Siria, la culla della civiltà

in viaggio con Enzo Padovani in Siria

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Siria, la culla della civiltà

Nell’estate del 2003 mentre me ne andavo a zonzo per le isole del Dodecaneso, iniziai la lettura del libro di William Dalrymple, "From the holy Mountain". Nella primavera del 587 d.C. due monaci partirono per un viaggio che li avrebbe portati ad attraversare il mondo bizantino dalle sponde del Bosforo alle dune sabbiose dell’Egitto. Li spingeva il desiderio di raccogliere il sapere dei padri del deserto, dei saggi e mistici d’oriente, prima che il loro fragile mondo si frantumasse e scomparisse. Dopo più di 1400 anni lo scrittore scozzese ha deciso di ripercorrere quel viaggio riscoprendo le tracce a volte evanescenti o sepolte di quel mondo brulicante di vita e spiritualità che in ultima analisi ci ha resi ciò che siamo. Man mano che la lettura del libro procedeva scoprii l’esistenza di San Simeone Stilita, delle numerose chiese cristiane di Aleppo, del monastero di Seidnaya, dei luoghi di Damasco che videro la conversione di San Paolo: un itinerario di grande interesse nell’odierna Siria, la terra che accolse i primi cristiani ma che in ogni tempo fu il crocevia degli sconvolgimenti storici che hanno coinvolto le prime civiltà mesopotamiche, gli antichi egizi, le civiltà mediterranee ed i grandi imperi orientali.

Itinerario

26 dicembre 2005
Dal punto panoramico sul monte Qasiun, la più antica città del mondo ancora abitata, Damasco, ci appare grandiosa e suggestiva. I suoi palazzi, le sue 270 moschee, le sue 90 chiese illuminate nelle prime ore della sera riempiono la pianura attraversata dal fiume Barada in corrispondenza di un corridoio naturale ai piedi della catena dell’Antilibano. Con oltre quattromila anni di storia alle spalle, la capitale della Siria è oggi una popolosa città di più di tre milioni di abitanti. Il nostro gruppo della 4 winds è appena arrivato da Roma con il volo della Syrianair che collega le due capitali due volte la settimana (Alitalia effettua tre voli settimanali) ed ha appena avuto la piacevole sorpresa di ottenere il visto e passare i controlli di frontiera in un tempo record di meno di mezz’ora; un fatto assolutamente insolito per un paese mediorientale: ricordo ancora le due ore di attesa al controllo documenti di Giordania e Libia, ma sono proverbiali anche i tempi di attesa ai controlli della nostra Polizia al rientro da questi Paesi!
Mazen, la nostra giovane e gentilissima guida siriana, ha tutti i meriti di questo ottimo trattamento, e non ci fa perdere tempo: dopo la sistemazione all’hotel Damascus International, ci accompagna in una passeggiata nel cuore di quel condensato di fascino arabeggiante che è la Città Vecchia. Percorriamo il Souq al-Hamidiyeh, il più grande e famoso bazar di Damasco, e raggiungiamo la moschea degli Omayyadi, che s’innalza all’ombra di tre grandi minareti, su di un luogo dedicato alle divinità da circa tre millenni: si susseguirono un santuario aramaico, un tempio dedicato a Giove damasceno, una cattedrale cristiana dedicata a S. Giovanni ed infine la Grande Moschea, simbolo della Damasco capitale dell’Impero Arabo Islamico, nel 708 d.c.
I netturbini sono gli unici che oltre a noi animano la piazza dominata dai resti delle colonne del tempio romano, dal minareto di Qayt Bey e dalla porta Bab al Barid, ingresso principale alla moschea; ci guardano incuriositi mentre scattiamo centinaia di foto e ci dirigiamo pian piano verso le due Madrasse Zahiriyan e Adiliyah, e quindi in direzione della Cittadella, ricostruita da al-Malik all’inizio del XIII secolo su una precedente fortezza selgiuchide. Attraversiamo la porta Bad al Faraj: qui le mura della città vecchia corrono parallele ad un ramo del Barada e le abitazioni sorgono direttamente sull’acqua. Ritorniamo in hotel, domani inizia il nostro tour.

27 dicembre
Nell’estate de 1994 William Dalrymple all’arrivo a Saydnaya fu meravigliato di trovare cristiani e mussulmani pregare insieme e scoprì come il monastero abbia avuto una immensa popolarità durante tutto il medioevo, svolgendo un ruolo di primaria importanza nella pietà popolare, sia in oriente che occidente, alla stregua di Lourdes e di Fatima nei tempi moderni.
Percorriamo i 35 km che separano Damasco da Saydnaya di buon mattino e saliamo fino ai 1400 metri di altitudine dove sorge il villaggio costruito attorno ad uno sperone roccioso innevato, disegnato dalle sagome degli edifici del convento e coronato dalla chiesa dedicata alla Vergine. Le origini del Santuario si perdono nella notte dei tempi. Alcuni fanno risalire la fondazione all'imperatrice Eudossia, donna di grande cultura, dopo aver ritrovato a Gerusalemme un’icona della Madonna dipinta da San Luca; ma più probabilmente il Santuario è da far risalire al VI secolo, ad opera dell’imperatore Giustiniano I . Secondo una graziosa leggenda, questi, impegnato in una campagna contro la Persia, durante una battuta di caccia smarrì la strada rischiando di morire di sete. Intravide allora una gazzella che, dopo averlo guidato ad una sorgente d'acqua, sparì com'era apparsa. Giustiniano riconobbe in lei la Vergine e ordinò di costruire sul luogo un Santuario in suo onore. Il nome Saidnaya significherebbe in lingua aramaica “Nostra Signora” ma anche "luogo della caccia", in ricordo della leggenda.
Saliamo al monastero ed entriamo dalla piccola porta che ha la doppia funzione di impedire l’accesso dei cavalieri e di imporre l’inchino devozionale. Il complesso è un dedalo di cortiletti, scale, edifici e passaggi coperti, un singolare disordine architettonico articolato su vari piani che culminano verso il cuore del complesso: la chiesa, dove regna un’atmosfera autenticamente bizantina fra l’azzurro delle volte e l’oro delle icone, e soprattutto la minuscola cappella dove è conservata, dietro una grata di ferro ed un telo di seta, l’immagine miracolosa. Alla cappella si accede senza scarpe come impone un’iscrizione scolpita all’ingresso tratta dal libro dell’Esodo: “Togli le scarpe dai piedi perché il luogo in cui ti trovi è terra santa”.
Tra i prodigi più insigni dell’immagine vi è l’essudazione di un liquido oleoso e profumato che si raccoglie sotto l’immagine e che le Monache di rito bizantino e di lingua araba distribuiscono ai Pellegrini per la santificazione loro e la guarigione dei malati. Nel 1994 Suor Tecla confidò a Dalrymple che “i Musulmani vengono qui perché vogliono bambini… Nostra Signora ha mostrato il suo potere ed ha guarito molti di loro… questa gente ha parlato molto di Lei ed ora vengono più Mussulmani che Cristiani… Vengono a sera, fanno voto e poi le donne passano qui la notte… mangiano lo stoppino di una lampada che ha bruciato di fronte all’immagine, o forse devono l’olio santo. Poi al mattino bevono dalla fontana del cortile. Nove mesi dopo hanno il bambino”. Anche noi cerchiamo la grazia e leghiamo un piccolo spago alla ringhiera della scalinata: sicuramente non per quanto sospirato dalle donne arabe!
Lasciamo il villaggio e percorriamo la strada attraverso un altopiano calcareo e semidesertico che si estende sotto le falesie alte oltre 1600 metri e dopo 20 km circa raggiungiamo Maalula. Le case del villaggio sembrano appese alle roccia in un bizzarro disordine; la strada sale sopra al precipizio e si apre in una piazzetta davanti al convento dedicato ai Santi Sergio e Bacco.
Entriamo attraverso una caratteristica porta (l’originale vecchia di duemila anni è conservata presso il museo-spaccio del convento) ed attraversiamo il cortile; ci accoglie padre Tofeq, un Basiliano melchita (cattolici di rito greco), che ci accoglie nell’antica chiesa e ci spiega come essa fosse un tempio pagano, di cui rimangono antichi capitelli, poi convertito in chiesa cristiana dedicata ai martiri Sergio e Bacco, legionari romani del VI sec. Accusati come cristiani, furono condotti al tempio di Giove e costretti a sacrificare; si rifiutarono e furono condannati al martirio. Bacco morì sotto i colpi di una cruenta flagellazione nel castrum di Barbalisso; Sergio fu costretto a camminare con i chiodi conficcati nei piedi per i castra di Saura, Tetrapirgio e Rasapha, dove poi fu decapitato.
La chiesa è a pianta centrale sormontata da una bella cupola con travi in legno datate con il carbonio 14 a due millenni fa; l’iconostasi, che funge da tramite tra il mondo terreno del peccato e quello spirituale del sacro, è ornata da stupende e preziose icone mentre l’altare semicircolare con i bordi rialzati conserva l’aspetto di un’ara sacrificale pagana, ma senza foro di scolo e quindi realizzato fra il martirio dei santi (ca 307 d.C.) ed il concilio di Nicea del 325, durante il quale questo tipo di altare fu proibito. Ma la comunità di Maalula conserva anche un altro primato: i suoi abitanti parlano ancora l’antico dialetto siriano, chiamato aramaico occidentale, la lingua in uso in terra santa ai tempi di Gesù e nella quale furono scritti due libri della Bibbia.
Ci congediamo da padre Tofeq, con la suggestiva recitazione del Padre Nostro nella lingua di Gesù, quindi facciamo una sosta al posto di ristoro del convento e ci dirigiamo a piedi un po’ più a valle. Qui si apre una stretta gola che separa i due picchi rocciosi che dominano il villaggio di Maalula; la tradizione popolare vuole che il passaggio si sia aperto per intervento divino per consentire a Santa Tecla, convertita dalle predicazioni di San Paolo nella città di Konya in Turchia, di sfuggire al padre pagano che l’aveva sottoposta ad ogni tipo di persecuzione. Si racconta che la Santa si ritirò in una delle grotte che tormentano le alte pareti di roccia, vivendo da perfetta eremita. Gli abitanti della zona cominciarono ben presto a conoscere e a rispettare questa donna giovane, insolita e coraggiosa, che testimoniava e predicava un Dio d’amore così diverso dalle divinità pagane. Tecla convertì molti di loro, battezzandoli con l’acqua della sorgente vicino alla quale si era rifugiata; morì ultra novantenne e venne sepolta nella grotta attorno alla quale è sorto il famoso convento dove le suore ortodosse si occupano dell’assistenza alle orfane.
Una serie di scale e terrazze consentono di visitare il complesso di edifici posti su diversi livelli. Oltre il cortile e la chiesa bizantina di recente costruzione, la parte più suggestiva è quella superiore dove una grotta a picco sul panorama, funge da vestibolo al reliquiario della santa, scavato nella roccia. Dalla terrazza, un solenne albicocco allunga la chioma verso il sole, dissetato dall’acqua miracolosa che scende dal soffitto in una piccola conca: “Prega con fede e bevi fino all’ultima goccia”, dice un cartello, vicino alla tazza di metallo: e sono in tanti ad accettare l’invito.
Una moderna strada solca il deserto e si dirige verso oriente ed il confine iracheno. Percorriamo circa 160 km costeggiando il Gebel ash Sharqui, poi la via si interseca ad Al Basiri con la carrozzabile che raggiunge Bagdad e la ferrovia che da Homs serve le cave di fosfato. Qui c’è il Bagdad Cafè, un piccolo punto di ristoro beduino con tè alla menta e tanti oggetti d’artigianato. Ormai Palmira è a pochi chilometri ed improvvisamente, superata una gola fra le montagne, la regina del deserto emerge dalle sabbie addossata ad una verdeggiante distesa di palme ed olivi. La strada procede fra le imponenti rovine, facendoci sussultare dalla meraviglia. Per la notte siamo sistemati all’accogliente Villa Palmira Hotel (anche se le camere dovrebbero essere un po’ di più riscaldate nei mesi invernali).

28 dicembre
La prima notizia su Palmira, che in lingua semitica si chiamava Tadmor, si trova in una tavoletta assira scritta in caratteri cuneiformi trovata a Kultepe in Cappadocia e risalente agli inizi del II millennio a.C. Nel 18° sec. a.C. la città è menzionata nell'archivio di Mari e di essa si parla anche nel libro dei Re. La città fu molto prospera grazie alla sua privilegiata posizione geografica, incrocio delle vie commerciali che univano l'Oriente all'Occidente, e alla sorgente dell'Efqua che sgorgava da Djebel Muntar, a sud ovest del luogo in cui la città fu costruita.
Tappa obbligata tra l'Eufrate e il Mediterraneo, Palmira era strategicamente situata alla frontiera delle due potenze rivali: i Parti e i Romani. Nel 129 d.C l'imperatore Adriano visitò la città riconoscendola come "città libera" e interponendo, in questo modo, uno stato fra i Persiani e le sue legioni. Alla fine del I sec. con la scomparsa della concorrente Petra, la città gode di nuovi favori: Caracalla la proclama "colonia romana", titolo molto ambito poiché la esonerava dal pagare le imposte. Nel III secolo la Persia ridiventa per Roma un grosso pericolo. Nel 260, addirittura, l'imperatore Valeriano viene fatto prigioniero dai Sassanidi. L'insieme di questi avvenimenti favoriscono l'ascesi di Odenato, sposo di Zenobia, che aveva ottenuto dallo stesso Valeriano il titolo di Governatore della Provincia di Siria e Fenicia. Le fonti scritte riportano che Odenato respinge le truppe sassanide nell'attuale Iraq; riconoscente per l'impresa, l'imperatore Galliano lo proclama Generale in capo delle Armate Orientali. Alla fine del 267 d.C. Odenato e suo figlio, erede al trono, sono misteriosamente assassinati. Zenobia prende in mano il potere e il governo delle armate in nome del figlio minore Whaballat. Tre anni dopo la regina, una donna coraggiosa e risoluta che vantava una discendenza da Cleopatra, conosceva il greco, il latino e l'egiziano, si impadronisce di tutta la Siria, conquista il Basso Egitto e lancia le sue truppe attraverso l'Asia minore fino al Bosforo. Sfidando Roma oltre ogni misura, Zenobia e suo figlio si proclamano "augusto" e coniano moneta. Contro di lei si muove Aureliano, intenzionato a porre fine al tentativo di Palmira di creare un regno indipendente, e, dopo un assedio durato varie settimane la città soccombe all'assalto. Zenobia riesce a fuggire e, in groppa ad un dromedario si dirige verso est sperando nell'aiuto dei Sassanidi, ma viene raggiunta e fatta prigioniera. Aureliano festeggia il suo trionfo portando a Roma Zenobia come trofeo. Sulla sua sorte una volta a Roma, le fonti sono divergenti: secondo alcuni Aureliano la fece decapitare dopo il suo trionfo; per altri invece Zenobia terminò i suoi giorni a Tivoli, in un esilio dorato. Da capitale di un fiorente regno, Palmira viene ridotta a roccaforte siriana: viene innalzata una cinta di mura più piccola di quella dei tempi di Zenobia e sotto Diocleziano (293-303 d.C) vi viene istallata una guarnigione militare. Palmira non ritroverà più il suo splendore, e viene praticamente ignorata in tutte le fonti.
Nel 1678 alcuni mercanti inglesi, avendo sentito i racconti degli arabi che narravano dello splendore delle rovine situate nel deserto, decisero di tentarne la scoperta. La prima spedizione fallì, ma la seconda ebbe buon esito. Intorno alla metà del ‘700 Robert Wood e Stephen Dawkins pubblicarono alcuni blocchetti di schizzi che stupirono gli ambienti scientifici e artistici dell'epoca, influenzando il movimento neoclassico in Inghilterra. Wood, che vide Palmira il 14 marzo del 1751, scriveva: "Scopriamo tutto a un tratto la più grande quantità di rovine, tutte di marmo bianco, che avessimo mai visto; e dietro tali rovine, verso l'Eufrate, una distesa di terreno piatto, a perdita d'occhio, senza il minimo oggetto animato".
Iniziamo la visita di buon mattino dall’arco monumentale: la grande via colonnata, che collegava il tempio di Baal al Tetrapilo, costituiva l’orgoglio della città, motivo di stupore per i mercanti che giungevano da contrade lontanissime. Tra i monumenti posizionati lungo il grande colonnato notiamo il Tempio di Nebo, divinità babilonese della scrittura e della scienza e le terme di Diocleziano, indicate da quattro alte colonne di granito. Sulla sinistra raggiungiamo poi un piccolo edificio con i resti di una gradinata a ferro di cavallo, forse la sede del Senato, dove fu rinvenuta la stele, ora all’Ermitage di Leningrado, con le celebri tariffe di Palmira. Si tratta di un testo in palmireno e greco che modificava una legge fiscale di Roma, nell’epoca in cui il commercio cittadino era in crisi (137 d.C.).
Raggiungiamo quindi il vasto spazio pubblico dell’agorà concepita come un edificio unitario con un ampio porticato; accanto alla piazza c’era la sala dei banchetti dove i membri delle confraternite religiose usavano tenere i banchetti rituali dopo le cerimonie.
Ritornando verso la via colonnata entriamo nel Teatro del II secolo d.C. molto ben conservato. Il retro della scena, che assomiglia alla facciata di un palazzo, si affaccia sulla via colonnata, le gradinate sono in buona parte originali e dalla loro sommità si gode un bella vista su tutta l’area delle rovine di circa 50 ettari.
Proseguendo verso il Tetrapilo incontriamo una fila di otto colonne, due delle quali sostenevano, sulle mensole, la statua di Zenobia e del consorte Odenato. Del Tetrapilo restano solo i quattro massicci elementi a quattro colonne ciascuno, quasi completamente rifatte; qui l’assedio dei cammellieri si fa pressante e così io e Marco cediamo alla tentazione e saliamo su due bei dromedari che ci portano fino al tempio di Baal-Shamin, proprio di fronte all’hotel Zenobia. Sul primo c’è da dire che era forse dedicato al dio della tempesta Hadad, forse Giove, sul palazzo coloniale ad un piano che ospita l’hotel circola invece un’intrigante leggenda. Negli anni Venti del secolo scorso era gestito dalla ex segretaria di Lawrence d'Arabia, Margherita, che, dopo aver sposato un conte francese tanto spiantato da ridursi a fare l'elettricista a Palmira, lo aveva fatto fuori, fulminandolo, per potersi accasare con il proprietario dell'albergo, poi ucciso anche lui per scialacquarne l'eredità in compagnia di un bel cammelliere irakeno. La dinamica contessa tentò in seguito di raggiungere la Mecca infiltrandosi tra i pellegrini musulmani ma, scoperta e arrestata per oltraggio alla fede, fu rispedita in Europa dove fece la spia per i nazisti.
Nella camera 102 dell’hotel dormì anche Agatha Christie… ma interrompiamo il gossip palmireno e ridiamoci un tono più sobrio con la visita della Valle delle tombe. Visitiamo la tomba di Elhabel, governatore della città nel 104 d.C., una tomba a torre alta quattro o cinque piani: il pianterreno era il più importante e più bello, riservato alla sepoltura del proprietario e dei famigliari; i loculi del sotterraneo e dei piani superiori venivano venduti. La seconda tomba, l’Ipogeo dei Tre Fratelli, fu costruita con il chiaro intento di lucrare sulla vendita dei loculi che, per guadagnare spazio, prevedevano persino la sepoltura su di un fianco. Nella tomba sotterranea che consta di quattro sale disposte a T rovesciata si contano così 390 nicchie tombali assegnate a vari palmireni nel corso del III secolo d.c. ed oggetto in seguito di varie transazioni. La maggior attrattiva della tomba sono gli affreschi con le storie di Achille e della guerra di Troia che si trovano nell’esedra di fondo.
La rovina più completa e imponente di Palmira è rappresentata dal Tempio di Baal, la divinità principale del pantheon di origine babilonese. Passato l’ingresso attuale, nei pressi della porta laterale attraverso cui entravano gli animali per i sacrifici, siamo subito sopraffatti dalla vastità e dall’imponenza di questo tempio che a distanza si vedeva scintillare per l’oro che lo ricopriva. Il tempio, costruito intorno al 32 d.C., consiste in un cortile di 220 metri di lato racchiuso da una cinta muraria e, al centro, dalla cella del tempio vero e proprio. Qui, duemila anni fa, ogni anno, il primo giorno di primavera, iniziava un rito che durava sette giorni; nell’ultimo giorno venivano sgozzati gli animali e un fiume di sangue riempiva il canale di scolo, profondo più di due metri. Dopo aver visitato il sito, da un punto sopraelevato ammiriamo uno splendido panorama dell’oasi: un susseguirsi di palme e di olivi.
Risaliamo sul pullman, giriamo attorno al palmeto e saliamo sul monte del castello arabo Qaalat Ibn Maan in fase di restauro, nella fredda brezza della sera. Siamo però alla fine ricompensati dalla magnifica vista che si può godere del complesso delle rovine nella calda luce del tramonto e del palmeto in cui è immerso il villaggio abitato. Scattiamo foto a raffica.
Ma è ancora presto! Cosa c’è di meglio che sorseggiare un tè alla menta ai tavolini del Palmira Restaurant di fronte al museo archeologico ed assistere alla bizzarra odissea dei turisti di Avventure nel Mondo alla ricerca di una sistemazione per la notte?
La giornata termina con una serata beduina, tanto tipica da essere persino ripresa da una non meglio precisata troupe televisiva; chissà, ora un canale TV sta trasmettendo le nostre facce incuriosite da un vecchio beduino che suona la sua lamentosa rababa dall'unica corda.

29 dicembre
Fra insediamenti agricoli e basi militari, la strada corre per 160 km da Palmira a Homs, un’animata città di circa mezzo milione di abitanti situata in una zona fertile e ben irrigata, punto di partenza per una immancabile escursione al Krak dei Cavalieri. Il maestoso forte, perfettamente restaurato dai francesi, si trova su una altura di 750 metri, e domina il passo, strategicamente determinante, che divide il Mediterraneo dalle città dell’entroterra.
Arroccato su di una montagna costantemente sconvolta e modellata dai venti e che strapiomba vertiginosamente su tre lati, il Krak, sia per il suo modello costruttivo sia per la particolare collocazione geografica, per lungo tempo fu il più inespugnabile dei castelli crociati in Terra Santa. E non si può non ricordare il commento di un giovane visitatore dei primi del ‘900 meglio noto come Lawrence d’Arabia : “…è questo forse il più meraviglioso dei castelli del mondo…”.
Costruito nel 1033 dall'emiro curdo di Aleppo era per questo noto fra gli Arabi con il nome di Hisn al Akrad, o Fortezza dei Curdi. Nel 1110 la fortezza fu conquistata da Tancredi d'Antiochia che successivamente, nel 1142, la cedette all'ordine dei Cavalieri di Malta, gli unici che erano in grado di far fronte alle enormi spese di mantenimento di questa grande fortezza.
I Cavalieri tennero il castello per 130 anni durante i quali lo ristrutturarono e ampliarono in continuazione fino a diventare la più potente fortezza del medioriente.
Nei periodi di necessità la fortezza poteva ospitare fino a duemila persone: 200 cavalieri con la servitù e 1500 soldati. Le ripide pareti esterne, i tortuosi e possenti corridoi interni nonché i vari livelli del forte in cui era articolata la difesa danno l'idea di quanto fosse difficile impossessarsi della fortezza, tanto che i vari tentatitivi di Nureddin prima e di Saladino dopo, non riuscirono ad avere la meglio. Solo nel 1271 il sultano Baybars riuscì a conquistare la fortezza con l’inganno permettendo ai cavalieri di ritirarsi a Tripoli.
Quel che si vede oggi è il risultato di numerose aggiunte e modifiche che sono state apportate nei secoli dagli eserciti conquistatori. La fortezza è strutturata in due parti: una centrale dove erano presenti gli alloggi dei cavalieri, dei soldati e i locali di servizio: la seconda parte, la rocca superiore, era composta dalla spessa cinta di mura con i locali adibiti alla difesa della fortezza. Le due parti erano divise da un largo fossato. Questa divisione non è evidente dall'esterno visto che non esistono punti più alti da cui vederne l'interno, quindi chiunque riuscisse a superare la cinta muraria si trovava davanti un largo fossato esposto al tiro dei difensori.
Il freddo è quasi insopportabile e a mala pena sopportiamo le numerose correnti che percorrono la lunga rampa d’ingresso con varie curve e aperture del soffitto da dove i difensori potevano scaricare olio e pece bollente contro gli eventuali attaccanti. Alla fine della rampa arriviamo nell'unico punto dove è visibile ancora il fossato interno. Da qui saliamo al passaggio sopra le mura esterne sul lato sud: camminando lungo questo passaggio, anche se il cielo non è dei migliori, possiamo ammirare lo stupendo panorama della valle sottostante. Raggiunto il lato nord delle mura possiamo vedere la torre chiamata della figlia del re e scendiamo nella sede dell'originale fossato per raggiungere l'ingresso originale alla rocca. Questo era collegato alle mura esterne da un lungo ponte levatoio che ora non esiste più.
Il cortile della rocca superiore è occupato all'estremità ovest da un bel portico in stile gotico francese dietro del quale è presente la sala dei cavalieri, che prende luce da tre finestre sopra il portico. All’interno si trova una grande sala che occupa tutta l'ala ovest della rocca superiore e molto probabilmente era utilizzata come dormitorio per i soldati; adiacenti sono i depositi di vino e olio ed il forno. Nella parte più a nord del cortile è la cappella in seguito trasformata in moschea con il suo minbar. Sempre dal cortile, una scala sul lato occidentale porta al piano alto della rocca. Da qui saliamo all'alloggio del Gran Maestro all'interno di un torrione sull'angolo meridionale. Da questo punto si gode di una vista stupenda della pianura sottostante.
L’arrivo ad Aleppo a metà pomeriggio è annunciato dall’intensificarsi del traffico di una città che raggiunge quasi i tre milioni e mezzo di abitanti. Aleppo è la seconda città per importanza dopo la capitale e sorge in una regione tra l’Oronte e l’Eufrate sulle rotte dei traffici tra Asia e Mediterraneo. Conquistata, distrutta e ricostruita più volte, dopo essere stata capitale del potente regno di Yamkhad nel II millennio a. C., la città è stata un cruciale punto di passaggio: carovane e invasori, tutti sono passati di qui, alla volta dei quattro angoli del mondo. Ancora adesso è un importante snodo commerciale e la forte presenza di mercanti europei ha conferito ad alcune strade un aspetto che ricorda vagamente le città occidentali.
Ma ciò che agli occhi di noi occidentali rende più interessante Aleppo è che la città è una vera e propria babele del cristianesimo. Non dipende solo dall'antica discendenza aramaica e cristiana della Siria ma dal fatto che la città, per la sua vicinanza alla Turchia, è diventata rifugio dei cristiani cacciati in massa da Istanbul e dall’Armenia. Tre dei cinque patrarchi di Antiochia, città dove è nato il cristianesimo, stanno ad Aleppo. Caldei, greci, armeni, siriaci, cattolici, ortodossi, nestoriani: “i resti di un mondo plurale da sempre diviso, illuminato da roghi, terremotato da eresie, scomuniche, fanatismi e guerre dottrinali, qui si ritrova unito in esilio, in una miracolosa polifonia della fede”. Cinquanta chiese nel solo centro storico: una ventina di confessioni in tre chilometri quadrati!
Arriviamo al suq prima del tramonto e ci buttiamo in quel labirinto di 12 km, immerso in un fiume di folla vociante. Sete colorate e lana grezza, gioielli luccicanti e vecchie lanterne, tovaglie ricamate e pentolame, kefie, abeyya e biancheria intima dai colori sgargianti, spezie, ceste di pistacchi che sembrano petali di rosa, sapone all'olio d'oliva e pecore dentro scatoloni di cartone... qui il commercio passa attraverso il rito del tè, e nelle strette vie coperte si sposta su ruote e su asini. Stretti vicoli perpendicolari fra loro immettono in moschee o madrasse ormai inutilizzate, in caravanserragli, in botteghe raggruppate in qaysarie. Alla sinistra del suq al Attarin sorge la Grande Moschea ricostruita da Nur ad Din nel 1169 sul precedente edificio dell’VIII secolo dovuto agli Omayyadi: la moschea riaprirà domani dopo un periodo di chiusura per restauri, ma eccezionalmente ci fanno entrare nel cortile pulitissimo e rilucente di marmi lucidati a nuovo. Di fronte alla moschea si trova la madrassa Halawiyya, che ingloba i resti dell’antica cattedrale bizantina di Aleppo, costruita per ordine di Sant’Elena, madre di Costantino e poco lontano un vicolo conduce al Kha an Nahasin, dove i Veneziani avevano il loro funduq, cioè il deposito delle merci ed al tempo stesso albergo.
Continuiamo la visita dei suq al Hibi e al Zarb dedicati alla vendita dei tessuti e passiamo nel Kan al Wazir costruito in epoca ottomana (XVII sec.) per raggiungere, sulla sommità di un'altura, la Cittadella, che, illuminata scenograficamente, domina l’intera città su cui sta calando la notte.
Ci sistemiamo all’hotel Mirage Palace, meglio conosciuto come Amir Palace, proprio a ridosso del centro storico, ma la mia mente corre al ben più famoso Baron's Hôtel: cent'anni di avvenimenti e di personaggi, da Lawrence d'Arabia ad Agatha Christie, da Charles Lindbergh a Theodore Roosevelt, da Pasolini a Freya Stark, scorrono sul palcoscenico di quello che fu l'albergo più elegante del Medioriente, tanto da essere persino il soggetto un libro scritto da Flavia Amabile, Marco Tosatti (I baroni di Aleppo). Gli autori raccontano la storia di tre generazioni della famiglia armena Mazloumian, protagonista della vita del Baron's, dalla fuga davanti alle bande ottomane e curde, all'attualità della Siria di oggi, sullo sfondo il primo genocidio pianificato di questo secolo, quello del popolo armeno.
Seguo il consiglio di Dalrymple e con Elio, Lisco ed alcuni altri del gruppo raggiungo l’hotel ora impegnato in una difficile battaglia per la sopravvivenza. Ci sistemiamo nel salotto a sorseggiare un tè e scorgiamo nella teca di vetro il conto non pagato di “monsieur T.E. Lawrence” dell’ 8 giugno del 1914. “…la decorazione, intatta dagli anni ’20, è così intrisa dell’oriente del periodo tra le due Guerre che si può quasi sentire il fruscio degli abiti lunghi delle signore e dei morbidi completi tropicali riecheggiare dalla sala da ballo, ora in rovina e silenziosa.”
Insomma, è certamente un po' in decadenza, ma ha un fascino unico ed indimenticabile, carico, questo sì, di atmosfera.

30 dicembre
Siamo diretti a nord di Aleppo verso la regione arida delle cosidette "città morte" poiché abbandonate dagli abitanti dopo il violento terremoto del 1170 che deviò il corso del fiume obbligando le popolazioni ad emigrare.
In questa zona visse un eremita, San Simeone che predicò per 40 anni dall'alto di una colonna alta, si dice, 17 metri. Figlio di un pastore della Cilicia, Simeone era stato un giovane di grande saggezza e di vivo spirito. Entrò nel monastero di Tel Ada, ma le sue penitenze spaventarono i suoi compagni monaci, che lo congedarono. Si ritirò sui monti, calandosi in una cisterna asciutta. Trattone fuori a fatica, si portò nell’entroterra di Antiochia. La colonna sulla quale finalmente si ritirò, sulle montagne presso quella città, era dapprima alta pochi metri. Crebbe via via che cresceva il numero dei fedeli, dei pellegrini e dei curiosi che venivano a visitare l’eccezionale penitente. Perfino gli Imperatori romani ricorsero al suo consiglio e alle sue preghiere. San Simeone fuggiva il mondo, allontanandosene in direzione verticale; ma il mondo correva lo stesso dietro a lui che restava solo in cima alla colonna sopra un fusto formato da tre rocchi, simbolo della Trinità.
Quando non pregava predicava alla folla che accorreva sotto la colonna; dava consigli e ammaestramenti, consolava e ammoniva. I pellegrini giungevano da ogni parte del mondo, e non soltanto dai paesi cristiani. Popoli come i Persiani, i Medi, i Saraceni, gli Etiopi, gli Sciti, tradizionalmente portati alla vita contemplativa, ammirarono e onorarono quel personaggio straordinario, che fece tra i pagani numerose conversioni.
Quando morì, nel 459, proprio i Saraceni accorsero in armi per impadronirsi delle sue reliquie. Dovette intervenire il Prefetto militare di Antiochia per ristabilire l’ordine, tra una moltitudine di devoti accorsi ai piedi della colonna. Più tardi per onorare il Santo ed accogliere tutti i pellegrini che giungevano a visitare il luogo dove aveva vissuto, l'imperatore Zenone fece costruire una splendida Basilica. A partire dal X secolo il complesso fu poi gravemente danneggiato da un terremoto e trasformato in cittadella fortificata.
La giornata è eccezionalmente serena e chiara e un sole quasi tiepido ci accompagna alla visita della grande Basilica a croce greca: l’edificio è costituito da quattro chiese unite al centro da un grande ambiente ottagonale, una volta coperto a cupola, al cui centro si trovava la colonna. Di questa non rimane quasi più nulla: i pellegrini l’hanno portata via tutta pezzetto dopo pezzetto in quasi 1500 anni di pellegrinaggi. Passeggiamo tra i resti del monastero, percorriamo la via sacra in processione come facevano gli antichi pellegrini ed arriviamo al battistero da cui si gode una magnifica vista sulla vallata del fiume Afrin.
Ci congediamo dal santo stilita con un bel tè caldo alla caffetteria di fianco alla biglietteria e ritorniamo ad Aleppo.
Alla Cittadella accediamo dal monumentale ponte ad archi che attraversa il fossato fatto scavare da az-Zahir Ghazi. Questo ponte inizia da una torre ottomana costruita nel cinquecento ed arriva alla grande porta monumentale del 1211 modificata successivamente dai mamelucchi.
Attraversata la porta passiamo attraverso altri tre portali e cinque corridoi tutti a gomito con caditoie sul soffitto, per poter far cadere olio bollente, e feritoie sulla parte alta delle pareti per poter colpire, da postazioni riparate, eventuali invasori. La collinetta, che domina la città da circa 50 metri di altezza, fu abitata fin dal primo millennio a. C. dai neo-Ittiti dei quali Aleppo era la capitale. Fu fortificata In epoca seleucide (dopo il 330 a.C. fino al 69 a.C.) e dal 945 d.C. divenne residenza reale della dinastia sciita degli hamdanidi che la trasformarono in un magnifico palazzo gravemente danneggiato da un terremoto nel 1157 d.C.
La ricostruzione attuale si deve ai mamelucchi dopo le gravi danni provocati da Tamerlano durante l'invasione mongola. L'interno della Cittadella è in gran parte distrutto: visitiamo la cisterna bizantina e la celebre Moschea di Abramo fatta costruire nel 1167 da Nureddin sopra una precedente chiesa bizantina. La leggenda narra che Abramo, dopo aver saputo che Sara era incinta, si fermò in questo luogo e munse la sua mucca rossa; questa dette tanto latte da dissetare tutto il popolo. In arabo halab significa mungere e shahaba vuol dire rossa: da qui “Aleppo, la rossa”.
Poco più in alto sorge la Grande Moschea fatta costruire nel 1213 da az-Zahir Ghazi. Ha un alto minareto quadrangolare da cui la vista sulla città spazia fino alle campagne circostanti. Visitiamo poi i bagni del palazzo del sultano al-Aziz Mohammad ed attraversiamo il bellissimo portale a forma di conchiglia, costruito con arenaria chiara e basalto scuro, per concludere con la sala del trono decorata con ricchi soffitti trasportati da alcune residenze di Damasco in sostituzione degli originali andati perduti.
Raggiungiamo ora il quartiere armeno nel cuore della città vecchia; la bellezza di quelle che erano le case dei mercanti rivive oggi nei ristoranti, difficili da scoprire nel labirinto di vicoli lastricati in pietra e spesso sormontati da porticati.
Pranziamo in uno di questi ristoranti: le facciate spoglie non lasciano affatto immaginare la ricchezza dei cortili interni, adornati e rinfrescati da lussureggianti fontane.
Poi raggiungiamo la chiesa di rito ortodosso dei 40 caduti con tante belle icone, dove il pope ci canta una preghiera per il viaggiatore ed un inno usato durante i matrimoni.
E quello che rimane del pomeriggio è dedicato allo shopping: i negozianti sono gentili ma bisogna contrattare e questo fa parte del gioco. Le merci non hanno un prezzo fisso, esso oscilla entro una fascia di valore all'interno della quale bisogna pazientemente stabilire qual è il prezzo giusto per il venditore ed il compratore in quel determinato frangente. Ora, condizioni atmosferiche, andamento degli affari e interesse del compratore sono i parametri della contrattazione.

31 dicembre
I resti di Ebla, capitale di uno stato fiorente di cui non si conosceva l'esistenza, sono nascosti sulla sommità di una collinetta chiamata Tell Mardikh, circa 60 chilometri a sud di Aleppo. Sono trascorsi quasi vent'anni da quando la Missione Archeologica Italiana guidata dal prof. Paolo Matthiae, ha fatto questo sensazionale ritrovamento, definito come la scoperta archeologica del ‘900.
Arriviamo al famoso sito archeologico di buon mattino ed attraversiamo la cinta fortificata degli imponenti terrapieni costruiti duemila anni prima di Cristo. Iniziamo la salita all’acropoli e sostiamo alla Terrazza dei Leoni, un tempio tipo ziggurat mesopotamico destinato al culto della dea Isthar; sulla destra si trovano i resti del Palazzo Occidentale, iniziato 4000 anni fa e destinato a residenza del principe ereditario; ammiriamo il locale della macinazione del grano ed altri locali che coprono le caverne della necropoli reale, dove sono stati ritrovati preziosi oggetti.
Sul lato occidentale dell’Acropoli, rivolto ai possenti basamenti della porta di sud-ovest, è venuto alla luce il Palazzo Reale. Davanti ai nostri occhi e grazie alle spiegazioni di Mazen, riprendono vita la corte principale con un colonnato e una terrazza destinata ad ospitare il trono; la grande scalinata di pietra che portava all’ala di abitazione ed alle cucine e a sud di questa i locali destinati all’amministrazione fra cui una grande sala con suppellettili ornate di madreperla.
Ma il vero “tesoro” che il palazzo reale ha riservato ai nostri archeologi nel 1975 è l’archivio reale o meglio un archivio di stato: al tempo della distruzione del palazzo, nel 2500 a.C., si sviluppò un grande incendio. Le 17.000 tavolette d'argilla cuocendosi si sono potute conservare nei millenni; i loro testi ci hanno trasmesso opere storiche e politiche, trattati di economia e manuali, dizionari bilingui e poemi epici che rivelano fatti straordinari. La lingua è quella che oggi chiamiamo appunto eblaita, la più antica lingua semitica consegnata alla scrittura insieme all'akkadico della Mesopotamia: con l'egiziano ed il sumerico costituiscono le quattro più antiche lingue dell'umanità. La storia è quella dei re Igrish-Halab, Irkab-Damu e Ishar-Damu di Ebla, che, contemporanei di Pepi I d'Egitto (VI dinastia) e di Sargon il Grande, fondatore della dinastia di Akkad in Mesopotamia, dominarono tra il 2350 e il 2300 a.C. la Siria e l'alta Mesopotamia insieme a Mari e Nagar, due altre grandi città-stato.
Saliamo sull’acropoli. Qui prendevano posto un palazzo i cui resti che si sviluppano attorno ad una grande corte ed il tempio della dea Isthar, con i muri spessi fino a 4 metri, dove è stata ritrovata una stele con l’immagine della dea posta sul dorso di un toro.
Lasciamo Mari alla volta di Apamea, considerata uno dei siti archeologici più importanti del periodo greco-romano. Il villaggio abitato di Qal'at el-Mudiq offre un colpo d’occhio eccezionale per la spettacolare posizione su di un’alta rupe al margine della pianura del fiume Oronte.
Dell'antica città, dove i romani firmarono, nel 188 a.C., la pace con Antioco III di Siria che avevano sconfitto, è conservata la struttura urbana a schema ortogonale, disposta intorno a due vie principali, all'incrocio delle quali sono state ritrovate la palestra e le terme. Percorriamo il cardo, che si sviluppa da nord a sud, per quasi 2 km: ai suoi lati corrono centinaia di colonne corinzie dotate di mensole che sostenevano statue di imperatori e cittadini. Sono stati portati alla luce anche la grande cinta muraria ellenistica, il teatro romano (uno dei più grandi tra quelli noti) e numerose chiese e case private. Sostiamo al punto di ristoro assediati dai vari venditori di “patacche” e ripartiamo subito alla volta di Hama.
Il fascino della città è dato in gran parte dal cigolio lamentoso provocato dalle vecchie norie, che raggiungono anche i 20 metri di diametro. Le grandi ruote idrauliche prelevano l’acqua dell’Oronte e la distribuiscono in una fitta rete di canalizzazioni. Hama è anche un centro religioso di grande importanza, perché la comunità di musulmani che qui risiede è assai rigorosa ed osservante. Purtroppo la città è stata anche teatro di uno degli episodi più cupi della storia siriana degli ultimi anni: nel 1982 una rivolta della popolazione, alimenta dalla predicazione integralista dei Fratelli Mussulmani, fu repressa dall’esercito con l'aiuto dell'aeronautica e dei carri armati. La città fu sottomessa ad un bombardamento senza tregua per ben 27 giorni prima dell’assalto: nella rivolta e nelle conseguenti condanne alla pena capitale morirono decine di migliaia di persone; del centro storico della città rimasero ben poche tracce.
Arriviamo a Damasco che il sole è appena calato e la porta Bab Sharqi ci appare alla prime ombre della sera. La porta romana, conservata sia dai Bizantini che dagli Arabi, che la restaurarono nel XIII secolo, chiude il decumano romano, la famosa “via recta” di cui parlano gli Atti degli Apostoli raccontando della conversione di Saulo di Tarso, il futuro San Paolo instancabile diffusore del Cristianesimo in tutto il bacino del Mediterraneo. Si narra che Paolo, accanito persecutore di cristiani, perse la vista dopo una caduta da cavallo avvenuta per volere divino sulla via di Damasco; portato in città nella casa di Giuda gli fu mandato un cristiano di nome Anania che gli impose le mani restituendogli la vista e rendendolo strumento dello Spirito Santo.
A ridosso della porta Bab Sharqi si sviluppa il caratteristico quartiere cristiano: percorriamo alcune strette stradine e raggiungiamo la chiesa di San Anania, la cui esistenza è documentata, col titolo di Chiesa della Croce, fin dal V-VI sec. La casa di Anania è una cripta formata da due vani e fu recuperata nella forma attuale dai Francescani nel 1867. Vi accediamo da una scalinata a causa del rialzo del terreno dovuto ai detriti accumulati durante venti secoli di vita. L’interno, semplice e raccolto, è dedicato alla figure di San Paolo e Sant’Anania, uno dei settantadue discepoli di Gesù, venuto a Damasco dopo la lapidazione di Santo Stefano e in seguito fatto vescovo della città.
Ritorniamo all’hotel per prepararci alla grande festa ma non prima di incontrare un gruppo di bambini vestiti da Babbo Natale e da altri personaggi mentre sfila per le vie del quartiere cantando e suonando rumorosi campanelli.

1 gennaio 2006
Il primo giorno del nuovo anno è dedicato interamente a Damasco: dopo la serata di San Silvestro trascorsa in un tipico caravanserraglio trasformato in ristorante nel quartiere di Bab Tuma (Porta di San Tommaso), la sveglia arriva clemente alle 8.30.
Il primo appuntamento della giornata è al museo archeologico, la cui facciata un tempo era l'entrata del Qasr al-Hayr al-Ghabi, un'antico castello. All'interno c'è una magnifica esposizione permanente di oggetti vari: documenti del XIV secolo a.C. scritti nell'alfabeto di Ugarith, il più antico del mondo, statue di Mari risalenti a 4000 anni fa, marmi e statue di terracotta rinvenuti a Palmira, armi antiche, strumenti chirurgici ritrovati in vecchie tombe, Corani del XIII secolo provenienti da Hama; è persino ricostruita la sinagoga di Dura, con affreschi di inestimabile valore.
La visita al museo necessiterebbe quasi mezza giornata, ma decidiamo di procedere e raggiungiamo a piedi il centro storico, percorrendo più o meno a ritroso la strada fatta la prima sera: le strade sono ora irriconoscibili, animate da centinaia di persone che si aggirano fra i negozi del suq affollatissimi; donne velate si aggirano nelle strade in mezzo ad altre signore vestite secondo la moda occidentale; strombazzanti automobili cedono il passo a più lenti carrettini, moderni apparati tecnologici affiancano curiosi ed antichi rimedi.
In pochi minuti raggiungiamo la madrassa Aziziyah che ospita il mausoleo di Saladino, morto nel 1193 e sepolto in un primo tempo nella cittadella. La madrassa confina proprio con la Grande Moschea degli Omayyadi che raggiungiamo attraversando un colonnato bizantino. Entriamo nel grande cortile dalla porta nord, Bab al Amarah, e ci colpisce la solenne grandiosità dell’edificio. Davanti a noi è la Cupola dell’Abluzione affiancata dai candelabri di Bayram; appena dietro il così detto “transetto” della sala di preghiera, sormontato dalla cupola dell’Aquila.
Due minareti affiancano la cupola a est e ad ovest: il primo è il minareto di Gesù attraverso il quale, secondo la tradizione islamica, Cristo tornerà sulla terra prima del Giudizio Universale per sconfiggere l’Anticristo; il minareto occidentale è quello del sultano Qayt Bay, eretto nel XV secolo e affacciato sul suq al Hamidiya. Il terzo minareto della moschea, quello della Sposa, sta sopra alle nostre teste. Percorriamo tutto il porticato verso occidente, ammiriamo i preziosi mosaici che rappresentano fogliami, alberi ed edifici con colorazioni predominanti di verde ed oro; i soggetti sono molto vari ma escludono la figura umana.
Su questo lato del cortile si innalza un piccolo edificio su colonne chiamato la cupola del tesoro (Bayt al Mal) in quanto vi venivano tenuti i beni della comunità. Entriamo nella grande sala di preghiera e ci impressiona la vastità dell’edificio a tre navate divise da colonne: quasi tutte le volte e le decorazioni sono state rifatte in seguito al grave incendio che ha distrutto la moschea nel 1893, mentre la presenza di una specie di transetto dimostrerebbe come il califfo Al Walid nel VIII secolo si sia servito di maestranze bizantine per la costruzione della moschea. L’unico elemento di discontinuità nella grande sala, oltre al mihrab e al minbar (rispettivamente una piccola abside rivolta verso la Mecca ed il pulpito per la preghiera) è sicuramente il grande cenotafio di San Giovanni Battista, davanti al quale si è recato a pregare anche Giovanni Paolo II. Secondo la tradizione la testa del Santo era conservata nella cripta della chiesa bizantina che sorgeva proprio in questa area; quando il califfo Al Walid fece costruire la moschea, la preziosa reliquia fu posta in un sepolcro di legno, poi sostituito da quello attuale di marmo. San Giovanni Battista, col nome di Yahia, è venerato dai mussulmani come uno dei profeti che, al pari di Gesù, precedettero la venuta di Maometto.
Il luogo mi affascina ed emoziona allo stesso tempo: sarà perché rappresenta un punto di contatto fra le due grandi religioni monoteistiche da cui partire per un futuro di dialogo e non di scontro; sarà perché più semplicemente mi trovo a pregare davanti a questa tomba, con altri cristiani e altrettanti mussulmani, ed in questo momento le differenze ed i contrasti che qualcuno vuole montare e sviluppare fra di noi mi sembrano davvero esagerati e meschini.
Lasciamo questo luogo magico a malincuore e ritorniamo nel cortile percorrendo il porticato ad est, affacciato sulla Cupola dell’Orologio, e ritorniamo alla porta da cui siamo entrati. La nostra prossima tappa è il Palazzo Azem, eretto dal governatore ottomano Assad Pasha attorno al 1750. Per raggiungerlo attraversiamo ancora le animate stradine del suq: il palazzo ospita ora il Museo delle Tradizioni e delle arti popolari e costituisce un interessante carrellata degli usi e costumi della vita dell’alta società damascena dei secoli XVIII e XIX. Gli edifici sono arricchiti da decorazioni ed elementi architettonici portati da altre nobili residenze di Damasco, ed anche il giardino è abbellito da fontane e giochi d’acqua.
E’ arrivato comunque i momento più atteso: la “libera uscita” per le vie del suq, un tuffo nel dedalo di stradine che si dipartono da Al Hamidiya e, seguendo il tracciato ortogonale, della vecchia città romana, sbucano nella Shari Madhat Pasha, che coincide con la nota Via Recta, l’antico decumano.
Broccati, sete, tappeti, ricami, oggetti di ottone intarsiati, vetri soffiati, cofanetti e suppellettili intarsiati e ornati di madreperla e avorio, ma anche dolci, fratta candita e le famose albicocche di Damasco: come resistere a tutto questo spinti anche dal fatto che la merce per noi costa davvero pochissimo. E allora andiamo all’attacco e spendiamo fino all’ultimo centesimo: basta conservare solo 200 lire siriane, serviranno per il visto d’uscita, domani all’alba: anche questa breve ed intensa avventura in Siria sta per finire.

Un Paese antico, da sempre incrocio di religioni e di civiltà

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