La pagella di New York

in viaggio con yby in Stati Uniti America

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La pagella di New York

Torno a New York dopo quasi dieci anni di assenza; quello di allora è stato il mio primo vero viaggio: vent’anni o poco più, per la prima volta senza genitori ma solo con un amico, una città completamente diversa dalla piccola e tranquilla provincia a cui ero abituato, il primo volo transoceanico… tantissimi piccoli e grandi particolari che hanno fatto di quel viaggio un qualcosa di indimenticabile.
E quest’anno, un po’ perché Vicky non l’aveva mai vista e da tempo me lo chiedeva, un po’ perché noi volevamo tornarci, un po’ (tanto!) perché il dollaro in calo rispetto all’euro ha reso gli States una destinazione anche piuttosto economica, abbiamo deciso di ripetere l’esperienza.

Scrivere un diario per New York è del tutto inutile.
Mi meraviglio io stesso di queste parole, io che ho contribuito alla nascita di questo sito internet proprio perché ero (e sono) convinto che l’esperienza di chi c’è stato davvero sia un’impagabile risorsa per chi deve partire o sta progettando un viaggio.
Eppure più ci penso e più mi sembra che per un posto come la Grande Mela sia davvero inutile o, quanto meno, di scarsa utilità un diario vero e proprio… ecco, il punto è forse proprio questo: New York va vissuta più che visitata. Ci si deve fare l’abitudine, deve entrare dentro, nella testa e nel cuore più che negli occhi, va capita, accettata, interiorizzata per quello che è e solo allora si riesce ad apprezzarne i diversi aspetti.
Quelli che si vedono per strada non sono più persone ma newyorkesi, i palazzi non sono più acciaio e cemento ma diventano monumenti, i negozi diventano shop e store, un ponte diventa IL ponte, i taxi diventano yellow cab, un parco si trasforma in qualcosa di sconosciuto ed incredibilmente magico, lampadine colorate e schermi a led diventano Time Square e teatri stipati di turisti si fanno chiamare Broadway. Funziona così qui: tutto esce da un film o da un mito, i nomi che sono ormai nell’immaginario collettivo di tutti qui diventano realtà, ma non basta leggerli su una guida o su un diario. L’unico modo per capirli è davvero farli propri.
Quello che sto scrivendo quindi vuole essere più un modo di ricordare questo viaggio che un diario (in fin dei conti Ci Sono Stato serve anche solo a questo: così come si fanno gli album fotografici dei propri viaggi, perché non raccogliere anche le emozioni in parole?!), e per farlo ho scelto un modo un po’ diverso dal solito; ho intenzione di comparare questo viaggio a quello di dieci anni fa, provando a dare dei voti, da 0 a 10, come in una pagella scolastica, a quanto mi è rimasto da allora comparandolo alla New York vissuta questa volta.
Clima
NY99: 10 – NY08: 6
Appena sufficiente questa volta per il clima, e con grande distanza da quello di fine settembre trovato la prima volta. New York è, a parte i mesi caldi in cui l’afa è soffocante, sempre un’ottima meta capace com’è di mostrarsi al meglio con sole o neve, caldo o gelo. La primavera è l’ideale per Central Park e per camminare (e si cammina tanto!) senza sudare come per la maratona; purtroppo non siamo stati molto fortunati e, a parte un paio di giornate, abbiamo sempre trovato cielo grigio, pioggia ed anche freddo intenso. Non so se sia un caso o se il clima di questo periodo sia sempre così, sta di fatto che la prossima volta un giubbetto ed un poncho per proteggermi dall’acqua saranno i primi ad entrare in valigia!
Dove alloggiare
NY99 3 – NY08 10
Non c’è storia, per quanto riguarda l’alloggio la New York del ‘99 perde nettamente dispetto a quella di quest’anno; non che l’hotel Ramada in cui eravamo stati non fosse un buono (anche se ho sentito ultimamente parecchi pareri negativi a riguardo…), è che quello di quest’anno non è stato un hotel!
Visto che eravamo in cinque abbiamo deciso di prenotare un appartamento al posto di tre stanze in un hotel; in questo modo, soprattutto dal momento che la convivenza non ha creato problemi particolari, abbiamo contenuto i costi. Già, i costi: quelli per abitare a New York sono i più elevati dell’intero viaggio.
Nella più completa noncuranza del cambio favorevole, i prezzi sono rimasti elevatissimi, così alti che molto probabilmente ora sono fuori dalla portata anche di moltissimi americani; così, attraverso una delle agenzie che affittano alloggi via Internet, abbiamo affittato per i giorni del nostro soggiorno uno appartamento con due camere, bagno, cucina e salotto con due divani, il tutto al quarto piano di un edificio “di quelli che si vedono nei film” con tanto di vista su Central Park! Con uno scambio di email nei giorni (mesi!) antecedenti al viaggio abbiamo concordato il prezzo (pagamento in… in euro, non in dollari!) con Jojo, la padrona di casa haitiana, gentilissima e di una gioiosa cortesia contagiosa; così, con qualche centinaia di euro a testa, quasi la metà di quanto richiesto dagli hotel più economici (restando sempre almeno sui tre stelle però), abbiamo soggiornato o, meglio, “vissuto” a New York!
In cucina
NY99: 0 – NY08: 7
Che in America non ci sia una cucina vera e propria è risaputo; che dopo il tacchino del Giorno del Ringraziamento e la Torta di Mele nei migliori menù a stelle e strisce arrivino hamburger, hot dog e marshmellow è altrettanto assodato.
Ciononostante questa volta il cibo che abbiamo mangiato a New York si merita certo più della sufficienza, e forse in questo caso sono stato un giudice un po’ troppo severo.
“McDonald”; questo era l’unico nome riportato sui menù delle nostre cene dieci anni fa. Una prova di forza per stomaco e fegato di ventenni, certamente un’esperienza da non ripetere e da non consigliare a nessuno.
Questa volta ci siamo concessi un po’ di più provando prima la cucina tex-mex, per passare poi al vero piatto nazionale: l’hamburger! 10 once, pari a quasi tre etti (300 grammi!!!) di carne di manzo cotta alla piastra (“well done” ovviamente: nella cottura “al sangue” è praticamente cruda…) servita con le immancabili patatine fritte e, visto che anche gli americani ormai tengono alla salute, qualche foglia di insalata da guarnizione. Questa è la base, poi ovviamente si può arricchire il tutto con formaggio, bacon, senape, french sauce (mayonaise), l’immancabile ketchup, cetrioli e quanto altro si vuole! Solita schifezza in somma? In realtà no, anzi! Siamo lontani anni luci dal panino da fast food anche se gli ingredienti sono gli stessi; certo, non ci si può nutrire solo di questo, ma la qualità, soprattutto quella della carne, è davvero ottima e provare per una volta ad assaggiare un po’ di America non è così male!
Gran parte del voto, però, arriva dal brunch domenicale servitoci dopo la messa gospel da Amy Ruth’s, ad Harlem. Qui si prepara e si gusta solo cibo soul, quello tipico del sud, quello che riporta il sapore dei campi di cotone delle piantagioni e dei neri schiavizzati che vi lavoravano, quello che nutre il corpo ma che serve prima di tutto all’anima. Pollo fritto, carne bollita, gamberetti, riso e mais: tostato, lessato, condito o meno con il burro è lui il vero signore della tavola. E poi i dolci, con frutta e creme, il tutto severamente senza alcolici; qui si pasteggia a ginger ale e limonata, su tavoli di legno in un ambiente semplice, circondati, unici bianchi in un intero quartiere di soli neri, da famiglie al completo, tutte con il vestito della festa, quello colorato ed arricchito di pizzi e merletti, ed è difficile capire se il gusto dei piatti è più intenso dei ricordi evocati.
Per finire, sempre un 10 e lode al pranzo quotidiano ed al suo unico vero ed immancabile protagonista: l’hot dog. Un wurstel bollito, infilato in un panino realizzato ad hoc per lo scopo e cosparso di mustard, la senape americana; ad ogni incrocio si trova uno dei tanti carrelli che li preparano e vendono, prezzo fisso così come il gusto ed il sapore sempre identico. Un piccolo pezzo di città che si apprezza con il gusto invece che con gli occhi, e che, proprio come New York, non basta mai!
Da non perdere
Statua della Libertà ed Ellis Island
NY99: 5 – NY08 7

Il fascino che la “signora” dimostra di avere si ammira al suo meglio dall’acqua, su uno dei ponti del traghetto che in pochi minuti porta dalla punta estrema di Manhattan all’isoletta all’ingresso della baia che ospita la Statua della Libertà; una volta giunti a destinazione c’è poco da fare: ressa di turisti, piccolo anche se carino il museo ai piedi (o, meglio, sotto i piedi!) della statua-icona, inutile (fra l’altro forse ora impossibile dopo l’11 settembre) salire fin sulla corona da cui non si vede praticamente nulla.
Consapevoli di quell’insufficienza della prima volta, non siamo nemmeno scesi dal traghetto ma abbiamo, dopo esserci gustati la bellezza, intramontabile nonostante la ruggine della Statua, proseguito per l’isoletta a fianco, Ellis Island, ora museo un tempo punto di raccolta di tutti gli immigrati che arrivavano nella “terra promessa”; qui intere famiglie o singole persone, solitamente uomini, provenienti da tutto il mondo facevano i controlli sanitari, venivano registrati, controllati, rispediti al mittente (a spese della compagnia che li aveva portati!) in caso non ritenuti “idonei” e da qui cominciava la loro nuova vita, per qualcuno fortunato davvero ricca di successi e soddisfazioni, per tanti fatta di lavoro duro e stenti.
Il museo, ospitato nei vari locali di questa storica porta verso l’America, raccoglie documenti, fotografie, oggetti e bagagli di un secolo fa, spiegando quali fossero le procedure e le situazioni ricorrenti; la visita merita certamente qualcosa più della sufficienza, il resto del 7 dato come voto è per la possibilità di osservare dal parco antistante l’intera skyline di New York senza ostacoli: le fotografie, da qui, non mancano certo!

World Trade Center
NY99: 9 – NY08: 0

Ora lo chiamano Ground Zero.
Qui un tempo sorgevano due imponenti edifici, non molto eleganti per la verità, squadrati e con travi in cemento armato a vista nei piani più bassi, ma erano diventati l’icona di un mondo, di quella civiltà arrogante e rampante che sfida anche la natura ed il cielo pur di arrivare al successo ed al progresso. Erano il simbolo di una città lanciata nel futuro, pronta a spiccare il volo da lassù, dalle Torri Gemelle.
Quello che è successo lo sanno tutti.
Quello che resta adesso è un buco ed un cantiere.
Basta.
E questo è strano.
Lo 0, il voto peggiore che si possa dare non è tanto un voler giudicare la storia e le sue conseguenze, non vuole in qualche modo riempire il vuoto lasciato o la ferita inferta alla città, ma cerca di quantificare le sensazioni di chi è rimasto affascinato davanti all’imponenza dei due grattacieli ed ora vede solo una rete metallica che circonda la piazza dove sorgevano, che deve fare contorsionismi per scattare una foto, che viene ripreso da poliziotti con tanto di lampeggianti e sirene accese perché si è messo in piedi su un “panettone” di quelli di cemento per il traffico per cercare di spiare al di là della recinzione.
Siamo negli States, una nazione giovanissima rispetto al “vecchio contenente”, una nazione in cui guerre combattute cento anni fa divengono “storia antica”, siamo in un paese dove il ricordo è celebrato in ogni possibile occasione e, più cinicamente, dove tutto è spettacolo, nel bene e nel male, dove ogni cosa viene utilizzata per fare marketing e trarne vantaggio, qualsiasi rischio si corra; possibile allora che qui, a Ground Zero, nel luogo che ha segnato un punto di svolta nella storia mondiale, non ci sia nulla? Niente che ricordi l’accaduto, niente che lo celebri o che lo accusi? Nessun cartello commemorativo, nessuna fotografia, nessuna targa o altra forma ufficiale di cordoglio o di rabbia? Niente se non gru, pannelli di copertura, rete e filo spinato, camion ed operai al lavoro e qualche pannello con la rappresentazione al computer dei futuri edifici che qui sorgeranno.
Non voglio assolutamente giudicare quanto ho visto, sto solo cercando di descrivere quelle che sono state le mie sensazioni; e se la ragione dietro questa mancanza di celebrazione sta in un ritorno di buonsenso e in un dolore ancora troppo vivo per poter fare qualcosa, qualsiasi cosa, allora ben venga; non voglio nemmeno essere considerato un “complottista” o un visionario. Esprimo solo le sensazioni che ho avuto stando là a guardare fra le maglie di una rete metallica gli scavatori all’opera, la polizia che pattuglia l’area e allontana turisti e curiosi: la cosa, a me, suona quanto meno strana.

Empire State Building
NY99: 6 – NY08: 8

Da sempre il simbolo della città, dal settembre 2001 forse lo è diventato ancora di più e noi… non lo abbiamo nemmeno visitato!
Non ci siamo dimenticati di lui, non avremmo potuto, semplicemente ci siamo accorti che la bellezza dell’Empire sta tutta nella sua architettura e quindi il modo migliore per osservarlo non è salire fino in cima (facendo spesso code lunghissime!), ma porvisi “faccia a faccia”. Come? Salendo sul Top of the Rock, la terrazza panoramica del Rockefeller Center (del resto le fotografie di New York viste dall’altro, con la skyline bella e suggestiva non possono essere state scattate da uno dei palazzi ritratti nell’immagine…)!
Da lassù (siamo al 70esimo piano) si ha visuale a 360 gradi su tutta la città, si vede in lontananza il Ponte di Verrazzano (simile al più famoso Golden Gate di San Francisco), la Statua della Libertà ed Ellis Island, un po’ nascosto dall’edificio della MetLife, il Chrysler Building (famoso per la punta in acciaio) e lì davanti proprio lui, l’Empire State, con i sui “gradoni” e l’antenna che lo slancia verso il cielo; dall’altro lato, poi, si estende lo spettacolo del Central Park e si intravede, dove finisce Harlem e comincia il Bronx, lo Yankee Stadium.
La parte della prima donna però è tutta sua, soprattutto quando cala il sole all’orizzonte e cominciano ad accendersi ed a risplendere le luci della città sottostante e lui, come tradizione, si illumina di colori diversi per risaltare ancora meglio; sa di essere il gioiello della New York che vuole resistere nonostante la mancanza di quelle due torri, sa che ora tutto è nella sua eleganza, nella sua maestosità e nel suo nome.

Central Park
NY99: 9 – NY08: 10

Central Park è sempre un posto magico; una distesa verde che sembra sconfinata e che, nonostante sia rinchiusa in una delle capitali del cemento e dell’asfalto, dà l’impressione di essere davvero in un prato o in un bosco. Con i suoi ampi viali e gli stretti sentieri che si inoltrano nel fitto della vegetazione, con i ruscelli ed i laghi, impressionanti a volte per l’estensione, con i campi da baseball ed i prati, le piazze e le fontane, i teatri ed i parchi gioco per i bambini, i musicisti di strada e gli skater è luogo di incontro, sport, esibizione ma soprattutto relax. Gran parte del voto è dovuta proprio a questo, al relax, alla sensazione di profonda tranquillità che il parco è capace di infondere semplicemente passeggiando per i vialetti o sedendo sull’erba di qualche prato; dopo una giornata piena i newyorkesi hanno in questa parte della loro città una valvola di sfogo per lasciarsi alle spalle lavoro e preoccupazioni e davvero liberare la mente da ogni pensiero. E come loro abbiamo spesso fatto anche noi, dedicando qualche mezz’ora, prima del tramonto o la mattina per cominciare il giorno, all’esplorazione del parco, rigenerandoci dopo le camminate della giornata o per cominciarla al meglio, respirando aria fresca, ascoltando solo il canto degli uccelli ed inebriandoci del verde della vegetazione e... sorprendendoci dei piccoli e grandi regali che il parco ci ha offerto! Niente fiocchi o effetti speciali, a lui basta un attimo per lasciare tutti a bocca aperta: basta uno scorcio suggestivo o un incontro inaspettato (ad esempio con un orsetto lavatore!)!
Voto certamente pieno per una delle attrazioni di New York, magari non la più nota ed acclamata ma certamente una di quelle che si dimenticano difficilmente!

Harlem
NY99: // – NY08: 10 e lode

Un bel 10 e lode se lo merita proprio, senza dubbio.
L’ex ghetto di neri, fucina di tossicodipendenti, spacciatori e delinquenti della peggior specie, lo stesso posto che le guide ed i taxisti sconsigliavano di avvicinare dieci anni fa, in realtà si è dimostrato una vera e propria sorpresa; abitando al suo bordo sud, su Central Park North, abbiamo avuto modo di vivere l’atmosfera del quartiere quotidianamente scoprendo che dietro ad un nome che evoca immagini non certo eleganti e signorili come le zone più note e chic della Mela vivono strade pittoresche e tranquille, persone gentili ed affabili, angoli suggestivi e quell’aria che ti aspetti dalla Città.
Il fascino sta anche e soprattutto in questo, nel fatto che in una New York fatta di luci e colori, lustrini e ghingheri, negozi alla moda e lunghissime limousine lucidate a specchio, Harlem è ancora vera, reale, dura e sporca a volte, ma diretta e sincera. È una faccia diversa della città che sotto il verde parco accoglie turisti e banchieri, attori e gente alla moda, è la faccia della gente normale, di chi va ancora al supermercato a fare la spesa, delle case di mattoni, dei muri scarabocchiati dai writers, delle scale antincendio che arrugginite pendono sulle facciate della abitazioni, degli ospizi e dei parchi giochi dove si sogna una carriera da cestista in NBA o da battitore negli Yankees.
Sono le strade dove ti senti un po’ fuori posto ad essere quelle che più ti restano dentro al ritorno; sono le chiese ricavate da vecchi teatri dove bastano due putrelle di acciaio imbullonate perpendicolarmente fra loro a fare da richiamo la domenica per le famiglie e fedeli, sono gli angoli delle strade, con chi passa e chi semplicemente aspetta perché non ha di meglio da fare, sono le persone uscite dai film anni 90 con radio sulla spalla che fanno ascoltare la loro musica a tutto il quartiere, sono gli homeless, quelli che noi chiamiamo barboni, che passano la vita a traslocare da un punto all’altro tutto quello che hanno, sono anche le gocce di sangue che colorano certi marciapiedi a fare di questa New York un’esperienza vera, completamente diversa dall’ottovolante di luci e suoni di Manhattan ed ancora capace di essere sincera e schietta.

Brooklyn Bridge
NY99: 2 – NY08: 7

Nel ’99 ci siamo solo limitati a dargli un’occhiata, nemmeno troppo approfondita, questa volta abbiamo voluto cercare di viverlo meglio. Il ponte non è né il più imponente, né il più bello, né il più lungo o alto che si possa vedere; non è nemmeno il più famoso, è semplicemente il più simbolico, quello che collega il cuore di Manhattan con il quartiere residenziale che gli dà il nome, quello che fa parte del mito della Grande Mela e che per certi casi la rappresenta.
Sono principalmente tre i motivi di visita: primo si riesce ad intravedere un po’ di Brooklyn che nonostante l’estrema vicinanza è lontanissima dalla New York che si vede a Manhattan; secondo dall’altra sponda del fiume si gode al meglio del panorama della città; terzo una camminata lungo tutto il ponte, su una corsia pedonale in legno al centro della strada ma sopraelevata rispetto alle corsie per le auto (si è riparati dalle macchine ma non dalle bici… e bisogna fare molta attenzione!), con i taxi gialli che sfrecciano come a fare da cornice la “NY da cartolina” è davvero una bella emozione!
Sette, almeno sette, di sicuro!

Little Italy e China Town
NY99: 7 – NY08: 2

È quanto mai difficile parlare di una cosa che non esiste. Se al nostro primo incontro Little Italy stava per essere erosa e fagocitata da una China Town sempre in espansione ma nonostante tutto manteneva una sua piccola identità, oggi è stata completamente sbranata ed ormai già digerita. La comunità cinese infatti, da sempre in espansione (basti pensare che in America si contano ormai più “Wu” che “Smith”), non solo ha occupato le vie e le case una volta terra degli immigrati italiani, ma ha fatto di più: ha preso il loro posto! Ecco allora che i ristoranti italiani espongono cartelli e menù anche in ideogrammi cinesi e che il cuoco del localino tipico dal nome evocante terre nostrane ha occhi a mandorla. Hanno visto il guadagno e, giustamente, ne hanno approfittato.
In realtà, però, le cose sono cambiate anche per loro, e non poco. Se una volta le tradizioni quotidiane erano nonostante tutto un aspetto positivo della vita a China Town, ora l’atmosfera che si respira è del tutto diversa e certamente più scadente; i mercatini di pesce e verdure che animavano le vie del quartiere sono stati sostituiti da negozi di giocattoli e gadget Made in China, da vetrine che espongono copie di quegli stessi marchi noti venduti qualche strada più su a prezzi ben più elevati, da McDonald’s e Burger King che hanno adeguato la loro cucina ed il loro marchio (!!) ai gusti orientali.
Niente più tradizione, niente più radici, niente più semplicità e naturalezza ma solo business per turisti; peccato, anche questa alla fine era l’America.

Metropolitan Museum e Natural History Museum
NY99: 7 – NY08: 5

Un po’ una delusione questa volta; molto probabilmente il giudizio non è proprio imparziale, forse visto che già avevo visitato entrambi i musei, sapevo cosa aspettarmi e non mi sono lasciato sorprendere dalle opere d’arte e da quanto esposto. In questi anni ho avuto però la fortuna di viaggiare un po’ ed avere maggiori paragoni da poter fare per poter valutare questi due musei e, purtroppo per loro, non ne escono vincitori.
Londra ed Amsterdam, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, con le rispettive strutture, si giocano le proprie carte in modo decisamente migliore e, se non ci fossero alcuni grandi capolavori esposti, la visita al Metropolitan potrebbe anche non essere messa in programma una seconda volta.
Nota negativa anche per la gestione dei biglietti. Entrambi i musei sono rimasti gratuiti, nota senza dubbio positiva e che fa loro onore; se però anni fa l’ingresso era libero e l’offerta facoltativa, ora (non so da quanto tempo) sono state installate all’ingresso postazioni per l’emissione dei biglietti con tanto di cartelli con l’indicazione del costo del ticket di accesso e la scritta, ovviamente più piccola e non certo gridata ai quattro venti, “suggested”, consigliato.
Tutto questo confonde molto, crea code spesso più che lunghe lentissime da smaltire; ovviamente, poi, il personale addetto all’emissione sottolinea a parole o a fatti se si desidera pagare meno o non pagare del tutto la visita e, nonostante ovviamente non possa precludere l’accesso, fa sentire in colpa il visitatore, tanto che alla fine paga il biglietto intero (o quasi). Nulla da ridire, posso solo immaginare che cifre spaventose servano a gestire un museo e capisco che il biglietto di ingresso sia uno dei modi necessari per finanziarsi, semplicemente il modo in cui tutto è stato implementato dà l’impressione di essere estremamente subdolo e poco onesto; avrei di gran lunga preferito l’imposizione di un prezzo fisso oppure il pagamento volontario (e suggerito magari) all’uscita invece che all’ingresso in modo che davvero si possa valutare economicamente le sensazioni provate nel passeggiare da una sala all’altra.
Insufficienza, purtroppo.

MoMA
NY99: // – NY08: 7

Grande e positiva sorpresa invece sul fronte dei musei è stato il MoMA, il museo di arte moderna. Non me ne vogliano gli esperti e gli appassionati del genere, ammetto di essere ignorante e di non poter parlare conoscendo i dettagli e la storia dietro ad ogni opera esposta; trasmetto solo le sensazioni che ho avuto da neofita e, ripeto, ignorante.
A parte il primo piano dove non ho capito sinceramente cosa ci sia di artistico in quanto esposto (ventilatore mobile compreso nonostante fosse un’idea carina), le esposizioni ai piani superiori sono davvero di grande interesse; dal design all’esposizione tematica sul colore, dalle installazioni luminose a quelle dedicate ai grandi artisti della pittura e dell’arte moderna (Warhol con le lattine della Campbell’s, le Marilyn e Mao in primis!).
Il costo è piuttosto alto (20$ non sono pochissimi nemmeno se tradotti in euro) e questo influenza un po’ il voto finale, ma certamente il museo si è rivelato una della sorprese di questo viaggio!

Metropolitana
NY99: 8 – NY08: 6

L’avevo lasciata con un ricordo positivo di efficienza e comodità e l’ho ritrovata invece un po’ troppo caotica, poco intuitiva a volte, poco comoda in altre occasioni.
La sufficienza ovviamente la merita, ma non va oltre; è un po’ come il solito vecchio detto scolastico: “ha le capacità ma non si impegna”. La metropolitana di New York è l’unico mezzo (piedi esclusi) per muoversi in città, se non ci fosse sarebbe impossibile ogni tipo di visita, svolge una funzione vitale e non lo fa male, il problema è che non va oltre e si accontenta di quello che è. Non ci sono stati miglioramenti evidenti nelle stazioni, caratteristiche e quasi un’attrazione turistica ormai, ma sempre le “solite vecchie (soprattutto vecchie) stazioni”, è a volte complesso capire se si è su un treno locale o su un espresso (e non solo per noi: ho visto anche newyorkesi chiedere se fosse il treno giusto…), in certe fermate anche scegliere la banchina di destra o quella di sinistra diventa un problema.
In compenso, e per questo forse sarebbe meglio un voto in più, proprio la metropolitana diventa spesso il più grande teatro di New York!
Sassofonisti, batteristi improvvisati con latte vuote di pittura, chitarristi, semplici cantanti, addirittura gruppi a cappella e musicisti stranieri con gli strumenti tipici del loro paese e poi pittori ed artisti vari; una schiera di persone che molto probabilmente vivono di quello che riescono a racimolare con le loro performances, ma che con le loro abilità colorano e ravvivano l’atmosfera sotterranea, calda e buia, di quasi tutte le stazioni.

Shopping
NY99: 6 – NY08: 8

Dollaro debole = shopping in America. Per capire l’equazione basti pensare che non ci sono fotografie che mi ritraggano verso sera senza almeno una borsa in mano!
New York è sempre cara per quanto riguarda gli alloggi, ma per il resto la crescita dell’euro nei confronti del “verdone” (che fra l’altro adesso non è più nemmeno verde ma colorato a seconda del valore… voto 2: che brutto rispetto a prima!) ha contribuito a fare quello che gli americano facevano da noi anni fa: passare le vacanze in un paese dopo tutto è un po’ meno caro che a casa e dove quindi vale la pena arrivare con una valigia e tornare con due!
Dove davvero ne vale la pena, ovviamente, è sui prodotti “made in USA” dove la differenza è davvero sensibile: abbiamo acquistato ad esempio un paio di jean di marca che qui vengono venduti a non meno di 100€, per poco più di 60$, praticamente la metà del prezzo che si trova nei nostri negozi. Lo stesso dicasi per scarpe ed occhiali (in proporzione molto minore per le marche sportive vendute nei rispettivi store: qui il risparmio non era poi così elevato) mentre un discorso a parte va fatto per la tecnologia. A parte i possibili problemi in dogana al rientro, nel caso di computer, lettori mp3 e telefoni c’è sempre da ricordarsi che sono studiati per il mercato americano e che quindi rispecchiano quanto è in uso al di là dell’oceano; la tensione di utilizzo, ad esempio, è diversa che da noi e non tutte le case costruttrici includono alimentatori multi tensione, lo stesso per la spina elettrica o per la posizione di tasti e funzionalità. Certo, se il lato economico è davvero molto vantaggioso, allora ci si può fare un pensierino, ma il rischio è che per risparmiare qualche euro di acquisti qualcosa che poi alla lunga stanca gestire…
Un ottimo voto, in definitiva, per lo shopping anche se una nota a parte andrebbe dedicata ad uno dei templi della carta di credito della città, Macy’s, il grande magazzino (sono nove piani!) dove si trova praticamente tutto per l’abbigliamento e la casa; non troppo amante delle compere in posti del genere ma comunque abituato a tranquille discussioni commesso/acquirente sono rimasto stupito o, meglio, allibito dalla confusione, da mucchi di scarpe, provate ma poi non comperate, un po’ ovunque, da orde di persone (per la stragrande maggioranza ovviamente donne :P ) pronte a sfoderare carte di credito ed a tornare a casa con borse e borsine. La scena, difficile da descrivere a parole, è davvero da film, forse a dimostrare quanto quelle che noi reputiamo esagerazioni cinematografiche, a volte, sono solo riproduzione di un’altra realtà.

Musical
NY99: // – NY08: 10 e lode

Insieme alla messa gospel è stata la vera sorpresa del viaggio e merita certamente il voto più alto possibile!
Nella grammatica del viaggiatore, New York si sa, fra le tante altre cose, fa rima con Broadway che è a sua volta sinonimo di musical; c’è solo l’imbarazzo della scelta fra titoli famosi e blasonati e quelli invece un po’ meno noti e desiderosi di farsi conoscere ancora di più. Fra tutti la scelta è caduta sull’intramontabile Mary Poppins, in scena al New Amsterdam Theatre.
Inutile prenotare i biglietti da casa. Inutile e molto costoso!
In prevendita via Internet già mesi prima di uno degli spettacoli in programma durante la nostra permanenza in città, i biglietti più economici superavano i 150$ a testa, prezzi decisamente molto più alti del previsto; il mattino della rappresentazione, invece, direttamente al botteghino ufficiale del teatro, abbiamo acquistato per la stessa cifra tutti i cinque biglietti di cui avevamo bisogno! Politica di marketing a parte, vale davvero la pena cercare giorno per giorno l’offerta migliore e poi godersi lo spettacolo. Ed è uno spettacolo nel vero senso del termine vista la ricchezza delle scene, gli effetti speciali (Mary e Berth volano davvero!!) che non si risparmiano, la professionalità ed il talento dei protagonisti (anche dei due bambini) e dell’orchestra. Vietatissimo fare fotografie o video, ma nonostante questo sarà difficile dimenticare motivetti e finale del nostro primo vero musical!

Gospel
NY99: // – NY08: 10 e lode

In un quartiere come Harlem basta poco per fare una chiesa: un vecchio teatro che da fuori sembra essere poco più di un garage, una semplice ma solida ed imponente croce di acciaio ed il nome scritto bene sulla facciata “Canaan Baptist Church of Christ”; raggiungerla non è difficile, basta seguire da Central Park North le persone di colore con il vestito più bello e colorato che abbiate mai visto e siete quasi certi che vi ci porteranno.
Ma non potete entrare: il posto è riservato per le persone che fanno parte della chiesa e solo quelli liberi in balconata (avevo detto che è un teatro più che una chiesa, no?!) vengono distribuiti ai tanti turisti e visitatori che vogliono assistere alla funzione. È per questo che la fila lungo il marciapiede di chi aspetta l’ingresso è lunga, ed è per questo che per la funzione delle 11, alle 9, quando arriviamo noi, c’è già un po’ di gente che aspetta!
La messa, poi, non ha niente a che vedere con quelle a cui noi siamo abituati, a partire dalla durata (più di due ore) per arrivare ai singoli momenti di liturgia, completamente diversi da quelli cattolici, passando per gli abiti, i ruoli dei celebranti e dei fedeli, molto partecipativi, ed, ovviamente, alla preghiera, al gospel.
Niente “Oh Happy Day” di Hawkins e nessuna suora alla Sister Act a dirigere un coro improvvisato, il gospel è una cosa seria, una liturgia e questo non va dimenticato, mai, anche se si è turisti e si sa, si è lì come visitatori solo per ascoltare e lasciarsi trascinare dall’applauso finale. L’emozione però è tanta ed il coinvolgimento che il canto e la musica scatenano ancora di più!
Curiosità 
New York si sa, è una “città verticale”; c’è scritto su tutte le guide e lo si sente dire ogni volta che la si nomina. Non posso che essere d’accordo, ma non tanto e solo per i grattacieli ed i palazzi che sono protesi verso il cielo. Se si guarda un qualsiasi mappa ci si rende subito conto che Manhattan, la New York che turisticamente si conosce, è segnata dalle Avenue, verticali, arterie di traffico che slanciano la città dal mare verso “l’alto” fino al Bronx; la metropolitana è la stessa cosa: dall’alto in basso e viceversa con qualche eccezione che conferma la regola. E New York si visita anche “verticalmente”: un giorno la parte sud, un altro i quartieri centrali, un altro ancora la zona dello shopping, poi Central Park e così via, dal basso verso l’alto, verticalmente appunto.
Un suggerimento, se posso: se si vuole cercare di trovare l’anima più sincera di New York, se si vuole capire un po’ di più come è fatta davvero la città cambiate punto di vista e visitatela “orizzontalmente”.
È facile, basta prendere una delle tante street, partire da un estremo ed arrivare all’altro; prendete la 42esima ad esempio, camminando verso Ovest. Dall’autostrada che attraverso il Queens Bridge porta verso il quartiere più popolare, arriverete dall’altra parte dell’isola di Manhattan nei pressi del tunnel autostradale che conduce al New Jersey; sarete nel porto commerciale della città, con navi agli ormeggi e chiatte che trasportano materiale ed avrete passato architetture importanti come la sede dell’ONU, la Grand Central Station o la Public Library, punti focali come Broadway o la fine di Time Square, avrete incontrato la 5th Avenue con negozi e luci, parchi e giardini ma avrete anche camminato per una New York lontana da quella che c’è sulle cartoline, su marciapiedi dove la pulizia non è impeccabile come nel centro, fra ristoranti cinesi ed empori indiani, fra auto non tirate a lucido ma vecchie utilitarie arrugginite, cambiando lato della strada per i lavori in corso o per il timore di incrociare una persona che vi sembra poco raccomandabile, fra sacchi dell’immondizia lasciati davanti al portone di casa, fra bici senza ruote e sellino, ancora legate al palo dove i proprietari le avevano lasciate e dove sono diventate un distributore automatico di pezzi di ricambio, muri scritti e sporchi, angoli bui e puzzolenti.
New York è anche (ma fortunatamente non soprattutto) questa, e forse vederla “una fetta alla volta”, orizzontalmente, aiuta a capirla meglio.
Sport
NY99: // – NY08: 9
Una vittoria schiacciante nonostante la sconfitta; New York Yankees 0 – Cleveland Indians 3 ma lo spettacolo di una partita di baseball nel tempio di questo sport non può che meritarsi un votone! Ed avrebbe potuto essere ancora maggiore se non fosse per le pecche di organizzazione (strane in un paese così schematico e “idiot proof” come gli States!), che hanno rischiato di farci perdere parte dell’incontro.
Lo Yankee Stadium, quello storico che ha visto le imprese dei grandi nomi del baseball, così grandi che anche chi come me è cresciuto solo a "pane e calcio" in una nazione che di calcio, e solo di quello, vive, conosce per fama. Babe Ruth, Joe DiMaggio, Mickey Mantle, solo per citarne alcuni, hanno giocato su questo diamante e le quattro basi hanno visto e vissuto imprese entrate nella storia. Non sarà lo stesso della misera e scialba partita persa in nostra presenza, ma l’emozione per noi è comunque forte; l’inno americano iniziale, con l’intero stadio in piedi a cantare, gli stacchetti musicali fra un lancio ed un altro, tutti suonati dal vivo con un organo Hammond, lo stop a metà match per ricordare i militari USA impegnati all’estero con l’intero stadio in piedi ad intonare “God bless America”, la caccia alla pallina che arriva sugli spalti, l’oscurità del cielo notturno a fare da cornice a file di seggiolini blu che sembrano cadere verso il verde e l’arancio intensi del campo da gioco. Sono piccoli dettagli che restano dentro nonostante la delusione di una partita non troppo interessante ed emozionante.
Il 10 si è invece perso nel posizionamento del will call, il botteghino dove ritirare i biglietti prenotati via internet mesi prima della partita, posizionato solo ad una estremità dello stadio (è una macchinetta tipo bancomat: cosa costava metterne una ad ogni ingresso invece che quattro tutte nello stesso posto?!?), nella fatica di trovare il proprio posto fra file di seggiolini tutti uguali e con numeri e lettere di contrassegno sbiaditi da tempo, ma soprattutto nell’obbligo di lasciare fuori dallo stadio borse e zainetti; questione di sicurezza, d’accordo, ma mi sembra piuttosto assurdo allora che l’unico deposito sia quello di un bar, nei pressi dello stadio, che non ci siano armadietti o guardaroba all’interno dello stadio stesso e che non vi siano indicazioni di nessun tipo a riguardo né sul sito internet né fuori dallo stadio. Anche in questo caso si tratta di dettagli, certo, ma come quelli positivi, anche questi contano!Come è cambiata la "Città che non dorme mai" in quasi dieci anni? Un confronto da un secolo all'altro, fra miti intramontabili, belle novità ed amare delusioni...

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