L'antica Via della seta

in viaggio con Daniela e Paolo in Pakistan

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L'antica Via della seta

Un viaggio in Pakistan è innanzitutto piombare nella profonda Asia, con tutti i suoi colori, le spezie profumate (e non!), bazar lungo ogni strada, sporcizia a profusione e un ritmo di vita in cui la calma orientale avvolge il caos delle città fatto di ingorghi di persone e auto e attutisce il costante concerto di clacson che anche un’auto da sola può improvvisare. Ma Pakistan vuol dire anche e soprattutto Islam. L’impatto è immediato, quindi si consiglia a chi intraprende un viaggio in questa terra di seguire alcune semplicissime regole di comportamento. Nonostante il caldo tropicale (se naturalmente si va nei mesi estivi), sarebbe bene vestirsi con pantaloni lunghi e maglie con manica lunga (ideali le camicie in cotone, che sono molto fresche e più leggere delle T-shirt). Il consiglio vale sia per le donne che per gli uomini. Non è necessario per le donne coprirsi il capo, anche se consiglio di infilare in valigia una sciarpa leggera, può tornare utile (soprattutto per visitare le moschee, dove coprirsi il capo è d’obbligo, ma anche se si desidera visitare un luogo in cui si sente di voler "portare rispetto") La stessa può trasformarsi anche in un apprezzato dono a una donna pakistana.

Certo, potete girare anche in maniche corte e pantaloncini, ma è una forma di maleducazione e scortesia; ricordatevi che, comunque la pensiate (e dopo un mese di contatto con i pakistani le vostre idee di come è giusto che vada il mondo ne usciranno rafforzate!), siete ospiti di una popolazione estremamente cordiale, ospitale e amichevole. L’amicizia è un valore molto grande per un pakistano, e non sarà difficile entrare in contatto con loro e ritrovarsi ospiti per un té nelle loro case. Accettate l’invito, è una bella esperienza.

Dimenticate anche una qualsiasi forma d’alcool e, se non potete farne a meno, cercate di procurarvi un po’ di birra a Islamabad (e non bevetela mai in pubblico, è un’offesa e mi sembra di ricordare che sia proprio fuorilegge), perché se affrontate il viaggio che abbiamo fatto noi, non ne vedrete più fino al confine con la Cina, dove esiste un contrabbando di grappe cinesi (alla faccia di Maometto!).Sulle tracce dell'antica Via della setaLo scopo del nostro viaggio era percorrere la famosa Karakoram Highway (KKH) e fare un trekking di qualche giorno sul Nanga Parbat. La KKH è di recente costruzione (finita nel 1982), un’opera sino-pakistana che collega Pakistan e Cina attraverso le catene montuose più alte del mondo. Parte poco più a Nord della capitale politica del Pakistan (Rawalpindi), risale la valle dell’Indo, che solca le montagne dell’Himalaya, si addentra tra le catene del Karakoram e dell’Hindukush (esiste un punto lungo la strada che è proprio all’incrocio di queste tre catene), percorre la magnifica valle dell’Hunza, sale al passo Khunjerab (4730 m) e scende in territorio cinese terminando a Kashgar, meta importante lungo la via della seta e luogo di uno dei mercati più affascinanti (dicono) dell’Asia, che si tiene ogni domenica.

A differenza della nostra consolidata abitudine a viaggiare da soli, in Pakistan si è rivelata indispensabile la presenza di un autista per l’auto e di una guida, almeno per il trekking (l’autista è obbligatorio, la guida no). Abbiamo quindi organizzato il nostro viaggio appoggiandoci a un’agenzia pakistana contattata attraverso Internet (ce ne sono molte, tutte particolarmente valide e più o meno specializzate in giri turistici "soft" o vere e proprie spedizioni in alta montagna) e ci eravamo accordati per avere una guida solo fino alla fine del trekking - quindi la prima settimana del viaggio- per poi continuare il viaggio da soli, con auto e autista solamente. Avremmo presto cambiato idea, tenendo la guida fino alla fine del viaggio: per simpatia verso la persona, che si è rivelata un’ottima compagnia durante il viaggio, per la possibilità di entrare in contatto con le usanze e la vita di quei posti, per una maggiore facilità a muoversi (alberghi e posti da visitare) e anche perché l’autista non parlava una sola parola di inglese, anche se si intendeva benone con Paolo, con il quale improvvisava improbabili discorsi nella sua lingua!

Rawalpindi, da dove siamo partiti, è la città capitale di nuova costruzione e senza alcun interesse (anche se la nuova moschea è imponente e non potrete non andarci a gettare almeno un’occhiata), addossata a Islamabad, molto più viva e caotica e con un interessante bazar. Ma non vale la pena restare a lungo. Prima di cominciare a salire verso le montagne abbiamo fatto sosta a Taxila (che è sulla strada per la KKH) il sito archeologico dove si visitano i resti di una vecchia città -in cui si fermò niente-di-meno-che Alessandro Magno- e alcuni resti di monasteri e stupa buddisti. Il tutto abbastanza raso al suolo e saccheggiato, ma interessante perché il buddismo, in realtà, nacque proprio qui e nell’adiacente valle di Gandara, dove siamo passati al ritorno, e si diffuse poi in India, Tibet e Cina. Taxila era il fulcro e crogiolo di più culture, tra oriente e occidente. Ma il fascino è più sui libri che nella realtà, quindi tanto vale salire verso nord, almeno per abbandonare il caldo delle pianure. Il fresco, però, non arriva quasi mai, perché in agosto il clima monsonico interessa anche le quote e, oltre alle probabili piogge che colpiscono la regione himalayana (fino al Nanga Parbat, che poi ne blocca l’estensione nella parte più a nord della KKH), si scopre che fino a 3000-3500 metri ci sono alpeggi e una vegetazione fiorente, nei villaggi si coltivano tranquillamente grano, patate e piselli, gli ingredienti base della sana cucina delle montagne. L’unica carne che vi sarà dato mangiare in estrema abbondanza è il pollo, con poche variazioni sul tema.

Nel salire verso i monti abbiamo scelto di deviare vero la Kaghan Valley, ma, a cose fatte, diciamo che non ne vale tanto la pena, se non per il pittoresco lago Saiful Muluk e per provare le prime ebbrezze di cosa vuol dire viaggiare per le mulattiere con un’auto, quando sembra di cadere giù nel dirupo ad ogni metro (i pochi kilometri verso il fatiscente villaggio di Besal sono da urlo!), e l’ebbrezza della prima altitudine al Babusar Pass (4170 m). Ma la strada per ridiscendere è infinitamente tortuosa e interminabile, ci vuole un giorno intero d’auto, per cui… (noi nel 1999 abbiamo percorso una strada "nuova" rispetto a quella segnalata da tutte le mappe, Lonely Planet compresa: a detta della nostra guida pare sia più "soft " della tradizionale, quindi accertatevi che il vostro autista la conosca).

Ridiscesi a costeggiare l’Indo, siamo arrivi all’arroventata Chilas, circondata da pietre senza tanta vegetazione, in cui si possono ammirare i famosi e interessanti petroglifici lungo la strada, anche qui con un’impronta buddista che fa sempre più pensare a come l’islamismo sia una new entry –anche se perfettamente radicata- tra queste popolazioni.

Da Chilas è d’obbligo, per chi ama i paesaggi montani, organizzare una gita al famoso Prato delle Fate (Fairy Meadows), con la sua posizione privilegiata su tutto il massiccio nord del Nanga Parbat. E’ un trekking facile, di circa 3 ore di discreta salita, che vi porta a 3200 metri e a una vista spettacolare sui ghiacciai del Nanga Parbat. Piccolo particolare: i circa 12 km che vi portano dalla KKH (esattamente da Raikhot Bridge, dove sostano le jeep che siete obbligati a prendere per arrivare all’inizio del trekking, a meno che non andiate su a piedi) all’inizio del sentiero sono una delle esperienze più devastanti per chi soffre di vertigini: la "strada" non è altro che una mulattiera sospesa nel vuoto che cigolanti jeep percorrono a passo d’uomo in circa 1 h, sasso dopo sasso. Una sana paura di volare giù è la cosa più ovvia che proverete, ma… Inshallah, la jeep sale! Una volta arrivati su, non pensate subito al ritorno e godetevi la gita, ne vale la pena. Pernotterete al Fairy Meadows (non vorrete mica farvi quella mulattiera due volte in un giorno!!!), ci sono delle tende già montate e un ospitale rifugio con ottimo cibo caldo. Qui sì che l’aria si fa più fresca! E le passeggiate sono davvero bellissime.

Ridiscesi per la stessa strada sempre nella fatiscente jeep ci siamo spostati verso la parete sud del Nanga Parbat (circa 7 ore di auto, verso il villaggio di Astor), dove abbiamo pernottato ancora in tenda presso il lago Rama: era la prima notte del trekking, che è poi proseguito su e giù per morene e ghiacciai, paesaggi ripidi e villaggi montani fino al Latobo Camp, in una valle stupenda tra montagne altissime: la vista della famosa parete sud del Nanga Parbat dall’Erlinghoffer camp è mozzafiato (è la parete più alta al mondo, 4500m di roccia e ghiaccio verticali).

Il trekking è facile: siamo equipaggiati di tende, cuoco, muli per trasportare l’equipaggiamento e portatori per i nostri umili zaini. A parte la pioggia che ci allaga la tenda la seconda notte, per cui dobbiamo arrangiare un accampamento di fortuna dentro la tenda del cuoco, è stata una bella camminata. E siamo stati ‘fortunati’: la stessa pioggia aveva bloccato la carreggiabile per ridiscendere verso valle, quindi abbiamo poi incontrato turisti che avevano passato la notte a spostare pietre da una strada scivolosa e bagnata pur di andare avanti nel loro viaggio!

Ritornati "a terra" riprendiamo l’auto in direzione Gigit, l’unica vera cittadina che si incontra lungo la KKH. Solo che in Pakistan gli imprevisti non finiscono mai e un’atra frana, a pochi kilometri dalla meta, ci fa tornare indietro per una deviazione che ci allunga il viaggio di almeno altre due ore! Sempre, ovviamente, su mulattiere franose e a picco sull’Indo. Le frane lungo la KKH sono all’ordine del giorno: noi stessi non abbiamo potuto visitare la valle di Chitral perché una frana ha tenuto bloccata la strada per giorni e a Chilas abbiamo incontrato un gruppo di italiani che dovevano arrivare a Kashgar ma hanno dovuto rinunciare perché una frana in Cina aveva tirato giù anche dei ponti e ci sarebbero voluti giorni e giorni per riaprire la strada…

A Gilgit non vediamo in giro nemmeno una donna: tutte le attività sono gestite da uomini e lo stile è sempre lo stesso: bazar, caos, negozi di ogni genere, ristorantini, etc. La cosa più piacevole? Una doccia calda dopo i giorni di trekking!

Dopo Gilgit si prosegue per la famosa valle dell’Hunza, forse la più bella lungo la KKH. Purtroppo restiamo bloccati a Karimabad per una violenta dissenteria e impieghiamo un intero giorno per riprendere un briciolo di energie. Tipico inconveniente per questo tipo di viaggio!

In questa valle il paesaggio è ancora più verticale, dominato dalle cornici del Rakaposhi 7790m, e tutto si arrampica su per pareti scoscese di montagne altissime (come l’Ultar Peak 7388m, una delle ultime più alte vette al mondo conquistate). La gente qui è più sorridente e ospitale, i colori sono più caldi e tutto è coltivato su terrazzamenti rigogliosi, solcati da un sistema di irrigazione davvero unico. Dove finisce l’intervento umano inizia una montagna rocciosa e arida fino alle cime innevate. E’ uno spettacolo maestoso. Il colore che predomina in estate, oltre al verde delle piante, è l’arancione delle albicocche che vengono stese in ogni angolo ad essiccare. Queste costituiscono il cibo base per le zuppe invernali. Sono una manna dal cielo e anche fresche sono buonissime. Si possono cogliere e mangiare liberamente dagli alberi senza essere cacciati, l’importante è portare rispetto per le piante e non danneggiarle. Anche i gelsi crescono copiosi ovunque e in questa valle vengono distillati per produrre una fortissima grappa che gli hunzesi bevono quasi liberamente, noncuranti di Maometto, perché sostengono che sia un’usanza più antica dell’arrivo della religione islamica.

L’interessante nel viaggiare in questa parte del Pakistan è scoprire come ad ogni valle corrispondano popolazioni con abitudini e usanze diverse. Anche i tratti somatici variano moltissimo: si trovano bambini biondi o rossi con occhi azzurri e altri dai tratti asiatici, in una mescolanza di razze che ha le sue origini nella via della seta, percorsa da mercanti europei e asiatici. Oggi, l’apertura di una strada come la KKH percorsa da turisti, mezzi di trasporto locali e tanti camion (i famosi camion pakistani che sembrano opere d’arte viaggianti, decorati in tutta la superficie, con appesi pendagli di ogni genere e, immancabili, stracci neri contro la malasorte) mette più facilmente in comunicazione queste valli, da sempre isolate da pareti impervie di roccia. Nella valle dell’Hunza esistono ancora vecchi sciamani, viene fatto bruciare il legno di ginepro per liberare le case da influenze negative e le cime delle montagne sono popolate da fate… ma è difficile che vediate sciamani e fate lungo le polverose strade della KKH!

Un posto delizioso dove passare una notte speciale è proprio sopra Karimabad, a Duikar, in cui un alberghetto porta un nome azzeccato: è l’Eagle Nest e offre un panorama (e un cibo) fantastici! Il tramonto e l’alba sono bellissimi, il cielo è più stellato che altrove. Ci si sente proprio appoggiati su uno sperone sopra tutto e tutti! Anche i villaggi qui sono incantevoli e si possono fare bellissime passeggiate.

Ebbene sì, dopo i trekking, i saliscendi e i problemi fisici abbiamo trovato nell’Hunza il posto ideale dove goderci un po’ di vacanza, per cui, a parte la gita fino al Khunjerab pass, il mitico confine a oltre 4700 m tra Pakistan e Cina, restiamo in zona per qualche altro giorno. Del resto non avendo il visto per la Cina e non potendo visitare la valle del Chitral, decidiamo di goderci i fantastici paesaggi qui. Da Karimabad ci spostiamo a Gulmit, altro bellissimo villaggio tra terreni coltivati, albicocchi, cime frastagliate e un fiume irruento attraversato da ponti sospesi fatti di pochi tronchi tenuti da funi dondolanti… se non soffrite di vertigini… Qui abbiamo fatto escursioni lungo il ghiacciaio di Passu, abbiamo camminato tra i villaggi sopra Gulmit e vissuto la vita dei contadini della zona, siamo stati ospiti a casa di gente del posto, che ci ha accolto come fossimo vecchi amici offrendoci té, burro fresco e regali, abbiamo visto bambini giocare con giocattoli fatti di niente e abbiamo assaporato i colori delle albe e dei tramonti. Un posto delizioso.

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