L’Andalusia, crocevia di culture

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L’Andalusia, crocevia di culture

Il mio viaggio in Andalusia ha avuto un sapore speciale, perché è stato un piacevole ritorno dopo ben 31 anni, negli stessi luoghi: ovviamente non ho trovato la stessa Spagna e la stessa Andalusia, ma, benché siano arrivate le inevitabili delusioni per l’affollamento di luoghi turistici che tre decenni fa erano quasi deserti, tornare sui passi della mia prima vera vacanza indipendente, fatta in giovanissima età, è stato certamente entusiasmante.
Non è stato comunque per nostalgia o altro che sono tornato da queste parti, ma un motivo molto più pragmatico: il matrimonio di un parente (italiano) con una bella e dolce ragazza Spagnola, occasione per vivere anche un evento “locale”.Un matrimonio è piacevole pretesto per tornare a distanza di tanti anni nella “Spagna più Spagna”!Venerdì 17 agosto
Il venerdì 17 che ci ha visto arrivare a Siviglia, non va certamente ricordato per nessun evento particolarmente sfortunato, a parte le temperature proibitive. Arriviamo infatti nella capitale dell’Andalusia alle 12.10, con il termometro che segna 36 gradi. Siamo ad agosto, ce lo aspettavamo, ma è sempre difficile abituarsi a temperature del genere. Raggiunto in breve tempo l’albergo decidiamo di sfidare le temperature infernali, anche perché due del nostro gruppo, mia madre e mia moglie, se ne andranno domenica, subito dopo il matrimonio.
Dunque approfittiamo di ogni momento a disposizione. Il nostro Albergo, l’hotel Alcazar, peraltro con un ottimo rapporto qualità – prezzo, è giusto di fronte al Barrio di santa Cruz: per arrivarci basta attraversare la strada e addentrarsi nella frescura del parco che si trova a sud del quartiere. Dato che è una delle attrattive della città, decidiamo di visitarlo subito.
Il Barrio rimane tuttora una chicca, anche se rispetto a 30 anni fa presenta un maggior numero di negozietti o ristoranti. Situato a sud della piazza principale, dove si trova la cattedrale, la famosissima Giralda e l’Alcazar, il quartiere fu per secoli il cuore pulsante della vita sivigliana. Ora è un sonnacchioso gruppo di abitazioni dai vicoli strettissimi e dai muri dipinti di bianco. L’accavallarsi delle abitazioni, nonostante presumibilmente dieci secoli fa, quando sono state costruite, non ci fossero problemi di spazio, non è casuale e non ci vuol molto a capirne il motivo. Entrando tra i vicoletti dove il sole non riesce a penetrare, si è sempre all’ombra e la sensazione, specialmente alle due del pomeriggio, è decisamente piacevole!
Ma Santa Cruz non è purtroppo un quartiere molto grande e i problemi cominciano quando ne usciamo. La piazza antistante la Cattedrale è inondata dal sole e gli oltre 40 gradi del primo pomeriggio si fanno sentire tutti! Nonostante tutto ci facciamo prendere dall’entusiasmo di fronte all’imponente costruzione: ci giriamo intorno, nonostante il sole a picco tenti di scoraggiarci, e ne ammiriamo le possenti mura per poi proseguire coraggiosamente il nostro giro fino alla Plaza de Toros, una delle più belle di Spagna, oltre che la più vecchia. La Plaza de Toros può essere visitata, ma noi ci limitiamo a percorrere il perimetro esterno. Trent’anni prima qui abbiamo assistito ad una corrida e abbiamo visto pure un torero incornato. Quest’anno non abbiamo nessuna intenzione di ripetere l’ esperienza di uno spettacolo così cruento, ci accontentiamo di quanto visto parecchi anni fa! Concludiamo la nostra passeggiata riavvicinandoci all’albergo costeggiando il Guadalquivir. Arriviamo in albergo alle 18.00 e ci prepariamo per la cena della prima sera: gli sposi passeranno a prenderci (nel frattempo in albergo sono arrivati almeno un’altra trentina di invitati italiani) per portarci a cena in un ristorante a pochi passi da Plaza De Espana. Un primo assaggio della deliziosa cucina Spagnola e degli onnipresenti spruzzi di acqua vaporizzata che si riveleranno una costante dei tavoli all’aperto di bar e ristoranti: ugelli montati su un tubo che corre lungo il bordo di muri o ombrelloni, spruzzano ad intervalli regolari acqua vaporizzata che dovrebbe servire a dare refrigerio. Nutriamo seri dubbi sulla loro efficacia, ma prendiamo atto della loro presenza che ci accompagnerà in quasi tutti i locali che frequenteremo in questo viaggio.

Sabato 18 agosto
Oggi è il gran giorno del matrimonio, ma dato che la cerimonia ha orari decisamente Spagnoli (sarà alle 19.00) abbiamo il tempo di dedicare la mattinata ad una visita. Optiamo così per la Cattedrale e, benché la sera prima abbiamo fatto festa e siamo a andati a dormire all’una, ci alziamo presto per evitare la coda. La scelta si rivela vincente, perché le prime ore del mattino si rivelano le uniche relativamente fresche della giornata. La Cattedrale apre alle 8.30 e noi 6 siamo lì, intrepidi visitatori, assieme a un paio di immancabili tedeschi e quattro o cinque americani. Della folla, fortunatamente, manco l’ombra. Visitare la cattedrale è una operazione decisamente lunga e stancante. L’edificio è enorme, zeppo di statue, quadri, tesori e arazzi: quando fu costruita, nel 15° secolo sul sito di una precedente moschea ( queste “sostituzioni” o integrazioni tra l’architettura cristiana e musulmana sarà un tormentone della storia dell’Andalusia) , coloro che la progettarono vollero una costruzione così grande da voler far pensare ai visitatori che fosse un progetto partorito da dei pazzi! Al di là della possibile pazzia, la cattedrale è comunque la terza in ordine di grandezza in Europa e la più grande costruzione gotica del mondo. L’impatto visivo è dunque davvero impressionante. Fortunatamente ci siamo documentati per bene prima e sappiamo che dobbiamo dedicarle tutta la mattinata. Quindi ce la godiamo con calma, in compagnia dell’audioguida, gustandoci la descrizione di cappelle che sappiamo bene ci dimenticheremo dopo qualche giorno, o forse qualche ora, ma non ci importa molto, al momento ci sembrano tutte belle e importanti!
Parlare di questo monumento, patrimonio dell’ Unesco, in poche righe, non è semplice e qualsiasi descrizione risulterebbe riduttiva e insufficiente. Mi limito pertanto a citare alcune delle cose più interessanti e curiose che si possono scoprire tra le 5 navate e le 8 cappelle di questa costruzione. Ciò che incuriosisce di più i visitatori è certamente la tomba di Cristoforo Colombo o, meglio, il suo imponente monumento funerario, una bara in bronzo portata da quattro alfieri con le insegne dei quattro Stati che a quel tempo componevano la Spagna: Castiglia-Leon, la Navarra, Aragona, e il regno di Granada.
Di costruzione recente (risale al 1900), il monumento dovrebbe racchiudere al suo interno le spoglie del grande navigatore genovese. Il condizionale è d’obbligo, perché secondo alcuni le vere spoglie sono sepolte a Santo Domingo.
Sono invece sicuramente originali le spoglie di Ferdinando III, il conquistatore della città, che riposano in una teca di argento nella Cappella Reale, assieme a quella di altri sovrani.
Una interessante esperienza è cercare di scoprire, osservando il dipinto dalla giusta angolazione, il segno del taglio sciagurato di alcuni ladri che asportarono la figura di Sant’ Antonio inginocchiato da “La visione di Sant’Antonio” di Murillo del 1666. Se si osserva il quadro non da davanti ma spostandosi leggermente a destra, si nota una “cornice” di colore leggermente diverso intorno al santo: è quello il punto dove i restauratori hanno lavorato per inserire nuovamente la figura del santo, rubata nel 1874 e recuperata poco dopo.
La chiesa custodisce anche parecchie opere di notevole spessore artistico: oltre al Murillo appena citato, vi è un dipinto del Goya, il martirio di Santa Giusta e Rufina ed uno spettacolare altare gotico considerato il più grande del mondo nella Cappella Reale. Per gli appassionati di ridondanti tesori cesellati invece, c’è da riempirsi gli occhi con un ostensorio d’argento cesellato di quasi 500 chili che spicca tra i vari tesori d’arte sacra raccolti nella sacrestia.
Terminata la visita della cattedrale, dopo quasi tre ore, non può mancare la salita alla Giralda, certamente il simbolo della città. A differenza di tutti gli altri campanili del mondo, salire alla sommità dei 90 metri della torre è piuttosto semplice: la notevole larghezza di questa torre campanaria ha permesso infatti di realizzare delle rampe al posto dei gradini tanto che era possibile salire persino a cavallo!
In realtà la Giralda era originariamente il minareto della moschea: della moschea originale non rimane nulla, distrutta per lasciar posto al nuovo imponente edificio, mentre la Giralda è stata modificata con l’aggiunta della torre campanaria sulla sommità, dandole l’aspetto tipico dei campanili cristiani.
Alla sua sommità si trova il Giraldillo, una banderuola che rappresenta la fede e da il nome alla Torre.
Terminiamo anche questa visita quando ormai è mezzogiorno passato e le donne della compagnia si ritagliano il tempo per un po’ di shopping nei negozi intorno alla Piazza e nel vicino Barrio: Noi maschi, notoriamente poco inclini a tale attività, passiamo il tempo a cercare di scegliere un ristorante adeguato al nostro pranzo leggero, dato che sono previste abbondanti libagioni in serata.
Scegliamo alla fine il ristorante La Cueva, nel cuore del Barrio, giusto di fronte alla Plaza de Dona Elvira. Sebbene sfacciatamente turistico, ci attira il bel patio interno che ci godiamo gustando una eccellente Paella accompagnata da una freschissima Sangria. Conto: 87 Euro in sei
Rientriamo in albergo nel primo pomeriggio per una inusuale quanto provvidenziale siesta, dato che ci aspetta una serata intensa: alle 18.00 un autobus ci preleva dall’albergo e ci porta alla vicina città di Alcalà de Guadaira, a pochi chilometri di distanza, dove si celebra il matrimonio alle 19.30. Siamo una cinquantina tra italiani e Olandesi (mio cugino lavora per una ditta Olandese), ai quali si aggiungono in chiesa altrettanti Spagnoli i parenti della sposa.
Essendo un evento poco “turistico” mi limito a segnalare la bella esperienza che un matrimonio all’estero può comportare, a cominciare dalla piacevole compagnia di persone di nazionalità diversa, e, non ultimo, il fatto che abbiamo banchettato in uno bellissima azienda agricola tipica spagnola, dalle mura di cinta bianchissime: un posto che valeva davvero la pena vedere.
Considerato che il matrimonio è cominciato tardi, anche la nostra cena comincia verso le dieci: dal punto di vista logistico, l’organizzazione è impeccabile: due bus riportano gli invitati all’albergo a due ore diverse, le 2.30 e le 5.00. Nonostante l’atmosfera festosa, io prendo il primo, assieme a non più di altri 10 invitati, per accompagnare mia moglie e mia madre che per vari impegni sono costrette a rientrare il giorno dopo con un volo mattiniero. Alla fine vado comunque a dormire dopo le 4.00.

Domenica 19 agosto
Sono le 11.00 del mattino quando ci ritroviamo, noi 4 superstiti del gruppo, nella hall dell’albergo.
Siamo rimasti io, mia sorella e i suoi due figli di 19 e 17 anni, pronti ad affrontare la settimana itinerante in Andalusia. Ma oggi, complice la stanchezza per la serata brava, il programma è ancora tutto da stabilire. Dato che è troppo tardi per la colazione, usciamo dall’albergo: fortunatamente c’è un bel bar a pochi passi di distanza e notiamo che i tavolini all’aperto sono già occupati da qualche altro invitato italiano reduce dai festeggiamenti notturni. Tra un caffè (fortunatamente discreto) e un cappuccino meditiamo il da farsi: alla fine, dovendo scegliere se visitare l’Alcazar o la casa de Pilatos, decidiamo per quest’ultima, scelta un po’ meno ovvia dato che l’Alcazar è forse il monumento più importante di Siviglia dopo la Cattedrale e la Giralda. In realtà la scegliamo perché la consideriamo un po’ meno impegnativa della residenza dei re, ma alla fine della visita dovremo ricrederci!
La Casa de Pilatos, costruita nel 15° secolo è considerata una delle più belle residenze di Siviglia ed è tuttora abitata da una famiglia ricca e nobile andalusa, i duchi di Medinaceli. I suoi primi proprietari, la famiglia Ribera, appassionati di arte Italiana, vollero costruire una dimora che ricordasse lo stile rinascimentale italiano, senza però rinnegare il gusto per lo stile Mudejar ( stile ispirato agli elementi decorativi arabi) allora ancora molto sentito, nonostante già da molto tempo i mori fossero stati cacciati. In linea d’aria non è molto lontana dalla Cattedrale, circa 500 metri oltre il Barrio di santa Cruz. Già dall’esterno stupisce per la sua bellezza, pur se priva di decorazioni particolari. Le mura del giardino si affacciano su una piccola piazzetta e sono interrotte solo dalla porta di ingresso alla residenza. L’ingresso costa 8 euro, meritatissimi.
Si visitano liberamente il giardino e il piano inferiore, mentre a parte del piano superiore si ha accesso con una visita guidata.
Nelle stanze del piano inferiore, decorate in vari stili tra cui appunto l’immancabile stile mudejar, quasi a ricordarci che siamo in Andalusia, spiccano due curiosità: il celebre dipinto di josè de Ribera, la donna barbuta, (tale Magdalena Ventura, abruzzese) davvero unico nel suo genere, ed il fresco giardino interno, famoso per avere raccolto le ceneri dell’imperatore romano Traiano! Secondo la tradizione, infatti, l’urna dove erano raccolte le ceneri del famoso condottiero, giunse alcuni secoli fa proprio nella casa de Pilatos, ad arricchire la raccolta di cimeli e opere d’arte di famiglia. Sfortunatamente capitò tra le mani di una meticolosa serva che, ritenendo le ceneri solo della sporcizia all’interno del contenitore, penso bene di svuotare l’urna nel giardino, dall’alto della terrazza del primo piano. Ripulì quindi con cura il contenitore e lo rimise al suo posto, soddisfatta della propria diligenza ed ignara del disastro appena combinato!
Se non altro, i poveri resti dell’Imperatore hanno trovato un luogo degno per la loro dispersione!
Al piano superiore si accende attraverso uno splendido scalone decorato, che conserva alla sua sommità una piccola nicchia con la figura di un gallo. Seconda la leggenda (qui la parola “storia” va accuratamente evitata!) all’interno della nicchia sono conservate le ossa del gallo che cantò quando Giuda tradì Gesù. Non abbiamo però ancora capito chi si sia preso la briga di andare seduta stante ad accoppare il povero gallo, quel giorno! Uno dei misteri della vita che rimarranno irrisolti…
La visita guidata al piano superiore, si rivela una interessante passeggiata tra quadri e mobili d’epoca. Alcuni dipinti sono veramente di valore e piuttosto interessanti per noi Italiani: spiccano infatti delle vedute cinquecentesche di città italiane e, oltre ai panorami di 5 secoli fa, alcune opere di pittori famosi come El Greco (le lacrime di san Pietro) Sebastiano del Piombo (la Pietà), e l’interessante apoteosi di Ercole, di Francisco Pacheco, che fu il maestro del grande Velasquez. Usciti dalla interessante casa, non ci resta, dopo una piccola passeggiata nei dintorni, che dedicarci ad una delle nostre attività preferite: la ricerca di un buon ristorante. La zona è piena di locali, e optiamo per una chiassosa trattoria dove molti locali stanno seguendo la partita di calcio del Betis alla TV. I miei nipoti, appassionati, si divertono con loro, mentre noi preferiamo la compagnia di una serie infinita di Tapas (benchè sia presto non abbiamo pranzato), che ci lasciano soddisfatti quanto i tifosi del Betis che vince la propria sfida 3 a 2. Stasera, inutile dirlo, andremo a dormire presto!

Lunedì 20 agosto
Partiamo poco prima delle 9.00 da Siviglia: prendiamo un taxi che in circa un quarto d’ora ci porta al vicino aeroporto dove abbiamo prenotato un’auto. Le formalità sono rapide, e nel giro di una ventina di minuti usciamo già dall’aeroporto con una Opel Astra, direzione Cordoba. L’aeroporto si trova già ad est della città, proprio sull’autostrada che va in direzione di Cordoba, dunque in poco più di un’ora percorriamo i 140 chilometri che ci separano dalla città.
L’albergo dove alloggeremo è centralissimo, lungo il muro sud della Mezquita, l’antica moschea, ma purtroppo non mi avvedo in tempo dell’uscita dalla circonvallazione della città ed ho la pessima idea di cercare di entrare dall’ingresso successivo. Così, ci ritroviamo a girare tra l’antico quartiere arabo, su stradine paurosamente strette (a volte siamo costretti a fermarci anche solo se incrociamo un pedone) e senza nessun punto di riferimento. Dopo un quarto d’ora di evoluzioni e forzate marce indietro tra i labirinti del quartiere e sotto gli sguardi preoccupati di due dei tre passeggeri (il mio nipote più vecchio, notoriamente flemmatico, preferisce farsi un pisolino anziché aumentare la nostra tensione alla vista dei muri delle case a pochi centimetri dalle portiere) guadagniamo finalmente l’uscita e ritorniamo verso il primo accesso: ora tutto è più facile ed in pochi minuti arriviamo ad uno spiazzo che si apre davanti ad un angolo della Mezquita: dobbiamo individuare quale dei 4 lati è il lato dell’hotel e per farlo ho la pessima idea di chiedere informazioni a due cocchieri delle carrozze turistiche che stazionano davanti alla moschea.
Mi scontro così con la loro cafonaggine: scoprirò più tardi da solo che l’hotel è lì, a 50 metri , ma alla mia richiesta di informazioni prima mi guardano senza rispondermi , poi uno, alla seconda richiesta mi dice “non so”. Capisco finalmente che non mi vogliono dare l’informazione ed in quel momento mi rammarico di non essere un loro potenziale cliente, visto che non mi hai mai sfiorato l’anticamera del cervello andare a spasso con quelle carrozze sfacciatamente turistiche. Se fossi stato un possibile cliente sarebbe stata più grande la soddisfazione di cancellare quella categoria di svaghi dalla mia lista di cose da fare. Quelle carrozze si trovano un po’ dappertutto nelle città turistiche dell’Andalusia e i cocchieri sono tanto aggressivi nel cercare di catturare i turisti, quanto maleducati quando si tratta di dare una informazione, tra l’altro semplicissima: dire “è in questa via a 50 metri” costava quanto dire “non so” o peggio ancora guardarmi con la faccia da beota senza rispondere. Dunque se mi si concede di fare un po’ di pubblicità negativa, evitate quella categoria di persone che sa essere simpatica solo a pagamento, oltre a tenere dei poveri cavalli tutto il giorno, sotto il sole, a 40 gradi.
Ci troviamo il Posada de Vallina da soli e scopriamo con piacere che è un hotel davvero bellissimo. Ricavato da una costruzione originale di parecchi secoli fa, ha un patio interno davvero piacevolissimo: secondo la tradizione in quella casa avrebbe dormito anche Cristoforo Colombo: non è certo questo che ci colpisce dato che questa storia suona un po’ come quella delle schegge della croce: se mettessero insieme tutte le schegge della croce che ci sono in giro, ne farebbero tre di croci, per non parlare dei denti del Budda, che sono probabilmente un centinaio, in giro per il mondo!: ciò che ci piace è il fatto che se la tradizione dice questo, vuol dire che perlomeno la casa esisteva già nel 1400! D’altra parte l’ enorme costruzione che abbiamo davanti, a non più di 5 metri dall’ingresso dell’hotel, risale a quasi mille anni fa e dunque non è difficile crederlo!
Preso possesso delle camere (camera doppia a 55 Euro, praticamente regalata considerando posizione e qualità dell’hotel) ci avviamo subito al vicino ingresso della Mezquita, il gioiello storico della città.
Superata la prima porta che permette di entrare all’interno della possente costruzione, ci si imbatte nel Patio degli Aranceti , un cortile lastricato ombreggiato da alberi di aranci piantati a distanza regolare. La pavimentazione è percorsa da una fitta serie di minuscoli canali, larghi pochi centimetri, che permettono l’irrigazione. Delle vere e proprio arterie che portano e portavano l’acqua a tutti gli aranci, senza che una sola goccia possa andare perduta. Il vasto cortile veniva usato dai fedeli per le abluzioni prima di entrare all’interno del luogo sacro per la preghiera.
L’impressione che si ricava di primo acchito quando si entra all’interno della moschea è un misto di meraviglia e sconcerto: sembra che qualche misterioso architetto si sia divertito a raccogliere le eredità culturali di cristiani e musulmani e le abbia messe allegramente all’interno di un frullatore, per ricavarne una costruzione ibrida, dove non sempre è possibile riconoscere ciò che appartiene ad una cultura e ciò che appartiene all’altra.
Le 856 (!!) colonne che sostengono gli archi della moschea furono recuperate dagli arabi da precedenti costruzioni romane e visigote. Gli archi sono tutti a strisce bianche e arancioni e formano dei lunghi e regolari tunnel interrotti solo….dal muro di una chiesa, costruita all’interno della Moschea! Dunque, quella che fu la prima parte della moschea costruita nel 785 d.c dall’emiro Abd-ar- Rahman I è interrotta dal muro esterno della chiesa, che in realtà di esterno non ha nulla, dato che si affaccia all’interno della moschea! La chiesa fu fatta costruire da CarloV in epoca posteriore, nel 1520, quando la moschea era già stata più volte ampliata. Il monarca volle costruirla al centro, quasi a voler rimarcare simbolicamente il trionfo della religione cristiana su quella musulmana. Secondo la tradizione, sembra però che al termine dell’opera Carlo V si pentì della sua decisione e ammise di aver rovinato una costruzione unica al mondo inserendone al suo interno un’ altra non all’altezza.
La sensazione che se ne ricava è proprio questa: benché vedere un edificio religioso dentro l’altro costituisca senza dubbio una curiosa novità, non si riesce a fare a meno di pensare quale sarebbe stato il colpo d’occhio se la selva di oltre 400 archi non fosse interrotta da una chiesa tutto sommato anche mediocre dal punto di vista architettonico, benché dotata di qualche pezzo pregiato.
E’ infatti innegabile che la parte più interessante della visita viene offerta dall’architettura araba, a cominciare dalla maksura che si trova all’estremità ovest. La maksura è il luogo dove pregavano i califfi: qui gli archi e le cupole hanno decorazioni più ricche, ma soprattutto il portale del mihrab, dove fisicamente sostavano i califfi ha una decorazione semplicemente stupefacente. Sostiamo per diversi minuti ad ammirarne le ricche decorazioni: d’altra parte la stessa scrittura araba, che troviamo inserita all’interno dei mosaici colorati, costituisce di per se una decorazione!
La storia stessa della moschea rispecchia l’evoluzione della città di Cordoba: scopriamo così che la moschea, prima dell’arrivo dei cristiani, venne ampliata ben tre volte, man mano che la città si ingrandiva. Il primo nucleo costruito nel 785 venne raddoppiato cento anni dopo, e la costruzione venne allungata ulteriormente nel 961. Ma solo 20 anni dopo si rese necessario un ulteriore ampliamento: il problema era però che la costruzione, dopo i due allungamenti era arrivata quasi al fiume e dunque le 11 navate non potevano essere allungate: ci si allargo allora lateralmente aggiungendo altre 8 file di colonne. A ridosso dell’anno mille, dunque, la moschea raggiunse la sua massima estensione e contava allora 1293 colonne. Oltre 400 vennero successivamente tolte per fare spazio alle costruzioni cristiane di cui ho detto prima.
Se la moschea incanta anche oggi per la sua imponenza, non osiamo immaginare cosa deve essere stata al tempo delle 1293 colonne, quando lo spazio non era interrotto dalla cattedrale e dalla porta di ingresso si godeva della vista dello spazioso interno nella sua interezza, fino alla parte opposta dove il mihrab brillava per la sua ricca decorazione.
La visita dell’edificio ci prende tutta la mattinata ed usciamo nuovamente nel cortile degli aranceti inondato dal sole dopo le 12.00.
Usciti dal monumento, mangiamo nel piccolo patio ornato da fiori e da colonne secolari della Taberna Los Palcos. Ordiniamo ovviamente 4 paella, due Valenciane (mista carne e pesce) e due di Mariscos (pesce) assieme ad acqua e sangria. Sono le due passate ma qui è normale mangiare a quest’ora. Pranzo ottimo e conto nella norma.
Dato che le ore pomeridiane sono le più calde e la prossima visita è al vicino ponte Romano, completamente allo scoperto, torniamo in hotel ad attendere che passi la canicola. Passando a fianco alle secolari mura della Mezquita, ovviamente tenendoci nella parte in ombra, controllo il termometro di un negozio: siamo a quota 42 gradi.
Usciamo di nuovo alle 7.00 di sera, per percorrere il ponte romano sul Guadalquivir in tutta la sua lunghezza. Il ponte è pedonale, ottimamente restaurato e termina dall’altro lato con una alta torre medioevale. Da appassionato di natura, quando siamo nel bel mezzo del ponte, getto una occhiata verso il fiume ed avvisto subito un’oca selvatica ed un airone cenerino, proprio alla base dei pilastri. Ho centinaia di foto fatte in condizioni migliori nel mio archivio, ma alla passione non si comanda, e anche se so bene che probabilmente le foto le getterò, non resisto alla tentazione, e mi sporgo dal ponte per immortalare l’airone. Il mio gesto suscita la curiosità di altri turisti che vengono a controllare cosa ci sia di così interessante: così, nel giro di un paio di minuti, si forma un capannello vociante di gente che, ovviamente, inquieta l’airone: disturbato da tanto interesse verso di lui, dispiega le ali ed elegantemente toglie il disturbo!
Per poter ammirare meglio il ponte romano, una volta attraversato il fiume, ci incamminiamo verso quello successivo, a circa 3-400 metri di distanza. Per essere una opera del I secolo è davvero ben conservato e restaurato egregiamente. Ovviamente la torre di Calahorra che vediamo alla fine non è opera dei Romani ma una successiva aggiunta del periodo di dominazione Araba. Il ponte faceva parte della lunghissima Via Augusta, che collegava Roma a Cadice. E’ stato ovviamente rimaneggiato e restaurato più volte per arrivare a noi in queste superbe condizioni. Solo due archi, il 14 e il 15 sono originali romani (sono 16 in totale) , tutti gli altri sono stati ricostruiti nel corso dei secoli. Bisogna però dire che non si nota nessuna differenza con gli originali e la costruzione, torre a parte, sembra davvero essere uguale a quella che vide passare sul Guadalquivir generazioni di soldati romani. Fu tra l’altro per molti secoli l’unico punto di accesso alla città di Cordova.
Cena in un piccolo ristorante ai margini della città storica, vicino al ponte moderno appena attraversato aspettando il calar della sera che rende magica la vista verso il ponte. Risaliamo dopo cena verso la Mezquita e, mentre i miei compagni di viaggio girano per le viuzze circostanti io, armato di cavalletto e macchina fotografica, mi diverto a scattare foto notturne del centro storico.

Martedì 21 agosto
Dopo la colazione al bar dell’albergo, aperto anche agli esterni, con una mastodontica fetta di torta,
ci dirigiamo verso l’Alcazar dei re cristiani. Si trova a poche centinaia di metri dalla Mezquita ed è il luogo dove venivano ricevuti i re cristiani. Il complesso apre alle 8.00 del mattino e le prime due ore la visita è gratuita: perché non approfittarne? La cosa più piacevole di questa costruzione con cinta muraria sono i giardini, costruiti su stile arabo. A parte questi non c’è molto da visitare e sicuramente il palazzo non fa concorrenza alla Mezquita in fatto di importanza, ma vale la visita. Il pezzo che ci impressiona di più è uno stupendo sarcofaco romano del 3° secolo dopo Cristo.
Decoratissimo, ed estremamente ben conservato.
Alle 9.30 partiamo per la città di Jaen. La città non ha grandissime attrattive turistiche, ma ci solletica l’idea di uscire dai soliti itinerari turistici. Inoltre, sappiamo che stiamo per addentrarci in una delle zone più intensamente coltivate ad ulivo del mondo: il 10% dell’intera produzione mondiale di olio di oliva arriva proprio dalla regione di Jaen. A conferma di ciò, la strada per arrivare è davvero spettacolare: colline intere ricoperte da alberi di olivo dalle forme contorte, fanno da contorno al nastro d’asfalto che corre tra la terra riarsa dal sole. Sembra non esserci nessun’ altra coltura.
Quella che stiamo per affrontare sarà la giornata più calda della vacanza: non lo sappiamo ancora, ma l’ ondata di calore che mi investe quando scendo dalla macchina per fotografare le splendide colline color verde argenteo, me lo fa fortemente sospettare! Arrivati all’ hotel Triunfo Jaen, un moderno quattro stelle ben diverso come atmosfera dal precedente, ma con in comune un ottimo rapporto qualità prezzo (60 Euro la doppia) ce la prendiamo comoda, dato che il programma prevede solo la visita della cattedrale e di un paio di palazzi. Commettiamo però un errore, perché quando arriviamo alla cattedrale scopriamo che è chiusa dalle 14.00 alle 17.00: ovviamente noi arriviamo alle 14.00 in punto. Decidiamo quindi di mangiare qualcosa sulla strada per il palazzo di Villardompardo, un palazzo in stile rinascimentale famoso per i suoi bagni arabi
Ci fermiamo per un panino veloce in un piccolo bar del centro storico di Jaen, peraltro non particolarmente bello, e scopriamo con grande disappunto che non si può visitare neppure il palazzo, chiuso per restauro. Rassegnati, non ci resta altro che attendere le 17.00 per poter visitare almeno la cattedrale. Cerchiamo refrigerio in un piccolo parco, la temperatura tocca i 48 gradi!
Stesi sulle panchine di maiolica a dormire sembriamo dei barboni, ma non stiamo certo a sottilizzare, vista la situazione. D’altra parte la città è deserta e i rari passanti sembrano impegnati più a raggiungere la loro destinazione in fretta, per cercare a loro volta refrigerio, che non a badare a come siamo accampati nel parco ombreggiato.
Poco prima delle 17.00 ci incamminiamo lungo la strada in leggera discesa: la temperatura non è scesa neanche di un grado. Per fortuna l’interno della cattedrale, come tutte le chiese secolari offre ombra, refrigerio a tranquillità (quest’ultima per la verità non mancava neanche all’esterno!)
Con l’aiuto di una audioguida, scopriamo la storia delle ricche navate barocche. La chiesa non ha certamente l’importanza storica dei luoghi di culto e di potere delle vicine città Andaluse, tuttavia le decorazioni sono ricche e numerose. Prevale lo stile barocco, che non è certamente il preferito né da parte mia né da parte dei miei compagni di viaggio, ma la ricchezza di particolari che ci viene fornita dalle audioguide ci permette di apprezzare al meglio la visita. Ci fermiamo parecchio al suo interno, quasi a compensare il fatto che oggi non è stata una giornata molto fortunata in fatto di visite. Una breve sosta per bere qualcosa in un bar moderno, “innaffiati” dal solito dispositivo rinfrescante e ci avviamo quindi, verso le 19.00, al nostro hotel, che si trova all’uscita della città.
Io ne approfitto per fare un rinfrescante tuffo in piscina: finalmente la temperatura è scesa sotto i 40 ma permane abbondantemente sopra i 30 gradi. Torniamo in città per la cena, fermandoci in un bar/ristorante tipico che avevamo adocchiato quel pomeriggio, proprio nella parte vecchia della città, sulla strada che porta dalla cattedrale al palazzo. Non vediamo da nessuna parte il nome per annotarlo, in compenso notiamo con piacere che è molto frequentato dai locali.
Ordiniamo Polipo con patate, vongole e spiedini di pollo: cibo strepitoso (risulterà il migliore ristorante del nostro viaggio) e conto allineato ai soliti standard, 15 Euro a testa.
La passeggiata che ci riporta al parcheggio ci dà modo di apprezzare la facciata delle cattedrale che domina l’ampia piazza contornata da palazzi ottocenteschi. Illuminata sapientemente, attira i nostri sguardi ammirati. La Piazza, deserta durante il giorno, è ora la meta di famiglie con bambini che corrono felici e vocianti da un lato all’altro dello spiazzo, quasi a voler recuperare il tempo perduto durante il giorno

Mercoledì 22 agosto
Partiamo di buon ora, più per godere delle fresche ore del mattino che per una reale necessità dettata dal programma. Il viaggio verso Granada è breve, tutto in superstrada . usciamo solo una paio di volte per fare qualche foto alle colline ricoperte di oliveti. Questa volta non abbiamo nessun problema a trovare la strada per l’hotel: l’hotel Alixares si trova a soli 100 metri dall’ingresso dell’Alhambra, ragion per cui ci è sufficiente seguire le indicazioni per il più famoso monumento di Granada per arrivarci senza difficoltà. Attraversiamo tutta la città senza lasciare la superstrada, e ci arrampichiamo dal lato opposto della collina occupata dall’Alhambra.
L’albergo è un enorme complesso un po’ datato ma di ottimo livello, che ospita molti gruppi. Non è certo caratteristico come quello di Cordoba, ma lo abbiamo scelto lo stesso per il prezzo: 55 Euro per una doppia, praticamente regalato visto lo standard e la posizione!
Dato che sono appena le 10.00 del mattino lasciamo i bagagli in deposito e ci avviamo lungo la discesa che porta verso il centro della città. Ci fermiamo però prima a ritirare i biglietti che abbiamo prenotato via Internet alla cassa. Visitare l’Alhambra d’estate è una impresa non da poco: ogni giorno vengono messi in vendita 6.600 biglietti, di cui 4.400 sono riservati alla prenotazione via Internet (opzione che raccomando caldamente di scegliere!) mentre gli altri 2.200 vengono messi in vendita il giorno della visita. Per poter essere certi di visitarla, chi non ha prenotato deve mettersi in fila il mattino presto: la cassa apre alle 8.00, mezz’ora prima della sessione mattutina (vi è poi un secondo ingresso a partire dalle 14.30 per la sessione pomeridiana), ma è consigliabile fare la fila almeno alle 7.30.
Visto che sono le 10.00, e l’ora di punta per la prima sessione è passata, ci sono poche persone alla fila per il ritiro biglietti prenotati e ne approfittiamo, per evitare la calca del mattino seguente. Ritirati i nostri tagliandi, continuiamo la nostra discesa verso la città, attraversando lo splendido parco centenario che circonda le mura della fortezza dei re arabi. L’ombra degli alberi ad alto fusto è certamente quanto di meglio potessimo desiderare contro la canicola estiva. Poco più di un chilometro di discesa nel parco semideserto ci conduce, dopo aver attraversato un arco che funge da ingresso alla città vecchia, ad uno scenario ben diverso dai silenzi del parco: una breve via asfaltata sbocca in una piazza rumorosa ed affollatissima. Siamo in pieno centro storico! Un po’ disorientati per il repentino cambio di ritmo, decidiamo di piegare a sinistra per la visita all’immancabile cattedrale, che raggiungiamo in un quarto d’ora di cammino tra i marciapiedi fitti non solo di turisti ma anche di locali. L’ingresso alla cattedrale ci riporta entro un’oasi di tranquillità, nonostante sia abbastanza frequentata dai visitatori: i rumori del traffico esterno arrivano attutiti dalle spesse mura della costruzione secolare, ormai assediata dalle costruzioni vecchie e nuove che sembrano carpirne lo spazio vitale.
La cattedrale è in stile gotico-rinascimentale e risale ai primi anni del 1500. Per la precisione Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, ne decisero la costruzione alla fine del ‘400, subito dopo aver strappato la città al dominio dei mori. Ovviamente il luogo scelto non poteva che essere quello dove sorgeva la principale moschea della città. La costruzione dell’edificio fu però lunga e complessa e lo dimostra il continuo cambiamento di stili attraverso il quale passò: progettata in stile gotico, con l’intento di rivaleggiare con la cattedrale di Toledo, 50 anni dopo si decise di trasformarla in un edificio rinascimentale. Erano passati 150 anni dalla posa della prima pietra, quando se ne realizzò la facciata in stile barocco. Per i miei gusti personali, un peggioramento dopo l’altro! Solo all’inizio del 1700 la cattedrale vide la fine dei lavori. La parte più interessante è senza dubbio la cappella Reale: i due sovrani forse più famosi di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, vollero essere sepolti a Granada, quasi a voler sancire e dimostrare la definitiva sconfitta degli invasori arabi. Il loro mausoleo, all’interno della cappella, è un sontuoso monumento in marmo bianco, anche se curiosamente la loro tomba è una semplice bara in piombo nella sottostante cripta. Assieme a loro riposano altri sovrani loro discendenti tra cui Filippo il bello.
Abbandoniamo le fresche mura dell’edificio all’ora di pranzo: all’unanimità prendiamo la decisione di andare a pranzo nella zona più antica della città, parzialmente pedonale, per poterci lasciare alle spalle il frastuono delle trafficate arterie intorno alla chiesa. La nostra breve passeggiata ci porta ad un piccolo ristorante con alcuni tavolini all’aperto: benché siano in ombra, optiamo però per un tavolo all’interno che ci sembra molto più fresco. Ordiniamo la solita Paella (lo so, posso apparire noioso, ma essendo uno dei miei piatti preferiti ho deciso di mangiarne fino allo sfinimento) e vari tacos, innaffiati da birra e litri di acqua: nel corso di questa settimana consumeremo almeno 3-4 litri di acqua a testa al giorno! Il conto è sempre pressoché uguale, i soliti 15 euro a testa. Abituati nel nostro Paese dove un pranzo al ristorante può riservare spiacevoli sorprese, questa uniformità dei prezzi è per noi una piacevole sorpresa, che ci invoglia a continuare a sostituire quella che da programma doveva essere “la pausa panino” del pranzo, con un vero e proprio pranzo che ci permette di riposarci nelle ore più calde della giornata. In realtà il caldo opprimente non ci abbandona fino ad almeno le 6 del pomeriggio, ma ovviamente non possiamo e non vogliamo oziare più del dovuto, dunque nel pomeriggio vagabondiamo per il quartiere dell’Albaicin senza una meta precisa, assaporando il piacere di perderci tra gli strettissimi vicoli del barrio, dove tutti sembrano barricati in casa per sfuggire alla calura. Cominciamo costeggiando il piccolo fiume che divide le due colline principali di Granada: a destra torreggiano alla sommità della prima le mura che circondano l’Alhambra, mentre in quella alla nostra sinistra un labirinto di vicoli ci invita ad esplorare l’affascinante quartiere di Granada, che per secoli è stato il fulcro della vita commerciale della città
Il fiumiciattolo che divide le due colline è poco più di un rigagnolo popolato da gatti randagi, ma sono notevoli i ponti di pietra che lo attraversano: dal lato dell’Alhambra vi sono solo un paio di righe di vecchie costruzioni in pietra: si ha quasi l’impressione che, terminato tutto lo spazio a disposizione del Barrio, ad un certo punto si sia voluto provare a violare la sacra collina della fortezza, ma l’impresa sia stata abbandonata, visto il pendio ben più scosceso di quella collina fortificata. Forse la nostra è solo una fantasia da turisti, ma la sensazione che se ne ricava è proprio questa! Resta comunque il fatto che in alcuni punti, l’accoppiata ponte in pietra con il pugno di case dal lato opposto sembra il set ideale per un film ambientato nell’ alto medioevo! Lasciamo i ponti alle spalle e cominciamo il nostro lento peregrinare verso la sommità della collina incontrando subito un musicista che suona uno strano strumento: sembra un tamburo di ottone e ricorda vagamente un disco volante. Il suono è accattivante, sembra quasi più quello di uno strumento a corda che uno strumento a percussione… Il giovane musicista ci informa che è effettivamente un nuovo strumento, inventato in Svizzera non più di 10 anni fa.
Beh, il fatto che sia stato inventato in Svizzera rovina un po’ la poesia: già ci eravamo immaginato delle origini più auliche, magari in uno sperduto monastero tibetano, o in uno sperduto villaggio africano.… Il fatto che sia nato tra le banche Svizzere non ci entusiasma davvero. Ma il suono è delicato, avvolgente e compriamo entrambi i CD del musicista per 15 Euro.
Girovaghiamo lentamente senza una meta particolare, indugiando tra i vicoli caratteristici, a volte strettissimi, dove solo le motociclette riescono a passare. Incrociamo un paio di pittori intenti a dipingere la vista sulla collina di fronte, dove si vedono le mura della fortezza araba.
Una sosta per una invitante granita al limone in un piccolo negozietto di alimentari d’altri tempi, al cui ingresso è esposto un ironico cartello con su scritti “hoy todo (quasi)” e nel tardo pomeriggio arriviamo alla piazza di san Nicola, famosa non tanto per l’omonima chiesa, ma perché lo spiazzo antistante ha una spettacolare veduta sull’Alhambra.
Siamo praticamente in cima alla collina opposta e le mura della fortezza sono quasi allo stesso livello: benché sia distante in linea d’aria almeno un chilometro, sembra quasi di poterla toccare.
La piazza però è tanto gremita di gente quanto erano deserti i vicoli che avevamo appena percorso. Ci chiediamo da dove sono passati tutti quanti, ma sappiamo bene che l’intricata ragnatela di vicoli che si dipana dalla parte bassa della città offre diverse percorsi a chi vuole arrivare fin qui.
Attendiamo quindi il calar del sole, quando la luce del tramonto sembra incendiare le mura color ocra/arancione della fortezza: davanti a tale spettacolo non ci è difficile immaginare perché questo posto è così popolare! Scendiamo lentamente quando il sole è quasi scomparso all’orizzonte e giunti ai piedi della collina cerchiamo un posto dove mangiare e riposare le stanche membra. Finiamo quasi per caso dalle parti del ristorante dove abbiamo pranzato e, visto che abbiamo mangiato bene a mezzogiorno decidiamo di replicare!

Giovedì 23 agosto
Quando si tratta di parlare dell’Alhambra si prova quasi una sensazione di disagio dovuta al fatto che non si sa davvero da dove cominciare, cosa descrivere, sapendo che in un diario è necessariamente doveroso essere brevi e sintetici. Ci provo. Il nome è una contrazione della parola araba “castello rosso” e lo spettacolo visto la sera precedente non ci richiede nessuna spiegazione aggiuntiva. La parte conservata più antica del complesso è la fortezza chiamata Alcazaba: fatta costruire da Mohammad I verso la metà del 200 per difendersi dagli eserciti cristiani, si trova all’estremità opposta dell’ingresso, sul lato che guarda la città: sono proprio le sue possenti mura, che abbiamo ammirato la sera precedente dalla Piazza San Nicola. Il complesso ha tutte le caratteristiche di una cittadella fortificata: costruita sul lato più alto ed esposto della collina, è circondata completamente da mura ai cui angoli svettano 4 torri: la più famosa, la torre della vela, monta alla sommità una campana nel luogo in cui fu issata la bandiera degli eserciti Cristiani, nel gennaio del 1492. Un anno celebre, non tanto per la conquista di Granada da parte degli eserciti Spagnoli, quanto per la partenza, pochi mesi dopo, di un navigatore genovese alla volta delle Indie.
Chissà se l’avvenuta riconquista di Granada, ultimo baluardo moresco, contribuì alla generosità di Isabella di Castiglia nel finanziare la spedizione. Sicuramente le casse dello Stato non godevano in quegli anni di grande salute! La campana della stessa torre fu per anni anche lo strumento che scandiva i tempi delle irrigazioni dei giardini delle città. In una regione dove l’acqua di certo scarseggiava, il compito era di vitale importanza. La maggior parte delle costruzioni interne dell’ Alcazaba non si sono conservate molto bene. Si notano però molto bene, vicino all’ingresso, le mura dei piccoli alloggi dei militari e della servitù dei califfi.
Lasciata l’Alcazaba, ci inoltriamo nella zona dei Palazzi Nasridi, la parte più bella del complesso. Per entrarci bisogna aspettare l’orario scritto nel biglietto: la cosa è stata certamente fatta per evitare che tutti i visitatori si accalchino nelle sale più belle: siamo lontani anni luce da quando, nel lontano 1981 eravamo entrati a visitare una Alahambra quasi sgombra da altri visitatori ed eravamo liberi di sostare a piacimento dove volevamo.
I Palazzi sono semplicemente meravigliosi: lascio alle guide, il cui acquisto è assolutamente indispensabile quando si visita l’Andalusia e in particolar modo l’ Alhambra, il compito di descrivere nel dettaglio i vari saloni. Mi limito solo a far notare come ogni singola stanza attiri l’attenzione su ogni piccolo particolare, su ogni decorazione che lascia quasi increduli per la ricchezza di particolari. Non ci meravigliamo che i califfi del XIV secolo andassero fieri dei loro palazzi e intendessero incutere rispetto, quasi intimorire gli ospiti di fronte all’ostentazione di tanta bellezza.
L’apoteosi della bellezza è raggiunta dal famoso patio dei leoni, un cortile interno circondato da portici a 124 colonne di marmo bianco. Al centro una fontana circondata da leoni (da qui il nome) in un pavimento di marmo bianco aggiunto in tempi relativamente recenti: ai tempi della mia prima visita, nel 1981, il pavimento in marmo non c’era, e francamente preferivo quella prima versione, un po’ meno ostentata. Ciò non toglie che il colpo d’occhio è comunque magnifico.
Quando si esce da questi palazzi la sensazione è che nulla all’interno dell’Alahambra potrà competere in bellezza con ciò che si ha appena visto. In effetti è così, e la visita alla terza grande sezione del complesso, il Generalife con i suoi pur notevoli giardini, non regge certamente il confronto.
Cerchiamo comunque di sgombrare la mente dalla magnificenza di ciò che abbiamo appena visto per goderci al massimo la visita anche di questa sezione. Ci riusciamo però solo parzialmente e quando torniamo sui nostri passi i nostri commenti riguardano solo le sale appena visitate dei palazzi Nasridi!
Siamo entrati alle 8.30 per la visita e ne usciamo alle 2 del pomeriggio.
Avere l’albergo a due passi è estremamente comodo e ci avviamo verso l’hotel, fermandoci però prima a mangiare qualcosa in uno dei ristoranti vicini. Ci riposiamo in hotel un’oretta e usciamo di nuovo verso le 16.30: percorriamo la discesa che ci porta verso il centro per ritornare verso i quartieri della città araba. Visitiamo un paio di residenze nel quartiere dove per molti decenni vissero ancora, dopo la conquista cristiana della città, famiglie di origina araba. Le residenze che si possono visitare per pochi Euro sono parecchie e tutte propongono una vasta serie di oggettistica di fattura araba, a partire da corani decorati e pregevoli teiere o altri oggetti interessanti.
Curiosando tra le calli e le residenze del quartiere arriviamo fino a sera fino a quando, stanchi ma soddisfatti,ci arrampichiamo lentamente di nuovo verso la collina dell’Alahambra e il nostro albergo.

Venerdi 24 agosto
La strada che conduce a Ronda da Granada costituisce un viaggio nel viaggio. L’infuocato nastro d’asfalto, quasi privo di traffico, si snoda tra le campagne punteggiate di olivi. Il terreno è riarso dal sole e le chiome degli alberi secolari sono l’unico riparo dal sole per qualche asinello che sembra venire dal nulla e trovarsi lì da sempre, vista la quasi totalità di assenza di abitazioni per lunghi tratti.
I tronchi contorti degli olivi sembrano quasi trasmettere un senso di sofferenza, richiamare l’attenzione sulle condizioni estreme dettate da quell’ambiente così ostile e povero d’acqua. Ma il risultato è affascinante per l’osservatore, un forte contrasto di colori tra il verde argenteo delle chiome e l’arancione, l’ocra, il marrone scuro del terreno.
Ci fermiamo un paio di volte per fotografare, sfidando l’ondata di calore che ci investe ogni volta che abbandoniamo la confortante frescura dell’abitacolo dell’automobile. Il termometro digitale del veicolo è costantemente sopra i 40 gradi e ogni volta che usciamo ci sembra di essere investiti dal soffio di un gigantesco phon.
Arriviamo a destinazione in un paio d’ore e l’improvviso accesso alla città, che sembra spuntare dal nulla quando si arriva da Granada (ben diverso è l’approccio dalla strada proveniente da sud) ci coglie quasi impreparati.
Ronda è solo una cittadina, ma il traffico caotico del centro contrasta fortemente con il paesaggio bucolico nel quale è immersa. Fortunatamente abbiamo prenotato un hotel fuori dal centro, e, seguendo con attenzione le indicazioni scaricate da Internet, ci ritroviamo praticamente a destinazione quando una stradina in discesa ci porta fino alla ultima fila di case prima del…. nulla!
Ci fa una certa impressione renderci conto che, pur essendo ancora vicini al centro, la nostra camera ha la vista su un recinto di cavalli e una collina ricoperta di alberi di olivi. Nessuna abitazione in vista, da quella parte.
Il piccolo e delizioso albergo che abbiamo scelto, l’Alavera de Los Banos si trova proprio a fianco del bagno turco del XIII secolo, appunto ai piedi della città. L’espressione è decisamente corretta, perché per risalire verso il centro, dobbiamo percorrere (con molta, molta calma!) una tortuosa quanto spettacolare via tracciata diversi secoli prima dai muli dei contadini. Ora la via attraversa a tratti una strada che risale la collina, ma il panorama, se non fosse per qualche rara automobile che sale lungo la strada, e gli immancabili fili elettrici , sembra davvero uno spettacolo d’altri tempi.
Una volta arrivati in cima, ci voltiamo indietro ad osservare il panorama sulla zona che abbiamo appena lasciato, la parte più vecchia della città. Salta subito all’occhio il ponte ancora conservato più vecchio della città, costruito alla base di un orrido sulla cui sommità è appollaiata la città di Ronda. Gli arabi costruirono questo delizioso ponticello a schiena d’asino proprio in fondo alla valle, parecchi decenni prima che i cristiani realizzassero un’opera ben più ardita e spettacolare, il cosiddetto ponte nuovo, che divenne subito il simbolo della città e vicino al quale ci troviamo noi in questo momento. A fianco del ponticello arabo, il primo edificio che il viandante incontrava erano proprio i bagni, che dunque si trovavano giustamente nel posto migliore che si potesse pensare, l’ingresso della città. Benché non abbiamo notizie certe sull’età del nostro piccolo albergo (6 camere), il secondo edificio dopo i bagni, non abbiamo dubbi che si tratti di un’altra costruzione secolare.
La visita alla città di Ronda costituisce un piacevole ritorno dopo oltre 30 anni: allora capitammo da queste parti quasi per caso: ci era stato detto che la Plaza de Toros era la le più antiche e famose di Spagna, e questo ci era bastato per decidere una deviazione al nostro itinerario lungo un mese e fare una capatina da quelle parti. Allora trovammo un sonnacchioso paesino di campagna: ricordo ancora con piacere una coppia di contadini all’ingresso della città su un carro tirato da un asino. Tutto questo ora non esiste più, Ronda è diventata una città invasa da turisti, pur essendo spesso – a torto- snobbata dai tour classici. Le attrattive sono davvero tante, e la nostra permanenza di un solo giorno ci ha per forza costretti a rivedere solo una parte dei luoghi degni di visita.
La prima voce spuntata nella lista delle cose da fare è la discesa verso la Mina: una scalinata che risale al periodo arabo porta fino al punto più basso dell’orrido sul quale domina Ronda. Per poterlo fare dobbiamo ridiscendere parzialmente dal punto dove ci troviamo per poter andare ad imboccare l’ingresso a mezza costa: la ripida gradinata ci porta sempre più giù, fino a terminare a pochi metri dall’acqua del piccolo fiume in fondo al burrone. I numerosi gamberi di fiume che scorgiamo sono la cartina tornasole sulla limpidezza e pulizia dell’acqua. Il luogo è freschissimo, riparato dal sole, ma non c’è molto da vedere. La parte bella è proprio la discesa verso lo specchio d’acqua che si trova dunque ancora più in basso rispetto ai bagni, il nostro hotel e il ponte arabo.
Risaliti alla sommità della collina, per la seconda volta in un paio d’ore, attraversiamo il famosissimo ponte nuovo, che congiunge le due colline che compongono la città, spezzata da una profonda e spettacolare spaccatura. Inutile dire che da qui la vista è spettacolare, sia per la profondità dell’orrido, sia per lo spettacolo che offrono alcune ardite abitazioni che sembrano sfidare la legge di gravità, abbarbicati alla parete quasi verticale che precipita verso il fiume. Altra tappa da non perdere è la plaza de Toros, ovviamente, che visitiamo con interesse e partecipazione. L’immancabile audioguida ci parla di toreri e della storia del luogo, di come la storia si mescoli alla leggenda: sintomatico il fatto, per esempio, che un solo torero abbia perso la vita oltre tre secoli fa nell’arena. Secondo la leggenda il torero fu sepolto proprio nella plaza de Toros: la leggenda rimase tale fino a quando, a metà di questo secolo, nel corso di lavori di ristrutturazione, si ritrovarono proprio ossa umane al di sotto dell’arena. Era lui, il torero!
Passiamo attraverso i locali dove vengono chiusi i tori prima della corrida ( attraverso porte che mostrano inequivocabili segni di cornate!) e poi, attraverso una serie di corridoi, sbuchiamo nell’arena proprio dallo stesso punto in cui sbucano i tori.
L’Arena di Ronda è una delle più vecchie e importanti di Spagna, dato che è stata inaugurata nel 1785. Proprio qui sembra che si sia svolta la prima corrida della storia moderna. E’ importante anche perché è stata l’arena di casa di alcuni dei più famosi toreri di Spagna, Francisco e Pedro Romero. Visitiamo anche l’interessante museo attiguo e al termine della visita, che ci prende quasi tre ore, ci concediamo una piccola pausa e una granita. Sono già le cinque del pomeriggio, abbiamo saltato il pranzo e decidiamo di tirare avanti fino all’ora di cena.
Attraversiamo quindi il ponte e visitiamo dall’altra parte della città una delle chiese più importanti della città, Santa Maria la Mayor: l’edificio si trova in una ombreggiata piazza lontana dal traffico del centro, ed è costruita sul luogo dove prima c’era una moschea: non ci vuole molto a capirlo, dato che appena oltre la soglia si vedono i resti di quello che era il Mihrab.
Avremmo voluto dare un’occhiatina al vicino museo del bandolero, dedicato al banditismo, ma siamo vicini all’ora di chiusura e la fame si fa sentire: dato che la piazzetta ci attira particolarmente, decidiamo di godercela provando l’attiguo “Asador del Sacristan” (non poteva che essere vicino ad una chiesa un ristorante del genere). Il cameriere, gentilissimo, ci consiglia la costata di manzo e ci porta in cucina per farcela vedere: il cuoco toglie dal frigo un vero mostro: più che costata di manzo ci sembra una costata di dinosauro. L’ aspetto è decisamente invitante e i nostri timori sulla spesa finale si dissolvono quando ci viene portato il conto, 84 Euro in quattro con metà del conto (45 euro) per la costata che pesava 950 grammi!
Appesantiti dalla pantagruelica cena, torniamo sui nostri passi benedicendo il fatto che per raggiungere l’hotel la strada è tutta in discesa. Nelle nostre intenzioni il programma della giornata sarebbe finito ma quando arriviamo all’hotel, notiamo che i bagni turchi sono ancora aperti: stasera chiusura a mezzanotte, visto che è venerdì sera, e non ci facciamo sfuggire l’opportunità di visitarli “by night”

Sabato 25 agosto
La visita della sera precedente ci permette di partire da Ronda dopo colazione. La consumiamo nel piccolo terrazzo, godendoci la vista sui campi e gli oliveti bruciati dal sole.
Caricando l’auto vediamo che i bagni sono ancora chiusi: data l’apertura fino a tardi della sera precedente, l’apertura è prevista per le 10.00. Abbiamo fatto proprio bene a visitarli la sera precedente, non lo avessimo fatto avremmo perso tutta la mattinata qui. Invece, poco dopo le 9.00 siamo già in viaggio verso Siviglia.
Arriviamo poco prima di mezzogiorno e, preso possesso delle nostre camere al solito hotel, ci avviamo per visitare un importante monumento che avevamo saltato nei primi giorni di permanenza a Siviglia: il real Alcazar.
Come l’ Alahambra a Granada, l’Alcazar fu una residenza dei califfi. Pur se non altrettanto grande e spettacolare è uno dei monumenti più importanti di Siviglia. Vi passarono anche Ferdinando e Isabella di Castiglia, poco prima della conquista di Granada e quindi più o meno nel periodo in cui Colombo partiva alla volta delle Indie, in quello che fu certamente il viaggio più famoso della storia.
Benché il palazzo sia celebre per essere legata alla vita dello straordinario re Pedro di Castiglia, vissuto un secolo prima di Ferdinando e Isabella, l’ Alcazar fu un importante centro di potere ben prima, al tempo della dominazione araba sull’Andalusia.
Pedro fu una figura molto controversa della storia Spagnola: passato alla storia con il soprannome de “Il crudele” dai suoi detrattori e “il Giustiziere” dai suoi seguaci, ebbe senza dubbio una vita tumultuosa, anche dal punto di vista sentimentale, ma il segno del suo passaggio lo lascio proprio all’Alcazar. Il suo profondo rispetto per lo stile arabo, lo porto ad arricchire il palazzo con notevoli fregi in stile Mudejar, ovvero lo stile dei cristiani ispirati dagli elementi decorativi arabi.
Sale come la sala della Justicia, il paio de las Doncellas o la Camara regia, lasciano il visitatore attonito a fissare pareti e soffitti riccamente decorati.
La visita ci entusiasma quasi quanto quella dell’Alahambra e passiamo parecchie ore ad indugiare nelle sale e nei patii che si susseguono nei diversi palazzi che costituiscono l’intero complesso.
Si termina con i bei giardini che segnano anche la fine della nostra visita in Andalusia.
Soddisfatti, girelliamo ancora un po’ nel bellissimo Barrio de Santa Cruz prima di entrare in un ristorante a caso per la nostra ultima cena della vacanza. Paella e tapas sono pressoché d’obbligo.
Si va a letto presto perché il giorno dopo il volo di rientro sarà molto presto.
E’ stata una settimana intensa eppure partiamo con la voglia di tornare ancora presto in questa splendida regione del sud della Spagna. Questa volta non lascerò certo passare tutti questi anni prima della mia prossima visita, almeno lo spero!

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