Puerto Rico, l'isola delle lucertole

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Puerto Rico, l'isola delle lucertole

 

 

 

 

 

 

Mi incuriosisce da sempre il perchè vengano scelte le destinazioni dei viaggi.
Le mie “arrivano“ per i motivi più strani: mi faccio quasi sempre guidare da considerazioni personali, oppure da una “attrazione” inspiegabile per un luogo piuttosto che per un altro, quasi mai scelgo in base ai tradizionali flussi turistici.
Ho in testa Puerto Rico da quando, bambino a metà Settanta, con mio papà vedevo in tv le partite di basket dell’Italia contro questi lungagnoni color caffelatte; mi affascinava il fatto che un’isola caraibica fosse così forte in uno gioco allora dominato da americani (al tempo però sportivamente molto “lontani”), russi, jugoslavi e pochi altri europei.
Poi, non sono un amante del mare fine a sé stesso; mi piacciono spiagge e palme, pesci e colori, ma ho bisogno di abbinare anche qualcosa d’altro che vada oltre il relax e i bagni. E Puerto Rico offre, in effetti, molto più delle sue spiagge: una foresta equatoriale, città particolarmente vive e ricche di storia, una popolazione sempre “presente” che diventa parte essenziale del soggiorno.
Da ultimo, c’è l’innegabile effetto “destinazione insolita”, che per me è spesso irresistibile: perché Puerto Rico da noi “non esiste”´ Non c’è nei cataloghi, è pochissimo citato nelle riviste, complicato da raggiungere, gli italiani, insomma, non ci vanno, mentre gli americani, anche per le facilitazioni burocratiche e la frequenza dei voli, lo considerano il loro paradiso caraibico per eccellenza e affollano l’isola, o almeno alcune zone della stessa.
Quindi, eccoci a Puerto Rico, la Isla del Incanto, per la “metà” balneare della nostra vacanza.
La metà, perché poi segue l’appendice di qualche giorno a Orlando, fedeli alla promessa di tornare per visitare la parte di Universal Studios dedicata a Harry Potter, fatta solennemente davanti al cartello “MAGIC AT WORK” che ne preannunciava la prossima apertura.

Come spostarsi

Abbiamo volato a Miami, via Madrid, con Iberia, con American Airlines da Miami a San Juan e con Jet Blue da San Juan a Orlando.
Delle tre, l'unica ad avermi entusiasmato è la Jet Blue.
A Puerto Rico, a Culebra e in Florida abbiamo noleggiato 3 auto, servendoci di tre diverse compagnie. Inutile dare consigli su quale scegliere, la cosa migliore credo sia seguire le offerte disponibili di volta in volta.

Dove alloggiare

San Juan – VERDANZA HOTEL
Hotel di standard internazionale, 4 stelle posto a ridosso della spiaggia di Carolina e non lontano dall’aeroporto. Old San Juan è distante e raggiungibile solo in taxi; d’altronde, quasi tutti gli alberghi sono a Carolina e Condado e una lunga corsa in taxi è l’unico modo per raggiungere la città vecchia.
Bella la zona piscina con bar e barbecue, anche se forse un po’ sovra-affollata, ottimo il servizio e confortevoli le camere.
Giudizio positivo, niente di particolare o di negativo da segnalare
http://www.verdanzahotel.com/

Fajardo – PASSION FRUIT B&B
Simpatica struttura gestita da una padrona di casa molto gentile e accogliente
Punti positivi la piscina (con tanto di iguane che si aggirano tra le sdraio a bordo vasca) e l’ottima colazione molto tropicale.
Meno piacevole la stanza, molto ampia ma sostanzialmente spartana, ma con un terrazzo fantastico su cui stare seduti ad ascoltare i suoni della foresta
http://passionfruitbb.com

El Yunque – CASA CUBUY ECOLODGE
Ecolodge tanto immerso nel parco da diventare parte stessa della natura e
dell’esperienza
Certo, il prezzo a voler vedere è abbastanza caro, la struttura è semplice e non brilla certo per eleganza e qualità delle finiture, ma è essenziale per quello che si cerca in un posto come questo.
Il terrazzo (vale la pena di prenotare le stanze più alte, anche se costano qualcosa in più) e le amache sono un osservatorio più che privilegiato per ammirare la foresta e lasciarsi pervadere dallo spettacolo della vista e della “musica” che animali e acqua offrono senza soluzione di continuità.
E’ un posto che in poche ore riesce a farti sentire parte della Natura, il ricordo che lascia è indelebile
Consigliato!
http://www.casacubuy.com/

Culebra – VILLA BOHEME
Altro alloggio che consiglierei senza indugio
E’la giusta via di mezzo tra alloggi di lusso, che pure sono presenti sull’isola ma sono molto più costosi, e sistemazioni troppo spartane.
L’albergo, recentemente strutturato, si affaccia sulla baia di Dewey, non lontano dai principali punti di interesse, come l’aeroporto e il “supermercato” (non più di una divertente baracca).
L’ambiente è piacevolmente caraibico e noi alloggiamo in una stanza molto grande, con una splendida terrazza da cui godersi il mare e le palme mosse dalla calda brezza dei tropici.
http://www.villaboheme.com/

Rincon – LAS PALMAS INN
Villa posta in collina, comunque non lontana dal mare, che si vede dalle terrazze, e dalla “sorella” Casa Islena, che è degli stessi proprietari ed è posta direttamente sulla spiaggia
Essendo per Rincon bassa stagione, siamo gli unici ospiti della struttura e ci godiamo la piscina in assoluta libertà
E’ una soluzione di medio-alto livello per il luogo e la qualità si evidenzia nelle ottime finiture.
Soggiorno positivo anche se, in una stagione tranquilla come l’estate, tra le due sceglierei Casa Islena.
http://www.palmasinn.com/

Orlando - CASTLE HOTEL
Quattro stelle della catena Holiday Inn Resort posto su International Drive, vicino (relativamente, siamo pur sempre ad Orlando) agli Universal Studios.
A Orlando (come d’altra parte negli Stati Uniti in generale, magari NY e LA escluse), è difficile non cadere in piedi con hotel di questo livello; comunque, nell’indecisione che scaturisce di fronte alla moltitudine degli alberghi di Orlando, il Castle Hotel è un’ottima scelta.
Si tratta di un palazzone che ricorda i castelli medioevali, con tanto di pareti merlate, torrette rotonde e interni in stile, compresi gli arredi delle camere in stile fiaba Disney”, nonché una grande piscina rotonda con fontana al centro.
Le camere, come sempre, sono molto spaziose e confortevoli, ma la cosa che dà più soddisfazione è la qualità dell’aria condizionata che, ormai l’ho imparato da tempo, fa la differenza tra gli ambienti più lussuosi e quelli più “rustici”: i condizionatori sono silenziosi, non sparano aria gelida addosso alle persone, l’aria è fresca ma assolutamente non fastidiosa (e a Orlando la qualità dell’aria condizionata è un particolare da non trascurare..)
Lo consiglierei, ma sono certo che in tanti altri alberghi ci si possa trovare
altrettanto bene, secondo me a Orlando è opportuno scegliere sulla base delle offerte disponibili in internet all’atto della prenotazione.
http://www.thecastleorlando.com/

Per concludere, non so sinceramente se sia meglio la classica scelta della casa / villa in affitto, provata nella scorsa esperienza o quella dell’albergo.
La casa offre piaceri ineguagliabili, come la propria piscina, il barbecue a bordo vasca e altre ancora. Però queste abitazioni sono normalmente in quartieri molto periferici, se non addirittura in cittadine vicine (un classico dell’affitto, per esempio, è Kissimmee, posta a sud di Orlando), mentre con l’albergo si può stare in posizione più centrale, vicino ai locali e ai ristoranti di International Drive.
Non saprei; la scelta è assolutamente personale.

Da non perdere

PARTE UNO – PUERTO RICO, LA ISLA DEL INCANTO

Prima di tutto qualche notizia orientativa sulla “Isla del Incanto”; difficile reperirne in internet, dove tutto ciò che si trova è a misura del turista statunitense.
Noi abbiamo avuto a disposizione nove giorni: troppo pochi, l’isola richiede più tempo sia per una visita più approfondita, sia per superare il forte impatto iniziale e capirne un po’ di più le atmosfere e il fascino.
La maggior parte dei turisti si limita alla zona nord-orientale: San Juan e le sue spiagge, la zona di Fajardo con una puntata alla foresta di El Yunque e l’escursione ai cajos poco distanti dalla costa.
Altri, invece, concentrano il soggiorno all’estremità occidentale, patria del whale watching e, soprattutto, mecca del surf, entrambe attività che però sono prettamente stagionali; in pratica, in estate, quando il mare è tranquillo e le balene sono altrove, si percepisce la malinconica sensazione del “fuori stagione”.
Per quanto abbiamo potuto vedere nel tempo a disposizione, San Juan vale certamente una visita ma non molto di più: una giornata e una sera, giusto per apprezzare la città vecchia e dare uno sguardo alle spiagge singolarmente contornate dai grattacieli. Chiaro che con più tempo ci sarebbe da approfondire alcuni aspetti, come ad esempio il vivace mercato di Santurce, ma trovo eccessivo l’entusiasmo che si trova nelle guide, soprattutto per le zone fuori dal centro, vedi Carolina o Condado.
La parte orientale dell’isola, almeno in estate, è quella più frequentata dai turisti, soprattutto portoricani, che affollano le celebri spiagge di Pinones, Luquillo e Seven Seas.
Il risultato è: molto colore, musica e atmosfere tipicamente locali, ma che non ci si aspetti la spiaggia deserta contornata da palme che si trova in tutte le immagini di Luquillo, che mi viene da pensare siano scattate all’alba.
Le isole di Culebra, che abbiamo visto, ma penso valga anche per la vicina Vieques, sono invece veri e propri paradisi tropicali e si differenziano notevolmente dall’isola principale per la tranquillità assoluta, la vegetazione rigogliosa e un mare pazzesco.
La parete orientale, sia la costa che l’interno, ci è sembrata piuttosto povera e poco curata, sicuramente molto di più rispetto alla verdeggiante costa ovest, che ha un’offerta turistica molto più sviluppata e un’apparenza di maggior benessere e organizzazione.
Purtroppo per questioni di tempo non abbiamo potuto vedere lo spigolo sud-occidentale dell’isola, con la singolare foresta arida di Guanica, la zona costiera de La Parguera e il faro di Cabo Rojas.

BREVE PROLOGO A MIAMI
Raggiungere Puerto Rico non è proprio agevole; Iberia raggiunge l’isola via Madrid, ma i voli sono piuttosto costosi.
Per risparmiare qualcosa, e perché comunque sarebbe stato un piacere, voliamo con Iberia su Miami e lì ci godiamo giusto una serata, per ripartire la mattina dopo, con American Airlines, alla volta di San Juan.
Con questa, è la quarta volta che vedo Miami ma, per un motivo o per l’altro, sempre con le ore contate; stavolta trascuriamo Miami Beach e scegliamo Bayside Marketplace, il centro commerciale affacciato sulla baia tra Downtown e il porto.
Si respira un’atmosfera molto viva, la zona brulica di negozi, ristoranti e locali in stile caraibico-americano; ci fa piacere sentici di nuovo addosso l’aria caldo-umida della Florida, tanto inconfondibile quanto faticosa da affrontare ad ogni passo!
Ceniamo dal simpatico Bubba Gump, ovviamente a base di gamberi fritti, e ovviamente ci compriamo qualche souvenir in tema Forrest Gump.
Notte al Sofitel Hotel Miami Airport, come sempre camera fredda gelata e piumone fino alle orecchie.

SAN JUAN
Se l’aria calda dei tropici ti assale non appena sbarchi a Miami, arrivare a San Juan è come entrare in una centrifuga di caldo e umidità: fatica ad ogni passo, odori e sapori fortissimi, vento che profuma di mare, strade che sanno di smog. L’impatto non è certo facile, ma la città merita di essere scoperta!
E’ tipicamente uno di quei luoghi difficili da approcciare, ma che nei ricordi riaffiorano in tutto il loro fascino e non vedresti l’ora di tornarci!
A voler vedere, le spiagge sono piuttosto affollate (almeno durante il week-end quando le abbiamo viste noi), l’acqua del mare è di un bel turchese ma non limpidissima, il caldo pazzesco, il traffico caotico e eccessivo per le viuzze della città vecchia; percorrere alcune delle strade minori mette un po’ di disagio e di inquietudine, l’odore a volte è penetrante e la pulizia non impeccabile; i negozi, poi, sono obiettivamente scarsi e per noi europei il centro storico non è certo mozzafiato.
E allora´
E allora San Juan trasuda fascino e atmosfera; e allora i caraibi qui sono vivissimi; e allora il piacere di gustarci una pina colada all’ombra di un vecchio bar portoricano è tanto denso quanto impossibile da scrivere.
Quasi come la soddisfazione di camminare la mattina presto sulla mezzaluna perfetta della spiaggia di Carolina, quando ancora la gente non è arrivata, gli stereo non diffondono reggaeton a tutto volume e l’unico suono è quello della risacca e delle palme mosse dal vento.
Oppure, di passare un po’ tempo al tramonto sui prati davanti alla fortezza del Morro, cullati dalla brezza a guardare o numerosi aquiloni che volano con il mare sullo sfondo, un’esperienza indimenticabile (ho letto da qualche parte che questo è addirittura considerato il luogo migliore al mondo per far volare gli aquiloni).
Pazienza se i sacchi dello sporco appestano l’aria in qualche angolo ombroso, o se i piccioni che affollano le afose piazze centrali fanno veramente schifo; mi dimentico in fretta delle numerose auto della polizia (benedette) che percorrono avanti e indietro il lungomare, o delle macchine che strombazzano disturbando la quiete della città vecchia.
San Juan è un posto a suo modo magico, gli scorci del centro storico sono affascinanti e colorati, mi dispiace non averla vissuta più a lungo ed esplorata nei diversi quartieri che la compongono!
Altro aspetto della capitale che noi non abbiamo vissuto è la celebre vita notturna, ma nostra figlia, nonché le fatiche del fuso orario sulla schiena, non ci hanno certo permesso di far tardi.
Nelle due sere che avevamo a disposizione, ci tenevo molto a non sbagliare la scelta del ristorante in cui cenare, vista l’ampia offerta di San Juan. Una l’ho ovviamente sbagliata e, stanchi della giornata, abbiamo optato per un’inutile steak-house di Carolina. Per l’altra, invece, abbiamo scelto La Fonda El Jabarito, nella Old San Juan, un ristorante che mi sento di consigliare non tanto per la cucina, non propriamente fantastica ma 100% portoricana, quanto per l’ambiente particolarissimo: un cortile della città vecchia ricostruito all’interno della sala, con vecchi ventilatori in legno e accompagnamento musicale dal vivo di un anziano solista tanto malinconico quanto tipicamente delizioso.

PINONES
Un capitolo a parte merita la zona dei Pinones, appena a est di San Juan.
Pur distando solo un quarto d’ora circa di automobile da Carolina, questa zona è tutto un altro mondo rispetto alla capitale
Famosa soprattutto per i coloratissimi kioskos e per il percorso ciclistico che gira tra le spiagge e le paludi dell’immediato entroterra, Pinones vuol dire anche una lunghissima spiaggia color oro, deserta e contornata da palme
Peccato che il mare, al di là dell’azzurro meraviglioso dell’acqua, sia pericoloso per le forti correnti che lo attraversano, fatta eccezione per una zona di acque tranquille che, naturalmente, è la più affollata dalle famiglie portoricane.
L’ambiente è selvaggio e affascinante (basti dire che ho visto una piccola tartaruga di mare sul bagnasciuga…) e vale sicuramente una sosta di qualche ora sotto le palme.
Scoraggiati dal caldo soffocante, non abbiamo percorso l’anello ciclistico, ma abbiamo passeggiato sulla spiaggia deserta. Ci siamo fatti cullare dalla brezza all’ombra delle palme e soprattutto abbiamo visitato un paio di kioskos.
I kioskos sono baracche, parte in cemento e parte in lamiera e foglie di palma, poste sui bordi polverosi della strada costiera e immerse nel fumo della cucina che rende ancora più calda la già bollente atmosfera, dove vengono offerte bibite rinfrescanti, tra cui il latte di cocco fresco, e cucinati i piatti tipici portoricani; lì, nel frastuono della musica raggaeton a volume assordante, abbiamo fatto conoscenza con gli onnipresenti pastelillos, una sorta di ravioloni fritti con ripieni diversi (ragù, pollo) che ci avrebbero accompagnati per tutta la vacanza e salvati in situazioni di particolare difficoltà gastronomica.
Oltre all’atmosfera molto tipica, i kioskos offrono effettivamente una soluzione molto economica per il pranzo, se si pensa che si mangia tranquillamente con non più di 2/3 dollari a testa.

PLAYA LUQUILLO E LE GIORNATE DI FESTA
Da Luquillo ci aspettavamo molto di più. Inutile negarlo, la più celebre spiaggia dell’isola è stata una delusione.
Per carità, di giustificazioni ce n’erano in abbondanza: siamo capitati di domenica e la spiaggia era affollatissima; in più, abbiamo pure beccato un giorno di tempo incerto, oltre al nostro primo, e violento, acquazzone tropicale della vacanza.
Facile dire: ”Cosa pensavate di trovare´” Dopo aver visto decine di immagini di Luquillo deserta, dopo aver letto di tutto di questa meravigliosa mezzaluna bianca bagnata da un’acqua celeste e trasparente, l’impatto con l’enorme parcheggio pieno di macchine è stato abbastanza forte.
Poi il disorientamento passa: abbiamo fatto il bagno in un mare che in Italia definiremmo pulito, ma non certo caraibico, in mezzo a festose e chiassose famiglie portoricane; per trovare un po’ di tranquillità ci siamo spostati solo di qualche decina di metri verso est, dove finisce la spiaggia e cominciano piccole calette in cui vivere finalmente un tipico ambiente tropicale, anche se, per il vero, l’acqua in quella zona rimane costantemente alta una ventina di centimetri fino agli scogli della barriera corallina e di fatto impedisce un bagno decente.

Un discorso a parte per la festa dei portoricani, che magari non sarà piacevole per chi si aspetta di trovare silenzio e spiaggia deserta, ma che merita comunque di essere ricordata.
Nelle giornate di vacanza, i portoricani la festa si trasferiscono in massa in spiaggia, portando con sé enormi, ma enormi, frigoriferi portatili, di norma tutto l’occorrente per il barbecue, ed enormi, ma enormi, stereo con cui diffondono musica reggaeton ad alto volume.
Il risultato è un affresco popolare vivo e coloratissimo, ma non è certamente quello che si pensa di trovare in una spiaggia caraibica; e nemmeno ci si illuda di trovare persone festose che, come nei nostri stereotipi, invitano ad unirsi ai loro sfrenati balli.
Semplicemente, ogni famiglia si attrezza per passare in spiaggia la giornata: arriva tardi (la mattina in spiaggia sembra non esistere per i portoricani) e si crea una sorta di mini-accampamento con sedie e tavoli, dopo una lotta accesissima per accaparrarsi i posti all’ombra.

Luquillo non bocciata, ma certamente rimandata ad una nuova visita in un giorno infra-settimanale

PLAYA SEVEN SEAS E LE GIORNATE DI FESTA
Identico discorso per l’altro gioiello della costa nord-orientale: Playa Seven Seas.
Anche qui, va detto, non siamo fortunati, visto che è sì lunedì, ma è festa per tutti i dipendenti pubblici portoricani (che, a quanto pare, devono essere veramente numerosi); in pratica, abbiamo addirittura beccato un week-end lungo….
Per di più, incappiamo nuovamente in una giornata grigia e piovosa, che fa perdere di significato il nome “Seven Seas”, che dovrebbe ricordare le 7 colorazioni di azzurro di un mare teoricamente meraviglioso.

Seven Seas, anche questa rimandata ad un giorno feriale, possibilmente con un po’ di sole…

Per sfuggire alla gente, ci incamminiamo per il sentiero che da Playa Seven Seas in un quarto d’ora circa porta a Playa Colorado.
E qui lo spettacolo è davvero entusiasmante: il cielo è plumbeo, ma i primi sprazzi di sole illuminano la spiaggetta color miele, contornata da una rigogliosa vegetazione e bagnata da un mare verdissimo. Meraviglioso! Peccato che il bagno sia vietato a causa delle correnti, che comunque non invogliano minimamente ad entrare in acqua, al di là dei cartelli di divieto.
Le foto scattate su questa spiaggia sono probabilmente le migliori del viaggio.

FAJARDO E LA COSTA EST
Della costa est, in verità vediamo solo una piccola porzione a nord di Fajardo, nella zona di Las Croabas.
Abbiamo il tempo di fare il primo incontro con la foresta, su cui si affaccia il Passion Fruit b&b, cenare in riva al mare a base di splendidi camarones (gamberoni) e sangria ghiacciata e soprattutto provare l’escursione ai cayos al largo della costa.
Nei programmi c’era anche la gita in kayak alla baia bio-luminescente ma, a causa del tempo incerto, non ce la sentiamo di avventurarci in canoa con nostra figlia di 10 anni in un mare molto scuro nel buio della sera e nervoso per il vento incessante; vediamo comunque i kayak partire numerosi e la gita ci sembra, almeno con tempo clemente, facilmente accessibile e ben organizzata.
La mattina successiva, finalmente, il tempo dà segni di schiarita e possiamo salire a bordo del motoscafo di Captain Mingo, un simpatico portoricano con l’aria da vecchio lupo di mare e la pelle rovinata dalla salsedine, alla volta delle isolette che fronteggiano Fajardo e la costa est (Palominos, Cayos Icacos ecc).
L’escursione non è a buon mercato (se non ricordo male, il prezzo per la gita è di 100 dollari), ma ne vale la pena: il mare è meraviglioso e i fondali ricchissimi di pesci e coralli; finalmente un mare tropicale “vero”, ottimo per uno snorkeling di prim’ordine: mia figlia incontra per la prima volta la barriera corallina ed è senza parole, io sono più eccitato di lei per il solo fatto di poterla accompagnare alla scoperta di questo mondo nuovo e blu.
La Costa Est è strana, dà un’impressione di velata tristezza, i paesi sono piuttosto sporchi e polverosi, le case universalmente chiuse da inferriate e la gente seduta fuori, che sembra passare il tempo chiacchierando e beandosi all’aria dell’immancabile ventilatore.
Di certo questa, se escludiamo ovviamente l’impervio interno, è la zona di Puerto Rico meno accogliente che abbiamo visto; certo, ci sono resort di lusso in cui si rinchiudono gli americani in vacanza, ma diciamo che come turisti non ci si sente certo bene accolti, di sicuro non sembra di essere in uno “stato satellite” degli Usa: solo per un esempio, facciamo un sacco di chilometri senza trovare un telefono che non sia stato strappato dal suo alloggiamento e fermarsi in un bar per chiamare casa non sembra proprio una buona idea, visti gli sguardi torvi che accompagnano il passaggio della tua macchina …
Ciò nonostante, questi luoghi emanano un fascino particolare; è fuori di dubbio che ricordandoli pensi all’atmosfera, ai ritmi lenti e alla birra ghiacciata, e la scarsa accoglienza delle persone si addolcisce nella memoria.
Costa Est a tratti bellissima, a tratti un po’ difficile, da rivedere a approcciare con più calma e tempo a disposizione.

EL YUNQUE NATIONAL FOREST
Esperienza decisamente forte, di quelle che restano scolpite nel cervello!
El Yunque è pubblicizzata come l’unica foresta pluviale parte del territorio americano; non credo che ai portoricani piaccia particolarmente questa definizione, fatto sta, e questo è indiscutibile, che è regolata dal US National Park System e la si trova, per esempio in internet, sul sito degli altri parchi statunitensi insieme a Yellowstone e all’Acadia Nat.Park tanto per intenderci, anche se suona un po’ strano…
Connotazioni “burocratiche a parte”, questo è un luogo meraviglioso e unico per la mia esperienza: una foresta pluviale accessibile con discreta facilità ma non per questo meno affascinante, con tanto di vegetazione rigogliosa e “abnorme” e una ricca fauna, nella quale spicca la rana “coquì”, tipica di Puerto Rico, il cui canto sale alto dopo il tramonto avvolgendo il mare verde degli alberi.
Noi, ovviamente, visto che la massa dei turisti si avventura per El Yunque dall’entrata nord non lontano da Luquillo, scegliamo la parte meridionale del parco, descritta dalle guide come meno attrezzata, ma ugualmente bella e molto meno affollata.
La strada, che teoricamente dovrebbe superare la montagna e congiungerne i due versanti, è interrotta per una frana che l’ha ostruita anni fa e che non è mai stata rimossa.
Il nostro lodge è giusto al termine della strada, ovviamente le indicazioni sono scarsissime ma il paesaggio è affascinate: certo, si incontrano case fatiscenti e la strada non è al massimo della manutenzione, ma la vegetazione che la avvolge sempre più ti introduce in un mondo particolare, verde e umidissimo…
Appena prima del cartello “Termina Carretera” si arriva all’Ecolodge Casa Cubuy, affacciato come una terrazza sulla foresta e allo stesso tempo totalmente immerso nella stessa.
Ad accogliere i visitatori c’è un improbabile texano, una sorta di Indiana Jones in pensione che racconta delle più mirabolanti avventure che l’hanno coinvolto in giro per il mondo
Non abbiamo fortuna, perché piove forte e le passeggiate nella foresta sono praticamente impraticabili; ci spingiamo sul sentiero che scende dalla Casa, tra foglie abnormi e fiori coloratissimi, banani, lumache e ragni giganti, subito ci troviamo immersi nella natura più viva e rigogliosa, ma presto dobbiamo fare dietro-front, l’acqua ha trasformato in torrenti i ruscelli che scendono dal monte e l’attraversamento potrebbe essere pericoloso.
Ripieghiamo quindi sulle pozze d’acqua che si incontrano proprio nel punto in cui la strada è interrotta; certo, non sono i laghetti trasparenti che aspettavamo, l’acqua è torbida e color marrone, ma l’esperienza del bagno nella foresta è divertentissima e resta indimenticabile: vinto il timore iniziale grazie al coraggio di mia figlia (dovesse leggere questo racconto, non mi perdonerebbe mai di non averlo specificato), ci tuffiamo in questo laghetto gelido tra le rocce, insieme con una famiglia di simpatici e rumorosi portoricani, giusto per qualche bracciata, ma l’emozione è forte, il bagno nella foresta è un sogno che finalmente realizzo…
La zona non offre molto per la cena: c’è un unico ristorante sulla strada e sbagliarsi è impossibile, non ne ricordo il nome ma ho ben fisse nella memoria le immagini dei neon quali uniche luci ad illuminare una notte scura scura, un improbabile biliardo, una libro/guida del luogo incellophanato e presentato con molto orgoglio a tutti i commensali, le signore della cucina e il cibo, va be’ quello anche se lo dimentico non è grave…
E poi ricordo la risalita nella notte, con la strada trasformata quasi in un torrente per la pioggia caduta in abbondanza, attraversata da “conchiglioni” muniti di zampette, così numerosi che con la macchina devo aver fatto una strage…
Il resto del tempo a Casa Cubuy, non molto per la verità, lo passiamo guardando l’immensità della foresta, sdraiati sull’amaca o sulle poltrone poste sulla terrazza panoramica, ascoltando i suoni della natura.
Questo diventa il pezzo forte della sera e della notte: quando fa buio, si scatena un vero e proprio concerto, con la rana coquì a far da padrona, ma nel quale distinguere quante e quali siano le voci degli animali è impossibile.
Così come impossibile sembrerebbe addormentarsi con tanto “frastuono”, e invece è dolcissimo…
Alla mattina, vediamo il padrone di casa rientrare dalla foresta con il pieno di frutta tropicale appena raccolta, che poi ci viene offerta per colazione insieme con gli altri ospiti, in un’atmosfera molto peace & love.
El Yunque, te quiero !!


CULEBRA
Culebra è il mio sogno tropicale, che dire di più´
E’ una piccola terra di palme mosse dal vento, acque trasparenti e spiaggette color borotalco
E’ un’isola di ristorantini sull’acqua, angoli intimi e porticcioli affacciati su baie incantevoli
E’ un angolo di paradiso, che poco ha a che vedere con l’Isla Grande, la sua “confusione”, la musica e le strade trafficate.
A Culebra si accede normalmente con il traghetto da Fajardo o, più comodamente e a prezzi maggiori, con un breve volo delle compagnie che coprono questa tratta. Noi abbiamo volato con Air Flamenco, un viaggio di circa 15 minuti da Ceiba su un piccolo aereo a elica da più o meno 10 posti; non ero mai salito su un aereo di quelle dimensioni e, a dire il vero, mi aspettavo emozioni maggiori. Invece tutto è andato tranquillamente, compreso il temuto atterraggio in mezzo alle colline di Culebra; il messaggio va a chi è terrorizzato da un’esperienza di questo tipo, anche mia moglie lo era, poi si è convinta che fa meno paura di un aereo “vero”;’impressione, e il rumore, sono più o meno quelli di un motorino anni ’80…
Non è possibile prenotare in internet con Air Flamenco, l’unico modo è una telefonata, a cui peraltro non fa seguito neppure una mail di conferma, ma solo l’addebito sulla carta di credito; comunque, posso confermare che l’operazione funziona e che Air Flamenco esiste, al pari delle altre compagnie che ho trovato in internet e che all’aeroporto di Ceiba fanno bella mostra di sé ai banchi del check-in (se così si può chiamarlo…)
A proposito dell’aeroporto di Ceiba, difficilmente ho trovato un’opera più vicina al concetto di “cattedrale nel deserto”: un complesso grande circa come l’aeroporto di Bergamo, che mi è vicino, posto in mezzo a un nulla di palme e strade sterrate, senza nessuna indicazione; ma proprio nessuna, tanto che noi, persi nelle strade assolate, abbiamo chiesto informazioni al gestore di una pompa di benzina posta a pochissimi chilometri dalla struttura, il quale è letteralmente caduto dalle nuvole nel sentire di un aeroporto nelle vicinanze…
Per spostarsi sull’isola, il metodo più comune è la macchina a noleggio; ovunque girano le stesse JeepWrangler, nuove e ben tenute, e tantissime di colore rosso (la nostra compresa), tanto che spesso capita di sbagliare macchina lungo le strade.
Un consiglio è di rivolgersi alle agenzie di autonoleggio poste fuori dall’aeroporto; io, invece, sono andato a caccia della tariffa migliore e sono finito piuttosto “lontano”, tanto da pagare per il taxi praticamente l’equivalente dello sconto sul prezzo.
Culebra è nota soprattutto per Flamenco beach, che è giudicata una delle più belle spiagge del mondo e che in effetti non tradisce nulla della sua fama: un’ampia lingua a mezzaluna di sabbia bianchissima, contornata da colline verdi e affacciata su un mare color turchese. Non è certamente affollata, e comunque la gente si concentra inspiegabilmente (come dappertutto a Porto Rico) in corrispondenza degli accessi, mentre camminando per poche decine di metri si resta del tutto isolati. Al tramonto tutti se ne vanno, i colori si fanno più caldi e le linee si ammorbidiscono, Flamenco Beach diventa letteralmente fantastica.
A far concorrenza a Flamenco c’è la più appartata Zoni Beach: forse meno scenografica, visto che è una striscia di sabbia “dritta” e non a mezzaluna, ma certamente non meno spettacolare: il mare è meraviglioso, sia da vivere (non dimenticherò l’emozione di nuotare in mezzo a branchi infiniti di piccolissimi pesci), sia da ammirare semplicemente dall’ombra di una palma.
Zoni è ambiente protetto, in quanto vi nidificano le tartarughe marine; quindi vigono rigide regole di comportamento (ad esempio, è richiesta molta attenzione nel non scavare buche che potrebbero impedire il cammino dei cuccioli verso l’acqua) e qua e là sono situati piccoli recinti per proteggere le uova.
L’isola offre ottime possibilità per lo snorkeling (e, presumo, le immersioni) praticamente di fronte ad ogni spiaggia, ma per questa attività se le più rinomate sono a Punta Soldado.
Ma se Puerto Rico è un’isola e Culebra l’isoletta, Culebrita è l’isoletta dell’isoletta: uno splendido e irrinunciabile scoglio disabitato, a cui si accede facendosi portare in motoscafo (non ricordo il prezzo pagato, ma qualunque fosse ne è valsa la pena) con una traversata di una mezz’ora, già di per sé bellissima.
Il nostro “capitano” ci lascia simpaticamente sulla parte dell’isola che guarda verso Culebra, consigliandoci la spiaggia in cui ci deposita per lo snorkeling (e in effetti ha ragione, in fondali di poco più di un metro di profondità si assiste a spettacoli indimenticabili di pesci e coralli multicolore) e indicandoci di attraversare l’isola a piedi per raggiungere la spiaggia migliore, una passeggiata di 5 minuti, dice lui…
In verità, si tratta di una camminata di almeno un quarto d’ora, nell’erba alta sotto il sole cocente o tra i rovi, cercando di non calpestare quella sorta di animali preistorici con il guscio che scorrazzano per il sentiero…
Ma dall’altra parte c’è letteralmente il paradiso: senza dubbio la spiaggia più bella della mia vita, un semi-cerchio circondato da palme, assolutamente deserto, con un mare di un celeste e di una trasparenza tali da sembrar finto.
Peccato aver lasciato le maschere sull’altra spiaggia, ma non fa nulla, tanto grandi sono lo stupore e la gioia per essere in un posto del genere…
Ultima nota su Culebra: alla sera, cosa offre´ Praticamente niente, solo alcuni suggestivi ristorantini che si contano sulle dita di una mano, tra cui il famoso Mamacita’s e il frequentato Dinghy Dock, dove assistiamo anche ad un serata karaoke molto alcolica ma altrettanto professionale. Chi cerca musica e divertimento si rivolga altrove…

L’INTERNO
Dell’interno so davvero poco, praticamente ne ho visto di più dai documentari in tv che con i miei occhi, considerando che ci siamo solo passati in macchina viaggiando verso ovest.
Però ritengo che un cenno sia doveroso.
L’interno di Puerto Rico è decisamente diverso dalla costa: vi si trovano inaspettati rilievi verdissimi, spazi molto ampi e paesini con un’atmosfera cristallizzata agli anni ’50, ricchi di tradizioni, feste popolari e maiale allo spiedo, nonché le famose piantagioni di caffè.
Certo, le guide si soffermano sulla costa e sulle zone montuose più rinomate, come El Yunque e Toro Negro, ma sono convinto che, per chi disponga di più tempo, un itinerario che comprenda la parte centrale dell’isola, magari lungo la segnalata Ruta Panoramica, sia assolutamente interessante e ricco di soddisfazioni.

RINCON E LA COSTA OVEST
Attraversata l’isola in tutta la sua lunghezza (non è un gran viaggio, ci vogliono circa 3 orette), arriviamo a Rincon, ovverosia “El pueblo del surfing”, la celebrata mecca del surf.
Subito avvertiamo la differenza rispetto alla costa est: la vegetazione è più verde e più ricca, le strade e le città più ordinate, ci sono negozi, in sostanza l’impressione è che da questa parte di Puerto Rico ci sia un tenore di vita decisamente più alto.
La nostra casa è bellissima, ceniamo subito in un ristorante di livello superiore a quelli incontrati fino a quel momento, a bordo piscina, sulla spiaggia contornata da palme.
Però, quasi subito realizziamo che il periodo non è quello giusto: d’estate il surf sta a Rincon come un pattinatore sul ghiaccio a ferragosto a Forte dei marmi, non ci sono onde, e quindi nemmeno i surfisti.
Peccato, mi sarebbe piaciuto vederli e vivere l’atmosfera festaiola che li accompagna.
Nell’ambiente da “fuori stagione” di Rincon, troviamo l’unico “surf shop” aperto in cui fare acquisti e ci godiamo la piscina della nostra casa, di cui siamo unici ospiti.
Il mare qui è meno bello che a est; le spiagge sono piacevolmente limitate da file di palme, ma la sabbia un po’ scura rende più scura anche l’acqua, poi il cielo è nuvoloso e i colori meno scintillanti.
Il giorno successivo partiamo verso nord, per la fotografatissima Playa Crash Boat.
Come detto, in questa zona si percepisce una maggiore accoglienza verso il turista, abbondano le bancarelle lungo la strada, in cui comprare frutta tropicale e pina colada, a prezzi talmente bassi da essere imbarazzanti (noi paghiamo 2 dollari un intero casco di banane che non riusciremo mai a mangiare tutte), e addirittura in città si trovano negozi di souvenir, normalmente ignorati, ma che diventano preziosi quando non ce ne sono di altro tipo.
Playa Crash Boat non delude la sua fama. Il nome è dovuto ad alcune barche molto colorate adagiate sulla sabbia, che anche noi non ci esimiamo dal fotografare.
Considerata la vicinanza con la città, il mare è sorprendentemente limpido e ricco di animali, compreso un inquietante pescione che nuota non lontano da riva, ben visibile dalla spiaggia tanta è la trasparenza dell’acqua.
E’ sabato e sgangherati school-bus rovesciano sulla spiaggia le famiglie e i loro mega-frigoriferi, provenienti dalla vicina città di Aguadilla.
Ma la cosa che per noi resta inspiegabile, è che anche qui la gente si accalca in una zona della spiaggia, lasciando completamente deserto il resto dello spazio dove, guarda caso, si ritrovano i pochi turisti stranieri.
Non posso non citare l’indimenticabile pina colada presa da uno dei venditori ambulanti che sostano dietro la spiaggia, da noi subito eletto, con sua evidente soddisfazione, “The king of pina colada”; la migliore tra tutte quelle (numerose) bevute a Puerto Rico, unforgettable!

ARECIBO E LA COSTA NORD
Sono stato all’osservatorio di Arecibo, quello del codice inviato nello spazio perché qualche civiltà aliena lo raccogliesse quale messaggio dell’umanità, oppure, molto più prosaicamente, quello di “Contact”, il film con Jodie Foster.
E’ una cosa che mi suona talmente strana che fatico a crederci…
Arecibo è posto nel folto della foresta, ma proprio nel folto, come la casetta delle streghe dnlle fiabe, solo che qui fa un caldo infernale e c’è un’umidità massacrante.
Superata la faticosa salita a piedi dell’ultimo tratto di strada, si arriva nel centro accoglienza, dove si trovano alcune stanze in cui vengono date informazioni sull’osservatorio e più in generale sull’astronomia, con piccole esperienze interattive molto interessanti.
Per la foto di rito, da un terrazzo si accede al cospetto dello “specchio” dell’osservatorio che, a dire il vero, non maschera i segni degli anni, con crepe e mattonelle rotte, tanto da suscitare un po’ di delusione e di malinconia, pensando alle notizie che lo vogliono presto chiuso per mancanza di fondi (e di scoperte aliene che rispondessero agli impulsi inviati, aggiungerei con un sospiro…).
La nostra esperienza portoricana volge al termine.
Ci concediamo un bagno in una spiaggia della costa nord, la più selvaggia dell’isola stando alle guide: vegetazione foltissima, bella sabbia farinosa color miele, acqua trasparente, musica alta e portoricani in festa (beh, è domenica…)
Malinconia a canna, mitigata solo dal peggior pastelillo di tutta l’isola, che ti fa venir voglia di scappare.


PARTE DUE – ORLANDO, THE LAND OF ENCHANTMENT
Sì, lo so che The Land of enchantment è il soprannome del New Mexico e non di Orlando, ma ci sta comunque bene e mi piaceva il collegamento con La Isla del Incanto.
Tornare a Orlando a soli 2 anni di distanza può sembrare un po’ folle, ma nel 2008 avevamo promesso che saremmo venuti per visitare il parco dedicato a Harry Potter (che, in verità, da “parco” è stato poi “ridotto” ad essere una zona di Island of Adventure).
Stavolta abbiamo meno giorni a disposizione, 4 pieni e 5 notti, e ci ripromettiamo di prendere le cose con calma e di non correre come disperati (ben sapendo che sarà impossibile), quindi programmiamo 2 giorni agli Universal Studios, 1 per rivedere meglio Epcot e 1 suddiviso tra shopping e un parco acquatico, Blizzard Beach.
Sui parchi di Orlando non starò a riprendere quanto già raccontato la volta scorsa.
Luglio non cambia molto rispetto ad agosto: qualche acquazzone in meno, ma fa lo stesso caldo torrido e c’è la stessa quantità di persone, magari meno famiglie ma tantissimi ragazzi in gruppi organizzati, soprattutto sudamericani, un sacco di brasiliani.
Confermo alla grande che vale la pena alla grande acquistare il Fast Express con cui azzerare le code; costa quasi quanto il biglietto di entrata, ma cambia letteralmente la giornata nel parco.
Tornare agli Studios ci consente di rifare con più calma, e magari più volte, le attrazioni che avevamo apprezzato maggiormente, come Simpsons Ride, Spiderman, La Mummia, Ripsaw Falls, Jurassic Park ed evitare quelle meno gradite e magari impegnative come tempo.
La parte dedicata ad Harry Potter è fantastica: fantastica è la ricostruzione del Castello di Hogwarts che include l’attrazione Harry Potter and the Forbidden Journey, in cui si vola per un viaggio nell’universo potteriano, incontrando personaggi e ambienti noti ai seguaci della saga; fantastica è la riproduzione del villaggio di Hogsmeade, in cui gli appassionati possono veramente calarsi nei libri del maghetto; fantastica è la bottega di Olivander (se non fosse per la coda pazzesca), nella quale si rivive la scena del primo film, e un fortunato bambino-Harry preso tra il pubblico è accompagnato nella scelta della sua bacchetta.
E poi i mille particolari che fanno gioire gli appassionati, come la serra di erbologia, lo studio di Silente, i lamenti di Mirtilla Malcontenta nei bagni, i negozi in cui comprare le ciocco-rane e gli scherzi di Bill e Fred, le fotografie animate, la burrobirra e il succo di zucca, i Tre Manici di scopa, la galleria dei ritratti, la guferia, e potrei continuare all’infinito.
Piuttosto inutili le altre due attrazioni: Dragon Challenge Ride, che non è altro che la rivisitazione in chiave vagamente potteriana del pre-esistente ottovolante Dueling Dragons, e le montagne russe per famiglia Flight of the Hyppogriff, nient’altro che un diversivo per distribuire la gente.
Ad essere sinceri, ci è sembrato che anche l’attrazione principale, se pur entusiasmante, dia agli appassionati di Harry, quelli che mia figlia definisce “degni”, qualche motivo per storcere il naso, come la totale assenza di Voldemort, che pure è il co-protagonista “occulto” della storia, o degli incantesimi, e la sovra-abbondanza di effetti ad uso soprattutto dei “non degni”, come ragni e dissennatori decisamente in eccesso.
Di EPCOT ho già scritto e non dirò nulla di più. L’altra volta l’avevamo erroneamente sottovalutato e invece ritengo sia uno dei migliori parchi Disney, se non il primo in assoluto. Stavolta ci godiamo le attrazioni che ci mancavano, come la Biosfera e Soarin, entrambe molto belle, e la Sustainable Farm, a cui si può tranquillamente rinunciare.
BLIZZARD BEACH si contende con il gemello della Disney “Typhoon Lagoon“ il primato di miglior parco acquatico di Orlando; per quanto mi riguarda, è pura e straordinaria follia.
E’ la ricostruzione di una stazione sciistica alpina, con gli scivoli che scendono da una collinetta (artificiale, in Florida non c’è un rilievo che è uno) a cui si accede con tanto di seggiovia, e chalet di legno per bar e negozi, con ghiaccioli finiti che scendono dal tetto.
La “montagna” è disseminata di pini e cosparsa di neve finta e le discese ricreano il brivido delle piste da sci,: si curva attorno alle porte da “gigante”, si sente il suono dei campanacci dei tifosi, viene cronometrato il tempo di ognuno. Se on è pazzia questa…

SHOPPING. Sarà anche vero che gli italiani in vacanza hanno l’ossessione dello shopping, ma a Orlando sarebbe sciocco non approfittare dell’enorme offerta di abbigliamento a prezzi così vantaggiosi.
E’ ormai noto: si tratta di acquistare le maggiori marche d’abbigliamento circa a un terzo dei prezzi massacranti applicati in Italia.
Gli outlets in America sono un po’ dappertutto, l’unica differenza è che ad Orlando sono ce n’è una bella concentrazione. La scelta è vastissima e, oltre ai numerosi e sconfinati outlets, si può optare per uno dei centri commerciali, in cui la riduzione è minore, diciamo circa del 40% rispetto ai prezzi italiani. Questa volta noi torniamo al Premium Outlet, ormai una vecchia conoscenza, e proviamo The Mall at Millenia, luccicante shopping center
Vale la pena di rifarsi mezzo guardaroba, l’unico aspetto controproducente è che, tornati in Italia, le vetrine dei nostri negozi sembrano una pesante presa in giro…

INTERNATIONAL DRIVE
International Drive attraversa tutta Orlando, più o meno da sud-ovest a nord-est.
Ma al di là delle connotazioni topografiche, International Drive è il “cuore” della città, la strada maestra sulla quale si trovano albergoni, un enorme e impressionante centro-congressi, ristoranti e locali, i minigolf più impossibili e le attrazioni più pazze.
Tra quest’ultime, particolarmente divertenti e visibili sono la casa mezza sprofondata nel terreno di Ripley’s Believe it or not e, soprattutto, quella che ospita il centro divertimenti Wonder Works; si tratta di una grande casa coloniale letteralmente ribaltata, cioè a testa in giù, con tanto di palme e lampioni che scendono dal prato e uno scricchiolio sinistro che si avverte nelle vicinanze, a minacciare la finta instabilità del complesso.

WINTER PARK
Stavolta decidiamo di esplorare un poco di Orlando, andando oltre i grandi parchi di divertimento.
Quindi scegliamo di soggiornare su International Drive e di passare una serata a Winter Park, su cui ho visto un documentario in tv.
Si tratta di un piacevole quartiere residenziale / commerciale posto a nord di down-town.
La prima considerazione che facciamo è che finalmente possiamo constatare che esiste una Orlando abitata da persone che conducono una vita pseudo ordinaria, visto che quella che avevamo visto fino ad allora è un posto totalmente fuori da ogni normalità e privo di qualsiasi identità geografica.
A Winter Park troviamo la Wine Room, un’enoteca molto particolare in cui si carica una tessera con la cifra che si vuole e si “riempie” il bicchiere attingendo da distributori in cui sono evidenziate caratteristiche e prezzo di ogni vino.
L’idea è molto originale e divertente, ma in tv sembrava meglio; perché il problema è che le dosi sono davvero misere, per cui se si vuole andare oltre pochi piccoli assaggi bisogna spendere una fortuna.
Mi piace ricordare il locale scelto per la cena, il Nelore Steakhouse. E’ un ristorante brasiliano in cui viene servito churrasco di carne di ogni tipo; la qualità è eccezionale e la quantità illimitata, nel senso che si viene serviti finché non si alza bandiera bianca.
Musica dal vivo ad accompagnare la cena, atmosfera cordiale, insomma, decisamente un bel ricordo.
Un’avvertenza: il ristorante è più caro rispetto a quelli normalmente frequentati negli States e in particolare a Orlando, ma mia figlia (11 anni) non ha pagato, quindi alla fine il conto si è riequilibrato…

PALM BEACH
Il sipario della nostra vacanza si chiude a Palm Beach, la stazione balneare dei super-ricchi nella quale passiamo qualche ora sulla strada di ritorno per l’aeroporto di Miami.
Anche qui, verifichiamo come l’estate sia il “fuori stagione” della Florida: la spiaggia è praticamente deserta, per le strade circola poca gente e la via principale, quella dei negozi di lusso, è un cantiere aperto.
Il caldo è davvero infernale: ci trasciniamo con fatica per dare un’occhiata alle eleganti vetrine che espongono abbigliamento, oggetti e gioielli di livello davvero molto elevato.
Ma fa troppo, troppo caldo.
Si torna a casa.

Curiosità 

- Mai viste così tante lucertole in vita mia: a Puerto Rico sono ovunque e di ogni dimensione, dalle più piccole fino a delle specie di dinosauri, corrono tra le foglie o si godono il sole sui sassi. Questo è indubbiamente il paese delle lucertole!!

- La Pina Colada è la bevanda nazionale di Puerto Rico, dove è stata inventata negli anni ’50
Sull’origine della bevanda abbondano storie e leggende, come quella che la vuole inventata dal pirata portoricano Roberto Cofresi nell’800.
Nel mio viaggio, sono impazzito per la pina colada, con rhum o analcolica, con o senza panna, straordinaria !
Che si tratti di locali veri e propri o di banchetti con le ruote di venditori ambulanti sulla spiaggia, la pina colada è letteralmente onnipresente, poco costosa e quasi sempre buonissima
Mi manca da impazzire…

- 4 Luglio
In internet si trovano, per quanto timide, notizie e video di feste a San Juan per il 4 luglio.
Noi, entusiasti dei precedenti 4 luglio goduti negli States, da buoni italiani abbiamo chiesto informazioni al riguardo nostro albergo e abbiamo ricevuto una risposta cortese ma ferma: “Non è una nostra festa, non abbiamo nulla da festeggiare”
Temo che Youtube non sia infallibile…

 

 

 

 

 

 

Le sensazioni perfettamente caraibiche dell’Isla del Incanto, con finale “potteriano” a Orlando

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