottofondo che si declina in tante fragranze diverse accostando il naso ai vari cespugli. E’ un vero piacere. Mentre ci dirigiamo verso il negozio del museo, scorgiamo in lontananza una sposa in abito bianco, ci avviciniamo e ci uniamo alla folla di curiosi. In una radura in mezzo al parco di alberi secolari sono sistemate le seggioline di legno bianche, un leggio con microfono, una consolle per la musica, gli invitati aspettano girati all’indietro l’arrivo della sposa. Sono tutti molto eleganti, perfino un po’ troppo dato il contesto naturale, ci sono i testimoni dello sposo, vestiti come lui, e le immancabili damigelle rigorosamente in abito lungo, uguale, e di gusto lontano dal nostro. Le musiche scelte sembrano la colonna sonora di una soap, ad esempio “Unforgettable”. Il celebrante fa un lungo e caloroso discorso sugli sposi. Per il ricevimento è stato attrezzato un ampio padiglione a vetri, col caldo di oggi penso che soffriranno un po’, d’altronde ieri diluviava quindi hanno avuto fortuna. Uscendo passiamo davanti alla sezione dedicata all’apprendimento per i bambini, con un appezzamento dedicato a laboratori di orticultura e floricultura, vorrei potermi unire a loro. Appena fuori sembra di essere su un altro pianeta, le strade sono larghe e trafficate, gli incroci non sono perpendicolari come a Manhattan e con le nostre piantine approssimative non riusciamo ad orientarci. Avremmo fatto meglio ad uscire da dove siamo entrati. Camminiamo in una direzione a caso, ci sono molti giovani latinoamericani e afroamericani che si atteggiano un po’ da duri, stando fermi a guardare dal marciapiede. L’autolavaggio è molto affollato, superiamo delle bancarelle orientali di vestiti a pochi dollari. Fa molto caldo, non sappiamo dove andare e l’ambiente non sembra dei più sicuri. Per fortuna incrociamo una madre con il figlio che ci indica la stazione della metro. Anche lì ci sono gruppi di giovani dall’aria sbattuta, che sono appoggiati alle porte, ci guardano di traverso e non si scostano per farci entrare, tanto che glielo devo chiedere esplicitamente, con molta gentilezza. Si va a Coney Island, la penisola di Brooklyn che si affaccia sul mare, famosa per il suo “antico” parco dei divertimenti spesso ritratto nei film. Via via che ci avviciniamo alla costa, sulla metro rimangono solo persone vestite da spiaggia e qualche hippy sessantenne. Appena scesi dal treno rimaniamo colpiti dalla particolarità del posto, ancora una volta completamente diverso da quelli visti finora. Ci sono giostre, musichette, cartelloni colorati, decine e decine di negozietti di cibo takeaway. La gente qui è decisamente più “reale” dei ricchi di Manhattan, vestiti in modo semplice, molti di loro in grande sovrappeso, qualcuno trasandato e un po’ matto, molti ex hippy, qualche famiglia con bambini. E’ un luogo caotico, variopinto e un po’ decadente. Scopriamo che qui sono stati inventati gli hot dog e un enorme cartello ricorda la gara annuale di mangiate di hot dog, riportando il conto alla rovescia e il record maschile e femminile. Tra i tanti cibi esposti nei negozietti, tutti molto unti e indigesti a vedersi, ci sono anche i caratteristici hot dog fritti infilati in uno stecco. Avremmo voluto provarli ma il sole forte e il fatto che li tengono in banconi all’aperto ci fanno passare l’idea. La sabbia è chiara, qualcuno fa il bagno, altri giocano a beach volley, le famose montagne russe sono in funzione e da lì provengono ogni tanto le urla dei passeggeri a test in giù. Il sole e la fame iniziano a farsi insopportabili, non ci sono posti per mangiare all’interno, seduti, ed è così che un po’ a malincuore cediamo al rassicurante invito del Mc Donald’s. Non è stato un male, abbiamo scoperto che i loro hamburger sono molto migliori dei nostri, infatti usano le buonissime carni da barbeque, molto diverse dalle nostre misere svizzere.
Riprendiamo la metro per Brooklyn Heights, la zona a nord di Brooklyn che si affaccia sull’East River, con una bellissima vista su Manhattan, vie alberate con case signorili, una delle zone più ambite di tutta New York. C’è molta gente a spasso, o a prendere l’aperitivo nei caffè con tavoli all’aperto in stile parigino. E’ un posto davvero molto bello. Arriviamo all’Esplanade e ci godiamo il panorama della baia e dei grattacieli di Manhattan. Dopo una piccola pausa frappuccino da Starbucks siamo pronti ad attraversare il ponte di Brooklyn. Peccato che ad occhio sembrava più vicino e soprattutto si devono attraversare incroci ampi e trafficati e non sempre è molto chiaro quale direzione prendere, anche se il ponte è visibile in lontananza. Ad un certo punto dobbiamo aver sbagliato qualcosa. Saliamo sul ponte e camminiamo parecchio prima di raggiungere la parte sull’acqua. La vista è stupenda. Sotto di noi, in riva al fiume, una coppia di sposi fa le foto con i grattacieli sullo sfondo. A sinistra c’è un altro ponte, affollatissimo di pedoni, mentre il nostro è sgombro. Matteo si chiede perché l’altro ponte abbia le bandiere e il nostro no. Mi sorge un dubbio, chiedo ad una ragazza il nome del ponte su cui ci troviamo e lei ridacchiando risponde “Manhattan Bridge”. Non ci voleva! Come abbiamo potuto sbagliare ponte? Credo sia stata fuorviante la foto in copertina della nostra guida che ritrae il Manhattan Bridge, appunto. Siamo esausti e accaldati, con i piedi distrutti. Ma non possiamo tornarcene in Europa senza aver attraversato il ponte di Brooklyn. Faccio un grosso sforzo e decido per entrambi che dobbiamo tornare indietro. Così rieccoci a Brooklyn, a dopo un po’ di girovagare, troviamo l’accesso al ponte “giusto”, peccato che sia una passerella con ringhiere che non pare avere punti di accesso intermedi e siamo costretti ad andare indietro di quasi un chilometro per imboccarla dall’inizio. Quando finalmente saliamo sul ponte vero e proprio siamo subito certi che valeva la pena di fare tanta fatica. Il ponte è particolarissimo e il paesaggio emozionante. Peccato che abbiamo il sole contro, sarebbe stato molto meglio attraversare la mattina. Arrivati a Manhattan ci trasciniamo alla metro più vicina diretti all’albergo. Per cena, essendo ormai le dieci passate, la scelta è più limitata, troviamo un deli ebraico sulla Boradway. Ci offrono un aperitivo a base di sottaceti tra cui i famosi cetriolini sottaceto, completamente diversi nel sapore da quelli che si trovano da noi. Decido di provare la zuppa con polpette Matzo, mentre Matteo prende la knish con i Frankfurter. Il mio piatto è buono, anche se non so esattamente come si mangi, e dopo un po’ decido un po’ imbarazzata che le polpette vanno sbriciolate nel brodo, creando una specie di minestrina. Spendiamo molto poco, unico neo la cameriera dai lineamenti vagamente italiani con le movenze e i modi di Carla Tortelli di Cheers che ci fa una certa fretta portandoci subito il conto (come quella di ieri) e quasi sgridandoci perché da orario avrebbero dovuto essere già chiusi, peccato che all’ingresso nessuno ci abbia detto niente, e neanche lei quando ci ha fatto accomodare al tavolo e sulla porta non sono esposti gli orari. Comunque è stata una giornata pienissima e speciale e andiamo a nanna felici.

Domenica 7 Giugno 2009, giorno 9
Metropolitan Museum of Art($40), New York Liberty vs Connecticut Sun al Madison Square Garden($30)
Colazione: Starbuck’s su central Park West
Pranzo: Subway Lexington x 82nd st ($13.81)
Cena: bagel ai semi di sesamo con salmone della Nuova Scozia presi sulla Amsterdam ($18)
Ieri abbiamo esagerato, non ho mai provato tanto male a tutte le articolazioni dall’anca in giù, per fortuna oggi abbiamo in programma pochi chilometri. Facciamo colazione da Starbuck’s. Oggi è domenica e alcune strade attorno a Central Park diventano pedonali. Ci sono molte persone che fanno jogging, all’inizio penso ci sia una gara, ma poi vedo che sono solo una moltitudine di corridori che approfittano della bella mattinata di festa. Attraversiamo il parco e arriviamo al MET. Insieme a noi entra una coppia di quarantenni formata da una donna bionda e dal marito nativo americano. Mi rendo improvvisamente conto che pur avendoli visti tante volte in TV, probabilmente è il primo che incontro dal vivo, e ciò mi sembra strano, nelle società variegate in cui viviamo, probabilmente è a causa del loro scarso numero. Paghiamo il biglietto per intero, anche se non è obbligatorio ($40 per due). Ci informiamo su quello che c’è da vedere e facciamo una scelta, vedere tutto sarebbe impossibile. Mi soffermo di nuovo sui quadri di Modigliani, stupendi. Le sculture elleniche sono emozionanti come sempre. Belli i cavalieri in armatura, impressionante la ricostruzione degli ambienti, per la vastità dello spazio che occupano, hanno smontato e messo in esposizione enormi parti di edifici: il chiostro spagnolo, le residenze americane, il più grandioso è il tempio egizio, con tanto di fossato pieno d’acqua attorno! Non posso fare a meno di guardare a queste opere architettoniche come fiori strappati dal loro ambiente naturale per essere messi in vaso…un po’ come accade al Louvre o al British Museum.
Prima di uscire passiamo per uno dei negozi del museo dove compro un libro illustrato sulle opere di Modigliani ($17.24) e scopro con piacere che avendo pagato tutto il biglietto ho diritto ad uno sconto consistente se supero i $20.
Non abbiamo voglia di camminare troppo, così mangiamo nei dintorni, da Subway che è un fast food molto diffuso specializzato in panini su richiesta. Essendo la prima volta che ci entriamo ci mettiamo un po’ a realizzare che il bancone è organizzato come una catena di montaggio: in fondo dal primo impiegato scegli il tipo di pane, poi avanzi al secondo che ti fa scegliere la carne, poi le verdure e i sottaceti e infine le salse. Divertente ed economico($13.81), la qualità è sufficiente.
E’ ora di andare al Madison Square Garden per la partita di basket delle NY Liberty. Giocano contro le Connecticut Sun nella partita di apertura del campionato 2009. Nell’atrio acquisto una di quelle mani giganti con indice puntato($5) che si vedono spesso tra i tifosi americani, ho sempre sognato di usarne una. Siamo in anticipo e dobbiamo aspettare l’apertura dei corridoi. La folla di tifosi è composta in gran parte da donne o da famiglie con bambini, molti indossano le canotte della giocatrice preferita e gadget vari. Finalmente entriamo e non riusciamo a capire dove andare, allora saliamo fino all’ultimo piano e da lì ci affacciamo per la prima volta su una delle arene più famose al mondo, che emozione! L’ambiente è bellissimo, ampio ma comunque abbastanza raccolto, i colori dei seggiolini e delle ringhiere sono scelti in modo accurato, al soffitto sono appese le maglie degli sportivi locali più grandi di sempre, i cui numeri sono stati ritirati dalle rispettive squadre.
Raggiungiamo i nostri posti e attendiamo l’inizio, mentre inizia la spola dei venditori di zucchero filato e gadget. Noi siamo appassionati di basket italiano e internazionale e frequentatori regolari di partite dal vivo da una decina d’anni. Forse anche per questo l’esperienza al Madison è stata tra le più intense del viaggio. Ci ripromettiamo di tornare negli States in inverno per poter vedere una partita NBA (a dire il vero in questo momento sono in corso le finali, ma i New York Knicks non vi partecipano). La WNBA, che gioca in estate, è per molti meno coinvolgente perché il basket è uno sport molto fisico ed atletico, soprattutto negli Usa, e le donne per quanto brave non possono eguagliare le acrobazie e la velocità degli uomini. Nonostante questo lo spettacolo è stato grandioso, e proprio di spettacolo si tratta, con la regia sapiente e spettacolare di musiche, luci, immagini sul maxischermo e l’esibizione di vari gruppi di ballerini (incluse le signore over 50), le cheerleader acrobatiche, la mascotte in costume che si cambia anche d’abito e ogni tanto gira tra il pubblico per farsi fotografare, i ragazzini che cantano l’inno nazionale, le magliette sparate al pubblico coi fucili ad aria, addirittura l’esibizione della cantante R&B Kat DeLuna. Unica cosa per noi strana è l’assenza del tifo organizzato e l’eccessiva compostezza di tutti i tifosi. All’inizio dell’incontro compare un avviso che avverte il pubblico di non fumare (e fin qui), essere violenti (giustissimo) e dire parolacce (!!) pena l’arresto. In Italia finirebbe in cella l’intero palazzo. Infatti i presenti sono silenziosi come a teatro e si lanciano in brevi coretti di supporto solo se incitati dalla regia, o al massimo sbattono tra loro quei cilindri gonfiabili che servono a far rumore. Ad un certo punto ci siamo lasciati sfuggire un grido di esultanza dopo un’azione spettacolare e quelli attorno a noi si sono girati tutti a fissarci con gli occhi sgranati. Al termine della partita, purtroppo persa, scendiamo fino al parquet dove ex giocatrici firmano autografi ai bambini.
Torniamo all’albergo giusto in tempo per comprare due birre e due ottimi bagel ai semi di sesamo con salmone della Nuova Scozia ($18.00) su un deli ebraico sulla Amsterdam e guardare la finale NBA sulla tv della nostra camera.

Lunedì 8 Giugno 2009, giorno 10
TriBeCa, Hook and ladder Company 8, SoHo, Chinatown, Mahayana Buddist Temple, Union Square, Grand Central Station, Top of the Rock($42)
Colazione: Zabar’s($5.15)
Pranzo: Nyonya ristorante malesiano, 194 Grand St ($35.13)
Cena: The Perfect Pint ristorante irlandese, 123 W 45th St ($50)
Dopo la colazione andiamo a TriBeCa e visitiamo l’esterno della caserma dei pompieri che era il quartier generale dei Ghostbusters. A piedi raggiungiamo l’adiacente quartiere di SoHo, dove si trovano i migliori esempi di architettura in ghisa. Entro nel negozio Oakley dove acquisto un paio di occhiali da sole “personalizzati” (scelgo l’abbinamento tra lente e montatura) a $200. I commessi molto giovani sono davvero competenti e gentilissimi. Andiamo a Chinatown e visitiamo il Mahayana, il più grande tempio buddista di New York. L’entrata è libera a tutti. Dentro ci colpiscono in particolare la zona con le innumerevoli foto di defunti unite a preghiere scritte in ideogrammi e accanto la zona delle offerte votive, tra cui fiori e frutta esotica. Al piano superiore si trova una libreria e un negozio di oggetti legati alla cultura buddista.
A pranzo torniamo da Nyonya. Stavolta provo il latte di cocco servito nel frutto come aperitivo, poi ci diamo da fare con riso, tagliolini, polipo piccante, gamberetti. Nel pomeriggio visitiamo Union Square e per caso ci imbattiamo nel negozio Virgin Megastore che chiuderà tra pochi giorni e fa una megasvendita su tutto, persino le scaffalature sono in vendita! Usciamo esausti dopo un paio d’ore con un sacchetto contenente 7 CD, 2 libri, 5 magliette di cotone con varie stampe, 1 rivista, il tutto per $162. Non ci resta che tornare in albergo per appoggiare il pesante bottino. Prima di cena visitiamo il Grand Central Terminal, a Midtown East, all’incrocio tra Park Avenue e la 72esima, è la stazione dei treni che compare in innumerevoli film. La facciata e l’atrio principale sono molto belli. Ceniamo al pub-ristorante The Perfect Pint. Il piano terra è affollato di giovani che bevono Guinness nell’ambiente tipico del pub irlandese, mentre al primo piano c’è una saletta tranquilla ed arredata con gusto dove cena una clientela elegante. Ordiniamo lo stufato di agnello e il pollo al gorgonzola, con due pinte di Guinness. Il cibo è buono, sicuramente superiore al cibo da pub, anche se non eccezionale. L’ambiente è rilassante e piacevole. Chiudiamo la giornata salendo in cima al GE Bulding del Rockfeller Center (Top of the Rock). Sono ormai le 22:30 e ci dicono di fare in fretta dato che la chiusura è a mezzanotte. In realtà un’ora è più che sufficiente se non si trova coda. L’ascensore ha il tetto trasparente e hanno sistemato delle luci blu ad ogni piano nel pozzo dell’ascensore, appena ci si muove le luci si spengono così guardando in alto mentre l’ascensore sale veloce si ha una visuale prospettica di grande effetto (e un po’destabilizzante). Dalla terrazza la vista della città di notte è emozionante, in particolare ammiriamo l’Empire State Building che stasera ha la cima illuminata di blu, e il Chrysler Building. Nell’enorme palazzo di fronte tutte le luci sono accese e con lo zoom della macchina fotografica curiosiamo negli uffici e scorgiamo qualcuno seduto alla scrivania e il personale delle pulizie coi carrelli. C’è un po’ di foschia e Lower Manhattan si individua appena. Valeva la pena di venire qui, ma se non avete abbastanza giorni a disposizione io sceglierei la visita dell’Empire di giorno, perché è più alto di venti piani e personalmente ho trovato più emozionante il panorama alla luce del giorno.
Quando scendiamo osserviamo meglio l’atrio monumentale del palazzo, sede della rete NBC. Nel cortile del Rockfeller Center, illuminato a giorno e decorato da fili di lucine azzurre, una lussuosa festa privata sta ormai finendo.

Martedì 10 Giugno 2009, giorno 11
East Village,Upper West Side, Dakota Building
Colazione: Shining Star Restaurant, 377 Amsterdam Ave at 78th ($25)
Pranzo: Awash, ristorante africano, 947 Amsterdam Ave ($32)
Cena: panini al tonno su deli della Broadway incrocio79th ($19)
Per colazione ci concediamo un waffle ricoperto di fragole, banane, e sciroppo d’acero. Ci spostiamo nell’East Village per una passeggiata e una visita alla libreria Strand Bookstore, 828 Broadway, che si vanta di avere 18 miglia di scaffali di libri nuovi, usati e antichi. In effetti il luogo è molto grande e ci divertiamo a curiosare tra i vari settori. Riesco a limitarmi e compro solo un paio di romanzi a $14.31 in tutto, i tascabili non hanno prezzi molto economici. Per pranzo torniamo nell’Upper West Side, al ristorante africano etiope Awash, dopo un salto al negozio della Columbia per comprare un paio di regali. Il personale ha davvero origini africane, come si intuisce dalla lingua che parlano tra loro, e anche la clientela si dice sia mista di locali ed immigrati africani, ma oggi siamo gli unici. Il locale è spartano ma reso vivace dai colorati quadri e oggetti africani. Si mangia con le mani, il cibo è presentato in un unico grande piatto per tutti i commensali (ma volendo si possono avere piatti separati). Il cibo è molto buono, i prezzi bassi.
Torniamo in albergo ad appoggiare gli acquisti e riposiamo un po’ prima di uscire. Guardiamo da fuori le grandi residenze per Vip adiacenti Central Park, tra cui il Dakota Building, dove viveva ed è stato assassinato John Lennon. La zona di Central Park vicina, ridenominata Strawberry Fields è stata presa in cura da Yoko Ono in memoria di Lennon. Sul sentiero c’è un mosaico donato dalla città di Napoli con la scritta “Imagine”. Mentre stiamo per fotografarlo, uno strano personaggio si alza dalla panchina e ci dice con tono perentorio di aspettare, strappa un fiore da un albero e lo sistema al centro del mosaico dicendo che deve esserci un fiore nella foto, poi si allontana ripetendo a tutti quelli che incontra che lui ha messo un fiore sul mosaico perché lì doveva esserci almeno un fiore. A parte alcuni turisti, le persone qui attorno sono tutte piuttosto strane e svagate.
Continuiamo la passeggiata nella zona della 72ma a partire dalla Columbus Ave, dove ci sono alcune delle abitazioni più belle del quartiere, una fila di villette unifamiliari simili a quelle di una cittadina inglesi ma in piena Manhattan, a due passi da Central Park. Compriamo due panini ed una birra al negozietto sulla Broadway all’incrocio con la 79ma e torniamo in albergo per vedere gara tre delle finali NBA.

Mercoledì 10 Giugno 2009, giorno 12
Queens zona attorno alla 74th Street e Broadway, Staten Island Richmond Town
Colazione: Zabar’s ($4)
Pranzo: panini e bibite da minimarket a Richmond Town ($14)
Cena: hot dog da Big Nick’s Pizza Joint, Broadway x 77th ($25.90) NON andateci!
Oggi vogliamo un’occhiata al Queens (ci siamo stati all’arrivo al JFK), giusto per farcene un ‘idea dato che il distretto è molto grande e in gran parte residenziale. Per rendersi conto delle proporzioni con Manhattan, con cui spesso i turisti identificano New York, basta pensare che essa ha una superficie di 462 km quadrati (se fosse una città a sé sarebbe la quarta più grande degli Stati Uniti) e una popolazione di 2.300.000 abitanti, con una densità di 7.880 ab/kmq, mentre il distretto più visitato ha una superficie di 87,5 kmq, una popolazione di 1.600.000, con una densità di 27.257 abitanti/kmq.
Quando la metropolitana passa in superficie scorgiamo, nella zona di Astoria, file di casette a schiera miste a grandi condomini, a capannoni, ponti autostradali e ferroviari, parcheggi enormi. Scendiamo nella zona di Jackson Heights, tra Broadway e la 74th . Come al solito, basta fare pochi chilometri è ci si trova in un altro mondo. Questa è una zona residenziale con una bella scuola di mattoni rossi, piccoli negozietti di abiti, alimentari e abbigliamento, palazzi abbastanza bassi, strade laterali di villette con i giardini curatissimi, una via principale più disordinata resa cupa dalla metropolitana sopraelevata . Le strade sono quasi deserte rispetto a Manhattan, e in giro ci sono quasi solo anziani o donne con bimbi piccoli, insomma è un quartiere modesto e tranquillo di gente che di giorno lavora altrove. La maggior parte delle persone sembra avere origini indiane o sudamericane, lo si nota dall’odore di spezie, dalle insegne dei ristoranti, dai negozietti che indicano i costi per telefonare in certe località, dai sari esposti in vetrina, dagli uomini con i turbanti e le donne dai lunghi abiti variopinti. Passeggiando tra le villette di una stradina vediamo un cartello informativo che dice che questa zona è iscritta alla lista dei giardini privati più belli del Queens e a fianco una mappa indica gli altri giardini nelle vicinanze. Quanta cura viene spesa per migliorare il piccolo spazio davanti a casa e con esso l’intero quartiere!
E’ quasi ora di pranzo ma oggi è l’ultimo giorno intero a nostra disposizione e decidiamo quindi di andare a Staten Island (superficie 265 kmq pop.477.400, densità 2.930 ab/kmq). La sua densità di popolazione è quasi un decimo di quella di Manhattan! Per raggiungere l’isola prendiamo il traghetto gratuito dall’estrema punta a sud di Manhattan e ci godiamo ancora una volta la vista di questa immensa baia. Una volta arrivati alla stazione di Staten Island cerchiamo la piantina degli autobus locali, ma sono terminate, consiglierei quindi di procurarsele in anticipo. Per fortuna sappiamo il numero dell’autobus da prendere nel piazzale esterno e l’autista è molto gentile nell’avvertirci quando scendere. Il viaggio dura 45 minuti, ma poi scopriamo che questo è un bus locale, mentre esistono anche gli espressi. Per noi che abbiamo la metrocard è gratuito.
Dai finestrini ammiriamo un paesaggio ricco di verde, con qualche dolce collina, e viaggiando su una strada principale attraversiamo tanti villaggi adiacenti fatti di case di legno in stile coloniale, con i prati curati sul davanti, spesso nessuna recinzione, e il vialetto per i pedoni. Le persone sull’autobus e per le strade sono per lo più afroamericane. Arrivati alla cittadina di Richmond scendiamo in corrispondenza di Historic Richmond Town, un piccolo villaggio coloniale ricostruito con municipio, scuola e botteghe artigiane. L’atmosfera è molto piacevole, anche se gli edifici non sono originali e non sono abitati. Tutto è curato nei dettagli, ad esempio non ci sono marciapiedi ma solo erba al lato della trafficata via che lo attraversa e i pali della luce sono di legno.
Dirigendoci verso il municipio dove c’è la biglietteria, incontriamo degli attori in costume che riproducono la vita dell’epoca per una scolaresca di ragazzine. Dentro il municipio, in cui è allestito un museo storico della città e del territorio, una signora ci spiega che le visite si fanno solo accompagnati dalla guida e che la prossima parte tra un’ora. Paghiamo il biglietto ($10 per due) e le chiediamo indicazioni su dove mangiare, dato che la bella taverna locale è tutta prenotata per gli scolari. Ci dice che c’è un negozio dove comprare panini a cinque minuti a piedi, purtroppo i minuti erano 15 anche con passo veloce, ma almeno abbiamo gustato meglio questa parte di Richmond che non è poi tanto dissimile dalla parte coloniale ricostruita, con le casette coloniali e i bei pratini. C’è anche una casetta di un immigrato di origini italiane, che qui a Staten island sono molto numerosi, e un’altra di un appassionato marinaio, in stile nautico, con la barca parcheggiata accanto invece dell’auto. Dobbiamo divorare velocemente un panino superimbottito seduti ai tavoli di legno sul prato a fianco della taverna. Tornati al municipio proprio per l’ora prevista, il custode ci dice con grande precisione che il tour partirà tra sette minuti. Arriva la guida, un ragazzo in costume d’epoca con tanto di piccoli occhialini tondi abbassati sul naso e inizia la visita del nostro gruppetto di una decina di persone. Se avessimo immaginato che non sarebbe finita prima di due ore e mezza (la bigliettaia con scarso senso del tempo ci aveva detto un’ora circa) non avremmo mai partecipato, ma alla fine ne è valsa comunque la pena. Abbiamo fatto una passeggiata tra i vari edifici, siamo entrati in parecchi di essi (scuola, locanda, tipografia, emporio, bottega dello stagnino, impagliatore, abitazioni di varie tipologie ed epoche, …) mentre la guida ci forniva spiegazioni dettagliatissime (forse troppo, ci ha raccontato persino la storia dei tipi di chiodi usati nelle costruzioni) sugli usi degli abitanti e nelle botteghe ci dava dimostrazioni pratiche dei mestieri utilizzando gli strumenti antichi. Appena ci ha congedato siamo corsi alla fermata sperando fosse quella giusta per tornare e fortunatamente l’autobus è arrivato contemporaneamente a noi. Sul traghetto diamo un ultimo saluto al ponte di Verrazzano. Prima di rientrare passiamo all’Apple Store per non mi ricordo cosa cercasse Matteo. Arrivati al nostro quartiere è ormai tardi così restiamo fuori direttamente per la cena. Enriamo da Big Nick’s Pizza Joint, ristorante greco-mediterraneo, con l’idea di mangiare qualcosa di veloce. Questo è l’unico posto che mi sento di sconsigliare nel modo più assoluto, e dire che è piuttosto in voga e le recensioni sono buone. Il locale è minuscolo, affollatissimo e caotico, il cibo insipido e poco invitante, i camerieri molto sgarbati e insufficienti a servire tutti in modo veloce, il nostro tavolino era molto sporco, con residui di cibo di uno o più clienti precedenti,un unico bagno per dipendenti e clienti nascosto nel retro e lercio. Non vedevo l’ora di andarmene, ci ha rovinato l’ultima cena a New York, e ha ingigantito la malinconia da fine vacanza.
Cerchiamo di pensare a tutte le belle cose che abbiamo visto oggi, finiamo di fare le valigie e andiamo a dormire.

Giovedì 11 Giugno 2009, giorno 13 – Venerdì 12 Giugno 2009, giorno 14
Upper West Side, JFK- Madrid, Madrid – Bologna
Giornata uggiosa e malinconica. Passeggiamo per l’Upper West Side e a Central Park, cerco di mangiare qualcosina per pranzo anche se non ho molta fame. Ritiriamo le valigie alla reception e diamo la mancia per tutto il nostro soggiorno al portiere, con un certo imbarazzo. La cosa più piacevole di oggi è la corsa in Lincoln nera fino all’aeroporto, è un’auto talmente grande che dal sedile dietro tocco coi piedi il sedile anteriore solo se stendo completamente le gambe (e sono alta), è confortevole e lussuosa (e costa come il taxi per questa tratta), vorrei arrivarci fino all’Italia. Invece, dopo i controlli un po’ più approfonditi a causa del virus della nuova influenza, ci aspetta un aereo Iberia coi monitor a inizio corridoio (non in ogni sedile) e anche fuori servizio o quasi. Gli hostess sono scortesi, lasciano accese le luci forti al neon durante quasi tutto il viaggio, in compenso la temperatura è soffocante, tutti hanno caldissimo. Atterriamo sotto il sole cocente di Madrid. L’aeroporto pare sorgere in mezzo al deserto, dato il paesaggio brullo che lo circonda, ma in compenso è enorme e tutto a vetri, per andare al terminal delle partenze c’è addirittura una sorta di metro dedicata. In tutto l’aeroporto i passeggeri sono pochissimi, questo posto ci sembra un po’ un dispendiosissimo e poco funzionale virtuosismo d’architettura.
Dopo un altro volo poco piacevole, con l’hostess che passa offrendo il giornale ma tira dritto e non si ferma e quando andiamo a chiedergli se per favore ne possiamo avere uno ci risponde ridendo che sono finiti (mah), con forti turbolenze in fase di atterraggio, finalmente atterriamo a Bologna esausti. Beh consoliamoci, la stanchezza e la malinconia di un ritorno disagevole passano in fretta con un po’ di riposo, ma i bei ricordi di un viaggio così intenso restano per sempre.

Curiosità 
SHOPPING
Ovviamente c’è solo l’imbarazzo della scelta. Scriverò alcune considerazioni personali basate sulla nostra esperienza. Tenete presente che non sono affatto una patita di shopping.
ELETTRONICA: anche non considerando le tasse che si devono pagare alla dogana per l’importazione, i prezzi non sono molto differenti dai nostri. Noi pensavamo di acquistare qualcosa, ma siamo tornati senza niente. L’Apple Store a Grand Army Plaza personalmente mi è piaciuto per la particolarità dell’ingresso a cubo trasparente e il gran viavai di persone che controllano la posta ai computer in esibizione che per il contenuto.
SOUVENIR: molti negozi sono concentrati nei dintorni di Times Square. Belli i negozi dei musei e delle attrazioni turistiche, che a volte hanno oggetti che non si trovano altrove (Museum of Natural History, MoMA, Met, Empire State Building, Top Of The Rock ma la sera è chiuso). Carina la libreria Barnes and Nobles accanto alla Columbia University che vende i gadget legati all’università (felpe, magliette, cappellini, tazze, cancelleria, ecc). All’interno del Madison Square Garden si trovano i gadget delle Liberty (e delle altre squadre che giocano al momento).
Per acquistare i francobolli per le cartoline per l’Europa si deve andare agli uffici postali che sono dotati anche di macchine automatiche che permettono di evitare la coda agli sportelli.
ABBIGLIAMENTO SPORTIVO: la Niketown è stata deludente, buona la scelta e i prezzi solo sulle scarpe.
ABBIGLIAMENTO: le più famose catene si trovano a Midtown attorno alla Fifth Ave, a partire dalla 59esima strada in giù. Da film il reparto cosmetici e manicure di Saks Fifth Avenue, bellissime anche le scarpe, come anche da Bloomingdale’s che ne è la versione più abbordabile, ma comunque costosa. I vestiti invece non mi hanno colpito, solo tra i più costosi (a partire dai $3000) ho visto cose interessanti. Una capatina da Victoria’s Secret merita per ridere un po’ delle costose mutandine di pizzo e pelliccia, e ci sono anche completi economici e carini. Se ci si sente un po’ frivoli è divertente entrare da Abercrombie & Fitch per ammirare il ragazzo-vetrina all’ingresso, seminudo e perfettamente muscoloso, e i commessi e le commesse modelli, sorridenti e bellissimi.
Bello il negozio Oakley a SoHo, al 113 di Prince Street 113 con commessi gentilissimi e competenti, e un buon prezzo sugli occhiali da sole customizzati.
GIOIELLERIA: belli e onnipresenti i bracciali di giada a Chinatown. Non si può non visitare Tiffany’s, chi è più fortunato può acquistare ai piani importanti, gli altri si possono lustrare gli occhi e hanno comunque una buona scelta di gioielli in argento, alcuni molto carini.
LIBRI E CD: sono entrambi piuttosto costosi. A me piacciono molto i negozi di libri usati, il Greenwich Village ne è ricco, in particolare lo Strand Bookstore, 828 Broadway incrocio 12esima strada, ha ben 18 miglia di scaffali di libri sia nuovi che usati, l’atmosfera è molto bella, ci avrei trascorso giornate intere.

OSSERVAZIONI SEMI-SERIE
A Manhattan, la mattina presto o il pomeriggio tardi, tutti fanno jogging o portano a passeggio il cane che è di dimensione inversamente proporzionale a quella degli appartamenti: Barboni, Golden Retriever, San Bernardo, Alani, spesso posseduti in coppia! C’è anche chi corre spingendo il passeggino, coi bimbi piccoli molto spesso escono i padri.
Nell’Upper West Side, e forse non solo, la lingua più diffusa tra chi lavora in negozi, ristoranti, locali pare essere lo spagnolo, se non lo conoscete avrete qualche difficoltà a capire la loro pronuncia inglese rivisitata.
I newyorkesi hanno molto rispetto del proprio “spazio fisico”, che si misura in almeno un metro quadrato (la traduzione in piedi non la so fare) con al centro la persona. In una città così affollata questo comporta che ogni dieci secondi qualcuno che vi passa a meno di due metri di distanza vi chiederà permesso e poi vi chiederà scusa: “Excuse me. I’m sorry. Excuse me. I’m sorry” All’inizio può sembrare indice di educazione, ma dopo il primo giorno diventa irritante. Senza contare la figura da cafoni che ci facciamo noi che di solito chiediamo scusa solo se urtiamo qualcuno.
Molte donne di Uptown Manhattan escono direttamente da una serie TV. Look perfetto, griffato dalla testa ai piedi ma con gusto e spesso con stile casual-chic. L’80% di quelle sotto i trentacinque anni non ha problemi ad indossare micro shorts e top. E in genere possono permetterselo: toniche, abbronzate, perfettamente lisce, pedicure professionale impeccabile, il gene della cellulite non è nel loro patrimonio di famiglia…invidia!
La dotazione obbligatoria minima per salire in metro è composta da un libro sgualcitissimo da leggere in piedi senza aggrapparsi ai sostegni (serve un certo allenamento) ma soprattutto Blackberry e Ipod Touch, che per portarli contemporaneamente ti serve almeno una Tote Bag ambientalista.
Parlando di ambientalismo, è di gran moda. Ogni museo, libreria, negozio di una certa dimensione propone la propria borsa di tela, sulle buste di plastica o su molti contenitori c’è scritto che sono prodotti con materiali riciclati e con il xy% in meno di materie plastiche e di energia impiegata rispetto al passato, fanno una gran pubblicità ai thermos, vendono il bicchiere per caffè uguale a quello di Starbucks ma di ceramica, su una sportina c’era addirittura scritto “Usare questo sacchetto è come abbracciare un albero, infatti è stato prodotto con almeno x% di materiale riciclato…”. I toni sono enfatici. Poi fai un salto a Times Square, dove anche il Police Department ha l’insegna al neon che cambia colore, e ti chiedi quante case o strade si potrebbero illuminare con quell’accecante dispendio di luce. Lo stesso Rockfeller Building di notte risplende, illuminato su tutti e quattro i lati da potenti fari, per tutti i suoi sessanta e più piani. Scenografico sì, ma non è mica la torre Eiffel. E poi perché quando prendi un caffè da consumare al tavolo ti danno comunque il bicchiere usa e getta, con tanto di coperchio da passeggio e fascetta in cartoncino speciale per non scottarti le mani.
Le contraddizioni, come altrove, non mancano.
Ma quanto saranno ricchi i produttori di bandiere? Quelle USA sono ovunque, sugli edifici pubblici, sui ponti, sulle abitazioni, sul tetto delle auto, con una maggiore concentrazione sulle facciate dei centri commerciali.
A New York fare pipì davanti a degli sconosciuti non è prerogativa maschile. Per qualche incomprensibile ragione le toilette femminili sono formate da box con pareti piuttosto basse, che lasciano vedere i piedi, talvolta tutta la testa quando non si è seduti e… anche tutto il resto del corpo attraverso delle fessure laterali di almeno tre centimetri negli pannelli tra un wc e l’altro e anche in quello che funge da porta. Questo quando si è fortunati, altrimenti ci sono anche quelli che hanno la porta a persiana, chi è dentro seduto non vede nulla, ma da fuori da posizione più alta la situazione di una straniera come me che aspetta il proprio turno può diventare imbarazzante. Il vantaggio è che è sempre molto facile capire se il bagno è libero o no.
Io non sono una di quelle persone fissate con l’igiene, anzi, sono pulita ma non schizzinosa. E come molte newyorkesi, se devo camminare preferisco una calzatura comoda. Però non mi sentirei a mio agio ad andare in giro per tutta la città, metro, marciapiedi, parchi, con delle infradito da spiaggia. E soprattutto se mi cambiassi le tennis con i sandali eleganti una volta a destinazione non mi verrebbe mai in mente di infilarle direttamente nella borsa, senza neanche una sacchetto a protezione.
In compenso moltissime turiste e anche locali, solo donne, hanno sempre con sè la bottiglietta di gel disinfettante per le mani. Psicosi da nuova influenza?
Considerando che molte delle persone che conosco sono state a New York e che tre gruppi di colleghi miei e di mio marito sono andati/andranno prima dell’estate abbiamo incontrato pochissimi italiani, quasi tutti all’Apple Store e sull’Empire State Building. Forse è una meta gettonata solo dalle nostre parti, oppure abbiamo gusti molto diversi in fatto di luoghi da visitare.
A New York c’è relativamente molto verde, ed è ben curato. Parchi e giardini a parte, le vie sono spesso alberate, ai piedi degli alberi è creata una mini aiuola. Anche i privati fanno la loro parte con vasi di ortensie, rampicanti, ciotole di geranei. Mi incuriosirebbe una visita in inverno, credo che l’effetto generale sia molto diverso quando le piante perdono le foglie.
Dicono che gli inglesi sono fissati col fare la coda. Per quanto ho visto è vero: se ci sono anche solo due persone, aspettano ordinatamente una dietro l’altra, fulminando con lo sguardo il turista distratto che gli si affianca. Gli americani no, ma non provate per nessuna ragione a tagliare un percorso prestabilito coi cordoncini anche se siete gli unici nella stanza: verrete ripresi in modo molto brusco. Ci è capitato due volte. Se c’è il labirinto, lo devi per forza percorrere. Basta saperlo. Paese che vai, usanza sulla queue/line che trovi.Perché la mela è grande, verde ed appetitosa!

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