Siamo arrivati anche in Russia!

torna alla mappa
Siamo arrivati anche in Russia!

Eccomi di nuovo, in compagnia dei soliti fidati amici, in partenza da Brescia a cavallo delle moto, compagne di tanti viaggi avventurosi. Dopo l’esperienza del Marocco, già raccontata in un precedente resoconto sul sito, questa volta cambiamo totalmente non solo la direzione ma anche il tipo di mondo nel quale ci immergeremo: attraversando Austria, Slovacchia, Polonia, Repubbliche Baltiche, la nostra meta è questa volta la Russia, con traguardo finale Mosca.
Non mancheranno le sorprese e gli imprevisti, il primo dei quali, per fortuna senza conseguenza, ci è capitato prima ancora di uscire dall’Italia.
Siamo fermi sulla corsia d’emergenza sull’autostrada per Tarvisio, nei pressi di Udine. C’è Balos, con la sua xt 550; Paolo, xt 600; Renzino, Tenerè 660; io, con il mio Tenerè 600. Manca Serjei con la sua xt 550. Facciamo i soliti commenti: si è fermato a pisciare, a soffiarsi il naso, a rispondere al telefonino, forse ha bucato. Accendiamo i telefonini, se ha problemi ci chiamerà. Passa ancora qualche minuto e cominciamo a preoccuparci. Perché sull’autostrada non passa più nessuno? È il primo sabato di Agosto e tutta Italia è in viaggio per le ferie,siamo partiti da casa 3 ore fa e ci siamo appena sciroppati 17 km. di coda prima del casello di Venezia.
Stiamo per girare le moto quando arriva un’automobile targata Spagna: a gesti ci fanno capire che il nostro amico ha avuto un incidente. Dopo un momento ne arriva un’altra che ci spiega cosa è successo: Serjei ha tamponato una Fiat Punto, sembra messo male. Ci convince a non ritornare sulla corsia d’emergenza ma a uscire tra due km (dice lui) e a ritornare sull’altra corsia. Ascoltiamo il consiglio e percorriamo 10 km a manetta (altro che due…) fino al casello di Gemona, qui torniamo indietro maledicendo i miseri 150 km/h che i nostri poveri monocilindrici riescono a tenere. Arriviamo sul posto dell’incidente sull’altra corsia e vediamo l’elicottero ambulanza con il rotore fermo: con l’angoscia nel cuore attraversiamo correndo la corsia e saltiamo di là. Serjei è in terra, un medico lo ha intubato e gli sta parlando. E’ cosciente, sanguina dalla bocca. Gli hanno tagliato i vestiti e lo hanno bloccato tra due aste di ferro. Dopo 10 minuti di minuziosi controlli finalmente il medico ci spiega: ha la mandibola fratturata in due punti, ma pare che il resto sia a posto. Lo caricano sull’elicottero e lo portano a Gemona, al pronto soccorso. Lì eseguono una TAC alla testa, che fortunatamente è negativa. Sono le 16, finalmente rassicurati andiamo a mangiare una pizza. Teniamo consulto, c’è chi vuole interrompere il viaggio appena cominciato e chi invece vuole proseguire.
La decisione finale ce la farà prendere proprio lui, Serjei, insistendo perché noi si proceda.Di nuovo sulla moto di Adriano per un’avventura nell’estremo est dell’EuropaL’indomani alle 15 assistiamo alla partenza di Serjei in ambulanza verso l’ospedale di Brescia, dopo di che inforchiamo le cavalcature e partiamo in direzione Vienna, dove arriviamo verso sera. C’è un temporale, per cui dormiamo in una locanda invece che nel solito campo e la mattina dopo siamo in viaggio.
Attraversiamo velocemente la Slovacchia e arriviamo in Polonia, Paese incubo per ogni povero motociclista che non riesca a limitare la velocità a 90 km/h. Nei paesi c’è il limite dei 60 e la polizia è in agguato ovunque. Ormai siamo esperti (è la terza volta che vado in Bielorussia) e fortunatamente gli automobilisti ci segnalano quando c’è la pattuglia con il radar.
Dormiamo in un campo nei pressi del confine e la mattina alle 7,30 siamo in dogana. In 30 minuti espletiamo le formalità doganali e siamo in Bielorussia. Qui ci si rende conto di essere entrati in un altro mondo. Ci sono parecchi individui in attesa appena passato il confine ed il loro aspetto ci consiglia di non ascoltare le loro proposte e di alzare i tacchi alla svelta. Entriamo alla periferia di Brest, città di confine. L’aspetto è squallido, dappertutto ci sono immensi palazzoni scalcinati costruiti senza criterio. Il traffico è composto da vecchie auto puzzolenti, l’asfalto è distrutto, per cui le macchine compiono scarti improvvisi per evitare le grosse buche che si parano davanti. Addirittura a parecchi tombini manca il coperchio di ferro, pare rubato da qualcuno per realizzare pochi rubli vendendolo in fonderia.
Accelero per svignarmela da questo posto quando vengo fermato dal primo poliziotto munito di radar; poche migliaia di lire di multa perché facevo i 90 col limite dei 60. Usciamo finalmente da Brest dirigendoci verso Minsk lungo una bella strada che alterna decine di chilometri di campi a decine di chilometri di foreste. Ogni tanto c’è una leggera curva, poi di nuovo chilometri di rettilineo. Il poco traffico è composto da qualche auto antidiluviana, qualche vecchio camion carico di tronchi o di sabbia e qualche moto su cui viaggiano non meno di 3 o 4 persone. C’è anche qualche sidecar carico come un autobus.
La strada invita alla velocità ma la polizia è in agguato ovunque, munita di radar. Si appostano appena dentro la foresta, oppure dietro una scarpata o ancora dietro un camion parcheggiato. Ci fermano una, due, tre volte. Così non si può andare avanti, è più il tempo che passiamo fermi con la polizia che quello che viaggiamo. Ricorriamo alla tattica della lepre; in pratica aspettiamo che qualche auto locale ci superi a forte velocità e poi ci buttiamo all’inseguimento, mantenendo una distanza di 5-600 metri.Se non troviamo nessuna faccio io la lepre, seguito da lontano dal resto del gruppo.
Arriviamo a Lida nel pomeriggio, attesi dalla famiglia che conosco da anni. Ci hanno prenotato un albergo, l’unico che c’è in questa cittadina. È un albergo tipicamente statale, dove gli addetti non fanno il minimo sforzo per capire o farsi capire dai pochi clienti. L’indomani i nostri ospiti ci accompagnano fuori città, in una isba. È una casetta graziosa, dai colori vivaci, completamente in legno e addobbata di tappeti e merletti. C’è un orto gigantesco, e animali da cortile di tutti i tipi. Ci addentriamo nella foresta alla ricerca di funghi. Ne troviamo un bel po’, oltre a parecchi mirtilli. Lasciamo tutto alla proprietaria, un’arzilla vecchietta, e ritorniamo in città. Qui visitiamo una fabbrica di birra e poi, abbastanza sbronzi a forza di assaggi, facciamo una passeggiata nel parco.
In Russia le zone verdi all’interno delle città non mancano; sono veri e propri campi, spesso incolti, dove pascolano pecore e vacche. C’è pieno di bambini: spesso sono scalzi, a volte solo con i calzoncini, sporchi ma sempre allegri. Stanno con noi per il piacere di vedere gente straniera, sono attirati dalle moto. Nessuno ci ha mai chiesto soldi (altro che il Marocco!). Torniamo in albergo, su al nostro piano c’è un russo che gira per il corridoio vestito solo con un asciugamano sulle parti intime e con un sigaro in bocca. È sbronzo, Paolo gli fa credere che nella nostra stanza ci sia una donna e lui insiste per entrare: vuole vedere la “madama”, e dobbiamo tribolare per mandarlo via.
La mattina dopo partenza in direzione di Mosca. Tra lacrime ed abbracci con i nostri amici ci mettiamo in viaggio, sempre perseguitati dalla polizia. Va detto che in Bielorussia, oltre alle normali pattuglie di polizia, ci sono dei posti di controlli fissi. Si preannunciano vari km prima e immancabilmente veniamo fermati e controllati. Addirittura in un posto ci controllano i fanali e le frecce.
Vengo fermato e multato sull’autostrada per Minsk perché non ho rispettato il limite di 30 (!) km/h, limite che è apparso all’improvviso quando sulla strada sono comparsi due cavalletti con il cartello di lavori in corso. Naturalmente la polizia era appostata subito dopo i cartelli, non lasciando il tempo materiale di rallentare da 100 a 30 km/h. Gli altri erano indietro per cui non sono stati individuati dal radar, di conseguenza la multa l’ho presa solo io.
Ci fermiamo a mangiare in una bettola dove ci portano un piatto di brodaglia indefinibile, con relativo cucchiaio con due dita di incrostazioni. Come secondo carne lessa, non si sa di quale bestia sia; senza forchetta, per cui usiamo i nostri coltellini. Per finire caffè, con un vasetto di zucchero di cui non si vede l’interno da quanto è sporco. I più schizzinosi rinunciano al caffè (grazie, sono a posto…), io lo bevo chiudendo gli occhi per non vedere il bicchiere in cui ci è stato servito.
Proseguiamo verso il confine russo e verso sera arriviamo all’ennesimo posto di blocco. Qui ci fanno spegnere le moto e dobbiamo entrare in una specie di ufficio; il poliziotto stile gestapo vuole vedere le carte verdi e, dopo averle visionate sommariamente, ci dice che in Bielorussia non valgono niente e che dobbiamo pagare una multa di 200 marchi tedeschi. Queste polizze assicurative le avevamo stipulate in Italia apposta per tutti gli ex stati URSS, per cui questa richiesta ci giunge come un tentativo di estorcerci soldi. Facciamo gli indiani fingendo di non capire e continuando a mostrare le nostre polizze; quello si incazza sempre di più, noi ci impuntiamo arrivando a prendere il telefonino per telefonare (a chi?) finchè ad un certo punto sbraita qualcosa al suo attendente e se ne va. L’attendente è un tipo dall’aspetto gioviale, con due bei baffoni: ci dice che dobbiamo stipulare un’altra polizza del costo di 15 marchi. Accettiamo subito, ben contenti in cuor nostro di non avere ceduto al suo capo.
Usciamo dall’ufficio e ripartiamo con la nostra polizza che non ci servirà a nulla, in quanto vale solo in Bielorussia ma tra pochissimi km. saremo in Russia. Sono le nove di sera, c’è buio e fa freddo, siamo abbastanza arrabbiati e anche affamati. Dopo 4 km. incontriamo una specie di carrozzone che funge da bar. Entriamo e ci facciamo servire quattro ciorbe (zuppe) fumanti: ci volevano proprio, per riconciliarci con la Bielorussia.
Dopo un’ora usciamo, rifocillati e riscaldati, alla ricerca di un posto dove dormire. La nostra tattica è sempre quella da anni: ci allontaniamo dai centri abitati e cerchiamo un campo o un bosco per stendere le nostre brandine e dormire. I nostri viaggi, sin dalla notte dei tempi, si sono svolti sempre rigorosamente senza tenda, esclusivamente con il materassino prima e la brandina poi. Quest’anno per la prima volta abbiamo deciso, vista la latitudine, di portare la tenda. Benedetta decisione! Ci sono 7 o 8 gradi e un’umidità pazzesca.
Abbandoniamo la strada principale e seguiamo alcune stradine non asfaltate, che prima o poi portano a qualche villaggetto. Nei villaggi non c’è elettricità per cui ci capita di arrivarci dentro e accorgercene solo all’ultimo istante. Sembrano abbandonati, tutto è chiuso e spento ma dopo pochi secondi si aprono le prime porte o finestre per cui giriamo le moto e torniamo indietro. Finalmente imbocchiamo una stradina sterrata che ci porta in un campo immenso, c’è luna piena per cui la visibilità è ottima. C’è una nebbiolina che si alza da terra per 50 cm. e vediamo in lontananza delle forme di animali che brucano: sembrano daini ma non riusciamo ad avvicinarci perché si allontanano. Piantiamo le tende e ci chiudiamo dentro per lasciare fuori l’umidità.
Al risveglio l’erba è fradicia, dobbiamo mettere le tute da acqua per non impiombarci i vestiti. Partiamo e percorriamo pochi km. quando arriviamo a quello che crediamo essere l’ennesimo posto di blocco: un rapido controllo dei passaporti da parte di poliziotti sorridenti e gentili e ripartiamo. Ci viene un dubbio: non è per caso che era il confine con la Russia? C’è un chioschetto e ci fermiamo a fare colazione. Ci confermano che siamo in Russia, ragione per cui cerchiamo di cambiare in rubli russi.
Si respira un’altra aria, più serena e gioviale. Proseguiamo in direzione di Mosca e ci accorgiamo subito che la poca polizia che incontriamo non si cura di noi. Lungo il percorso incontriamo donne e bambini seduti sul ciglio della strada che espongono le loro mercanzie, chi tenendole in un secchiello di lamiera e chi stendendole direttamente sull’asfalto: funghi, mele, prugne, qualcuno del pesce appena pescato.
A 50 km da Mosca ci fermiamo in un ristorante a pranzare: ad un certo punto si apre la porta ed entra un tipo vestito con maglietta e bermuda con un caschetto in mano e si mette a sbraitare con accento veneto: “Dove sono gli italiani con le Yamaha?” Usciamo e non crediamo ai nostri occhi: sono in due e sono arrivati qui con due Vespa 125 piuttosto stagionate. Ci raccontano che anche loro sono incappati nell’ultimo posto di polizia bielorusso e hanno pagato 200 marchi. Si fermeranno a Mosca due notti come noi e poi torneranno indietro.
Ci separiamo e proseguiamo per Mosca dove arriviamo nel primo pomeriggio. Mappa alla mano tentiamo di arrivare al nostro hotel ma dopo un paio d’ore e numerosi tentativi chiediamo ad un taxista di accompagnarci. Quando finalmente arriviamo non crediamo ai nostri occhi: è una costruzione megagalattica, con non so quante migliaia di camere. Ci è costata un capitale, ma siamo stati obbligati a prenotare due notti qui altrimenti non ci avrebbero dato il visto. La cosa funziona così: se volete andare in Russia dovete prenotare un albergo dall’Italia; vi verrà spedito un certificato di garanzia (“invito”), con quello dovete andare al consolato Russo e, con molta calma, vi verrà preparato il visto. Se non conoscete nessuno che possa spedirvi l’invito dovete per forza prenotare un albergo (internazionale). Noi ci siamo affidati ad un’agenzia di viaggi.
La sera andiamo a fare un giro verso il centro con la metropolitana. E’ sabato, la maggior parte di quelli che incontriamo ha una bottiglia di birra in mano, anche le coppie di fidanzatini mano nella mano. Ci sono parecchi ubriachi in giro, uno cade da una scalinata e picchia la testa; ci premuriamo di soccorrerlo ma la gente che passa ci dice di lasciare stare, è tutto normale. Dopo parecchi metrò e alcuni chilometri a piedi torniamo in albergo; nel salone d’ingresso stazionano alcune distinte signore, sono professioniste:”Mister? Do you want erotic massage? 100 dollars only.” Nessuno di noi è molto esperto in questo genere di commerci ma ci risulta che in Italia con 230.000 lire si combini altro che massaggio! Decliniamo l’offerta e ce ne andiamo a nanna.
L’indomani ci affidiamo alle nostre cavalcature per la visita di Mosca e, procurataci una mappa della città, ci dirigiamo verso il centro. Parcheggiamo in una zona abbastanza sicura nei pressi del Cremlino e ci lanciamo in visita alla Piazza Rossa. La piazza è transennata, non si può entrare. Ci spiegano che sta arrivando un corteo, ci prepariamo a vedere qualche migliaio di persone che sfilano quando... arrivano 25 persone (le ho contate) in corteo, con megafono e bandiere a falce e martello. Il tizio con il megafono scandisce uno slogan, qualcuno gli fa eco, dopo di che tutti svoltano dietro un angolo e spariscono; le transenne vengono tolte e possiamo addentrarci in questa gigantesca piazza.
Girovaghiamo un pò qua e là, visitiamo la basilica di S. Basilio poi andiamo a fare un giro in centro. Ci sono tanti barboni che elemosinano, altra gente poverissima che cerca di vendere qualsiasi cosa, dalle bibite in lattina alla frutta, dai fiori alle mandorle tostate. Ci sono ristoranti stile occidentale dove non si spendono meno di 100 dollari, con il buttafuori all’ingresso che seleziona la clientela. Durante la stagione fredda di notte vengono tenuti aperti gli ingressi della metropolitana (che è riscaldata) per permettere a tutti gli accattoni di trovare un rifugio caldo.
Ne abbiamo abbastanza di questa megalopoli, non vediamo l’ora di ripartire. Torniamo in albergo e teniamo consulto: il programma prevedeva una tappa a San Pietroburgo ma, grazie all’agenzia di viaggi che ci ha fatto avere i visti un giorno prima della partenza e validi solo per tre giorni, dobbiamo uscire dalla Russia entro la sera dell’indomani. Manca il tempo materiale per arrivare alla città degli zar, visitarla ed uscire tutto in un giorno. A malincuore decidiamo di andare in Lettonia, sono solo 600 km. per cui non dovrebbero esserci problemi ad arrivarci in serata.
La mattina partenza sotto la pioggia, che ci accompagnerà per buona parte del viaggio. Dopo qualche ora, mentre stiamo procedendo su una disastratissima strada statale a circa 110 km/h, nel superare un camion sotto la pioggia noto che manca il Balos. Ci fermiamo in parte e aspettiamo 5 secondi ma ormai, dopo l’esperienza in Friuli con Serjei, siamo sempre in stato di allarme. Torniamo indietro 200 metri e Balos è là, fermo su un lato della strada. Apparentemente sembra tutto a posto ma quando ci avviciniamo ci viene un colpo: il manubrio è piegato da un lato fino a toccare il serbatoio con la leva frizione che penzola rotta, la leva cambio è piegata, il bagaglio è macinato sul lato destro, la tuta dell’acqua che Balos indossa è sbrindellata; sembra sfuggito dalle fauci di un leone. Raddrizziamo il manubrio meglio che possiamo e sostituiamo le parti rotte mentre Balos ci racconta che cosa è successo: era l’ultimo e si accingeva a superare anche lui il camion quando toccava leggermente il freno anteriore per mantenere le distanze da Renzino che lo precedeva; la moto “partiva” davanti e faceva una strisciata di un centinaio di metri sulla striscia bianca, con lui incastrato nel bagaglio senza potere fare nulla.
Nel pomeriggio arriviamo ad un posto di blocco, il poliziotto che ci ha fermato si avvicina con in mano la solita “pistola radar” che segna 70 km/h (c’è il limite dei 50); ci prepariamo a pagare lo solita multa, la prima in Russia, ma il poliziotto mi guarda in faccia, azzera la pistola e mi indica un chioschetto: “Stop and drink a coffee”. Accettiamo il consiglio, ne abbiamo proprio bisogno.
Poco prima del tramonto arriviamo al confine: mezzora di scartoffie e siamo in Lettonia. Facciamo 50 metri quando comincia a diluviare, non indossiamo le tute per l’acqua per cui cerchiamo un posto dove fermarci. C’è una casetta di legno con un portico ed un ampio piazzale. Senza pensarci 2 volte fermiamo le moto e entriamo sotto il portico: si apre una porta e escono una ventina di ragazzi e ragazze, per la maggior parte ubriachi fradici. Si mettono i nostri caschi, salgono sulle nostre moto, ci riempiono i bicchieri di vodka. Ci fanno entrare in casa: scopriamo che si tratta di un matrimonio, sono in ballo dal giorno prima. Vorremmo andarcene ma è impossibile, ci fanno sedere, ci riempiono il piatto, vogliono che beviamo con loro. Ci fermiamo una mezzora quando ad un certo punto un paio di ragazzi prendono Renzino per mano e gli chiedono di ballare con loro. Orrore!! Ci impossessiamo dei nostri caschi, usciamo di casa e saltiamo sulle moto. Fortunatamente un paio di ragazzi sono abbastanza sobri e riescono a tenere a freno i loro amici permettendoci di partire.
Percorriamo una cinquantina di km. e ci fermiamo a dormire in un piccolo motel tutto di legno. L’indomani partiamo sotto un bellissimo sole in direzione nord, destinazione Estonia. Il morale è alto, ma provvede subito una pattuglia di polizia ad abbassarcelo. Abbiamo appena superato un piccolo passaggio a livello incustodito quando veniamo fermati: il poliziotto ci contesta il fatto che non ci siamo fermati allo stop del passaggio a livello (per “fermati” intende proprio arrestati, con i piedi in terra e una piccola pausa), mentre noi abbiamo rallentato a passo d’uomo e, visto che non arrivava nessun treno abbiamo attraversato i binari. Ci vuole appioppare la bellezza di 95.000 lire a testa di multa nella loro valuta, oppure 125.000 se paghiamo in dollari. Al solito fingiamo di non capire, lui parla in russo e noi in dialetto bresciano, ma non cede. L’ultima speranza è di dirgli che abbiamo pochi contanti, sperando che se li faccia andare bene. Tutto inutile, salgo in macchina con lui e mi porta in un villaggetto dove c’è un Bancomat e cambio 400.000 lire. Nel ritorno mi chiede perchè io abbia cambiato così tanti soldi: “Come perchè, per pagare la tua c.... (tanto non capisce) di multa!”; si mette a ridere e mi fa capire che ha scherzato, è sufficente che paghiamo solo per una persona. Mi fa firmare una specie di ricevuta che però si tiene lui e ce ne andiamo.
Dopo qualche ora entriamo in Estonia, certamente la più carina delle tre Repubbliche Baltiche. Tutto è pulito ed ordinato, sembra di essere in Finlandia. Ci fermiamo poche ore, dopo di che torniamo in Lettonia per poi proseguire verso sud: è iniziato il rientro. In frontiera Paolo sferra la solita poderosa pedalata di avviamento stando in piedi sulle pedane dimenticandosi però che si era fermato con la prima inserita: risultato, un gran capitombolo sotto gli occhi stupiti dei doganieri.
Decidiamo di attraversare la Lettonia seguendo vie secondarie, che qui sono tutte sterrate. Le strade sono larghe come da noi ma non asfaltate. E’uno spasso, filiamo a 110-120 km/h in un gran polverone; Paolo e io siamo davanti, Renzino e Balos distanziati di qualche minuto. Adesso capiamo il perchè nelle Repubbliche Baltiche ci sia l’obbligo per tutti i veicoli di tenere i fari accesi anche di giorno: ad eccezione della strada statale tutte le altre sono praticamente delle larghe piste sterrate. Quando si incrocia un altro veicolo bisogna chiudere la visiera e tuffarsi nella nube di polvere, superare gli autobus è un’impresa: bisogna arrivargli sotto sperando di non sbattergli contro e poi, dopo avere cercato di capire se nell’altro senso sta arrivando qualcuno, sorpassarlo con qualche secondo di suspense. Su un curvone incontriamo un disperato con un’auto da rally in derapata che ci fa mangiare una tonnellata di sabbia. Percorriamo in questo modo un centinaio di km. quando troviamo un cartello di lavori in corso: stanno facendo la strada, c’è solo la massicciata che è composta da sassi grossi come uova. Ci piombiamo sopra a 50 km/h, le moto si infossano da tutte le parti, quasi non riusciamo a tenerle in piedi neanche da fermi.
Ripartiamo ma non riusciamo a stare in piedi neanche tenendo le moto in tiro. Percorriamo circa un chilometro come quattro ubriachi ma dobbiamo fermarci perchè non riusciamo più ad andare avanti, nemmeno sulle piste africane abbiamo mai provato nulla di simile. Faccio una ricognizione a piedi e scopro che per fortuna dopo qualche centinaio di metri ritorna lo sterrato normale.
Arriviamo finalmente sul Mar Baltico, dove veniamo aggrediti da sciami di zanzare che si infilano anche sotto il casco. L’indomani proseguiamo per la Lituania dove arriviamo prima di sera. Siamo costretti ad una tappa forzata a causa di una crepa che si è formata nel serbatoio dell’olio della mia moto, crepa che riparo con il solito alluminio liquido. E’ evidente la differenza tra le tre Repubbliche: l’Estonia, quella più a Nord, è molto simile alla Finlandia; la Lettonia è una via di mezzo tra la miseria russa e l’Estonia; la Lituania è come la Russia: strade pessime, arretratezza generale, miseria ovunque.
Attraversiamo velocemente anche l’ultima Repubblica ed entriamo in Polonia: d’ora in avanti tutto tornerà “normale”, tra due giorni saremo a casa. Rimane il rimpianto per non essere potuti andare a S.Pietroburgo, vorrà dire che avremo la scusa buona per tornare in Russia un’altra volta!

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook