Il Paradiso all'improvviso

in viaggio con yby in Seychelles

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Il Paradiso all'improvviso

Semplicemente Seychelles, una settimana per scoprire un tesoro equatorialeLe Seychelles non sono come altri luoghi del pianeta che hanno un periodo “buono” ed uno “cattivo”, qui la temperatura è costante tutto l’anno e piove spesso durante il giorno ma per pochi minuti ed in un attimo torna il sole; non è una zona soggetta ad uragani tropicali e non c’è nemmeno la stagione monsonica.
Ciononostante noi abbiamo avuto la “fortuna” di trovare un tempo pessimo!
A detta degli abitanti del luogo con cui abbiamo chiacchierato in un paio di occasioni, non capita spesso il verificarsi di eventi di questo genere ed anche loro si sono meravigliati della pazzia del clima; ci hanno anche detto, però, che il periodo migliore, solitamente, è quello di marzo-maggio, più secco e ventilato.Non credo ci siano luoghi per i quali fare la valigia richieda meno impegno e dispendio di tempo che per le Seychelles: non serve portarsi bauli di vestiti e accessori, semplicemente bastano costume, maglietta ed un paio di ciabatte (nemmeno troppo necessarie a dire il vero per chi come me cammina a piedi nudi 24 ore su 24!)!
Importante è non sottovalutare il sole; siamo molto vicini all’Equatore e quando c’è il sole si fa davvero sentire. Creme ad alto fattore di protezione (50 è la base!) anche se siete di quelli che “io tanto non mi scotto mai”, da usare sempre, anche quando il sole sembra nascosto dalle nuvole.
Non lasciare a casa nemmeno il k-way visti i frequenti (e rinfrescanti!) scrosci di pioggia.Il Paradiso? Quanto meno mi aspettavo ci accogliesse meglio!
Arriviamo a Mahè dopo un volo di oltre sei ore da Johannesburg ed uno scalo tecnico sulle isole Comore; qui è buio pesto, fa un caldo umido e soffocante, il cielo è coperto da nuvoloni che ogni dieci minuti lasciano cadere una pioggia violenta, calda. Sarà la temperatura o la stanchezza che ci condiziona, ma l’impatto è più simile al nostro concetto di “Purgatorio”!
Aspettiamo poco per il decollo del piccolo aereo che ci porta a Praslin, la seconda isola dell’arcipelago per grandezza e quella che ospita il Paradise Sun, lo splendido villaggio dove passeremo la nostra settimana di relax, sole, mare e cocco; una volta a destinazione veniamo accolti dallo staff che ci porta le valigie nel nostro lodge, ci sistemiamo qualche minuto e poi corriamo al ristorante in riva al mare per mangiare qualcosa prima che chiuda. Nonostante il tempo sia inclemente, la stanchezza, il rumore dei motori dell’aereo ancora nelle orecchie non rinunciamo, prima di andare a dormire, a mettere i piedi in acqua e mentre ormai stiamo già pensando a cosa faremo e a come sarà bello domani, ci rendiamo conto che qui anche il mare è davvero caldissimo!

Ci svegliamo presto, come sempre, e dal momento che quando siamo arrivati ieri sera non ne abbiamo avuto la possibilità vista l’oscurità, cerchiamo di orientarci; la nostra camera è un grande bungalow costruito su una bassa palafitta e diviso in due appartamenti separati, completamente in legno, con tanto di veranda esterna. Al termine dei tre gradini d’ingresso c’è un grande prato verdissimo costellato di palme ed una decina di metri più in là la spiaggia ed il mare; attorno a noi, disposte quasi a semicerchio, ci sono altre casette simili, quasi tutte a due piani ma dalla fattura simile; il resto del villaggio è simile e ruota intorno al ristorante sulla spiaggia, con struttura circolare completamente in legno, e la reception, unica parte in muratura dove fra le altre cose c’è il ristorante a la carte, la sala svago ed una piccola piscina.

Facciamo colazione e poi ci dedichiamo all’attività principale di questi giorni: semplicemente fare niente! Fare niente seduti sulla spiaggia, fare niente sdraiati sul lettino, fare niente dormendo sotto il sole, fare niente in acqua per rinfrescarsi un po’, fare niente leggendo un libro o provando a fare un cruciverba. E non si pensi che sia facile: se non ci fossero le pause per andare al bar a bere qualcosa o per andare al bagno quando necessario, sarebbe davvero una fatica! Non siamo però tipi da “fare niente” quindi cerchiamo, anche se senza troppo impegno, di restare attivi e, nel frattempo, scoprire un po’ le bellezze di questa terra.

Semplicemente passeggiando sulla spiaggia, la più lunga dell’isola, ci accorgiamo di come la luce, da un attimo all’altro, a causa delle nuvole che corrono velocissime spinte dal forte vento in quota, disegni e dipinga ombre e colori sul mare e sulla rigogliosa vegetazione, tanto che da un momento all’altro, se non si considerano le isolette che ci sono poco al largo nella baia, si perde completamente ogni punto di riferimento.
Notiamo, accanto ad una palma che si allunga sulla spiaggia, delle pietre ed una piccola catasta di noci di cocco già aperte ed, ovviamente, non perdiamo l’occasione di cimentarci nell’impresa; il mallo non è durissimo, ma molto compatto e composto da milioni di sottili “fili” che lo rendono elastico e resistente a qualsiasi urto; passo più di mezz’ora fra unghie e pietre cercando di romperlo e solo dopo aver rischiato mille volte di schiacciarmi le dita su una pietra accuminata, riesco ad aprirlo! … ma non è finita: adesso c’è la noce del cocco, quella che comunemente troviamo anche nei nostri supermercati e che va rotta facendo attenzione a non distruggere il contenuto! Il tutto ovviamente senza altri utensili che le mani, i piedi e le pietre che si trovano qua e là. Garantisco che non è un gioco semplice, che non è rilassante e che è molto richioso per la propria salute: faticare sotto il sole cocente cercando di rompere una noce senza rompersi un dito non è cosa da poco! Nonostante questo la soddisfazione una volta conclusa la battaglia (con una vittoria mia ovviamente!) è decisamente appagante e non solo fa gustare al meglio la polpa del frutto, ma spingerà a ripetere l’operazione di apertura infinite volte nei prossimi giorni, sempre sviluppando (inutili) tecniche nuove e cercando sempre (inutilmente) di abbreviare i tempi necessari per l’operazione.
Novelli Robinson Crusoe ci troveremo ogni mattina a cercare il nostro pranzo fra pietre e gusci già aperti, ma il gusto e la soddisfazione ripagheranno sempre la fatica!

Nel pomeriggio il copione non cambia molto: mare, spiaggia, sole e lettino, il relax più completo ammirando stupefatti i continui cambiamenti di colore del mare, l’azzurro che all’improvviso diviene blu intenso per poi tornare turchino un attimo dopo.
Unico strappo alla regola del “riposo assoluto” è il rito del thè, che segna la fine dell’impegnativa giornata seychellese: il sole qui scende presto dietro le montagne dell’isola ed ormai, dopo doccia e un po’ di riposo (ancora!) in appartamento, si pensa al buffet sulla spiaggia, all’animazione musicale della serata, alla passeggiata notturna in riva al mare ed al meritato (dopo la fatica della giornata!) sonno.

Ok, un giorno va benissimo, ma solo il pensiero di passarne un altro del tutto identico ci fa venire l’orticaria! Vogliamo abbandonare il viallaggio, cominciare ad esplorare l’isola e gustare a pieno le sue bellezze. Per farlo abbiamo a disposizione l’opzione “escursione organizzata”, costosa ma completamente preparata e costruira da chi conosce bene i luoghi da visitare, oppure il “fai-da-te”, certamente molto meno onerosa dal punto di vista economico ma con il rischio di perdersi qualcosa di bello… noi scegliamo la seconda: con un’altra coppia (come il 90% delle persone del villaggio) in luna di miele, decidiamo di andare a vedere una delle spiagge più belle di Praslin, Anse Lazio.
Visto che il taxi che ci porta dall’altra parte dell’isola verrà a prenderci solo nel primo pomeriggio, però, ne approfittiamo per fare una passeggiata fino al paese per vedere un po’ come è la vita fuori dal “Paradiso”. L’idea si rivela piuttosto faticosa: camminiamo ai bordi della strada ma l’asfalto e le palme ai lati moltiplicano la sensazione di caldo; inoltre quella che sembra una passeggiata di pochi minuti, si rivela una scarpinata (o, meglio, una “ciabattata”!) infinta! Una volta raggiunto, poi, il villaggio non ha molto da offrire: vecchie case tutt’altro che pittoresche o caratteristiche, negozi dall’aria trasandata che vendono tutti gli stessi souvenir per turisti; unico vantaggio sta nell’economicità dal momento che qui i prezzi sono molto ridotti rispetto al bazar interno al villaggio, non tanto per gli oggetti da regalo e l’artigianato tipico, quanto per il cibo e soprattutto per le bevande: una bottiglia di acqua passa da 4€ al prezzo “umano” di 1 e spiccioli! Non pensiamo nemmeno a percorrere nuovamente la strada fatta e preferiamo invece tornare sul lungomare, scoprendo fra l’altro che oltre ad evitare il caldo soffocante, non facendo curve, ci mettiamo molto meno.

Il taxi è (quasi) puntuale ed in poco più di un quarto d’ora, inerpicandosi su strade dai dislivelli impressionanti (attenzione a chi vuol farla in bici!), ci porta a destinazione: Anse Lazio che non ha nulla a che vedere con la regione e che è uno dei luoghi più belli e visitati di Praslin.
Non ci fermiamo nemmeno sulla lunga spiaggia, bella ma un po’ troppo affollata per i nostri gusti, e camminiamo lungo uno stretto sentiero fino a raggiungere una caletta molto più piccola, ma incredibilmente affascinante; chiusa fra enormi massi rossi, una piccola mezza luna di sabbia bianchissima divide il mare, azzurro come mai lo abbiamo visto, dalla vegetazione rigogliosa ed intricata dei fianchi scoscesi della costa. Questo è nostro concetto di “paradiso”, inflazionato forse, ma esattamente quello che siamo venuti a cercare!
Il mare si fa sentire; il richiamo delle onde che si infrangono su scogli e bagnasciuga è forte… e non possiamo non sentirlo! Ci buttiamo in acqua ma ci accorgiamo subito che la natura qui è la vera padrona e non scende a compromessi con nessuno: le onde sono veramente fortissime e la prima ci travolge, ci trascina verso riva, ci riprende un’altra volta e alla fine ci sbatte sulla sabbia, ansimanti e piuttosto spaventati! Abbiamo fatto male a sottovalutare questo mare, dobbiamo essere molto più attenti e prudenti, ma non rinunciamo certo alla sfida e alla fine restiamo in acqua ancora per un paio d’ore.
Non c’è molto da fare se non sfidare le onde, rompere cocco per fare merenda, prendere un po’ di sole, scattare fotografie (tante!!) ed avventurarsi lungo lo stretto sentiero che ben presto però abbandona la costa per salire sui fianchi della scogliera dell’altro versante dell’isola; ci rilassiamo, allora, in attesa dello spettacolo che siamo venuti ad ammirare: il tramonto. Già, perché il nostro villaggio è sul versante Est di Praslin e le montagne al centro non permettono di godere a pieno dei colori del sole che si tuffa in mare; l’attesa, fra pioggia ed un progressivo aumento delle nubi, è ripagata da tinte oro, da ombre nere e lucenti, da riflessi sull’acqua mai visti: emozioni che non abbiamo mai provato altrove e che da sole valgono la pena del viaggio!

Piove. Non come sempre, molto di più, una pioggia forte, densa, infinita, come secchiate rovesciate in continuazione e senza sosta; Vicky, attenta e preoccupata al minimo rumore “strano”, mi dice che per tutta la notte il vento ha soffiato fortissimo e l’acqua non ha mai smesso di scendere con questo ritmo. Io, ovviamente, dormivo come un orso in letargo e non ho sentito nulla!
A colazione scopriamo dal gestore del villaggio che la situazione è ben più grave di quanto immaginiamo: le Seychelles non sono zona di uragani o monsoni, non hanno un periodo delle piogge come altre nazioni, ma quella è la “coda” di un forte uragano che dall’Oceano Indiano sta salendo verso le Maldive; questa notte il vento ha spirato a 150km/h sradicando palme e mettendo a dura prova le coperture dei bungalow.
Oggi di mare se ne parla, ma non ci lasciamo scoraggiare, non sarà un po’ d’acqua a fermarci o a rovinarci la vacanza: chiamiamo un taxi e ci facciamo portare nell’entroterra per visitare la Vallee de Mai, parco nazione dell’isola e luogo unico al mondo: solo qui, infatti, cresce il simbolo delle Seychelles, il Coco de Mer, una strana noce di cocco che, al posto di essere tondeggiante come quelle che siamo soliti vedere, ha una forma particolare che ricorda il sedere di una persona o, come abbiamo visto su parecchie cartoline nei vari bazar, disegna il bacino, davanti e dietro, di una donna.
Pagato il biglietto d’ingresso al parco (fin troppo costoso forse), ci incamminiamo lungo uno stretto sentiero sterrato che si inoltra nella foresta; oltre alla segnaletica che consente di orientarsi, una serie di cartelli descrive la vegetazione e la fauna tipica del luogo, mostra come la natura ha fatto fronte ai problemi che le si opponevano (ad esempio scopriamo che alla base delle palme c’è un “ginocchio” che consente al tronco di flettersi in modo da non essere spezzato dal vento forte!) ed illustra le particolarità di questi grandi e strani semi.
Quello che però ci incanta davvero è la foresta in sé. Siamo sotto una volta di gigantesche foglie verdi, sentiamo l’acqua che scroscia come non ha mai fatto fin dal Diluvio Universale, il sentiero è ormai più simile ad un ruscello di montagna in piena e l’acqua ormai supera abbondantemente le nostre infradito mentre camminiamo, eppure possiamo tranquillamente toglierci dalla testa il cappuccio dei nostri k-way perché non c’è goccia che riesca a penetrare questo tetto verde scuro: la natura ha disegnato le foglie delle palme in modo che, ampie all’estremità, raccolgano l’acqua piovana convogliandola lungo il fusto della pianta e poi fino alle radici in modo da non disperderne nemmeno una goccia!
Passeggiamo con il naso all’insù per un’oretta (dei diversi sentieri abbiamo scelto il meno lungo) incantati dall’essere in un luogo che è uguale a se stesso da chissà quanti anni, affascinati da tanta vegetazione, così intricata e fitta da non permettere di vedere a pochi metri di distanza; siamo, per la prima volta nella nostra vita, nella jungla, o, quanto meno, in un qualcosa che per noi ci assomiglia molto e non ci vuole tanto a riconoscere forti somiglianze con quelle ambientazioni usate, ad esempio, in film come Jurassic Park, tanto che non ci sorprenderebbe veder spuntare dalle felci un dinosauro!

Per fortuna abbiamo conosciuto Tatiana e Tiziano, la coppia che ci ha fatto compagnia nella nostra escursione a Anse Lazio e nella passeggiata di questa mattina nella foresta; passiamo il pomeriggio insieme, nelle zone comuni del villaggio, bevendo thè e chiacchierando del più e del meno mentre il diluvio non accenna a fermarsi. Il terreno è ormai una vera e propria palude con l’acqua che ormai arriva al polpaccio, ci sono rami un po’ ovunque ed i resti delle palme sradicate si possono ancora vedere nei giardini; non ci resta che cenare ed andare a dormire con la speranza che domani sia passato tutto.

Un giorno passi, ci sta anche, ma due cominciano a pesare. Questo è un po’ il ritornello comune più o meno a tutti una volta lasciati cuscini e materassi: oggi va un po’ meglio, ma non molto purtroppo e non si può tornare nella foresta per passare la giornata!
Approfittiamo di ogni interruzione della pioggia per passeggiare sulla sabbia fra mucchi di alghe e coralli trasportati dalla mareggiata, schivando rami e foglie di palma che ormai tappezzano la spiaggia rendendola irriconoscibile, per il resto leggiamo un libro e programmiamo la giornata di domani: sole o pioggia domani è l’ultimo giorno prima di volare a Mahè e non possiamo andarcene senza aver visto La Digue, uno dei tesori di questo arcipelago!

Finalmente torna il sole! Non possiamo che essere al felicissimi di vedere arrivare il pullman a prelevarci per portarci al porto per attendere il traghetto che ci porterà all’isoletta, guardando che questa mattina le nubi ci sono, ma non piove ed il cielo sembra promettere bene.
Il mare però è ancora molto mosso e mezz’ora di navigazione diventa un’avventura fra schizzi, “su e giù” fra onde che spesso superano in altezza il ponte dell’imbarcazione che, a vela, ci porta fino al piccolo porto di La Digue; qui prendiamo le biciclette che abbiamo chiesto a noleggio, vecchie e mezze distrutte mountain-bike da uomo e da donna, e ci mettiamo in viaggio per raggiungere il tesoro dell’isola, la spiaggia di Anse Source d’Argent.
Questa spiaggia, all’interno di un parco nazione che la proegge, è il simbolo non solo dell’isola ma delle intere Seychelles, è uno dei luoghi più fotografati al mondo, l’icona che si trova in tutti i cataloghi di viaggi, lo stereotipo (ma che clichè!!) di “angolo di paradiso caraibico, sabbia, sole, mare cristallino” che tutti hanno in mente, talmente famosa da diventare anche set, ad esempio, di film e spot pubblicitari (presente la ragazza in top-less sulla spiaggia che si cosparge di crema abbronzante? … )
Il sole va e viene e le onde, benchè la barriera poco al largo le rompa e non permetta loro di arrivare a riva, agitano il mare e rendono fortissime le correnti anche vicino alla spiaggia; nonostante questo lo spettacolo che ammiriamo è ineguagliabile! Passiamo sotto un ammasso naturale di rocce rosse che sembra fare da portale di ingresso, le palme ci scoprono lentamente, passo passo, i colori e la bellezza di scenari naturali davvero senza uguali, e restiamo incantati, davvero a bocca aperta! Non sono abbastanza bravo per riuscire a descrivere la bellezza esotica di questi luoghi, ma sono certo che le fotografie, benchè non siano “professionali”, riescano ad arrivare là dove non possono le parole…
Il traghetto, l’ultimo disponibile, è fra poco più di un paio d’ore e seppur a malincuore dobbiamo lasciare la spiaggia e risalire in sella alle nostre biciclette per poter visitare un po’ anche il resto dell’isola. Evitiamo la parte motagnosa (non siamo grandi ciclisti e la salita ci spaventa non poco!) e torniamo invece verso il porto; sulla strada non possiamo non fermarci ad osservare la recinzione che ospita una ventina di tartarughe giganti. Sono davvero impressionanti, il carapace è enorme e durissimo, le zampe che spuntano dal guscio sono tozze ma forti e robuste; dormono o mangiano le foglie delle palme miste ad insalata ammucchiate dai custodi spezzando con i piccoli denti e le forti mascelle anche i vegetali più legnosi.

Arriviamo all’altro estremo di La Digue dove ci hanno assicurato sia possibile fare “il più emozionante snorkeling della vostra vita!”
Questo è un po’ l’aspetto più deludente della nostra vacanza fino ad ora; eravamo partiti muniti di maschere, boccaglio e pinne, sicuri che avremmo trovato un acquario sotto il pelo dell’acqua, ed invece, anche prima dei disastri climatici dei giorni scorsi, l’acqua, benchè da fuori sia quanto di più meraviglioso abbiamo mai visto, una volta tuffati, è sempre stata torbida e, fatta eccezione per un paio di pesciolini grigi, completamente priva di vita.
Vogliamo rifarci e, non badando ai sassi che pungono i piedi a chi ha comprato apposta prima di partire le scarpe di gomma e poi se le è dimenticate a casa (!!!), ci tuffiamo pronti a scrutare l’azzurro in cerca di qualche colorato abitante indigeno. In vano.
Anche qui niente da fare; così come ad Anse Source d’Argent, dove la corrente era talmente forte che, anche con le pinne, si nuovata con impegno per stare semplicemente fermi e non essere portati indietro verso la spiaggia, anche qui le onde e le correnti hanno fatto scappare verso altre mete ogni pesciolino e noi non possiamo che tornare a riva delusi e sconsolati.

Sulla via del ritorno al porto incontriamo un tipico taxi dell’isola, un colorato carro coperto trainato da un grosso bue annoiato che, ormai ben ammaestrato, si ferma in posa per il classico ed immancabile scatto turistico; poco lontano, nel giardino di casa, notiamo un uomo che sta lavorando il legno. Incuriositi ci avviciniamo e scopriamo che utilizza il legno del cocco per produrre dei piccoli pesci che, a differenza di quelli già visti (ed ovviamente comprati!) nei vari negozi di souvenir, non sono lucidi e colorati ma hanno la bellezza della semplicità, dell’artigianalità, caratteristiche che rispecchiano forse più della sfacciata colorazione le Seychelles che abbiamo visto e vissuto noi. Il tempo inclemente non ci ha permesso di vedere l’esplosione di colori di queste isole, ma forse in questo modo ci ha dato l’opportunità di coglierne un aspetto meno evidente ma più vero: la normalità, la purezza, la semplicità di una gente vera in un ambiente, al di fuori del turismo, altrettanto reale.

Ancora onde e di nuovo pullman per tornare, contenti come non mai per aver vissuto una giornata davvero “seychellese”, al villaggio dove, guarda caso, ha ricominciato a piovere; è una pioggia fitta ma calda, non c’è vento e quindi decidiamo di meritarci il giusto finale per la giornata: abbandoniamo gli zainetti sulla spiaggia e ci tuffiamo in mare per gustare a pieno il nostro ultimo giorno a Praslin!

Non ha smesso di piovere, ma il peggio è ormai passato ed il Twin Otter, il classico piccolo aeroplanino che fa da taxi fra le isolette dell’arcipelago atterra all’aeroporto di Victoria, la capitale delle Seychelles, sull’isola di Mahè, accolto dal sollievo di Vicky (preoccupata non poco dalle dimensioni del velivolo che ci trasporta!) e dai raggi del sole; check-in veloce in hotel, un po’ di riposo e raggiungiamo poi il centro della città per incontrarci con Tiziano e Tatiana, alloggiati in un altro hotel. La sensazione è quella, triste e grigia, di quando finisce un viaggio; quella voglia di non fare tanto, la certezza di aver già visto tutto quello che c’era da vedere… ovviamente ci sbagliamo di grosso, lo sappiamo, ma scrollarci di dosso questa strana sensazione è difficile!
A farlo, però, ci pensa la gente; una volta raggiunto il centro cittadino, riconoscibile e caratterizzato dallo “Small Ben”, riproduzione in miniatura (piuttosto bruttina) del Big Ben, l’orologio simbolo di Londra, scopriamo che oggi cominciano i festaggiamenti per l’Indipendence Day seychellese e centinaia di persone festeggiano insieme per le vie della città. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni, da due diversi palchi gruppi locali e dj-s suonano ed incitano a fare festa mentre intere famiglie si improvvisano… ristoratori! Ai lati delle strade, infatti, sono stati allestiti banchi sui quali chiunque abbia fatto precedente richiesta, cucina, prepara e vende manicaretti fatti in casa. Ovviamente proviamo tutto spaziando dalla cucina tipica (fantastiche le banane fritte, se le avessi assaggiate ad occhi chiusi e non mi avessero detto cosa stavo mangiando, le avrei sicuramente scambiate per patatine!) per gettarci in quella più internazionale (il classico hamburger, anche se la salsa piccante e le cipolle lo rendono parecchio diverso da quello dei fast-food più famosi… ma ugualmente indigeribile!) fino a tentare un sorpreso approccio alla… polenta, che a differenza di quella a cui siamo abituati è venduta come un dolce, è farina di mais, zucchero ed acqua mescolati ed appena scaldati ed è veramente immangiabile!
Fra canti, balli e bancarelle passiamo la serata cogliendo l’occasione di visitare anche un po’ la città, gironzolando per le vie del centro e sedendoci anche ai tavoli di uno dei locali più noti (soprattutto in ambiente gay stando a quanto apprendiamo poi dalla guida … e dalle altre omo-coppiette!) per mangiare un gelato e bere qualcosa.

Purtroppo questa volta ci siamo davvero, l’ultimo giorno di viaggio è arrivato ed oggi dovremo prendere l’aereo che ci riporterà, dopo otto ore di volo ed uno scalo a Francoforte, nuovamente a casa; abbiamo ancora a disposizione tutta la giornata prima di dover imbarcarci e non possiamo certo pensare di andarcene da Mahè senza averla vista con la luce del sole!
Solito taxi (costosissimo ma necessario visto che l’hotel non ha un servizio di shuttle per il centro), solito appuntamento “sotto” lo Small Ben e ci tuffiamo immediatamente nelle vie e nei vicoli di Victoria fino ad arrivare al Market, la zona della città dove prende vita ogni giorno il mercato; una tettoia sorretta da pilastri dipinti di rosso acceso protegge lunghe file di banconi sui quali sono esposti i prodotti messi in vendita, per lo più frutti esotici ed ortaggi locali, ma anche stoffe colorate e l’ormai immancabile anche qui ciarciame “Made in China”.
A monopolizzare l’attenzione di tutti, turisti e no, è però la zona dedicata alla vendita pesce; trasportato in secchi metallo o semplicemente in borsine di plastica colme di ghiaccio, il pescato viene buttato su banconi di pietra ed esposto agli acquirenti, tagliato al momento, pulito se necessario da interiora e pinne, nuovamente imbustato in borse di plastica e veduto. Lo spettacolo è “ruspante”, non c’è spazio per cuffie per capelli, camici bianchi, guanti sterili e atmosfere protette, qui quello che conta è vendere e comprare/mangiare; non è nemmeno molta attenzione per l’igene, tanto che numerosi trampolieri bianchi attendono la loro razione di scarti sugli stessi banconi utilizzati per la vendita o passeggiano, finchè qualcuno non li disturba, fra i pesci ancora da vendere e semplicemente appoggiati per terra fra cubetti di ghiaccio ed interiora da buttare.
Torniamo in una dimensione più tranquilla passeggiando fra manghi e cocchi, peperoncini ed ananas, papaje e banane, lunghe la metà di quelle a cui siamo abituati e di ogni colore (gialle, verdi ma anche rosse!); poco lontano sentiamo, e ne veniamo nuovamente attratti, gli echi della festa della scorsa sera e, con la luce del giorno, possiamo questa volta meglio osservare anche le bancarelle con prodotti locali, souvenir e stoffe. La passeggiata però dura poco: in un attimo il cielo si copre nuovamente e la pioggia comincia a scrosciare fitta come non mai. Salutiamo i nostri compagni di viaggio che resteranno qui ancora una giornata, ci ripariamo un po’ in un ristorante per mangiare qualcosa e poi ci facciamo portare dal solito costoso taxi direttamente all’aeroporto; l’attesa per il volo sarà lunga ma, d’altra parte, con una pioggia torrenziale così c’è poco da girare!

Finisce così la nostra avventura alle Seychelles e con lei il nostro viaggio di nozze; termina all’insegna dell’elemento che ci aspettavamo avrebbe dominato la nostra permanenza nell’arcipelago, l’acqua, anche se avremmo preferito fosse quella salata del mare piuttosto che quella della pioggia!
Non torniamo a casa scontenti, nonostante tutto le Seychelles sono davvero un piccolo angolo di paradiso e nascondono tesori che lasciano davvero senza parole; l’amaro in bocca, però, un po’ resta: ci aspettavamo un mare cristallino, ipotizzavamo giornate intere passate a pelo d’acqua ad inseguire pesci multicolore, speravamo di tornare “carbonizzati” dal sole, ed invece non siamo riusciti ad ottenere nulla di questo… vorrà dire che dovremo tornarci prima o poi!Solo al di fuori del villaggio abbiamo avuto l’oppurtunità di provare la cucina creola, e non è molto diversa da quella che ti aspetti: tanto pollo, verdura, frutta e spezie. Gustosa, davvero saporita ma niente di particolare o straordinario.
Da non perdere invece il pesce (… ovvio, no?!); solitamente cucinato alla griglia o al cartoccio, è logicamente freschissimo e molto gustoso!

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