A scuola sulle Ande

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A scuola sulle Ande

C'è sempre qualcosa da imparare, anche in viaggioScritto da Franco Baronchelli

La bambina è proprio piccola, l’unica vestita di azzurro in un mare di rosso, con una cuffietta di lana ad incorniciare un viso tanto luminoso quanto sudicio.
Ha cominciato a giocare con Paolo e non ha la minima intenzione di smettere di rintanarsi dietro la sorella più grande per sfuggire ai suoi agguati. E intanto continua a ridere, con gli occhi scurissimi e scintillanti che corrono qua e là concentrati nel gioco.

Stiamo a guardare la scena molto più che divertiti, con una sensazione di leggerezza d’animo e insieme di ammirazione, per quanta semplicità riesce ad esprimere quella bambina e per come spontaneamente la trasmette a Paolo, riportandolo in un attimo indietro di trent’anni.

Ci troviamo a Huilloc, minuscolo villaggio che fa da “capoluogo” a una serie di villaggetti ancora più minuscoli nel pieno delle Ande peruviane, lungo una diramazione sperduta della valle dell’Urubamba, la valle sacra del popolo inca.
Se ci ripenso mi sembra quasi inverosimile esserci arrivato, senza rendermene bene conto, percorrendo una mulattiera mozzafiato e dal fondo “sconnesso”, che si inerpica per un paio d’ore fra valloni sterminati e deserti, costeggiando dirupi che ho preferito non guardare a lungo, attraversando gruppi di casupole e capanne fra pochi campi coltivati e raro bestiame al pascolo. E tutto questo a bordo di un pulmino, neanche tanto piccolo, che per riuscire a passare in alcuni tratti sembrava proprio sfidare le leggi della fisica…

Era iniziata come una giornata normale, partiti da Cuzco con l’intenzione di girovagare a zonzo per i paesi sparsi lungo il fondovalle sulle rive dell’Urubamba, tra mercatini e cooperative artigianali, con qualche divagazione storico/architettonica fra i resti di fortificazioni inca.
Invece, dopo avere aspettato che ci svegliassimo del tutto, Elisabeth aveva lanciato la proposta di un programma alternativo, la visita di una scuola molto particolare, nascosta fra le montagne, dove rispettando rigidamente l’antica tradizione le lezioni si svolgono esclusivamente in lingua quechua e dove tutti i bambini indossano normalmente abiti tradizionali.

La nostra scelta? La lascio all’immaginazione di chi legge!

Prima di lasciare la “civiltà” una sosta al mercato di Urubamba, per non presentarci a mani vuote dai bambini e portare loro qualcosa che non hanno la possibilità di procurarsi tanto facilmente.
Ai nostri occhi di occidentali opulenti l’omaggio di semplicissima frutta (banane e arance) e di un po’ di pane può sembrare quasi offensivo; non potevo immaginare il successo clamoroso che avrebbero avuto in un luogo poverissimo, posto ad un’altitudine tale che le coltivazioni possibili sono solo patate e qualche cereale. Un’arancia qui è molto più che un pranzo di Natale per noi!

Il mercato è stupendo, vivissimo, “vero”. E’ una gioia girare tra le bancarelle assistendo agli scambi e alla vendita di frutta o di pane, di carne o di pesce, ed accanto trovare una bancarella di bacinelle e contenitori in plastica dai mille colori o un venditore di spezie e cereali che sembra uscito da un suk arabo.
La gente affolla ogni angolo. Le donne sono vestite in abiti tradizionali, con le gonne a più strati sovrapposti che le rendono larghe e “tonde” e ti lasciano dubbioso sulle reali dimensioni del loro fondoschiena.
In testa molte indossano cappelli dalle forme più disparate, alcuni che sembrano piccoli cilindri e altri che assomigliano a minuscole bombette uscite da un film comico degli anni trenta.

Trovi molto spesso frutta e verdura disposta per terra sopra teli ordinatamente distesi, con accanto una signora accucciata che prima di muoversi attende con pazienza sorridendo che l’acquirente esamini con cura la merce; qua e là ci sono bambini che se ne stanno stranamente tranquilli, alcuni talmente piccoli da essere attaccati al seno materno, altri appesi alla schiena della madre avvolti dentro le solite coperte multicolori.

Vicino a tanti prodotti che ti riportano a contatto con la natura e la vita dei campi, si intrufola invadente la modernità, magari con un banchetto di bibite fresche fra le quali spicca l’immancabile Inca Kola con il suo giallo abbagliante e il suo gusto nauseante.

Mentre Elisabeth con altri di noi si getta nella negoziazione, mi distraggo alla ricerca di curiosità, scattando qualche foto ma senza esagerare, cercando di non invadere la sfera di riservatezza che gente occupata nelle proprie faccende quotidiane ha il diritto di mantenere.

Intanto, seguendo il suo inimitabile fiuto da “segugio riempi-stomaco”, Sergio scova ad un angolo di strada un mini-forno che offre delle empanadas, una specie di focaccia ripiena di verdura, carne e formaggio; mangiate calde, appena sfornate, elevano lo spirito ad altre dimensioni…

Dal centro città parte la stradina sterrata che conduce a Huilloc, che ben presto si stringe e comincia a salire; ogni tanto un gruppo di case fa intuire che qualcuno qui ci abita, ma non si incontra anima viva.
“Comodamente” seduto sul fondo del pulmino, vengo sbalzato per aria da qualche buca un po’ più profonda delle altre; ad un certo punto dobbiamo effettuare anche un vero e proprio guado di un torrente.

Le case che si incontrano sono poveramente costruite con mattoni di fango, e sono talmente isolate che faccio un po’ fatica ad immaginare come possa svolgersi la vita per gli abitanti.
Dopo non so più quanto tempo sbuchiamo in un villaggetto un po’ più grande, ed entriamo in uno spiazzo erboso davanti ad un edificio basso e lungo: la scuola.
Attorno ci sono poche case, lungo la stradina sterrata che attraversa il villaggio per perdersi chissà dove; sui muri, immancabili, sono dipinte le scritte di propaganda elettorale.

Sbarchiamo dal pulmino, siamo in tanti, ben vestiti e armati di macchine fotografiche e secondo me facciamo un po’ l’effetto dei marziani agli occhi di un paio di anziane signore che stanno sedute vicino ad un muretto.
Elisabeth va a salutare e a chiedere al direttore il permesso di visitare la scuola; intanto noi ci guardiamo attorno per cercare di capire dove siamo finiti.

Nello spiazzo un gruppo di ragazzi sui 12/13 anni sta facendo una vera e propria lezione di educazione fisica. Agli ordini secchi di un maestro cominciano con un po’ di corsa, poi si raccolgono per vari esercizi a corpo libero. Non hanno naturalmente nessun tipo di attrezzatura o abbigliamento adeguato, anzi, sono vestiti con gli abiti che probabilmente indossano tutti i giorni e con i quali lavorano e studiano.
Non credo che una lezione del genere serva più di tanto a ragazzi abituati a misurarsi ogni giorno con le difficoltà anche fisiche di una vita ardua, ma loro sembrano prenderla molto sul serio e si impegnano a fondo.

Intanto altri bambini, in età da asilo, gironzolano incustoditi nel prato, e si avvicinano a noi curiosi della novità.
Prima che qualcuno possa cedere alla tentazione dello “scatto” facile, torna Elisabeth: iniziamo entrando, un po’ titubanti, nell’aula più distante, la prima classe.
L’aula è un po’ buia, abbastanza dimessa; ci sono una ventina di bambini vestiti meravigliosamente con abiti tradizionali cuciti a mano, di un colore rosso accesissimo, con cappelli dalla forma stranissima, sembra quasi che abbiano in testa una specie di recipiente per l’acqua.

Gli abiti devono essere passati attraverso numerose generazioni, e si vede, ma mantengono comunque una vivacità di colore stupenda.
La maggioranza dei bambini sono scalzi, o al massimo hanno ai piedi (nerissimi…) dei sandali aperti: ma come faranno con le temperature che girano da queste parti?
Difatti parecchi hanno il moccio al naso; i capelli e il viso sporco di molti rivelano che probabilmente qui l’acqua è un bene da non sprecare.

Appena entriamo il maestro li fa alzare, e loro, ridendo e schiamazzando, eseguono prontamente. E poi, come segno di benvenuto, con l’insegnante nella parte di maestro del coro, intonano in nostro onore una canzoncina che hanno appena imparato. La voce all’inizio fa fatica ad uscire, ma poi con un po’ di coraggio il timore è vinto e la canzone finisce piena e forte.

Restiamo in piedi, tutti schierati, un po’ imbarazzati e un po’ commossi dall’accoglienza.
Il maestro ed Elisabeth, per sgelare un attimo la situazione, fanno da interpreti tra lo spagnolo e il quechua; così chiediamo a qualcuno cosa stava imparando, a qualcun’altro il suo nome.
Giriamo fra i banchi, che sono raggruppati a isole di quattro, e ci facciamo mostrare qualche quaderno o qualche piccolo gioco.

Jorge, il solito marpione, si è seduto ad uno dei banchi, e fa ridere i bambini facendo finta con noi di essere uno di loro; poi, di nascosto, insegna a Nicola una frase di saluto in quechua, che servirà al momento di uscire.

Uno dei bambini più intraprendenti salta fuori, va davanti ad un cartellone che è appeso vicino alla cattedra, sale in piedi su una sedia e comincia, con una bacchetta, a tentare di insegnarci l’alfabeto quechua: meglio sorvolare sui nostri progressi…
Siamo molto più bravi nella distribuzione della frutta e del pane. Ordinati ed educatissimi, i bambini aspettano seduti che ad ognuno sia consegnato un pane, un’arancia e una banana, e, non avendo altro modo, ti ringraziano con un sorriso che ti riscalda dentro.
Jorge viene saltato senza nessuna pietà!

Più o meno allo stesso modo si svolge la visita ad un paio di classi successive.
In una il soffitto è pieno di bellissime decorazioni di carta colorata; ci spiegano che pochi giorni prima c’era stata una festa, e che i ragazzi non volevano levare gli addobbi.
Nell’altra interrompiamo una lezione di matematica, e tutti fanno a gara nel mostrarci i loro quaderni pieni di conti scarabocchiati.

I maestri sembrano tutti molto giovani, dimostrano meno di trent’anni. Probabilmente una destinazione di questo tipo non è fra le più ambite dal punto di vista professionale, ma credo che lavorare con i bambini in un posto come Huilloc sia molto stimolante dal punto di vista umano.

Nella classe dei più grandi troviamo “el director”, il responsabile della scuola; è anche lui molto giovane, non avrà nemmeno trentacinque anni, ma è molto serio e compreso nel suo ruolo.
I ragazzi sembrano rispettarlo ed ascoltano composti nei loro banchi mentre lui, in spagnolo, ci racconta delle difficoltà di questa scuola, della situazione di estrema povertà della zona, del problema di reperire giovani insegnanti che, oltre ad essere disposti a lavorare in un posto tanto sperduto, seguano anche dei corsi particolari per essere in grado di insegnare in quechua.
In fin dei conti la paga è quella di un normale insegnante, e in Perù questo significa povero, decisamente povero per i nostri standard, anche se si tratta pur sempre di un posto di lavoro.

Orgogliosissimi, i ragazzi ci portano a visitare il laboratorio artigianale dove imparano a realizzare manufatti in terracotta, anticamera di un possibile sbocco verso una vita futura migliore di quella che li aspetta.
Appena usciamo dall’aula siamo circondati da tutti i bambini delle altre classi che, approfittando forse della fine delle lezioni, o della nostra presenza che ha un po’ travolto i normali schemi, si sono messi a seguirci durante la visita. E’ una scena che mi colpisce: in una baraonda di rosso acceso, mischiato qua e là ad altri colori, tutti, dal più grande al più piccolo, hanno in mano un pane, un’arancia e una banana.

Mentre siamo nel laboratorio mi accorgo che alcuni ragazzi ci stanno spiando da una finestrella in alto; appena vedono che li guardo, si abbassano per nascondersi, e cominciamo a giocare a una specie di nascondino. Io cerco di fotografarli, loro si nascondono ridendo. Io fingo di distrarmi da un’altra parte e mi giro di scatto, ma loro sono ancora più veloci. Ne uscirà una fotografia bellissima, piena di vitalità…

Per terminare la visita manca ancora l’asilo, una casupola un po’ discosta dal resto dove vengono tenuti i bimbi in età ancora prescolare. Qui è bellissimo vedere Loris, ex rugbista oltre il metro e novanta dalla corporatura imponente, accerchiato da “nanetti” colorati e urlanti che a malapena gli arrivano alle ginocchia; alla fine il nostro, per completare la distribuzione di quanto è rimasto nei sacchetti, si accuccia e viene quasi sommerso dalla massa che ha ormai abbandonato ogni riserbo.

Sempre accompagnati dal direttore, diamo un’occhiata anche alla biblioteca, dove i libri di testo sono disposti ordinatamente su alcuni banchetti prima di essere forniti (gratuitamente, è logico) agli studenti.

Evidentemente si è diffusa in paese la voce della nostra presenza, e sul prato davanti alla scuola una decina di signore hanno “esposto” prodotti artigianali in condizioni un po’ sciupate (tessuti, bamboline, berrette di lana…), per tentare un piccolo guadagno extra: quanta differenza dai mercati dove circolano i turisti!
Noi ci sperdiamo nel prato gironzolando fra i bambini, un po’ giocando con loro, un po’ commentando fra noi la realtà che abbiamo appena incontrato.

Sono circa le tre del pomeriggio, per i ragazzi è l’ora del ritorno a casa, ci sentiamo felici pensando che per oggi avranno anche qualcosa di diverso da raccontare.
La maggioranza, soli o a piccoli gruppetti, se ne va spargendosi in ogni direzione seguendo invisibili sentieri in direzione delle montagne.
Alle nostra domande incuriosite, il direttore ci risponde che per molti ogni giorno ci sono “passeggiate” di 2 o 3 ore da compiere per venire a scuola, su veri e propri sentieri di montagna. Provo a pensare alle scene rivoltanti davanti alle nostre scuole all’ora di uscita, con i genitori che aspettano i figli in macchina parcheggiati in seconda fila…

Mentre stiamo per partire ci saluta il direttore, che se ne torna a casa a bordo di una moto datata e piuttosto scassata, portando come passeggero uno dei maestri con indosso un improbabile casco: sorrido dentro di me, mi sembrano uscire direttamente da un film italiano degli anni cinquanta…

E noi riprendiamo il nostro pulmino, per un po’ molto più silenziosi di prima, mentre le due signore a cui abbiamo dato un passaggio sorridendo mi offrono una manciata di quinua.
E’ vero, non si finisce mai di imparare.

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